Par condicio: l’Agcom striglia La7, ma non lo squilibrio in Rai

Con ripetuti colpi di scena, l’oscura Autorità di garanzia per le comunicazioni si candida a protagonista assoluto di una noiosa campagna elettorale. Dopo il tentativo fallito di imbavagliare i giornalisti e dopo il rapido processo con assoluzione di Orietta Berti, “indagata” per aver elogiato i Cinque Stelle a Un giorno da pecora su Radio Rai1, stavolta l’Agcom emana “richiami” a raffica – un po’ lievi e un po’ forti – contro tutti i telegiornali. Chi è accusato di aver concesso – in una settimana – qualche secondo in più ai Cinque Stelle; chi di aver abusato nei titoli di lancio dei servizi della sigla Liberi e Uguali o del nome di Matteo Salvini. Nessuno escluso: da Skytg24 e a Rainews, passando per La7 e i canali Mediaset. Non viene mai indicato come “favorito”, però, il Partito democratico, gancio a cui l’instancabile Michele Anzaldi appende la lagna del giorno: “Tutti contro Matteo (Renzi)”. Secondo l’Agcom, abile a capovolgere le tradizioni, il Pd in tv andrebbe tutelato come i Panda in Cina. Quando, per esempio, soltanto il Tg1 gli ha concesso il 25 per cento del tempo di parola (interventi diretti dei politici e non riportati) contro il 19 del Movimento che, nel periodo preso in considerazione, ha celebrato le sue primarie. Per l’Autorità, dunque, il Pd è a rischio.

In realtà, come spiega un piccato Enrico Mentana, si sta discutendo del nulla: “Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, peggio di così nelle rilevazioni Agcom non si poteva iniziare. Leggo con divertimento che l’Agcom ha inviato un ‘forte richiamo’ al tg da me diretto ‘per il tempo concesso a M5s e Lega a svantaggio di altri partiti’ nelle edizioni principali dal 15 al 21 gennaio. Vuol dire 21 tg, per un totale di oltre nove ore e mezza. Sapete quale sarebbe il tempo di parola dato alle due liste citate (Lega e M5S, ndr)? 4 minuti e 12 secondi per il M5S e 1 minuto e 50 secondi per la Lega. In nove ore e mezza di notiziari. È francamente patetico, irrispettoso e offensivo per il lavoro che svolgiamo”. Ma leggiamo la sintesi della delibera Agcom, come sempre molto interessante dal punto di vista comico: “A seguito dell’analisi dei dati del monitoraggio relativo al periodo 15-21 gennaio 2018 sul rispetto del pluralismo politico/istituzionale in televisione , il Consiglio dell’Autorità ha deliberato oggi i seguenti provvedimenti: un forte richiamo all’emittente La7 in relazione al tempo di parola e al tempo di notizia dedicato, specie nelle edizioni principali, ai soggetti politici M5S e Lega a svantaggio di altri partiti, segnatamente, Pd e Forza Italia; un forte richiamo a Tg4 e a Studio Aperto in relazione all’elevato tempo di notizia fruito da Fi a svantaggio delle altre forze politiche, in particolare nelle edizioni principali; un richiamo a Skytg24 in relazione all’eccessivo tempo di parola, riflesso anche nel tempo di notizia, destinato a M5S, LeU e Lega a detrimento delle altre forze politiche; un richiamo a Rainews per lo squilibrio registrato nei tempi di parola a favore di LeU e a detrimento del Pd”. Anche quelli di Mediaset, ironia della sorte, s’infuriano e svelano le carenze strutturali dell’Agcom, in questo momento piegata al Nazareno anche grazie al lavoro del commissario renziano Antonio Nicita: “In merito agli odierni richiami alla par condicio diramati dall’Agcom, Mediaset segnala due anomalie. La prima: già il fatto che siano coinvolte nei presunti squilibri cinque diverse testate tv nazionali (più altre “varie emittenti”) significa che le norme si stanno rivelando di difficile interpretazione, a meno che si voglia immaginare un illecito comportamento concertato. In secondo luogo, facciamo notare che le testate Mediaset sono le uniche tra le richiamate a non aver violato i limiti di ‘tempo di parola’, ovvero il tradizionale parametro con cui si è sempre calcolato lo spazio attribuito a ogni forza politica (dichiarazioni dirette di esponenti e candidati). I richiami a Mediaset riguardano invece una new entry nel campo della par condicio, il ‘tempo di notizia’, ovvero il tempo dedicato nei tg a titolare e a dare notizia delle posizioni o delle iniziative di questa o quella forza politica, la cui rilevanza giornalistica dipende dai fatti del giorno e dalla sensibilità professionale di ogni singola redazione”.

Il “tempo di notizia”, come sottolinea Mediaset, è il tempo impiegato dal giornalista in diretta o in differita per descrivere un evento, anticipare un intervento oppure introdurre un servizio. Questa inedita severità dell’Agcom, in passato inerte, pare sia conseguenza delle proteste dei renziani dopo i mancati provvedimenti durante la campagna del referendum costituzionale. Per tale motivo, infatti, l’Agcom aveva pensato – prima di ripensarci dopo una gigantesca figuraccia – di inquadrare i giornalisti come politici, obbligandoli a dichiarare le preferenze politiche e culturali per partecipare a un dibattito. Come s’è visto, adesso l’Autorità si ubriaca di fantasia.

Condono, cash e flat tax. Cosa vuole il centrodestra

Sono dieci punti sviluppati in 12 pagine: il centrodestra ha un programma di coalizione (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia). In attesa del Pd e dopo quello del Movimento 5 Stelle, è uno dei pochi documenti concreti dietro le promesse dei leader. Al netto delle questioni di posizionamento – la Lega di Matteo Salvini rilancia l’uscita dall’euro, esclusa dal programma comune – e delle dichiarazioni di principio (“una politica più responsabile e rispettosa dei cittadini”) ci sono molti punti concreti e misurabili.

 

FLAT TAX. È la grande novità del programma, non è chiaro se prevalga il modello di Forza Italia (aliquota unica sui redditi al 23 per cento, deduzione per tutti a 12.000 euro) o quella della Lega (15 per cento e deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare). Ma dalle interviste che rilascia Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, sembra che sia il suo il modello che ha prevalso. Costa almeno 50 miliardi. I maggiori benefici vanno ai redditi alti: il 10 per cento più povero dei contribuenti risparmia in media 28 euro a famiglia, il 10 per cento più ricco 9.475, secondo i calcoli di Massimo Baldini e Leonzo Rizzo su Lavoce.info.

Brunetta assicura che “con tasse basse pagheremo tutti”. Ma secondo i dati del ministero del Tesoro, l’evasione sull’Irpef vale 35 miliardi l’anno. Anche recuperandola tutta – impossibile in poco tempo – mancherebbero molti miliardi. La copertura dovrebbe arrivare dal taglio di deduzioni e detrazioni (costano 175,1 miliardi) e riduzione dei sussidi alle imprese (30 miliardi). Dal 1994 al 2011, Forza Italia ha sempre promesso la riduzione delle aliquote Irpef a due, senza riuscirci. Neppure il governo Monti – con l’apposito commissario Francesco Giavazzi – ha ridotto in modo sensibile gli aiuti alle imprese, nonostante l’impegno. Ma Forza Italia promette di far partire la sua riforma subito, entro il 2018 e di ottenere, grazie alla Flat Tax, addirittura 10-15 miliardi di gettito aggiuntivo da spendere per altre voci. Secondo i calcoli de Lavoce.info, per mantenere la parità di gettito, l’aliquota unica dovrebbe essere almeno del 37 per cento, invece che del 23.

 

CONDONO. Silvio Berlusconi non lo ha ancora reso un tema forte della campagna elettorale, ma il programma del centrodestra prevede un gigantesco condono fiscale presentato con questa dicitura: “Chiusura di tutto il contenzioso e delle pendenze tributarie con contestuale riforma del sistema sanzionatorio tributario”. La stima è di un gettito di 10 miliardi all’anno per 3-4 anni (i crediti fiscali che sono davvero aggredibili, su 817 miliardi teorici, sono poco più di 51 miliardi). Ma la rottamazione delle cartelle esattoriali decisa dal governo Renzi ha già incassato oltre 7 miliardi da chi poteva permettersi di pagare per chiudere i contenziosi. Per Brunetta, comunque, “non si tratta di un condono perché non c’è la negazione di una regola”, ha spiegato al Quotidiano nazionale. Come i 5Stelle, anche il centrodestra propone “l’abolizione dell’onere della prova fiscale e la riforma del contenzioso tributario” ma non fornisce dettagli ulteriori.

 

CONTANTI. Il programma prevede anche “l’abolizione del limite all’uso del contante”: il governo Monti aveva fissato la soglia per i pagamenti in banconote a 1.000 euro, poi con l’esecutivo di Renzi il tetto era salito a 3.000. L’uso dei contanti è considerato da molti carburante per l’evasione fiscale, che ha bisogno di sistemi di pagamento non tracciabili. Lo pensava anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ma, dopo aver approvato un provvedimento che ne liberalizzava l’uso, ha detto “Ho cambiato idea, non c’è correlazione tra l’uso dei contanti e l’evasione fiscale” (2015).

 

WELFARE. Come richiesto dalla Lega, il centrodestra promette “l’azzeramento della legge Fornero”. Ma c’è un’aggiunta che rende difficile prevedere come si declinerà l’impegno: “Nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile”. La stima del Sole 24 Ore è che l’abolizione della riforma Fornero costi 20 miliardi di euro all’anno nei prossimi anni. Ma la formulazione nel programma di centrodestra rende impossibile capire se l’impegno sia per una riforma a parità di risorse o con un costo finale. Difficile stimare anche il punto “azzeramento della povertà assoluta”. Il governo Gentiloni ha avviato il Rei, il Reddito di inclusione sociale (1,8 miliardi, sussidi da 187 a 540 euro al mese). Secondo le organizzazioni che formano l’Alleanza contro la povertà, per coprire tutti i poveri assoluti servirebbero altri 5 miliardi. E garantire il “raddoppio dell’assegno minimo per le pensioni di invalidità” può costare 18 miliardi di euro, visto che nel 2016 i trattamenti di invalidità erogati dall’Inps sono stati 2,9 milioni per una spesa, appunto, di 18 miliardi.

 

La Bongiorno: molti spot, pochi aiuti anti-violenza

Un paio di settimane fa mi ritrovo a commentare con un’amica la candidatura di Giulia Bongiorno con la Lega.
Butto lì senza pensarci: “Certo che è instancabile ’sta donna. Lo studio legale, le cause, la politica, l’associazione Doppia Difesa con la Hunziker…”. La mia amica mi interrompe: “Vabbè l’associazione non è il primo dei suoi pensieri”. Cioè? “Cioè prova a chiamare l’associazione e vedi se qualcuno ti risponde. Ho un’amica che aveva bisogno di aiuto, ma non è mai riuscita a contattare nessuno”.
Ma come. Gli spot, le interviste, le rubriche, i testimonial famosi, le raccolte fondi e poi l’associazione non è organizzata ed efficiente?

La faccenda mi sembra incredibile e allora vado sul sito di Doppia Difesa, un’associazione non profit fondata nel 2007 da Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno in difesa dei diritti delle donne. In home page campeggia la scritta “Donazioni”. L’invito è a donare il 5 x mille a Doppia Difesa Onlus o a fare un bonifico. “Il nostro sostegno si esprime attraverso un’instancabile attività fatta, in particolare, di consulenza e assistenza psicologica e legale”, si specifica. Seguono foto patinate di testimonial vari tra cui Francesco Totti, Silvia Toffanin e, naturalmente, Giulia e Michelle. L’area eventi è aggiornata al 2012. Quella della rubrica delle due fondatrici su Oggi all’anno corrente. L’area “notizie” riporta otto notizie in tutto il 2017. E tre notizie sono sulla borsa Trussardi creata appositamente per una campagna di Doppia Difesa.

Nell’area “Chi siamo” si legge: “La Onlus offre sostegno e tutela alle vittime di violenze secondo le necessità che pervengono tramite email, lettera o telefonata presso la sede in Roma”. Si parla di assistenza legale e di articoli e testi redatti da esperti da divulgare sui siti e i social di Doppia Difesa. Allora mi sposto su Facebook, per vedere se magari questa “instancabile attività” sia lì. L’ultimo post è del 17 dicembre 2017 ed è il solito spot patinato con la Hunziker e la Bongiorno riprese davanti ad alcuni orologi fermi “perché non bisogna perdere tempo nel denunciare”. Poi c’è il numero a cui inviare sms per la raccolta fondi per l’associazione. Poi ci sono due post in cui la Bongiorno, in interviste a un paio di testate, ricorda che lei combatte perché le denunce delle donne abbiano il codice rosso. Cioè la priorità. Poi foto della rubrica che le due fondatrici hanno su Oggi (ancora), la notizia di una maratona e poi da settembre a maggio sulla pagina Facebook nessuno posta più nulla. Si ricomincia a maggio con un paio di foto delle due con la maglietta per la raccolta fondi, una con la borsa Trussardi per la raccolta fondi e questa è tutta la frenetica attività social del 2017/2018. L’associazione, su sito e social, parrebbe abbastanza ferma.

Mi metto poi a scorrere i commenti sotto ai post e leggo una sfilza di messaggi di questo tenore: “Non riesco a contattarvi, sono 15 anni di violenza psicologica” (Barbara). “Vi ho inviato una mail ma non mi avete mai risposto” (Ilaria). “Vi ho scritto per mesi interi, non mi avete mai risposto!” (Tiziana). “Ma fatemi il piacere, vi ho chiesto aiuto e nessuno ha risposto! Delusione totale” (Lisa). “Ho provato a contattare il vostro sito, nessuna risposta. Vi dovete vergognare” (Giusi). “Dovreste anche rispondere alle email perché non basta la promozione sui social e in tv!” (Maria). “Li ho contattati più volte e niente, io e i miei figli stiamo vivendo l’inferno…” (Ilaria). “Al telefono risponde solo una segreteria e vi ho inviato una mail un mese fa!” (Adele). “Posso sapere come mai ho chiamato 10 volte e nessuno ha risposto? Garantire un servizio che funzioni sarebbe un primo passo” (Valentina). “Se riesci a entrare in contatto con loro il massimo che fanno dopo un anno è farti contattare da uno psicologo. Un servizio che puoi avere gratis anche al consultorio familiare. Non capisco a cosa servono i soldi delle donazioni” (Laura).

Insomma, considerato che alcuni di questi messaggi sono di un anno fa, sembrerebbe che il codice rosso per velocizzare i tempi delle denunce non funzioni neppure nella sede di Doppia Difesa. Però vatti a fidare. Magari sono solo hater, cazzare, dei fake. Allora contatto alcune di loro. No, non sono fake. Mi dicono “prova a chiamare!”. Vado sul sito, prendo i due numeri dell’associazione da chiamare tra le 9 e le 18 dal lunedì al venerdì (06.68806468 e 06.68309491) e chiamo. Il primo ha una segreteria che permette di far parlare con un operatore, nel frattempo l’operatore dà delle email a cui scrivere per chiedere aiuto. Dopo qualche minuto di attesa non arriva alcun operatore e cade la linea. Il secondo numero ha una linea inattiva o comunque occupata dal secondo squillo. Chiamo più volte al giorno per diversi giorni, in orari mattutini e pomeridiani. Nulla. O la segreteria o la linea non funzionante.

Allora mando un’email all’indirizzo indicato per le denunce. (info@doppiadifesa.it) Quello che “vi richiameremo!”. Dico che ho bisogno di aiuto, sono vittima di abusi in famiglia. Non mi risponde nessuno. Scrive anche una mia amica. Dice che è in una situazione di grande sofferenza in famiglia e avrebbe bisogno anche solo di un consulto telefonico. Le arriva una email automatica in cui dicono che la richiameranno. Sono passati giorni, nessuno ha chiamato né me né lei. Ho chiesto informazioni a persone vicine alla Bongiorno, mi hanno detto che effettivamente l’associazione non ha grandi risorse, fino a un po’ di tempo fa c’era un ragazzo che lavorava lì, poi una ragazza, che per un certo periodo alcuni psicologi collaboravano saltuariamente, manca un vero apparato e comunque, da un paio di anni, c’è una situazione di abbandono.

Ora. Io credo solo che se scendi in campo su un tema così delicato e presti la tua faccia a campagne e spot che vanno in tv, se parli di codice rosso e inviti le donne a denunciare e rispondere al telefono, cara Bongiorno, cara Hunziker, poi la vostra associazione dovrebbe fare quello che promette. Rispondere al telefono, almeno. Non si conoscono iniziative pubbliche sostenute economicamente dall’associazione, il sito e i social sono morenti, non c’è personale in ufficio. Non si capisce a chi offrite aiuto. Magari offrite assistenza legale a qualcuno, ma a chi se tramite Doppia Difesa siete irraggiungibili?

Ho telefonato a un avvocato che lavora per Doppia Difesa (Cristina Natale), le ho chiesto se ha fornito assistenza legale a qualche donna arrivata tramite l’associazione e mi ha risposto (gentilmente): “Non posso fornire informazioni sull’associazione, consulto la Bongiorno e la ricontatto”. Non mi sembrava una domanda così complicata, né che necessitasse di così tanta prudenza. Magari le raccolte fondi sono insufficienti, penserete voi. Ma, a occhio, le due testimonial/fondatrici sono milionarie. Forse un fondo per pagare qualche stipendio a gente che almeno risponda alle email e al telefono potrebbero garantirlo di tasca propria. Invece, ahimé, di attivo e vitale, ci sono solo gli spot. Forse, e dico forse, è il caso di dare qualche spiegazione.

Quote latte, l’Italia deve recuperare 1,2 miliardi da allevatori

L’Italia deve recuperare oltre 1,2 miliardi di euro di multe per le quote latte, anticipate a Bruxelles dalle casse dell’erario, dagli allevatori direttamente responsabili degli sforamenti. Lo ha deciso ieri la Corte di giustizia europea con una sentenza che arriva in campagna elettorale e scatena la polemica politica, con al centro la Lega. La Corte contesta all’Italia “il non avere predisposto, in un lungo arco temporale (oltre 12 anni), i mezzi legislativi ed amministrativi idonei ad assicurare il regolare recupero del prelievo supplementare dai produttori responsabili della sovrapproduzione”. Scaricandolo così sui contribuenti. La sentenza si riferisce al mancato recupero delle somme dovute per il superamento delle quote latte tra il 1995 e il 2009: su 2,3 miliardi che l’Italia ha versato all’Ue sostituendosi ai produttori di latte responsabili, nel 2015 (data di inizio del procedimento) le stime parlavano di 1,34 miliardi di euro da recuperare. Dato oggi corretto a 1,26 miliardi. Di questi, 796 milioni di euro risultano esigibili e Agea ha notificato le relative cartelle tramite Equitalia, che si appresta a procedere con le azioni esecutive. Restano 459 milioni, ad oggi non esigibili a causa del protrarsi dei contenziosi con i responsabili.

Assessore Pd nei guai: “Menzogne sulle 14 case”

Nuovo guaio fiorentino per il Pd. Dopo il sindaco Dario Nardella, che ha assunto in Comune a chiamata diretta Celeste Oranges (figlia 28enne del pm contabile che chiese l’archiviazione per Matteo Renzi), a generare nuove polemiche è un’altra fedele del Giglio Magico: Stefania Saccardi. L’assessore alla sanità regionale, fino a poche settimane fa, era la promessa candidata governatrice della Toscana, ma negli ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi di presentarla in qualche collegio sicuro per traghettarla in Parlamento: nelle liste ci sono troppe poche donne, ha lamentato il segretario suggerendo di valutare l’ipotesi Saccardi.

Del resto, è meglio portarla lontana da Firenze. È infatti rimasta coinvolta in una vicenda che si preannuncia ancora lunga e ricca di insidie perché è ancora tutta da chiarire. Saccardi ha infatti reso dichiarazioni parziali sugli immobili di sua proprietà e, una volta scoperta, ha mentito in aula consiliare dichiarando che delle 14 abitazioni a lei riconducibili ne detiene solamente la nuda proprietà, quindi, ha spiegato, “la dichiarazione non era necessaria”. A smentire Saccardi è l’amministrazione guidata da Enrico Rossi. Il dirigente degli affari istituzionali, Patrizia Magazzini, ha svolto delle verifiche e comunicato alla Giunta come “dal controllo è emersa la proprietà di un immobile a Gavorrano e la comproprietà di beni nei Comuni di Firenze e Campi Bisenzio per la quota di 2/9”. Nella missiva si scopre anche che Saccardi ha corretto e aggiornato la sua dichiarazione patrimoniale solamente il 31 ottobre scorso, cioè cinque giorni dopo l’interrogazione presentata da Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia. Dagli uffici regionali è partito l’esposto alla Procura di Firenze e la segnalazione all’Anac, l’autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, sulla violazione delle norme relative alla trasparenza. E, secondo il regolamento, potrebbe essere sanzionata. Gli stessi consiglieri regionali del Partito democratico non hanno finora preso le difese dell’assessore né altri tra i Dem. L’imbarazzo è palpabile e nessuno è disponibile a commentare la vicenda. Che ha un risvolto ancora da approfondire: nonostante le abitazioni di sua proprietà – o in comproprietà con i due fratelli ed ereditate dal padre – Saccardi vive in un appartamento dell’Istituto per il sostentamento del clero della diocesi di Firenze pagando un canone minimo, per sua stessa ammissione.

L’istituto è tra gli enti che partecipa al fondo regionale per l’housing sociale che elargisce 5 milioni annui e le case dovrebbero essere assegnate a persone con provate difficoltà economiche. C’è dell’altro. Il delegato diocesano e responsabile del patrimonio immobiliare dell’istituto per il sostentamento del clero è Simone Saccardi, fratello dell’assessore. Così è indicato in un documento del 2010 e il suo nome figura ancora oggi come referente nel sito dell’ente. Ha sicuramente ragione Saccardi a sostenere, come ha fatto in diverse interviste ai giornali locali, che la “vicenda non è inerente l’attività politica”. Ma è altrettanto vero quanto sostiene il consigliere Donzelli e con lui altri di minoranza: ci sono dei regolamenti sulla trasparenza e le dichiarazioni rese dall’assessore anche in aula non corrispondono al vero, stando quanto verificato dalla stessa Regione. La vicenda tornerà in aula, si attende la calendarizzazione. E sarà con ogni probabilità sciolto anche il nodo del contratto d’affitto con l’istituto del clero: perché le è stato riconosciuto il diritto di abitare una casa di housing sociale e con un canone minimo.

Nuova Lega: Bossi pronto a rompere i giochi a Salvini

A Gemonio, fuori e dentro casa di Umberto Bossi, la scoperta del partito parallelo alla Lega Nord creato in gran segreto da Matteo Salvini, è arrivata come un affronto. L’ultimo di una lunga serie. Da mesi il leader in felpa si diverte a punzecchiare il fondatore e capo del Carroccio. Fino a togliergli autisti e assistenza, così da costringerlo lontano da Roma. Ma il Senatùr ha trovato alcuni militanti disposti ad accompagnarlo. Poi ha preferito fare la spola con il figlio Renzo. Il vecchio Capo ruggisce ancora. E Salvini lo sa. Tanto che appena due giorni fa gli ha fatto firmare l’accettazione alla candidatura, seppure senza specificargli dove e soprattutto se il suo nome sarà inserito nelle liste. L’accettazione, del resto, non è sinonimo di candidatura. Ma il Senatùr aveva accolto la proposta come una sorta di segno di pace. Ieri, invece, scoprendo dalle pagine del Fatto che Salvini aveva fondato un nuovo partito per spogliare la Lega Nord, ha riletto quella mossa come l’ennesima presa in giro.

Ciò che ha colpito ancora di più Bossi è stato scoprire che Caronte in Senato per il nuovo partito è stato Roberto Calderoli. Quello che nel 2004, quando il Capo fu colto da malore, stava fuori dalla clinica in cui era ricoverato a rassicurare amici e conoscenti. Ma è lo stesso Calderoli che ha poi partecipato alla fronda interna per costringerlo a passare il testimone a Roberto Maroni. “Non credevo tradisse di nuovo”, si è lasciato scappare con alcuni dei militanti che lo hanno contattato o sono andati a trovarlo ieri.

Attorno a lui si è riunita la minoranza leghista. Si sono svolte più riunioni durante le quali a Bossi è stato chiesto di farsi portavoce con Salvini e chiedergli garanzie. Ma dal leader felpato arriva una sola risposta: “Dovete accettare la trasformazione in partito nazionale”. Addio Padania.

Ieri però i tavoli di discussione sono saltati. La notizia del nuovo partito “Lega per Salvini premier” ha stravolto le carte. Molti leghisti si sono dati appuntamento per questa mattina alle 11.30 presso il Tribunale di Milano dove si terrà l’udienza per il ricorso presentato da un candidato in lista alle primarie contro Salvini. Altri si incontreranno in serata in Brianza e in diverse sezioni tra Varese e Bergamo. L’obiettivo è quello di denunciare Salvini, colpevole di aver usato le loro firme date alla Lega Nord per fini diversi da quelli previsti, tra cui eleggere dei parlamentari per poi farli passare nel suo nuovo partito. “Stiamo valutando con i legali come agire”, confida un ex esponente di primo piano del Carroccio. “Un avvocato ha ipotizzato che sia illegale anche solo essere contemporaneamente segretario di due partiti”.

Come scritto ieri dal Fatto, il Matteo meneghino è attualmente alla guida della Lega Nord per l’indipendenza della Padania e della Lega per Salvini premier. Per evitare che finisca tutto a carte bollate, Calderoli ieri ha chiamato Bossi per fornire un chiarimento. I due si sono visti nella sede di via Bellerio e sono rimasti chiusi in una stanza.

Intanto il tesoriere di entrambi i partiti, Giulio Centemero, ha ribadito come il nuovo movimento non sia stato creato per sfuggire al Tribunale di Genova che ha condannato il Carroccio a risarcire lo Stato di 48 milioni. Sulla confisca e il blocco dei conti della vecchia Lega deve pronunciarsi la Cassazione che, su ricorso della Procura ligure, potrebbe stabilire una sorta di confisca perpetua. Ma questa è una partita secondaria. Ora c’è il nodo liste: il progetto di Salvini è quello di presentare le liste per la Lega Nord e poi creare i gruppi a Senato e Camera con la nuova Lega. Del resto, ha spiegato al Fatto Centemero, “non potevamo fare le liste con quello nuovo perché avremo dovuto raccogliere le firme”. Così ora basta una denuncia a fermare Salvini e può presentarla Bossi come presidente federale del Carroccio e garante del rispetto dello Statuto: per usare le firme della Lega Nord, infatti, Salvini avrebbe dovuto averne il consenso. Che non ha. Anche per questo Calderoli ha convocato il Capo in via Bellerio. Non è detto che Bossi passi sopra l’intraprendenza del giovane Matteo.

 

Raggi attacca Sala: “Consob e Ice restano a Roma”

“Io non ho capito perché la Consob e l’Ice rimangono a Roma. Non ha senso, è una sciocchezza perché la maggior parte delle aziende sono a Milano”. Le parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, intervistato da Lilli Gruber durante la puntata di Otto e mezzo, scatenano una ridda di polemiche nella Capitale, con la sindaca Virginia Raggi e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Apprezzo Sala, un bravo sindaco. Ma ogni città, ogni territorio, deve avanzare e progredire su nuove frontiere e nuove competenze, non saccheggiando quelle delle altre città italiane – è la replica del governatore – capisco che ora Roma sia debole e facilmente attaccabile, ma ricordo a Sala che abbiamo convintamente sostenuto l’Expo a Milano: ci aspettiamo reciprocità e solidarietà istituzionale”. “L’idea di trasferire le sedi di Consob e Ice da Roma a Milano è una sciocchezza – taglia corto su Twitter la Raggi – ho l’impressione che il Pd abbia le idee confuse e che c’entri la campagna elettorale, in Lombardia indossano la casacca leghista, mentre qui millantano ‘tavoli per Roma’ la realtà è questa, provino ad essere coerenti”.

Silvio scatenato: dopo Razzi, trombato anche Scilipoti

Una vera e propria full immersion ad Arcore, dove però ancora non è stato sciolto il nodo sul candidato del centrodestra alla Regione Lazio, mentre si lavora alle liste in vista della scadenza della presentazione di lunedì. Fuori da questo giro Antonio Razzi, anche Domenica Scillipoti, il “responsabile” che nel 2010 passò dall’Italia dei valori al Pdl in occasione della fiducia al governo Berlusconi, è al momento non ricandidato. Intanto la squadra azzurra per le prossime elezioni insieme alla firma di accettazione, vecchi e nuovi, si sono impegnati a versare, sottoscrivendo una lettera, “in caso di elezione alla Camera o al Senato” la somma di 30.000 euro “come contributo per l’attività politica ed elettorale ed in servizi offerti durante la campagna elettorale. La suddetta somma sarà versata entro e non oltre la data del mio insediamento”. In un’altra lettera invece, viene spiegato, gli eletti si impegnano a versare 900 euro al mese come contributo al partito. Le liste dovranno essere pronte per essere consegnate tra domenica 28 gennaio e lunedì 29. Rumors di palazzo parlano di Adriano Galliani candidato in Lombardia per il Senato, “un seggio sicuro” commentano.

Quote rosa, ma per finta: le segreterie sanno già come aggirare il Rosatellum

Fatta la legge – elettorale, in questo caso – e trovato l’inganno. Niente di diverso dal vecchio adagio è quello che alcuni partiti stanno organizzando per aggirare il vincolo delle quote di genere nelle liste delle prossime elezioni. Un’alternanza uomo-donna di facciata, un cavallo di Troia messo a punto per far entrare in Parlamento molti più uomini, con buona pace delle quote e dei limiti imposti dal Rosatellum.

Già, perché la legge elettorale approvata lo scorso autunno prevede che i candidati ai collegi uninominali di ogni partito debbano essere scelti in modo che nessuno dei due generi sia rappresentato in misura superiore al 60%. Stesso limite per i capolista dei collegi plurinominali: al massimo il 60% dello stesso sesso, in modo da definire una divisione equa tra uomini e donne. Non solo: anche all’interno degli stessi listini la legge dispone che i nomi compaiano alternati secondo il genere. Proprio su questo cavillo stanno giocando le segreterie di partiti. Per aggirare le regole basterà candidare come capolista le – poche – donne “forti” in cinque diversi collegi plurinominali, come consentito dal Rossatellum, facendo in modo che in almeno quattro circoscrizioni queste lascino il posto al secondo in lista (un uomo, visto in vincolo dell’alternanza) perché già elette altrove. Così facendo, con poche candidate si potrebbe coprire il 40% richiesto tra i capolista, riciclando gli stessi nomi in collegi diversi per fare entrare altri uomini.

Nessuna dietrologia: il meccanismo è chiaro e persino di pubblico dominio. Ieri il commissario di Forza Italia in Veneto Adriano Paroli lo ha confessato con candore al Corriere del Veneto: “Vale soprattutto per chi ha tanti seggi certi. Poi, diciamolo, non possiamo pensare che le quote rose diventino un’applicazione matematica. Se ho bisogno di un uomo in quella zona devo ricorrere a questo meccanismo”. Il trionfo della ragion di stato sulle quote rosa è confermato al Corriere anche dall’ex leghista di ferro Manuela Del Lago: “Mi risulta che anche la Lega lo stia facendo. É vergognoso, ma lo è anche la legge”. La Lega, oltre a candidare in piu collegi Giulia Bongiorno, potrebbe anche scegliere di schierare la maggior parte dei nomi femminili negli uninominali al Sud, dove il partito di Salvini raccoglierà ben pochi seggi. Un altro stratagemma per rispettare il 60-40 del Rosatellum, apparecchiando però un Parlamento di molti più uomini, eletti nei collegi sicuri del nord. Il trucco va a nozze con il sistema previsto per la Camera, dove il calcolo delle percentuali di genere è su scala nazionale, mentre al Senato, dove il calcolo è su base regionale e i listini sono piu piccoli, la manovra sarà meno esplicita.

Anche Forza Italia, come ammesso da Paroli, si sta attrezzando. Le liste saranno presentate soltanto il prossimo 28 gennaio, ma lo schema sembra confermato: Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo, Mariastella Gelmini e Licia Ronzulli saranno tutte pluricandidate in cinque collegi.

Proprio da Forza Italia l’assessore all’Istruzione, al Lavoro e alle Pari Opportunità del Veneto Elena Donazzan commenta le parole del commissario regionale del suo partito: “Il trucchetto si è sempre fatto, ma almeno una volta c’era il pudore di non dirlo”.

Un segreto di pulcinella bipartisan, anche se Laura Puppato, eletta al Senato per il Pd nel 2013, difende il suo partito: “Basta guardare il Parlamento dall’alto per accorgersi che si tratta di una pratica a cui è più avvezza la destra. Noi avevamo quasi il 40% di parlamentari femmina in questa legislatura”. I numeri le danno ragione: nella scorsa legislatura il Movimento 5 Stelle e il Pd hanno portato in Parlamento il 38% di donne contro il 17% del fu Pdl, mentre le parlamentari della Lega erano soltanto 5 su 35. Il rischio è che le cose non migliorino per niente.

E Youtube blocca il video a Beppe: “Contenuti di proprietà di La7”

Inizia con qualche intoppo la nuova vita di beppegrillo.it, il nuovo blog di Beppe Grillo, appena reso indipendente dall’attività legata al Movimento 5 Stelle. Come ha reso noto lo stesso fondatore del Movimento con un post sul suo profilo Facebook, Youtube ha bloccato la pubblicazione del video di presentazione del nuovo blog.

Al posto del primo piano di Grillo compare una scritta bianca su sfondo nero: “Questo video include contenuti di La7 che sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright”. Ironico Grillo: “Mamma, mi hanno oscurato il video! Sono diventato un contenuto di La7. Secondo voi cosa posso condurre?”.

Il corto circuito sarebbe dovuto alla diversa intestazione del sito rispetto alla società che ne cura la veste grafica, la società romana Happy Graphic. Per questo il software automatico di Youtube avrebbe bloccato il video, fornendo però un’informazione sbagliata sulla proprietà dei contenuti.