E se il bottone rosso contro le fake news fosse una fake news?

È passata una settimana da quando il ministro dell’Interno Minniti ha annunciato la rivoluzionaria invenzione di un red button per denunciare le fake news sul sito della polizia. Per prima cosa occupiamoci della traduzione: red button uguale bottone rosso; fake news uguale notizie false, ok, possiamo incominciare.

L’iniziativa, di cui si sono occupati tutti i giornali, le radio, le tivù, il web, i commentatori, gli esperti (e quasi tutti per dire che è una cazzata), è stata presentata come risposta al pericoloso allarme sociale delle bufale online, “con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale” (il virgolettato è nel comunicato ufficiale). Insomma, se durante tutto l’anno leggiamo ovunque che gli immigrati hanno la jacuzzi nell’hotel a cinque stelle, va bene, ma se durante il “periodo di competizione elettorale” leggiamo che la Boldrini va al cinema con un killer uzbeko tatuato, allora allarme rosso, anzi red button.

Non starò qui a ripassare il rosario delle reazioni, più o meno colte e articolate, sul fatto che la polizia si metta a controllare se una notizia è vera o no (il comunicato parla di “contronarrazione istituzionale”): Orwell l’abbiamo letto tutti. Vorrei invece inviare un messaggio di sincera solidarietà alla “task force di esperti” che “in tempo reale, 24 ore su 24, effettuerà approfondite analisi” per scoprire se una notizia è falsa. Cioè qualche sovrintendente di polizia, magari alle quattro del mattino, salterà sulla sedia in seguito a denuncia (leggi schiacciamento di red button): “Porca miseria! Non è vero che la Boldrini è andata al cinema con il killer uzbeko!”. Presto, attiviamoci presso il provider! Come dicevo, massima solidarietà.

Ma siccome di teoria dei mass media, di contrasto alla fake news, di Minniti entusiasta come Louis De Funés si è già detto, conviene occuparsi dell’attuazione del piano red button. Come va? Quante denunce? Di che tipo? “Il jobs act funziona” è una fake news che si può denunciare col bottone rosso? Se quella della democrazia turbata e deviata dalle bufale è una vera emergenza nazionale sentita dalla popolazione, cosa dicono gli utenti, i cittadini indignati che segnalano bufale?

Nessuna traccia. Niente. Zero. Nella sezione Faq (le domande più frequenti degli utenti) non c’è la ressa per chiedere come comportarsi davanti a una bufala. C’è chi chiede se deve fidarsi della banca online, chi invoca chiarimenti su consegne e ritiri di pacchi e chi chiede consigli: “Ho trovato su un portale e-commerce, un computer a un prezzo vantaggiosissimo, è un affare o una truffa?”. Ah, saperlo! Un catalogo molto divertente e molto naïf di italiani alle prese con la rete (alcune domande sono vecchie di anni), preoccupati dal pop-up che si aprono, dal rischio che qualcuno gli freghi le password o dalle bolle di consegna, ma nessuno che chiede come comportarsi davanti a una bufala in rete. Informazioni su provvedimenti presi, richieste di smentite, accertamenti in corso, indagini aperte: niente. Nella sezione “notizie”, niente pure lì: le uniche notizie del gennaio 2018 sul bottone rosso riguardano il fatto che esiste il bottone rosso, comunicato ufficiale, inaugurazione di Minniti e basta.

Eppure sarebbe interessante – nell’unica democrazia al mondo che fa controllare la verità alla polizia – sapere quante bugie si siano finora smascherate, quanto inquinamento dell’opinione pubblica si è evitato e quanti untori di falsità sono stai colti sul fatto nella prima settimana di attività di contrasto a un problema così pressante ed emergenziale per il cittadino. Siccome la premessa è che in periodo elettorale aumentano le bufale, non vorremmo scoprire che il red button è una di quelle, nel qual caso potremo sempre cliccare sul red button e ricominciare tutto daccapo, tipo gioco dell’oca.

Sembra enigmistica, ma sono elezioni

Una delle poche cose chiare di questa campagna elettorale è la strategia mediatica dominante: sottolineare lo scontro tra Berlusconi e i grillini, e far passare il Pd come il partito dei responsabili.

B. attacca il M5S – che lo costringe a tornare in campo in quanto “pericolo più grave dei comunisti” – e, in vista del nuovo Nazareno, salva Renzi, in cui aveva “sperato per uscire dalla crisi” e col merito di “aver chiuso con la tradizione comunista”. Temibili sono i grillini. L’ex Cav. da Giletti tocca vette inarrivabili: “L’Europa è molto preoccupata di una vittoria dei populisti e spera che Berlusconi e FI siano l’argine alla conquista del potere da parte dei grillini”; “In Europa non bisogna alzare la voce, con l’Ue si deve ragionare.”

Parla così il “moderato” statista del “golpe europeo per farlo cadere nel 2011”; alleato del “populista” Salvini (ma la Ue teme solo i grillini), mentre lui con “Meno tasse per tutti” non lo è mai stato; che ci ha abituato per 20 anni a toni soft su magistratura, gay, donne, fascismo; e che, nella stessa intervista in cui si autoproclama camomilla nazionale, definisce i 5S “una setta pauperista e ribellista”. Come il “moderato” Renzi dell’“entreremo nel partito col lanciafiamme”, solo per citare una frase-cardine della sua flautata moral suasion. Ma se B. punta sul presunto moderatismo – col sostegno di buona parte dell’informazione – Renzi ormai non lo può più fare, ed ecco allora il soccorso del premier Gentiloni e del ministro Martina. Con risultati altrettanto sconvolgenti: il primo – ci informa un’invaghita Monica Guerzoni sul Corsera – non vuole “incrinare il patto che lo lega a Renzi, col quale ha concordato di procedere come in un paso doble di due artisti diversissimi per talento, temperamento e comunicazione. ‘Paolo’ starà attento a non pestargli i piedi e gli farà ombra solo quanto basta a metter in luce il Pd. ‘Matteo’ lo lascerà libero di trainare consensi, ma non annuncerà che il candidato premier è Gentiloni”.

Martina invece, con una rimozione freudiana del governo Renzi seconda solo al lapsus di Fontana sulla razza bianca, afferma: “Siamo l’alternativa a estremisti e avventurieri, a chi promette tutto a tutti” (tipo bonus a 18enni, forze dell’ordine, insegnanti…?), “in ogni territorio daremo segnali di serietà, impegno e competenze” (tipo inquisiti negli enti locali o competenze della Boschi sulle banche?), e promette un assegno ai figli da 8 mld, che avrà “coperture sostenibili” perché “siamo credibili, come abbiamo dimostrato in questi anni” (mantenendo tutte le promesse, seeee).

Il moderato B. bersaglia i 5S e i moderati Gentiloni e Martina schermano Renzi. I due leader ‘incandidabili’ (uno per la legge Severino; l’altro perché ormai “sfollaelettori”), ci offrono un’altra strabiliante novità: il premier da indicare a Mattarella in caso di vittoria è top secret. Per la prima volta, gli italiani voteranno senza sapere chi sia “la persona autorevole” che ha in mente B. e chi quell’“uno del Pd” che nel fantomatico “gioco di squadra” democratico avrà la meglio. Sono elezioni o La settimana enigmistica?

(Soluzione: B. spera che Renzi sia abbastanza forte da rinnovare il Nazareno; Renzi chi volete abbia in mente se non se stesso?).

Mail box

 

Elezioni: peggio di votare c’è solo il non votare

È da mercoledì 23 settembre 2009 che vi acquisto in edicola e, un anno, un mio amico per Natale mi ha regalato anche la versione web. Ciò premesso devo confessarvi che il vostro intento (peraltro lodevole) di mettere in prima pagina Votare Informati al momento non ha ancora fatto breccia; anzi, mi sto arroccando sempre di più sul Non Votare Informati. Tranquilli, perché continuerò a leggervi, godendo di ciò che scrivete.

Mauro Carlassara

 

Gentile direttore, quando ho letto nella sua risposta a un lettore che la tentazione di non andare a votare “è anche la nostra e quella di tutti i cittadini perbene”, ho provato delusione molto più forte di quella che provai quando la stessa idea la espresse, sul Venerdì, Michele Serra. Ma come, proprio lei che ha contribuito d’impeto e pesantemente a respingere il violento, autoritario attacco portato dal governo Renzi alla Costituzione non redarguisce chi pensa di non esercitare il diritto di voto? I candidati sono scelti dai partiti? Peggio per i partiti: quanti sono i partiti del 1948 che esistono ancora? Per concludere, come lei spiega dopo le parole sopra riportate, mi auguro che il Fatto promuova una campagna per la massima partecipazione al voto. L’astensione, che è una resa senza condizioni, fa il gioco della peggiore politica, mentre votare è assegnare espressamente e drasticamente precise responsabilità.

Marcello Valente

 

Cari Mauro e Marcello, io penso che ci sia una sola cosa peggiore di votare: non votare. Perché purtroppo, alla fine, il non voto viene ignorato, anzi usato dai partiti che si garantiscono il voto di scambio e temono quello libero, “di opinione”. Naturalmente tutte le scelte sono rispettabili purché informate.

m.trav.

 

Stipendi, sbloccano gli aumenti alla vigilia del 4 marzo

Ora, a ridosso delle elezioni, insieme alla saga delle promesse mirabolanti e di imbonitori alla “mi voglio rovinare!”, Gentiloni, e quindi Renzi, accettano l’accordo che sblocca l’aumento degli stipendi. Gli arretrati, con una corsa contro il tempo, dovrebbero essere erogati a febbraio, appena prima delle elezioni, mentre gli aumenti partiranno a spoglio effettuato. In questi casi, pensare a una casualità è quasi impossibile. D’altro canto, in passato, la stessa tecnica era stata usata da Mr. B., prima di altre elezioni. In una di quella occasioni, l’ex Presidente Ciampi, a parte il disgusto per il fatto in sé, provvide a sottolineare una “piccola” differenza: Lauro usava i suoi soldi, chi fa queste cose invece, usa i soldi pubblici, cioè i nostri.

Mario Frattarelli

 

Non sottovalutate gli italiani, faranno la scelta giusta

Credo che anche questa volta gli Italiani, contrariamente ai sondag gi, sapranno fare la scelta giusta. Quando sembra che tutto sia perduto, il nostro popolo dimostra di essere capace di riscattarsi tramite un insperato sussulto di orgoglio e di dignità. Nel passato, ad es., De Gasperi, spaventato insieme al Papa per l’orientamento del Parlamento a favore della Repubblica, optò per il referendum, convinto che l’arretratezza culturale degli Italiani li spingesse a scegliere la monarchia. Invece, entrambi rimasero con un palmo di naso. Stessa sorte toccò ai fanfaroni Berlusconi e Renzi. Il primo vide respinti dai referendum sia il progetto di controriforma costituzionale, sia la folle proposta di costruzione delle centrali atomiche. Il secondo non riuscì a impedire che la sua schiforma venisse travolta da una valanga di No, nonostante il costruttivo contributo degli statisti Boschi e Verdini. I renzuscones credono di poter fare i conti senza l’oste.

Maurizio Burattini

 

Si spera che LeU non faccia alcun accordo con il Pd

Sono un fedele lettore del vostro giornale dal tempo che fu. Per questo mi sento di chiedervi un favore. Vorrei tramite voi trasmettere questa riflessione politica che è anche quello che sento dire da molti elettori di sinistra.

E cioè che queste persone, che sono tante, e auspicano che Liberi e Uguali non faccia nessun accordo con il Pd a nessun livello, né nazionale né regionale. Lo desiderano ardentemente perché, se così fosse, si troverebbero ancora una volta a non poter esprimere il proprio voto non avendo nessun interlocutore possibile. Attraverso il vostro giornale diffondete per favore questo sentimento che cova in tanti di noi.

Francesco De Marco

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile direttore,

ringrazio il professore Tito Boeri per la confessione spontanea di essere lo scostumato che ho citato qualche giorno fa. Si dà il caso che se non si vuole rispondere al telefono è sufficiente che la segretaria lo comunichi a chiunque cerchi l’emerito professore che tutto il mondo ci invidia e dia in alternativa la sua e-mail. Per quanto mi riguarda lo perdono con tutto il cuore anche perché ha studiato tanto e poi perché la struttura dell’Inps ha corretto dopo mesi l’errore in cui era ricorso in danno di un lavoratore amico.

Paolo Cirino Pomicino

Nuove paure. Il “Fatto” non ha sposato la causa del movimento contro i vaccini

SEMBRA PROPRIO che il Fatto sia schierato con gli antivaccinisti. Non c’è un articolo che nel titolo non attacchi chi cerca di diffondere i vaccini, poi certo, se si legge tutto si scopre che non è proprio così, ma lo spin che viene dato alle notizie a me pare proprio questo. Non c’è mai una decisa presa di posizione. C’è sempre un “sì, i vaccini funzionano, ma….”, cosa che fatico a comprendere. Sul suo blog, Stefano Feltri se la prende con l’immunologo Roberto Burioni, reo di non avere la corretta comunicazione col pubblico e col governo, che facendo quello che tutti i governi fanno, crea un sistema sanzionatorio a fronte di un comportamento che ritiene dannoso. Provi lei, Feltri, a convincere gli italiani ad andare a 130 in autostrada senza mettere sanzioni in caso di eccesso di velocità, poi vedrà che succede. Secondo lei gli italiani andrebbero alla velocità “consigliata” con una bella campagna pubblicitaria o infrangerebbero il limite sistematicamente? Burioni ha detto una cosa intelligente: non vaccinarsi non è come andare in moto senza casco, ma è come fare i 300 in autostrada.

Cristiano Briarava

 

Caro Cristiano, come giustamente osserva, nei tanti articoli che in questi mesi il Fatto ha dedicato ai vaccini, mai è stata messa in discussione la loro efficacia. Ma, da giornalisti, dobbiamo anche riconoscere che c’è un’ondata anti-scientifica che, complice la disponibilità di informazioni poco gerarchizzate sul web, nega legittimità agli esperti e contesta idee da tempo consolidate. Ci sono due approcci possibili di fronte a questo fenomeno evidente: trattare tutti i No-Vax, le “mamme pancine” che si radunano su Facebook, i complottisti di ogni risma come “somari” (titolo del nuovo libro di Roberto Burioni) e insultarli dall’alto del nostro sapere. Oppure affrontare sul serio l’assenza di cultura scientifica diffusa che questa onda di superstizione post-moderna rivela.

La divulgazione è più potente dell’insulto. E sui vaccini e la salute, quanti di quelli che insultano i No-Vax sono in grado di argomentare le proprie certezze, con dati, esempi e citazioni? Pochissimi. So che ogni articolo sui conflitti d’interessi degli scienziati, sulle falle nelle politiche pubbliche, sui buchi informativi nei registri rischia di sembrare un fiancheggiamento ai peggiori oscurantisti. Ma non è così. Più la scienza, la medicina e tutti i suoi custodi diventano trasparenti, aperti, capaci di spiegare invece che di predicare ex-cathedra, maggiore sarà la loro autorevolezza e credibilità. Multe e costrizioni sono la risorsa di chi ha abbandonato la speranza di poter persuadere il proprio interlocutore.

Stefano Feltri

Spada e Ruben Sosa il 30 marzo il processo alla testata “mafiosa”

“Questa aggressione mira a colpire la libertà di informazione. Siamo in presenza di un reato commesso per ostentare la forza criminale del clan sul territorio di Ostia”. Con queste parole il pm della Dda di Roma, Giovanni Musarò, ha chiesto e ottenuto dal gup il processo per Roberto Spada e per il suo complice Ruben Nelson Del Puerto, detto Ruben Sosa, accusati dell’aggressione ai due giornalisti Daniele Piervincenzi e Edoardo Anselmi, avvenuta il 7 novembre scorso all’esterno della palestra gestita da Spada, nella zona di Nuova Ostia, “fortino” del clan attivo sul litorale romano. Per i due imputati il processo è stato fissato al 30 marzo davanti ai giudici della IX sezione collegiale. È in quella sede che si sposterà la battaglia legale sull’aggravante mafiosa che i pm contestano ai due assieme ai reati di lesioni e violenza privata. Ieri in aula era presente il solo Del Puerto, mentre Spada è rimasto nel carcere di Tolmezzo. All’udienza ha preso parte lo stesso Piervincenzi: “Non provo nessun rancore nei confronti di Spada. Con Del Puerto non ci siamo scambiati sguardi. La mia preoccupazione va al territorio, serve attenzione: Ostia non va abbandonata, ce lo chiedono i cittadini”.

La pm: “Confiscategli la casa, ma restituite a Corona 1,8 milioni”

La casa deve essere confiscata, ma i 2,6 milioni di euro che gli erano stati sequestrati devono essere restituiti a Fabrizio Corona. É quanto richiesto dal procuratore aggiunto di Milano Alessandra Dolci nel procedimento davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, chiamata a decidere se confiscare l’appartamento milanese, già sequestrato, dell’ex agente fotografico e i 2,6 milioni in contanti trovati in parte nel controsoffitto di un immobile di una sua collaboratrice e in parte in Austria.

La pm ha evidenziato i “profili di opacità” che hanno riguardato la vendita della casa, che fu intestata “fittiziamente” a Marco Bonato, ex collaboratore di Corona. L’ex “fotografo dei vip”, secondo la pm, “in quel momento”, nel 2008, “riteneva opportuno intestare ad altri l’immobile perché aveva un’esposizione considerevole verso il Fisco e non poteva intestarlo nemmeno alla sua società Fenice srl, che non versava le imposte”. Quel bene, dunque, secondo il pm “sarebbe stato facilmente aggredibile dall’Agenzia delle entrate” se fosse stato intestato a Corona o alla Fenice.

Riguardo agli oltre 2,6 milioni sequestrati sempre nel 2016, il pm ha chiesto il dissequestro di più della metà. Vanno revocati, per la Procura, i sigilli dei “soldi austriaci” perché su quelli Corona “ha pagato” le imposte. Sui contanti del controsoffitto, invece, il pm ha chiesto la confisca solo di 758mila euro, ossia della “ammontare dell’imposta evasa”.

“Lasciatemi la casa, così io che sono Fabrizio Corona la rivenderò a 2,5 milioni di euro, anche se ne vale uno e mezzo, e con quei soldi la mia società pagherà le tasse che deve ancora”, ha detto Corona di fronte al Collegio, che ora dovrà decidere se confiscare o meno l’abitazione e i soldi entro 90 giorni.

Clan Moccia, agenti infedeli e il prete usato come “spallone”: “Mazzette sotto l’abito talare”

Un paio di poliziottiavrebbero fornito dritte al clan camorristico dei Moccia ed uno di loro, Salvatore Z., avrebbe trasferito somme di denaro proveniente dalle false fatturazioni di una società satellite al sodalizio. A questo scopo, qualche volta è stato utilizzato anche un prete, ‘Don Salvatore’. Il prelato non risulta indagato, ma da un’intercettazione ambientale di Z. si comprende che Don Salvatore fu usato come ‘strumento’ per trasportare capitali da San Benedetto del Tronto nella Repubblica di San Marino, con le mazzette di contanti nascoste sotto l’abito talare. “Loro vanno e vengono da San Benedetto – registra la cimice piazzata nell’auto – che vanno a San Marino e il prete sotto la sottana con tutti i bottoncini è bello…”. Il prete, secondo la trascrizione del colloquio del poliziotto con un imprenditore locale, pareva consapevole del compito. “Che lui lo vede quello che ha sotto la veste…”.

I due agenti sono tra le 45 persone raggiunte da una misura cautelare eseguita dalla Dia, dai carabinieri e dalla polizia al termine di un’inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli sull’operatività del clan Moccia nel periodo successivo al dicembre 2010. Un clan che da Afragola si è esteso nei comuni limitrofi fino ad essere attivo in alcune città del Lazio, e che agiva in regime di ‘confederazione’ di singoli gruppi criminali locali guidati da un ‘senatore’, un affiliato storico. Un capitolo importante è costituito dall’infiltrazione nella vita economica, finanziaria e politica fino a portare alla luce rapporti con la Banda della Magliana. Il clan avrebbe continuato a fare affari nei lavori dei cimiteri del napoletano, e a fare pressioni alle ditte del servizio di raccolta rifiuti; le assunzioni del loro personale “rientravano negli accordi politica-criminalità-imprese”, si legge nell’ordinanza.

Fermato il terzo fratello Sarcone, per l’accusa è il “reggente” della ’ndrangheta in Emilia

Si presentava di persona, o mandando “scagnozzi”, al processo Aemilia in corso nel tribunale di Reggio Emilia. Lo faceva in rappresentanza dei fratelli Nicolino e Gianluigi Sarcone (attualmente detenuti). Presenza non sterile ma utile, secondo la Procura di Bologna, a recepire e trasmettere sguardi: un evidente fine intimidatorio nei confronti dei vari testi. Le indagini sulla ‘ndrangheta in Emilia sono proseguite anche dentro al Palazzo di giustizia reggiano e nella notte tra lunedì e martedì al fermo di Carmine Sarcone, eseguito in Calabria dai carabinieri di Modena.

Era, sempre secondo l’accusa, la “faccia bella” della famiglia, ma anche una “cosa unica” con i fratelli maggiori, punto di riferimento del gruppo emiliano legato alla Cosca Grande Aracri, una sorta di “reggente”, nel momento in cui familiari e altri esponenti di spicco sono finiti in carcere. Descritto come un soggetto di grande intelligenza e altrettanta disponibilità di liquidità, a lui è stato spesso affidato il compito di mediare all’interno del gruppo e con altri contesti criminali. Carmine Sarcone è indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna (su direzione del procuratore Giuseppe Amato e dei sostituti Marco Mescolini e Beatrice Ronchi) per associazione di tipo mafioso. Il suo legame con la ‘ndrangheta risalirebbe già agli anni Novanta: cosca Grande Aracri di Cutro.

Sotto questo punto di vista il 38enne avrebbe orchestrato ripetuti e continui scambi di informazioni tra esponenti della cosca incarcerati e altri a piede libero. Si sarebbe occupato anche degli affari sporchi, dirigendo le attività della ‘ndrangheta emiliana in assenza dei due fratelli. A definire meglio la figura di Carmine Sarcone ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio, Giuseppe Giglio e Salvatore Muto agli atti della mastodontica inchiesta Aemilia. Gli sono stati sequestrati 5.400 euro in contanti e diversa documentazione, anche informatica, ritenuta d’interesse investigativo.

Mafia, annullata l’assoluzione di D’Alì (FI). Nuovo processo per l’ex sottosegretario

Sembrava una prescrizione (fino al ’94) – assoluzione (dopo il ’94) ormai certa, come quella di Andreotti, ma il bollo della Cassazione questa volta non è arrivato: dopo due assoluzioni (e altrettante prescrizioni) l’ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì (Forza Italia) torna di nuovo davanti ai giudici di appello per rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa. A sorpresa la Cassazione ha rinviato il processo a un’altra sezione di Corte d’appello di Palermo perché venga motivata “più congruamente” l’esclusione dei testimoni dell’accusa che i giudici di secondo grado non avevano ammesso.

Sono l’ex capo della Squadra mobile di Trapani (e oggi al vertice della Dia di Napoli) Giuseppe Linares, il sacerdote Nino Treppiedi e il pentito Salvatore Ingrasciotta tenuti fuori dalla Corte a causa del rito abbreviato, sulla cui esclusione oggi la Suprema Corte chiede una motivazione più “congrua”. E se la Corte, come il giudice di primo grado, ha ritenuto provata la “condotta illecita” di D’Alì fino al gennaio 1994, dichiarando il reato prescritto (“ha contribuito con coscienza e volontà al rafforzamento di Cosa Nostra”), assolvendolo per il periodo successivo, oggi i suoi difensori Stefano Pellegrino e Biagio Bosco sostengono che i nuovi “testimoni, ove ammessi, nulla comunque potranno aggiungere a fatti già esaminati nei dieci lunghi anni di un processo abbreviato”.

Tra loro il più rilevante per l’accusa è don Treppiedi, già collaboratore del vescovo di Trapani Francesco Miccichè, poi diventato suo accusatore nell’inchiesta sugli scandali della Curia trapanese, i cui verbali, depositati dal pg il giorno della sentenza di primo grado erano stati esclusi dal gup perché ritenuti “fuori tempo massimo”. Nonostante la prescrizione-assoluzione i giudici hanno accertato che la prima elezione del senatore azzurro fu “appoggiata elettoralmente dall’associazione mafiosa”, senza però ritenere provata la disponibilità di D’Alì a favorire la famiglia mafiosa dei Messina Denaro, che per anni aveva accudito alle sue terre in provincia di Trapani. Accuse formulate da una decina di collaboratori, da Antonino Giuffré a Vincenzo Sinacori, da Francesco Campanella a Antonino Birrittella, ritenuti attendibili dai giudici d’appello ma non sufficienti per arrivare ad una condanna.

Candidato a sindaco di Trapani, nel maggio scorso il senatore D’Alì arrivò terzo proseguendo la sua campagna elettorale anche dopo avere ricevuto la richiesta del soggiorno obbligato da parte della Dda di Palermo che lo considerava “socialmente pericoloso”. E due mesi fa si è dimesso da coordinatore provinciale di Forza Italia dopo che il suo candidato, Giuseppe Guaiana, non era entrato nella giunta Musumeci, escluso dagli equilibri del centro-destra. “Scelte – aveva detto D’Alì – che appaiono frutto di moventi amicali, di alchimie e cinismo, piuttosto che di logiche di valutazione del merito sul territorio, se non addirittura di disprezzo”.

Vasi etruschi in casa di un noto gallerista: tornano allo Stato

Chiamati per una lite in famiglia, sei anni fa, i carabinieri di Torino scoprirono un tesoro: 238 reperti archeologici, vasi etruschi e oggetti antichi detenuti illegalmente e ora restituiti allo Stato. Era un tesoro accumulato da un noto gallerista del centro città, grande esperto di futurismo, deceduto nel 2012. Da anni l’uomo era in conflitto col fratello, docente universitario scomparso nel 2016. Prima erano in causa per l’eredità del padre, poi per il testamento con cui il gallerista aveva diseredato il secondo affidando a un trust molti beni, tra cui tantissime opere d’arte. Il professore, allora, aveva anche denunciato il fratello per appropriazione indebita. Alla morte del gallerista, la cognata andò a vedere se le opere erano ancora nel suo appartamento, ma gli amici del deceduto si opposero e scoppiò una lite. I carabinieri della compagnia “San Carlo” notarono i vasi nel salotto e segnalarono tutto ai colleghi del nucleo “Tutela patrimonio culturale” che hanno poi scoperto l’origine illecita di quei reperti. Il Tribunale ha ordinato adesso la restituzione allo Stato.