Discarica a Villa Adriana, per ora il progetto salta. Ma il rischio resta

Villa Adriana e il Castello di Corcolle, per ora, sono salvi. Il rischio era quello di veder sorgere una discarica all’interno di una cava di pozzolana antistante a questi luoghi storici al confine tra Roma e Tivoli. La Soprintendenza speciale di Roma Archeologia Belle Arti Archeologia, però, ha bloccato tutto. “L’area è sotto vincolo paesaggistico dal 1986 – scrive la Soprintendenza – ed è di grande interesse storico, viste le importanti presenze archeologiche e monumentali”.

Una vicenda ancora opaca, perché i lavori erano iniziati senza che l’azienda coinvolta avesse ancora ottenuto le necessarie autorizzazioni. Così Simonpietro Salini, per conto della proprietà della ditta, aveva riferito al Corriere della Sera che in quell’area sarebbero finiti “detriti inerti”, ovvero le macerie di Accumuli e Amatrice ancora da trasportare dopo il terremoto dello scorso anno. Ma la Soprintendenza lo ha smentito, perché i rifiuti del sisma non sarebbero stati separati a seconda della tipologia, dovendo dunque essere considerati “rifiuti urbani”. E a quel punto, se la discarica a due passi da Corcolle avesse ottenuto il via libera per ricevere rifiuti urbani, niente avrebbe impedito di poter utilizzare il sito anche per smaltire altra spazzatura, magari proveniente dal Comune di Roma.

Della vicenda si è occupato anche Urbano Barberini, attore e produttore, dal 2014 assessore alla Cultura e al Turismo del comune di Tivoli: “Già cinque anni fa si verificò una situazione analoga, perché qualcuno voleva attivare una discarica nella stessa zona. Dopo un lungo periodo di battaglie riuscimmo a far naufragare il progetto, ma poche settimane fa ci sia ritrovati nuovi lavori in corso”.

Lavori iniziati in circostanze misteriose, come aveva denunciato lo stesso Barberini: “C’era un sospetto via vai di operai nelle ore buie, mentre nel cantiere non c’era neanche un cartello che segnalasse il regolare inizio dei lavori”.

Da lì la denuncia delle associazioni ambientaliste e della stampa, con il caso che è finito anche sul sito del quotidiano britannico The Daily Telegraph, che ha portato la Soprintendenza romana ad occuparsi della vicenda. Fino al comunicato che ha sancito lo stop ai lavori: “Di tali attività non è mai stato fornito alcun preavviso e non è pervenuta alcuna comunicazione né alcuna richiesta di autorizzazione, (…) presupposto imprescindibile alla regolare fattibilità delle lavorazioni riscontrate”.

A Tivoli nessuna discarica nel sito archeologico di Villa Adriana, dunque, ma il caso potrebbe non essere finito qui: “Sono soddisfatto della decisione – dice Urbano Barberini – ma non possiamo ancora abbassare la guardia, perché gli interessi sulle cave abbandonate della zona sono molti: la priorità deve essere quella di preservare il sito archeologico da questi attacchi”.

L’avvocato folgorato sulla via del mattone

Dietro l’acqua, sopra l’acqua, sotto l’acqua. Il mare di Pescara è di cemento. È piattaforma di costruzioni, luogo di negoziazioni, ampliamenti e riconversioni. È il centro di gravità permanente degli interessi dei maggiorenti. Uno tra tutti: Giuliano Milia.

Avvocato, anzi principe del foro di Pescara, legale di altissime doti tecniche, ha un amore inconfessabile per il mattone. Nove società familiari, scrive la Squadra mobile in un rapporto, e il meglio delle relazioni. Fortunatissimo perché tra le altre cose, Pescara ha un valore aggiunto giudiziario di tutto rispetto. Chi la guida, anzi la domina, cioè Luciano D’Alfonso, è quasi annegato nelle carte processuali, e i suoi processi, 25 capi d’imputazione azzerati grazie alla scienza di Milia, il suo avvocato, li porta in processione come se fossero santini: “Oramai ho l’immunità giudiziaria”. E l’avvocato nel tempo libero si dà da fare. L’Ikea ha costruito su suoi terreni, ottimo affare. E c’era la sua penna, il suo fiuto, nel centro commerciale Megalò 3, e sempre lui, cioè la sua famiglia, nel più grande progetto di risistemazione del waterfront. Area esondabile e rischiosa, dice la legge. Invece no. Cavillo dopo cavillo, il parco pubblico immaginato nell’area dismessa ex Edison diviene luogo d’alberghi, poi di uffici, infine – forse – di case. Deroga su deroga su deroga. E sempre in nome del diritto. L’avvocato Milia è quello del comma 271, un emendamento approntato dal Parlamento che, casualmente, sottrae alla pianificazione urbanistica di Pescara quell’area. Corsi, ricorsi. Tar, Consiglio di Stato.

Dove c’è Milia o c’è un uomo inguaiato, un perseguitato dalla giustizia a cui preme la salvezza dell’anima, oppure un buon affare. E Milia difende i potenti, ora il sindaco di Pescara, quando D’Alfonso lo era, ora quello di Chieti, ora il capostipite della più grande industria, naturalmente di costruzioni, che abbia l’Abruzzo, quella di Carlo Toto.

Pescara è città carnivora e gaudente: con i soldi ci va a letto tanto da essere stata segnalata qualche anno fa come la regina degli assegni a vuoto. Esibizionista, vitale, ottimista, anche fanfarona, capricciosa, furbetta, pasticciona. Un’atea devota. Ex grande contea del Pd, oggi ammaccata dalla resurrezione berlusconiana e della forza propulsiva grillina, propone a Matteo Renzi la candidatura del suo nobile padre D’Alfonso. Candidatura che ha una condizione e un limite, come il governatore ha specificato con gli amici: “Vado a Roma solo se mi fanno fare il ministro o il vice”. D’Alfonso, il vice unto del Signore.

“Sogno il tunnel Roma-Pescara: 6 miliardi e offro tutto io”

Carlo Toto è il talpone scavatore d’Italia. Si dice che sia in possesso dell’unica perforatrice in grado di inghiottire la roccia come si fa con un bignè al mattino al bar.

Piantato come una quercia contadina, è la sentinella d’Abruzzo: chi vuole andarci per terra deve passare da lui e pagare. Ha infatti in concessione l’autostrada dei Parchi ed è appaltatore (Toto Costruzioni) di grandi opere. Era anche aviatore fino a quando la sua AirOne non è stata ceduta ad Alitalia.

Per venire da lei qui a Chieti abbiamo dovuto pagare 21,70 euro di pedaggio. Per tornare a Roma altrettanti ce ne vorranno. Aumento delle tariffe del 12,89 per cento. Lei è esoso come nessuno.

Faccio la figura del cattivo, di chi non si sazia mai. Devo ringraziare il governo per questo bel regalo. Io ho vinto una concessione, nella quale c’era scritto cosa avrei fatto io e cosa lo Stato. Nero su bianco l’aumento annuale previsto. Invece sa che è successo? Che per tre anni il contratto non è stato rispettato. Sono dovuto andare dal giudice per avere ragione. E ora tutti vengono a chiedere conto a me?

Lei pensa che non sia il minimo chiedere conto di questo eccesso?

Per ogni 10 euro che l’autostrada incassa come pedaggio, più di 5 vanno allo Stato, meno di 5 a me. Ma io devo far fronte con quella cifra a tutti gli investimenti.

Lei non si sazia mai. Ha avuto l’autostrada…

Mica l’ho avuta gratis. Ho vinto una gara pubblica, scusi se è poco.

Ora gli aumenti e domani vorrebbe bucare l’Abruzzo: un grande tunnel da Roma a Pescara.

Ventisei chilometri di gallerie e 6 miliardi di euro di investimento. Ha dimenticato di dire che i soldi li metto io.

Il corrispettivo è allungare la concessione fino ai suoi nipoti. Toto per sempre.

Guardi che quest’autostrada se ne cade a pezzi, col terremoto i ponti sono tutti infragiliti come fuscelli al vento, il cemento è farina, il ferro è ruggine. Lo sa il governo, lo sa il ministro Delrio.

Che finora le ha detto no.

Gli abbiamo portato il piano, è sbiancato, ha spiegato che lui preferisce l’ipotesi minimalista. Riparare quel po’ che si può. Ma il cemento nuovo sul cemento vecchio è come saliva sulla ferita. Pulisce ma non disinfetta. Fra dieci anni staremo di nuovo a rattoppare. Piloni tarlati e soldi sprecati.

Delrio non le farà bucare l’Abruzzo e lei è incavolato nero.

Il progetto è qua, è stupendo. Accorciare di un’ora la distanza tra Pescara e Roma significa dare nuova vita a tutta la Regione.

Non si capisce mai bene chi decida in Abruzzo: se gli abruzzesi oppure Toto.

Non ho nessun timore di dire che ho un ottimo rapporto col presidente D’Alfonso.

Voi due, culo e camicia.

Siamo amici, ci frequentiamo e ci stimiamo.

Lo sovvenziona?

Tangenti mai a nessuno. Per due anni abbiamo dato un contributo a tutti i partiti, poi abbiamo smesso perché un atto di generosità certificata e pubblica ci faceva passare per finanziatori ora di questo ora di quello. Ho detto basta.

Come mai non ha pensato di comprare un giornale? Uno come lei senza un foglio sul quale indicare i buoni e i cattivi?

Stavo per acquistare il Centro, quando l’Espresso l’ha messo in vendita. Mi era venuta voglia, poi per fortuna ho desistito.

Lei ha gli amici che contano e dei giornali se ne fotte.

Ho capito che è faticoso farti capire. Dire il proprio pensiero quando nessuno ti ascolta non è un felice passatempo, ma un promemoria con se stessi.

La politica s’è messa in mezzo.

La politica fa la politica, ma il lavoro è il lavoro.

La politica chiede un aiutino: quattrini oppure, in genere, la sistemazione di un bisognoso.

Un raccomandato che non sa fare nulla posso tenerlo un anno in azienda, non di più.

Ha rifilato ad Alitalia la sua AirOne. Che felicità!

Il bidone l’hanno fatto a me. AirOne era un gioiello e se avessi dato retta agli americani l’avrei venduta a loro. Invece ci ho pure perso.

L’hanno fregata?

Mi hanno preso al laccio come un bambino. Il cattivo, facciamo conto, è sempre Giovanni.

Bazoli.

Vero, Bazoli si chiama Giovanni.

Pescara da bere, tra minigonne e disoccupazione al 18 per cento

Non riescono a stare in casa d’estate, i pescaresi. “E non riescono a uscire in inverno”, racconta Veronica Gaspari, splendida e spiritosa. Lavora al caffè di piazza Muzii, Veronica, e giusto da oggi – come ogni giovedì – sfodera la minigonna che le fa da uniforme fino alla notte di domenica quando alla restante parte di settimana faranno seguito i pantaloni.

Come lei, tutte. E tutte belle, tutte come lei che sta giusta, che comanda e che – sentenzia Giuditta De Angelis, volitiva dj – “fa morale e classifica”.

Ecco Pescara che all’ora dell’aperitivo sembra ben più che vestita a festa, pronta per un party esclusivo tanto è così da bere, da conversazione e da dolce vita.

“Tutto è accessibile a tutti: droga, cene e notti, con le persone che girano…”, scherza Andrea cui piace seminare zizzania, ma giusto per quel minimo di carattere con cui la città si rende Bengodi per attrarre tutti.

Pochi, a Pescara, sono di Pescara. Elena Vita, avvocato civilista, per fare un esempio, con Amalia Schiazza e Silvana Silvano – sue colleghe, attive al Tribunale di Chieti, tutte e tre belle, brave ed elegantissime – ecco: non lo sono.

E così Cosimo e ancora un altro Cosimo, rispettivamente dj e agente assicurativo: sono pugliesi, residenti ormai nella città dove restano tutti. Come Olga che insegna a tutti la giusta pronuncia dei venerati nomi della letteratura: Bulgakov, Tolstoj e Dostoevskij. È russa. Arrivata a Pescara, Olga è rimasta.

“Tutti i calciatori, gli atleti e i professionisti che capitano a Pescara”, dice Elena, “prendono poi residenza”. E restano. Chissà se David Parenzo, ormai di casa a Pescara, ci resterà.

Solo Giuditta, nella comitiva, è pescarese. Giuditta ha memoria di un’altra Pescara: “Ci fu una rassegna di arte contemporanea, Fuori uso; per la prima volta, ex fabbriche ed ex colonie divennero spazi espositivi”. Lesta di giudizi, Giuditta sentenzia: “Adesso non c’è nulla, vita culturale, zero”. Elena, Amalia e Silvana ridono. Giuditta, con loro: “A me la gente nuova mi cambia”. Ma al modo crudele delle donne quando se ne stanno tra loro, le ragazze ridono: “Siamo sempre gli stessi, qui; ecco il guaio”.

Miami sull’Adriatico. Godere con D’Annunzio su un mare di cemento

La vorace Pescara si chiama Pescara e non Castellammare Adriatico – il comune più grosso con cui nel 1926 fa un’unica cittadina – per Gabriele d’Annunzio, il poeta. Il nuovo centro doveva chiamarsi Aterno ma per la santa pace del Capo del Governo, incalzato dal Vate, succede che il piccolo s’ingoia il grande.

A sorvolarla, come a bordo dell’idrovolante Alcyone, ecco il brulicare di un unico sfogo: Pescara è un magnete a forma di triangolo – visto dall’alto – con una rientranza che fa poi da aggancio e trascina a sé Montesilvano, Silvi Marina, Città Sant’Angelo, Spoltore, San Giovanni Teatino, Francavilla e pure Chieti. Senza dimenticare i 60 mila sfollati del terremoto arrivati dall’entroterra. Numeri che danno la somma al totale.

Sono otto comunidi ben tre province (Chieti, Pescara e Teramo), chiamati ad adunarsi ai margini di piazza Salotto, lo slargo elegante dove Ettore Spalletti, scultore tra i più acclamati, si gode la visione della festa di laurea di un giovane zingaro giunto al rinfresco in groppa al suo cavallo bardato di tutto punto.

Pescara è ’nu film. Ricorda Maurizio Ballone, avvocato. Il destriero è lo stesso visto, qualche giorno prima, sul terrazzo di una casa nel quartiere Rancitelli, il nucleo della città vecchia di solo novant’anni, dove la più numerosa comunità stanziale degli zingari residente da sempre alimenta la pellicola di un racconto straniante.

’Nu film che comincia negli anni 80 – con Carol Alt all’ombra delle “palme”, i grandi ombrelloni degli stabilimenti, e Ayrton Senna, il più grande dei piloti, alla guida della macchinetta elettrica – e che continua oggi se solo si sapesse di chi è la strepitosa Mercedes Amg, dal colore senza colore, cromata e basta, parcheggiata dal bar Berardo di corso Umberto. È proprio di fronte alla Fontana della Nave, la scultura di Pietro Cascella e anche quell’auto – chissà di chi è – è un monumento di volontà e rappresentazione nella città della terra e del mare. E dei grandi soldi.

’Nu film, Pescara. Dal piccolo Abruzzo alla grande globalizzazione. Questo è l’andazzo nella città che cresce per addizioni, l’unica – e lo scriveva Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia – “città americana in Italia”, una specie di piccola Los Angeles che assorbe ogni cosa per farne l’esatto contrario.

Come Luciano D’Alfonso – esponente Pd, governatore della Regione – che di Pescara, anzi la “Grande Pescara” fa il suo trono e di tutto il resto intorno ne fa feudo. Una signoria quella di D’Alfonso – un Remo Gaspari venuto male – dove impera e divide con i suoi fedelissimi.

Una specie di Miami è Pescara, vitale, ipercinetica, corrotta dalla fame che l’affligge.

Costruire, ricostruire, abbattere e costruire di nuovo. Cemento über alles. Sta per inghiottirsi l’intera regione, tutta di montagne e natura, e farne mare, solo mare di cemento: l’Adriatico lordato dai reflui urbani, interdetto ai tuffi e alle bracciate perché sporco oltre il lecito, qui celebra l’egemonia di un’identità né meridionale, e neppure settentrionale.

“La prima città del Nord che s’incontra salendo, la prima del Sud cui s’arriva scendendo”, dice Lorenzo Sospiri, l’esponente di Forza Italia – oggi all’opposizione – cui, per celia, tutti affidano l’onomastica di uno dei due avveniristici ponti (il Flaiano) ribattezzandolo “Ponte dei Sospiri”, giusto a suggerire la parodia veneziana che con l’altro grande ponte – del Mare – inaugurato da D’Alfonso, accompagnato da Dudù, l’azzimato cerimoniere, magnifica la sfacciata prontezza del mare magno che tutto si magna.

Il mare, allora. Ironico quanto un presocratico, Cristiano Paggetti, titolare del Caffè delle Merci e filosofo, che i giornali li tiene in frigo per mantenerne fresche le notizie, racconta il mare che fu: “Da bambino raccoglievo le stelle marine e accarezzavo i cavallucci a spasso tra le onde; alla foce del fiume Pescara vi trovavo i gamberetti d’acqua dolce, è il fiume che oggi fa merda del tutto”.

Alle solite: il piccolo fiume e il mare grande – “con il reparto di ginecologia”, spiega ancora l’oste, “che registra le impennate di ricovero in estate, quando le ragazze prendono il bagno” – ma la tragedia del ristagno degli inquinanti portati dal fiume forse troverà riparo. Altre opere sono in agguato, e milioni di euro ancora da spendere.

La spiaggia, fa notare Guido Alferj – squillante firma del giornalismo italiano, già inviato del Messaggero – è dentro casa: “Esci dal supermercato, esci dall’ufficio e ce l’hai lì”. La spiaggia basta e avanza, il mare lo guardi solo.

Ed è il segreto che Pescara si tiene in tasca, il mare. Ma come a Ostia, anche qui il mare non si vede. Gli stabilimenti fanno muro, il manto di sabbia e delle onde s’intuisce dai piani rialzati delle case e nella proterva e dolce presenza rosata del cielo.

C’è la delicatezza dell’assoluto a Pescara e solo Spalletti, che qui ha casa, sa tenerselo tra le dita e lo sa evocare.

Angelo soave qual è, si avvia verso il suo tavolo, alla Paranza, sul lungomare. Gli viene incontro il sindaco Marco Alessandrini, sempre bisognoso di consigli – “Cosa posso fare, Maestro, per restituire alla bellezza il mare?” – e la risposta, dolcissima, è sempre una: “Prenda una ruspa che parta dal Porto e strappi la crosta di cemento che nasconde l’Appennino all’azzurro del mare”.

Gli amministratori non si sono ancora decisi sulla reale vocazione della città, se balneare o portuale ma Alessandrini, consapevole di avere addosso D’Alfonso, incassa il consiglio di Spalletti e taglia corto, anche perché al porto turistico lo skyline serba un pugno in un occhio a chi guarda: 200 mila metri quadri di fanghi puzzolenti a far da montagnetta, un ingombro che dal 2014 – dopo un impegno di spesa di 13 milioni di euro – attende ancora di essere trasferito in Belgio e lì smaltito, come da accordi presi con la ditta incaricata di dragare la rada.

Tra Bologna e Bari, dunque – tra le città della moltiplicata operosità centro-adriatica – sta Pescara: “Potrebbe essere demolita da un giorno all’altro senza pena alcuna ed essere ricostruita, una piccola Abu Dhabi senza storia e identità”, dice ancora Spalletti mentre intorno a sé, nel suo studio, le sue opere costringono i visitatori alla soggezione, come innanzi al Santissimo nella bella chiesa dei Sette Dolori.

Città culla degli artisti, Pescara “Natura morta con bicchiere in mano”, spiega con felice immagine Marco Manzo, giovane editore di Abruzzo Independent e però memore di identità clamorose: “Fu officina degli schifanisti, e anche dell’avanguardia del fumetto con Andrea Pazienza e Tanino Liberatore”.

L’arte, comunque, è il blasone della città ricostruita in forma di piccola metropoli. Rasa al suolo dagli americani il 31 agosto 1943(con 5.000 morti in quattro giorni), Pescara risorge dotandosi di una rinascita ordinata con una marea di energie che va a specchiarsi di fronte al mare.

L’arte, appunto. Ricorda Lilli Mandara, penna acuminata e dolente: con Spalletti, al seguito di Germano Celant, arriva Jannis Kounellis, quindi Mario Ceroli, Gino De Dominicis, Joseph Beuys. Ed è anche meta della voce dell’oblio, con Carmelo Bene che da Otranto risale la dorsale adriatica apposta per reclutare a Pescara una ragazza – “un’infermiera per amore dell’arte” – nella pur sempre città de La figlia di Iorio che ancora oggi non ha un teatro (tant’è che il pescarese D’Annunzio, trionfante autore in tutto il mondo, nel 1904 consegna il manoscritto del copione al Marrucino, il teatro di Chieti, a futuro monito più che a futura memoria).

Non è teatro, Pescara. Magari è rassegna letteraria, come l’assai glamour FLA, ovvero Festival Libri e Altre cose curato da Luca Sofri – organizzatore de Le merende in spiaggia – o come il Festival Jazz, un appuntamento internazionale di altissimo livello.

È ’nu film. “Tutto è violento e tutto è pacato” annota il Vate a proposito di Iorio e il Far West sta sempre sottotraccia in questo outlet del capitale umano.

La violenza, per esempio, è un film. Come quando nel maggio 2012 si scatena una guerra tra gli ultras del Pescara e la comunità degli zingari. Uno di questi regola il conto con una pistolettata. L’ultrà muore nel giro di niente, si scatena il ferro e fuoco e la Questura allora impone un aut aut: o il colpevole, o il peggio. E così, all’autogrill di Francavilla al Mare, gli zingari consegnano alla polizia il colpevole. Come ’nu film.

Mail Box

 

Grazie del supporto, è bello avere lettori come voi

Dopo aver appreso la notizia della condanna per diffamazione del direttore Marco Travaglio, e dopo velocissima consultazione tra amici si è giunti alla conclusione che ci piacerebbe partecipare al pagamento della somma richiesta in risarcimento. Premetto che si parla di cifre pro capite davvero piccolissime dal momento in cui nessuno di noi naviga nell’oro. Lo consideriamo più che altro un gesto di solidarietà nei confronti di un giornalista libero e di una stampa libera. Dove possiamo mandare i soldi che riusciremo a raccogliere? Attendiamo informazioni.

Roberta Urbinati

 

Esprimendo la massima solidarietà, qualora la notizia trapelata fosse confermata, al direttore Travaglio, sono a chiedervi le coordinate Iban. Non voglio fare il fenomeno, in nessun modo. Vorrei solo dare il mio contributo per il pagamento della multa a lui inflitta, per dimostrare la mia vicinanza al lavoro e alle inchieste che porta avanti senza paura e nel massimo rispetto dei suoi lettori e degli italiani tutti.

Luigi Senese

 

Gentile direttore, la mia solidarietà per la condanna per diffamazione subita. Hanno scomodato il conduttore del televideo per dare la notizia alle ore 01.17 di stanotte. Finalmente hanno un motivo per attaccarti e, sono certo che, con la tua lucidità dei fatti saprai dire il perché del tuo risentimento sulla sentenza da te commentata. Ora mi aspetto che mamma Rai riservi eguale trattamento a tutti i condannati, in special modo a tutti quelli che ti hanno querelato e hanno perso.

Vincenzo Frisenda

 

Cari amici, Roberta, Luigi e Vincenzo, grazie di cuore. Ma per fortuna, al momento, si tratta solo di una sentenza di primo grado, che confidiamo di vedere annullata in appello. È bello, comunque, sapere di avere tanti lettori come voi.

m.trav.

 

Lo slogan “America first” è sintomo di poca intelligenza

A proposito delle politiche protezionistiche di Trump, alle accuse dei Dem americani e di tutti gli economisti insorti, il presidente replica col suo slogan “America First”, che per lui vuol dire che prima viene l’America, e cioè il complesso degli interessi americani.

Orbene, ciò dovrebbe far riflettere sulla modesta intelligenza del presidente americano, e del suo staff, perché non è pensabile che i suoi predecessori da Roosevelt a Kennedy abbiano mai inteso proporre politiche antieconomiche per l’America, anteponendo gli interessi stranieri a quelli americani.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

La vecchia satira non funziona più come negli anni Cinquanta

A volte mi tornano alla mente le indimenticabili fantasticherie di quel geniaccio di Jacovitti. Quel fumettista comico-demenziale che negli anni Cinquanta ci faceva sorridere e, a volte, sganasciare dalle risate. Mi sono rimaste impresse le sue simpaticissime figure con il naso a salciccia e le sue esilaranti battute. Una volta disegnò una veduta aerea di una piazza nella quale si affacciavano diversi negozi con le loro insegne: “droghiere”, – “banca”, “idraulico”, “barbiere”, “ladro”. Quella piazza, con quell’insegna di “ladro”, oggi non farebbe più ridere nessuno . La gente ormai si è convinta che in democrazia anche i delinquenti vadano tutelati: ci proteggono dai “comunisti che mangiano i bambini”.

Fernando Santantonio

 

Distinguersi per la capacità di ammettere i propri errori

Gli ultimi tre pontefici ci hanno reso familiari le scuse postume per cui i vertici della Cristianità si sono via via scusati degli errori commessi dai loro predecessori e dalla comunità cristiana negli ultimi due millenni. La grandezza dell’attuale pontefice sta, invece, nell’essersi scusato in tempo quasi reale di un errore proprio.

Giuseppe Barbanti

 

DIRITTO DI REPLICA

La Società Hockey Milano Rossoblu in relazione all’articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2018 di Davide Milosa e Veronica Tommasini smentisce categoricamente la circostanza riportata e riferita nei documenti dell’inchiesta in cui pare emerga che Luraschi, capo degli ultrà, “riesce a influenzare la società HC Milano Rossoblu che sembra avere con lo stesso (n.d.r.Luraschi) un rapporto di sudditanza” e si dichiara estranea ai presunti fatti illeciti ivi riportati.

Tali fatti sono estranei alla società e l’accostamento, anche fotografico, con il marchio, le maglie, i giocatori e i colori della squadra è altamente lesivo dell’immagine della società Hockey Milano Rossoblu, che ha sempre preso le distanze e avversato ogni comportamento illecito e antisportivo.

Fabio Cambiaghi, Presidente Hockey Milano Rossoblu

 

Prendo atto della posizione dell’Hockey Milano Rossoblu. Giusto per la precisione, negli atti della Procura sono riportate sintesi di intercettazioni tra Luraschi e la responsabile dei rapporti esterni dell’Hc Milano (non indagata). Contatti, si legge negli atti, dove Luraschi detta la linea “da seguire nello stilare il regolamento d’uso del Palagorà in modo da avere meno divieti possibili per la curva”.

Davide Milosa

La bocca di Beppe Sala e la pistola di Cechov

Giuseppe Sala è un signore che, dopo una discreta carriera da manager privato e pubblico con cospicui agganci nel mondo berlusconiano, oggi fa il sindaco di Milano per il Pd: gli va riconosciuto che il fatto di aver messo assieme meno voti persino dei candidati di centrosinistra che persero contro Albertini e Moratti non ha scosso la sua autostima. Ora, sorprendendo chi lo conosce, s’è fatto intellettuale e ha dato alle stampe Il secolo delle città, saggio che un sobrio Corsera ci descrive come “un atto d’amore alla città che gli ha dato tutto” e nientemeno che “un carico da 11 sulla campagna elettorale”. In attesa che qualcuno cali la briscola, Sala si esercita a mezzo stampa in una serie di supercazzole da cumenda 4.0: “Milano è una città sistemica”, “si mette in gioco, è attrattiva, offre opportunità, si propone per i grandi eventi, punta sulle università, accetta le sfide dell’economia globale” e, naturalmente, anche Milano come se fosse Antani. Il tutto, non sorprendentemente, per chiedere soldi: “Se Milano è una punta avanzata e conosciuta sulla scena internazionale (sic), bisogna darle gli investimenti e gli strumenti per una nuova responsabilità” e senza risposte “si rivolgerebbe direttamente all’Europa”. Ma in che senso? Poi l’Europa che fa? Non si sa, ma intanto trova conferma un timore che avevamo da tempo e riguarda una vecchia massima teatrale di Cechov: una pistola che entra in scena al primo atto, sparerà entro il terzo. Ecco, la bocca di Sala ci preoccupava da quando l’avevamo vista: adesso ha cominciato a sparare.

Canone e pubblicità Rai. Per la politica la tivù è solo strumento di propaganda

 

Il nostro ottimo ex premier Renzi aveva proposto di abolire il canone Tv (dopo averlo reso obbligatorio). Ma invece di abolire il canone non sarebbe meglio abolire la pubblicità? Sembra che in Italia la pubblicità insopportabile che interrompe qualsiasi trasmissione sia diventata un male necessario. Ma non era così in passato, e non è così in altri Paesi, per esempio qui in Germania, dove vivo. Qui si paga il canone, ma nei canali pubblici la scarsissima pubblicità si vede solo fra un programma e l’altro e nessuno si sognerebbe di interrompere un film, per esempio. Dobbiamo ringraziare Berlusconi per questa situazione, è riuscito a far diventare la Rai addirittura peggio delle sue stesse Tv commerciali. Nessuno ha niente da dire?

Massimo Cortini

 

Caro Cortini, oggi la Rai è una televisione pubblica che sopravvive (non benissimo) con il denaro del canone in parte maggiore e con le inserzioni pubblicitarie in parte minore. Questa forma mista consente la messa in onda di decine di telegiornali al giorno, spesso identici, di sicuro troppi, e di programmi di fattura commerciale con investimenti non inferiori a quelli di Mediaset e di Sky Italia. Non tolleriamo l’interruzione pubblicitaria durante i film? Ottimo, riduciamo la sterminata offerta televisiva e radiofonica di Viale Mazzini – non sempre immune agli sprechi, anzi abbastanza contagiata – e limitiamo i ricavi alla voce “canone”, aumentando la tassa da sempre pagata dai cittadini (Renzi ha introdotto una modalità di prelievo forzoso con la bolletta elettrica). Riteniamo inaccettabile e superfluo l’esborso del canone? Ottimo, trasformiamo Viale Mazzini in un’azienda privata: allora, però, cadrà il tetto agli spot e Rai1 & C. saranno invasi dalla pubblicità di dentiere e merendine. Se riescono a non fallire prima. Quello che non è possibile, caro Cortini, come saprà, è desiderare l’abolizione del canone e l’eliminazione della pubblicità. Anche se la politica finge di non capire e un giorno propone la finta abolizione del canone (Renzi) e un altro si lamenta dell’eccessiva pubblicità. Lei cita la Germania, io le posso citare l’inglese Bbc e un nostro amico può citare la televisione svizzera. Il conflitto di interessi di Berlusconi ha sfiancato Viale Mazzini e il resto della politica l’ha supportato in questa impresa. Ha ragione: è il momento di capire quale ruolo dovrà svolgere la Rai. A mio avviso, conviene rivolgerci agli amici tedeschi, inglesi o francesi. Perché per i politici italiani non è un argomento d’attualità, ma solo uno strumento di propaganda.

Carlo Tecce

Rappresentanti paracadutati: nuove acrobazie

È doveroso riferire, giorno per giorno, nei dettagli, tutte le giravolte e le acrobazie spericolate dei capi partito e capi corrente per ottenere la candidatura per sé e per i loro seguaci più fedeli in seggi reputati sicuri. È imperativo, però, da parte di tutti i commentatori, soprattutto quelli che si scandalizzano, premettere sempre che queste operazioni “seggi sicuri per candidati nominati” sono la conseguenza logica e fermamente voluta da coloro che hanno stilato e fatto approvare con voti di fiducia la legge elettorale Rosato.

Contare su parlamentari da loro scelti era l’obiettivo predominante, perseguito da Renzi e da Berlusconi. Pertanto, quel che succede in termini di candidature era non soltanto del tutto prevedibile, ma previsto (non soltanto da me). Adesso, molto tardivamente, “diciamo”, vengono allo scoperto critici inaspettati, come Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 23 gennaio) che giunge faticosamente a sostenere l’introduzione dei collegi uninominali come strumento per migliorare la selezione della classe dirigente. “Troppo poco troppo tardi”. Anzitutto, se non esistesse il requisito della residenza da almeno due-tre anni in quel collegio il fenomeno dei candidati/e paracadutati/e continuerebbe alla grande. In secondo luogo, bisogna chiarire che c’è il collegio uninominale di tipo anglosassone nel quale vince il seggio chi ottiene almeno un voto in più dei concorrenti e il collegio uninominale di tipo francese che richiede la maggioranza assoluta al primo turno in assenza della quale ai candidati che sono ammessi, e passano, al secondo turno (che non è un ballottaggio) sarà sufficiente la maggioranza relativa. Il doppio turno francese offre agli elettori maggiori e migliori possibilità di informazione politica e di scelta. In terzo luogo, queste formule elettorali chiamano tutte in causa quello che è effettivamente in gioco nell’elezione di un Parlamento, di qualsiasi assemblea: la rappresentanza politica. Fra le altre cose, l’Italicum, come il Porcellum prima di lui, non si curava della rappresentanza. Attribuendo un cospicuo premio in seggi mirava all’elezione del governo che avrebbe goduto di una maggioranza artificiale in Parlamento, costretta a sostenerlo. Coloro che deprecano quello che chiamano “il ritorno della proporzionale” sbagliano due volte. Primo, perché la legge Rosato è molto meno proporzionale del Porcellum e dell’Italicum. Secondo, perché non hanno mai voluto un sistema elettorale maggioritario, ma sono nostalgici di un premio di maggioranza che avrebbe distorto la proporzionalità proprio a scapito della rappresentanza, senza garantire nessuna, qualunque ne sia il significato, governabilità. L’equazione “meno rappresentanza più governabilità” (o viceversa) è sostanzialmente fallace.

Memorabilmente (ma anche no), l’allora ministro delle Riforme istituzionali Maria Elena Boschi difese i capilista bloccati previsti dall’Italicum affermando che sarebbero stati i “rappresentanti di collegio”. In seguito, sostenne lei, e affermarono molti parlamentari del Pd, che si era (pre-)occupata di Banca Etruria poiché così si fa se si vuole rappresentare il “proprio” territorio. Adesso sembra che l’aretina Boschi, caso emblematico, sarà candidata in Trentino. Da questo momento in poi suggerirei a chi segue il turbinio delle candidature di offrire due informazioni: prima, i collegi nei quali si presentano candidati e candidate e il Comune della loro residenza. Invece di dilettarsi con la previsione di future maggioranze di governo, che, ovviamente, dovranno ricevere il voto di fiducia dal Parlamento, sarebbe più opportuno chiedersi come potrà un Parlamento di nominati e paracadutati “scegliere bene un governo” e offrire rappresentanza a un elettorato comprensibilmente insoddisfatto e inquieto (sono due eufemismi).

Regeni, il ragazzo senza tribù che parla a tutti

Ogni tribù giovanile ha i suoi caduti e li onora in una sorta di culto identitario, esclusivo – chi ucciso dai tifosi della squadra avversaria, chi da assassini della fazione nemica, chi da uomini in divisa–. La memoria di questi uccisi è custodita gelosamente dentro la comunità chiusa dei compagni, degli amici, perché parla, e deve parlare, solo a loro. Ma nel caso di Giulio Regeni accade qualcosa di inusuale. Qualcosa per la quale quel “Giulio vive” che leggo a Roma su un muro nei pressi della stazione Termini non suona retorico come di solito in questi casi. La stranezza sta nel fatto che la figura del ricercatore sembra parlare a tanti malgrado non sia collocabile in alcuna tribù. Nessuno che ne abbia letto o scritto potrebbe dire se Regeni appartenesse a questi o a quelli. E in fondo, strano anche questo, a nessuno importa. Dunque perché la memoria di quel ragazzo è così vivida? Perché non lo dimentichiamo?

Certo, ha colpito tutti la ferocia con la quale gli apparati egiziani l’hanno sbranato. E la dignità e la compostezza dei genitori. Inoltre ha influito la passione civile con la quale la sua vicenda è stata presa a cuore da un gruppo qualificato di persone – l’avvocato Alessandra Ballarini, Riccardo Noury di Amnesty international, il senatore Manconi, un giornalista-sindacalista atipico come Giuseppe Giulietti –.

E un peso l’ha avuto una certa sollecitudine espressa dal capo dello Stato. Ma molti altri, pur senza avere nulla contro di Giulio Regeni, tuttavia ne hanno vissuto la memoria con evidente fastidio. Era d’intralcio ad una politica estera che assegnava al feldmaresciallo al-Sisi il ruolo di nostro alleato. Metteva a rischio grandi affari. Obbligava a una faticosa commedia per la quale da una parte Roma fingeva addirittura di “pretendere” la verità e dall’altra lasciava intendere ad al-Sisi che non si voleva urtarne la suscettibilità. Questi interessi “esterni” si sono riflessi nella fabbricazione di congetture che tendevano a sminuire il ricercatore ucciso, così da attenuare il dovere di rendergli giustizia. Lo si voleva ora strumento cieco di una cospirazione britannica, caduto in uno scontro tra servizi segreti stranieri; ora vittima di un complotto contro al-Sisi e contro l’Italia, forse ordito dai Fratelli musulmani. E queste fantasie avevano libero corso anche a motivo del fatto che Regeni non era collocabile in una geografia politica, circostanza che gli negava solidarietà automatiche all’interno del giornalismo.

Eppure la figura del ricercatore non è stata sporcata da questi sforzi più o meno interessati, e sopravvive luminosa soprattutto tra i giovani (lo confermano regolarmente le affollate manifestazioni che si svolgono in varie città d’Italia). Perché? Il motivo credo l’abbia spiegato tempo fa Claudio Regeni, il padre, parlando di quel “valore della differenza” che anima la curiosità umana e intellettuale di tanti ragazzi e li spinge nel mare largo, una nobile passione che è l’opposto della tetra ossessione per l’omogeneità praticata dal tribalismo. Giulio Regeni è il campione dei senza-tribù, l’eroe moderno di una gioventù che cerca nel mondo passioni di cui l’Italia oggi è avara.