“È la Galleria Fendi: ora fanno i saldi sui Caravaggio”

Storico dell’Arte, ordinario all’Università di Napoli, in qualità di massimo esperto dell’opera di Bernini, Tomaso Montanari si è rifiutato di curare la mostra del maestro alla Galleria Borghese perché non in linea con la gestione del museo. Sull’accordo con Fendi è perplesso: “Innanzitutto non si capisce cosa ci guadagni lo Stato”.

Cosa non va nell’accordo con la maison di moda, secondo lei?

Lo Stato ci guadagna in termini di tutela delle opere? No, perché l’accordo non riguarda un finanziamento alla tutela, che alla Galleria Borghese invece è un problema fondamentale. Ci sono state delle polemiche feroci sul condizionamento delle sale, sullo stato della Deposizione Borghese appunto di Raffaello, uno dei simboli del Rinascimento che ha dei seri problemi di conservazione a causa del clima e della mancanza di un sistema di condizionamento moderno.

La direttrice Anna Coliva sostiene che la Galleria non abbia bisogno di restauri.

Ma non c’è neanche un vantaggio per la conoscenza. La Galleria Borghese è un esempio tipico della riforma Franceschini. C’è solo la direttrice Coliva come storica dell’Arte, manca un comitato scientifico, uno staff vero o un corpo di ricercatori.

Le assunzioni dovrebbero arrivare dalla Fondazione Caravaggio

Ma la ricerca su Caravaggio è tuttora completamente priva di comitato scientifico. La direttrice ora dice che assumerà dei ricercatori e noi ci dobbiamo fidare. Ma comunque saranno assunzioni precarie, a tempo e a progetto. Non c’è niente che non sia effimero in questo accordo e non c’è un progetto scientifico che sia stato vagliato dalla comunità scientifica internazionale.

Venendo invece a ciò che la Galleria dà a Fendi, lei cosa ne pensa?

Penso che Fendi diventa sostanzialmente padrone della Galleria Borghese. Potrà addirittura opporsi a qualunque all’arrivo di qualunque altro sponsor voglia entrare nella Borghese, compreso un vero mecenate. Qui si crea un binomio: Galleria Borghese-Fendi e dovrà essere chiamata così d’ora in poi. Un’associazione di loghi, in cui la griffe può fare ciò che vuole per tutta la durata del contratto.

La direttrice sostiene che non sia così. Che Fendi non userà i locali per le campagne pubblicitarie.

Invece sì. È scritto nell’accordo. La griffe potrà “disporre dell’immagine dei beni” – già il termine denota la pochezza culturale, visto che ‘i beni’ sono Canova, Bernini, Caravaggio, Raffaello, Rubens… Se Fendi decide di stampare quei quadri sulle borse, come fa Luis Vuitton, può farlo.

Cosa c’è di male in questo?

Si cede un pezzo di patrimonio dell’umanità a un marchio commerciale, con una contropartita risibile. Per tre anni entreremo in una grande fabbrica dell’immagine di Fendi. Dove, tra l’altro, la maison compra ai saldi di fine stagione. Perché se proprio si decide di cedere le opere per fini commerciali, almeno avrebbero potuto chiedere milioni di euro anche sulle singole opera.

Coliva dice che in Francia si fa così.

Non è vero. Lì i mecenati in cambio hanno solo sgravi fiscali.

“Così abbiamo soldi per la ricerca. Mi ringrazino”

Legata alla Galleria Borghese da più di 20 anni come ispettore storico e direttrice del museo della villa del Cardinale Scipione dal 2015, Anna Coliva non solo minimizza le polemiche sorte intorno alla partnership sottoscritto da lei con la maison Fendi, ma è sicura che bisognerebbe ringraziarla.

Perché l’accordo è al vaglio del Mibact?

È la normale procedura. Tutti gli accordi firmati dai musei passano per il Ministero. Non c’è niente di strano, né sto nascondendo qualcosa. Piuttosto, evidentemente c’è qualcuno a cui questo accordo non va giù perché non ha potuto essere protagonista.

Quindi lei rivendica che Fendi possa “disporre della immagine dei beni in essa (la Galleria, ndr) custoditi per proprie campagne promozionali”?

Quella è una dicitura tecnica che non vuole dire ciò che qualcuno immagina: le borse di Fendi con tanto di borchia appese alla statua di Paolina Borghese. È un accordo che prevede cose molto meno glitterate di quanto si pensi. Non c’è scritto questo sull’accordo, almeno non in quello che ho firmato io.

Fendi cosa dà in cambio alla Galleria Fendi?

Non si tratta di “dare in cambio”. Noi come da procedura, abbiamo pubblicato sul sito il nostro progetto chiedendo agli sponsor di farsi avanti. Ha risposto solo Fendi. Ma siamo noi ad aver chiesto cosa volevamo.

Quindi voi avete avuto l’idea del progetto “Caravaggio research” e avete chiesto “fino a 100 mila euro l’anno”?

Sì, certo. Quello di Caravaggio è un mio progetto. E Fendi paga quasi 2 milioni di euro per questo. Soldi che dal pubblico non sarebbero mai arrivati. Va bene, la dicitura ‘fino a’ secondo il ministero va corretta. Ma non cambia: nessuno ci ha mai dato tanti soldi per la ricerca. Ma, ripeto, è un comunissimo accordo.

Il Mibact invece dice che è il primo accordo nel suo genere.

Sì, perché a differenza dei soliti sponsor che ti danno un tot per un restauro e basta, quella con Fendi è una partnership di tre anni, che non riguarda i restauri, di cui la Galleria Borghese non ha bisogno, ma di fare contratti di ricerca per la digitalizzazione delle opere di Caravaggio.

Per questo verrà costituita una Fondazione. Chi avrà i diritti sulle pubblicazioni?

Sì. Stiamo procedendo alla costituzione della Fondazione, e a fare i contratti ai ricercatori. Ma non si tratta di pubblicazioni. Noi tutto quello che facciamo lo pubblichiamo sul sito.

Ma pare anche di questo si stia occupando l’Ufficio legislativo dei Beni Culturali e poi passerà al revisore dei conti

Intanto lo Stato non ci mette soldi, quindi non è una questione che lo riguardi. Se qualcuno dal cda ha portato al Mibact l’accordo è grave. Io faccio la storica dell’Arte, non mi avevano detto che avrei dovuto occuparmi di queste cose. Comunque questo è un accordo innovativo che abbiamo stipulato con i francesi perché italiani non se ne sono visti. Dovrebbero ringraziarmi, invece…

Pro & Contro – L’accordo tra griffe e museo

L’accordo di partnership siglato a settembre tra la maison Fendi e la Galleria Borghese è tornato al vaglio del ministero dei Beni culturali per alcuni aspetti non chiari. Ma soprattutto per un contrasto tra il consiglio d’amministrazione della Galleria e la direttrice Anna Coliva sulle concessioni fatte alla griffe in cambio di cifre non ben definite di investimento e libertà di disporre di opere e locali del museo a suo piacimento. La direttrice nega che il contratto sia sotto una particolare attenzione del Mibact e rimanda al mittente le accuse di aver concesso troppo a Fendi. Non è dello stesso parere lo storico dell’Arte Tomaso Montanari.

“Arbeit macht frei” in officina a Rimini Nazi-vandali a Milano

“Alessandro deve togliere quel cartello dalla sua officina, immediatamente, ma non perché ci sia una legge che lo impone o perché nasce una protesta”, ma “come atto consapevole di avere sbagliato, gravemente, nel non riflettere sulla responsabilità che ognuno ha nell’usare le parole”. Così il Comune di Rimini in una nota con cui condanna, dal proprio sito, l’iniziativa di un giovane meccanico, che ha appeso la scritta “Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)” sulla porta della propria officina, replicando alle proteste che, nato nel 1979, non ha la benché minima idea di cosa sia Auschwitz, il lager nazista all’ingresso del quale campeggia ancora quella scritta, o lo sterminio di 6 milioni di ebrei. Scusa “pietosa” per il Comune. Nuovo atto vandalico, invece, a Milano contro le pietre d’inciampo, i sampietrini rivestiti con una targa in ottone per ricordare le vittime dei campi di concentramento. Un anno dopo la vernice nera versata sulla targa dedicata a Dante Coen, deportato ad Auschwitz e ucciso a Buchenvald, è stata deturpata con un oggetto metallico la pietra dedicata a Angelo Fiocchi, operaio dell’Alfa Romeo, arrestato e deportato a Mauthausen l’11 marzo 1944, morto a Ebensee il 7 aprile 1945.

Sami Modiano e Veltroni, un dialogo su Auschwitz

Dopo aver visto Sami Modiano raccontare Auschwitz Birkenau ce l’avremo per sempre Tutto davanti agli occhi. Anche se nessuno quanto i sopravvissuti ha incise nella memoria le immagini del campo di sterminio nazista. Sami – “Tieni duro Sami. Tu devi farcela” come gli disse suo padre nel lager A prima di morire – è il protagonista del documentario di Walter Veltroni prodotto da Sky e Palomar e proiettato all’Auditorium Parco della Musica di Roma lunedì sera alla presenza del presidente Sergio Mattarella, di Liliana Segre, neo senatrice a vita, del Rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni e della presidente Ruth Dureghello. L’intervista andrà in onda in contemporanea su Sky, Rai, Mediaset e La7 il 27 gennaio, per la prima volta nella Giornata della Memoria.

Modiano aveva 13 anni quando fu deportato con suo padre e sua sorella da Rodi in Grecia, fatto salire su un treno bestiame ancora pieno di escrementi e fatto scendere nel lager. Sopravvissuto, a differenza delle due persone che gli erano più care al mondo, quella di Sami è la testimonianza dell’orrore, ma anche la storia di un “dopo”. “La vita difficile di un sopravvissuto”, fatta di incubi, silenzi e depressione. Ma anche di felicità per aver visto negli occhi dei ragazzi che ogni anno viaggiano a Birkenau le sue stesse lacrime. Felice per aver dato finalmente una risposta a quel “perché io?”. “Perché i ragazzi hanno bisogno di me, devono sapere. So che quando non ci sarò ci saranno loro e faranno in modo che questo non succederà mai più”, si risponde da 11 anni. Da quando cioè ha rimesso piede su quella terra che lo sorresse quando pesava 23 kg, vestiva un pigiama nella neve e a tenerlo in vita era solo l’esortazione paterna. “Tieni duro Sami”, “perché non accada mai più”.

Di Segni: “Via la razza dalla Carta”. Ma Azzariti difende l’articolo 3

Razza: dopo le strampalate quanto aberranti parole del candidato governatore lombardo Attilio Fontana (“Mi hanno dato consenso e fama, se vinco caccio centomila clandestini”, ha ancora insistito il fascioleghista, mentre il suo capo Matteo Salvini ha rilanciato a 500 mila) interviene nel dibattito anche il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, inserendosi in una discussione certo più alta. Quella sulla Costituzione della Repubblica che all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Così Di Segni ai microfoni di Radio24: “È come se la Costituzione dicesse: le razze esistono, ma le persone non devono essere discriminate per la razza. È un paradosso incredibile, comunque ce lo trasciniamo ancora appresso. Oggi parlare di razza, che non sia la razza umana, è una cosa aberrante. Bisognerebbe rimetterci le mani e riformularlo in una maniera più corretta”.

Pensa, invece, che la Carta vada lasciata in pace Gaetano Azzariti, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma: “Bisogna distinguere: dal punto di vista scientifico è evidente che le razze non esistono. Ma i costituenti inserirono quel concetto perché la nostra storia non troppo tempo fa ha avuto le leggi razziali e le aberrazioni del fascismo. È un concetto importante proprio per opporsi alla tesi antiscientifica dell’esistenza delle razze. È un divieto: non si può discriminare nessuno in base alla razza, è implicito che il motivo è intanto perché le razze non esistono. La Costituzione, per semplificare, tende a impedire, a vietare la cosa cattiva, non a registrare la cosa buona”. Insomma, per il costituzionalista l’articolo 3 sarebbe previsto proprio per sbarrare la strada a sparate come quella del “padano” Fontana: “La strategia della Lega – spiega ancora Azzariti – è esattamente la folle difesa di una razza italiana inesistente che la Costituzione non consente. Far riferimento, come Fontana ha fatto, alla parola ‘razza’ nella Carta, per giustificarsi, è altrettanto folle e comunque sbagliato”. Perché significa non aver capito il senso dell’articolo 3.

Rispetto, invece, a chi propone di sostituire la parola razza con “etnia” e “cultura”, Azzariti spiega perché sarebbe ancora un errore: “La Costituzione tutela, ad esempio, le minoranze linguistiche (articolo 6), credo davvero che ci sia poco da modificare oggi. Bisognerebbe interpretarla meglio e non storpiarne il significato, certo”.

Sulle tragiche parole di Fontana è intervenuta su Radio1 Rai anche la neo-senatrice a vita Liliana Segre: “Dopo ottant’anni dalle leggi razziali io mi ero illusa che il concetto di razza, sconfessato poi dalla scienza, fosse morto insieme ai totalitarismi. Il ritorno di queste idee mi lascia molto triste e mi sembra che tutti quelli che sono morti, perché considerati di razza inferiore, siano morti invano”.

Concerto pro-Olocausto nel Giorno della Memoria

C’è un nome sinistro che sta per tornare in Italia. Leibstandarte, la divisione Waffen Ss conosciuta come la guardia del corpo di Adolf Hitler. È anche il nome di un gruppo nazirock di Lione, atteso ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, il 27 gennaio, Giornata della Memoria, per un concerto nel club Langbard. Con un doppio sfregio, in un cortocircuito storico carico di simboli e di ricordi ancora vivi. La Leibstandarte è la divisione SS autrice dello sterminio di 57 ebrei, in un raid iniziato la notte tra il 13 e il 14 settembre del 1943 a Baveno, in Val d’Ossola, e terminato solo un mese dopo. Fu il primo eccidio per motivi razziali nel nostro Paese, secondo, per numero delle vittime, solo alle Fosse Ardeatine. Vedere quel nome su una locandina di un concerto previsto – a mo’ di sfida – per la giornata della memoria della Shoah rende il concerto di Azzano un evento difficilmente archiviabile solamente come un raduno di bande nazirock.

Accanto alla band francese – autrice di un album appena uscito, dal titolo “Ein Volk, ein Reich”, un popolo, un impero, con brani che richiamano, senza mezzi termini, il nazionalsocialismo – suoneranno altri due gruppi esponenti del National Socialist Black Metal, movimento nazirock nato negli anni 90 nei Paesi scandinavi come area estrema del heavy metal. Un genere musicale particolarmente diffuso nei Paesi dell’est Europa, tra Polonia, Ucraina e Russia, dove i concerti attirano gruppi di estrema destra da molti Paesi europei. I repertori delle canzoni contengono aperti riferimenti al nazismo, con bandiere imperiali, nomi evocativi e richiami alle Ss, mentre i concerti si trasformano in veri e propri raduni neonazisti, occasioni per incontri anche politici.

Al concerto di Azzano è prevista la partecipazione della band italiana Via dolorosa e del gruppo finlandese Goatmoon che inneggia apertamente all’Olocausto in alcuni suoi testi, oltre al gruppo Leibstandarte. Sulla pagina Facebook dell’evento – gestita dal club Langbard – ci sono 133 partecipanti confermati e 586 persone “interessate”. Alcuni utenti hanno postato messaggi per organizzare il viaggio verso la piccola cittadina in provincia di Pordenone partendo dall’Emilia-Romagna e dalla Germania. Oltre al concerto delle tre band, il club ospiterà gli stand di case di produzione musicale, alcune caratterizzate da pubblicazioni con caratteri gotici e l’aquila reale tedesca.

Le reazioni alla notizia del concerto – diffusa dai giornali veneti – sono state dure: “Speriamo non vada nessuno a seguire il concerto – è la dichiarazione di ieri dell’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti – e sembra una manifestazione fatta appositamente per offenderci e per fare proseliti per le loro nefandezze, qui ad Azzano ci sono stati tanti partigiani”. La presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Seracchiani, è stata ancora più dura: “È inaccettabile, non si può pensare che si possa sdoganare tutto, che tutto sia possibile. Credo fermamente che tutti debbano dire di no a questo evento, noi dobbiamo mettere dei ‘no’ e dei ‘basta’”.

Già lo scorso anno un concerto analogo aveva scatenato diverse denunce politiche. Secondo i giornali veneti dell’epoca il club Langbard, nato nel 2015, è gestito da una associazione che riserva l’ingresso solo ai soci, rendendo difficile dal punto di vista legale i controlli.

La Questura e la Prefettura di Pordenone stanno valutando, in ogni caso, i margini di manovra su un luogo privato. La previsione delle forze di polizia è di circa un centinaio di partecipanti, con una discreta presenza di militanti di estrema destra provenienti dal Paesi dell’est. Una delle tre band nei giorni scorsi si è esibita in un raduno analogo a Kiev, in Ucraina, confermando la centralità dell’Europa orientale per i movimenti neonazisti.

Il tram-guaio a Firenze. Sbagliati i binari: smontare e rimontare

Un tratto dei binari delle nuove linee tramviarie in corso di realizzazione a Firenze nell’area vicina alla stazione, dovrà essere smontato e ricostruito da capo: ne dà notizia Tram spa, la società che sta curando i lavori, spiegando che lo “smontaggio, iniziato ieri, si è reso necessario perché le procedure di qualità sia di Tram Spa sia dei soci Alstom e Cmb hanno verificato difformità rispetto al progetto nell’esecuzione dei lavori”. Si tratta di un segmento di circa 25 metri tra via Valfonda, Villa Vittoria e piazza Bambine e Bambini di Beslan. La difformità riscontrata, informa Tram spa, “consiste in un dislivello di circa 10 centimetri che dovrà essere riportato alla quota di progetto. In concreto i binari saranno smontati, si procederà alla demolizione puntuale della soletta che poi sarà rifatta alla giusta quota. Per quanto riguarda i tempi ancora oggi saranno smontati i binari, a seguire è in programma la demolizione della soletta e poi le opere di rifacimento e di posa dei binari. Tutte le operazioni dureranno due settimane. A nostro parere questo inconveniente, che riguarda un tratto limitato di binari, non dovrebbe incidere sul programma dei lavori”.

Tra le aspiranti toghe “Le scuole servono ma Bellomo esagerava”

A Porta a Porta, ieri sera, Francesco Bellomo si è difeso: l’ormai ex consigliere di Stato (è stato destituito nei giorni scorsi) ha parlato di retaggi infantili che lo avrebbero condizionato, del suo approccio ai temi d’amore in modo scientifico, del fatto che le sue idee non siano state comprese. Ha addirittura annunciato che ricorrerà alla Corte europea se il suo ricorso in appello non dovesse essere accolto.

Le sue parole arrivano al termine del primo giorno di esame del concorso pubblico per diventare magistrato. Alla Fiera di Roma, ieri, c’erano quasi seimila aspiranti magistrati: hanno affrontato il primo scritto poche settimane dopo lo scandalo dell’ex consigliere di Stato che avrebbe sottoposto, alle alunne selezionate per la borsa di studio del suo corso di preparazione all’esame, un regolamento con un codice di condotta: dalle minigonne durante i convegni organizzati dalla sua srl “Diritto e scienza” alla clausola del fidanzato che, per le sue “borsiste”, non avrebbe dovuto avere un quoziente intellettivo inferiore a 80/100, fino alla definizione di se stesso come una sorta di “agente superiore”.

“Di solito era qui alla fine dell’esame per confrontarsi con i suoi corsisti – spiega Angela Pozzi, 31enne di Ravenna, all’uscita dalla sede della prova –. Oggi però non lo vedo, non c’è”. Angela ha frequentato il corso di Bellomo, poi ha cambiato per quello tenuto da un altro consigliere di Stato. “Per superare il concorso bisogna studiare tantissimo, ma queste scuole aiutano: servono per fare pratica nello scrivere i temi, per avere qualcuno che li corregga, un confronto”. Non era tra le borsiste, ma conferma quanto denunciato finora. “Ho cambiato per il metodo d’insegnamento: Bellomo è preparatissimo e molto bravo, però trovavo difficoltà nel seguirlo, i ragionamenti erano troppo complessi per come sono fatta io”. Secondo Angela e tutti gli aspiranti magistrati che riusciamo a intercettare, comportamenti simili a quelli di Bellomo non sono molto diffusi.

“Credo riguardi la persona, il singolo, non tutto il sistema”. Federica, 29 anni, anche lei ex corsista di Bellomo la pensa uguale. “Se lo faceva, significa che c’era chi era disposto a firmare il contratto. Certo, poi Bellomo aveva una personalità particolare, si spingeva sempre oltre i limiti”. Non vuole che sia pubblicato il cognome: “Sembra un mondo grande questo, ma è piccolissimo”.

I concorrenti arrivano da ogni parte d’Italia, raccontano che le scuole più rinomate sono a Roma, a Napoli e a Milano. Hanno migliaia di studenti ogni anno e si sono anche attivate per tenere i corsi in videoconferenze nelle loro sedi sparse in tutta Italia. Pagano in media 500 euro a bimestre. “Sono venuta a provare il concorso – spiega Marta Benedini, 28 anni, bresciana – il corso che frequento a Milano è molto buono, il docente è preparato. Anche lui è un consigliere di Stato”. Lo ha pagato 1340 euro. Per tutti sono un business enorme senza il quale però è impossibile affrontare il concorso. “C’è bisogno di qualcuno che ti guidi, le materie sono troppe e troppo estese – spiega Laura, 29 anni, di Bari -. Ma negli ultimi tempi hanno almeno cambiato il metodo. Le tracce sono più generiche, non si concentrano solo sull’ultima giurisprudenza proprio per evitare di favorire solo chi può frequentare i corsi”. E quello di Bellomo era tra i più costosi: “Ero indeciso se sceglierlo – spiega Giulio Roscio, 27 anni, di Roma – si diceva fosse quello con la maggior percentuale di promossi”. Poi ha lasciato perdere. “Ne avevo considerato un altro, ma aveva davvero troppi iscritti”. Alla fine, la scelta ricade su un terzo”. E Bellomo? “Un caso isolato, non c’è dubbio. L’80 per cento delle persone che hanno passato questo concorso, ci sono riuscite dopo la scuola. Il resto: mosche bianche”.

Davigo sconfitto al Csm apre la sfida per il prossimo

Sarà probabilmente Domenico Carcano, che è stato capo dell’Ufficio legislativo del ministero della Giustizia prima con Annamaria Cancellieri e poi con Andrea Orlando, e che ora è presidente di sezione alla Suprema Corte, il nuovo presidente aggiunto della Cassazione. La sua nomina è stata proposta a larghissima maggioranza dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Csm, ma Carcano avrà comunque uno sfidante di peso, l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo. Le chance di Davigo, che ha 67 anni e come il concorrente è presidente di sezione in Cassazione, sembrano comunque scarse: ha ottenuto un solo voto, espresso da Aldo Morgigni, l’unico togato del Csm che appartiene al gruppo fondato dall’ex pm di Mani Pulite, Autonomia e indipendenza. Il resto della Commissione ha sostenuto Carcano, che in tutto ha ottenuto cinque voti. Numeri che fanno apparire in discesa la strada per l’ex responsabile del legislativo di via Arenula.

Originario di Trani, 67 anni, Carcano era stato il candidato di Area (il gruppo che rappresenta le correnti di sinistra della magistratura) per l’incarico di primo presidente; ma alla vigilia del voto che ha premiato invece Giovanni Mammone, aveva ritirato la sua domanda. Sui nomi proposti il Csm dovrà acquisire ora il parere del ministro della Giustizia Andrea Orlando; la scelta definitiva la farà il plenum , anche se i numeri ottenuti in Commissione dai due candidati rendono l’esito quasi scontato. Non sarà questa l’ultima nomina per completare il nuovo vertice della Cassazione. il Csm deve riempire ancora un’altra casella, quella di procuratore generale aggiunto della Suprema Corte, cioè di vice del procuratore generale.

Davigo, in realtà, archiviata l’ipotesi della vicepresidenza della Cassazione punta allo stesso Consiglio superiore della magistratura. Autonomia e indipendenza terrà le sue elezioni primarie il 30 gennaio e l’ex pm di Mani Pulite dovrebbe uscirne con un plebiscito a suo favore. Dopo le elezioni politiche, infatti, i magistrati dovranno votare anche per rinnovare il proprio organo di autogoverno (sono rari i casi nella storia della Repubblica in cui si è votato nello stesso anno sia per il Parlamento sia per il Csm). Davigo vanta il risultato elettorale con cui è stato eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati (il sindacato delle toghe) nel 2016, incarico ricoperto per un anno: oltre mille preferenze e 1200 voti per la sua corrente Autonomia e indipendenza, che schiera anche un altro nome importante, il pm di Catania Sebastiano Ardita e che riscuote successo tra magistrati sia di destra sia di sinistra, mentre arrancano componenti “storiche” come Magistratura democratica confluita in Area (sinistra) e Magistratura indipendente (destra).