Sequestrate le liste dell’ex candidato sindaco Ferrandelli

I carabinieri del nucleo investigativo di Palermo hanno sequestrato materiale relativo alle liste per le elezioni del 2017 del candidato sindaco Fabrizio Ferrandelli, oggi consigliere comunale del capoluogo siciliano e indagato per voto di scambio. I Carabinieri indagano su presunti falsi nelle firme raccolte a sostegno di Ferrandelli, all’epoca candidato del centrodestra, e i sequestri riguardano le liste di: Udc Palermo, Palermo Unione di Centro Liberali Popolari, I Coraggiosi, Ferrandelli Sicilia Democratica, Palermo al centro, Per Palermo con Fabrizio, Forza Palermo, Cantiere Popolare, Forza Italia, Pda, Città Nuova, Crescere Insieme, Uniti per la V, Fabrizio Ferrandelli per Aiello, Andrea Aiello presidente, Palermo prima di tutto, Sicilia Democratica. Il reato per cui i magistrati procedono è di “falsificazione di liste elettorali”. “Apprendo dell’avvenuto sequestro dalla stampa”, ha commentato Ferrandelli, “Non capisco che ruolo avrei potuto svolgere non occupandomi io della documentazione relativa alla presentazione delle liste”.

A Bolzano tutti d’accordo su Boschi: non la vogliono

“Complimenti a Maria Elena Boschi! È riuscita in un miracolo politico: mettere d’accordo italiani e sudtirolesi del Sudtiroler Freiheit. Tutti uniti contro la candidatura. C’è un grande consenso… nel dissenso”, è l’opinione di Hans Heiss, consigliere provinciale dei Verdi di Bolzano. Difficile trovare in Alto Adige chi sostenga Boschi. Tra gli italiani come tra i sudtirolesi (o altoatesini che dir si voglia), tra il centrodestra e perfino nel centrosinistra. Ma il discorso è più profondo: Boschi è la punta dell’iceberg. La parte immersa, concordano tutti, “è la nuova legge elettorale che di fatto cancella la presenza in Parlamento dei rappresentanti italiani locali e anche degli altoatesini esterni al Süd Tiroler Volkspartei (Svp)”.

Racconta Roberto Bizzo, presidente del Consiglio Provinciale di Bolzano (Pd): “I due unici parlamentari italiani eletti a Bolzano rischiano di essere Boschi e Gianclaudio Bressa. Lei viene da Arezzo e lui da Belluno! Il Pd aveva un’immensa responsabilità: portare a Roma i rappresentanti del centrosinistra riformista e autonomista di questa terra. Boschi è stata voluta dal partito nazionale. A livello locale invece è stato espresso Bressa, voluto dall’Svp. Lo stesso Bressa che aveva raggiunto il limite di mandati previsti dallo Statuto Pd, ma ha ottenuto la deroga. Anche perché – conclude Bizzo – lo stesso Svp, incredibilmente, si era offerto di candidarlo se non lo avessero fatto i dem”.

Per dirla con Riccardo Dello Sbarba, lui pure consigliere provinciale dei Verdi: “In questa legislatura Bressa da Roma ha fatto avere all’Svp il possibile e l’impossibile. Siamo alla liquidazione del Pd di Bolzano”. Ma, come spiega Dello Sbarba, il primo passo della candidatura Boschi era stata la legge elettorale: “Fatta su misura per l’Svp” che all’epoca puntellava il governo di centrosinistra e domani potrebbe portare una decina di parlamentari a sostenere il centrosinistra. Lo stesso ragionamento che aveva ispirato la riforma costituzionale (la madre era Boschi) che regalava al Trentino Alto Adige un numero di “senatori nominati” tre volte superiore in proporzione rispetto a regioni come Marche, Umbria o Liguria. Racconta Dello Sbarba: “Qui è previsto un meccanismo opposto rispetto alle altre regioni: due terzi maggioritario e un terzo proporzionale. Per giunta senza lo scorporo. Così l’Svp con il 46% dei voti a Bolzano avrà il 90% dei seggi. Nella legge elettorale c’è perfino una norma scritta apposta per un singolo collegio, Bolzano Bassa Atesina (quello di Boschi, ndr)”.

Così le prossime elezioni saranno accompagnate da novità clamorose: i Verdi qui non si schiereranno col Pd, ma con Liberi e Uguali. Tra i candidati diverse figure che si sono allontanate dal Pd come Oktavia Brugger e Vanda Carbone. Non solo. Il Sud Tiroler Freiheit di Eva Klotz ha deciso di non correre nemmeno: “Non mettiamo la nostra faccia su una finta democrazia”, annuncia il consigliere regionale Sven Knoll. Aggiunge: “Boschi, che si era detta contro le regioni a statuto speciale, si candida proprio qui!”. Risultato: i sudtirolesi più accaniti guarderanno sempre più a Vienna che promette di concedere la doppia cittadinanza. E la tensione tra le due comunità aumenta. Racconta Christoph Franceschini, penna di punta del seguitissimo sito Salto.bz: “Si parla tanto del disagio degli italiani in Alto Adige. E poi, quando si vota, nemmeno un italiano di questa provincia andrà a Roma”.

Il 5 marzo nascerà il PdR: Renzi si fa i gruppi personali

Resistere, resistere, resistere. Matteo Renzi sta combattendo l’ennesima battaglia politica della sua vita. Solo che questa volta non gioca per vincere, ma per sopravvivere. E per farlo, l’unico modo è avere dei gruppi parlamentari che rispondano praticamente solo a lui, che non siano pronti a farlo fuori in caso di débâcle il 4 marzo. Per questo sono giorni che è chiuso al Nazareno, che annulla ogni impegno, comprese le interviste tv. E ancora per questo, si prenderà tutto il tempo fino alla scadenza di legge, lunedì, limitandosi per oggi a un annuncio di massima delle candidature in Direzione. Sempre per questo è pronto a umiliare alleati e minoranze, contando sul fatto che anche stavolta nessuno si rivolterà.

Il conto di Renzi viene fatto sui circa 200 eletti “sicuri”. Così suddivisi: 15 ad Andrea Orlando, che ne aveva chiesti 40 (tra i “salvati”, Gianni Cuperlo, Andrea Martella, Daniele Marantelli, Silvia Velo, Andrea Giorgis, Antonio Misiani); 5 a Michele Emiliano (l’unico certissimo, Francesco Boccia); 20 a Dario Franceschini, che pure ne aveva chiesti 40 (che molti però ha in comune con lo stesso Renzi, da Ettore Rosato in giù); 6 o 7 a Matteo Orfini (Fausto Raciti, Valentina Paris, Giuditta Pini, Francesco Verducci, Chiara Gribaudo); 5 a Maurizio Martina, il vice segretario, che ne voleva 10 (nella suo quota rientra – per dire – Paola De Micheli). Tra quelli della maggioranza è in corso una “spartizione” con Paolo Gentiloni, Graziano Delrio, Matteo Richetti e Lorenzo Guerini. Inutile dire che il segretario farà la parte del leone. Il dato – al di là dei nomi e dei cognomi dei singoli – è che il 4 marzo nasce di fatto il Partito di Renzi. Il segretario, che non ha fondato un partito suo alla Macron nel momento di massima ascesa, ma completerà l’operazione di far uscire il (resto del) Pd da se stesso: prima con la scissione dei bersaniani, ora con l’esclusione dalle liste.

Ieri a Montecitorio si aggiravano svariate anime in pena. Praticamente presenti in blocco tutti gli “orlandiani” in attesa di una ricandidatura, dopo che il Guardasigilli in mattinata aveva definito “inimmaginabile” lo strappo col Pd sulle liste, fatto circolare da lui stesso mercoledì. Andrea Giorgis e Gianni Cuperlo condividevano un divanetto. Per il primo l’ipotesi era il collegio di Torino 1, per il secondo uno di Roma. Con una protezione nel proporzionale? Chissà. Dubbi che attanagliano molti.

Renzi aveva promesso una bozza con le liste da far recapitare a tutti i big coinvolti, in maniera che potessero almeno dire la loro. Fino a sera non se ne aveva traccia. Per tutto il giorno, però, è andata avanti la processione al Nazareno nel tentativo di fare breccia nel cuore del duo che alla fine avrà l’ultima parola: oltre a Renzi, Luca Lotti. Molti dirigenti locali hanno varcato la sede del partito: Fausto Raciti (segretario siciliano), così come Renato Soru (Sardegna). Si è rivista pure Assunta Tartaglione, segretaria in Campania. La stessa regione da cui è arrivato Pietro De Luca, figlio del governatore Vincenzo, in ballo tra collegio e listino a Salerno. Per la tarda serata di ieri, infine, era convocata una riunione della Commissione di Garanzia per verificare gli “adempimenti” dei singoli parlamentari sui versamenti al partito: un modo per il tesoriere Francesco Bonifazi di escludere dalle liste i morosi (se invisi al segretario).

Un’altra cifra circolava poi ieri al Nazareno: quella dei “riconfermati”. Solo un terzo al Senato (30- 35 su 97), qualcosa di più alla Camera (ora i deputati sono 281). Se una cosa è chiara è che Renzi utilizzerà i pochi posti nuovi tutti per sè, senza concederli a nessuno degli alleati: dentro “società civile” e “Millennials”, dunque. Ma nulla di troppo sfolgorante: se in un’altra situazione avrebbe potuto convincere qualcuno con la promessa di un ministero o di qualche carica, stavolta non è nelle condizioni di garantire niente a nessuno. Nella migliore delle ipotesi, spera che il Pd sia il primo gruppo parlamentare (ma i Cinque Stelle sono favoriti) e che arriverà sopra il 25% di Bersani. La notte è lunga, piena di incontri, di tensioni e di richieste.

Chiesto il rinvio a giudizio del sindaco renziano di Siracusa

La Procuradella Repubblica di Siracusa ha chiesto il rinvio a giudizio del sindaco renziano Giancarlo Garozzo e di 12 persone tra politici, amministratori e funzionari pubblici, coinvolti nell’inchiesta “Firmopoli”, per irregolarità nella raccolta delle sottoscrizione della presentazione delle liste alle amministrative del 2013. Le indagini avrebbero accertato il coinvolgimento di 13 liste (tra sinistra, centro e destra) e circa 200 firme false. L’accusa contesta al primo cittadino di aver indotto l’ex assessore Emanuele Schiavo ad autenticare 22 sottoscrizioni della lista “Rinnoviamo Siracusa Adesso!”, e in seguito sempre Schiavo avrebbe fatto lo stesso con altre 21 firme di “Garozzo sindaco”, entrambe in appoggio al Pd. A denunciare le “anomalie” era stato nel dicembre 2016 il capolista di “Siracusa Adesso” Giuseppe Patti. In origine si era ipotizzato che le griglie delle raccolte firme fossero state fotocopiate, in seguito alcuni cittadini hanno disconosciuto non solo la loro scrittura, ma anche la corrispondenza tra carta d’identità e la data di nascita registrate.

Liberi, Uguali e incazzati: terremoto per le liste

“Rivolgo un estremo appello a Pietro Grasso e ai gruppi dirigenti di LeU affinché si ponga immediato rimedio a quanto sta accadendo in tante realtà regionali, compresa la mia, sulla formazione delle liste, i territori sono in rivolta in tutto il Paese”. Michele Piras, deputato sardo di Liberi e Uguali si fa portavoce del malcontento che sta squassando alla prima prova elettorale l’alleanza nata a sinistra del Pd, che rischia di finire in una gigantesca rissa per le poltrone.

Le liste,spiega l’ex coordinatore regionale sardo di Sel, sono “deboli, contrastate, escludenti”. Gli appelli provenienti dai territori finora sono serviti a poco. “Sia chiaro – mette in guardia il deputato – che così si rompe tutto” prefigurando l’ennesimo naufragio della sinistra. Le grida di dolore per le candidature non condivise o mal digerite e per l’abuso delle pluricandidature, provenienti dagli esponenti locali, si moltiplicano e anche i deputati e i senatori uscenti ed esclusi soffiano sul fuoco. In Piemonte ci si chiede quale sia il valore aggiunto che potrebbe apportare alla lista la riproposizione della vecchia guardia di Sel attraverso il grimaldello di LeU, con Giorgio Airaudo e Nicola Fratoianni a fare da apripista. A Bologna vecchio e nuovo corrono appaiati: nell’uninominale la “pasionaria” del Brancaccio, Anna Falcone, si presenta insieme a Pierluigi Bersani capolista nel proporzionale. Il nome della Falcone ritorna anche nelle pluricandidature nel Friuli e a Sondrio. Acque agitate in Abruzzo, dopo che la candidatura di Nico Stumpo di Mdp – impegnato in queste ore a Roma nella compilazione delle liste – nei due listini proporzionali in Calabria ha provocato uno tzunami che ha scaraventato la deputata calabrese Celeste Costantino in cima alla Maiella, affiancata da Danilo Leva proveniente dal vicino Molise.

Mal di pancia sui social anche in Basilicata, dopo che negli elenchi dei candidati a Potenza è spuntata la figlia del’anziano notabile lucano della Dc, Romualdo Coviello. I Liberi e Uguali siciliani sono in rivolta per la scelta di candidare capolista al Senato Pietro Grasso e Guglielmo Epifani alla Camera, togliendo spazio a diversi che ambivano a queste posizioni, da Giuseppe Zappulla a Gianni Battaglia e Pino Apprendi. La missione di Davide Zoggia nell’isola non ha placato i tanti mal di pancia per le scelte “calate dall’alto”, con qualcuno che pensa addirittura di defilarsi.

In Sicilia si consuma uno strappo anche con Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa protagonista di Fuocoammare. Per lui ci fu una standing ovation nel giorno della presentazione di LeU ma ieri Bartolo ha comunicato la rinuncia alla candidatura annunciata da Massimo D’Alema: “Vorrei che al molo Favaloro non ci fosse più bisogno di me, ma, purtroppo, gli sbarchi continuano senza sosta, il mio posto è qui”. Secondo Peppino Caldarola le ragioni sono altre: “Lo avevano spostato al Nord per lasciare spazio in Sicilia a qualche iperprotetto: se per favorire un burocratino si sacrifica Bartolo siamo veramente alla frutta”.

Lo sguardo è puntato ora verso le mosse del leader Pietro Grasso, che domenica aprirà ufficialmente la sua campagna elettorale a Palermo. A Napoli i fan di Antonio Bassolino si dividono tra delusi e furiosi per l’esclusione del loro leader dalle liste. Nei fatti, LeU – che a Napoli deve fare i conti anche coi mal di pancia di Possibile, che ha ritirato le sue candidature – ha preferito aprire agli uomini di Luigi de Magistris: tre di loro – Mario Coppeto, Elpidio Capasso e Josi Gerardo Della Ragione – saranno candidati nell’uninominale a Napoli e provincia.

Vite perdute dietro la porta: ore tristi di chi cerca un seggio

Sono ore drammatiche. Nella sala d’attesa del Nazareno, folle di aspiranti candidati sostano nell’attesa di una chiamata o anche solo di un benevolo cenno. I più previdenti, muniti di sacchi a pelo e generi di conforto, si accingono a trascorrere un’altra notte insonne. Qualcuno, rassegnato, si prepara a mercanteggiare la cessione di uno strapuntino. Un tabellone luminoso, modello lottomatica, annuncia i collegi già assegnati. Scene di sconforto degli esclusi. Sulla parete opposta una scritta ammonisce: “Pd, molti sono i chiamati, pochi gli eletti. Matteo (Renzi) 22, 1-4”.

Dietro la porta sbarrata del segretario s’odono urla e imprecazioni. Sembra la voce del ministro Andrea Orlando, che solitamente pacato ha perso le staffe: “S’era detto almeno 36 posti e me ne offri la miseria di 15, sei il solito imbroglione”.

Esce Michele Emiliano. Capannello: com’è andata? “Purtroppo niente di nuovo”: il governatore pugliese allarga le braccia dileguandosi. Si sussurra che nasconda dieci collegi sicuri dentro il doppiopetto bombato. Giù all’ingresso si presentano Santagata, Nencini e Bonelli, leader di “Insieme”, che infatti stanno insieme per sentirsi meno soli. Portinaio: “Dicaaa”. I tre (cerimoniosi): “Siamo attesi, ci annunci”. Portinaio (dopo aver bisbigliato al telefono): “Dice che non c’è nessuno, dice de ripassà”. Nencini: “Badi che io sono il nipote del grande campione di ciclismo”. Portinaio: “Seee e io so’ er fratello de Taison e te corco, ariaa”. Riunione d’emergenza della minoranza. Orlando: “Gli ho messo paura, gli ho detto che se continua a comportarsi così non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale”. Voce indistinta: “Questo è scemo”. Dalla Sicilia giungono notizie di sommovimenti con l’artiglieria pronta ad abbattere la paracadutata Lorenzin. Dissolvenza.

Anticamera della villa di Arcore. Giovanotti con cravattoni d’ordinanza. Signorine provviste di book fotografici. S’aggirano palafrenieri e cagnolini simildudù con animalisti candidabili al guinzaglio. Da dietro un portone istoriato con una grande S e una grande B risuona alta la Sua voce: “Adesso basta, le liste sono congelate, tutto è commissariato e passa nelle mani di Ghedini”. Delusione. Sgomento. Esce festante un candidato prescelto, ma lesto, un azzimato funzionario, gli sottopone il relativo contratto d’ingaggio: “Prego, 30 mila euro per le spese sostenute dal partito per la campagna elettorale anche in comode rate”. Candidato (perplesso): “Guardi, io vado in Parlamento per incassare non per versare”. Funzionario: “Niente paura, con quest’altro contrattino lei potrà essere finanziato in tutto o in parte da uno sponsor con annesse agevolazioni fiscali”. Candidato: “Trentamila, ma questo è un furto!”. Funzionario: “Come se li procura a noi non interessa”.

Casaleggio Associati. Computer in funzione, tecnici in camice bianco. In visita di studio i membri di una delegazione nordcoreana prendono appunti. Un addetto del Movimento spiega: “È un sistema perfetto a prova di bomba e so quanto questo termine vi sia familiare. Non si sanno i nomi di chi ha presentato la candidatura alle parlamentarie. Non si sa il numero degli esclusi preventivamente su ordine del capo politico Luigi Di Maio. Come non si sanno i loro nomi, né le motivazioni delle esclusioni, compito affidato a una segretissima rete di segnalatori. Ma soprattutto, in questo modo ci siamo liberati delle putride clientele e dei molesti questuanti tipici della vecchia e corrotta politica. Non è geniale?”.

(Cronaca liberamente ispirata a fatti e personaggi citati ieri nei resoconti elettorali di Corriere della Sera, Repubblica, Il Fatto Quotidiano).

Parisi corre nel Lazio e in cambio ritira le liste per le Politiche

Adesso è ufficiale: Stefano Parisi sarà il candidato del centrodestra nella corsa per la Regione Lazio. Lo ha annunciato ieri lo stesso Parisi, leader di Energie per l’Italia: “Su questa ipotesi già circolata nei giorni scorsi abbiamo avuto una lunga discussione all’interno della nostra segreteria. Abbiamo deciso di accettare perché siamo un partito nuovo, costruito in solo un anno di lavoro e dobbiamo innanzitutto consolidare la nostra presenza in tutta Italia, nelle comunità, nei territori”. La candidatura arriva dopo il mancato accordo tra Parisi e Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia sull’apparentamento alle elezioni politiche. “La presentazione delle liste – afferma Parisi – è ora incompatibile con la mia candidatura alla guida della coalizione nella Regione della Capitale”. Un passo indietro per Epi, che non correrà per il Parlamento, ma un riconoscimento nel Lazio che esclude una volta per tutte una possibile convergenza verso l’altro nome circolato in questi giorni, quello del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, sostenuto da Francesco Storace.

Gaia verso la guida di Rai Pubblicità e Freccero pensa alle dimissioni dal Cda

Il renzismo in Viale Mazzini è parecchio attivo anche a ridosso del voto e della scadenza (in estate) dell’intero Cda Rai. Nei prossimi giorni, infatti, forse già per la riunione di martedì, i consiglieri potrebbe votare la nomina di Mauro Gaia ad amministratore delegato di Rai Pubblicità, come il Fatto ha rivelato un mese fa, ricostruendo i suoi rapporti anche d’affari con Tiziano Renzi, il padre di Matteo.

Il giovane manager è stato responsabile marketing di Seat Pagine Gialle, poi capo di Italia Online e adesso di Videa, una società di produzione audiovisiva. Quand’era in Pagine Gialle – parliamo del 2013 – Gaia avrebbe concesso dei lavori su Torino e Milano a Tiziano Renzi. Oggi l’incarico di Gaia è occupato ad interim dal presidente Antonio Marano, dopo le dimissioni in dicembre di Fabrizio Piscopo, arrivato in azienda con Luigi Gubitosi e – a differenza di Gaia – con un curriculum adatto all’incarico. Anche da Mediaset guardano con interesse alla partita sulla pubblicità. Oggi la Rai, dopo il miliardo di euro di un decennio fa, incassa circa 670 milioni di euro di spot, ma chi decide le strategie di mercato è fondamentale. Siccome la partita è molto politica e troppe ombre si addensano su Gaia, mentre anche la destra sembra favorevole all’ingaggio di Gaia, il consigliere Carlo Freccero sta pensando che un voto contrario sarebbe un gesto giusto, doveroso, ma troppo poco. E dunque medita le dimissioni dal Cda.

Marina ha il suo candidato. Il fido Mulé da “Panorama”

L’ultima investitura farlocca l’ha ricevuta pochi giorni fa dal padre in diretta su La7: “Marina è una persona speciale perché mi somiglia… oltre che figlia per me è una sorella e una madre”, declamava orgoglioso Silvio Berlusconi ospite di Massimo Giletti. In questi anni molti notabili le hanno chiesto, solo per piaggeria, di candidarsi alla guida di Forza Italia al posto dell’ex Cavaliere (incandidabile), che però non molla. La “principessa di ferro” ormai 51enne rischia così di condividere il triste destino di Carlo d’Inghilterra, che da erede al trono di belle speranze è diventato ormai un signore attempato e un po’ eccentrico. E così Marina, presidente di Fininvest e del gruppo Arnoldo Mondadori Editore, ha pensato di piazzare almeno un suo uomo nelle liste forziste per il Parlamento. Il prescelto è Giorgio Mulé, dimessosi dalla direzione di Panorama dopo 22 anni per affrontare la sfida elettorale. Classe 1968 anche se non lo dimostra, Mulé è originario di Caltanissetta e ha compiuto i suoi studi a Mazara del Vallo. In Forza Italia circola l’ipotesi di metterlo capolista al Senato in Sicilia Occidentale. Ma il posto è stato già garantito all’ex presidente del Senato Renato Schifani e alla fine Mulé potrebbe essere paracadutato in un’altra regione: forse a Napoli dove dal 2014 è “professore straordinario a tempo determinato di Teorie e tecniche della comunicazione” presso l’Università telematica Pegaso, dove insegna anche l’ex segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Mulé abbandona la barca in un momento di grande difficoltà per il giornale diretto fino a due giorni fa, finito nella lista delle testate Mondadori che potrebbero essere chiuse o ristrutturate. “Intendiamo difendere la nostra professione anche contrastando l’esternalizzazione del nostro lavoro, oggi compromesso dall’uso massiccio di collaboratori e pensionati tuttora presenti in azienda”, ha protestato l’assemblea dei giornalisti del gruppo, che ora minaccia cinque giorni di sciopero.

“Gentiloni può continuare, il futuro è di Silvio&Matteo”

Fedele Confalonieri, classe ’37, berlusconiano più di Berlusconi, presidente di Mediaset, coscienza critica di Silvio, suona il pianoforte un’ora e mezza nei giorni feriali e almeno tre ore nei giorni festivi: “Ho una passione profonda per la musica, mi sono diplomato al conservatorio, ma ai giardinetti non ci vado. Mi scusi il gesto: io non lascio i miei incarichi, continuo finché esisto”. Fidel indossa una cravatta gialla in stile Adriano Galliani (futuro senatore); in ufficio al Nazareno di Roma le targhe di Mediaset sono rettangolari e d’ottone, luccicano con compostezza fra legni scuri, pavimenti in pietra, affreschi ai soffitti e i questuanti di Gianni Letta. Fidel confessa subito che sul comodino ha un libro di Grillo. Quello di Paolo, professore universitario, autore di Nascita di una cattedrale. Confalonieri è pure il capo della veneranda fabbrica del Duomo di Milano. Ha conosciuto Berlusconi a dieci anni a scuola dai salesiani e l’ha sempre seguito: “Il primo appartamento di periferia l’ha venduto a mia mamma”.

I pensieri di Fidel oscillano fra gli affari e la politica, di professione – rivendica – fa il lobbista di Mediaset, sentinella di un patrimonio aggredito dal mercato dei “titani” Google, Amazon, Netflix e dagli “squali” stranieri, in passato l’australiano Rupert Murdoch di Sky e adesso il francese Vincent Bolloré, padrone di Vivendi, azionista di riferimento di Telecom e quasi al trenta per cento del Biscione.

Ora che l’eterno Silvio è tornato per rianimare Forza Italia, e mentre l’affidabile interlocutore Gentiloni è ancora a Palazzo Chigi, il partito di Mediaset – impegnato a costruire la pace con Bolloré – finge disinteresse verso il voto di marzo. Confalonieri non fa pronostici, lo ritiene inutile: “Forse quest’anno le elezioni si tengono due volte e così si va avanti con Gentiloni per qualche mese. In Spagna ha funzionato”. Fidel ha ammirato parecchio Matteo Renzi. Poi precisa, con un po’ di nostalgia, che l’intelligenza in politica s’è fermata a Ciriaco De Mita e Bettino Craxi. Il fiorentino ha talento, e soltanto quarant’anni: il giovane Matteo, per Fidel, è un buon musicista che un tempo radunava un pubblico molto folto e adesso fatica a riempire mezza sala.

Il patto del Nazareno fu siglato a pochi metri da qui, sotto una fotografia di Fidel Castro e Che Guevara nelle stanze del segretario Renzi. Era il 18 gennaio 2014. Questa campagna elettorale con una legge parecchio proporzionale e una spruzzatina di maggioritario, perfetta per non formare governi e per incentivare gli inciuci, impone lo scontro (mediatico) tra Forza Italia e la truppa di Renzi. Un po’ di livore, litigi da salotti televisivi. Il solito copione. Confalonieri non scarta mai l’ipotesi di un accordo fra Silvio&Matteo e nomina l’esempio tedesco: “Martin Schulz ha lottato contro Angela Merkel per mesi, anche in maniera feroce. E oggi si stringono le mani per l’ennesima coalizione. Al momento Silvio e Matteo sono divisi, domani vedremo”.

Per celebrare l’ottantesimo compleanno di Silvio, più anziano di Fidel di un anno, Confalonieri citò Pablo Picasso: “Quanto tempo ci vuole per diventare giovani!”. Oltre l’immortale Silvio, chi conta? I figli, certo. Pier Silvio ha il Biscione: “È bravo, ma affronta un sistema diverso”.

Quando abbiamo cominciato, ripete Confalonieri, Mediaset era il “nuovo”. E ora? Fidel sostiene che l’identità del Biscione sia la televisione generalista: il campo domestico, non più le offerte a pagamento (il fallimento di Premium resta una piaga nei bilanci). Per Confalonieri c’è un tavolo con quattro gambe: i varietà serali, i volti nazional-popolari (ieri Mike Bongiorno, oggi Maria De Filippi), il carico di pubblicità e un po’ di tecnologia.

Il raffinato musicista Confalonieri guarda l’Isola dei Famosi e il Grande Fratello Vip? “Chi produce dieci tipi di cioccolatini non deve per forza assaggiarli tutti”. Confalonieri non ha perdonato a Bolloré lo sgarbo su Premium, il contratto d’acquisto firmato e stracciato in pochi mesi e poi la scalata del titolo in Borsa. Respinto dal governo italiano, però, il francese è costretto a trattare e le ambizioni di Confalonieri non cambiano: proteggere l’impero plasmato con Silvio senza allargare i confini. Addio velleità. Pier Silvio guida Mediaset con accanto Fidel, Marina s’accontenta di Fininvest oppure raccoglie il testimone di Forza Italia? “Puoi clonare le scimmiette cinesi, non il Berlusconi politico”. Dopo Silvio, non c’è nessuno. L’importante è che ci sia Mediaset.