“Non vedo l’ora di farmi interrogare sul Russiagate”

Donald Trump si dice pronto a un interrogatorio, sotto giuramento, da parte del procuratore speciale Robert Mueller nell’ambito dell’inchiesta sul Russiagate. Apertura ribadita in una conversazione improvvisata con i giornalisti, su cui gli avvocati del presidente intervengono cauti ma possibilisti. E l’ipotesi che emerge è di una deposizione già nelle prossime settimane.

“Non vedo l’ora di farlo”, ha detto Trump ai reporter nella West Wing in un colloquio a sorpresa, prima di partire per Davos. “Questa è la storia”, ha incalzato Trump desideroso di scandire la sua versione, “non c’è stata alcuna collusione, non c’è alcun intralcio alla giustizia e non vedo l’ora”. Perché, ha spiegato ancora, “uno risponde, reagisce e lo si interpreta come intralcio” alla giustizia.

Intanto la Casa Bianca ha fatto sapere che più di 20 membri dello staff presidenziale hanno volontariamente rilasciato dichiarazioni al pool che indaga sulle interferenze russe nelle elezioni 2016, e sono state consegnate 20.000 pagine di documenti, comprese centinaia di pagine relative all’ex direttore dell’Fbi, James Comey, e all’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn.

L’Italia tenta di fare, del bene, un business

Il 2017 è stato l’anno record per le crisi umanitarie, con bisogni, in termini di aiuti finanziari, stimati dalle Nazioni Unite intorno ai 24 miliardi di dollari. Che però sono stati coperti dalla comunità internazionale solo per il 56%, per un totale di 13 miliardi. L’impegno dell’Italia tuttavia è cresciuto di circa il 20% rispetto al 2016, pari a circa 120 milioni di euro. Per cercare di rendere questo impegno fruttuoso anche per laureandi e piccole e medie imprese italiane, il governo ha intrapreso nuove strade.

Da quando due anni fa venne istituita l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, si è tenuta a Roma una due giorni nazionale per fare il punto della situazione. A chiudere gli stati generali ieri il viceministro degli Esteri Mario Giro, il ministro Angelino Alfano e il premier Paolo Gentiloni.

Con l’approvazione nel 2015 della legge di riforma del settore (che ha portato alla nascita dell’Agenzia) è stato dato maggiore spazio agli attori della cooperazione decentrata anche allo scopo di creare posti di lavoro sia in Italia che nei Paesi destinatari dei progetti. Giro ha spiegato che “l’Italia vuole diventare sempre più protagonista della cooperazione internazionale, come dimostra l’istituzione ad esempio della Cassa depositi e prestiti, che agisce come banca di sviluppo sia a livello nazionale che internazionale”.

“Il lavoro dell’agenzia è anche quello di implementare il coinvolgimento delle università per far conoscere agli studenti un ambiente che dà l’opportunità di sbocchi in ambito professionale e di stringere i rapporti tra il mondo dell’impresa italiana, cioè tra il settore privato e le realtà locali in sofferenza”, ha spiegato Emilio Ciarlo, responsabile comunicazione dell’Agenzia.

Anche sullo spinoso capitolo dell’immigrazione, l’Agenzia – che ha sedi in 20 Paesi – intende aumentare la presenza dei propri operatori e gli aiuti all’interno dei centri di detenzione libici dove i migranti sono sottoposti a torture e ad abusi di ogni sorta. “Siamo stati criticati per questo, ma riteniamo che aumentare il nostro impegno all’interno di questi centri di detenzione sia meglio che non fare nulla pur di non rischiare di venire accusati di accettare indirettamente questi metodi disumani usati dai libici”, ha spiegato Ciarlo.

Nel documento finale si dichiara: “Intendiamo riconvocarci nel 2021 e, nel periodo che ci separa, la Cooperazione s’impegna a passi concreti. Tra questi, iniziare un percorso per garantire la coerenza delle politiche pubbliche con gli obiettivi di cooperazione; istituire tirocini retribuiti per studenti universitari; prevedere all’interno dei progetti finanziati dall’Agenzia, la possibilità di inserire risorse umane junior o in formazione; supportare la formazione delle piccole e medie Imprese italiane volta a facilitare la loro partecipazioni alle procedure di evidenza pubblica anche con la creazione di una piattaforma delle iniziative pubblico-private per favorire l’incrocio tra domanda e offerta tra profit e non profit; facilitare la nascita d’iniziative di partenariato pubblico privato; promuovere la costituzione di un fondo da parte di Cassa Depositi e Prestiti a supporto degli investimenti per interventi in infrastrutture, Pmi e sul cambiamento climatico nei Paesi partner”. Strade lunghe e tortuose ma inevitabili perché il cambiamento climatico sta rendendo molti terreni aridi e sterili, facendo scoppiare nuove carestie e costringendo sempre più africani e asiatici a cercare pane e lavoro in Europa.

La cura Trump fa scendere il dollaro e infuriare Draghi

Mario Draghi dosa le parole ma trattiene a stento il nervosismo. Il presidente della Bce se la prende con il repentino calo del dollaro accusando di fatto l’Amministrazione Trump di manipolare verbalmente il cambio con l’euro. Mentre lo fa, la valuta europea schizza di nuovo ai massimi da tre anni, a 1,25 dollari, segno che per i mercati Draghi non ha armi per far scendere il cambio ed evitare contraccolpi pesanti all’economia dell’eurozona.

L’atteso Consiglio direttivo di ieri della Bce non cambia la politica monetaria: i tassi rimarranno a zero “per un periodo prolungato” e gli acquisti di debito pubblico al ritmo di 30 miliardi al mese con il Quantitative easing continueranno almeno fino a settembre “o oltre, se necessario”. Ma l’attesa dei mercati era tutta per le reazioni al balzo dell’euro. Draghi si sfila i guanti e spiega che il rialzo “non riflette i fondamentali in ripresa dell’economia dell’eurozona” ma “è il prodotto di dichiarazioni di qualcun altro” che ha deciso “di non rispettare i termini concordati”. È esplicito il riferimento al segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, che mercoledì al World economic forum di Davos ha sottolineato, insieme al segretario al Commercio Wilbur Ross, come un dollaro debole sia dal punto di vista statunitense un bene per il commercio, accelerando così il calo del biglietto verde (e quindi il rialzo dell’euro). “È notevole per un banchiere centrale nella posizione di Draghi pronunciarsi così per criticare le politiche di cambio di un altro blocco”, scriveva ieri la banca d’affari Usa Citigroup.

Siamo forse ai prodromi di una guerra commerciale dagli esiti dirompenti ma non inattesa. La scelta di Trump – che oggi parlerà a Davos – di applicare dazi per le lavatrici prodotte in Cina, Corea del Sud, Messico e Vietnam, oltre che sui pannelli solari cinesi hanno provocato uno scossone. Dopo la Cina, ieri sono arrivate le critiche del Wto, l’ente che sovrintende al commercio mondiale. Mercoledì è toccato alla cancelliera tedesca Angela Merkel: “Cento anni dopo la Grande guerra dobbiamo chiederci se abbiamo imparato la lezione, mi pare di no”. L’uscita è a suo modo sorprendente. Non c’è tensione etica in questo scontro, ma solo il tentativo americano di ridurre gli squilibri commerciali. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, nel 2011 il surplus commerciale tedesco – favorito da una moneta (l’euro) sottovalutata rispetto a un eventuale marco tedesco – era di 230 miliardi di dollari. Grazie alle misure della Bce, dal 2014 al 2016 l’euro si è deprezzato del 25%. Una moneta più debole favorisce l’export e così nel 2017 il surplus tedesco è salito a 295 miliardi: è il più alto del mondo e il doppio di quello della Cina (162 miliardi). Gli Usa sono invece in deficit di 461 miliardi. Come in ogni scambio, anche nel commercio chi vende più di quanto acquista vince, ma gli squilibri eccessivi sono un rischio. I conti con l’estero determinano la salute di un Paese e il “cliente” ha un suo potere, specie se sono gli Stati uniti.

Gli Usa stanno cercando di ridurre l’enorme deficit, e questo li porta in rotta di collisione con i due grandi Paesi in surplus, Cina e Germania, con quest’ultima che coinvolge nello scontro – visto il suo peso specifico – l’intera Eurozona, Italia compresa. La cosa era già partita con la presidenza Obama, durante la quale la Germania è stata messa dagli Usa nella lista dei Paesi manipolatori di moneta e lo scontro con l’Ue si è acuito con lo scandalo del Dieselgate, che ha colpito la più grande industria tedesca (le mega multe europee ai colossi digitali Usa sono sembrate la rappresaglia). Trump è andato oltre, promettendo dazi e varando un pesante taglio fiscale alle imprese per attrarre capitali. Dal suo insediamento, il dollaro si è deprezzato del 20% sull’euro, il cui rialzo ora rischia di minare la ripresa dell’eurozona e ritardare l’uscita dal Qe auspicata dai tedeschi. Ieri Draghi ha svelato la “preoccupazione per lo stato delle relazioni internazionali. Se ciò dovesse portare a una stretta di politica monetaria ingiustificata (da parte della Federal Reserve americana, ndr), ripenseremo la nostra strategia”. Oggi tocca a Trump.

Sottosegretario alla Famiglia al festino macho dei vip inglesi

Sono francamente rimasta sconvolta quando ho letto le notizie del gala del Presidents Club, pensavo che questa sorta di mercificazione delle donne fosse qualcosa del passato”. Parlando con i media britannici a Davos, la premier britannica Theresa May ha commentato le denunce di molestie verbali e palpeggiamenti di una giornalista del Financial Times infiltrata come una delle 130 hostess al ricevimento per soli uomini (circa 350, tra imprenditori e politici) del Presidents Club.

Denunce che stanno provocando scandalo e imbarazzi a Downing Street visto che tra i partecipanti alla festa figurava anche Nadhim Zahawi, sottosegretario alla Famiglia e i bambini. Zahawi, ambizioso deputato 50enne, figlio di rifugiati politici curdo-iracheni e promosso a ruoli governativi appena un paio di settimane fa tra le figure simbolo d’una nuova leva meno logora e più multietnica di Tories emergenti, è stato convocato a Downing Street dal capo del gabinetto, Julian Smith, e si è giustificato dicendo di essere rimasto pochissimo alla festa. La May – che in una nota ufficiale si era anche detta “inorridita” – ha accettato le spiegazioni del sottosegretario, secondo quanto dichiarato dalla stessa premier.

Il guardiano del ponte serbo: l’ultimo sangue per “liberare” il Kosovo

Sei pallottole. Killer senza nome, senza volto. Un’auto che sfreccia via per le strade del Kosovo e del sangue. Oliver Ivanovic, leader della minoranza serba, è stato colpito al petto a Mitrovica, la città divisa: sulla riva destra del fiume Ibar c’è l’enclave serba, alfabeto cirillico, religione ortodossa. Sulla riva sinistra vive la popolazione albanese e musulmana. Stava raggiungendo la sede del partito socialdemocratico, a cui era stato appiccato il fuoco nel 2013. In quell’anno Ivanovic si era candidato come sindaco. Litigò con i vertici a Belgrado, perse le elezioni, ma diventò riferimento politico dei serbi che vivono ancora in Kosovo dalla fine della guerra. Mentre la neve cadeva gelida, Ivanovic è morto a pochi passi dal ponte che divide la città in due, simbolo della resistenza slava, altare di barricate e scontri tra musulmani albanesi e ortodossi slavi dal 1999.

È stato ucciso il 16 gennaio, proprio il giorno in cui a Bruxelles cominciavano i negoziati tra Belgrado e Pristina sotto l’egida della bandiera blu, a stelle dorate dell’Ue. Fermi già da un anno, i colloqui sono stati di nuovo interrotti. Questa morte, per alcuni, lascerà una scia di sangue che condurrà più velocemente alla strada degli accordi di pace, per altri è la linea rossa che infiammerà la pericolosa illusione che il Kosovo possa tornare provincia di Belgrado. Per tutti è il chiaro segno che sta cambiando l’intera stabilità dei Balcani.

Ex campione di arti marziali, “guardiano del ponte” insieme ad altri vigilantes, 64 anni, Ivanovic aveva alle spalle una condanna per crimini di guerra, 9 anni di prigione e nemici tra i politici serbi quanto tra quelli kosovari.

Tra i cristalli di neve e la nebbia di Belgrado è stato seppellito al cimitero di Novo Groblje, insieme a eroi di guerra, presidenti, uomini che sono morti per quella che credevano potesse diventare la “Grande Serbia”. La sua tomba è nella stessa ala di Zoran Djindjic, il giovane premier riformista che il 12 marzo 2003, nel cortile del Parlamento, fu assassinato dal cecchino Zvezdan Jovanovic dal palazzo di fronte. Jovanovic, che faceva parte di una banda di criminali, uccidendo il primo premier moderato che Belgrado ricordi, con una sola pallottola deviò il percorso della storia del paese, che tornò ad arroccarsi sulle posizioni nazionaliste. Assassinato come Djindjic, anche Ivanovic era nel mirino della criminalità, quella della droga e della corruzione del Kosovo del nord, dove sia Belgrado che Pristina stentano a mantenere il controllo.

Aspettare giustizia a Mitrovica è difficile soprattutto in inverno. Poco lontano, Pristina celebrerà il 17 febbraio l’anniversario dell’indipendenza del Kosovo, anche se Serbia, Russia, Cina, Spagna non l’hanno mai riconosciuta. Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha visitato le enclavi. “La Serbia troverà gli assassini”, ha detto senza escludere che il mandante di Ivanovic sia serbo. Alla folla che gli ha chiesto protezione, Vucic ha risposto: “I serbi devono rimanere nelle loro case in Kosovo, non possiamo abbandonare la terra che abitiamo sin dai tempi antichi”. Ma questa è forse l’unica promessa che il presidente non manterrà: il Kosovo è il pedaggio da cedere alla soglia d’ingresso d’Europa.

2025: è l’anno in cui la Serbia, si prevede, entrerà a far parte dell’Unione, insieme al Montenegro. Decisione che verrà annunciata a breve, le indiscrezioni dicono il 6 febbraio. Bruxelles pretende che Belgrado “normalizzi le sue relazioni col Kosovo”, cioè ne accetti l’indipendenza, in quei Balcani dove un’altra morte minaccia il silenzio, non la pace, che da quando la guerra è finita, non è ancora arrivata.

Rajoy: “Fermate Puigdemont”. Gli indipendentisti: è un golpe

Nella tarda mattinata di ieri, la vicepresidente del governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría ha convocato una conferenza stampa non prevista. Da alcuni giorni, presso l’Audiencia Nacional, è ripreso il processo collegato alla trama di corruzione Gürtel, attraverso cui, secondo le dichiarazioni dall’ex segretario generale del PP valenciano Ricardo Costa, si sarebbe finanziato irregolarmente il Partido Popular della Comunità Valenciana. Ma nel suo incontro con i giornalisti, la vice di Rajoy si è concentrata sull’iniziativa che prenderanno oggi, per impedire la candidatura di Carles Puigdemont a presidente della Generalitat. E non solamente, come nei giorni scorsi, minacciando l’impugnazione presso il Tribunal Constitucional dell’investitura a distanza, o l’arresto nel caso Puigdemont si manifestasse di persona in Parlamento, dispiegando a questo scopo una caccia all’uomo fin sotto i tombini. Questa volta il governo spagnolo ha avvisato che impugnerà direttamente la proposta di candidatura di Puigdemont (nonostante il parere contrario, seppur non vincolante, del Consiglio di Stato) fatta dal presidente del Parlament Torrent lunedì, una volta consultati i gruppi parlamentari. Obiettivo del governo sarebbe quantomeno quello di far sospendere la candidatura di Puigdemont in attesa di sentenza dell’alto tribunale, obbligando gli indipendentisti alla scelta di un altro candidato.

Il portavoce di JxCat, Eduard Pujol, ha accusato il governo spagnolo di star realizzando un “colpo di Stato” e di non voler accettare i risultati delle elezioni dello scorso 21 dicembre, come si era temuto in campagna elettorale. Il governo in esilio a Bruxelles ha precisato che per essere presidente della Catalogna sono necessari due soli requisiti: essere un parlamentare e avere l’appoggio della maggioranza dei deputati del Parlamento. Ciutadans e i socialisti catalani hanno avallato l’iniziativa del governo per impedire l’investitura di Puigdemont; i Comuns hanno criticato la vicepresidente per aver scelto la giudizializzazione del conflitto, chiedendo però responsabilità ai partiti indipendentisti. Che, se nella prima mattinata sembravano divisi sul da farsi, si sono ricompattati almeno formalmente dopo l’annuncio di Santamaría. E il presidente Torrent, in serata, convocava per il pomeriggio di martedì, il dibattito e la votazione dell’investitura del deputato Puigdemont alla presidenza della Generalitat.

Il freddo comunicato di Cambridge nel giorno della commemorazione

“Sappiamo che oggi è il giorno della commemorazione di Giulio e siamo al corrente che la stampa italiana ha scritto ancora dell’inchiesta. Per il momento non rilasceremo nuovi comunicati”.

Il portavoce dell’Università di Cambridge risponde così, ieri mattina, alla nostra richiesta di commenti sui nuovi sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni.

Il 9 gennaio scorso il Procuratore di Roma Sergio Colaciocco, in collaborazione con le autorità britanniche, aveva interrogato a Cambridge Maha Abdel Rahman, tutor di Giulio, e ne aveva fatto acquisire pc, cellulare, chiavetta usb e hard disk.

Il 17 gennaio, con una lettera durissima, il vicerettore dell’ateneo britannico aveva accusato la stampa italiana di condurre contro la docente una “vergognosa campagna di denigrazione, alimentata da convenienze politiche”.

Secondo le ultime notizie, però, starebbero emergendo alcune incongruenze fra quanto sempre sostenuto dalla professoressa e quanto trovato nei supporti elettronici analizzati. Su questo, per ora, da Cambridge no comment.

Anatomia degli ultimi istanti Giulio nel cuore nero del Cairo

Tutti chiedono verità per la morte di Giulio Regeni. L’onda ‘gialla’ ieri ha riempito decine di piazze in Italia, a due anni dalla scomparsa dell’allora 28enne ricercatore della Cambridge University. Al Cairo il clamore del caso sta svanendo, resta solo un tiepido ricordo. Ieri sera, esattamente due anni fa, alle 19.41 Giulio lasciava il suo ultimo segnale captato, prima di essere inghiottito da un buco nero senza ritorno.

La Procura di Roma ammette gli ottimi progressi dell’inchiesta dopo cento giorni di fastidiosi depistaggi, eppure la verità ufficiale, quella giudiziaria, non appare imminente e soprattutto certa. Col presidente al-Sisi al potere per altri 4 anni – così appare, dopo le fughe e gli arresti dei contendenti a 2 mesi dal voto – difficile pensare a una svolta.

Il Cairo non ha alcuna intenzione di mettere sotto processo se stessa. I faldoni consegnati dal procuratore generale, Nabil Sadeq, ai colleghi italiani e ai legali della famiglia Regeni sono incompleti. Nei giorni a cavallo dei due tragici anniversari, scomparsa e ritrovamento del cadavere di Giulio, spuntano fuori nuove prove e nuovi testimoni, altri ritrattano. Solo rumore e depistaggi. Gli inquirenti si aspettano un ‘miracolo’ dalle immagini registrate dal circuito di videosorveglianza della metropolitana del Cairo: “Le hanno bruciate, sono scomparse, stop. Non dobbiamo aspettarci nulla da quel fronte”. Maaty Elsandoubi è un giornalista egiziano scappato dall’Egitto l’anno scorso dopo le pressioni subìte dal regime, adesso vive a Roma. Dal 3 febbraio 2016 ha lavorato sul caso del ricercatore di Fiumicello: “Si è parlato di imprese specializzate nel recupero dei video, tedesche, russe, tutto inutile. Potranno sbattersi quanto vogliono, ma in quegli apparati non troveranno più nulla. Sono pessimista, credo che fino a quando al-Sisi sarà al potere la verità sulla morte di Giulio non emergerà. O di sicuro sarà incompleta”.

Il 25 gennaio 2016, quinta ricorrenza della rivoluzione di piazza Tahrir, la città era in fermento, polizia e militari schierati. Il regime blindò la zona centrale, da Garden City a Downtown, passando per Bab al-Luq. L’obiettivo? Evitare gli scontri e le violenze degli anniversari precedenti. Tra le strategie messe a punto anche la chiusura della stazione Sadat della metro (ieri non è mai stata chiusa, segno che il regime non ha annusato rischi), proprio quella sotto piazza Tahrir.

Giulio aveva previsto tutto. Dovendo recarsi in centro per incontrare un amico, e da lì raggiungere un docente universitario per festeggiare il suo compleanno, sarebbe sceso alla fermata successiva, al-Naguib. Da al-Bahoos, la stazione nel quartiere di Dokki a trecento passi da casa sua, fino ad al-Naguib sono 4 fermate. Si pensava che Giulio fosse comunque salito sul treno per essere poi fermato dal personale dei servizi di sicurezza immediatamente dopo essere sceso dal treno. In realtà è molto probabile che Regeni su quel treno non ci sia mai salito. Il colpo di mano per sequestrarlo sarebbe avvenuto dentro la stazione di al-Bahoos. Per 8 giorni e mezzo è finito nelle mani degli aguzzini. Ci sono nomi e cognomi, prove circostanziate e la conferma di ripicche e sgarbi tra servizi segreti civile e militare. La conferma sta proprio nel ritrovamento del corpo di Regeni, la mattina del 3 febbraio, ai margini dell’autostrada Cairo-Alessandria. Luogo e tempistica tutt’altro che casuali: a poca distanza da una base dei servizi e nel giorno della missione politico-economica del nostro governo.

Di recente, le attenzioni si sono spostate anche nel Regno Unito, all’Università di Cambridge, il committente per la ricerca sul campo. Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso al Cairo e ha iniziato a morire dal giorno dell’approccio verso il mondo dei venditori ambulanti e dei sindacati autonomi. Un covo di serpi, di informatori della polizia, assoldati per registrare ogni movimento sospetto in chiave anti-regime, strumenti per tastare il polso della situazione.

Dopo la morte di Giulio i sindacati indipendenti in pratica sono scomparsi, quanto meno nessuno rappresenta più gli ambulanti. Tutto inglobato all’interno del sindacato ufficiale (Etuf, Egyptian trade union federation). Lo stesso Mohamed Abdallah, intervistato ieri dal Fatto, ha ammesso d’aver perso il lavoro dopo tutto il clamore suscitato dalla sua denuncia. Tra gli ambulanti, però anche brava gente: “Dal giorno del rapimento a oggi ho paura a rispondere alle chiamate di chiunque sia collegato a Giulio – racconta un venditore che vuole restare anonimo – Continuo a fare il mio mestiere, ma intanto sono andato via dal mercato Ahmed Helmy (quello del video registrato in incognito da Abdallah un mese prima del rapimento di Regeni, in cui il sindacalista chiede i soldi per curare sua moglie malata di cancro, ndr.), non sono mai andato d’accordo con Abdallah, è una brutta persona. Ricordo ancora il primo giorno in cui vidi quel giovane. Prima non mi fidavo degli stranieri, gente strana che vedi nei film, li tenevo lontani. Poi è arrivato Giulio, col suo idealismo, le buone maniere, il sorriso sincero. Ci ha coinvolto tutti. Un ragazzo eccezionale, disposto ad ascoltare seriamente i nostri problemi, di chi fa una vita da cani in mezzo alla strada. Mi ero affezionato, oggi piango spesso pensando a lui e ho gli incubi”.

La Sacra, il tempo del fuoco e la cenere che siamo noi

Sono rimasti in tre. Tre sono i reverendi padri a custodia della Sacra. È il complesso architettonico la cui Torre del monastero, ai piedi dell’Abbazia di San Michele in val di Susa, presa dal fuoco di un incendio la notte dell’altrieri, ha svegliato in loro la certezza: “Non darà cenere questo fuoco, ma luce”.

Per don Giuseppe Bagattini, 82 anni – rettore della Sacra – per padre Camillo Modesto e per padre Joseph Vinod, è stata una prova di fede: “Non abbiamo avuto paura”. Per qualcuno di noi – da lontano, ciascuno coi propri frammenti di memoria – un già visto: la pagina di un libro e la sequenza di un film, Il Nome della Rosa.

Per la maggior parte di noi che ci troviamo a calpestare nell’indifferenza la storia, le parole, i cavalieri, i re, i poeti e noi stessi – noi che ci troviamo a passare da Torre Argentina, a Roma, e non sappiamo che lì è stato accoltellato Cesare – la Sacra è solo una cartolina tra tante, il frammento di un mosaico che solo un incidente, un cortocircuito elettrico, svela oltre la coltre del feticcio turistico.

Danni tanti, ma salvo il patrimonio artistico. C’è una biblioteca, una storia e una magia irresistibile nella colonna di fumo acre che dal tetto di queste mura erte nell’alto medioevo svelano ciò che fu: un antico presidio militare di epoca romana, poi diventato con i Longobardi sede del culto dedicato all’Arcangelo, ereditato da Federico I Barbarossa e dall’insigne nipote, quel Federico II che della liberalità e delle incursioni in mondi lontanissimi aveva fatto uno stile di vita.

I monumenti sono l’inciampo attraverso cui la verità di ciò che siamo, pur nella mostra di sé – e la Sacra chiama centomila visitatori l’anno – si nasconde.

Le statue e le piazze, e le vie, dedicate al generale Giuseppe Garibaldi – che ha dormito ovunque, a giudicare dalle lapidi, dalla Sicilia fino alle prossimità di Roma – vogliono oscurare lo splendore della Napoli del Borbone, ma è l’ignoranza nostra, corroborata dall’indifferenza, a tenere viva la vulgata di dannazione consolidata sul Regno delle due Sicilie.

Ci precipitiamo a Versailles, inserita in qualunque tour di Parigi, e dobbiamo registrare come una meta finalmente raggiunta – quella di rendere fruibile la Reggia di Caserta e i suoi giardini – un’impresa titanica e non un normale fatto d’identità e memoria.

La Storia siamo noi, cantiamo con Francesco De Gregori, purché tutto l’ammasso di pietre e paesaggio non c’impegni nelle spremute di cervello. La Storia se la prendono gli altri se noi, visitando la Valle dei Templi o il teatro greco di Siracusa – assistendo anche alle rappresentazioni delle tragedie – non seminiamo parte di noi stessi per rigenerare quella ricchezza.

In Grecia ci s’inerpica sul sentiero che dal centro di Atene conduce al Partenone e il mondo intero, cosciente del cosmo, della polis e della filosofia, accompagna i visitatori per specchiarsi nella gratitudine propria del sentire.

Gli stessi visitatori che portandosi in questa Italia immemore vede polverizzare, al contrario, secoli di civiltà nel circuito degli eventi o in quel verminaio della specializzazione dove un tesoro della memoria si consuma al pari di un formaggio, nella muffa museale.

Grazie a Eco e alla sua potenza di sana malia pop, osservando quel soffitto in fiamme qualcuno di noi ha rivisto Jorge e i suoi occhi senza luce, quindi le pagine della Poetica di Aristotele, la svelta e agile furia di Guglielmo di Baskerville e i diecimila volumi effettivamente presenti nella biblioteca – fuori dalla trasposizione letteraria e cinematografica – sono seme di una storia che attende altri, non noi.

È un luogo del Veltro, la Sacra. Una tappa imposta dalla rosa sapiente, quella che i ghibellini – quasi dei moschettieri del sovrano atteso alla fine dei tempi – ritrovano nelle pagine della Divina Commedia. Fosse solo per Dante Alighieri, diceva sempre il cardinal Biffi, l’Italia avrebbe come farsi riconoscere innanzi al mondo, ma è quello stesso Poeta degradato a pasticcio telegenico nella patria dove non il sì suona, ma il cachet di Roberto Benigni.

Quelle mura in Piemonte, levigate secondo l’arte regia alchemica, non sono dunque solo il passaggio obbligato per i pullman dei tour operator, vantano anche l’alito del mistero, accolgono il segreto di un tracciato sapienzale e così anche il fruscio di Michele, l’arcangelo.

È il santo che con le sue ali, dalla val di Susa, trova ancora in Italia, sul Gargano, sulle sassaie di Monte Sant’Angelo dove prega Pio da Pietrelcina, l’altro luogo santo oggi meta di pellegrinaggio per i devoti e di ricerca per chi sa riconoscere.

Quelle mura, quelle dove trova fondamento la Sacra, sono radici di un’origine il cui lume è armonia. Lo Scalone dei Morti con il Portale dello Zodiaco e la Torre della Bell’Alda fanno ben più di un romanzo, più di un’epoca e ben più del presente: presagio di pagine altrui, quelle dei Cieli.

Sacra e a maggior ragione santa, la Sacra, perché nella solidità delle vestigia rivela il servigio prestato a indifesi in carne e ossa, i tre anziani sacerdoti, chiamati alla prova perché la preghiera – e lo diceva Bernardo da Chiaravalle, santo luminosissimo della cristianità in arme – è fortezza. Sacra casa per tre che sono rimasti in tre perché – e lo diceva tuonando il venerando Jorge – non tutto è per tutti.

Gli sconosciuti naufraghi dell’Isola di Gomorra

Per la par condicio dopo il Grande fratello Vip doveva andare in onda L’Isola degli sconosciuti, ma forse sarebbe stata fatica sprecata. Ormai le sabbie che separano Vip e non Vip sono sempre più mobili e i reality di ultima generazione servono a questo, a immortalare lo sprofondo nel tragitto da o verso la celebrità. È questione di vita o di morte, e i naufraghi della nuova Isola dei famosi (Canale5, lunedì sera) non hanno perso tempo. Il cubano Amaurys Perez non si sa bene chi sia ma è già un gigante in tutti i sensi, soprattutto nei doppi sensi; Francesco Monte ha capito che l’unica possibilità di riconquistare Cecilia Rodriguez era andare a Cayo Cochinos e sperare che arrivi anche lei (le telecamere fanno miracoli); Giucas Casella è dotato di tali superpoteri da sentirsi male pur di tornare in Tv (è il bello della cistite); Francesca Cipriani pur di farsi notare rischia di far precipitare l’elicottero. Tutto questo accade in prima, seconda, terza e quarta serata, nell’aldilà di Marzullo: il trash di ultima generazione non conosce limiti nemmeno nelle misure, è il senso stesso dell’apparire, lo si persegue e lo si coltiva con abnegazione. Il Trash è diventato Vip. E siamo solo alla prima infornata: pronti a sfidare i Vip della Tv scalpitano in panchina i talenti pescati nel web; un personal trainer, una influencer e un mental coach; qualunque cosa significhino in inglese, nessuno dei tre si esprime in un italiano decente. Poi dicono che è diseducativa Gomorra.