“Il M5S ha valori di sinistra, non può andare con la Lega”

“Il M5S porta avanti quei principi che la sinistra ha dimenticato. Sono valori presenti anche nel programma di governo: poi per un’intesa dopo il voto dipende da quanto è sorda la sinistra attuale”. Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Roma, era stato già in Campidoglio con Francesco Rutelli nel 1994 come consulente, per poi tornarvi con Walter Veltroni (nel 2006 fu candidato per l’Ulivo, senza essere eletto). Ora giura che del Movimento condivide molto.

Lei è un uomo di sinistra.

Sì, lo sono.

E la sindaca Raggi? Ha rapporti stretti con l’Anpi, e con i partigiani ha cantato Bella Ciao. Ha un ottimo rapporto anche con i sindacati, e vuole rimuovere dalle strade i nomi dei firmatari del manifesto fascista per la razza.

Sono decisioni che manifestano una veduta, espressa anche con la difesa della Costituzione dal referendum. Ma più in generale queste sono istanze che portano un pezzo di società a chiedere allo Stato di fare lo Stato, regolando la vita economica e tutelando tutti. Penso alla battaglia sull’acqua, o alla volontà di mantenere pubblici i servizi essenziali. Lotte che la sinistra ha dimenticato.

Il M5S le porta avanti?

Sì, in tutti gli atti che facciamo.

I 5Stelle lo ius soli non l’hanno votato.

Secondo me hanno fatto male. La legge andava modificata, ma il riconoscimento del diritto a essere cittadini a chi vive qui va riconosciuto.

Luigi Di Maio ha presentato i 20 punti di programma del M5S, su cui cercherà un’intesa con altri partiti dopo il voto. Ma possono favorirlo questo accordo?

Sono punti che ragionano sul medio e lungo periodo, e questo è già positivo. Dopodiché, quelle proposte parlano a un certo elettorato. In alcuni passaggi del programma ci vedo elementi della cultura azionista.

E dove sarebbero?

Innanzitutto, proprio nel tempo medio-lungo previsto per realizzare cose. Soprattutto, questi punti dicono che bisogna tornare occuparsi del rapporto tra accumulazione del profitto e diritti. Penso alla scuola, che deve tornare un luogo per formare le coscienze e non un posto da cui sfornare la manodopera. Un mix tra riforma dello Stato e stimolo a comportamenti virtuosi.

L’accordo a sinistra è l’unica strada? O c’è pure la Lega?

Io un accordo con la Lega non lo farei mai. E non vedo come il Carroccio possa aderire al programma e ai valori M5S.

Di Maio le ha chiesto di fare il ministro della Cultura?

Il mio lavoro mi piace e sono orgoglioso di farlo. E non mi hanno chiesto di fare il ministro.

In un anno e mezzo di giunta è successo di tutto.

Siamo una squadra coesa.

Non direi: sono saltati sei assessori e dirigenti a iosa.

Siamo coesi proprio perché abbiamo mandato via certe persone.

Come il suo amico Paolo Berdini, l’ex assessore all’Urbanistica? Denunciò la vostra resa a lobby e costruttori.

Con Paolo c’era una profonda diversità di vedute. E lui si è comportato molto male con la sindaca.

Lei cosa ha fatto in concreto?

Quando siamo arrivati abbiamo trovato il caos, con una pluralità di enti che non si parlavano tra loro. Abbiamo fatto ordine creando dei poli, come quello attorno al Teatro di Roma, e differenziando l’offerta dei musei. Soprattutto, il nostro scopo è quello di allargare a tutti l’offerta culturale. Per questo abbiamo creato la tessera annuale per i residenti, che con 5 euro possono accedere ai 21 musei civici. E poi abbiamo riaperto le biblioteche chiuse, fondamentali. Il sistema ha reagito ai nostri impulsi.

Vi siete opposti al decreto del ministero dei Beni culturali che istituiva il Parco archeologico del Colosseo, e avete perso. E in ballo c’era anche la gestione degli incassi.

Noi conosciamo gli incassi, ma non ci dicono nulla sui costi di gestione. Per dire, il Louvre incassa 110 milioni all’anno ma ne costa il doppio. E comunque la vera differenza con Franceschini non è sui soldi, bensì sul fatto che questo decreto crea una pluralità di enti che hanno competenza su quel patrimonio, e si sovrappongono.

Danno anche economico.

Sì, ma il tema non sono i ricavi, perché non copriranno mai i costi. Il vero punto è che con la cultura crei coesione sociale, ed eviti la gente che si scotenni. Partecipare alla vita culturale può ricostruire una comunità, ridare felicità. E questo quanto vale? Per questo abbiamo spostato l’Estate romana fuori dal centro.

Lei è autoindulgente.

No, ho commesso errori.

Ne dica alcuni.

Non sono andato abbastanza dritto nei rapporti con la macchina del Comune. E non sono ancora riuscito a incidere sui cinema e sull’audiovisivo. Ma stiamo recuperando.

Poco Grillo, molto Partito. La nuova struttura a 5Stelle

Nero su bianco il nome c’è ancora, ed è anche il primo dell’elenco: Grillo Giuseppe Piero, detto Beppe, ossia il garante. È lì, dentro l’associazione Movimento 5 Stelle nata a fine dicembre, il fondatore che si è fatto il suo blog: una ridotta per parlare di nuove tecnologie, arte e del bel tempo movimentista che fu, quando nel M5S non c’era selezione all’ingresso e la rotta la decidevano lui e Casaleggio. Ma dal suo esilio molto autoimposto il Grillo stremato dai ricorsi e voglioso di riprendersi spazi e incassi nei teatri sa che potrà anche dire la sua, magari cambiare qualche decisione: però non potrà fermare la mutazione. Governo o non governo che sia, il Movimento del gennaio 2018 è ormai un’altra cosa, e fa rima con partito. Una forza che ha ristretto i confini della democrazia diretta. Un M5S sempre meno leggero, con una struttura che vuole sopravvivere alle elezioni, e chissà per quanto. E la regola del doppio mandato, intoccabile oggi ma domani si vedrà, non può cambiare il corso delle cose, cristallizzato nelle norme.

Perché ha giacca, cravatta e voglia di durare il M5S 2.0. Quello con un nuovo capo politico sancito su carta notarile, il Luigi Di Maio che nega e ancora nega “il parricidio” ai danni di Grillo ma intanto è pure tesoriere dell’associazione. Un leader che se ne starà lassù per 5 anni, con la possibilità di essere confermato per un altro lustro dagli iscritti, come recita l’articolo 7 dello Statuto. Poi c’è anche il vertice che su carta bollata non compare, Davide Casaleggio.

L’erede che si definisce “semplice militante” ma che nel frattempo incontra ambasciatori (poche settimane fa quella britannica, a Roma) e impone ai futuri eletti il versamento di 300 euro mensili per la gestione della piattaforma web Rousseau; luogo dove votare, apprendere e controllarsi. Anche se ieri il suo braccio destro Luca Eleuteri sul Corriere della Sera ha chiarito che “come Casaleggio Associati non ci occuperemo più del Movimento”. Ergo, a occuparsi della piattaforma e del blog delle Stelle sarà solo l’omonima associazione, con Casaleggio e i due fedelissimi, il capogruppo a Bologna Max Bugani e l’europarlamentare David Borrelli. Un’altra struttura nella struttura, ormai assurta a nuovo polo. Poi c’è pure un’assemblea degli iscritti che dovrà essere convocata almeno una volta all’anno. Ma ci sono soprattutto i maggiorenti: i membri dei due organi di garanzia e i parlamentari responsabili delle funzioni di Rousseau, cariche quest’ultime senza scadenze. Ed è l’aristocrazia a 5Stelle, che è arrivata primissimo nelle Parlamentarie e sogna i ministeri. Rafforzata da regole che tutelano il capo e i “migliori”. Così va anche letta la scrematura di migliaia di autocandidati alle Parlamentarie. Fuori i volgari, i pazzerelli e gli infiltrati, certo. Ma foglio di via anche per tanti dissidenti conclamati o possibili, in una ridda di segnalazioni e sospetti che ricorda certi timori di sovietica memoria. L’importante era innestare in Parlamento solo gente in linea. Così si spiega la messe di consiglieri uscenti e collaboratori entrata nelle liste assieme ai big. Perché il Movimento che non è più eretico non vuole sorprese e teme la diversità. E ovviamente congressi e mozioni sono parolacce del Novecento, sterco del demonio. Anche se c’è la clausola per il ribaltone, il comma e dell’articolo 7, secondo cui il capo politico “può essere sfiduciato dalla maggioranza assoluta dei membri del comitato di garanzia e/o dal garante”, cioè da Grillo. Ma la delibera “va ratificata da una consultazione in rete degli iscritti”. Insomma, una via al cambio c’è. E potrebbe essere l’arma da fine del mondo del fondatore, quando fosse.

Ad oggi però pesa di più l’articolo 5 del Codice etico, secondo cui “al capo politico spetta la scelta del primo capogruppo per il primo Parlamento italiano e per quello europeo e dei primi organi direttivi (la cui durata sarà di 18 mesi)”. Tradotto, si partirà e si resterà a lungo con uomini di strettissima fiducia di Di Maio, che controlleranno i gruppi parlamentari nella fase più delicata della legislatura. “Dovevamo cambiare per darci una classe dirigente stabile” rivendica un parlamentare di peso. Fautore dell’apertura agli esterni, “perché così finiranno di dirci che siamo chiusi”.

Ma il prezzo è stato rinnegare il credo del M5S orizzontale, e consegnare le chiavi al capo politico, quello che “consultato il garante” decide chi sta dentro le liste, con la facoltà di poterle cambiare fino all’ultimo minuto. “Il Movimento è entrato nella sua fase adulta” ha motteggiato pochi giorni fa Grillo. Che ad occhio ha tanta nostalgia dell’infanzia.

Sala: “È vero, faccio fatica ad andare d’accordo con Renzi”

“Io ho fatto fatica e faccio fatica ad andare d’accordo con Renzi perché gli chiederei di essere diverso e più coinvolgente, ho deciso però di non essere tra quelli che si siedono sulla riva del fiume ad aspettarne il cadavere”. Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha parlato del segretario del Pd, Matteo Renzi, nel corso della trasmissione Otto e mezzo su La7.

“L’uomo le qualità le ha ma le qualità servono a lavorare in squadra – ha aggiunto Sala – non riesce più ad ottenere meriti, ma di meriti ne ha molti, io, dopo il referendum, gli consigliai di saltare un giro, poi qualcuno deve averlo convinto del contrario”. “Sono dispiaciuto che in questo momento sembri il colpevole di tutto”, ha aggiunto. Infine il sindaco ha ricordato un episodio, di cui parla anche nel suo libro appena uscito ‘Milano e il secolo delle città’, accaduto quando era commissario di Expo e Renzi gli chiese di dimettersi: “In questa storiella c’è un po’ di Matteo, è sintomatico di quello che è lui, quando ho saputo che voleva sostituirmi, ero un po’ seccato, così gli ho illustrato le difficoltà che gestivo e visto che è intelligente, ha capito”.

Calenda in tour in tv: “Voto centro sinistra, non i dem”

Continua l’incessante maratona televisiva del ministro Carlo Calenda, ieri era a Rai3 a Cartabianca dalla Berlinguer e oggi sarà a Porta a Porta ad “accompagnare” Matteo Renzi. Nonostante la vicinanza mediatica col segretario dem, il ministro dello Sviluppo Economico ha fatto sapere che probabilmente non voterà per il Pd: “Al Pd ho fatto delle proposte e voglio leggere il programma, prima di decidere per chi votare. Comunque voterò sicuramente per lo schieramento di centrosinistra. Anche se non mi candido. Supporto il centrosinistra perché penso che oggi sia la proposta più seria”. Sul suo futuro, spiega: “Credo profondamente che Gentiloni sarebbe molto più bravo di me a fare il presidente del Consiglio. Oggi la sua figura è molto forte perché è capace di serietà”. Sulla possibilità di accettare un nuovo incarico da ministro, aggiunge: “Dipende molto dal programma del governo. Non sarei disposto per farlo per qualunque governo di qualunque colore, sarei disposto a farlo se fosse un governo di cui condivido il programma e le iniziative. Il mio ordine mentale, che mi sono dato quando sono entrato al ministero, è che io finisco quando finisco questo incarico”.

Mdp pigliatutto ipoteca le liste con i big romani: Civati minaccia la rottura

Anche per Liberi e Uguali i conti non tornano e Pippo Civati minaccia la scissione con la colla del cartello di sinistra ancora fresca. Il numero di parlamentari uscenti è superiore ai futuri eletti e capire quali sono i posti “sicuri” è un rompicapo, con le previsioni che oscillano tra il 15% vaticinato da Laura Boldrini e il 6-7% delineato dai sondaggi. Il risultato è che i big si stanno blindando con una serie di pluricandidature imposte sui territori, dove serpeggia la rivolta. Boldrini chiede di sfidare Matteo Salvini e Emma Bonino a Milano, mentre in Calabria Nico Stumpo, di Mdp, è capolista nei due listini proporzionali. La deputata calabrese Celeste Costantino è saltata in Abruzzo, assieme a Danilo Leva dal suo Molise. A Cagliari sbarca il reggiano Claudio Grassi di Si, Guglielmo Epifani è capolista a Catania. Mdp ha strappato candidature in più listini proporzionali, come Roberto Speranza a Roma e Toscana, Rossella Muroni e l’avvocato anti Italicum Anna Falcone. Sinistra Italiana punta su Fratoianni candidato a Pisa e Piemonte. Fuori gioco tutti gli esponenti di Campo Progressista (Marco Furfaro, Ciccio Ferrara) mentre rischia pure Civati: lui monzese è stato spostato nella difficile Brescia.

Gentiloni: “Nessun governo con Silvio”. Intanto lo coccola: “Lui non è populista”

È l’uomo della stabilità, della continuità, dello scorrere quieto del tempo a garanzia del potere, specie di quello sovranazionale (formale o informale, pubblico o privato che sia) che si riunisce ogni anno a Davos. E proprio sulle montagne svizzere si è fatto vedere ieri il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nel giorno in cui tutti aspettavano Emmanuel Macron e Angela Merkel. Felice, rilassato, il premier dem s’è convinto che i suoi ricchi interlocutori guardino ormai all’Italia non come a una preda, ma come un Paese “con grandi potenzialità e in crescita”.

A meno che, certo, non arrivino al governo “i populisti anti-Ue” (che però, “non vinceranno”, no pasaran). E qui inizia il capolavoro di equilibrismo a cui sarà costretto per mesi Gentiloni: non dire che Silvio Berlusconi e soci sono un interlocutore per il dopo voto, ma nemmeno attaccarli come se fossero dei veri avversari nell’agone elettorale. A domanda diretta, il povero Gentiloni è costretto a rispondere come se ci credesse: “No, non sono interessato a un governo di larghe intese con Berlusconi”, così come “i miei predecessori di centrosinistra” (in realtà Enrico Letta il governo con l’ex Cavaliere lo fece). Però poi cerca di attenuare l’affermazione in ogni modo possibile perché sa che il “bis” tanto suo che del Pd a Palazzo Chigi dipende proprio da un’intesa con Forza Italia dopo il voto: “Non si può discutere di governo prima delle elezioni con questo tipo di legge proporzionale. Dopo il voto avremo bisogno di un governo e lo avremo. Il presidente della Repubblica deciderà cosa fare”.

E fosse solo questo. Di Berlusconi, spiega il presidente del Consiglio, “ho sempre parlato bene come uomo”. Finito? Macché: “Non chiamerei Berlusconi un populista, ma prendo atto del fatto che nella sua coalizione populisti e anti europeisti non solo sono presenti ma sono predominanti”, dice a Bloomberg tv.

Insomma, come la rivoluzione in quella canzone di Gaber, oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente: l’identikit di chi può formare un governo (dopo le elezioni, come prevede in sostanza questa legge elettorale) contro “i populisti anti-Ue” non è molto lunga e porta dritta ad Arcore (“lui non è populista” ed è stato pure benedetto dai Popolari europei) e relativi cespugli democristiani, oltre ovviamente al Pd di Gentiloni e Renzi e dei loro alleati che eventualmente superassero la soglia del 3%.

Emma si candida e lista Pannella non vota

Prima la lettera di sfratto dalla storica sede romana di via di torre Argentina e dalle frequenze di Radio radicale, poi la richiesta della restituzione di circa 60mila euro di quote di iscrizioni “indebitamente trattenute”, finita davanti al giudice e ora l’annuncio della decisione di non partecipare alle prossime elezioni politiche. Il Partito radicale “nonviolento transnazionale e transpartito” di Rita Bernardini, Maurizio Turco, Maria Antonietta Farina Coscioni e Valter Vecellio marca definitivamente percorsi e distanze politiche dall’associazione Radicali italiani fondata da Emma Bonino Riccardo Magi e Marco Cappato.

“Per la prima volta dopo 25 anni la lista Marco Pannella non presenterà proprie liste per il rinnovo del parlamento italiano, invitando ad attuare lo sciopero del voto o con scheda bianca o nulla o non andando a votare” ripetono da ieri i notiziari di Radio radicale. Le motivazioni sono state affidate a una serie di comunicati stampa. Si parla di elezioni “mai come questa volta non democratiche a causa della mancanza d’informazione tra i cittadini” su questioni ritenute cruciali come lo stato di diritto, la giustizia, l’Europa “nonché la negazione al Partito radicale di essere conosciuto per le lotte che conduce”. E c’è anche la denuncia dell’impraticabilità democratica del Rosatellum. “Dopo che il Parlamento è stato eletto per tre legislature con una legge anticostituzionale chiamata Porcellum la nuova legge elettorale impone di dare parte di questo voto a chi non vuoi votare” vanno giù duri, come è loro costume, i radicali di via Torre Argentina, mentre la Bonino con “+Europa” prosegue alla riconquista di seggi alla Camera e al Senato a fianco del Pd di Matteo Renzi e ora alla Regione Lazio, a sostegno di Nicola Zingaretti.

“Dieci anni fa mi candidai alla Regione Lazio ma i cittadini scelsero altro e, se mi posso permettere, anche parte del Pd scelse altro, oggi torno in una situazione risanata nel Lazio, Roma esclusa” ha detto Emma Bonino alla conferenza stampa di presentazione dell’accordo. “Anche con Nicola – aggiunge la leader radicale – è stato molto spesso un rapporto tumultuoso e polemico e lo dico subito perché è meglio che lo diciamo, piuttosto che farlo scoprire da qualche giornalista.” Bonino si riferisce alla vicenda di due esponenti radicali, Giuseppe Rossodivita e Rocco Bernardo che cinque anni fa il Pd non volle candidare perché già presenti nella legislatura regionale precedente. Questa volta saranno presenti nella lista radical-europeista. “Credo sia cambiata la posizione del Pd e me ne rallegro – ha commentato la Bonino – fu una esclusione immotivata ed ingiusta, penso sia una riparazione che mi fa piacere.”

Dopo le difficoltà per la presentazione di +Europa a livello nazionale, risolte con l’aiuto di Bruno Tabacci che ha messo a disposizione dei radicali, assenti in Parlamento con una lista autonoma dal 1992, il simbolo di Centro democratico, l’ostacolo da superare della raccolta delle firme si ripropone per i radicali anche nel Lazio. “Per presentare la lista dobbiamo raccogliere le firme, ma ci stiamo impegnando per esserci” ha assicurato fiduciosa Bonino. L’asticella è fissata a 6.750 sottoscrizioni.

Renzi vuole fregare Orlando e Emiliano: solo 20 posti sicuri

Una lista di fogli davanti, con nomi che appaiono e sbarre che ne cancellano altri, lo smartphone in ebollizione, una lunga fila di gente che entra e esce. Sono giorni che Matteo Renzi è chiuso al Nazareno per portare a termine l’operazione per lui vitale: la composizione delle liste elettorali. E non può sbagliare: fin dall’inizio è stato chiaro che l’unica convenienza del Rosatellum per il leader del Pd era la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento. Il solo modo per cercare di garantirsi un futuro politico anche in caso di una sconfitta eclatante del Pd è quello di avere gruppi parlamentari che il leader controlla. E così è pronto a perseguire fino in fondo questo obiettivo di risulta.

Secondo le proiezioni dei sondaggi, al Pd toccherebbero 200 seggi “sicuri”. E Renzi ha intenzione di distribuirli a modo suo: 150 ai renziani, gli altri 50 da dividere tra Maurizio Martina, Matteo Orfini, Dario Franceschini, Andrea Orlando e Michele Emiliano. Problema: lo stesso segretario, nell’ultima direzione, aveva promesso che avrebbe rispettato le proporzioni congressuali, dando al Guardasigilli il 20% (circa 40 posti) e al governatore pugliese il 10% (20). Ora, però, vorrebbe inserire nelle minoranze anche gli altri, che al congresso stavano con lui.

E così per Orlando sono pronti 15 seggi, per Emiliano altri 5. Quando l’area orlandiana ha capito che cosa stava apparecchiando il segretario, ha cominciato ad agitarsi, a protestare. Il Guardasigilli minaccia persino di dare forfait, di saltare un giro alle elezioni, di non presentarsi e non fare campagna elettorale. “Se questo è quello che ci dà, politicamente non ha senso”, spiegano i suoi. In gioco ci sono i destini personali (l’area Orlando oggi conta 113 parlamentari), ma anche la possibilità di incidere dopo il voto, anche nell’ottica di spingere fuori il segretario in caso di sconfitta.

“Basta Cencelli”, va dicendo il segretario per cercare di nobilitare il fatto che non ha alcuna intenzione di cedere. E tira fuori gli ultimi nomi arruolati alla causa: il rettore di Messina, Pietro Navarra, l’ex rettore di Camerino Flavio Corradini e il rettore di Udine, Alberto Felice De Toni. Già far quadrare le cose secondo i suoi desideri e incastrare tutto (fedelissimi, ministri, figurine, millennials, acchiappavoti) non è facile: tanto è vero che ha rimandato a dopo praticamente ogni impegno, pubblico e privato, a partire dal programma. Senza contare che ormai lo schema di massima è impostato: rimetterlo in discussione significherebbe dover rifare tutto da capo. Questo mentre i singoli parlamentari che si sentono in bilico non mancano di far arrivare pressioni. Luca Lotti raccoglie le indicazioni da un mese e mezzo. E nelle vesti di “aiutanti” ci sono Matteo Orfini, Maurizio Martina, Lorenzo Guerini, Ettore Rosato e Matteo Richetti. Ognuno in realtà porta avanti le “proprie” candidature. Il filo diretto coi segretari regionali è costante: sta a loro convincere i territori a prendersi i candidati e a fare poi campagna elettorale.

Pure gli alleati sono sul piedi di guerra: cinque posti a +Europa (ne chiedeva sette), quattro a Civica popolare (Pier Ferdinando Casini a Bologna; Gabriele Toccafondi e Sergio Pizzolante in Emilia; Beatrice Lorenzin non si sa ancora dove, dopo la ribellione di Prato), due o al massimo tre a Insieme, che continua a protestare. E lo stesso Renzi non ha ancora deciso in quanti listini plurinominali correre, oltre al suo collegio di Firenze: potrebbero essere tra i tre e i cinque, ma si attende anche di capire dove si schiereranno i leader avversari, per possibili sfide a distanza. Molti punti interrogativi verranno sciolti all’ultimo momento utile, quando si capirà chi sono i potenziali alleati.

Intanto oggi Renzi di nuovo incontra Orlando. Il quale ha minacciato, se le cose non dovessero andare bene, di convocare una conferenza stampa, disertare la direzione e appunto sfilarsi dalle liste. Emiliano sta più defilato: per lui è centrale vedere come va a finire in Puglia.

La direzione è prevista per domani mattina alle 10.30, la presentazione ufficiale per lunedì. La giornata del Pd sarà lunghissima e la notte si preannuncia insonne per tutti, tra vendette e ricatti.

La Bosken avrà il suo costoso seggio di deputata a Bolzano

Per il candidato del collegio uninominale di Bolzano-Bassa Atesina, la Südtiroler Volkspartei (Svp) “attende dal Pd una proposta di elevata credibilità autonomista”. Così diceva una settimana fa il segretario Philipp Achammer. E i democratici l’hanno accontentato subito schierando per la Camera (in Senato corre il bellunese Gianclaudio Bressa) nientemeno che Maria Elena Boschi, autonomista al punto che alla Leopolda del 2014 l’allora ministra delle Riforme dichiarava: “Non è il momento propizio, ma sarei favorevole alla soppressione delle autonomie speciali”. Si cambia, per carità, tanto è vero che poi la sua riforma costituzionale escludeva dalla “centralizzazione” di molte competenze proprio le Regioni a statuto speciale.

È da allora che con Bolzano e Trento Boschi ha ottimi rapporti e ora ne diventerà portavoce in Parlamento. D’altronde è stata lei stessa a insistere per questa soluzione: dopo aver vigorosamente tentato, invano, di essere candidata nel collegio uninominale di Firenze, martedì il Nazareno pareva deciso a candidarla solo nei listini proporzionali. Quando ha visto la notizia sulle agenzie, però, Boschi ha animatamente protestato. Prima di tutto con Matteo Renzi: esclusa la Toscana, in cui si sarebbe finito per fare la campagna elettorale solo su Banca Etruria, il collegio di Bolzano è la soluzione più semplice. In Alto Adige il Pd è appunto alleato con la Svp e quel collegio è blindato (in quelli di Merano e Bressanone, invece, Svp corre da sola, e vincerà).

“Non abbiamo la conferma ufficiale, non siamo stati consultati – ha detto Alessandro Huber, segretario del Pd di Bolzano – noi stavamo valutando di trovare un candidato locale come ci era stato richiesto”. Però, al netto di questo, sostiene di non avere nulla in contrario alla candidatura della Boschi: “Potremmo addirittura uscire rafforzati nei rapporti con Roma, se viene un esponente di spicco del Pd come lei”, spiega, facendo intendere che le richieste degli altoatesini non si faranno attendere. D’altra parte, il nome in ballottaggio con la sottosegretaria era Graziano Delrio. Entrambi di provvedimenti in favore della provincia autonoma ne hanno fatti molti.

Quel collegio blindato dal patto di ferro con la Svp, insomma, non è costato poco al Paese. Il meccanismo del Rosatellum a Trento e Bolzano riconferma l’egemonia in Regione dei due grandi partiti autonomisti (quello sudtirolese e quello trentino appunto). Condizione imprescindibile: il cosiddetto Tedeschellum, un proporzionale puro, naufragò nel giugno scorso proprio quando quel sistema fu esteso al Trentino Alto Adige.

Gli autonomisti, d’altra parte, si sono guadagnati lo speciale trattamento concedendo una fondamentale fiducia al governo in questa legislatura, specie al Senato attraverso il Gruppo autonomie, un pugno di anime al comando del senatore altoatesino Karl Zeller, navigato gestore del suk nelle leggi di Bilancio, che ha già benedetto l’arrivo dell’ex ministra.

Nell’ultima manovra, per dare l’idea della sua potenza di fuoco contrattuale, la Svp al solito ha incassato di tutto, dalle indennità ai consiglieri di Stato residenti a Bolzano a diverse norme fiscali ad hoc per l’Alto Adige, dai fondi per l’apicoltura montana alla totale potestà delle province autonome di Trento e Bolzano sulle concessioni idroelettriche.

A novembre scorso, poi, Delrio ha regalato il prolungamento di 30 anni della concessione all’Autobrennero, 300 chilometri di strada da Modena al confine austriaco, permettendo alle province autonome e alla Regione – azionisti di controllo della società – di gestire l’A22 come “servizio pubblico” in house fino al 2048 con un guadagno di 6 miliardi netti (ma non per gli automobilisti).

Ma quello tra Svp e Pd è un legame sigillato in più atti. Detto della riforma costituzionale, che blindava l’autonomia delle Regioni speciali e concedeva al Trentino il doppio dei senatori delle Regioni analoghe, a giugno 2016 Boschi andò in visita a Bolzano per suggellare l’ok del governo al progetto che la Svp porta avanti ormai dal 2012: cancellare la toponomastica italiana in Alto Adige, ora finito nel congelatore dopo la rivolta di accademici e parlamentari.

Perfino sulle banche la “specificità” della Regione è stata tutelata: la riforma degli istituti cooperativi (le Bcc) ha infatti salvato le Casse Raiffeisen dall’obbligo di confluire nel gruppo nazionale: potranno farsene uno loro evitando di consegnarsi al mercato. Anche qui una norma benedetta da Karl Zeller. Per il Pd, insomma, tutte le Regioni autonome sono speciali, ma qualcuna lo è di più. Un amore interessato. E ora correttamente ricambiato.

Indagati&Impuniti Spa

Visto che criticare una sentenza, specie se ci sono di mezzo il Fatto e la trattativa Stato-mafia, costa 150 mila euro (per fortuna solo in primo grado: confidiamo nell’appello), misurerò bene le parole. Anzi premetto che tutti i giudici penali, civili e contabili sono giustissimi, bravissimi, indipendentissimi, onestissimi, insensibilissimi al clima politico, dunque pressoché infallibili, al punto che non si vede perché perder tempo e denaro con tre gradi di giudizio. Però c’è un “ma” grosso così, che sottoponiamo ai candidati alle elezioni perché, volendo, riempiano eventuali vuoti normativi. Sempre più spesso escono sentenze così bizzarre da richiamare non tanto il principio costituzionale “La legge è uguale per tutti”, quanto il detto romano “Gira e rigira, er cetriolo va sempre ’nculo all’ortolano” e il celebre “E io pago!” di Totò. L’ultima è il colpo di spugna sull’insider trading di Renzi&De Benedetti, nemmeno indagati a Roma. La penultima l’ha raccontata il nostro Iurillo: l’archiviazione a S. Maria Capua Vetere dell’inchiesta sulla deputata Pd Camilla Sgambato e sull’ex segretario Pd casertano Raffaele Vitale. I due erano finiti indagati dopo l’arresto dell’ex sindaco dem Biagio Di Muro, per avere raccomandato una signora a un concorso pubblico. La donna, G.D.S., compilò la sua domanda, ma – come disse il presidente della commissione giudicatrice, intercettato – “si era reso necessario consigliarle di farsi sponsorizzare politicamente”.

Lei andò a botta sicura: “Avrebbe attivato – scrive il pm nella richiesta di archiviazione – il segretario Pd Vitale, che a sua volta avrebbe attivato Sgambato, che avrebbe segnalato il suo nominativo all’allora sindaco Di Muro”. Gli interessati ovviamente negano, ma il pm non crede alle loro versioni (sono indagati e possono mentire): “Le complessive acquisizioni investigative impongono di ritenere che Vitale, tra l’altro legato da rapporto anche amicale con Pasquale Stellato (figlio della Sgambato e segretario nazionale dei Giovani dem, ndr), e la Sgambato si siano interessati o siano stati interessati per la vicenda D.S.”. Purtroppo però non si sa “in termini certi il tipo di intervento che Vitale e Sgambato ponevano in essere”. E qui parte una sottile distinzione fra spintarelle lecite e illecite. Le lecite sono quelle “politiche” dei papaveri Pd che intervennero “affinché si valorizzasse il profilo professionale della candidata (capacità, preparazione, competenza)”. Le illegali sono invece quelle con la “richiesta di trovare la soluzione affinché con modalità illecite la selezione venisse alterata per favorire la loro segnalata”.

Quindi, par di capire, per raccomandare lecitamente uno e fargli saltare la fila dei non raccomandati più bravi di lui, occorre l’astuzia “politica” di non chiedere “modalità illecite”: basta dire di promuovere Tizia o Caio. Sarà poi la commissione ad avvertire il candidato a trovarsi un santo in Paradiso. Lecitamente, si capisce. In questo caso non si può neppure parlare di raccomandazione: solo di “segnalazione politica” che, “pur rappresentando una condotta censurabile sotto il profilo dell’etica morale/politica, non può assumere penale rilevanza”. E così vissero tutti felici e contenti: i politici che hanno chiesto il favore, i commissari che l’hanno fatto, la tipa che l’ha ricevuto e i magistrati che non verranno tacciati di giustizia a orologeria (hanno solo archiviato 40 giorni dopo l’interrogatorio della deputata, giusto in tempo per consentirle di ricandidarsi intonsa). E pazienza per i poveri ortolani che, non avendo santi Pd in paradiso democratici, sono rimasti disoccupati. La sentenza fa il paio con quella che ha assolto Clemente Mastella e la sua signora perché non c’è prova che abbiano estorto nomine di fedelissimi al governatore Bassolino e al manager di un ospedale. Però partecipavano alla “illecita lottizzazione degli incarichi tra i partiti sulla quale si fondavano gli equilibri interni alla maggioranza” della giunta Bassolino. Avete letto bene: “illecita”. Come si può assolvere chi fa cose “illecite”? In Italia si può: quelle nomine furono chieste contro i “criteri di merito” e “in violazione del principio di buon andamento ed imparzialità della PA sancito dall’art.97 della Costituzione”, ma “il fatto (accertato, ndr) non costituisce reato”. Illecito, ma lecito. Non è meraviglioso?

Terza perla: la Corte dei conti del Lazio ha archiviato l’indagine su politici, dirigenti e funzionari sulle opere costosissime e incompiute per i Mondiali di Nuoto del 2009 a Roma, tipo la cittadella dello sport di Tor Vergata con le “vele” di Calatrava (capolavoro di Caltagirone costato 608 milioni contro i 323 preventivati, dopo “ben sei atti aggiuntivi”). Il pm contabile, archiviando, descrive “una classe politica tesa a inseguire progetti faraonici senza predisporre adeguate coperture finanziarie e senza tenere conto delle reali possibilità di rispettare un cronoprogramma in linea con gli obiettivi”. Una combriccola di amministratori, dirigenti e costruttori affetti da “una grave incapacità programmatoria e gestoria sia sotto il profilo politico che tecnico”. Una “compagine amministrativa incapace di rispettare le regole della concorrenza e della buona gestione, prona ai desiderata del politico di turno e del mondo imprenditoriale con cui si confronta e ai cui interessi risulta spesso asservito”. Un perfetto ritratto della banda del buco spazzata via due anni fa dagli elettori romani, che ancora piagnucola per la perdita della mangiatoia olimpica del 2024. Ora però questi incapaci&impuniti potrebbero almeno smettere di dare lezioni di competenza e legalità a chi non riuscirebbe a fare i loro danni neppure se vivesse cento vite: accendano un cero a Santa Giustizia e riposino in pace.