L’ultima nota jazz contro l’apartheid: se n’è andato Hugh Masekela

Aveva messo la sua fama di grande musicista al servizio del suo Paese, promuovendo la lunga battaglia anti-apartheid in Sud Africa. Hugh Masekela è morto ieri a 78 anni a Johannesburg, dopo aver sofferto a lungo per un tumore alla prostata.

Trombettista e cantante jazz fin da giovanissimo, Masekela è costretto a lasciare il suo Paese a soli ventuno anni, subito dopo il massacro di Sharpeville, culmine della repressione del governo nei confronti della popolazione di colore. Da allora gira il mondo, prima studiando alla Manhattan School of Music di New York e poi, da musicista affermato, suonando per tutti gli Stati Uniti, dove diventa una star del jazz negli anni 50 e 60.

Lì Masekela collabora anche con alcuni giganti della musica, tra cui Bob Marley, Louis Armstrong e Jimi Hendrix, prima di fare ritorno in Africa.

É in questa fase della carriera che sperimenta nuovi suoni e stili, componendo tra le altre il brano Bring Him Back Home, che negli anni 80 diventa una delle colonne sonore che accompagnano la battaglia in favore della scarcerazione di Nelson Mandela. É proprio nel ’90, quando il leader sudafricano viene liberato dopo 27 anni di prigionia, che Masekela decide di stabilirsi in Sudafrica, partendo per un nuovo fortunato tour di quattro mesi dal titolo Sekunjalo This Is It. La sua ultima esibizione dal vivo si tiene nel 2010 proprio a Johannesburg, dove ieri, riferiscono i familiari in un comunicato via social, “se ne è andato in modo pacifico”.

Addio a Nino Sgarbi, farmacista con la passione per la scrittura

“Nino, ma insomma: si fa così? Che fretta c’era?”. Ieri se ne è andato, poco dopo aver scavallato il ragguardevole traguardo dei 97 anni, Nino Sgarbi. Le parole qui sopra parafrasate le aveva citate il nostro collega Luca Sommi, prese dal libro dedicato alla moglie Rina, scomparsa nel 2015, in cui Nino raccontava la loro storia d’amore lunga una vita. Della sua adorata moglie diceva: “Siamo stati sposati per più di sessant’anni e adesso è quasi incredibile questo vuoto. Il merito è stato della Rina, e ancora oggi le sono grato per avermi lasciato libero. Quando volevo andare a pescare, attività che amavo follemente, in farmacia ci stava lei. Mi ricordo benissimo il primo bacio, sul Montagnone di Ferrara, eravamo all’università, entrambi studiavamo Farmacia. Ricordo anche la prima volta che sono andato nella casa di mia moglie: era la casa del canonico Brunoro Ariosti in cui aveva vissuto Ludovico Ariosto che lì aveva scritto le satire, le commedie e le prime due edizioni del Furioso. Abbiamo fatto le pubblicazioni subito, senza dirlo alle nostre famiglie. Ci sembrava un fatto naturale: esserci incontrati, baciarci, toccarci. E quindi sposarci…”.

Nino era un uomo dolce, mite, di una gentilezza genuina e d’altri tempi: una constatazione che vi sembrerà meno ovvia appena avrete guardato la sua fotografia qui a fianco. Non avrebbe potuto nascere lontano dal grande fiume, dall’umido della Bassa, dagli argini alti: “Mio padre mi aveva comperato una barca di quelle con il seggiolino scorrevole, come i vogatori del canottaggio. Andavo dall’argine di Stienta – il paese dove sono nato, sulla riva opposta rispetto a Ro – fino a un’isola di sabbia che stava in mezzo al fiume. Da lì, a nuoto, raggiungevo Ravalle che adesso è un gran centro di caffè e vita mondana. Ma al tempo in cui ci andavo a nuoto c’era la chiesa, un’osteria e tre oche che passeggiavano davanti al sagrato”. Farmacista di campagna (la casa a un passo dalla bottega, a Ro ferrarese), marito di Rina, padre di cotanti figli (Elisabetta e Vittorio), cacciatore, pescatore, tennista (giocava con Giorgio Bassani) e da pochi anni anche scrittore.

Esordio tardivo il suo, con il bellissimo Lungo l’argine del tempo, sorprendente non solo per l’età dell’autore: i suoi libri (pubblicati da Skira) erano scritti con una penna consapevole, pacata, precisa come un bisturi eppure così tenera. Avevano il profumo dei ricordi, quelli di cui papà Sgarbi aveva quasi paura: “Più una vertigine che una paura vera e propria: fa girare la testa. A me prende soprattutto la sera, a letto. Non appena chiudo gli occhi, i ricordi cominciano a fluire: così tanti, vividi, intensi, vocianti. Un su e giù che ti lascia stordito, ma anche felice, perché ti accorgi che le cose che credevi perdute sono ancora tutte lì e che, anche se a un certo punto tu le hai dovute abbandonare, loro ti sono rimaste fedeli. Non ti hanno tradito né abbandonato e non lo faranno mai”. Noi eravamo andati a trovarlo, in occasione dell’uscita di Non chiedere cosa sarà il futuro. Ci aveva colpito moltissimo il suo amore per la poesia: ne conosceva moltissime, che recitava a memoria con formidabile precisione. Parlando della vecchiaia aveva citato il Canto notturno di Leopardi, “una poesia perfetta, forse la più bella mai scritta”. E D’Annunzio: ‘Tutto fu ambìto e tutto fu tentato. Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l’ardore che il sogno eguagliò l’atto”.

E questo verso è forse il miglior omaggio che gli possiamo tributare oggi.

“Mary Poppins è come Babbo Natale: siamo cresciuti con lei”

Nel mondo è stato visto da oltre undici milioni di spettatori e ora si appresta a debuttare in Italia, al Teatro Nazionale di Milano, il prossimo 13 febbraio: Mary Poppins – The Broadway Musical non smette di affascinare grandi e piccini “perché è una storia – spiega la protagonista Giulia Fabbri – assolutamente attuale. Parla di famiglia, di difficoltà nel comunicare e nel dare e ricevere affetto: sentimenti con cui tutti noi possiamo confrontarci e ritrovarci”.

La produzione originale è andata in scena nel West End nel 2004 e a Broadway nel 2006, mentre questa è la prima edizione interamente italiana, sempre prodotta da Disney Theatrical Productions e Cameron Mackintosh e tratta dai racconti di P.L. Travers e dal film con Julie Andrews del 1964, che vinse cinque Oscar e avrà un sequel entro il 2018.

“I produttori daranno l’ok per qualunque cosa, metteranno la loro supervisione su tutto”, precisa Fabbri. “Io sono stata molto fortunata proprio perché il cast è stato selezionato da un team americano e inglese, che non aveva idea di chi fossimo: famosi, o non famosi. Hanno semplicemente scelto le persone che ritenevano più adatte”. Accanto a lei nel ruolo di Mary Poppins, sul palco, tra gli altri, saliranno Davide Sammartano (Bert), Alessandro Parise (George Banks) e Alice Mistroni (Winifred Banks), diretti da Federico Bellone con la supervisione musicale di Simone Manfredini, le coreografie di Gillian Bruce e la produzione italiana di World Entertainment Company.

Non ci saranno strappi alla storia, né tagli di canzoni indimenticabili come Supercalifragilistichespiralidoso, Cam caminì e Un poco di zucchero: “La trama è sempre quella: ci sono i Banks e c’è Mary Poppins che arriva e sistema le cose all’interno della famiglia, in cui il papà è ingabbiato dal lavoro, la mamma non sa bene da che parte girarsi e i due figli hanno un grande bisogno di attenzioni. La tata riallaccia i fili dei legami… I bambini di 20 o 30 anni fa, come quelli di adesso, hanno bisogno innanzitutto di persone che siano lì per loro. E questo fa Mary Poppins, per questo la amano così tanto. Lei è una tata come tutte le altre, molto esigente, non fa sconti, ma è lì per loro e accende la loro fantasia”.

E agli adulti cosa ha ancora da dire questa favola? “Può dire che questi anni in cui i bambini sono piccoli, e riescono con l’immaginazione a sognare cose incredibili, sono anni brevissimi: passano in un lampo. Un genitore troppo preso nel lavoro o in altro, che si perde questi anni di vita dei suoi figli, non li riavrà mai più indietro. Questa storia ci insegna a riportare l’attenzione alle piccole cose. C’è una scena bellissima in cui il papà è disperato perché pensa di essere stato licenziato e la mamma gli dice: ‘Stai tranquillo perché le cose veramente importanti noi ce le avremo sempre, anche se ci portano via il lavoro, i soldi e la casa: le cose importanti siamo io, te e i bambini’. Questa è una verità piuttosto semplice, che noi però tendiamo a dimenticare”.

Fabbri ha 30 anni, ma qui interpreta “un personaggio senza età, né giovane né vecchia: lei è Mary Poppins, punto. Sicuramente il paragone con il film suscita ansia e pressione, ma io non ci provo nemmeno a confrontarmi con la Andrews: una dea, inarrivabile… Comunque, al di là della pellicola, è davvero incredibile quanto amore ci sia per Mary Poppins: il 99,9% della gente ha un legame con lei. È come dire Babbo Natale. Perciò voglio renderle onore nel modo migliore possibile. Anche perché la sua fan numero uno sono io”.

Guadagnino da Oscar, ma Del Toro va alla carica

Quattro nomination agli Oscar per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Canzone, la stupenda Mystery of Love di Sufjan Stevens; sceneggiatura non originale, di James Ivory a partire dal romanzo di André Aciman; attore protagonista, quel talento numinoso del giovane Timothée Chalamet; miglior film, e per l’Italia non accadeva dal 1999, ovvero da La vita è bella di Roberto Benigni. Wow.

Storia anni 80 di scoperta e crescita, attrazione e formazione, anelito e sesso, internazionalmente pensata, ottimamente interpretata dagli amanti Chalamet e Armie Hammer e sontuosamente girata, vedremo quante candidature saprà trasformare il 4 marzo alla cerimonia dei 90esimi Academy Awards, ma Call Me By Your Name (titolo originale), che dopodomani arriva nelle nostre sale, ha già realizzato un exploit. Peccato, le meritava tutte, per le mancate nomination alla regia e Hammer non protagonista, ma questo non inficia il valore, effettivo e fortunatamente percepito, della conclusione della trilogia del desiderio iniziata con Io sono l’amore (2009) e proseguita con A Bigger Splash (2015).

Il nostro cinema, sebbene l’iscrizione di Guadagnino a parte per il tutto patrio strida, può sventolare il tricolore dopo un lungo digiuno internazionale, festival in primis: sia di buon auspicio per un anno partito senza entusiasmi al box office, ma foriero sulla carta – i nuovi titoli di Sorrentino, Garrone, Bellocchio, Martone – della riscossa tanto attesa.

Per ora, complimenti a Guadagnino: Chiamami col tuo nome è il suo miglior film, un premio da Oltreoceano conforterebbe. E complimenti alla scenografa friulana Alessandra Querzola, che a quattro mani con Dennis Gassner vale a Blade Runner 2049 una delle sue cinque nomination: anche il production design parla un po’ italiano.

In pole position è La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, che ottiene 13 candidature, tra cui film, regia, attrice protagonista (Sally Hawkins), attore non protagonista (Richard Jenkins) e attrice non protagonista (Octavia Spencer, ora la nera più nominata con Viola Davis). Sorta di La Bella e la Bestia al tempo della Guerra Fredda, arriverà sui nostri schermi il 14 febbraio, e la corsa è iniziata con il Leone d’Oro di Venezia 74, a conferma dell’ineludibile trampolino per l’award season americana che la Mostra è divenuta negli ultimi anni sotto la direzione di Alberto Barbera. Non solo, The Shape of Water (titolo originale) ribadisce come siano sempre #OscarsSoMexican: dopo i trionfi di Gravity di Alfonso Cuarón, sette statuette tra cui miglior film nel 2014, e di Birdman di Alejandro González Iñárritu, quattro tra cui film e regia nel 2015, sarà la volta dell’amico Guillermo?

Segue Dunkirk con 8 nomination, tra le quali film e regia: è la prima volta che Christopher Nolan entra in cinquina, e per uno della sua bravura è da non crederci. Sette, poi, per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, altro titolo in anteprima al Lido: film, la protagonista Frances McDormand, i non protagonisti Woody Harrelson e Sam Rockwell, ma Martin McDonagh non rientra tra i migliori registi. Il posto glielo scippa Jordan Peele, che firma l’horror antirazzista Get Out: film, regia, attore protagonista (Daniel Kaluuya) e colonna sonora. Peele è già nella storia quale quinto regista nero candidato, e solo il terzo esordiente ad aver centrato il triplete film, regia e script: occhio per il 4 marzo, detto senza entusiasmi, vale una scommessa. Meno politico, indi più condivisibile, il guadagno di Lady Bird di Greta Gerwig: 5 nomination, tra le quali film, regia (è la quinta donna, la prima fu Lina Wertmüller nel 1977 con Pasqualino Settebellezze), attrice protagonista (Saoirse Ronan).

Sei candidature per Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (film, regia, il protagonista Daniel Day-Lewis) e L’ora più buia di Joe Wright, con il Winston Churchill Gary Oldman gran favorito, c’è gloria anche per The Post, o almeno per Steven Spielberg, è il suo undicesimo film nominato, e Meryl Streep, che migliora il suo precedente record portando a 21 le candidature: a bocca asciutta, viceversa, Tom Hanks. Il russo Loveless e lo svedese The Square tra i film stranieri, Coco e Loving Vincent tra le animazioni, da registrare alcune conseguenze dello scandalo delle molestie sessuali: Christopher Plummer, che ha sostituito il reietto Kevin Spacey in Tutti i soldi del mondo, a 88 anni diventa il candidato più longevo, James Franco (The Disaster Artist) viene snobbato.

 

Truffe e lavoro nero, così i criminali sfruttano i Bitcoin

Metà gennaio 2018: la Finanza di Ponte Chiasso ferma al confine con la Svizzera un autoarticolato. A bordo, c’erano quattro quintali tra hashish e marijuana, l’autista spagnolo, che nascondeva nella cabina oltre 100 mila euro, viene arrestato con tre italiani tra cui il proprietario dello stabile che avrebbe ospitato e stoccato la droga destinata a Svizzera e Italia. Si scopre che i tre italiani contavano di regolare le operazioni di pagamento della droga attraverso i bitcoin. È il lato criminale della criptomoneta: droga, armi e riciclaggio di denaro. Giuseppe Corasaniti, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione ed esperto di diritto informatico, spiega: “Le transazioni sicure con la criptomoneta lasciano meno tracce dei contanti e ci sono tanti soggetti, dalla criminalità organizzata a quella terroristica, interessati ai sistemi che sfuggono al controllo”.

I ricatti informatici e il riciclaggio

A Latina, a inizio 2017, arrivano al Nucleo valutario della Finanza 18 segnalazioni di operazioni sospette su decine di carte prepagate intestate a casalinghe, operai e disoccupati. Su 40 Postepay, in meno di un anno transitano cifre a quattro zeri: 22 mila euro una volta, 135 mila un’altra, poi 24 mila, 88 mila, 98 mila, 80 mila, 15 mila. I soldi finiscono prima su un conto intestato a un uomo, poi transitano su Kraken, una delle piattaforme per il trading di bitcoin. Tra 2015 e 2017 vengono movimentati 1,2 milioni di euro. Succede a Frosinone: qui vivono un esperto informatico di 40 anni e il suo socio di 37 anni. Da casa, il primo crea e diffonde, tramite email infette, il virus che rende inaccessibili i dati del computer (cryptolocker) e chiede un riscatto in bitcoin. L’altro trova intermediari e prestanome (ben 17): a loro vengono intestate le Postepay su cui vengono effettuati i versamenti quando le vittime non hanno a disposizione le criptomonete. Gestiscono anche un sito, posteb.it, su cui si acquistano bitcoin e usano Kraken per convertire gli introiti delle loro truffe, come fosse una banca: “Ci bastano (i contanti, ndr) per pagare il commercialista e il notaio?”, chiede l’informatico al socio il 4 aprile 2017. “Fammi vedere il conto ma penso di sì. Sennò fa’ una cosa, vendi due/tre bitcoin e fa’ un giro di bonifico su Kraken”. Intanto arrivano centinaia di denunce: Grosseto, Carpi, Como, Firenze, Sondrio, Genova, Latina. Un virus che viaggia tramite un allegato infetto (anche una finta bolletta Enel), blocca decine di computer. Il riscatto per sbloccare il pc è di 1,51 bitcoin, all’epoca circa 400 euro (oggi oltre 10 mila).

Il punto debole: il mondo reale

A marzo 2017, uno dei due soci è preoccupato: un prestanome ha fatto il suo nome alla Finanza. Quando gli è stato chiesto di giustificare 40 mila euro di movimenti su una Postepay intestata a lui, il 27enne disoccupato ha confessato che la carta l’aveva un altro. “Ha sbagliato – dice uno dei soci a un sottoposto – risolviamo tutto… lo paghiamo… se ci sta una cosa mettiamo il nostro avvocato… e lui viene pagato, ma lui deve ritirare quella denuncia perché… domani mattina… la Finanza viene a casa mia ad arrestarmi per rubare i soldi… che so’ i miei… lui deve dire: ho dato la gestione della carta per fare acquisti online”. Il giorno dopo, anche sotto minacce fisiche di un altro ‘reclutatore’ (che ha problemi di droga e chiede continuamente soldi per il suo “servizio”), il 27 enne telefona al socio: “La denuncia l’ho ritirata. Gli ho detto così: io e mio fratello abbiamo un amico in comune che sono anni che ci fidiamo ciecamente di lui e mio fratello si è dimenticato di dirmelo che l’ha data a questo qua e lui che siccome lavora con un sito e gli fa fare i soldi compra i bitcoin”. I due, per giustificare le cifre, sostengono infatti di operare con i bitcoin tramite posteb.it. Cercano anche di dare parvenza legale alle loro entrate costituendo una società che operi in bitcoin. “Ci dobbiamo sbrigare a prendere questo ufficio”, dice a un certo punto l’informatico. “Per me questi (la Finanza) arrivano qua tra poco”, replica l’altro. “E appunto. Se abbiamo la società è un’altra cosa, no?”. Spiegano dal Valutario della Finanza: “Il momento di debolezza del sistema bitcoin è quando viene in contatto col mondo reale, quando si compra o si vende, in ogni parte del mondo”. Come in Spagna: nella verifica delle segnalazioni sospette legate al sito, le forze dell’ordine si imbattono in un altro soggetto che usa la piattaforma per cambiare i bitcoin in denaro. Scoprono che è un latitante italiano con due anni da scontare, condannato per spaccio. “Sul sito – spiegano i finanzieri – cambiava i suoi bitcoin, tra 800 e mille euro alla volta, e se li faceva accreditare sulla Postepay con cui poi prelevava allo sportello”. Quando lo catturano, l’uomo racconta di lavorare come cameriere in un ristorante spagnolo, pagato in bitcoin per nascondere la sua identità. E per nascondere il nero.

Il tassello mancante

L’Italia, rispetto al resto d’Europa, in teoria è all’avanguardia per la lotta al riciclaggio con le criptomonete: a luglio è stata recepita la 4ª direttiva europea antiriciclaggio del 2015. Nel farlo, l’Italia ha anticipato la proposta di inserire fra i soggetti obbligati al rispetto degli obblighi antiriciclaggio anche gli operatori in valute virtuali. Piattaforme ed exchanger sono obbligati a identificare la clientela, a segnalare operazioni sopra i 15 mila euro e ogni volta che si tema riciclaggio o finanziamento del terrorismo. Gli exchanger entrano poi tra i soggetti che possono essere posti sotto il controllo del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria. Devono poi iscriversi a una sezione dell’Oam (Organismo degli agenti finanziari e mediatori creditizi): “Con decreto del Tesoro – recita la norma -sono stabiliti modi e tempi con cui i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale sono tenuti a comunicare al ministero la propria operatività”. Il decreto è “condizione essenziale” per l’esercizio dell’attività. E dovrebbe stabilire anche le condizioni a cui ministero e polizia possono “interdire l’erogazione dei servizi relativi all’uso di valuta virtuale” da parte di chi non rispetta i criteri. Però ancora non c’è. E il ministero, interpellato, non risponde sul ritardo.

Il reddito di base non è più irritante e scandaloso

Secondo Giuseppe Bronzini, che gli dedica questo bel volumetto edito dalle Edizioni Abele, il reddito di base è passato da essere una proposta “scandalosa e irritante” a un tema che, in un modo o nell’altro, occupa l’agenda politica. Il motivo, spiega l’autore, è che si tratta di un principio irrinunciabile, di una riforma paragonabile all’abolizione della schiavitù o al voto alle donne. Bronzini, che fa riferimento alla proposta integrale del “basic income”, incondizionato e in grado di garantire a tutti una esistenza dignitosa, ha l’occasione di mettere a confronto il tema con la questione del momento, l’industria 4.0 e la robotica, e quindi la dissipazione di posti di lavoro e svolge un’analisi attualizzata di quel che si muove in Europa e non solo. In Italia la proposta più compiuta è quella dei Numeri pari sul reddito di dignità (Gruppo Abele, Libera, Rete della conoscenza) cui i vari partiti che promuovono la misura potrebbero guardare con attenzione. (s. can.)

 

L’impresa confiscata alla mafia è ferma perché l’ente non risponde

Potrebbe essere la classica bella storia in cui un gruppo di lavoratori rileva un’azienda sequestrata alla mafia e la fa rivivere. Potrebbe, ma fino a questo momento la richiesta avanzata all’Agenzia per i beni confiscati non ha ricevuto risposte, nonostante le ripetute sollecitazioni. Ancora non si sa se questa volta il lieto fine i sarà.

Comunque non si arrendono i dipendenti della Centralgas e della Vigorgas, imprese che si occupano di “imbottigliamento” di gas nell’area industriale di Carini (Palermo). Sono due società storicamente appartenute a importanti uomini di Cosa Nostra tra i quali Francesco Paolo Bontate. Nel 2011 la Corte di Cassazione le ha trasferite nella proprietà dello Stato e, da allora, un’altra società – la Agrigas – le ha prese in affitto e gestite assumendo sette lavoratori della Centralgas e quattro della Vigorgas. Nell’estate 2017 il contratto è scaduto e quei dipendenti sono tornati nelle precedenti aziende. Nel frattempo, però, la Vigorgas è fallita e quei quattro sono quindi diventati disoccupati. La Centralgas, invece, è in liquidazione e i dipendenti transitati all’interno di essa non stanno ricevendo gli stipendi. Le possibilità di un rilancio di quest’ultima sembra possibile: l’Agenzia per i beni confiscati ha infatti presentato un piano industriale per metterla all’asta. È qui che si colloca l’iniziativa dei lavoratori. “Si sono organizzati in cooperativa e hanno comunicato a dicembre la disponibilità alla gestione”, hanno spiegato Francesco Lannino, segretario generale della Filctem Cgil Palermo e Pietro La Mattina, componente dello stesso sindacato. “Hanno maturato una lunga esperienza – hanno aggiunto – nessuno meglio di loro potrebbe subentrare alla guida dell’impresa”. Gli undici lavoratori hanno inviato poste certificate, hanno provato a farsi ricevere dall’agenzia da mesi, ma ancora non sono stati presi in considerazione. “Noi non sappiamo se la cosa è formalmente fattibile – ha avvertito Lannino – anche perché è naturale che in questi casi vadano rispettate le procedure di legge. Ma proprio per questo è necessario che parta un tavolo di confronto, perché un progetto di questo tipo dovrebbe essere preso in considerazione e quantomeno bisognerebbe dare una risposta a questi lavoratori”.

“Prima che nascesse l’Agenzia per i beni confiscati – ha concluso Lannino – erano frequenti le manifestazioni di persone che, dopo i sequestri alla mafia, protestavano in piazza contro la perdita del lavoro. Con questo ente, che ha svolto un ruolo importantissimo, abbiamo buoni rapporti. Speriamo che anche questa volta, con o senza la cooperativa dei lavoratori, si riesca a far ripartire questa impresa”.

L’idea franco-tedesca per ingabbiare l’Italia

Un tema sembra ossessionare i vertici europei: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, costi quello che costi (all’Italia). Prima abbiamo avuto il non-paper di Wolfgang Schäuble, ora il paper dei 14 economisti franco-tedeschi radunati da Merkel e Macron. Leggerlo è un viaggio nel surreale. Si parte invero col piede giusto giudicando le attuali regole di bilancio europee macchinose, arbitrarie e pro-cicliche. Purtroppo le proposte avanzate sono ancor di più cervellotiche, parziali e destabilizzanti, volte esclusivamente a mettere l’Italia sotto scacco. Se applicate probabilmente destabilizzerebbero i mercati. Di crescita e occupazione il documento non fa menzione. Keynes non è mai esistito.

Il paper mira a rafforzare la disciplina fiscale in cambio di una qualche “condivisione dei rischi”. Ma per non sbagliare, i Paesi ad alto debito dovranno avere più disciplina e meno risk sharing degli altri, mai che se ne approfittino. Il documento copre tre temi: unione bancaria, regole di bilancio, quadro istituzionale. Quest’ultimo, in sostanza, consiste nel distribuire efficacemente fra Commissione ed Eurogruppo (il consiglio dei ministri finanziari) i ruoli di accusatore e di giudice nelle procedure di violazione, ruoli al momento troppo soggetti alle scelte politiche. La Francia ha purtroppo da tempo abbandonato l’idea di fare dell’Eurogruppo un luogo di coordinamento delle politiche fiscali per la crescita.

Sulle banche la vicenda è nota: la costituzione di un’assicurazione europea sui depositi a completamento dell’unione bancaria, che già prevede sorveglianza e procedure di risoluzione delle crisi bancarie comuni (il famoso bail-in), è subordinata allo smaltimento da parte delle banche (leggi italiane) dei titoli pubblici e delle sofferenze bancarie (pena sanzioni). Qui il paper dimentica che nel 2011-12 le banche italiane furono spinte a impiegare la liquidità della Bce per accollarsi i titoli di Stato italiani di cui le banche franco-tedesche si stavano sbarazzando, evitando il crollo dell’euro. Se la Bce fosse intervenuta prima questo non sarebbe accaduto. Così come si dimentica sia che le sofferenze sono in gran parte dovute alle politiche di austerità, che dell’ammontare spaventoso di titoli speculativi che gravano sulle banche tedesche e francesi, come documentato a dicembre dalla Banca d’Italia. Si tratta comunque di misure destabilizzanti per il debito pubblico e le banche italiane. E circa la promessa garanzia sui (vostri) depositi, l’assicurazione europea interverrà solo se una crisi bancaria in uno o più Paesi esaurisce la quota del fondo assicurativo comune che è di loro pertinenza (e che essi avranno versato attraverso “premi assicurativi” commisurati al rischio-Paese), dunque una condivisione dei rischi limitata a crisi sistemiche.

È nella parte fiscale che il surrealismo dà il meglio di sé. Qui si propone di sostituire al pareggio di bilancio (aggiustato per il ciclo economico con regole assai arbitrarie) un obiettivo di crescita della spesa pubblica in linea con la crescita di lungo periodo del Pil, ma minore di quest’ultima nei Paesi ad alto debito di modo che lentamente rientrino nel rapporto debito/Pil. La carota sarebbe che il trend fissato per la spesa è predeterminato, sicché non vi sarebbero (ulteriori) tagli nelle fasi basse del ciclo. Dio solo sa quanta arbitrarietà v’è tuttavia nel calcolare la crescita di lungo periodo del Pil. Inoltre l’analisi keynesiana suggerisce che la spesa pubblica contribuisce a guidare il Pil. Se la facciamo crescere meno, crescerà meno anche il Pil (e con essa le entrate fiscali, mortificando l’aggiustamento dei conti). Siamo alle solite fatiche di Sisifo. E se ci trovassimo a violare la (nuova) regola, dovremmo finanziare la spesa emettendo dei titoli di serie B (junior bond) sui quali dovremo pagare tassi più elevati.

La logica punitiva offre il massimo di sé nel principio schaubliano per cui ogni assistenza finanziaria da parte del fondo salva-Stati Esm (European Stability Mechanism), assistenza che può rendersi indispensabile nel caso che per uno Stato fosse proibitivo rifinanziarsi sul mercato a tassi accettabili, andrebbe subordinata a una ristrutturazione del debito (che ne allunghi le scadenze e se necessario ne cancelli una quota, per esempio relativa alle junior bond di cui sopra). Ciò vuol dire che sotto la minaccia di una ristrutturazione dei debiti saranno i mercati a vigilare sul rigore fiscale dei Paesi ad alto debito imponendo tassi più elevati, senza più bisogno di applicare sanzioni, operazione politicamente complicata. Nella prospettiva della dismissione dell’ombrello protettivo della Bce, questa riforma lascerà indifeso il mercato dei titoli italiani. Ça va sans dire che, invece, i Paesi che avranno dato prova di virtù fiscale sono premiati e avranno accesso incondizionato all’Esm per affrontare, presumibilmente, temporanei rialzi dei tassi di interesse sui loro titoli di Stato accedendo ai più vantaggiosi tassi sui prestiti erogati dal fondo. L’Europa c’è quando v’è meno bisogno. La carota sarebbe nella creazione di un (piccolo) fondo a cui potrebbero ricorrere i Paesi la cui disoccupazione superasse certe soglie. Il sostegno è tuttavia una tantum, quindi non volto a contrastare la disoccupazione strutturale, e disponibile solo ai Paesi che si attengono scrupolosamente alle regole. Alla faccia del risk sharing, la contribuzione al fondo sarà maggiore per gli Stati che più probabilmente vi ricorreranno. Da dove un esponente di Liberi e Uguali (Nicola Fratoianni su Huffington Post) abbia potuto dedurre che il documento propone il superamento dei vincoli europei non è dato sapere, a ulteriore testimonianza che il surrealismo domina il dibattito sull’Europa.

Atac, ecco il piano del concordato. Serviranno anni per sanare il debito

Potrebbero volerci anni, se non decenni, per liquidare integralmente tramite il concordato preventivo i debiti di Atac, la partecipata dei trasporto del Campidoglio, gravata da un rosso di circa 1,3 miliardi di euro. Con l’approdo in Assemblea Capitolina della delibera che autorizza il piano aziendale per il concordato, che verrà depositato in tribunale entro venerdì, emergono i primi dettagli sulla strategia della giunta di Virginia Raggi per rientrare delle perdite.

Se la sezione fallimentare del Tribunale di Roma otterrà l’ok dell’assemblea dei creditori a questo piano – solitamente per l’iter serve circa un anno – nel 2019 dovrebbero essere pagati 155 milioni di euro di debiti privilegiati. Invece per liquidare i debiti chirografari (ovvero privi della garanzia del pagamento), oltre 600 milioni, l’azienda sembra intenzionata ad emettere due strumenti finanziari per la partecipazione dei creditori agli utili. Con i proventi ricavati dagli utili, secondo il piano di Atac, il 30% dei debiti chirografari verrebbe liquidato entro il 2021, quando scadrà l’affidamento del servizio ad Atac. Dal 2022 in poi partirebbe una seconda fase della rateizzazione dei crediti, che potrebbe durare molti più anni, per riuscire a ripagarli fino al 100%. Più l’azienda riuscirà a fare incassi e minore diventerà la durata del piano di liquidazione.

Per accrescere gli utili e sanare le posizioni con i creditori Atac avrebbe immaginato una serie di operazioni, a partire dall’aumento del servizio tramite i 600 nuovi autobus che il Campidoglio ha intenzione di acquistare entro il 2020. Una mossa che porterebbe un ritocco all’insù del contratto tra il Comune ed Atac (attualmente da 560 milioni di euro l’anno). Tra le altre misure di spending review ci sarebbero il blocco del turnover, ad esclusione degli autisti, la crescita dei proventi della bigliettazione e la vendita di 19 tra immobili e terreni aziendali valutati 95,5 milioni di euro. Insomma, un piano a lungo termine e ricco di incognite ma forse unica alternativa al fallimento.

La bolletta mensile è con il trucco:

Chi pensava che la saga delle bollette a 28 giorni si fosse esaurita con la legge di Bilancio, che ha costretto i gestori telefonici a tornare alle tariffe mensili entro il 4 aprile (ma senza prevedere uno straccio di rimborso per i clienti che per anni si sono accollati il famigerato aumento dell’8,6%), ora dovrà ricredersi. Vodafone e Tim, i gestori che da soli si spartiscono il 60% del mercato italiano delle sim, hanno confermato ufficialmente quello che ormai era il segreto di Pulcinella: con il ritorno alla fatturazione mensile per i clienti privati con abbonamento mobile e residenziale non ci sarà lo sconto dell’8,6%. Questo tesoretto – che vale un miliardo di euro solo su rete fissa – resterà incorporato nella nuova tariffazione su 12 mensilità nonostante ci sia un canone in meno da pagare ogni anno. Con una doppia beffa: si continuerà a subire il rincaro e si spenderà di più per fare le telefonate, navigare in Internet o mandare gli sms dal momento che la quantità di traffico-voce e dati inclusi, che prima erano spalmati su 28 giorni, ora dovranno coprirne 31. Per ora solo Tim ha previsto un contentino aumentando in maniera proporzionale le quantità di minuti, giga-byte e sms.

Le compagnie, insomma, l’hanno studiata bene per non perdere i ricavi di un settore che, come abbiamo raccontato, consente loro di guadagnare 2 miliardi di euro dai soli costi nascosti, come il piano tariffario, il servizio “Ti ho cercato” o la segreteria telefonica. E, soprattutto, guai a chiedere ai big telefonici se la decisione di aumentare l’importo mensile dell’8,6% “sia da considerarsi una scorrettezza, facendo passare la linea che – denuncia l’Unione Nazionale Consumatori – è tutta colpa di una legge e non di una scelta autonoma delle società”. “Non c’è nessuna invarianza della spesa: la cifra complessiva sarà la stessa solo ripartita diversamente”, ci risponde Tim. Sì, è vero. Non si tratta di un nuovo aumento ma, ancora una volta, i clienti si ritroveranno in un mercato bloccato dove è quasi impossibile sfruttare la concorrenza se tutti i gestori applicano le stesse tariffe. Ed è su questo principio che alcuni parlamentari Pd hanno presentato un esposto ad Agcom e Antitrust “in modo da impedire che le compagnie facciano cartello e aumentino le tariffe a totale discapito di consumatori ignari dei loro giochetti”.

A poche ore dalla comunicazione di Tim, anche Wind e Tre hanno annunciato le modifiche delle condizioni contrattuali. Ma non si tratta di un caso: è una costrizione. Entro le prossime ore, infatti, con due mesi di anticipo, tutte le compagnie dovranno dirci dell’aumento a causa di un nuovo obbligo imposto dall’Agcom. Una delibera del 19 gennaio ha imposto loro di comunicare “le variazioni contrattuali in maniera chiara e trasparente con almeno due mesi di anticipo rispetto al momento della modifica” e non più entro un mese come accaduto fino a ora. Restano, invece, invariate le modalità di recesso gratuite previsto (si può passare a un altro operatore senza penali entro 30 giorni dalla ricezione della comunicazione), fermo restando che si trovi un gestore che abbia cancellato l’aumento dell’8,6%.