La tratta incubo dei lavoratori. “Non ci hanno mai ascoltati”

Milano

“Siamo sconvolti. Sono i nostri treni, i nostri compagni di viaggio. Poteva essere chiunque di noi della tratta Cremona-Treviglio-Milano. È davvero indegno che in un paese civile come l’Italia si muoia andando al lavoro o a scuola in treno: non è accettabile. Il gioco del destino ha voluto che tra gli innumerevoli treni che transitano per Pioltello proprio il nostro 10452 sia uscito dai binari uccidendo dei pendolari e ferendone moltissimi. Noi, linea dimenticata da tutti e tutto, ora siamo qui a urlare il nostro dolore e la nostra rabbia. Mai più”.

Ieri mattina, poco dopo le sette, i primi a dare la notizia su Facebook del deragliamento del regionale Cremona-Milano Porta Garibaldi sono stati i tanti pendolari che ogni giorno prendono i treni che viaggiano su quella tratta. Un esercito di impiegati, operai, studenti universitari che trascorrono almeno quattro ore della loro giornata su quei vagoni spesso schiacciati come sardine, costretti a ripararsi dal freddo con sciarpe e guanti perché il riscaldamento non sempre funziona. Gente che non si conosceva ma che ha imparato a unirsi per farsi sentire dalla politica. Nel 2014 hanno fondato il “Comitato dei pendolari cremaschi”. Ed è sulla loro pagina Facebook che appena saputo dell’incidente hanno iniziato a cercarsi.

Il primo post: “Si parla di un deragliamento a Pioltello. Da e verso Milano è tutto fermo”. Poi gli altri: “Voci dicono che sia il 10452. Qualcuno ha notizie?”; “Tanto per cambiare questa linea è proprio da terzo mondo!”.

La conferma arriva da Giuliana Tuminelli del comitato. Ieri non era su quel treno perché la sera precedente si è fermata a Milano: “È da tre anni che proviamo in tutti i modi a portare l’attenzione di Trenord e di Regione Lombardia su una linea che è risaputo da tutti essere la maglia nera della Lombardia. Abbiamo treni che hanno più di 40 anni: abbiamo chiesto convogli nuovi ma il nostro appello è caduto nel vuoto”. Quando si accenna a Giuliana del fatto che la rotaia che ha ceduto sulla linea Cremona-Milano stava per essere sostituita, replica subito: “Non abbiamo mai visto lavori di manutenzione sulla linea: a meno che non li facciano di notte, non ho mai notato cantieri lungo la tratta”. Giuliana ricorda che proprio a Pioltello, il 23 luglio scorso, il treno regionale 2627 in viaggio sulla tratta Milano-Bergamo era uscito dai binari, senza danni alle persone. Anche Stefano Begotti che fa parte del comitato, è sconvolto: “Non potevamo immaginare che i binari potessero avere dei problemi perché hanno fatto recentemente dei lavori sulla Treviglio-Milano. Il rischio ora è che si apra l’ennesimo dossier senza mai arrivare a individuare le responsabilità”. Indignato è anche il sindaco di Ricengo, Ernestino Sassi che ha raggiunto la figlia in ospedale: “Era seduta accanto alla ragazza di Capralba che è morta. È stata operata. È una vergogna quanto è accaduto”.

E a indignare i pendolari è stato soprattutto il tweet di Trenord: “Circolazione interrotta tra Treviglio e Milano a causa di un inconveniente tecnico a un treno”. Tanti i commenti di questo tono: “Ci sono morti e feriti! Altro che inconveniente tecnico!”.

Ore 6.57, il treno pendolari salta dalla rotaia: tre morti

I segni del deragliamento sono graffi profondi sulle traversine di cemento. Corrono a ritroso per tre chilometri, ancora prima della stazione di Limito di Pioltello. Si torna indietro sotto una pioggia ghiacciata per comprendere l’attimo che ha provocato il disastro ferroviario, il più grave degli ultimi dieci anni in Lombardia. Si cerca quel pezzo di rotaia saltato. Un avvallamento di 23 centimetri nell’acciaio. Il pezzo sarà trovato a circa 20 metri di distanza. Da qui si va avanti, passando per la stazione quando già il treno ondeggiava pesantemente, tanto da spaccare il cemento e sollevando centinaia di sassi dalla massicciata.

Sono le 6.57 di ieri. Ancora pieno buio. Sei vagoni, i primi due intatti, il terzo e il quarto distrutti. A bordo 360 persone. Nella terza carrozza moriranno tre donne: Giuseppina Pirri, 39 anni, Pierangela Tadini, 51, e Ida Milanesi, 62. Le ambulanze sul posto alla fine saranno trentasei. Nel momento dell’incidente, il terzo vagone staccato dalla carrozza pilota si gira a novanta gradi abbattendo diversi tralicci dell’alta tensione. La locomotrice invece sta in coda.

La tratta è gestita da Trenord, società partecipata da Ferrovie nord Milano, tra i cui soci c’è la Regione Lombardia. Mentre la rete, ovvero i binari, sono in carico a Rfi. Attualmente risulta indagato per disastro colposo il responsabile della sicurezza di Rfi, mentre i vertici di Fnm ieri sera sono stati convocati in Prefettura. L’attenzione è massima nell’attribuire le varie responsabilità.

Secondo le ricostruzioni della Polfer e dei tecnici di Rfi a provocare l’incidente sono state due cause coincidenti. Da un lato il pezzo di rotaia che tecnicamente viene definito un giunto isolato e incollato. Dall’altro uno (e uno solo) dei carrelli con le ruote che è uscito dal suo alloggiamento. È chiaro che al netto delle cause ancora da attribuire l’incidente è provocato comunque da una mancata manutenzione. Nel momento in cui il carrello si sposta, il treno sta viaggiando a 140 chilometri orari. Il macchinista frenerà fino a 70, l’impatto avviene a questa velocità. A guardare bene il percorso si comprende che il deragliamento riguarda solo quel carrello che fa inclinare il convoglio. Un’inclinazione che però non viene segnalata al macchinista. Questi treni, infatti, non sono dotati di allarmi specifici. C’è dunque da capire se quel pezzo di rotaia fosse già rotto oppure se sia stato il carrello già staccato a romperlo.

Su questa tratta, da Bergamo a Milano, passano ogni giorno 500 treni. Mentre i giunti sono posti ogni 1.350 metri. Stando a quanto emerge dalle prime indagini solitamente la rottura di un giunto viene rilevata dal macchinista che comunica il guasto. A quanto risulta, però, su quel particolare giunto non vi era stata nei giorni scorsi alcuna segnalazione. L’ipotesi, dunque, è che si sia rotto ore o minuti prima dell’impatto. Sul tratto in questi giorni alcune rotaie dovevano essere sostituite. Allo stato, quindi, le responsabilità sono attribuibili in ipotesi a metà tra Trenord e Rfi, anche perché di mezzo ci sono risarcimenti importanti. Nei prossimi giorni la Procura eseguirà una perizia tecnica sul giunto e sul treno posto sotto sequestro. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano ha già disposto il sequestro della scatola nera e dei registri della manutenzione del treno.

Camminando ieri pomeriggio sulla massicciata erano evidenti i tagli sulle traversine e oltre le rotaie. Secondo qualche addetto, però, appare difficile pensare che un treno, che ha vagoni da 40 tonnellate l’uno, possa deragliare su un avvallamento di 23 centimetri. Più probabile, ma resta una ipotesi, che il carrello staccatosi con gli urti alla fine abbia provocato lo schianto finale.

Il convoglio comunque ha viaggiato per tre chilometri fuori dalle rotaie, tranciando qualsiasi cosa, dai cavi alle traversine e scaraventando ai lati i sassi. Tanto che i testimoni hanno parlato di una sorta di “sassaiola”. Quando è passato nella stazione di Limito di Pioltello ha divelto le grate di acciaio vicine alle banchine. Le prime immagini sequestrate dalla Procura mostrano il treno passare per la stazione facendo delle scintille (a causa dello sfregamento contro il muro di cemento) mentre un uomo osserva terrorizzato. In quel momento le carrozze sono già pericolosamente inclinate verso sinistra e cioè verso la massicciata. Poco più di un chilometro dopo, il carrello salta via definitivamente, tanto da essere ritrovato intero accanto ai binari. In tarda serata si contano tre morti e 47 feriti, di cui cinque gravi.

Scafarto, confermata la sospensione per il maggiore dei CC

L‘investigatore di punta del caso Consip, il maggiore del Noe Gianpaolo Scafarto, al contrario del vicecomandante Alessandro Sessa che ha ottenuto l’aspettativa dall’Arma, è rimasto in servizio, lavora a Napoli, dunque può ancora inquinare le prove. È uno dei motivi per i quali il Gip di Roma Gaspare Sturzo ha ribadito l’ordinanza di sospensione per un anno di Scafarto, indagato per falso e depistaggio, mentre per Sessa non è stato emesso un nuovo provvedimento. La prima ordinanza fu emanata il 12 dicembre per entrambi. Fu poi annullata pochi giorni dopo per un vizio di procedura. I pm di Roma accusano Scafarto di aver invertito i nomi di Alfredo Romeo e Italo Bocchino in un’intercettazione riguardante un incontro con Tiziano Renzi, ma l’accusa per la quale è stato sospeso riguarda il tentativo di cancellare prove utili agli inquirenti. Avrebbe modificato la funzione backup sul whatsapp del cellulare di Sessa: in chat venivano scambiate informazioni sull’inchiesta Consip e il tutto sarebbe avvenuto quando Scafarto era già indagato e il suo telefonino sequestrato.

“È falso, ora metto tutto in mano ai legali”

Non ho mai preso un euro. Il senatore Francesco Aracri è netto.

Senatore, il dirigente dell’Astral, in uscita, Marco Lelli si autodenuncia e accusa lei di aver preso, nel 2010, 65 mila euro per i cartelloni pubblicitari delle strade laziali.

Non scherziamo! Io anche quando ero assessore non ho mai ricevuto neanche il vantaggio delle multe.

Lelli ha in mano una registrazione nella quale si sente lui che dice “questi sono 65”. Sempre Lelli nell’audio parla di cartelloni e oggi dice che eravate a casa sua, in zona Laurentina, e lui le stava consegnando 65 mila euro.

Non è vero nulla. Al massimo lui sarà potuto venire a casa mia a prendere un caffé. Il resto è fantasia. Io rimango ai fatti. Mi permetto di segnalare che da dieci anni non sono più in Regione. Lelli era il direttore dell’ufficio concessioni pubblicitarie. Io non stavo nel consiglio di Astral, nè facevo l’assessore. Questi sono i fatti. non so per quale strano motivo avrebbe dovuto dare soldi a me per i cartelloni.

Lui sembra dire che avrebbe gradito da parte sua una parola buona per lui con l’assessore di allora ai trasporti, Luca Malcotti.

Guardi ognuno si prende la responsabilità di quello che dice e si vedrà nelle sedi competenti. Secondo lei, atteso che la legge dà a qualsiasi direttore il potere di decidere da solo, che bisogno c’era di coinvolgere me nelle sue scelte?

Sembra che cerchi da lei una sorta di raccomandazione per metterlo in buona luce

Le interpretazioni di cialtroni non mi interessano. L’assessore competente non ha nessun tipo di potere perchè quella cosa è nelle competenze di una società autonoma, come è autonomo il direttore.

Ma questa riunione dell’ottobre 2010, lei se la ricorda?

Io non è che non me la ricordo, io non ho mai partecipato a una riunione di questo tipo. Nè a casa mia nè altrove.

Lelli nella registrazione dice che dopo due giorni doveva andare in approvazione al consiglio di Astral la delibera per per il rinnovo delle concessioni dei cartelloni. Poi dice di avere raccolto da tre società 97 mila euro, di questi poi 65 dice oggi che li avrebbe girati a lei in quell’occasione. Parole sue, tutte da riscontrare però…

Io non ho problemi, se mi chiama un magistrato ci vado. Poi avremo anche il piacere di conoscere le persone che hanno dato i soldi a Lelli. Al massimo io credo che lui ha millantato per giustificare le sue cose. Che possa esser venuto a casa mia non lo escludo, come un altro miliardo di persone, ma io non mi sono mai occupato di cartelloni pubblicitari.

Lelli tira in ballo anche la sua compagna, dirigente Astral

Serenella Ferrantini non ha avuto e non ha posizioni decisorie su cose come queste. lei si occupa di contabilità aziendale. Questo è quello che fa.

Insomma Lelli non ha mai fatto il collettore per lei o per la sua attività politica, anche in forme lecite?

Ma lei è matto! Io ho dimostrato che si può fare politica senza rubare e senza prendere per il culo il prossimo. Ma di cosa parliamo?

Lei aveva saputo qualcosa prima di questa mia telefoanta, cioè sapeva che esiste questa registrazione?

Mi dicono che Lelli parla di registrazioni e di lettere da tanto tempo.

A un certo punto lei sembra dire che ha gradito il comportamento di Lelli e che lo dirà all’assessore ai trasporti dell’epoca, Malcotti.

Non credo che nella registrazione ci sia quello. E poi mi spiega perché ha aspettato 8 anni a tirarla fuori questa cosa?

“Così prendevo le tangenti da girare al centrodestra”

S i chiama Marco Lelli, è stato fino a martedì scorso un dirigente della società regionale che si occupa della manutenzione delle strade della Regione Lazio, la Astral Spa. Da dieci giorni va in giro a dire di avere chiesto una tangente da 300 mila euro a tre imprese concessionarie dei cartelloni pubblicitari sulle strade laziali come Pontina o Cassia. Aggiunge di averne incassati subito 97 mila euro e di aver trattenuto per sé circa 30 mila euro. Ma la cosa più importante è la destinazione del resto. Lelli dice che avrebbe consegnato 65 mila, dei 97 mila euro suddetti, al senatore di Forza Italia Francesco Aracri.

I fatti risalgono all’ottobre 2010 quando Aracri era deputato Pdl. La data è a rischio prescrizione anche ove fossero ravvisati dei reati. Lelli sostiene di avere raccolto altre somme più piccole dopo quella prima rata da 97 mila euro, fino al 2012, anche insieme alla compagna di Aracri che è tuttora dirigente in Astral.

Lelli s’è prima auto-denunciato con una lettera all’amministratore unico dell’Astral, Antonio Mallamo, il 16 gennaio. Poi ha riproposto l’auto-denuncia alla Procura mercoledì scorso. Sia all’Astral che alla Procura ha fatto sapere di esser pronto a consegnare un audio che, a suo dire, proverebbe la consegna di 65 mila euro ad Aracri. Infine è venuto al Fatto a ribadire le accuse.

Lelli è entrato in Astral nel 2003 in quota An. Intercettato nel 2014 nell’inchiesta Mafia Capitale (mai indagato) per i suoi rapporti con Massimo Carminati, nel 2010 era direttore area territorio licenze e concessioni. Proprio per le concessioni dei cartelloni sostiene di avere incassato da tre società di cui non indica il nome i 65 mila euro girati, alla presenza di un altro funzionario Astral di cui non fa il nome nell’auto-denuncia, all’allora deputato del Pdl laziale Aracri. “Questi sono 65” è la frase che si ascolta nella registrazione che Lelli ha intenzione di consegnare in Procura. L’audio – a detta sua – sarebbe stato registrato a casa di Aracri nell’ottobre 2010. Si parla del piano relativo al ricollocamento dei cartelloni pubblicitari che stava per essere approvato in quell’ottobre 2010 dal consiglio di amministrazione di Astral.

Il manager sostiene di raccontare solo ora tali cose perché, malato gravemente, vuole alleggerirsi la coscienza.

Da alcuni anni il dirigente è finito in cattive acque in Astral. Nel 2014 è stato condannato in primo grado per tentata violenza sessuale nei confronti di una ragazza che lui aveva filmato durante gli incontri anche con altri uomini. I filmini poi erano finiti sul web. Su questa vicenda è calata la prescrizione in appello. Dopo la società, a suo dire, lo avrebbe messo in un cantuccio e lui ha contrattaccato con una causa per mobbing. Poi dieci giorni fa ha presentato l’autodenuncia sulla storia della mazzetta. L’amministratore unico di Astral, Antonio Mallamo dice al Fatto: “Abbiamo girato tutto in Procura. Aspettiamo siano i magistrati a chiarire i fatti anche riguardo all’altra dirigente citata nella sua lettera”, cioé la compagna di Aracri, Serenella Ferrantini. Lei al Fatto dice: “attendo fiduciosa l’azione della magistratura”.

Nell’esposto in Procura Lelli afferma: “il 16 gennaio scorso, preso dal mio sconforto per il trattamento sempre più umiliante in azienda, e a seguito della ricomparsa di gravi sintomi relativi alla mia malattia – carcinoma conclamato nel 2016 –ho deciso di auto-denunciarmi in ordine a episodi di corruzione che mi hanno visto in prima persona con la complicità di altri dipendenti dell’azienda e di un Parlamentare della Repubblica”. Lelli descrive così ai pm il trattamento subito da Astral dopo l’esposto: “Il giorno seguente, 17 gennaio 2018, l’azienda provvedeva alla mia sospensione senza stipendio ignorando le altre persone citate nell’autodenuncia e intimandomi di portare la documentazione che giustificava la mia denuncia solo il 7 febbraio (…) nella giornata di ieri (lunedì scorso, 22 gennaio) ricevevo atto di licenziamento per giusta causa a seguito della sentenza di prescrizione di cui sopra ma soprattutto mi veniva indicato che era interrotto (..) il procedimento disciplinare di sospensione del servizio del 17 gennaio”. Secondo Lelli con l’interruzione del procedimento disciplinare e il licenziamento “di fatto viene insabbiata la denuncia”. Poi Lelli chiede di esser sentito dai pm “al fine di consegnare ampia documentazione”. E conclude: “Dichiaro d’esser in possesso di supporti audio comprovanti il coinvolgimento di varie persone nell’azione corruttiva e che dichiaro fin d’ora di voler depositare al momento della mia convocazione”.

Nella sua auto-denuncia scrive: “Dal 2010 e fino alla permanenza della Ferrantini nella mia area come responsabile della pubblicità ho ricevuto tangenti che ho diviso con la stessa e con il compagno di lei, senatore Aracri”. Le accuse sono gravissime. La registrazione è confusa. La voce di Lelli si sente bene. Quella di Aracri no. Inoltre la Ferrantini non è presente nel momento in cui Lelli dice la frase ‘questi sono 65’. La parola alla magistratura.

Durato oltre 4 anni, frattanto sono morti Provenzano e Riina

Dopo 4 anni e 8 mesi di dibattimento e 210 udienze la Procura di Palermo tirerà oggi le somme e chiuderà, con le richieste di pene, la requisitoria del processo sulla trattativa Stato-mafia. A giudizio, il 7 marzo del 2013, finirono in 12. Oggi, usciti di scena Bernardo Provenzano e Totò Riina, e avendo scelto il rito abbreviato l’ex ministro Calogero Mannino (assolto in primo grado è ora in appello), gli imputati sono 9. Di minaccia e violenza a Corpo politico dello Stato sono accusati i capimafia Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e il pentito Giovanni Brusca. Stessa imputazione in concorso per tre ex ufficiali dell’Arma: Antonio Subranni, ex capo del Ros, il suo vice del tempo Mario Mori e l’ex colonnello, anche lui in servizio al Raggruppamento speciale, Giuseppe De Donno. Di minaccia a Corpo politico dello Stato è accusato anche Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia che sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno. Mentre di calunnia e concorso in associazione mafiosa risponde Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, imputato e, allo stesso tempo, superteste del processo. Imputato anche l’ex ministro Nicola Mancino, per falsa testimonianza.

Cesaro come Cosentino (ma lui ce la farà)

Luigi Cesaro come Nicola Cosentino nel 2013. Ma stavolta Cesaro la spunterà e sarà ricandidato e rieletto deputato grazie alla copertura politica di Mara Carfagna. Nessun imbarazzo per le recentissime accuse di voto di scambio alle regionali 2015 firmate dalla Procura di Napoli Nord, rivolte a ‘Giggino ’a Purpetta’ e al figlio Armando Cesaro, capogruppo in Regione Campania, entrambi indagati. Al tavolo di Arcore si è fatto pesare il ricordo della Campania nel gennaio di cinque anni fa. Nick o’ Americano fuggì con i moduli di Forza Italia in mano dopo aver appreso che Silvio Berlusconi non lo avrebbe ricandidato perché imputato di camorra, consegnandolo di fatto alle patrie galere, poi l’inseguimento e il rischio di non presentare le liste ricomposte in extremis. Stavolta nomi e deleghe sono in mano al senatore Domenico De Siano, coordinatore degli azzurri in Campania.

De Siano e Cesaro sono come un sol uomo, è l’asse che governa il partito nel napoletano, e ieri il senatore ischitano è stato ricevuto da Berlusconi e dall’esecutivo nazionale per comporre il puzzle delle candidature. Vittoria su tutta la linea. De Siano riconfermato al Senato, Cesaro candidato dietro Mara Carfagna al numero 2 del collegio plurinominale della Camera Campania 1 – area 3. È il collegio che racchiude la fascia vesuviana che da Nola raggiunge Portici e Torre del Greco e si allunga sino a Castellammare di Stabia e la costiera sorrentina. Le zone dove Forza Italia vanta i consensi più ampi e i sondaggi migliori. Carfagna sarà capolista in diversi collegi plurinominali – per lei anche un collegio maggioritario con buone possibilità di successo – e nel gioco delle opzioni si farà eleggere altrove lasciando il posto a ‘Giggino’. Il figlio Armando Cesaro, che da novello Edipo ambiva a uccidere politicamente il padre per prenderne il posto, dovrà aspettare un turno. Ufficialmente perché da Arcore sarebbe scattato un veto per i consiglieri regionali. L’ordine è quello di lasciarli dove stanno, per non svuotare le assemblee locali e lasciare spazio nei collegi uninominali a nomi dell’imprenditoria e della società civile. Ma le vere ragioni risiederebbero nell’avanzare delle inchieste giudiziarie che suggeriscono a Cesaro senior di non mollare l’immunità parlamentare. Oltre all’avviso per voto di scambio, è indagato anche dalla Dda di Napoli, che ha stralciato la sua posizione dal processo in corso per i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro, imputati di concorso esterno in associazione camorristica con l’accusa di aver realizzato il piano di insediamento produttivo di Marano con i capitali della camorra del clan Polverino. La prima udienza si è celebrata il 21 dicembre davanti al Tribunale di Napoli Nord. In questa vicenda Luigi Cesaro ha un ruolo marginale, gli contestano di aver minacciato una funzionaria del Comune di Marano che si sarebbe opposta agli interessi della famiglia Cesaro durante la realizzazione dei capannoni. Poi sequestrati per violazioni urbanistiche.

“Dell’Utri il tramite tra Berlusconi e i boss corleonesi”

Il senatore Dell’Utri? Oltre ad avere “veicolato il messaggio intimidatorio di Cosa Nostra a Berlusconi, doveva essere il garante dell’attuazione” dell’accordo. Parole del pm Francesco Del Bene che, arrivato alla fine di una requisitoria fiume durata otto ore nell’aula bunker, si chiede: “Il messaggio intimidatorio è stato recepito da Berlusconi? Quest’ultimo si è piegato ai desiderata di Cosa Nostra?”. La risposta è positiva, e per il pm tra i riscontri ci sono gli attacchi di Vittorio Sgarbi ai magistrati: “Nell’estate del ’94 il pentito Pino Guastella tornando euforico da un incontro con Mangano, che aveva parlato con Dell’Utri, disse che questi aveva dato assicurazioni che la situazione si stava sistemando, e in quel periodo sulle reti di Berlusconi andavano in onda programmi come quello di Sgarbi che attaccavano i collaboratori di giustizia. Si tratta quindi di assicurazioni su interventi legislativi date tramite Dell’Utri”.

Senza farne alcun accenno, in questo modo Del Bene rispedisce al mittente l’aggettivo “eversivo” pronunciato qualche giorno fa al parlamento siciliano da Sgarbi e indirizzato ai pm della Trattativa (per avere processato Mori e De Donno) e passa ai raggi X i contatti tra Dell’Utri e i boss nella stagione delle stragi rivelati dai pentiti. Due i canali, “non antagonisti fra loro”, e cioè Vittorio Mangano e Giuseppe Graviano. Del primo parla il pentito Salvatore Cucuzza (“Mangano mi disse che aveva contatti con Dell’Utri e lo aveva incontrato un paio di volte a Como dopo il giugno ’94”) e quegli incontri, dice il pm, “furono successivi al decreto Biondi, quindi in pieno governo Berlusconi”: “Servivano – ha detto Del Bene – a rappresentare la pressione dell’organizzazione mafiosa, e Mangano ricordando il sostegno elettorale diceva: noi ci siamo interessati, voi cosa fate per noi?”.

Il pm cita anche le parole captate in carcere da Riina (“Brusca e mio cognato… dovevano andare a parlare con ’sto stalliere, col senatore, per arrivare a Berlusconi, perché questo è amico di Berlusconi”) che nei suoi colloqui con il compagno di cella Alberto Lorusso ha citato anche un incontro di Provenzano con il fondatore di Forza Italia a Como: “Come gli passava di andare a trovare a quello a Como? …quello… Marcello…!”. “Io – chiosa il pm – fino a oggi un esponente mafioso di primo piano che stava a Como e si chiamava Marcello non l’ho trovato”. E se “le affermazioni di Mangano riportate da Cucuzza fotografano in pratica il ruolo di interlocutore di Dell’Utri”, quelle di Graviano in carcere con il compagno di cella Umberto Adinolfi per il pm non si prestano a equivoci: “Anche se Graviano dicesse ‘bellissimo’ al posto di ‘Berlusca’, sostenere che non si riferisca a Berlusconi sarebbe un’impresa titanica”.

Del Bene individua in Dell’Utri il regista dei nuovi accordi quando entra in crisi il rapporto mafia-politica: lo dicono i pentiti e lo conferma Graviano, parlando in carcere con Adinolfi: “Già… voleva scendere lui… nel ’92… e voleva tutto”. Come faceva il boss, si chiede Del Bene, a conoscere l’attivismo del senatore nel porre le basi in gran segreto, come ha rivelato Ezio Cartotto, di una nuova formazione politica nella primavera del ’92? “Lo sapeva perché la fonte di informazione di Graviano è proprio Dell’Utri” spiega Del Bene, che si dice convinto che il boss non si fosse accorto di essere intercettato: “Ha parlato del rapporto con la moglie e della procreazione del figlio, episodi personali impensabili per un capomafia, non solo ma ha esposto i suoi congiunti a conseguenze penali gravi”. E non è tutto. Il pm aggiunge che Graviano ha indicato come suoi soci i Romagnoli di Bologna che commerciano patate e “ora ci sono indagini sui Romagnoli: ma quale boss rivela consapevolmente una cosa del genere? Se ha detto queste cose sapendo di essere intercettato per lui ci vorrebbe non il 41-bis ma un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, ndr), le sue parole sono autorevolissimi riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza”.

Infine, la cronaca di un dialogo che per il pm arriva ai giorni nostri: “L’11 aprile 2016 Graviano dice di voler interessare una fonte a Milano ‘per mantenere i patti’, indica un tale Giovanni ‘che sa tutto’ e Adinolfi si propone come messaggero una volta conquistata la libertà. “Dopo 25 anni di 41-bis vanta ancora canali per lanciare minacce – conclude il pm – ditemi voi se un mafioso dice queste cose volutamente…”.

Bolzano, provincia di Laterina

“Non ci sono paracadutati. Si va sul territorio e si guardano in faccia gli elettori” diceva Matteo Renzi il 6 settembre 2015, per segnare il nuovo corso del suo Pd che “cambiava verso” dai malvezzi del passato. Quelli dei “soliti noti” (li chiamava così) che pur di non farsi “rottamare” (parlava così) si candiderebbero in capo al mondo per impedire al loro “territorio” di “guardarli in faccia”. Roba da “vecchia politica” (diceva così), tipo quel D’Alema che – gli rammentò Renzi l’11 giugno 2016 – “ci mandò Di Pietro al Mugello!”. Eh già: nel 1997 i poveri mugellesi dovettero votare quel putribondo figuro che aveva fatto l’inchiesta Mani Pulite e peraltro, essendo più popolare di padre Pio, sarebbe stato eletto anche nei collegi di Arcore e di Hammamet (i Ds lo candidarono nel Mugello non per garantirgli l’elezione lontano da casa, ma perché lì si tenevano le elezioni suppletive per sostituire il senatore Arlacchi e in quelle generali del 1996 l’ex pm non aveva voluto candidarsi perché era sotto indagine e voleva attendere di essere prosciolto). Ora naturalmente, siccome non se ne può più di questi paracadutati, Renzi paracaduta Maria Elena Boschi a 340 chilometri dalla natia Laterina (Arezzo), in quel di Bolzano.

Eppure il 21 dicembre scorso aveva giurato a Tgcom24 che “un politico si fa giudicare dai cittadini, saranno gli elettori a giudicare non solo Maria Elena Boschi, ma tutti noi. Questa discussione per noi non esiste. Saranno gli elettori a decidere se Boschi debba essere riportata in Parlamento o no”. Si era scordato di aggiungere che parlava non degli elettori aretini, ma di quelli che parlano tedesco, noti (almeno finora) per eleggere sempre e solo chi vuole la Südtiroler Volkspartei, di cui Renzi&C. si sono riassicurati i servigi con un’infornata di marchette alla modica cifra di 6 miliardi e rotti: dalle indennità ai consiglieri di Stato residenti a Bolzano alle norme fiscali agevolate per l’Alto Adige, dai fondi per l’apicoltura montana all’autonomia plenaria delle province autonome di Trento e Bolzano sulle concessioni autostradali, dalla proroga di 30 anni per l’Autostrada del Brennero A22 ai favori anti-mercato alle banche cooperative locali. Ora gli elettori alto-atesini hanno almeno 6 miliardi di buoni motivi per votare Boschi. E pazienza per il segretario della Svp, Philipp Achammer, che otto giorni fa diceva di “attendere dal Pd una proposta di candidatura di elevata credibilità autonomista” e s’è ritrovato un bel pacchettino già confezionato e infiocchettato.

Edentro c’è la Boschi, la nota autonomista che nel 2014 alla Leopolda si disse “favorevole alla soppressione delle autonomie speciali”. E pazienza anche per il segretario del Pd bolzanino, Alessandro Huber, che fino all’altroieri stava cercando “un candidato locale, come ci era stato richiesto”, quando ancora sperava che Miss Etruria venisse dirottata dove scrivevano i giornali: in Umbria, o nel Lazio, o in Basilicata, o in Sardegna, o in Lombardia, o in Campania, o ad Ascoli Piceno, o in uno qualsiasi dei capoluoghi toscani eccetto Arezzo. Evidentemente, quando Renzi citava i “territori”, parlava in generale, nel senso di uno a caso, come viene viene. E quando chiedeva che “sia consentito ai cittadini di scegliere i parlamentari in modo libero, un po’ come succede nei Comuni” (26.4.2012), diceva così per dire. Certo, ora diventa però vieppiù incomprensibile il senso delle supercazzole renziane sulla Boschi che faceva il giro delle sette banche (più Consob) per salvare Banca Etruria dall’eventuale fusione con la Popolare di Vicenza “a nome dei suoi elettori” (che peraltro non esistevano, nel sistema dei nominati dal Porcellum), del suo “territorio” e in particolare degli ormai leggendari “orafi aretini”. Ora che gli orafi aretini potrebbero finalmente ricambiarla a suon di voti per cotanto attivismo, Renzi gliela sfila da sotto il naso e la spedisce a Bozen. Massì, in fondo un “territorio” vale l’altro.

Quando invece Matteo nostro diceva che “un cittadino deve poter guardare in faccia i propri rappresentanti: poi, se fanno bene li conferma, se fanno male li manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani ogni giorno e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26.4.2012) e che “i candidati nei collegi dovranno tornare a guardare in faccia gli elettori, mentre prima veniva eletto il numero 27 di una lista che nessuno, magari, aveva mai visto” (4.11.2015), pensava a tutti fuorché alla Boschi: anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.
Renzi diceva anche che, per evitare i nominati dall’alto, “il Pd ha già assicurato che faremo le primarie per i parlamentari, come del resto ha fatto per primo Bersani: diamo a Cesare quel che è di Cesare” (21.1.14). E non so voi, ma io le primarie di Bersani di cinque anni fa me le ricordo, mentre ora quelle di Renzi non le ho proprio viste: a meno che Renzi riunito con se stesso in una stanza per compilare le liste del Pd non si chiami “primarie”. Il che non è affatto escluso.
Ah, dimenticavo: il 3 aprile 2011 il Bomba annunciava “un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni”. Non poteva immaginare che il Pd sarebbe finito tra le grinfie di un oligarca che ora fa eccezioni e deroghe à gogo per ricandidare, anzi rinominare Gentiloni, Minniti, Pinotti, Franceschini, Zanda, Giachetti, Realacci dopo 4 legislature e Fassino dopo 5. Indovinate come si chiama.

Streghe e femministe in lutto per la morte di Ursula Le Guin

Piange il mondo della letteratura fantastica. Ieri, nella sua casa di Portland all’età di 88 anni, è scomparsa Ursula Kroeber Le Guin, una delle massime esponenti del genere. Già vincitrice di ben cinque premi Hugo e sei Nebula – i massimi riconoscimenti del settore – Le Guin ha avuto il grande merito di riuscire a superare gli steccati e i suoi libri di maggiore successo, La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974), l’hanno resa nota anche fra i lettori generalisti; del resto con La spiaggia più lontana (1973) vinse anche il National Book Award. Talento poliedrico e visionario, Le Guin è stata anche una riconosciuta glottoteta, alla pari Tolkien, capace di creare nuovi linguaggi e fonemi per dar vita ai propri mondi letterari. Le Guin, autrice da milioni di copie vendute, diede vita a due cicli di storie – Earthsea e il Ciclo dell’Ecumene – e le sue avventure ruotano principalmente attorno a stregoneria e draghi, astronavi, lotta fra bene e il male e conflitti planetari.

Ma ciò che ha maggiormente colpito la critica è il modo in cui ha fatto piazza pulita degli stereotipi: i suoi eroi maschili non hanno le prerogative degli spacconi e i conflitti in atto spesso sono scontri culturali, risolti con il sacrificio anziché con la violenza. Ha scritto più di 20 romanzi, 100 racconti e raccolte di poesia e fra le sue pagine spesso si celebra una visione utopica della società che inneggia al cambiamento attivo, privilegiando in ruolo delle donne, al punto che tutt’oggi è celebrata come una delle paladine letterarie del femminismo.