“In televisione il vero gigante resta Fiorello”

È uno dei grandi guru della televisione italiana, share potrebbe essere l’anagramma del suo nome; è riuscito anche a portare il balletto in prima serata e su Rai1, con successo di pubblico (share, appunto) e critica.

Chi è Bibi Ballandi…

Una persona semplice che ama la famiglia e il lavoro e che cerca il sorriso anche nelle giornate più buie.

Il suo pregio artistico.

Credo la passione, che mi guida in tutto.

Cosa ha imparato e cosa ha trovato dentro se stesso.

A non perdere di vista l’umiltà e il rispetto per gli artisti. Nello stesso tempo bisogna tenere a debita distanza la furbizia che è sempre una pessima consigliera.

È riuscito a raggiungere ciò che sognava?

Molto di quello che ho desiderato l’ho realizzato, ma ogni mattina mi sveglio con la voglia di ricominciare a pensare a un nuovo spettacolo da immaginare, da produrre, da mettere in scena.

E da ragazzo cosa desiderava?

Quello che ho raggiunto e seguendo una vecchia canzoncina disneyana dico “che i sogni son desideri”. Per me lo sono stati, fin da bambino sognavo di combinare qualcosa nel mondo dello spettacolo…

Bruno Voglino parla di artisti portati fisiologicamente alla depressione a causa della pressione psicologica…

È vero, è un fenomeno che può capitare; ma lo stress è nemico dell’arte, e il nostro compito è quello di far sì che l’artista possa esprimere la propria creatività con i suoi tempi e in grande libertà.

Lei è nato a Bologna, grande scuola per cantautori…

Lucio Dalla, Francesco Guccini e Vasco Rossi anche se è di Zocca: le loro canzoni hanno a che fare con la letteratura, sono brani in cui ci identifichiamo; sanno interpretare il tempo che viviamo.

In Emilia c’era pure Pierangelo Bertoli.

Persona speciale, un cantautore di rara sensibilità con una voce splendida: nelle sue canzoni, senza tanti fronzoli, si specchiava la sua vita che non è stata facile; sapeva unire in un solo sentimento passione, solidarietà e speranza.

Qual è oggi la funzione (se c’è) della Tv di Stato?

Deve aiutare le persone a crescere migliorando il proprio pensiero e la propria vita. Per quanto riguarda il mondo dello spettacolo, considero esemplare il modo di fare tv di quel talento immenso che sì chiama Fiorello: un gigante.

È sempre “democristiano non pentito”?

Lo sono ancora fortemente perché sono gli ideali con cui sono cresciuto, quelli di Alcide De Gasperi e Aldo Moro, in cui credo ancora e di cui non sono affatto pentito.

Lei Dc nato a Bologna.

Diciamo che per me Bologna è sempre stata un insieme di don Camillo e Peppone. Se venisse a mancare una di queste due figure non sarebbe più la stessa.

Un suo amico, Celentano, ha da poco compiuto 80 anni…

Un genio, uno di quelli che hanno contribuito a traghettare l’Italia verso la modernità. Un artista unico e irripetibile come Mina. È sempre rock, non è mai lento quando canta e quando pensa.

Prima ha citato Lucio Dalla…

Era mio fratello, con lui ho condiviso tanti momenti della vita: mi ha fatto comprendere di che pasta era fatto un artista. (Si ferma un attimo, riflette) Era un uomo generoso che viveva da poeta e aveva un’intelligenza sorprendente. Sapeva ridere, sapeva piangere e non lo faceva mai senza un motivo. Al pensiero della sua assenza mi commuovo sempre.

La passione “nuda” di Colette illumina ancora oggi Parigi

Quando nel maggio 1893, Colette fece il suo debutto nella società parigina alla corte letteraria del salotto di M.me Arman de Caillavet, sottobraccio al suo chiacchieratissimo primo marito, Henry Gauthier Villars, non passò certo inosservata. Tutti notarono il suo metro e quarantotto di trecce bionde, e la sua conturbante spregiudicatezza lasciò tutti senza fiato, a cominciare da Anatole France, futuro Nobel per la Letteratura nel 1921 e amante della padrona di casa, che corteggerà Colette a colpi di penna, dedicandole romanzi e racconti, ma che non verrà mai corrisposto.

Ad accoglierla, la Parigi di fine 800 che aveva tanto amato dai romanzi di Zola e Balzac: una città in divenire, segnata dall’inarrestabile sviluppo industriale e culturale. Le campagne francesi che si spopolano, i contadini che si trasferiscono alle periferie della Ville, sempre più estese. Mentre cambia il paesaggio e in corrispondenza delle sorgenti stazioni ferroviarie sgorgano nuovi centri urbani, Pierre-Auguste Renoir dipinge Bal au Moulin de la Galette, manifesto della nuova socialità pubblica di Parigi; Charles Tellier inventa il frigorifero, realizzando il primo impianto frigorifero su un piroscafo, le frigorifique, che dall’Argentina mantenne per centocinque giorni di viaggio un grosso carico di carne macellata fino in Francia; Joseph Oller e Charles Zidler fondano e aprono il Moulin Rouge, simbolo della cultura che cambia, la cui scena sarà calcata da Chocolat, il primo clown di colore della storia, da Mistinguett (Jeanne Bourgeois), la donna le cui gambe nel 1919 furono assicurate per 500.000 franchi, e insieme a lei dalle ballerine così eroticamente raffigurate da Henry de Toulouse Lautrec nella mossa del Cancan di Offenbach.

Chiunque volesse cambiare il mondo, doveva andare a Parigi nel 900, la città verso cui tutto il mondo contemporaneo ha un enorme debito poiché è a Parigi e non altrove che è nata la vita moderna: un vivere non imprigionato nella borghese querelle tra la vita e la morte, esse non hanno più così importanza di fronte al sentire, al creare, al lasciare qualcosa. E nessuno come Colette ha saputo raccontarlo nei suoi libri migliori, Cheri, La fine di Cheri, La donna velata, La gatta, La Stella del Vespro, Parigi dalla mia finestra.

Colette racconta una città che ha accolto gli artisti di tutto il mondo, che celebra la gourmandise tradizionale francese, che ha risposto ai due conflitti mondiali con l’associazionismo femminile e senza dimenticare di scovare dove si annidano le piccole gioie quotidiane: non a caso, il simbolo della Francia è un gallo che canta felice con i piedi nella merda (letterale e metaforica).

Ma perché proprio lei, che veniva dalla Borgogna e parigina non lo era? Lo spiega bene, in modo del tutto inaudito come sa muoversi la letteratura, Marcel Proust nel racconto Violante o la mondanità. L’autore della Recherche spiega in quel luminoso racconto che chiunque giunga in città dalla campagna, ne arrivi con una sete di vivere sconosciuta a chi appartiene già alla realtà cittadina e che, proprio in ragione di questo scarto, di questa non-appartenenza, deve appropriarsene, “se la passione gli compete”.

Ed è ruscellata dalla passione che Colette – entrando nella piccola corte di M.me Arman e chiamandola zia, snobbando Anatole France, esibendosi nuda sul palco del Moulin Rouge, e ancora scrivendo romanzi scandalo, fondando un salone di bellezza ispirandosi all’imprenditrice femminista Elizabeth Arden, e vivendo alla luce del sole i suoi amori liberi con uomini o con donne – più di altri si è appropriata di Parigi, dei suoi luoghi e delle sue facce, divenendone lei stessa un simbolo. Quell’irripetibile Parigi è ancora pulsante, è ancora possibile per noi. Chiunque abbia la fortuna di perdersi negli scorci, nelle vie, nei mercati, nelle case da lei raccontati capisce che non è solo una città ma molte cose insieme, un desiderio, una consolazione: Parigi è la promessa di un mondo più grande dove sentirsi finalmente salvi.

“La cecità umana crea l’Inferno in Terra”

Regista scomodo e potente insieme, l’ottantenne maestro russo Andrei Konchalovsky col suo ultimo lavoro, Paradise, ha vinto il Leone d’Argento di Venezia 2016. Girato in bianco e nero, ambientato tra Terzo Reich e Vichy, rastrellamenti nei ghetti e campi di sterminio, ha per protagonisti un poliziotto francese collaborazionista (Philippe Duquesne); una principessa russa arrestata per aver protetto due bambini ebrei (Julia Vysotskaya); un alto ufficiale delle SS (Christian Clauß). Konchalovsky li inquadra frontalmente, a mezzo busto, come per un interrogatorio al cospetto dell’umanità tutta.

Konchalovsky, il suo Paradise arriva oggi nelle nostre sale. La Giornata della Memoria è alle porte, ma perché l’ennesimo film sull’Olocausto?

Devo correggerla: ‘Andrei, perché fai un film sul male e la morte?’. Il male c’è da sempre, esiste in ogni momento, l’Olocausto ne è stata una manifestazione molto peculiare: il male estremo della Shoah è venuto dalla domanda puntuale, dall’esigenza precisa, dal sogno di una società perfetta cullato dai nazisti. Una società che avrebbe contemplato la sola razza ariana, e dalla quale gli ebrei avrebbero dovuto essere espunti, eliminati. Una società perfetta, nelle loro criminali intenzioni, che al contrario di umano avrebbe avuto solo qualche frammento: l’inferno in terra.

Dunque, qual è il focus?

Non faccio un film sull’Olocausto o la Seconda guerra mondiale, ma come d’abitudine un’opera sulla condizione dell’essere umano. Per citare il celebre libro di André Malraux, La condition humaine, il tema a me più caro, e – almeno dovrebbe esserlo – il più importante per ciascuno di noi, non è la storia, ma la ragione stessa della nostra esistenza.

Ma il nazismo non si può eludere.

In quella situazione estrema capisci bene come poche menti malate, paranoiche, sadiche abbiano spinto persone cosiddette normali a creare l’inferno terrestre. Paradise va oltre: il mio nazista, propugnatore della Soluzione Finale, è intelligente, affascinante, ma la sua è solo una devastante illusione. Sì, la relatività è una cosa tremenda.

Si spieghi, Konchalovsky.

I miei tre protagonisti, o almeno due di loro, sono persone terribili, ma io li amo nonostante tutto, perché capisco la tragedia della loro cecità. Purtroppo, non poi così tanto è cambiato: quante disgrazie sono accadute anche di recente, penso all’Iraq o alla Libia, nella miope illusione di esportare la democrazia?

Torniamo all’Olocausto, l’antisemitismo appartiene solo al passato?

Macché, è presente ancora oggi: in ogni forma di odio e intolleranza razziale è l’inferno che fa capolino. Consapevoli o meno, viviamo nel desiderio di dimenticare il passato, e negare l’Olocausto non è che una logica conseguenza. Al contrario, dobbiamo cercare in ogni modo di non dimenticare: se non conosciamo il passato non abbiamo futuro.

L’antisemitismo c’è oggi in Europa?

Ah, certo, in Francia è molto importante.

E in Russia?

Direi proprio di no, è residuale. E grazie all’operato del presidente Putin, che ogni anno incontra i responsabili della comunità ebraica. Proprio per Paradise di recente sono stato premiato dalla federazione delle comunità ebraiche russe, e ho potuto appurare come la loro vita sia molto buona.

Da Homer & Eddie a Tango & Cash ha avuto anche un’importante parentesi americana. Oggi a Hollywood si parla più di molestie sessuali che di film.

Non ho parole, tranne una: ridicolo. Primo, trovo ridicolo che donne molestate 25 anni fa si rivolgano ora alla stampa. Secondo, ridicolo che nella lista dei molestatori non ci sia Bill Clinton. Terzo, trovo ridicola, e insieme molto pericolosa, questa società di stampo orwelliano, questa paranoia per abusi e molestie sessuali di tre decenni or sono. È la manifestazione ultra-reazionaria della politica liberal, è tutto molto triste.

Parlando di cinema-cinema, Loveless del suo connazionale Andrey Zvyagintsev è entrato nella cinquina Oscar del miglior film straniero.

L’ho visto, è molto interessante e spero possa vincere. Sarebbe molto importante, se non altro contribuirebbe a mitigare la russofobia che oggi impera nel mondo: soprattutto per gli americani, la Russia oggi è un posto orribile, ma è solo propaganda. Confido di sorprendermi, che Loveless la spunti.

A dirla tutta non dà un ritratto molto positivo del suo Paese.

Ma perché dovrebbe farlo? E poi la Russia non c’entra, inquadra un problema di civiltà, potrebbe essere benissimo girato in Svezia. A proposito di Svezia, The Square di Ruben Ostlund, altro candidato agli Academy Awards, è molto più duro.

In cantiere lei ha Il Peccato. Protagonista Michelangelo Buonarroti, riprese e co-produzione italiana: che cosa dobbiamo aspettarci?

Non solo l’artista, ma l’essere umano: un genio senza tregua, un peccatore conscio di come la bellezza eccedesse le sue capacità artistiche. E il suo rapporto col potere.

Qualche rimando autobiografico?

Beh, fortunatamente sì: lui aveva Lorenzo il Magnifico, io ho altri mecenati che finanziano i miei film.

Dove lo vedremo?

Mi piacerebbe Venezia, se finisco in tempo.

Mondo di Mezzo, i pm: “Il direttore del Tempo a giudizio”

La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di 21 indagati nella terza tranche dell’inchiesta sul cosiddetto “Mondo do mezzo”. Tra le persone coinvolte c’è Massimo Carminati e l’uomo ritenuto dai pm il suo braccio destro, Riccardo Brugia, entrambi già al centro del maxi procedimento che si è concluso in primo grado: i giudici non hanno riconosciuto la mafia. La prima udienza in Appello è fissata per il 6 marzo. Tra i reati contestati non c’è né l’associazione mafiosa né quella semplice ma per alcuni imputati viene contestata l’aggravante mafiosa. Corruzione, usura, turbativa d’asta, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di valori, sono i reati contestati a vario titolo. È stato quindi chiesto il processo anche per Gennaro Mokbel (accusato di estorsione), l’ex consigliere comunale Pd Pierpaolo Pedetti (indagato per turbativa) e Gian Marco Chiocci. Il direttore de Il Tempo è accusato di favoreggiamento “per aver – è scritto nel capo di imputazione – aiutato Carminati a eludere le investigazioni dell’Autorità giudiziaria, che procedeva nei suoi confronti per associazione mafiosa e corruzione, comunicandogli, tramite Buzzi, di aver appreso in ambienti giudiziari dell’indagine a suo carico”.

Falso in bilancio Fiorentina: fascicolo sui Della Valle

Dal fronte “Calciopoli-filone risarcimenti” filtra una notizia che proprio insignificante non è: il procuratore federale Giuseppe Pecoraro ha aperto un fascicolo sulla Fiorentina rinviata a giudizio per falso in bilancio per il mancato accantonamento di somme da destinare ai risarcimenti dovuti a Gazzoni Frascara – che è stato convocato lunedì 29 a Coverciano –, l’ex presidente del Bologna parte lesa in Calciopoli unitamente a Victoria 2000, Brescia, Atalanta, Figc e Ministero dell’Economia.

Qual è il bello di questa faccenda? Il bello è che la Procura di Firenze ha di fatto obbligato la Procura Figc ad aprire una propria inchiesta: e questo perché il rinvio a giudizio di Della Valle & c. non è avvenuto solo per falso in bilancio, ma anche per false comunicazioni alla Covisoc; per aver cioè indicato “nella voce Fondo per rischi e oneri la posta di 887.444.00 euro che non comprendeva accantonamenti per i seguenti rischi probabili: quattro cause civili per risarcimento danni quantificati in euro 210 milioni avanzate dalla srl Victoria, dal dr. Giuseppe Gazzoni Frascara, dal Brescia Calcio e dal Bologna F.c., cause civili che erano in corso al 31 dicembre 2015 (…), essendo tale accantonamento previsto dall’art. 2424 bis comma 3 c.c. e dal principio contabile Oic n.31”.

La Fiorentina avrebbe insomma ingannato sia l’Uefa (irregolare iscrizione alle competizioni europee) sia la Figc, iscrivendosi al campionato di Serie A con un artifizio sleale. Scenario in tutto simile a quello della Juventus, a sua volta denunciata da Gazzoni alla Procura di Torino. Nella “Relazione finanziaria annuale del 30 giugno 2016”, al punto 59 (“Controversie in corso”, pag. 85), la Juventus ammette l’esistenza di due ricorsi di Gazzoni Frascara e Victoria 2000, ma scrive: “Allo stato le suddette parti attrici non hanno fornito argomenti né elementi di prova tali da giustificare la responsabilità di Juventus e le conseguenti richieste risarcitorie”. Tesi risibile, stando alla Procura di Firenze, visto che i dicta della Cassazione hanno stabilito la colpevolezza piena sia della Juventus che della Fiorentina.

In particolare, la Cassazione ha messo nero su bianco che l’associazione a delinquere promossa dall’“onnipresente duopolio juventino Moggi-Giraudo” ha operato nell’interesse della Juventus (pag. 106, punto 78.1) rimarcando “lo strapotere del Moggi nel condizionamento del settore arbitrale per piegarlo agli interessi a favore della Juventus” (pag 111, punto 82.9).

La giustizia sportiva, in precedenti casi di illeciti amministrativi, è intervenuta con sanzioni pesanti sanzionando il Parma (2014-2015, -7 punti), il Siena (-8), il Brescia (-5 e retrocessione all’ultimo posto).

Sul conto della Juventus va ricordato che la società, essendo quotata in Borsa, è tenuta a rispondere di eventuali illeciti anche alla Consob.

Ieri, intanto, dopo il rinvio a giudizio di Diego e Andrea Della Valle, si è svolta a Firenze l’udienza preliminare (prossima udienza il 7 marzo). E la notizia è che la Figc ha deciso di non costituirsi parte civile. Mentre Pecoraro attacca, la Federcalcio in disperata difesa butta la palla in tribuna.

Affari di famiglia e molti sospetti: il sistema Tebas

Gli affari di Javier Tebas, gli interessi di Urbano Cairo. E in mezzo la corsa per la presidenza della Federcalcio: nel giro di pochi giorni, il pallone italiano si gioca soldi e potere. Mentre a Milano si lavora sui diritti tv e la Serie A si prepara ad accogliere il chiacchierato Tebas con uno stipendio da un milione di euro e l’incarico di amministratore delegato; a Roma Giovanni Malagò, capo del Coni, torna ad agitare lo spauracchio del commissariamento. I tre candidati (Tommasi, Sibilia e Gravina), però, vanno avanti: lunedì 29 gennaio, in una maniera o nell’altra, si voterà e la Figc avrà il successore di Carlo Tavecchio.

Prima, però, c’è la Lega, dove proprio Tavecchio spera di atterrare dopo il fallimento mondiale. Per i presidenti delle società di Serie A questa è la partita più importante: in ballo c’è il miliardo di euro dei diritti tv, il carburante che tiene in vita il sistema, ma che Sky Italia e Mediaset non vogliono sganciare. Proseguono a oltranza le trattative del mediatore Infront con Sky e Mediaset, ferme a 800 milioni totali: si lavora a “soluzione creative”, ma il tempo stringe. Così tra i club si fa sempre più forte la tentazione di imboccare la strada che porta in Spagna, tra le braccia di MediaPro, l’intermediario che garantisce 990 milioni di euro all’anno per tre stagioni. E quindi anche di Javier Tebas, già presidente della Liga spagnola, pronto a trasferirsi a Milano per aprire una nuova frontiera al suo business. Lui è il candidato di Cairo al ruolo di amministratore (magari in ticket con Carlo Tavecchio presidente, per accontentare Lotito). L’uomo giusto per vincere la scommessa dell’autoproduzione, se non altro perché con MediaPro – coinvolta nello scandalo Fifa di epoca Blatter – ha già fatto buoni affari. Con tutta la famiglia. Fino allo scorso anno, Tebas è stato socio con Jaume Roures, il boss di MediaPro, nell’azienda Spanish soccer international marketing, che si occupava anche di gestione e distribuzione di diritti tv.

Ora è suo figlio Javies Tebas Llanas a essere in affari con Roures, nella società Tauro Broadcast che si è lanciata nel business delle corride. E Tebas jr è anche amministratore di Skelton Enterprise, che cura la comunicazione di alcuni club, e ha tra i suoi clienti un noto programma televisivo trasmesso grazie all’accordo proprio con MediaPro. Poteva mancare la mamma in questo splendido quadretto familiare? Marta Coduiras, avvocato, moglie di Tebas e cofondatrice dell’omonimo studio legale, ha la rappresentanza legale di varie squadre (come Cadice e Getafe).

Sugli affari di Tebas in passato il fisco ha aperto più di un’indagine, mente la stampa spagnola ha denunciato il “controllo totale” della Liga. Ora il presidentissimo dalle note simpatie franchiste progetta di espandersi anche oltre confine: Argentina e Italia, se dovesse passare la linea di Cairo. Il presidente-editore (Torino, Rcs e La7), malignano i suoi detrattori, magari sarà il primo a beneficiarne: in caso di una nuova piattaforma prodotta da MediaPro, servirebbe di sicuro un concessionario per raccogliere la pubblicità. Cairo sarebbe perfetto.

Il puzzle da comporre, però, è complesso. Anche perché il governo della Lega si intreccia con quella della Figc, su cui la Serie A deve esprimersi. Ieri Malagò ha chiesto di rinviare il voto ai tre candidati. Proposta rispedita al mittente, nonostante i cattivi auspici: “In queste condizioni, rischiate di avere il presidente più breve della storia”. Il Comitato olimpico è tornato alla carica con il commissariamento: il pretesto sarebbe proprio la Lega che si rifiuta di adeguare il suo statuto al principio della maggioranza semplice. “Tavecchio non sta rispettando le regole”, aggiunge. Ancora trenta giorni di tempo e poi scatta la punizione di Malagà. Non se il salvatore spagnolo Tebas arriva e, col suo piglio autoritario, risolve tutto.

“Hai il malocchio”: denunciata per truffa la “maga di Ladispoli”

Una cartomante fa credere a una donna di essere vittima del malocchio e riesce a spillarle 15 mila euro. Ma dopo un po’ il raggiro è stato scoperto e la “maga di Ladispoli” è finita nei guai. I carabinieri della stazione di Montevarchi (Arezzo) hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Arezzo una cittadina rumena, residente a Ladispoli (Roma), per il reato di truffa aggravata. La denuncia è scattata dopo la querela sporta da un’altra cittadina rumena, 33enne, residente a Montevarchi la quale, dopo alcune ricerche su Facebook, ha contattato telefonicamente la connazionale che esercitava il mestiere di cartomante. La presunta “maga di Ladispoli”, facendo credere alla denunciante di essere oggetto di “malocchio”, per le proprie prestazioni, nel corso delle varie molteplici sedute di esorcismo, le ha richiesto il pagamento di circa 15 mila euro. I contatti telefonici per appuntamenti sedute e richieste di pagamento, nonché buona parte dei bonifici effettuati da parte della vittima sono stati effettuati – come hanno accertato le indagini – sul telefono e sulla carta Postepay intestati direttamente all’indagata.

Ricattavano sul web fingendosi poliziotti della Postale. Indagine cominciata dopo un suicidio

Studiavano nei minimi dettagli il profilo psicologico degli inserzionisti di noti siti commerciali e di incontri, servendosi dei loro profili social. Poi li ricattavano attraverso la voce di un finto poliziotto che millantava l’esistenza a carico della vittima di una querela, che non si sarebbe trasformata in reato se avessero pagato subito delle “pene pecuniarie” tramite bonifici. Molte delle persone truffate cadevano nella trappola dei pagamenti per non vedere infangare il proprio nome e non avere ripercussioni nella vita affettiva e sociale. Fino al suicidio di un giovane di Nuoro, avvenuto l’estate scorsa e di cui si è appreso solo ieri a conclusione delle indagini della Procura di Nuoro che hanno portato a 16 arresti e quattro denunce. La presunta associazione criminale che metteva in atto truffe ed estorsioni sul web tra il nord Italia e la Sardegna è stata sgominata ieri dai carabinieri di Nuoro, Torino, Vercelli e Catania, che hanno eseguito le 16 ordinanze di custodia cautelare e un obbligo di dimora, oltre alle denunce. L’inchiesta della Procura era partita dopo il suicidio del giovane nuorese. I genitori della vittima si erano rivolti ai carabinieri per cercare di fare luce sulle ragioni che hanno portato il figlio, apparentemente senza problemi, a togliersi la vita.

I militari hanno dato inizio alle indagini e in pochi mesi sono riusciti a raccogliere una serie di elementi sui social forum della vittima, scoprendo che tutto è partito dopo che aveva pubblicato alcuni annunci a sfondo sessuale in alcuni siti di incontri. Il giovane era stato ricattato per questi annunci da un sedicente ispettore della polizia postale che gli aveva chiesto il pagamento di contravvenzioni per inesistenti violazioni commesse dopo aver pubblicato gli stessi annunci. Circa 5mila euro la cifra pagata dall’uomo che però non ha retto alle pressioni e si è tolto la vita. A capo dell’associazione, secondo l’accusa, Simone Atzori, di origini sarde ma residente a Torino, che agiva insieme a Francesco Reina, 31enne pregiudicato di Catania anche lui residente a Torino. L’associazione aveva un giro d’affari di circa mille euro al giorno per oltre 600 truffe documentate, di cui 45 riuscite.

Con una mannaia massacra la moglie e un bambino di 3 anni affidato per qualche ora da amici

È stata abbandonata in una pozza di sangue sul balcone, massacrata a colpi di mannaia. Era la moglie dell’assassino. Il figlio di tre anni di una coppia di amici, invece, è stato trovato agonizzante pochi metri più in là. Si trovava in quella casa perché la mamma, impegnata per lavoro, aveva chiesto alla donna di ospitarlo per la notte. È morto poco dopo in ospedale. Quando i carabinieri sono entrati in quella casa, a Cremona, di fronte alla chiesa parrocchiale di San Francesco, al quartiere Zaist alla periferia della città, si sono trovati davanti a una carneficina raccapricciante. Qualcosa ha scatenato la follia omicida di Wu Yongqin, di 50 anni, cinese, da tempo seguito dai servizi sociali e già in cura per problemi psichiatrici. I suoi frequenti stati di squilibrio non gli permettevano di lavorare, ma non si erano mai manifestati con una violenza tale da creare timori per l’incolumità dei familiari. Wu Yongqin aveva tentato il suicidio tempo fa, gettandosi da una finestra ed era rimasto claudicante. Ieri invece la furia dell’asiatico si è scatenata sulla moglie Chen Aizhu, di 46 anni, e sul piccolo Wen Jun Ye. Yongquin è stato arrestato dai carabinieri pochi minuti dopo l’aggressione, proprio nel momento in cui il figlio tredicenne rincasava dalla scuola media Vida. Il ragazzo è stato affidato ai servizi sociali del comune di Cremona.

Sembra, dai primi riscontri, che poco prima del massacro ci sia stata una banale lite: lui lamentava il fatto che la moglie non avesse provveduto a recarsi a Milano per rinnovargli il passaporto che era scaduto. È stata una passante che dalla strada ha sentito urla strazianti ad avvisare con una telefonata i carabinieri. Pensava che l’uomo, scorto attraverso la porta-finestra del balcone, brandisse un bastone e così ha detto nella chiamata al comando provinciale dell’Arma. L’uomo ha colpito la moglie prima in bagno, ma i fendenti mortali le sono stati inferti in cucina dove la donna era fuggita nel disperato tentativo di salvarsi. Infine è scappata sul balcone dov’è morta. Il bambino è stato raggiunto da almeno tre colpi di mannaia. L’omicida ha aperto la porta ai carabinieri impugnando la mannaia, ma senza opporre resistenza.

“Politici spiati”, dopo un anno Occhionero torna libero: ha l’obbligo di firma e di dimora

Dopo oltre 12 mesi di carcere torna libero Giulio Occhionero, l’ingegnere nucleare accusato, assieme alla sorella Francesca Maria, di avere spiato siti istituzionali e mail di esponenti politici e partiti. Lo ha deciso il giudice monocratico di Roma, davanti al quale Occhionero compare come imputato, accogliendo una istanza presentata dal difensore Stefano Parretta. Il tribunale ha disposto per Occhionero obbligo di firma e di dimora. Sulla richiesta di scarcerazione il pm Eugenio Albamonte, titolare dell’indagine sulla presunta attività di cyberspionaggio, aveva espresso parere negativo. La sorella di Occhionero era stata, invece, scarcerata il 25 settembre scorso. La decisione del tribunale arriva a cinque giorni dall’udienza in cui Occhionero è stato sentito per la prima volta nel corso del processo. Una audizione durante la quale l’ingegnere aveva respinto le accuse e attaccato frontalmente l’attività di indagine svolto sul suo conto. “Non ho mai fatto alcun accesso abusivo a un sistema informatico – ha affermato in aula -. Non ho mai danneggiato siti istituzionali o spiato caselle di posta riconducibili a esponenti di rilievo come Renzi, Draghi, Monti o partiti come il Pd”. Occhionero ha ammesso di avere “consultato siti istituzionali come Camera e Senato come fanno tutti ma non per carpire dati concernenti la sicurezza nazionale”.

Nei confronti dei due fratelli, la Procura contesta, tra gli altri, il reato di accesso abusivo a sistema informatico ma in un secondo filone l’accusa è ben più pesante: spionaggio politico. Nel secondo procedimento, ancora in fase di indagine, gli inquirenti contestano ai due di avere spiato, a cominciare dal 2004, circa seimila persone e di avere carpito oltre tre milioni e mezzo di mail. Numeri emersi dal lavoro svolto dagli specialisti della Polizia postale che, grazie anche alla collaborazione dell’Fbi, sono riusciti a “sbloccare” i server americani dei due indagati e a ricostruire la rete creata su almeno 9 pc riconducibili agli Occhionero.