Il moto perpetuo per pagare il reddito minimo in deficit

Un articolo pubblicato di recente sulla rivista online Economia e politica, a firma di Pasquale Tridico e Walter Paternesi Meloni, dell’Università di Roma Tre, indica come finanziare un ipotetico (ma non troppo) reddito minimo condizionato alla ricerca di un’occupazione. La proposta è stata indicata da alcuni esponenti del M5S come idonea a produrre una sorta di copertura “spontanea” del costo del reddito di cittadinanza. La premessa è l’ampiezza dell’output gap, cioè del “buco” di Prodotto interno lordo rispetto a quello potenziale. Si tratta di una grandezza rilevante perché è quella che, nelle stime della Commissione Ue, determina indirettamente i margini di manovra fiscale disponibili ad un governo. Il Pil potenziale si può definire come il tasso di crescita di un’economia tale da determinare il pieno impiego delle risorse produttive senza determinare pressioni inflazionistiche. In particolare, il modello utilizzato dalla Commissione utilizza come parametro critico il Nawru, cioè il tasso di disoccupazione che non produce inflazione salariale.

L’annoso contrasto, tra governo italiano e Commissione Ue, è relativo al livello di disoccupazione “strutturale”, cioè non comprimibile senza produrre inflazione salariale. Il modello Ue fissa il tasso strutturale di disoccupazione italiana a un livello molto elevato (nel 2016 era il 10,1%), ritenendo cioè che un’elevata quota dei nostri senza lavoro non possano essere riassorbiti mediante semplici politiche economiche espansive. Si tratta della certificazione di un’elevata isteresi dell’economia italiana, cioè dell’incapacità del tasso di disoccupazione di tornare al livello precedente uno choc avverso, anche dopo che il medesimo è stato superato.

Tra le componenti dell’isteresi vi è il fenomeno dei lavoratori scoraggiati, cioè quelli che, dopo un periodo di infruttuosa ricerca di un lavoro, smettono di cercare. Da qui muove la proposta di Tridico e Paternesi Meloni, secondo i quali serve aumentare il Pil potenziale attraverso l’aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro. In tal modo crescerebbe anche l’output gap (il “buco” di attività rispetto al livello corrente), e si giustificherebbe quindi un aumento del margine fiscale per il nostro Paese, cioè della possibilità di fare più deficit. Secondo gli autori, se gli scoraggiati partecipassero al mercato del lavoro, anche il Pil potenziale sarebbe innalzato, e con esso il margine di deficit strutturale consentito al governo.

Sì, ma come riportare gli scoraggiati nel mercato del lavoro? Secondo i due economisti di Roma Tre, “Ciò potrebbe essere favorito da un sussidio (da distinguere da quello di disoccupazione) che li spingerebbe a cercare attivamente lavoro iscrivendosi ai centri per l’impiego e frequentando corsi di formazione”.

Non viene dettagliato di che corsi di formazione dovrebbe trattarsi e quale prospettiva di occupabilità i medesimi potrebbero produrre, ma non siamo pignoli.

Segue quantificazione del maggiore margine di deficit che l’operazione consentirebbe, in quello che gli autori definiscono “un semplice esercizio di statica comparata”, cioè tenendo fermi i parametri usati per le stime del 2016. Ipotizzando un milione di scoraggiati “riattivati”, si potrebbero fare altri 19 miliardi di deficit. I miliardi di deficit in più salirebbero a 38 e 55 se nella forza lavoro rientrassero rispettivamente in due o tre milioni. In Italia oggi abbiamo circa 3,2 milioni di persone in queste condizioni, le cosiddette “forze di lavoro potenziali”. Una vera cornucopia di flessibilità, cioè di deficit. I due autori osservano che questa maggiore flessibilità servirebbe a ripagare ampiamente il reddito di cittadinanza pentastellato, definito più correttamente “reddito minimo condizionato”. In omaggio, ci sarebbero pure 4 miliardi di euro aggiuntivi per integrare la lotta alla povertà. E vissero tutti felici e contenti, grazie a questa poderosa macchina del moto perpetuo.

Basta pagare gli scoraggiati per iscriversi al collocamento e frequentare questi taumaturgici corsi di formazione, ed ecco tanti bei soldini a deficit, che magari verrebbe ripagato dalla poderosa crescita di consumi e investimenti indotta dal reddito di cittadinanza e dalla ritrovata occupazione degli ex inattivi. È l’uovo di Colombo, un capolavoro di reverse engineering: ridurre “per legge” (e sussidio) gli scoraggiati e sperare che i medesimi riescano a reimpiegarsi, grazie a collocamento e formazione. Il problema è che nulla, ma proprio nulla, garantisce che le cose andrebbero in questi termini. Senza ignorare, a differenza di quanto pare facciano gli autori, che sul tasso di disoccupazione e sull’isteresi pesano anche gli effetti della contrattazione collettiva, che “protegge” gli insider a danno degli outsider, e i costi di ricerca e incrocio di domanda e offerta dei profili professionali (search e mismatch). Ma forse i due economisti di Roma Tre sono convinti che gran parte di questi effetti avversi sarebbero riassorbiti grazie all’accoppiata vincente collocamento e formazione. Sognare non allarga il deficit, dopo tutto.

Se non puoi convincerli, confondili. Risparmiatori: nuove norme, soliti rischi

L’ultimo caso di “risparmio tradito” arrivato a sentenza è stato quello di una coppia di pensionati a cui le Poste avevano venduto le quote di un fondo immobiliare (Europa Immobiliare 1) che nel tempo si è rivelato una fetecchia. Era stato proposto nel 2004 con l’obiettivo di un rendimento del 7% l’anno, mentre le ultime statistiche certificavano un -2,6% annuo. Il Tribunale di Ragusa ha condannato il colosso statale a rimborsare 100.000 euro ai due coniugi di Modica. I risparmiatori avevano sottoscritto un prodotto non adatto al loro profilo di rischio e le Poste avrebbero dovuto fare di più per informarli: gli sono stati venduti “strumenti finanziari a rischio” con la sottoscrizione di moduli e prospetti informativi in bianco. Al giudice non è bastato che avessero firmato un modulo in cui era indicato che “pur essendo informato che l’ordine impartito si riferisce a titolo a rischio, si autorizza comunque a eseguirlo”.

Il tema è attuale, visto che con l’anno nuovo è entrata in vigore in Italia la direttiva europea Mifid2 che va a ri-regolamentare il rapporto tra risparmiatore e intermediari finanziari in modo più focalizzato, con una serie di aspetti legati alla trasparenza, ai costi e ai rischi di cui l’investitore deve essere maggiormente edotto. “In realtà già la Mifid1 del 2007 toccava questi aspetti – spiega Massimo Scolari, presidente di Ascosim, l’associazione delle società di consulenza finanziaria – ma se si pensa a vicende come il collocamento di azioni di banche non quotate, da Veneto Banca a Popolare Vicenza, e dei bond subordinati, la trasparenza effettiva non era garantita. C’è molta strada da fare. Per questa ragione, in molti Paesi il modello preferito è stato quello della consulenza indipendente pura: nessuno oltremanica può ottenere retrocessioni di commissioni sui prodotti collocati, per evitare conflitti d’interessi e far pagare al risparmiatore costi superiori, a beneficio solo di chi ti vende il prodotto”.

In Italia non è stato scelto solo questo modello, dove la parcella della consulenza indipendente è trasparente, ma uno misto che consente (come richiesto dalle reti e banche italiane) di portare avanti anche quello più tradizionale e commerciale all’italiana, dove la banca o il collocatore si fanno pagare dalle società di gestione una commissione sui fondi d’investimento consigliati che viene addebitata nel costo del prodotto. Occhio non vede, cuore non duole.

Con la Mifid2 si dovrà essere più trasparenti su questo aspetto e sul dettaglio dei costi applicati, così, si spera, aumenterà la qualità del servizio. Potrà ancora accadere che a dei risparmiatori siano rifilati prodotti non adeguati al profilo di rischio (come ai coniugi siciliani), con costi nascosti spropositati e in conflitto d’interessi? Teoricamente sarà un po’ più difficile solo se banche, intermediari e consulenti rispetteranno le regole della Mifid2, ma non aspettiamoci miracoli. Le maglie restano larghe e se il risparmiatore è poco scafato e l’operatore finanziario è aggressivo la tutela può essere “bucata” collocando prodotti spinti. Qualche settimana fa sull’inserto Plus del Sole 24 Ore un anonimo ex direttore di banca ha raccontato che nella sua filiale erano soliti compilare il questionario al posto dei clienti, facendogli assumere un profilo di rischio compatibile con i prodotti da vendere, come hanno potuto sperimentare a loro spese migliaia di risparmiatori.

Potrà ancora accadere con la Mifid2? Purtroppo sì, e per questo state attenti a quello che compilate e firmate. Prestate attenzione al questionario e rispondete senza ricorrere all’aiuto (che può essere non disinteressato) del consulente o bancario. “Più elevato è il profilo di rischio e maggiore è il livello di perdita che si dichiara di poter sopportare – ricorda Alessandro Pedone, responsabile per la tutela del risparmio dell’Aduc – Richiedete sempre copia del questionario e compilatelo di persona”. Il documento dovrebbe essere formulato con domande “multivariate” e con l’obiettivo di evitare il ricorso ad autovalutazioni (spesso sballate, come insegna la neuroeconomia). Se un risparmiatore dice di avere ottima conoscenza dei mercati, ma poi indica che investire in azioni di banche non quotate è più sicuro che comprare titoli di Stato tedeschi o un fondo azionario, c’è un problema. E bisogna fare una bella tara se offre risposte incongruenti.

Il questionario può essere utile ma, anche qui, aspettatevi di tutto poiché ogni banca può sottoporre ai clienti un questionario diverso visto che non esiste un modello da seguire consigliato dalla Consob e si è voluto lasciare spazio alla creatività degli intermediari. E di creatività nel settore ce n’è anche troppa. Oltre alle domande canoniche su età, esperienza, profilo di rischio e conoscenza potrete venire interrogati con domande curiose, ad esempio su come, secondo voi, si ottiene una buona forma fisica o come vi comportereste in una città che non conoscete se vi perdete con l’automobile. Per gli esperti degli algoritmi di profilazione si tratta di domande di psicologia cognitiva che possono aiutare a identificare meglio l’effettivo profilo (ma su questo c’è dibattito), ma se avete il conto in 3 banche sappiate che sarete profilati da ciascuna con un questionario diverso e potrebbe capitare che in una veniate giudicati un leone, in un’altra una pecora e in un’altra ancora un orsacchiotto. Ma Mifid2 prevede anche obblighi informativi, a partire dai costi che a fine anno (aspettiamo dicembre per verificarlo) il cliente riceverà con un resoconto delle spese sostenute, ma affogati insieme ad altre centinaia di pagine di informazioni. Vale sempre, nel mondo del risparmio, il postulato di Truman “se non li puoi convincere, confondili”.

 

Contro l’euro Matteo Salvini è rimasto solo

Questa campagna elettorale era cominciata in estate con il libro di Matteo Renzi, Avanti, che prometteva la sfida finale alla Commissione europea e ai suoi diktat: niente inserimento del trattato intergovernativo Fiscal compact nella legislazione europea e deficit dell’Italia al 2,9 per cento, per spendere e stimolare la crescita. Al momento la situazione è questa: Renzi non vuole più sfondare il deficit, Silvio Berlusconi che vagheggiava monete fiscali parallele all’euro va a Bruxelles a ottenere l’investitura del presidente della Commissione Jean Claude Juncker e di Angela Merkel, il Movimento 5 Stelle non ha inserito nei suoi 20 punti programmatici alcun riferimento critico alla moneta unica, il temuto referendum sull’uscita è stato archiviato. Forse perché ha intuito che è rimasto uno spazio vuoto, il leader della Lega Matteo Salvini ieri ha detto che l’euro è “sbagliato” e che “per noi il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil non esiste” (ma “noi” chi? La Lega o tutto il centrodestra che chiede voti contro il populismo a Cinque Stelle?). Il leader leghista ha presentato anche due candidati simbolo: il suo responsabile economico, Claudio Borghi Aquilini, e l’economista Alberto Bagnai, da anni firma del Fatto (oltreché autore del blog di successo Goofynomics). La Lega continua a proporre l’uscita dell’Italia dall’euro, ma è rimasto l’unico partito.

È ormai chiaro che i sostenitori di posizioni drastiche contro la moneta unica in Europa sono sempre stati una minoranza ristretta. Secondo il sondaggio Eurobarometro, il consenso della moneta unica è al 74 per cento dentro l’eurozona e, anche nei momenti più bui della crisi, non è mai sceso sotto il 62. I contrari non hanno mai superato il 31 per cento e ora sono scesi al 21 (dati di novembre 2017). Borghi scommette che alla fine della legislatura che sta per iniziare l’euro non ci sarà più. Ma è assai più probabile che scompaia prima la Lega di Salvini.

La Consob riprova a regalare tutta l’azienda a Pietro Salini

All’inizio del 2012 il primo tentativo lo fece il governo Monti, attraverso uno strano emendamento del sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini poi dimissionario per un avviso di garanzia. Il Fatto lo denunciò come caso di studio del “diritto comperato” e l’emendamento fu ritirato. Sei anni dopo ci prova la Consob, con un’altra strana operazione che sarà il primo banco di prova per il nuovo presidente Mario Nava.

Da anni, chissà perché, i vertici delle istituzioni si interessano alla guerra intestina che sta squassando la famiglia Salini. Alla storica dinastia di costruttori romani fa capo il controllo della maggiore azienda italiana del settore, la Salini Impregilo, quotata in Borsa e forte di un fatturato 2016 superiore ai 6 miliardi. Il numero uno Pietro Salini, amico per la pelle di Matteo Renzi, sta cercando da anni di ottenere il pieno controllo, liberandosi del condizionamento dello zio Francesco Saverio e dei cugini, ma anche, ultimamente, dell’85enne Simonpietro Salini, artefice con il fratello Francesco Saverio delle glorie industriali della famiglia ma anche, in stretto senso finanziario, primo azionista del gruppo, nonché in stretto senso naturale, suo padre. Una serie di cause incrociate non ha risolto lo stallo. Così l’amministratore delegato della Salini cerca una soluzione chirurgica, cioè normativa. Lo assistono un gigante del diritto societario, l’avvocato Sergio Erede, e il direttore finanziario della Impregilo Massimo Ferrari, in precedenza, prima che le porte girevoli girassero, direttore della Divisione Emittenti della Consob.

Premessa tecnica. Il 66 per cento della Salini Impregilo, la società quotata, è della Salini Costruttori, cassaforte familiare di cui il ramo Simonpietro e figli ha il 47 per cento e il ramo Francesco Saverio e figli ha il 43 per cento. Poi c’è un 10 per cento di azioni proprie. Nelle società quotate, o a capitale diffuso, le azioni proprie non si contano per la determinazione dei quorum assembleari. Nelle società non quotate invece le azioni proprie si contano, quindi oggi Pietro Salini non comanda nella holding di famiglia perché è sotto il 51 per cento. Se ottenesse la qualifica di società a capitale diffuso, si troverebbe di colpo, senza contare le azioni proprie, con il 52 per cento. Zio e cugini non avrebbero più alcun potere.

Nel 2012 l’emendamento Zoppini voleva fissare una nuova regola: le azioni proprie non si contavano per il quorum in caso di delibera sulla vendita delle stesse azioni proprie. Pietro avrebbe potuto senza intralci familiari vendere a se stesso le azioni che l’avrebbero portato al 51 per cento. Curiosamente l’emendamento sarebbe stato in vigore solo pochi mesi, come spiegò al Fatto il portavoce di Zoppini, “per regolare eventuali controversie che dovessero nascere” di lì a poco. (Per governo e Parlamento le vie dell’interesse generale sono infinite).

Fallito il tentativo Zoppini, adesso tocca alla nuova Consob di Nava. L’anno scorso l’accomandita con il 47 per cento ha donato a 1058 dipendenti del gruppo un pacchetto di azioni della Salini Costruttori, pari allo 0,2 per cento del capitale. Dopo questa operazione Pietro Salini ha scritto a zio e cugini che la holding di famiglia a questo punto “risulta qualificabile come emittente azioni diffuse”. Lo zio Francesco Saverio il 14 giugno scorso ha segnalato alla Consob che, secondo il Regolamento Emittenti, l’agognata qualifica spetta a chi abbia collocato almeno il 5 per cento del capitale; e che la donazione (non il collocamento) dello 0,2 per cento non sembrano idonei al raggiungimento dell’obiettivo del nipote di far fuori i parenti. Così ha chiesto alla Consob di “accertare l’insussistenza di legittime condizioni” e di negare al nipote Pietro l’iscrizione “negli elenchi degli emittenti strumenti finanziari di cui all’articolo 108”.

Qui la Consob di Giuseppe Vegas ha superato se stessa. Non ha mai risposto all’istanza di Francesco Saverio, però a novembre ha posto in consultazione una modifica del Regolamento Emittenti che aggiunge sei parole all’articolo 2-bis: “e a prescindere dal relativo esito”. Il documento non dà alcuna motivazione. Ma, se Nava e gli altri commissari varassero il “comma Salini”, per ottenere la patente di “emittente azioni diffuse” e far fuori zio e cugini, a Pietro Salini basterebbe dimostrare che le azioni della holding di famiglia “abbiano costituito oggetto di un collocamento, in qualsiasi forma realizzato e a prescindere dal relativo esito”.

La consultazione pubblica è finita ieri. Una settimana fa Nava si è presentato in Parlamento dicendo che “non è elegante parlare del mandato precedente” ma prendendo le distanze dai metodi di Vegas. Ha rimpianto presidenti come Luigi Spaventa e Tommaso Padoa-Schioppa (“Non c’è motivo per il quale non si possa tornare a quei livelli”), poi è entrato nel merito: “Non voglio una Consob verticistica e presidenziale, l’attuale meccanismo in cui collegio e struttura si incontrano attraverso il presidente e il direttore generale non mi va bene”.

Il banco di prova di questa nuova filosofia è la “norma Salini”, infilata in un intervento sul Regolamento Emittenti che riguarda tutt’altra materia con una formula tipica dello stile del predecessore: “Nelle more di una più ampia revisione della disciplina in esame”. Che fretta c’era di inserire, nelle more, quelle sei parole? È quello che Nava dovrà chiedere ai fedelissimi di Vegas.

 

Morto Stalin, non si ride (nella Russia di Putin)

Urss 1953: Stalin è morto. Russia, 2018: il potere è vivo. Per questo nei cinema da Pietroburgo a Vladivostock nessuno vedrà “The death of Stalin”, la morte di Stalin, (in Italia in sala come “Morto uno Stalin, se ne fa un altro”). Il film satirico sugli ultimi giorni di Iosif Zhugashvili, del britannico Armando Iannucci, è “un oltraggio” per Mosca. Per il Guardian è il film più bello dell’anno.

“Quando un grande leader muore, la lotta per il potere comincia”: la prima scritta gialla sullo schermo rosso del trailer ha i colori della vecchia bandiera di quell’impero che si chiamò Unione Sovietica.

Stalin è morto! È m-o-r-t-o! Ogni personaggio lo ripete all’altro nelle 48 ore che seguono la fine del leader: lo fanno Vasili e Svetlana, i suoi figli, il generale eroe della Seconda guerra mondiale Georgi Zhukov, il futuro successore Nikita Kruscev, il collaboratore Georgi Malenkov, Viacheslav Molotov, unico sopravvissuto delle purghe staliniane, e Lavrenti Berija, il signore delle spie. Perché di quell’unione che sembrava eterna e che collasserà 40 anni dopo, il 5 marzo 1953, tutti ne volevano un pezzo: soprattutto Steve Bushemi- Krusev, gran maestro di intrighi, “che riesce a correre e complottare nello stesso tempo”, mentre la figlia di Stalin giura che si “sparerà in testa come sua madre” e Berja calma gli astanti: “State tranquilli, oggi non ammazzo nessuno”.

L’uomo di stal’, d’acciaio, di Iannucci non è il capo dell’Urss che la nazione teme, ma un cadavere in divisa, riverso nel suo ufficio su un tappeto verde bagnato della sua urina, “in una pozzanghera di non dignità”. Il film “è offensivo, privo di valore storico culturale”, ha decretato il Consiglio Pubblico del leggendario Minkult, ministero della Cultura, vietando le proiezioni due giorni prima dell’uscita in sala, revocando la licenza alla società Volna. Accade a ridosso del 70° anniversario della vittoria di Stalingrado il 2 febbraio, e prima delle elezioni presidenziali del 18 marzo.

Per Pavel Pozhigailo, membro del Consiglio Minkult, il film è “una provocazione, un’offesa per i comunisti, si sbeffeggiano i nostri simboli storici, l’inno sovietico, il maresciallo Zhukov sembra un cretino, ci sono scene di eccessiva violenza. È in contrasto con le leggi russe”, ha detto a nome della commissione dove sedeva anche il regista Nikita Mikhalkov e la vice capo della commissione cultura della Duma, Yelena Drapeko, che ha descritto l’opera “uno schifo” e ne ha chiesto il divieto perenne. Forse, dicono le autorità, il film si potrà vedere, ma in seguito, in un imprecisato “dopo” che assomiglia a un mai.

Solo pochi mesi dopo gli attacchi armati alle sale per il film “Matilda” sullo zar Nicola II, “un nuovo scandalo cambierà l’industria del cinema. Se nella commedia il capo morente giace in una pozza di urina, è solo una commedia o una provocazione pianificata?” si chiede la Novaja Gazeta che titola “Otmenit!”, Annullato. “Oskarbilis”, si sono offesi, è invece il titolo del Kommersant, che scrive: “Però al Cremlino non sanno niente, non rilasciano dichiarazioni, come accade spesso, non hanno una posizione a riguardo”.

La censura russa si è abbattuta su un film che narra la morte di Iosif Stalin, ma soprattutto quella di un vozdh, un condottiero della patria. Stalin è morto, ma in Russia un capo non muore mai. E chi non è d’accordo, come dice Jeoffrey Tamblor-Gregorij Malenkov, “può baciare il mio culo russo”. Per la traduzione di quella scena in russo però l’aggettivo era stato sostituito. Con “sovietico”.

Carrefour molla il carrello sfida al Golia-Amazon

Carrefour France sfida Amazon: il gruppo francese della grande distribuzione ha annunciato che investirà 2,8 miliardi di euro sul digitale nei prossimi 5 anni. Un modo per adeguarsi ai tempi, ma tagliando migliaia di posti di lavoro, e per resistere all’offensiva del gigante online nel settore alimentare. La spesa si fa sempre più su computer, tablet o smartphone e sempre meno mettendosi in fila alla cassa.

Il modello dell’ipermercato classico non funziona più. Le ore passate nei chilometrici reparti con i carrelli stracolmi e le lunghe file per pagare sono quasi preistoria. Ora i prodotti si ordinano sul sito web del negozio riempiendo un carrello virtuale e si passa a ritirare la spesa in auto nel drive più vicino, all’orario che ci è più comodo. Carrefour conta più di 12 mila punti vendita e 370 mila dipendenti in 30 paesi nel mondo. In Italia ce ne sono più di mille, soprattutto nel centro-nord. Ma nell’ultimo barometro Deloitte, su dati 2016, pubblicato la settimana scorsa (che conferma l’americano Wal-Mart come il primo gruppo della grande distribuzione nel mondo), Carrefour, che era 2° nel 2001, ora è 9° (con un fatturato di 84,1 miliardi di dollari, in calo dello 0,4%). Amazon invece continua a scalare la classifica e nel 2016 era 6° (con un fatturato di 94,66 miliardi di dollari, +19,4%).

E per gli esperti è destinato ancora a crescere dopo l’acquisizione della catena di supermercati bio Whole Foods lo scorso settembre. Col fiato del gigante on line sul collo, il numero uno di Carrefour France, Alexandre Bompard, che ha preso le redini del gruppo 7 mesi fa, ha annunciato dunque ieri un piano di rilancio “lacrime e sangue”. Carrefour vuole diventare il leader della “transizione alimentare”. “Le nostre abitudini di consumo stanno cambiando: qualità, sicurezza, provenienza dei prodotti alimentari sono diventate le principali preoccupazioni dei nostri clienti”, ha scritto Bompard in una nota. Forse con la mente rivolta a Seattle, dove il negozio del futuro è già presente, l’Amazon Go, il primo market senza casse, dove la spesa si fa con una app sullo smartphone e sotto una foresta di telecamere che osservano ogni tuo movimento.

Il piano di Bompard per poter investire nel digitale, ma anche nel biologico, implica il taglio di 2400 posti di lavoro in Francia (su 10.500), su base volontaria, e la cessione di 273 discount del gruppo Dia. I punti vendita che non saranno ripresi sono destinati a chiudere, mettendo a rischio altri 2100 posti di lavoro. I costi dovranno essere ridotti di 2 miliardi di euro entro il 2020.

Uno choc per i dipendenti che faranno sciopero a partire dall’8 febbraio. Il piano prevede un incremento dei market di quartiere, più piccoli, per la spesa tocca e fuggi quotidiana, ormai preferiti ai supermercati. Ne apriranno 2mila in tutto il mondo. La superficie degli immensi ipermercati sarà allora ridotta e gli spazi liberati (100mila m2 entro il 2020) saranno riconvertiti in magazzini e punti di ritiro per i drive. Apriranno 170 nuovi drive già nel 2018. Gli acquisti on line si faranno su una sola piattaforma, Carrefour.fr.

Oggi l’e-commerce rappresenta per Carrefour il 9% del mercato. Domani (in collaborazione con il gigante cinese Tencent, rivale di Alibaba) dovrà superare il 20% e valere 5 miliardi di euro entro il 2022. Da mesi penalizzato in Borsa, il titolo del gruppo è salito ieri di 6 punti.

“Dopo 100 giorni Jordi è un simbolo”

Oggi sono 100 giorni dalla carcerazione preventiva dei Jordis, accusati di sedizione per aver promosso la manifestazione davanti al dipartimento d’Economia. Ne parliamo con Txell Bonet, giornalista e moglie di Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural.

Come sta?

Mi sento molto serena, consapevole di star soffrendo una grande ingiustizia, con un figlio di 9 mesi.

Ogni quanto va a trovare suo marito?

Una volta alla settimana, con il mio bambino. Passo 12 ore viaggiando per un incontro di 40 minuti dietro a un vetro. Una volta al mese c’è un vis a vi familiare e lì Jordi può prendere in braccio suo figlio.

È arrabbiata?

Non lo sono, provo sempre a non usare parole negative, è una lezione che ho imparato facendo la giornalista. Quando intervistai la Premio Nobel birmana Aung San Suu Kyi dopo gli arresti domiciliari, le chiesi “Perché non critica mai la giunta militare?”, mi rispose, “Il buddismo dice che le nostre parole debbono essere armoniose”.

Sentite la gente vicina?

Molto, tanta gente continua a mobilitarsi. Stiamo parlando della violazione di diritti fondamentali, questo non ha nulla a che vedere con l’indipendenza della Catalogna e la gente che sta dando una lezione di dignità.

Come affronta il carcere Cuixart?

È molto forte, legge e scrive tanto, riceve un gran numero di lettere a cui risponde. Questa settimana raccoglierò 8 sacchi di 20 chili di lettere che ha già letto.

Come vive l’accusa d’istigare la violenza?

Basta guardare i video con le immagini di quel giorno, conosco a memoria alcune sue frasi: “Dobbiamo lasciare lavorare la nostra polizia”, “se vedete qualcuno con un atteggiamento violento, isolatelo e smascheratelo”. D’altra parte, ha buone relazioni con i compagni della prigione, fin dal principio gli si sono avvicinati per dirgli “Che fortuna hai a non avere rimorsi”.

Si è pentito di non essersi candidato?

No, perché aveva molto chiaro che come presidente di Òmnium non era il momento d’entrare in politica con un partito. Che era buono ci fosse qualcuno come lui a rappresentare diversità e dialogo.

Com’è cambiata la sua vita?

Sono abituata a improvvisare, Jordi e io avevamo ciascuno il proprio lavoro e ci aiutavamo rispettandoci. Ora dedico gran parte della mia energia per denunciare quello che succede, perché non è più la sua causa, è la mia. Mio figlio ogni giorno si fa più grande, al mattino e alla sera gli mostro delle foto di suo padre. Jordi gli canta una canzone per telefono e ogni volta che lo vede e lui così entra in contatto con il padre. E quando il bambino è triste o si mette a piangere, gli canto questa canzone o gli faccio vedere una foto del padre e si tranquillizza.

Urne come trappole per topi. Al Cairo si voterà solo Al Sisi

Inizia col botto la campagna elettorale in Egitto. Preoccupato dall’esito del voto e dalla forza del candidato più forte, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ieri ha ordinato l’arresto del generale Sami Anan, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito sotto il periodo di Mubarak. Falsificazione di documenti e violazione delle regole militari. Fuori uno, lo scandalo è servito. Sono queste le accuse che ieri pomeriggio hanno portato al fermo ‘eccellente’ in vista del voto, previsto per il 26-28 marzo (eventuale ballottaggio a fine aprile).

Secondo quanto emerso, Anan avrebbe presentato documenti falsi per mascherare la mancata conclusione del servizio militare: “Il generale Anan – afferma Mustapha el-Shall, direttore della sua campagna elettorale – ha ufficializzato la sua candidatura senza l’assenso delle forze armate e senza dimostrare di aver terminato la chiamata alle armi. Dovrà comparire davanti a una commissione d’inchiesta”. Per ora la sua campagna elettorale è interrotta in attesa di sviluppi, ma che, sotto questa accusa pesante, ci sia del marcio emerge dalle dichiarazioni del portavoce di Anan, Hazem Hosni, che nei giorni scorsi aveva dovuto smentire l’appoggio alla sua candidatura da parte dei Fratelli Musulmani.

I primi nemici di al-Sisi, messo alle strette anche dall’annuncio di Anan sulla scelta del suo eventuale vicepresidente in caso di vittoria, Hisham Geneina: l’uomo che stava investigando sul presidente e su un presunto caso di corruzione per 76 miliardi di sterline egiziane. La notizia peggiore per appestare ancora di più la vigilia dell’anniversario della Liberazione di piazza Tahrir. Per un giorno intero, domani, dall’alba al tramonto, la capitale sarà avvolta in uno strano silenzio che potrebbe essere interrotto, specie dopo l’arresto di Anan.

Al Cairo c’è poco da celebrare il 25 gennaio, figurarsi festeggiare il movimento di rivolta che ha soppresso il regime trentennale di Hosni Mubarak. Gli anniversari dal 2014 al 2016, i primi dell’era di al-Sisi, caratterizzati da manifestazioni e scontri violenti, con decine di vittime, hanno spinto il regime ad alzare la guardia.

Nessuna manifestazione, almeno fino a ieri, è stata organizzata dai movimenti di opposizione, niente comizi, incontri, dibattiti. Alla luce del blitz nei confronti di Anan potrebbe succedere di tutto. La stazione ferroviaria di Ramses pullula di passeggeri, venditori e passanti. Siamo in Nord Africa. È in corso il grande esodo dalla metropoli che inghiotte tutto verso la periferia egiziana. Siamo alla vigilia di piazza Tahrir e della ‘Primavera araba’ del 2011, eppure le grandi manovre sono iniziate già ieri.

La città, almeno qui, non sembra risentire della notizia del giorno. In serata la più grande stazione del Cairo si trasforma in un caos assoluto. Chi può lascia la città in anticipo, evitando possibili coprifuoco e uno stato di emergenza che il presidente al-Sisi ha dato ordine di posticipare. Poliziotti e militari in divisa e in borghese tengono alta la guardia. Le strade sono pattugliate da militari in divisa, anche se ad incutere timore sono gli agenti dei servizi: non li vedi, ma sai che ci sono. Piazza Tahrir, Talaat Harb, presidi fissi con tanto di blindati a prevenire rischi, a spegnere qualsiasi tentativo di ingerenza sull’ordine prestabilito.

La gente però non è tranquilla, evita gli spostamenti al minimo, aspetta che il vento della paura passi. Di sera, soprattutto. Non vorrebbero che accadesse loro ciò che è capitato al nostro Giulio Regeni, uscito di casa il 25 gennaio del 2016, poco prima delle 20, a Doqqi, municipio di Giza, quartiere a ovest del centro, per poi sparire.

La campagna elettorale rischia di terminare prima di essere ufficialmente partita, con il termine delle candidature fissato per lunedì prossimo. Senza Anan, almeno per il momento, il campo è quasi sgombro. Tra i credibili resta Khaled Alì, avvocato, attivista, uomo di sinistra e difensore dei diritti umani, inviso però ai militari, il cuore del potere in Egitto: “Il presidente al-Sisi temeva la sfida col generale deposto dall’ex leader Mohamed Morsi, ha fatto di tutto per screditarlo – sostiene Maggie Michael, corrispondente dell’Associated Press – e adesso ha concluso l’opera. Prima della candidatura di Anan non avrei scommesso un centesimo sulla sconfitta del presidente in carica, adesso, col suo arresto, sono certa del suo successo. Me lo sentivo, avrebbero fatto di tutto per delegittimarlo, costringendolo a mollare”.

A downtown i negozi restano aperti fino a tarda ora, i caffè sono pieni. I ricchi cairoti prediligono i ristoranti e i locali costosi lungo la Corniche o nell’isolotto di Zamalek. La vita va avanti.

Gurría (Ocse) e il voto in Italia: un’ardita ipotesi scientifica

Le meravigliose montagne svizzere, splendidi hotel, un candido manto di neve, tanta bella gente dai redditi stratosferici e uno si rilassa e spara parole a caso sulle elezioni di un Paese X. È capitato ieri a Davos ad Angel Gurría, segretario generale dell’Ocse ed ex capo di Pier Carlo Padoan: “In Italia c’è una scelta netta fra chi propone di andare avanti sulle riforme e chi dice no a tutto senza fare vere proposte. Le opzioni sono abbastanza chiare e sarà un voto dalle conseguenze importanti”. Prendiamo il Jobs act: “Approvarlo con la fiducia, come fece Renzi, fu una scommessa azzeccata che ha creato quasi un milione di posti di lavori, e che nessuno, da Berlusconi in poi, aveva avuto i voti per approvare”. Quindi niente marce indietro, “la storia non si può riscrivere”. Ora – a parte che magari la storia no, ma una legge sì – non ci sorprende certo che alti dirigenti di istituzioni sovranazionali (pagati con ricchi stipendi esentasse) siano tifosi dello status quo. D’altronde a tifare per un governo “riformista” – nel senso di organico al capitalismo finanziario corsaro e bancarottiere – è un po’ tutto l’establishment: banche centrali e private, Ue, Fmi eccetera in singolare alleanza con pezzi di opinione pubblica soi-disant progressista. Trattasi, lo notiamo per dovere di cronaca, della stessa compagnia di giro che sostenne Hillary Clinton negli Usa, il “Remain” in Gran Bretagna e il Sì al referendum costituzionale italiano (Gurrìa e l’Ocse si schierarono il 28 novembre 2016). Insomma, a parte tutto, ma non è che portano jella?

La grazia di Scalfari e il lifting morale di Silvio

Non bisogna fare colazione leggendo i giornali, specie in queste settimane di campagna elettorale: può capitare di tutto. Ieri per esempio il rischio che il caffè andasse di traverso era altissimo. Sui quotidiani era tutto un trionfo di B., volato a Bruxelles e ivi accolto come il figliol prodigo: un tempo unto dal Signore, ieri benedetto dai colleghi del Ppe. Roba che sembrava di essere tornati al liceo, catapultati in una versione di Cicerone-salvatore della patria. Gli effetti dell’indulgenza del Fondatore Scalfari verso l’ex Cavaliere non si sono fatti attendere. Tout est pardonné, signori. Dimenticate i girotondi, gli editoriali, dimenticate pure le sentenze, la questione morale con cui avete intrattenuto le vostre coscienze negli ultimi lustri.

Scherzavano, era solo un passatempo della gauche caviar, mica ci sarete cascati. Silvio è tornato perché il lifting alla reputazione è riuscito meglio di quelli al viso. Sul Fatto di ieri, Massimo Fini metteva giustamente in guardia gli elettori sui rischi di un ritorno reale di B. al potere e al governo, ricordando la definizione data dai giudici: “Delinquente naturale”. Ma i guasti si vedono già, e sono quelli tipici di un Paese senza memoria, spudoratamente opportunista, allergico alle epurazioni (si veda quel che è accaduto, o meglio non accaduto, dopo la caduta del Fascismo) e incapace di rinnovarsi (si veda il post Tangentopoli). Oggi Berlusconi può andare in tv e chiamare “criminale” la sentenza che lo ha condannato per frode fiscale (reato, sia detto per inciso, commesso contro lo Stato anche nei periodi in cui era presidente del Consiglio) senza che nessuno batta ciglio; può tornare a raccontare la favoletta della discesa in campo per sconfiggere il lupo cattivo con la falce e martello, senza che gli vengano ricordate le sue dichiarazioni del tempo (“se non fossi sceso in politica mi avrebbero spedito in galera”) o l’amicizia con l’ex ufficiale del Kgb Putin; può perfino invocare una stretta sull’evasione fiscale “con pene severe come negli Stati Uniti” senza che l’intervistatore di turno obietti alcunché. Non necessariamente facendo notare la sfacciataggine poco rispettosa dei cittadini, ma con una semplice domanda, tipo “Pene più severe anche per la frode fiscale, reato per cui lei è stato condannato?”. E se perfino i più ostili tra gli avversari, i rivoluzionari col post-it del gruppo Espresso, lo possono riabilitare in vista di un pericolo più pericoloso, volete che gli ex cugini europei siano da meno? Archiviati i risolini di Angela&Nicolas, dimenticate le corna, gli insulti, i processi: via si volta pagina. Su Repubblica i titoli sono di questo tenore: “Berlusconi rassicura l’Europa: il premier lo sceglierò io”. Rassicura, capito? Un verbo piuttosto “rassicurante”, non c’è che dire. Specie su quel giornale: anche lì i lifting, e non solo quelli grafici, lasciano strascichi. Sul Corriere della Sera: “Silvio quel plaisir! Qui è casa tua. L’abbraccio di Juncker è una rivincita”. Perfino in francese glielo dicono, il guaio però è che sembra tutto normale anche in italiano.

Per anni ci hanno sfinito con la cantilena sul conflitto d’interessi di un politico che possedeva banche, assicurazioni, squadre di calcio, giornali e televisioni. Ora siamo in campagna elettorale, il momento in teoria più pericoloso da questo punto vista, e il conflitto d’interessi è evaporato in favore di ben altro spauracchio: il populismo. Ma dite: cosa c’è di più populista che prendere in giro il popolo?