Con ripetuti colpi di scena, l’oscura Autorità di garanzia per le comunicazioni si candida a protagonista assoluto di una noiosa campagna elettorale. Dopo il tentativo fallito di imbavagliare i giornalisti e dopo il rapido processo con assoluzione di Orietta Berti, “indagata” per aver elogiato i Cinque Stelle a Un giorno da pecora su Radio Rai1, stavolta l’Agcom emana “richiami” a raffica – un po’ lievi e un po’ forti – contro tutti i telegiornali. Chi è accusato di aver concesso – in una settimana – qualche secondo in più ai Cinque Stelle; chi di aver abusato nei titoli di lancio dei servizi della sigla Liberi e Uguali o del nome di Matteo Salvini. Nessuno escluso: da Skytg24 e a Rainews, passando per La7 e i canali Mediaset. Non viene mai indicato come “favorito”, però, il Partito democratico, gancio a cui l’instancabile Michele Anzaldi appende la lagna del giorno: “Tutti contro Matteo (Renzi)”. Secondo l’Agcom, abile a capovolgere le tradizioni, il Pd in tv andrebbe tutelato come i Panda in Cina. Quando, per esempio, soltanto il Tg1 gli ha concesso il 25 per cento del tempo di parola (interventi diretti dei politici e non riportati) contro il 19 del Movimento che, nel periodo preso in considerazione, ha celebrato le sue primarie. Per l’Autorità, dunque, il Pd è a rischio.
In realtà, come spiega un piccato Enrico Mentana, si sta discutendo del nulla: “Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, peggio di così nelle rilevazioni Agcom non si poteva iniziare. Leggo con divertimento che l’Agcom ha inviato un ‘forte richiamo’ al tg da me diretto ‘per il tempo concesso a M5s e Lega a svantaggio di altri partiti’ nelle edizioni principali dal 15 al 21 gennaio. Vuol dire 21 tg, per un totale di oltre nove ore e mezza. Sapete quale sarebbe il tempo di parola dato alle due liste citate (Lega e M5S, ndr)? 4 minuti e 12 secondi per il M5S e 1 minuto e 50 secondi per la Lega. In nove ore e mezza di notiziari. È francamente patetico, irrispettoso e offensivo per il lavoro che svolgiamo”. Ma leggiamo la sintesi della delibera Agcom, come sempre molto interessante dal punto di vista comico: “A seguito dell’analisi dei dati del monitoraggio relativo al periodo 15-21 gennaio 2018 sul rispetto del pluralismo politico/istituzionale in televisione , il Consiglio dell’Autorità ha deliberato oggi i seguenti provvedimenti: un forte richiamo all’emittente La7 in relazione al tempo di parola e al tempo di notizia dedicato, specie nelle edizioni principali, ai soggetti politici M5S e Lega a svantaggio di altri partiti, segnatamente, Pd e Forza Italia; un forte richiamo a Tg4 e a Studio Aperto in relazione all’elevato tempo di notizia fruito da Fi a svantaggio delle altre forze politiche, in particolare nelle edizioni principali; un richiamo a Skytg24 in relazione all’eccessivo tempo di parola, riflesso anche nel tempo di notizia, destinato a M5S, LeU e Lega a detrimento delle altre forze politiche; un richiamo a Rainews per lo squilibrio registrato nei tempi di parola a favore di LeU e a detrimento del Pd”. Anche quelli di Mediaset, ironia della sorte, s’infuriano e svelano le carenze strutturali dell’Agcom, in questo momento piegata al Nazareno anche grazie al lavoro del commissario renziano Antonio Nicita: “In merito agli odierni richiami alla par condicio diramati dall’Agcom, Mediaset segnala due anomalie. La prima: già il fatto che siano coinvolte nei presunti squilibri cinque diverse testate tv nazionali (più altre “varie emittenti”) significa che le norme si stanno rivelando di difficile interpretazione, a meno che si voglia immaginare un illecito comportamento concertato. In secondo luogo, facciamo notare che le testate Mediaset sono le uniche tra le richiamate a non aver violato i limiti di ‘tempo di parola’, ovvero il tradizionale parametro con cui si è sempre calcolato lo spazio attribuito a ogni forza politica (dichiarazioni dirette di esponenti e candidati). I richiami a Mediaset riguardano invece una new entry nel campo della par condicio, il ‘tempo di notizia’, ovvero il tempo dedicato nei tg a titolare e a dare notizia delle posizioni o delle iniziative di questa o quella forza politica, la cui rilevanza giornalistica dipende dai fatti del giorno e dalla sensibilità professionale di ogni singola redazione”.
Il “tempo di notizia”, come sottolinea Mediaset, è il tempo impiegato dal giornalista in diretta o in differita per descrivere un evento, anticipare un intervento oppure introdurre un servizio. Questa inedita severità dell’Agcom, in passato inerte, pare sia conseguenza delle proteste dei renziani dopo i mancati provvedimenti durante la campagna del referendum costituzionale. Per tale motivo, infatti, l’Agcom aveva pensato – prima di ripensarci dopo una gigantesca figuraccia – di inquadrare i giornalisti come politici, obbligandoli a dichiarare le preferenze politiche e culturali per partecipare a un dibattito. Come s’è visto, adesso l’Autorità si ubriaca di fantasia.