Sono rimasti in tre. Tre sono i reverendi padri a custodia della Sacra. È il complesso architettonico la cui Torre del monastero, ai piedi dell’Abbazia di San Michele in val di Susa, presa dal fuoco di un incendio la notte dell’altrieri, ha svegliato in loro la certezza: “Non darà cenere questo fuoco, ma luce”.
Per don Giuseppe Bagattini, 82 anni – rettore della Sacra – per padre Camillo Modesto e per padre Joseph Vinod, è stata una prova di fede: “Non abbiamo avuto paura”. Per qualcuno di noi – da lontano, ciascuno coi propri frammenti di memoria – un già visto: la pagina di un libro e la sequenza di un film, Il Nome della Rosa.
Per la maggior parte di noi che ci troviamo a calpestare nell’indifferenza la storia, le parole, i cavalieri, i re, i poeti e noi stessi – noi che ci troviamo a passare da Torre Argentina, a Roma, e non sappiamo che lì è stato accoltellato Cesare – la Sacra è solo una cartolina tra tante, il frammento di un mosaico che solo un incidente, un cortocircuito elettrico, svela oltre la coltre del feticcio turistico.
Danni tanti, ma salvo il patrimonio artistico. C’è una biblioteca, una storia e una magia irresistibile nella colonna di fumo acre che dal tetto di queste mura erte nell’alto medioevo svelano ciò che fu: un antico presidio militare di epoca romana, poi diventato con i Longobardi sede del culto dedicato all’Arcangelo, ereditato da Federico I Barbarossa e dall’insigne nipote, quel Federico II che della liberalità e delle incursioni in mondi lontanissimi aveva fatto uno stile di vita.
I monumenti sono l’inciampo attraverso cui la verità di ciò che siamo, pur nella mostra di sé – e la Sacra chiama centomila visitatori l’anno – si nasconde.
Le statue e le piazze, e le vie, dedicate al generale Giuseppe Garibaldi – che ha dormito ovunque, a giudicare dalle lapidi, dalla Sicilia fino alle prossimità di Roma – vogliono oscurare lo splendore della Napoli del Borbone, ma è l’ignoranza nostra, corroborata dall’indifferenza, a tenere viva la vulgata di dannazione consolidata sul Regno delle due Sicilie.
Ci precipitiamo a Versailles, inserita in qualunque tour di Parigi, e dobbiamo registrare come una meta finalmente raggiunta – quella di rendere fruibile la Reggia di Caserta e i suoi giardini – un’impresa titanica e non un normale fatto d’identità e memoria.
La Storia siamo noi, cantiamo con Francesco De Gregori, purché tutto l’ammasso di pietre e paesaggio non c’impegni nelle spremute di cervello. La Storia se la prendono gli altri se noi, visitando la Valle dei Templi o il teatro greco di Siracusa – assistendo anche alle rappresentazioni delle tragedie – non seminiamo parte di noi stessi per rigenerare quella ricchezza.
In Grecia ci s’inerpica sul sentiero che dal centro di Atene conduce al Partenone e il mondo intero, cosciente del cosmo, della polis e della filosofia, accompagna i visitatori per specchiarsi nella gratitudine propria del sentire.
Gli stessi visitatori che portandosi in questa Italia immemore vede polverizzare, al contrario, secoli di civiltà nel circuito degli eventi o in quel verminaio della specializzazione dove un tesoro della memoria si consuma al pari di un formaggio, nella muffa museale.
Grazie a Eco e alla sua potenza di sana malia pop, osservando quel soffitto in fiamme qualcuno di noi ha rivisto Jorge e i suoi occhi senza luce, quindi le pagine della Poetica di Aristotele, la svelta e agile furia di Guglielmo di Baskerville e i diecimila volumi effettivamente presenti nella biblioteca – fuori dalla trasposizione letteraria e cinematografica – sono seme di una storia che attende altri, non noi.
È un luogo del Veltro, la Sacra. Una tappa imposta dalla rosa sapiente, quella che i ghibellini – quasi dei moschettieri del sovrano atteso alla fine dei tempi – ritrovano nelle pagine della Divina Commedia. Fosse solo per Dante Alighieri, diceva sempre il cardinal Biffi, l’Italia avrebbe come farsi riconoscere innanzi al mondo, ma è quello stesso Poeta degradato a pasticcio telegenico nella patria dove non il sì suona, ma il cachet di Roberto Benigni.
Quelle mura in Piemonte, levigate secondo l’arte regia alchemica, non sono dunque solo il passaggio obbligato per i pullman dei tour operator, vantano anche l’alito del mistero, accolgono il segreto di un tracciato sapienzale e così anche il fruscio di Michele, l’arcangelo.
È il santo che con le sue ali, dalla val di Susa, trova ancora in Italia, sul Gargano, sulle sassaie di Monte Sant’Angelo dove prega Pio da Pietrelcina, l’altro luogo santo oggi meta di pellegrinaggio per i devoti e di ricerca per chi sa riconoscere.
Quelle mura, quelle dove trova fondamento la Sacra, sono radici di un’origine il cui lume è armonia. Lo Scalone dei Morti con il Portale dello Zodiaco e la Torre della Bell’Alda fanno ben più di un romanzo, più di un’epoca e ben più del presente: presagio di pagine altrui, quelle dei Cieli.
Sacra e a maggior ragione santa, la Sacra, perché nella solidità delle vestigia rivela il servigio prestato a indifesi in carne e ossa, i tre anziani sacerdoti, chiamati alla prova perché la preghiera – e lo diceva Bernardo da Chiaravalle, santo luminosissimo della cristianità in arme – è fortezza. Sacra casa per tre che sono rimasti in tre perché – e lo diceva tuonando il venerando Jorge – non tutto è per tutti.