A Milano torna il progetto bipartisan: via Craxi

Prima o poi ci riusciranno, a intitolare una via a Craxi, nella nostra Milano. Il progetto torna, ciclico e inesorabile. Ogni anniversario è buono per rilanciare la proposta. Che la ripetano i figli, è umanamente comprensibile. Ma dedicare una via o una piazza non è una mozione d’affetto filiale, è una scelta civica, culturale e politica. In occasione del diciassettesimo anniversario della morte dell’ex segretario socialista, il sindaco Giuseppe Sala “riapre il dibattito”, lasciando aperta la possibilità: “Io sono favorevole a riaprire il dibattito”, ha dichiarato. Poi ha fatto l’anguilla, come al solito: “Senza dare un giudizio, che è ancora complesso. Non so se Milano sia pronta o meno, bisogna ascoltare la città. Certamente, è giusto interrogarsi per capirlo. Quindi bene almeno il dibattito”.

Capito? Milano “non è ancora pronta”: come dire che presto lo sarà, che prima o poi ce la faremo, a intitolare una via o una piazza a Bettino. Quando riusciremo a far tacere quegli stupidi giustizialisti che ancora ripetono che è un condannato per fatti di corruzione morto latitante all’estero per sfuggire alla giustizia del suo Paese. Quando riusciremo a seppellire la memoria, che ci ricorda che Craxi fu uno dei perni del sistema di corruzione che divorò la Prima Repubblica e portò il Paese sull’orlo del crac, con un debito pubblico che ancora oggi ci pesa addosso.

Intanto c’è chi una via a Craxi l’ha già dedicata: è il sindaco di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano, di Forza Italia, uno che è stato indagato dalla Corte dei conti della Lombardia che gli ha contestato di essersi intascato illegittimamente 62 mila euro, soldi pubblici, da una società di cui era amministratore delegato (e che poi è miseramente fallita). Per non farsi mancare niente, Di Stefano annuncia che dedicherà anche un giardino a Gianfranco Miglio, quello che dichiarava cose così: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’Ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando”; e che, secondo il boss Giuseppe Graviano (intercettato) era “sceso in Sicilia perché aveva un bel progetto” e “s’incontrò pure con Nitto”, cioè con Santapaola, il capo di Cosa nostra a Catania.

Anche Andrea Orlando, dimenticando di essere il ministro della Giustizia e non della Latitanza, ha dichiarato che Craxi è “una figura importante e controversa della sinistra, che commise errori, ma fu portatrice di grandi innovazioni e di ipotesi di modernizzazione del Paese”. Discutiamone. Per il ministro Orlando, “questa discussione consente di legare la figura di Craxi non soltanto agli errori, che pure ci furono, ma anche a un’idea di innovazione che Craxi propose a un Paese che da molto tempo non vedeva un’idea di trasformazione della politica”. Effettivamente la politica del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) si trasformò in un grande banchetto di tangenti, di finanziamenti illegali ai partiti, di denaro pubblico sperperato per opere a volte inutili, e che anche quando erano utili, se confrontate con opere simili realizzate in altri Paesi europei, costavano il triplo e venivano terminate nel doppio del tempo.

Ma ce la faranno. Prima o poi, come dice Sala, “Milano sarà pronta”. Giangiacomo Schiavi, sul Corriere delle Sera, ha ricordato che, prima che a Craxi, magari si potrebbe intitolare una via a Pietro Bucalossi, medico, uomo onesto, sindaco di Milano dal 1964 al 1967, pioniere della lotta ai tumori. Chissà, poi, se arriverà prima l’intitolazione di una via a Craxi, oppure la cancellazione delle vie dedicate ai professori che aderirono al Manifesto della razza o ad altri razzisti e antisemiti.

Parlamento a “casa”, potere a un premier

Mi è venuta una ‘pazza idea’. Mi è venuta osservando in questi anni o mesi Gentiloni, Letta, Padoan, Calenda, Maroni, Tremonti, Brunetta, Meloni, Di Maio, Di Battista. Persone, per capacità, esperienza o perché portatrici di idee inedite, politicamente decenti, naturalmente per il campionato italiano perché se, come nel calcio, ci fosse la possibilità di rivolgersi all’estero, acquisteremmo sul mercato Angela Merkel, che ci costerebbe sicuramente meno della cifra sborsata dal Paris Saint Germain al Barça per Neymar, le affideremmo il governo per dieci anni e poi, finito il contratto, la rimanderemmo a casa sua.

L’idea è la seguente. I cittadini eleggono direttamente il presidente della Repubblica. Come negli States. Ma a differenza degli Stati Uniti costui non farebbe il premier, si limiterebbe a nominarlo. Come ora in Italia, ma con la differenza che il primo ministro avrebbe totale libertà di scegliersi i suoi ministri, dal mondo politico e dalla società civile, senza stare a badare alla loro provenienza ideologica ma solo alla loro capacità, competenza, creatività. Sarebbe un ‘governo dei migliori’ o, se si preferisce, dei ‘meno peggio’. Costoro potrebbero ‘fare squadra’ senza dover essere costantemente impegnati in ‘baruffe chiozzotte’ che, attualmente, servono solo per smarcarsi, per trovare una collocazione e una visibilità. Il governo dei ‘meno peggio’ sarebbe, nel suo operare con una buona coesione, facilitato dal fatto che le categorie ‘destra’/’sinistra’, vecchie di due secoli e mezzo, non hanno più senso e sono praticamente indistinguibili. Come si vede in questa abominevole, ma anche chiarificatrice, campagna elettorale dove tutti i partiti propongono le stesse cose anche se fingono che siano diverse. Perché tutti sanno quali sono le cose prioritarie da fare nel nostro Paese. Verrebbe eliminato il Parlamento. Un’Assemblea, oltre che estremamente costosa, inutile perché, come sappiamo tutti benissimo, deputati e senatori sono nominati dai segretari di partito o dai loro più stretti sgherri e a loro obbediscono oppure passano disinvoltamente da una formazione all’altra non per convinzioni ideali ma per pura convenienza personale o addirittura per denaro. È il ‘mercato delle vacche’ cui assistiamo da qualche decennio e che negli ultimi tempi ha assunto ritmi parossistici (L’assenza del “vincolo di mandato”, stabilita dalla nostra Costituzione, art. 67, fu decisa in un’epoca completamente diversa, di grandi passioni ideali, per cui nessuno si sarebbe sognato di passare da un giorno all’altro, poniamo, dalla Dc al Pci, casomai si staccavano interi gruppi in dissenso dal proprio partito formandone uno nuovo, come avvenne per il Manifesto dopo le vicende di Praga).

Questa nuova Costituzione eliminerebbe via via anche i partiti, il vero cancro della democrazia liberale, il killer della meritocrazia. Perché nessuno avrebbe più interesse a infeudarsi in questi apparati mafiosi dato che i posti di rilievo verrebbero conferiti, senza interferenze di partito, direttamente e liberamente dal premier e dal suo governo non dovendo ricorrere ad alcun manuale Cencelli. Per le Regioni e i Comuni verrebbe mantenuto l’attuale meccanismo elettorale, ma anche qui il presidente della Regione o il sindaco, liberati dai diktat dei partiti, potrebbero scegliere i propri assessori senza alcuna pregiudiziale ideologica. Resterebbero naturalmente i Referendum, sia propositivi che abrogativi, con forza di legge. E se il governo non funziona? Il presidente della Repubblica cambia il primo ministro che a sua volta darebbe vita liberamente a una nuova formazione, eliminando quelli che si sono dimostrati incapaci e mantenendo, della precedente, quelli che si sono rivelati validi. E se non funziona il presidente della Repubblica, se le sue scelte non convincono? Se ne elegge un altro. Insomma, per disperazione, mi sono creato la mia Costituzione. ‘Pazza idea’? Chissà…

Pignatone, Regeni e quelle finte verità

In una irrituale lettera a due giornali amici, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha rivendicato la linearità dei comportamenti del suo ufficio nell’affiancare gli inquirenti egiziani che indagano, o dovrebbero indagare, sull’assassinio di Giulio Regeni. La collaborazione con il Cairo, scrive in sostanza Pignatone, per quanto sia complicata e tortuosa ci ha messo nelle condizioni di sventare depistaggi, scoprire informatori che avevano segnalato il ricercatore agli apparati di sicurezza, e (ma questo non è detto esplicitamente) identificare poliziotti egiziani coinvolti a vario titolo nel delitto.

Perché nessuno di questi ultimi è stato incriminato? Come per rispondere a questa obiezione Pignatone fa presente che la cooperazione tra le due magistrature ha i suoi tempi e “qualunque fuga in avanti da parte nostra si trasformerebbe in un boomerang in grado di vanificare quanto fin qui con fatica costruito”. Infine il procuratore difende le indagini condotte a Cambridge e accompagnate da gran fracasso mediatico, in quanto avrebbero offerto materiale “utile alle indagini”. Anche se quest’ultima formula pare troppo vaga per non essere furba, la ricostruzione del procuratore nel complesso rispecchia dati di fatto. Il problema è che contiene solo una parte della verità, e non potendo dire la parte mancante Pigantone avrebbe fatto meglio a tacere, essendo una verità a metà di fatto una menzogna.

Per cominciare ciò che rende del tutto anomala la collaborazione tra le due magistrature non è la differenza tra i due ordinamenti, tantomeno la “mentalità araba” chiamata in causa da Pignatone, quanto il paradosso italiano per il quale Roma chiede all’assassino chi sia l’assassino. Ragione per la quale in testa al fascicolo della procura andrebbe scritto a chiare lettere: questa indagine non condurrà mai alla verità. Il Cairo non ci dirà mai come è morto Regeni, chi l’ha materialmente torturato, chi ha dato l’ordine di sopprimerlo, e perché. Potremo al più individuare figure di contorno, quelle che peraltro già conosciamo, essenzialmente per merito degli investigatori italiani, carabinieri del Ros e poliziotti del Servizio centrale operativo. Ma appena le indagini arrivassero sulla soglia della camera di tortura, o più esattamente al sistema della tortura e degli omicidi extragiudiziali col quale il regime governa, le informazioni offerte dal Cairo diventerebbero scarse e lacunose: come peraltro è già successo. Se infatti in questa storia c’è una cosa ovvia è che il vertice egiziano sa tutto sulla morte di Regeni dal primo minuto, ma nasconde e mistifica. Questo rende semplicemente farsesca la determinazione a trovare la verità che al-Sisi ripete a italiani compiacenti, politici o ministri.

Di questa indecorosa commedia fa parte anche il Procuratore generale Nabil Sadek, che Pignatone ringrazia pubblicamente nella sua lettera benchè il personaggio sia un magistrato sui generis, e forse neppure un magistrato. Insediato da al-Sisi dopo il golpe in quanto fidatissimo, Sadek garantisce quantomeno col suo silenzio il sistema che ha inghiottito Regeni. Il rapporto di Human Right Watch del 5 settembre scorso descrive quel sistema come una gigantesca “catena di montaggio”: “La polizia e gli ufficiali della sicurezza nazionale torturano regolarmente detenuti politici con metodi che includono pestaggi, scosse elettriche, posizioni dolorose e talvolta stupri”; i dissidenti spariscono nel nulla; e le procure, che Sadek ispira, perseguono non queste sistematiche violazioni ma i magistrati e gli avvocati che le denunciano.

Il rapporto di Human Right Watch ammonisce Sadek che questi comportamenti sono configurabili come “crimini contro l’umanità”. Non risulta che il procuratore generale si sia convinto a pentirsi. Il suo predecessore fu fatto saltare in aria nel 2015 da un gruppo di ragazzi alle prime armi, tutti in seguito arrestati, torturati, condannati a morte e ora in attesa di esecuzione. ‘Terroristi’, concorderebbero magistrati egiziani e italiani. Ma eliminarono lo strumento mortale di un regime golpista con un’azione di resistenza armata che l’etica liberale e i principi degli stati di diritto occidentali tendono a considerare legittima. Non immagino quale sia in merito l’opinione di Pignatone ma il procuratore converrà che le speranze di conoscere l’intera verità sulla morte di Giulio Regeni non dipendono dalla buona volontà di al Sisi e della sua banda, incluso l’esimio procuratore generale, semmai dalla possibilità che costoro spariscano presto della scena, e un regime di transizione autorizzi finalmente a indagarne le malefatte.

Mail box

 

Una pena spropositata per aver fatto una critica

Intendo partecipare al pagamento della multa comminata a Travaglio. I motivi sono ovvi. Per cortesia inviatemi il codice Iban dove possa inviare il mio contributo.

Massimo Giorgi

 

Leggo oggi sul Fatto della eventuale condanna per diffamazione che vedrebbe costretto Travaglio a un’azione risarcitoria. Mi consideri sin d’ora a sua disposizione per un contributo cos’ come altri lettore. Un caro saluto.

Marcello Scalzo

 

Mi unisco agli altri lettori del Fatto per esprimere al direttore Travaglio la solidarietà e la partecipazione al pagamento della somma richiesta in risarcimento. E per far sentire forte il sostegno contro l’intimidazione nei confronti di una voce libera in una informazione sempre più asservita.

Filippo Garofalo

 

Cari Massimo, Marcello e Filippo, grazie anche a voi e a tutti gli altri lettori che mi hanno inviato la loro solidarietà per la mia condanna (per fortuna solo in primo grado) a una pena spropositata per aver osato criticare una sentenza. In questi giorni mi domando quanto mi sarei beccato se, anziché esporre le mie critiche civili e argomentate, avessi definito quella sentenza “criminale”, come ha fatto (come sempre, impunemente) Silvio Berlusconi a proposito della sua condanna definitiva per frode fiscale. Forse, in certi tribunali, al posto del desueto “La legge è uguale per tutti”, bisognerebbe affiggere il più attuale “C’è chi può e chi non può”.

M. Trav.

 

Nel caso Renzi-Cdb la toppa è peggio del buco

L’aspetto più surreale della vicenda Renzi-De Benedetti sulle banche popolari è la seguente affermazione: “Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno! Cioè è una roba che è un controsenso. Questa è la prova provata che, che io non sapevo niente.”.

Pronunciata, secondo quanto pubblicato sul quotidiano di oggi, negli uffici Consob, convocato ex art.187-octies del Tuir.

Lo sprezzo delle regole e del funzionamento del mercato appare totale: in un Paese normale, dovendosi difendere di fronte all’autorità di vigilanza, chiunque avrebbe detto che, se avesse avuto conoscenza di informazioni privilegiate, si sarebbe sicuramente astenuto dall’effettuare qualsiasi operazione, nel rispetto delle norme di legge, e che se ha operato è perchè era convinto di non possedere informazioni privilegiate rispetto al mercato.

Qui invece siamo di fronte al contrario di tutto: si difende dicendo che, se avesse avuto informazioni privilegiate, avrebbe sicuramente cercato di farne un uso più spregiudicato.

Marco Botta

 

I continui scandali penalizzano l’amore per la Patria

L’inchiesta sulle spese pazze dei consiglieri regionali che avevano fatto indignare i cittadini, fu avviata nel 2012 dalla Procura di Milano e poi dalle Procure di tante altre città d’Italia, per accertare se i medesimi avevano utilizzato come propri e per spese personali i soldi pubblici messi a loro disposizione per l’attività politica e istituzionale. A tutt’oggi la sentenza di primo grado non è arrivata e non arriverà prima delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, ma sembra già che questo processo interminabile possa anche portare alla prescrizione dei reati in giudizio, come già accaduto tante volte. Se questo avverrà, la sfiducia dei cittadini verso i partiti si estenderà anche alle istituzioni, come avvenuto già in altre occasioni passate e recenti tipo il G8 di Genova del 2001, con le torture inflitte agli arrestati (macelleria messicana) dalle forze dell’ordine e le false prove contro i seviziati procurate da alcuni poliziotti, successivamente reintegrati al loro posto dopo la condanna definitiva e addirittura promossi. E tutto ciò non potrà non influire sui concetti di Patria e amor di Patria di ciascun cittadino, dato che la Patria rimarrà un concetto astratto, amata da pochi e utilizzata da tanti per i loro personali ed egoistici interessi.

Ivo Bagni

 

L’Europa non è come l’Italia: Berlusconi non ha credibilità

C’è una risposta comprensibile alla domanda che credo siamo in tanti a farci, e cioè a che titolo Berlusconi si aggiri tra il Parlamento e il Consiglio d’Europa dicendo di farsi garante per il prossimo buongoverno dell’Italia. Il direttore Travaglio ha scritto non molto tempo fa che un pregiudicato quale è questo signore è possibile che in questo Paese riesca anche a tornare al governo. Ricordo un Tg1 che lo dava trionfalmente per assolto quando se l’era cavata soltanto per una delle tante prescrizioni costruite su misura.

Luciano Del Pistoia

Shoah. Parlare ai giovani del passato perché si indignino anche per il presente

Qualche tempo fa, scrissi a proposito del caso Regeni, quanto fosse importante la memoria. In questi tempi di campagna elettorale, allenare la memoria è fin troppo facile, data l’innumerevole quantità di affermazioni, da parte di politici che, se non paradossalmente e vergognosamente false, sono comunque fuori da ogni minima considerazione di buon senso. Ma questo è il periodo della “Memoria”, i suoi giorni. Ne discutiamo con mia moglie, dopo aver letto “Io sono l’ultimo ebreo” (Treblinca 1942-43) di Chil Raschman-Bompiani overlook, lei raccapricciata da tale crudezza. È indispensabile parlare con le giovanissime generazioni, che devono avere una conoscenza e coscienza critica della Shoah. Ricordo la mia infanzia e la fortuna di averne letto, anche con copiosa iconografia; talvolta così dura, che qualche adulto ebbe modo di storcere il naso (erano i primi anni 60). Sono convinto, non solo per mia esperienza, che più si è giovani, più si è capaci di metabolizzare, tutto ciò che sconvolse l’animo umano, a causa della sua abiezione, forse perché visto con animo semplice e non corrotto.

Paolo Renieri

 

La sua affermazione, caro Renieri, è giusta. “Bisogna parlare con le giovanissime generazioni che devono avere una coscienza e conoscenza critica della Shoah”. Perché ciò avvenga mi sembra che siano necessarie tre condizioni che liberino i nostri ragazzi dalla persuasione di ascoltare fiction e storie di guerra, quando gli adulti parlano loro degli anni e degli eventi delle persecuzioni razziali, avvenuti non in continenti lontani, ma in Europa, in Italia. La prima condizione è di coinvolgere i propri figli o allievi o ascoltatori giovani in episodi avvenuti in luoghi che conoscono, o che sono vicini, o che possono ancora visitare e verificare. A cominciare, nei casi in cui è possibile, dall’edificio della scuola che ancora adesso frequentano. La seconda condizione è di stabilire un contatto con le testimonianze, i libri, i film, e – dove è ancora possibile – le persone. In questo senso la decisione del presidente della Repubblica, di nominare senatrice a vita una grande testimone della Shoah come Liliana Segre (e di farlo proprio nei Giorni della Memoria) è una grande iniziativa storica, morale, pedagogica. Ha conferito la piena autorità di rappresentanza del Paese a una persona che lo stesso Paese, l’Italia, aveva mandato a morte per le ignobili leggi razziali, che l’Italia fascista aveva approvato al grido di “Viva il duce!”. È bene ricordare sempre il legame stretto e diretto tra fascismo e razzismo. La terza condizione è di far sentire ai ragazzi che anche adesso vivono in un mondo che discrimina e perseguita. Chiudere le frontiere della civilissima Europa, alle famiglie superstiti che fuggono. Dalla disperazione, dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame, è colpa grave e complicità in un altro tipo di genocidio. Chiudere il mar Mediterraneo e, se possibile, i deserti africani per impedire l’arrivo in Italia di esseri umani che non hanno altra via di salvezza, è un delitto. I ragazzi lo devono sapere e imparare che il passato non è mai passato. E se provano uno scatto di sdegno e una spinta alla solidarietà, questo è il momento per non imitare i tanti italiani indifferenti e assenti di allora, che hanno permesso il delitto della Shoah.

Furio Colombo

Schwazer aveva detto la verità: condannati due medici federali

Alex Schwazer ha dettola verità: i medici federali sapevano che lui si stava dopando prima delle Olimpiadi di Londra (2012) e nulla hanno fatto per impedirlo. A sei anni dai fatti arriva, logica e durissima, la sentenza di condanna del giudice di Bolzano Carla Scheider, la prima che in Italia sanziona per aver favorito il doping due medici parte della dirigenza sportiva federale. Pierluigi Fiorella e Giuseppe Fischetto sono stati condannati a due anni di reclusione (e 10.000 euro di multa) per aver favorito allora il doping di Schwazer. Per i due c’è anche l’interdizione dalla pratica della professione medica per due anni e l’inibizione perpetua da incarichi direttivi al Coni e in società sportive. Per Rita Bottiglieri, all’epoca impiegata federale, 9 mesi di reclusione, 4.000 euro di multa e la stessa inibizione perpetua. Una sentenza importante, più severa delle stesse richieste del pm Bramante, che getta anche una nuova luce sul seguito della travagliata vicenda del marciatore altoatesino, trovato positivo una seconda volta per una infinitesimale quantità di testosterone il 1 gennaio 2016, dopo che, scontati 3 anni e nove mesi di sospensione, era tornato ad allenarsi e a gareggiare seguito da Sandro Donati, da sempre uno dei più accaniti paladini della lotta al doping. “L’atleta è l’ultimo anello della catena – dice Donati – ed è importante che i giudici abbiano trovato corresponsabilità nell’ambiente. Contro Alex c’è stata sempre una grande ostilità”. Perché? Confessando davanti ai pm, Schwazer ha chiamato in causa tutti mettendo in evidenza le pecche di un ambiente ipocrita e corrotto in cui conta solo il risultato: “E questo non te lo perdonano”. Per ora la federazione internazionale continua ad osteggiare il marciatore. Tant’è che, nonostante le richieste del pm di Bolzano e una sentenza della Corte tedesca, ancora si oppone a che le provette del test 2016, per cui Schwazer è stato condannato a ulteriori 8 anni di squalifica, vengano consegnate ai Ros italiani per una prova del Dna che risulterebbe decisiva. Una brutta storia. Con strane e inspiegabili coincidenze. Come il fatto che quel test del gennaio 2016 fu ordinato poche ore dopo la testimonianza del 16 dicembre 2015 in cui Schwazer chiamò in causa proprio i medici federali. La giustizia ordinaria ha fatto il suo corso. Quella sportiva aveva assolto tutti.

I dolori del non più giovane Giovanni

Le elezioni premono, ma non quelle del presidente della Federcalcio di lunedì prossimo, quelle Politiche del 4 marzo. In piena campagna elettorale, Lotti vuole mettere sotto tutela la Figc con la nomina di un commissario, scongiurando il rischio di consegnare la sesta industria del Paese nelle mani di Cosimo Sibilia, senatore di Forza Italia che proprio il 29 festeggerebbe sia l’elezione in Figc sia la conferma della candidatura a palazzo Madama. Chi meglio del presidente del Coni può far rinviare tutto a dopo il voto?

Tra lusinghe e minacce, Malagò le sta tentando proprio tutte per accontentare l’amico ministro del Pd che recentemente gli ha garantito per legge la possibilità di restare in carica fino al 2025, ma del quale è pronto a prendere il posto se al governo ci andrà il centrodestra, tramite i buoni uffici di Gianni Letta, vero artefice della sua prima elezione al Coni.

Per ora, Malagò è al quarto tentativo (a vuoto) di bloccare la macchina elettorale della Figc, ma non demorde, aiutato dallo spettacolo indecente che va in scena da qualche tempo: la Nazionale fuori dai Mondiali; la Lega di Serie C che continua a perdere pezzi con il tracollo finanziario di molte società; i diritti tv che invece di crescere valgono sempre meno e, soprattutto, la Serie A senza governo da più di 9 mesi.

Al vertice della Lega (quella che gli umoristi definiscono la Confindustria del calcio) c’è oggi, in veste di Commissario, lo stesso Carlo Tavecchio che da presidente della Figc dimissionato a furor di popolo, rischia addirittura di diventare il n. 1 della Serie A, con un’acrobazia studiata dal duo Lotito-Cairo. Il primo, interessato ad avere su quella sedia un altro yes-man (350 mila euro l’anno); il secondo a portare in Lega come ad (1 milione di euro l’anno) lo spagnolo Javier Tebas, già presidente della Liga spagnola, personaggio chiacchierato e sgradito a Fifa e Uefa, ritenuto un “mago” dei diritti tv. In alternativa a Sky e Mediaset, proprio Tebas – come scritto dal Fatto

– si vanta di poter garantire maggiori introiti con la piattaforma MediaPro, per poi restituire il favore a Cairo, affidandogli la raccolta pubblicitaria.

Terreno fertile, quindi, per le incursioni di Malagò che tra riunioni, summit e conference call, salta infaticabile da un tavolo all’altro: l’unico che ha dovuto disdire a malincuore è quello del burraco, per la partitella a carte con gli amici del circolo. Ma almeno per ora, sul rinvio dell’assemblea Figc di lunedì, il presidente del Coni ha fatto un buco nell’acqua ed è sempre più furioso: si sa quanto tiene alla sua immagine, ancora più che alla sostanza.

Dopo una lettera di diffida alla Figc che Tavecchio ha ignorato; il tentativo di rottura affidato a Fenucci del Bologna e dopo l’ultimatum condiviso con la Giunta esecutiva del Coni (riunione a Firenze, presente per caso il ministro Lotti), Malagò si è esposto in prima persona. E minaccia di commissariare la Figc se non imporrà alla Lega di A di eleggere la nuova governance. Come “presidente agli sgoccioli” della Figc, Tavecchio ha ricevuto la lettera della Giunta e oggi – dopo aver girato dall’altra parte della scrivania – la consegnerà a Tavecchio, cioè a se stesso, quale commissario di Lega. Ma dietro le pressioni (e la delusione) di Lotti, Malagò è stato costretto a incalzare. “Tutti e tre oggi pomeriggio in presidenza”, come ai tempi della scuola. E così gli studenti-ribelli Gravina, Sibilia e Tommasi si sono presentati dal preside-Malagò per ricevere le classiche bacchettate. Per una volta, i tre candidati al vertice della Figc sono stati d’accordo e hanno respinto la richiesta di rinviare il voto del 29, anche perché non è nelle loro titolarità, come i legali del Coni avevano spiegato invano. La partita però non è chiusa. Con l’aiuto di qualche amico del giaguaro, Malagò ci riproverà fino a lunedì mattina: se non altro, per salvare la faccia.

 

Figc, le manovre di Lotti per commissariare il calcio

La premiata coppia Lotti-Malagò all’assalto del pallone. Il presidente del Coni ha sempre pensato che un intervento esterno sia l’unico modo di rifondare il nostro calcio. Il renzianissimo ministro dello Sport, invece, si è convinto che avere in mano la Federazione potrebbe essere un vantaggio in piena campagna elettorale. Così il piano per commissariare il calcio è entrato nel vivo: il primo manda carte bollate e tuona davanti ai microfoni; il secondo si muove dietro alle quinte, chiamando sia i presidenti della Serie A (che pensano sempre ai diritti tv: oggi se non trova l’accordo con Sky e Mediaset, la Lega accetterà l’offerta degli spagnoli di MediaPro), sia i candidati per la Figc. Tifando perché nessuno vinca la partita.

Sarà per la concomitanza temporale col 4 marzo, o forse per la presenza nel lotto dei candidati di un senatore di Forza Italia, Cosimo Sibilia. Ma la corsa alla presidenza della FederCalcio si sta trasformando in un affare politico. Ufficialmente, il ministro mantiene la posizione super partes che il suo ruolo gli imporrebbe: “Non dirò il mio preferito, dobbiamo ripartire dai progetti”. In realtà, è giocatore in campo. Con un obiettivo: mettere le mani sulla Federazione, o se non altro evitare che finisca in quelle sbagliate del centrodestra. Quando Damiano Tommasi ha incontrato con Sibilia parlando di “convergenze programmatiche”, il primo ad opporsi è stato il capo degli allenatori, Renzo Ulivieri, comunista dai tanti incarichi in Federazione, che si rifiuta di votare per un berlusconiano (ma deve stare attento alla fronda interna che ha messo in dubbio la sua guida). Subito dopo, è toccato a Lotti a far sentire il suo dissenso verso un possibile accordo fra dilettanti e giocatori, che da soli avrebbero la maggioranza. I contatti non gli mancano. Basti dire che il capo delle relazioni istituzionali dell’AssoCalciatori è Fabio Appetiti, già coordinatore nazionale dell’Area Sport del Pd, che ora sta dando una mano alla stesura del programma nella Regione Lazio e a novembre firmava su Democratica (il quotidiano online di partito) un’editoriale contro i dilettanti e pro commissariamento. Se Palazzo Chigi chiama, di sicuro all’Aic c’è qualcuno che risponde. Altro centro nevralgico dei rapporti tra pallone e palazzo è l’Istituto del credito sportivo, banca dove le nomine le fa il ministro, e che finanzia tra le varie cose anche i progetti degli ex calciatori. E poi Lotti è vicino pure all’altro candidato alla Figc, Gabriele Gravina, vecchio amico del tesoriere dem Francesco Bonifazi, a cui di sicuro ha fatto piacere trovare nell’ultima manovra un contributo di 5mila euro per i giovani calciatori delle squadre della sua Serie C.

Proprio il capo della Lega Pro sarebbe il favorito in caso di accordo con Tommasi, ma la sua (come di chiunque altro, in queste condizioni) rischia di essere la classica vittoria di Pirro. Malagò l’ha fatto capire chiaramente: “La prossima rischia di essere la presidenza più breve della storia”.

Il numero uno dello sport si è stufato di stare ai comodi dei presidenti della Serie A, che da nove mesi non riescono ad eleggere i vertici e cambiare lo statuto: se entro 30 giorni la Lega non farà il suo dovere, stavolta il Coni andrà fino in fondo col commissariamento. E forse il disegno di alcuni è proprio questo. A Milano basta l’opposizione di 7 società per bloccare tutto e “impallinare” il prossimo presidente Figc: i grandi club pensano di poter trarre benefici da una eventuale reggenza esterna. O magari qualcuno glielo lascia credere, con la partita dei diritti tv tutta da giocare e i nuovi criteri di distribuzione ancora da scrivere. Così la decisiva assemblea elettiva del 29 gennaio può diventare solo un passaggio verso la nuova era del calcio italiano, targata Malagò e favorita da Lotti. Due noti appassionati di pallone. Specie se il pallone è loro.

Guerra di ricorsi: a rischio le liste della Lega

Matteo Salvini rischia di ritrovarsi privato della segreteria della Lega Nord e pure del potere di presentare le liste per le prossime politiche. Tutto è dovuto a due diversi provvedimenti: un esposto al tribunale di Milano e un ricorso formulato al ministero dell’Interno.

Il primo è stato presentato da un candidato sconfitto alle primarie del Carroccio lo scorso maggio per denunciare presunte irregolarità di Salvini nella sfida ed è stato discusso ieri dal giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano, Nicola Di Plotti. La pronuncia arriverà entro lunedì mattina. Di Plotti non ha ritenuto necessario sentire i cinque testimoni convocati né le parti, ritenendo sufficienti le memorie depositate. Se il ricorso sarà accolto Salvini decadrà dal ruolo di segretario che passerà, come da regolamento interno della Lega, al vecchio Capo Umberto Bossi, oggi presidente federale.

Il secondo è invece un ricorso che sarà depositato solamente oggi al ministero dell’Interno per “destituire la legittimazione di Roberto Calderoli a depositare il simbolo elettorale” e di Salvini a presentare “le liste per conto della Lega Nord” perché “non più militante” del Carroccio dal 14 dicembre 2017: data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dello statuto del suo nuovo partito “Lega per Salvini premier” con sede legale in via delle Stelline 1.

Si annuncia un fine settimana piuttosto delicato sul fronte padano. Bossi martedì ha firmato l’accettazione della candidatura ma non ha ancora avuto garanzie né notizie in merito al suo inserimento in lista. Poi, mercoledì, la scoperta del nuovo partito di Salvini, ha spinto la minoranza interna e gli ormai condannati all’epurazione a reagire. Come? Accertato che il Matteo meneghino ha usato le firme depositate dalla Lega Nord per presentare le liste con l’intenzione poi di dar vita ai gruppi del nuovo partito, alcuni membri del consiglio federale si sono rivolti a diversi avvocati e hanno deciso di spogliare Salvini dei poteri di segretario. C’è poi Calderoli. Il Carroccio lo aveva investito del potere di depositare per suo conto il simbolo. Ma è stato proprio il medico bergamasco a uscire dal gruppo della Lega Nord per passare al Misto e così poi fondare a Palazzo Madama il gruppo del nuovo partito. Quindi via i poteri anche a lui.

Immaginare che l’avanzata salviniana possa essere fermata da carte bollate sarebbe a dir poco fantasioso, ma sicuramente al bisegretario questi ricorsi qualche problema serio possono crearlo. Il repulisti che ha messo in atto tra i parlamentari ha creato molti nemici interni ed era prevedibile la reazione degli epurati. Ma a muoversi però sono gli stessi militanti che vivono come un affronto le mosse di Salvini. Al quale forse converrebbe quasi ammettere di aver fondato un nuovo partito per tentare di proteggere i fondi della Lega Nord dai sequestri del Tribunale di Genova che ha condannato il Carroccio a restituire 48 milioni di rimborsi elettorali allo Stato. Il tesoriere Centemero, invece, nega categoricamente che l’intento sia questo. Una cosa è certa: questa sarà l’ultima battaglia interna alla Lega Nord. Perché dal 5 marzo, giorno dopo le elezioni, il partito di Bossi non esisterà più.

Di Maio e i ministri: al Tesoro un tecnico di Bankitalia o Fmi

La data è decisa: giovedì 1 marzo, manca solo la sala. E per i Cinque Stelle, al momento, è un appuntamento dall’esito così incerto da preoccupare perfino più delle elezioni. Luigi Di Maio ha promesso di annunciare la squadra dei ministri ancora prima di sapere se andrà al governo. E adesso gli tocca mantenere la parola. Non aveva fatto i conti, però, con due variabili complicate da tenere insieme: da una parte ha bisogno di nomi forti, autorevoli, che rassicurino prima di tutto il Quirinale e poi i mercati, l’Europa e l’intero sistema di potere che guarda con timore a come si sveglierà l’Italia il 5 marzo. E però sono proprio questi “tecnici” autorevoli gli ultimi che hanno voglia di bruciarsi anzitempo, ovvero di finire su un palco con una bandiera del M5S alle spalle e poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.

Solo uno, per ora, ha già messo la faccia a fianco a quella di Di Maio e non è un caso che il suo lavoro abbia sede a Pretoria e che con il “sistema” italiano abbia già rotto 10 anni fa, quando ha deciso di andarsene: Lorenzo Fioramonti insegna Economia nell’ateneo della capitale sudafricana, sarà candidato a Roma in un collegio uninominale ma è anche in corsa come ministro per lo Sviluppo Economico in un ipotetico governo Cinque Stelle. Ma è il dicastero chiave, quello dell’Economia, il più difficile da coprire: Di Maio ha aperto due canali, entrambi utili a rassicurare l’apparato di cui sopra. Uno è con Bankitalia, l’altro con il Fondo monetario internazionale, dove da qualche mese a rappresentare l’Italia è arrivato Alessandro Leipold, il cui incarico scade alla fine del prossimo ottobre. Ambiente e Agricoltura saranno affidati a due professori universitari, mentre per la Cultura Di Maio sta sondando professionisti del settore: in corsa c’è anche lo storico dell’arte Tomaso Montanari, che ha incontrato nei giorni scorsi. C’è ancora indecisione su Esteri e Interni: continua a prevalere l’ipotesi di affidarsi a un ambasciatore e ad un prefetto, ma cresce il dubbio che due “interni” possano poi rimanere incartati in beghe tra cordate, in quelle lotte intestine che non mancano nei corridoi della diplomazia e dell’amministrazione pubblica.

Fin qui i tecnici: poi ci saranno anche i politici. I nomi che Di Maio chiamerebbe a palazzo Chigi sono 5 o 6, un terzo dell’intero esecutivo. Tutti fedelissimi del candidato premier come Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Danilo Toninelli. E le donne? Introvabili. La rappresentanza di genere è già stato un problema da affrontare alle Parlamentarie: vista la scarsità di autocandidature femminili, il Movimento ha dovuto provvedere a riequilibrare l’alternanza di genere come previsto dalla legge elettorale. Ora, anche per il governo, Di Maio brancola nel buio.

Poi c’è la partita dei collegi uninominali. Esclusi i “vip” Emilio Carelli e Gianluigi Paragone, il M5S non è riuscito a reclutare nomi di richiamo nazionale: ci sono molti docenti universitari e imprenditori – compreso l’amministratore delegato di Widiba, la banca digitale del Monte dei Paschi di Siena, Andrea Cardamone – e nel Movimento assicurano che hanno tutti un ottimo radicamento territoriale. Carta, spiegano, che sarà buona da giocare nelle sfide con i “catapultati” dagli altri partiti fuori dai collegi di provenienza. Tra i candidati sicuri il giornalista Primo Di Nicola in Abruzzo, l’attore Marco Acunzo in Campania e il presidente del Potenza Calcio Salvatore Caiata (temutissimo dal Pd). Nomi che verranno presentati assieme agli altri candidati in un evento a Roma, lunedì prossimo.

Certo, i calcoli di Di Maio potrebbero rivelarsi inutili e i sondaggi per ora non lo confortano, con il M5S, fermo al 27-28 per cento. Senza un vincitore, il dialogo con i partiti dopo il voto sembra più un’ipotesi da libro dei sogni. E i 5Stelle sono convinti che, in una situazione di stallo, il presidente Mattarella riporterà a votare immediatamente dopo aver archiviato il Rosatellum. Ecco, a quel punto Di Maio, passerà la mano per la regola dei due mandati o userà di nuovo la sua lista dei ministri, dopo aver chiesto il permesso agli iscritti sul web?