Censurare Céline non ferma il razzismo

La decisione della casa editrice francese Gallimard di non pubblicare più gli Scritti polemici di Louis-Ferdinand Céline dopo la gragnola di polemiche che ne sono seguite non è, a nostro avviso, un coscienzioso atto di profilassi anti-antisemita, bensì un grave sintomo dei tempi.

Gli scritti, che contengono i pamphlet più virulenti di Céline (Bagatelle per un massacro, del 1937, La scuola dei cadaveri del ’38 e La bella rogna del ’41) finora conservati dalla vedova ultracentenaria Lucette e mai pubblicati, sono stati ritenuti troppo scandalosi per essere stampati e venduti nelle librerie di Francia. I sopravvissuti alla Shoah li hanno definiti “un’incitazione all’odio razziale”, e il governo, nella persona del delegato interministeriale contro il razzismo, ha convocato l’editore, che è stato costretto ad annunciare la “mancanza delle condizioni di serenità” per lavorare su una materia tanto incandescente. E così, contrariamente a quanto avvenuto in Germania nel 2016 quando uscì l’edizione critica del Mein Kampf di Hitler, gli scritti odiosi e radicali di Céline non vedranno la luce.

È vero: Bagatelle per un massacro è un libro pieno d’odio. Per Céline, gli ebrei sono “quelli che contano”, “non i decoratori, i giardinieri, i facchini, gli sterratori, i fabbri, i mutilati, i portinai… insomma… la manovalanza… No! Ma tutti quelli che ordinano… che decidono… che intascano… affaristi, direttori, tutti giudei… completamente, semi, un quarto di giudei”. (Come si vede, è facile procurarsi una copia non autorizzata del libro anche senza il permesso dall’alto). La sua è una farneticante rivolta contro “il potere”, scritta tre anni prima che i nazisti annunciassero “la soluzione finale”. Ma quale logica sottende la scelta di equiparare l’espressione dell’odio, fosse anche la più ributtante, all’azione d’odio, che esistono leggi per perseguire e galere per contenere? Quale, se non quella di ammettere che le istituzioni democratiche (e in esse la scuola) hanno fallito la loro missione e temono che le parole di uno scrittore possano farle crollare? Che non hanno più gli strumenti per insegnare la Storia se non quello della messa all’indice dei libri sgraditi, versione sterile e “corretta” dei roghi nazisti?

Pensare che inibire la conoscenza di Céline possa frenare i rigurgiti di antisemitismo presuppone la considerazione dei lettori come di eterni fanciulli ai quali vadano vietate le letture oscene. È la pratica preferita dall’Inquisizione, e non ha mai significato progresso. La messa al bando si fonda sulla tesi del contagio: chiunque tocchi il maledetto Céline, ne inala l’infezione e la porta nel mondo.

Sennonché i libri di Céline, da Viaggio al termine della notte a Rigodon, sono di una incontroversa grandezza, veri capolavori di rigore, fantasia allucinatoria, abiezione e cristalizzazione ossessiva. Gli scritti che Gallimard rinuncia a pubblicare sono un documento che appartiene all’umanità, davanti al quale si prova incanto, repulsione e vertigine. Perché privare il lettore dell’esperienza etica e estetica di venire in contatto e se necessario alle mani con esso?

Martin Heidegger, il filosofo tedesco che giurò fedeltà al Terzo Reich, era antisemita. I quaderni neri ne sono una testimonianza agghiacciante. Vietiamo il suo insegnamento nelle università? Richard Wagner organizzava con la moglie Cosima cene con i peggiori editori di fine Ottocento (disprezzati da Nietzsche) per discettare di quanto fossero pericolosi gli ebrei. Distruggiamo il Lohengrin? Lo Shylock di Shakespeare è un usuraio ebreo di fine Cinquecento pronto a tagliare “una libbra esatta della bella carne” dal corpo di Antonio per riscuotere un debito. Chiediamo a Nardella di trasformare Shylock in un norvergese luterano, in un cubano sincretico, in un musulmano? (Dio ne scampi).

Difficile credere che i fascistelli che oggi impestano le città occidentali, per avere forza dei loro non-argomenti, leggano Céline traendo ispirazione dalla sua scrittura sublime e oscena. O che dopo la lettura de La bella rogna una persona sana di mente vada in giro a negare o giustificare i campi di sterminio. O che l’ignorante candidato della Lega Fontana, che farnetica di “razza bianca”, sia un acuto compendiatore di Céline.

La strada per un rifiuto eterno dell’antisemitismo non è la censura, né l’oblio a cui non la scelta libera dei lettori, ma una censura “dall’alto” vuole consegnare le opere antisemite. Al contrario, la strada per formare una coscienza critica nelle generazioni a venire è la conoscenza. La letteratura non è edificante, non è la somma dei manuali di educazione civica di una società. È sperimentazione, affronto, effrazione; è il tentativo di descrivere l’esperienza del limite, e compito dell’arte più grande è metterci di fronte a ciò che c’è di abissale in noi, proprio perché sia chiaro, anche nel modo più violento, che niente di ciò che umano ci è estraneo.

Trump l’egoista nella tana dei super-ricchi delusi

Pareva una Davos già votata al culto di Trump, il presidente della crescita e del taglio delle tasse più ai ricchi che ai poveri: roba che il Gotha della Finanza, riunito nel Tempio del Profitto, ci va in solluchero. Ma il presidente americano fa una mossa anti-climax, imponendo dazi su prodotti cinesi e sudcoreani, e l’atmosfera subito cambia: qui, il protezionismo puzza di bruciato. L’Europa è in prima linea contro l’America First di Trump: “No ai protezionismi”, dicono all’unisono Merkel e Macron e pure Gentiloni. Ma gli Usa insistono: “Sono in arrivo altre misure”, mentre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin azzarda un “noi siamo per la libertà degli scambi”, contraddetto nei fatti e cui non crede nessuno.

L’euro che si rafforza sul dollaro a 1,24, record da oltre 3 anni – fa il gioco degli Usa sui mercati. Lo stesso Mnuchin ammette: “Il dollaro debole ci fa bene dal punto di vista commerciale”. Non è chiaro se la mossa dei dazi sia stata, o meno, fatta in funzione del World Economic Forum. Trump impone sovrapprezzi del 30% su pannelli solari e lavatrici cinesi e sudcoreani. La ‘guerra dei dazi’ suscita l’ira di Pechino, la grande avversaria, ma anche di Seul, una delle grandi alleate nell’Estremo Oriente, che ora minaccia il ricorso al Wto, il Tribunale del commercio mondiale.

Tocca a Narendra Modi, il premier l’indiano, tenere alta a Davos la fiaccola del liberismo asiatico: Modi giudica la minaccia di conflitto commerciale “preoccupante”.

Trump, che arriva oggi, è già ovunque, anche se nessuno lo cita. La cancelliera tedesca ammonisce: “Cent’anni dopo la Grande Guerra, dobbiamo chiederci se abbiamo imparato le lezioni della storia: a me sembra di no… L’unica risposta è la cooperazione e il multilateralismo”; e spezza una lancia per una maggiore integrazione europea. Il presidente Macron veste i panni dell’europeista: “Serve un’Europa più ambiziosa”. Riproponendo la Francia e l’Ue come leader della lotta al cambiamento climatico, il presidente francese ironizza sul tempo che fa a Davos, dove la neve non era così abbondante da decenni: “Potrebbe essere difficile credere nel global warming”. E aggiunge, con implicito riferimento a Trump: “Fortuna che quest’anno non avete invitato chi è scettico a proposito del global warming!”.

Per l’Italia, il premier Gentiloni e il ministro dell’Economia Padoan sono a Davos a fare campagna e a fugare lo spettro dell’instabilità dopo il voto: “Troveremo soluzioni flessibili”, assicura Gentiloni, che cerca di stare sull’asse d’equilibrio tra Usa e Ue.

Le ricette economiche di Davos, invece, sono sempre le stesse, liberismo e rigore. Christine Lagarde, presidente del Fondo monetario internazionale, che presenta nuove previsioni di crescita globale, è ottimista nel breve termine, ma vede rischi all’orizzonte legati al debito e ai bassi tassi.

Invece, le ricette politiche sono esposte al vento dei tempi: quest’anno, domina il rischio populista, che le storie elettorali a lieto fine di Francia e Germania stemperano, mentre il successo di Trump e le incognite italiane lo alimentano. Adesso che a Washington il Congresso ha trovato un accordo per sventare lo shutdown, rimettere in moto l’Amministrazione e continuare a discutere sull’immigrazione fino all’8 febbraio, Trump può partire a cuor leggero: oggi, a Davos, vedrà il premier israeliano Netanyahu e avrà una cena con gli amministratori delegati di alcune società europee per invitarli a investire negli Usa.

Il medico delle ginnaste: 175 anni per 156 abusi sessuali

Condannato a 175 anni di carcere Larry Nassar, l’ex medico sportivo accusato di molestie sessuali da più di cento giovani ginnaste, tra le quali le campionesse e pluripremiate Simone Biles, Aly Raisman, Gabby Douglas e McKayla Maroney. “Ho appena firmato la sua condanna a morte”, ha detto il giudice Rosemarie Aquilina, dopo la sentenza. Nassar ha agito indisturbato per oltre vent’anni, fino alle prime rivelazioni del 2016. Il caso ha fatto sì che molti dei vertici della Federazione di ginnastica americana fossero deposti, in quanto accusati di aver tardato a denunciare l’accaduto. “Nassar ha approfittato delle nostre passioni e dei nostri sogni”, ha dichiarato Aly Raisman, campionessa olimpica ai Giochi di Londra e Rio. “Pensavo che l’allenamento per le Olimpiadi sarebbe stata la cosa più dura in cui avrei passato. Ma la prova più grande che abbia mai conosciuto è stata quella di accettare di essere vittima di Larry Nassar”, ha aggiunto Jordyn Wieber, ex ginnasta. “Lei non merita di uscire mai più da nessuna prigione”, ha sentenziato il giudice Aquilina.

Beneficenza & gnocca per i macho-vip inglesi

L’evento è fra i più esclusivi dell’alta società britannica: il Presidents Club Charity Dinner, serata di beneficenza per soli uomini, tradizione che in 33 anni ha raccolto 20 milioni di sterline per strutture come l’ospedale pediatrico di Great Ormond Street. Fra gli invitati, lo scorso 18 gennaio, 360 politici, uomini d’affari, produttori, banchieri, tutti ospiti del Dorchester, hotel di gran lusso a Mayfair.

Evento simbolo della tradizione maschilista dei club londinesi, prosecuzione naturale delle scuole d’élite per soli ragazzi. Sole donne ammesse, 130 hostess: requisito obbligato essere “alte, magre, carine”. 150 sterline per la serata più 25 per il taxi verso casa. Studentesse, attrici, modelle in cerca di un lavoretto per arrotondare.

Ma una di loro è amica di Madison Marriage, determinata cronista del Financial Times. Le racconta il processo di selezione, l’obbligo esplicito di indossare abiti succinti, biancheria intima nera, tacchi alti. Con un’altra collega, Madison si finge una hostess. Il suo accuratissimo racconto delle serata, pubblicato ieri in prima pagina sul sito del Financial Times, sta scuotendo l’establishment britannico. Perché scoperchia nei dettagli un mondo di estrema ricchezza, estrema volgarità, estremo disprezzo per le ragazze presenti, trattate come carne giovane da consumare, palpeggiare, molestare.

Inutile, per il lettore italiano passare in rassegna i nomi dei partecipanti. Basti sapere che rappresentano ricchezza, potere economico, influenza politica ai più alti livelli. Nomi utili a certe buone cause: la serata di beneficenza ha fruttato 2 milioni di sterline.

Ma sono i dettagli dell’asta a far capire di quale mondo si tratti; in palio una notte al Windmill a Soho, locale famoso per lo “spogliarello artistico”, e un intervento di chirurgia estetica per Spice up your wife, “Insaporire tua moglie”, slogan di atroce sessismo, e chissà le mogli dei presenti quanto hanno apprezzato.

E ancora, per capire il livello dei contatti: un pranzo con il ministro degli Esteri Boris Johnson, un tè con il governatore della banca d’Inghilterra Mark Carney. Le ragazze erano state avvertite dalla proprietaria dell’agenzia: “Gli uomini presenti possono essere molesti”. Cellulare requisito all’ingresso, obbligo di firma di un lungo contratto di riservatezza di cui non ricevono copia. Dentro, drink gratis a volontà e il compito, non meglio definito, di tenere compagnia agli invitati. Uno di loro avrebbe intimato a una ragazza: “Bevi tutto lo champagne, ti strappi le mutandine e sali a ballare su quel tavolo”. Il Great Ormond Street Hospital ha restituito il denaro, molti dei nomi coinvolti hanno preso le distanze e l’ente di controllo delle organizzazioni benefiche ha aperto un’inchiesta. Il President Club è stato chiuso. Fino alle prossime rivelazioni, da qualche altra roccaforte del potere maschile.

Parigi vende moda, non idee: il dress code per i deputati

D’ora in poi i deputati del’Assemblée Nationale dovranno seguire un dress code. È la prima volta che un testo, votato ieri, fornisce delle istruzioni sul vestire decoroso nel Parlamento francese, dove finora vigevano le regole non scritte del buon senso. Una decisione del presidente dell’Assemblea, François de Rugy, che intende riportare un po’ d’ordine in Parlamento, come se fosse a scuola, mettendo fine alle “stravaganze”, secondo le sue parole, di alcuni deputati. Tutto è iniziato quando, lo scorso dicembre, un giovane deputato della France Insoumise, il partito di sinistra di Mélenchon, si è presentato in Parlamento con la maglia, verde e con tanto di sponsor, di una piccola squadra di calcio della Somma, la sua regione. Un gesto militante per l’“indomito” François Ruffin in favore di una tassa sui trasferimenti multimilionari nel calcio. Ruffin, eletto sulla scia del successo del suo film “Merci Patron”, che aveva alimentato le proteste contro la Loi Travail dello scorso anno, è un habitué delle trovate a effetto, che cominciano a infastidire de Rugy, del partito En Marche del presidente Macron. Appena eletto deputato Ruffin aveva annunciato che avrebbe dato gran parte del suo stipendio in beneficenza, tenendo per sé solo il minimo salariale. E forse de Rugy non ha dimenticato che mentre lui prendeva ufficialmente le nuove funzioni di presidente del Parlamento, ed erano tutti in abiti scuro, solo Ruffin spiccava con la sua camicia immacolata, senza giacca né cravatta, e gli occhi incollati allo smartphone. “Se l’autoregolazione non basta più, bisognerà ricordare quali sono le regole”, ha dunque finito col reagire de Rugy, che ha sanzionato Ruffin con una multa di 1300 euro, da scalare dagli stipendi. Il nuovo dress code precisa che i deputati dovranno portare abiti “da città” e che il loro abbigliamento deve essere “neutro”. Cioè: “L’abito non deve essere usato per esprimere opinioni. È dunque proibito portare segni religiosi ostentati, un uniforme, un logo, messaggi commerciali o slogan di natura politica”.

Per Ruffin il nuovo regolamento è solo un modo per “mettere le manette” all’opposizione: “Temono che l’Assemblea diventi una tribuna popolare”, sostiene. Con le ultime legislative, l’ingresso in massa di deputati della France Insoumise, tanti volti nuovi, estranei al mondo formattato della politica, ha movimentato la vita del Palais Bourbon.

Mélenchon ha ufficialmente abolito la cravatta per sé e per i suoi: “Ci sono stati i Sans-culottes, ci saranno ormai i Sans-cravates”, è il suo slogan. Un giorno gli “indomiti” hanno brandito in aula decine di Codici del Lavoro per opporsi alle riforme in favore del precariato. Un altro sono arrivati con pacchi di pasta e barattoli di conserve per protestare contro il taglio delle sovvenzioni sull’affitto per i più poveri. Tutto questo sarebbe ormai vietato, almeno su carta. Il nuovo dress code non parla invece di cravatte o giacche obbligatorie. I deputati sono dunque ormai ufficialmente autorizzati a limitarsi alla camicia.

L’usanza per cui era l’usciere a far notare eventuali sconvenienze nell’abbigliamento di un deputato prima che questi prendesse posto sulle gradinate fa parte del passato. Oggi non avrebbe fatto più tanto scalpore la rivoluzionaria giacca col collo mao indossata negli anni 80 da Jack Lang, allora ministro della Cultura.

Né il testo dice se sì o no le deputate saranno libere di portare dei vestiti estivi a fiori senza subire i fischi e le risatine dei colleghi maschi, come era capitato nel 2012 a Cécile Duflot, all’epoca ministra della Casa.

Save The Children, l’Isis e la carneficina in Afghanistan

Attaccati gli uffici della Ong internazionale Save the Children. Il blitz, rivendicato dall’Isis, ha avuto luogo ieri intorno alle 9 del mattino a Jalalabad City, nella provincia orientale afghana di Nangarhar. Prima una forte deflagrazione davanti all’edificio che ospita l’organizzazione, causata da un kamikaze che si è fatto esplodere o da un’autobomba. Poi, l’irruzione nei locali dell’edificio di quattro uomini pesantemente armati che hanno subito preso posizione bloccando sotto la minaccia delle armi automatiche la cinquantina di membri dello staff presenti. Poco dopo l’assalto una colonna di fumo nero si è levata nel cielo, frutto di un incendio ai piani alti del palazzo che i vigili del fuoco hanno potuto spegnere solo al termine dello scontro. Sul posto sono arrivati forze speciali e reparti di teste di cuoio afghani che si sono trovati di fronte il difficile compito di attaccare i terroristi limitando i danni per le decine di persone che erano tenute in ostaggio. E al termine di sparatorie ed esplosioni per tutto l’arco della giornata, le autorità hanno fornito un bilancio, non ancora definitivo, di undici morti e 24 feriti. Save the Children ha fatto sapere che tra le vittime ci sono tre membri dello staff.

Al Sisi candidato unico: si ritira anche l’ultimo suo avversario

Khaled Alì, candidato della sinistra alle Presidenziali arriva alla conferenza stampa organizzata in fretta e annuncia il suo ritiro dalla campagna: “La democrazia non è più garantita – ha detto davanti a un centinaio di giornalisti stretti nel quartier generale – il presidente al-Sisi sta facendo di tutto per vincere senza rischiare, andare avanti non ha più senso. Questa decisione è irrevocabile, un segnale lanciato ai giovani, bisogna reagire a questo stato di cose”. In appena 24 ore, da martedì pomeriggio, con l’arresto dell’altro candidato, il generale Sami Anan, lo scenario elettorale è stato stravolto. Senza dimenticare gli altri due forfait ‘eccellenti’, quello del nipote di Anwar el-Sadat e dell’ex premier Ahmed Shafiq: il primo ha rinunciato alla candidatura, il secondo non ha fatto neppure in tempo a rientrare in Egitto dagli Emirati. Al momento i candidati rimasti in lizza per sfidare un secondo mandato di al-Sisi sono ridotti a zero. Solo contro nessuno, solo contro tutti. Si era parlato di Murtada Mansour, presidente della squadra di calcio dello Zamalek, grande amico e sostenitore di al-Sisi, ma a questo punto una sua candidatura non avrebbe alcun senso. Le strade percorribili rimaste sono due: o il capo del regime cancella e magari posticipa il voto, oppure va avanti a caccia di una legittimazione di facciata. Al-Sisi per confermarsi presidente dovrebbe ottenere il 5% degli aventi diritto al voto, in cifre poco più di 3 milioni di voti. Facile, ma non scontato, specie dopo il ritiro dei suoi competitor e la reazione che ciò avrà sull’elettorato.

Erano in molti ieri a sperare in un passo indietro di Khaled Alì: “Avesse deciso di sfidare il presidente per lui sarebbe stata una doppia sconfitta – spiega un attivista – una sconfitta sicura alle urne e una seconda nei confronti degli egiziani. Ha fatto la cosa giusta”.

Regeni, l’Egitto ci ha mandato le carte col buco su Abdallah

Mohamed Abdallah, i suoi fantasmi e le sue bugie. Il grido di dolore di un informatore dei servizi egiziani mascherato da sindacalista e le carte dell’inchiesta mancanti. Proprio a causa della sua ‘delazione’, esattamente due anni fa Giulio Regeni veniva prelevato dagli scagnozzi del makhabarat, diventando una pedina di scambio all’interno di un gioco tra apparati in forte conflitto. E lui, di quel favore agli 007 di regime, non si pente: “Mi sono comportato da buon cittadino – ripete Abdallah, l’aria scocciata e la voglia di non aver nulla a che fare coi giornalisti – e lo rifarei. Se mi sono rivolto alla polizia è perché ero e resto convinto che Regeni fosse una spia dei britannici e, dunque, poteva mettere in pericolo il mio Paese. Chiunque si sarebbe comportato come me”.

Abdallah è nervoso, non minaccioso, ma questi giorni di anniversario del rapimento del suo ex amico, per lui sono uno stillicidio: “Ricevo continue telefonate, richieste di chiarimenti, mi chiedono interviste e io non ne posso davvero più. Questa storia mi ha rovinato, non sono più io, voi giornalisti inoltre avete raccontato delle falsità e costruito storie incredibili dietro quanto accaduto. Sono stato male per tutte le attenzioni subìte, ho perso anche il lavoro. Vi prego, lasciatemi in pace”. Sarebbe interessante capire di quale lavoro parli Mohamed Abdallah: quello di informatore per i servizi segreti o quello di leader sindacale del settore ambulanti e perché no, anche quello di sedicente giornalista, mestiere svolto in passato.

Una cosa è certa nel quadro confuso di un caso che rischia di scivolare via dal controllo del governo del Cairo, Abdallah come primo lavoro dovrebbe fare il cantore di storie. Se lui avesse davvero fatto soltanto il suo dovere e denunciato una persona ritenuta pericolosa, ci si chiede come mai i testi dei suoi interrogatori siano spariti dai faldoni che il mese scorso la Procura della Capitale egiziana ha consegnato ai legali della famiglia Regeni. O meglio, non è sparita la parte a lui dedicata, quanto soltanto le risposte ai quesiti che il procuratore Sadeq e i suoi collaboratori gli hanno formulato, durante la detenzione di Giulio, prima e dopo la sua morte. Materiale considerato di elevato interesse, da chi conduce le indagini, segno che quella di Abdallah non è stata soltanto una delazione per interesse pubblico. Su circa un migliaio di pagine, a tanto ammonta il blocco di carte che compone il documento, un quinto circa sarebbero mancanti. Guarda caso tutte le trascrizioni delle risposte di Abdallah alle domande degli investigatori, che fine hanno fatto, perché non sono state allegate, come tutto il resto, al plico affidato ai legali di Claudio e Paola Regeni dopo più di un anno di attesa? Il materiale è stato analizzato dal personale dell’Ecrf, la Commissione per i diritti e la libertà che segue a 360° gli interessi della famiglia del ricercatore di Fiumicello. Il risultato finale è molto importante e segna un netto passaggio in avanti verso la verità. Sia chiaro, dentro quei faldoni non ci sono gli ordini di arresto per i responsabili del rapimento, delle torture e dell’assassinio del ricercatore 28 enne, mandanti ed esecutori. Ci sono però una raffica di conferme ufficiali su quelli che, fino a un paio di mesi fa altro non erano che sospetti.

L’architrave dell’inchiesta adesso è solida. Manca poco per arrivare alla quadratura del cerchio e questo, purtroppo, dipenderà soltanto dal presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi e dal suo entourage. Il siluramento, meno di due settimane fa, dell’ormai ex direttore dei servizi di intelligence, Khaled Fawzy, è stato il capitolo finale di un repulisti molto sospetto. In ottobre, infatti, era toccato al capo dell’Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa), Mahmoud Shaarawy. L’unico apparato a essere rimasto intonso è proprio quello militare, competenza diretta di al-Sisi e probabile responsabile della sorte di Giulio Regeni.

Restando in ambito di servizi, ieri la Procura generale egiziana ha definito come “totalmente contraffatta la lettera attribuita ai vertici dei servizi segreti” in cui si parla dell’arresto di Regeni e di un suo presunto transito di competenze. “Questa lettera” si legge in un comunicato “è totalmente falsificata e la procura generale ha subito informato il suo omologo italiano”.

Oggi, esattamente due anni fa, attorno alle 19.45 di Giulio Regeni si perdevano le tracce. In questa giornata dedicata al ricordo del nostro connazionale, l’Italia è stata ‘travolta’ dalla marea gialla, il colore di Amnesty International, il colore di Giulio e della battaglia per la verità. In ben 87 città italiane si svolgeranno incontri, cortei, manifestazioni, dibattiti: “Il governo italiano dovrebbe e potrebbe fare molto di più per arrivare alla verità – sostiene Riccardo Noury, portavoce di Amnesty –. Ciò che è mancato in questi due anni è stato il coinvolgimento proprio dell’Italia da parte delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani. È mancata la pressione verso il regime”.

Processo Spada, Viale Mazzini e il gesto mancato al giornalista

Martedì scriveva l’Ansa: “Roberto Spada è stato rinviato a giudizio assieme al suo complice Ruben Nelson Del Puerto per l’aggressione ai giornalisti della Rai Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi (cameraman) avvenuta a Ostia il 7 novembre scorso. Lo ha deciso il gup di Roma Maria Paola Tomaselli che ha fissato il processo al prossimo 30 marzo. i due imputati sono accusati di lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso”. In realtà, Piervicenzi non è un giornalista Rai, ma un dipendente della società che produce la trasmissione Nemo (Rai2), anche se dopo la testata ricevuta da Spada è stato subito ricevuto dal direttore generale Mario Orfeo. Nel processo, si sono costituiti come parti civili Federazione nazionale della Stampa italiana, Ordine dei Giornalisti, Libera, Regione Lazio e Associazione Antonino Caponnetto, la Rai non l’ha fatto. È vero che, come spiegano da Viale Mazzini, non ci sarebbe un nesso “giuridico” e che il giudice poteva respingere la richiesta, ma potevano farlo, provarci, dare un segnale di vicinanza al giornalista. Fino a ieri mattina, neanche il comune di Roma si era costituito, poi ci ha ripensato e ha annunciato che lo farà.

Niente Berlusconi, sono inglesi

Lo Squalo e il Caimano, Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, due pesi e due misure. Con la decisione di bloccare l’acquisizione di Sky da parte di Fox del magnate australiano, l’Antitrust britannico ha dato una lezione a tutte le authority europee, e in particolare a quelle italiane, che si occupano di concorrenza e di comunicazioni. Stop alla maxi-operazione da 15,6 miliardi di dollari, perché “non è nell’interesse pubblico” e “mette a rischio la pluralità dei mezzi d’informazione”.

Quante volte, da trent’anni a questa parte, abbiamo invocato il rispetto e l’applicazione degli stessi principi nei confronti della concentrazione televisiva e pubblicitaria di Berlusconi! E quante volte abbiamo dovuto assistere allo scaricabarile tra la nostra Authority sulle Comunicazioni e la nostra Autorità Garante della concorrenza e del mercato, in un rimpallo continuo di competenze e di responsabilità, al riparo di una legislazione contorta e contraddittoria. Le hanno chiamate, in sigla, Agcom e Agcm quasi a voler confondere le idee, in modo da non distinguere bene chi deve occuparsi di informazione e chi di mercato, benché si tratti in realtà di due facce della stessa medaglia.

Qual è la differenza fra Murdoch e Berlusconi? A parte le diverse dimensioni dei rispettivi colossi mediatici, la differenza sostanziale si chiama conflitto d’interessi. E cioè, quella commistione di ruoli e di funzioni che ha portato il Cavaliere a governare per un ventennio e ora, dopo una breve pausa per la “remise en forme”, sta per riportarlo forse nella stanza dei bottoni o comunque nei pressi.

Lo Squalo non ha fondato un partito di proprietà né un’associazione o un circolo culturale. Il Caimano, invece, dispone di un partito-azienda che spende il proprio potere politico in funzione degli interessi personali e familiari del suo leader. Con tanti saluti alla libera concorrenza e al pluralismo dell’informazione, appunto.

Ma in Italia chi tutela e difende il mercato in questo campo nevralgico per un sistema democratico? L’Agcom o l’Agcm? Una volta l’Autorithy sulle comunicazioni si rimette al parere del Garante antitrust, un’altra volta l’Antitrust si rimette a quello dell’Authority. E spesso l’una interferisce con le competenze dell’altra e viceversa, com’è avvenuto anche per le ultime maxi-fusioni editoriali nel mondo della carta stampata.

Fatto sta che il famigerato regime del duopolio televisivo Raiset è ancora vivo e vegeto, a danno di tutto il mercato dell’informazione. A danno cioè di quella “pluralità dei mezzi” a cui autorevolmente si richiama l’Antitrust britannico. La nostra televisione, pubblica e privata, informa e deforma; condiziona gli usi e i costumi; influisce sui comportamenti e sulle scelte dell’opinione pubblica, dalla cabina elettorale fino a quella dello stabilimento balneare.

“No, la Rai non è la Bbc”, come cantava una volta Renzo Arbore. Ma potrebbe sforzarsi magari di assomigliarle almeno un po’. Per esempio, eliminando la pubblicità dai suoi programmi e accontentandosi del canone d’abbonamento, inserito ormai nella bolletta elettrica salvo ripensamenti da campagna elettorale. Né basta ogni tanto una serie di Alberto Angela sulle “Meraviglie” d’Italia, una serata di Roberto Benigni sulla Divina Commedia o qualche altra sporadica trovata, per attribuire alla tv di Stato un’identità culturale e una riconoscibilità rispetto alle reti commerciali.

La concorrenza, si dice, è l’anima del commercio. Ma, a ben vedere, è anche l’anima del pluralismo dell’informazione.