L’ex presidentee amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, e Bruno Spagnolini, ex numero uno di Agusta Westland, sono stati prosciolti dall’accusa di frode fiscale riguardo alla vicenda della fornitura di elicotteri al Governo dell’Algeria. Lo ha deciso il gup di Busto Arsizio Nicoletta Guerrero. “Dopo l’assoluzione in Appello a Milano nel processo per corruzione internazionale per la forniture al governo indiano – commenta la difesa – naufraga definitivamente anche l’ultima indagine promossa dalla procura bustese”. L’inchiesta sull’affaire algerino, condotta dalla Gdf di Varese e coordinata dal procuratore di Busto Arsizio Gianluigi Fontana e dal pm Francesca Parola e chiusa col deposito degli atti nell’aprile 2016, vedeva indagati i due ex dirigenti delle società e il procuratore speciale Gianfranco Bottarini (anche lui prosciolto), accusati di aver creato tra il 2011 e il 2012 fondi neri attraverso fatture false per operazioni ritenute inesistenti. L’importo totale delle manovre contestate era di 24,5 milioni.
Pallone sgonfio: resuscitato Tavecchio e sulla Figc tornano i giochi di Lotti
Questa notizia va letta con lo sforzo di non ridere subito. Anche perché il calcio è una cosa seria, tocca i sentimenti. Il ragioniere Carlo Tavecchio (classe ’43), ex sindaco democristiano di Ponte Lambro per quattro mandati, autore di gaffe razziste e omofobe, ostaggio di Claudio Lotito e protagonista della mancata qualificazione ai Mondiali dell’Italia dopo sessant’anni, è il favorito per la presidenza della Lega di Serie A dopo il fulgido triennio in Figc. Il nome di Tavecchio, che per i tifosi rievoca la disfatta con gli svedesi e una indelebile figuraccia sportiva, sancisce il patto fra il laziale Lotito e il polivalente Urbano Cairo, proprietario del Torino, editore di giornali e televisioni, in perenne e osannata ascesa.
Cairo svetta tra un gruppo di colleghi squattrinati o addirittura ignoti (di chi è il Milan?), pronti a indossare la sciarpa degli avversari pur di incamerare un euro in più. In politica non ha funzionato ancora, ma il calcio fa un esperimento: importa il modello spagnolo, e pazienza se Cristiano Ronaldo e Lionel Messi o gli stadi del Real Madrid e del Barcellona restano lì.
Cairo accetta Tavecchio e impone l’amministratore delegato Javier Tebas, dirigente spagnolo con passaporto costaricano, capo della Liga, nostalgico di Franco, nei guai col fisco. Un profilo ideale. Che coppia con Tavecchio: T&T presentano la rinascita del pallone italiano. Il momento è perfetto. La media spettatori del campionato ha raggiunto i 24.000 ingressi a partita. Inglesi (36.179) e tedeschi (43.526) – gente noiosa – sono troppo lontani, ma Juventus e sorelle tallonano i gloriosi tornei di Messico (25.557) e India (25.371). Venerdì l’assemblea di Serie A potrebbe ratificare la nomina di T&T e assegnare a trattativa privata – dopo due aste fallite – i diritti tv del campionato. Mediaset s’è dissanguata con il pallone e Premium non investe più. Sky Italia ha smesso di pompare denaro e di sorreggere un bipolarismo mediatico ormai sepolto.
I presidenti usano il ricatto del canale in proprio e gli intermediari di Mediapro (spagnoli) offrono 990 milioni di euro per acquistare un prodotto scadente e poi rivenderlo sempre a Sky Italia e Premium. Nient’altro che il solito gioco di prestigio per sfangare qualche stagione.
Più raffinate le strategie per la Federcalcio, lunedì prossimo chiamata a reperire un degno successore di Tavecchio. Non è semplice preparare un disastro peggiore; va ammesso, però, che l’impegno è titanico. In campagna elettorale figura un terzetto di candidati: Cosimo Sibilia (guida i Dilettanti), senatore forzista figlio di don Antonio, presidente dell’Avellino di Juary; Gabriele Gravina (Lega C), famoso per le imprese col Castel di Sangro e la sintonia col ministro Luca Lotti; l’ex calciatore Damiano Tommasi, al contempo appariscente e ininfluente.
Renzo Ulivieri, boss dell’associazione allenatori, comunista di rito “poltronista”, studia il sostegno a Gravina col supporto logistico di Tommasi. Sarà una presidenza debole o forse neanche sarà presidenza. Giovanni Malagò (Coni) non ha riposto l’ambizione di commissariare la Figc. La notte del pallido zero a zero con gli svedesi – il 13 novembre 2017 – c’era lo sconforto per l’eliminazione e pure il desiderio (o meglio, l’illusione) di una profonda rifondazione, di un totale repulisti: fuori i vecchi arnesi in stile Tavecchio, dentro (i pochi) simboli del pallone italiano. Un giorno Roberto Baggio, per esempio, dovrà raccontare nel dettaglio perché la camarilla che gestisce la Federcalcio l’ha costretto alle dimissioni quand’era direttore del settore tecnico. Ha ragione Tavecchio, che sa respingere le critiche col tono giusto: “L’assassino di John Kennedy non ha subìto quello che ho subìto io”.
Ps. Lasciate un posto a Gian Piero Ventura.
Consip, Marroni va dai pm. “Ecco le email con Tiziano”
L’indagine su Tiziano Renzi continua. Lunedì è stato sentito dai magistrati romani – come persona informata dei fatti – l’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni. Tra gli elementi nuovi al centro della sua audizione ci sono alcune e mail che l’ex manager si è scambiato con Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze illecite nell’indagine Consip. Le mail precisano meglio i riferimenti temporali degli incontri tra il padre dell’allora premier Matteo Renzi e l’allora numero uno della centrale acquisiti della pubblica amministrazione. Sono contenute in una memoria depositata da Marroni nell’estate scorsa dopo che il manager era stato sentito, sempre a sommarie informazioni, a giugno, dai pm capitolini Paolo Ielo e Mario Palazzi. Le mail sono state prodotte per dimostrare che gli incontri con babbo Renzi, di cui parla Marroni, non sono invenzioni.
Tredici mesi dopo la sua prima drammatica audizione davanti ai pm di Napoli e sette mesi dopo la sua seconda audizione dai pm romani, Marroni ha confermato per la terza volta la sua versione. Ed è rimasto persona informata sui fatti, cioé non è indagato a differenza dell’altro supertestimone che aveva accusato Luca Lotti per le fuge di notizie sull’inchiesta Consip a dicembre 2016: il manager della municipalizzata dell’acqua di Firenze, il renziano Filippo Vannoni. Vannoni ha cambiato la sua versione con una vistosa retromarcia in favore di Lotti ed è stato indagato mentre Marroni, che secondo le indiscrezioni raccolte dal Fatto, ha ribadito con alcune precisazioni le sue precedenti dichiarazioni, è rimasto testimone. Segno che tra Vannoni e Marroni, i pm hanno scelto il secondo.
La prima volta che Marroni risponde alle domande degli investigatori è il 20 dicembre del 2016: “Tiziano Renzi (…) qualche mese dopo il mio insediamento in Consip (credo fosse il settembre 2015) mi chiese, credo via sms, di incontrarlo di persona perché – spiega ai carabinieri del Noe – voleva parlarmi (…), mi recai a Firenze e incontrai Tiziano Renzi per strada, nella zona del Bargello (…) voleva chiedermi di ricevere un suo amico imprenditore a nome Carlo Russo che voleva partecipare a delle gare d’appalto di Consip; Tiziano Renzi mi chiese di fare il possibile per assecondare le richieste di Russo e di dargli una mano atteso che era un suo amico. Io risposi che avrei ricevuto il Russo e che lo avrei ascoltato”.
Stando al racconto di Marroni al Noe, dopo una quindicina di giorni Russo si presenta da lui e gli chiede di attivarsi “sulla commissione al fine di aumentare il punteggio tecnico relativo all’offerta presentata dalla società da lui segnalata di modo da favorirlo; Russo, per rafforzare la sua richiesta, mi disse in modo esplicito che questo affare non interessava solo lui ma dietro la società che lui stava rappresentando vi erano gli interessi di Denis Verdini (estraneo all’indagine, ndr), facendomi capire che avrei dovuto impegnarmi nel senso da lui prospettato, ribadendomi che io ricoprivo questo incarico grazie alla nomina che mi era stata concessa dal premier Matteo Renzi”. Marroni spiega di non aver dato seguito alle sue richieste.
Davanti a queste dichiarazioni i carabinieri del Noe (era presente anche Gianpaolo Scafarto, poi indagato a Roma per falso, depistaggio e rivelazione di segreto) avvertono i pm di Napoli che si precipitano a Roma. Marroni fa anche i nomi di chi gli spifferò l’esistenza dell’indagine napoletana: ossia Lotti, il presidente di Publiacqua Vannoni, l’ex presidente di Consip Luigi Ferrara (che a detta di Marroni lo avrebbe saputo dall’ex comandante Tullio Del Sette) e il generale Emanuele Saltalamacchia. Lotti, Del Sette e Saltalamacchia sono stati indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Vannoni e Ferrara saranno iscritti dai pm di Roma, il primo per favoreggiamento, il secondo per false informazioni ai pm.
A giugno 2017 Marroni è stato riconvocato anche dai pm capitolini, che hanno ereditato l’inchiesta per competenza un anno fa. L’ex ad di Consip ribadisce quanto già detto sugli incontri con Tiziano R. anche se addolcisce la sua versione sui protagonisti della fuga di notizie. Le conseguenze politiche sono immediate: il 21 giugno, pochi giorni dopo il suo interrogatorio, il Pd azzera i vertici Consip. Marroni però va avanti e deposita una memoria con le mail di babbo Tiziano relative agli incontri con lui. Ieri i pm lo risentono anche su quelle mail. Ora, prima di chiudere l’inchiesta in un senso o nell’altro, i pm potrebbero riconvocare Alfredo Romeo e poi Tiziano Renzi.
E il segretario candida gli anti-euro. Bagnai e Borghi
“Due candidature che esprimono la linea coerente della Lega sul ruolo dell’Italia nella Ue”. Così ieri Salvini ha presentato le due new entry nelle liste del Carroccio: gli economisti Claudio Borghi e Alberto Bagnai (nella foto).
Il primo, ha spiegato Salvini, sarà candidato nel collegio di Siena “per sfidare Padoan. Un collegio che la sinistra considera già acquisito ma che sarà conteso”. Bagnai sarà invece candidato in diverse regioni, tra cui Abruzzo e Lazio. “Il suo libro Il tramonto dell’euro – ha aggiunto Salvini parlando della candidatura di Bagnai – mi ha aperto un mondo. È un docente universitario ed è stato il primo a dire che l’euro è un esperimento sbagliato. Con Alberto ci prepariamo a difendere l’interesse nazionale”. In una conferenza stampa a Montecitorio, l’economista (che è anche editorialista del Fatto) ha spiegato: “Se sono qui è perché Salvini mi ha fatto una proposta che non mi sono sentito di rifiutare. È un percorso che vivo anche come momento di crescita culturale. Mi predispongo con umiltà ad affrontare questo percorso”.
Via Bellerio, addio…
Addio definitivo alla sede della Lega Nord di via Bellerio. L’articolo 4 dello statuto del nuovo partito di Salvini, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 dicembre, è chiaro: “Sede della Lega per Salvini premier in Milano, via privata delle Stelline 1”. Il leader in felpa cancella il simbolo per antonomasia del Carroccio, ben più del prato di Pontida o dell’ampolla con l’acqua del Po. In via Bellerio si è consumata la storia della Lega. Qui nel 1992, quando l’allora tesoriere del partito Alessandro Patelli venne arrestato per aver preso 200 milioni di lire dalla maxi-tangente Enimont, Bossi mise all’ingresso una botte per raccogliere i soldi e restituirli. E ci riuscì. Appena quattro anni, nel 1996, Maroni e altri tentarono di bloccare le perquisizioni della Digos. Maroni azzannò un agente alla caviglia. E sempre le Fiamme gialle qui troveranno le cartelline di Belsito con le spese pazze. La storia della Lega è in via Bellerio. Come la sede di Radio Padania. Ora Salvini, dopo aver licenziato i dipendenti e chiuso la sede, la cancella. Insieme al Carroccio.
Soldi e poltrone: Salvini schiera il “partito parallelo”
Giulio Centemero, fidato tesoriere di Matteo Salvini, nega categoricamente: “Figurarsi se lo abbiamo fatto per salvare i fondi dai sequestri del tribunale”. Eppure il nuovo soggetto politico che fa capo al leader in felpa sembra nato ad hoc per evitare i fastidi. Non solo quelli della Procura di Genova – che ancora cerca gli oltre 40 milioni di rimborsi elettorali che la Lega Nord è stata condannata a restituire a seguito di una condanna per truffa allo Stato nei confronti del fondatore Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito – ma anche da quelli dei compagni di viaggio del partito padano.
Con un colpo che potrebbe rivelarsi geniale (o deleterio, non è ancora dato sapere) Salvini nei panni di segretario della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” ha deliberato la variazione del simbolo in “Lega per Salvini premier”, con cui presenterà le liste elettorali e correrà alle Politiche di marzo. Nel frattempo, in gran segreto, ha fondato un nuovo partito proprio con il nome “Lega per Salvini premier” con il quale darà poi vita ai gruppi parlamentari nella prossima legislatura, spogliando definitivamente la creatura fondata da Bossi. Sulla lapide della Lega Nord manca dunque solo l’epitaffio, la data del decesso è ormai scolpita: 5 marzo 2018.
Lo Statuto del nuovo partito “Lega per Salvini premier” è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale a dicembre e già depositato al Senato grazie al solito Roberto Calderoli che si è prestato a fare da Caronte nei meandri parlamentari al nuovo capo, così come fece con Umberto Bossi prima e con Roberto Maroni poi. Il medico bergamasco, lo scorso 15 novembre, ha lasciato il gruppo di Palazzo Madama della Lega Nord, con la quale era stato eletto per la prima volta nel 1994, per iscriversi al Misto e da qui poi autoproclamarsi gruppo e capogruppo della “Lega per Salvini premier”. La mossa, apparentemente insignificante, in realtà è foriera di conseguenze. Una su tutte: i soldi raccolti attraverso il due per mille, unica forma di finanziamento riconosciuta ai partiti dopo l’eliminazione dei rimborsi elettorali, finiranno così nelle casse del nuovo soggetto. Ma il tribunale di Genova tutto vuole fuorché rinunciare a quanto il Carroccio deve restituire alle casse dello Stato. L’aspetto non è secondaria.
Il tribunale ligure lo scorso settembre ha disposto la confisca di 48 milioni dai fondi del partito e bloccato tutti i conti, anche quelli delle segreterie territoriali riconducibili alla Lega Nord. Lo stesso Salvini aveva tuonato: “Per la prima volta nella storia della Repubblica, i giudici stanno bloccando l’attività di un partito politico, è un attacco alla democrazia”. Dei 48 milioni però i giudici ne hanno recuperati poco più di due. Il Carroccio ha presentato ricorso e si è visto riconoscere quella che tecnicamente viene definita una “confisca diretta”. In pratica i conti sono stati sbloccati e la parte mancante del maltolto può essere recuperata solo con una nuova sentenza. A opporsi è stata poi la procura di Genova e al momento si attende la pronuncia della Cassazione che potrebbe invece stabilire una sorta di confisca perpetua dei fondi fino al raggiungimento della cifra effettivamente dovuta. L’ultima entrata garantita sarà quella del 2 per mille assegnato alla Lega nell’ultimo anno: 1,9 milioni di euro. Poi ogni trasferimento finirà nelle casse del nuovo partito.
A oggi, spiega al Fatto il tesoriere Centemero, “abbiamo circa un milione da usare per la campagna elettorale, raccolti grazie ai militanti e ai contributi volontari dei parlamentari”. Ai quali è chiesto pure una sorta di obolo per le prossime Politiche: “Ogni candidato dovrà versare circa 20 mila euro”.
Ma il funambolismo salviniano rischia di durare poco. Oltre al fatto di essere contemporaneamente segretario di due partiti (quindi in equilibrio decisamente precario sul filo dell’articolo 3 della legge 13 sui partiti del 2014), è vietato l’utilizzo di un simbolo usato da un altro partito salvo averne espresso consenso. Consenso mai ottenuto. Come spiega Gianni Fava, attuale assessore regionale del Carroccio e membro del consiglio federale di via Bellerio: “Io cado dalle nuvole, ricordo bene perché ero presente e ho votato contro, che ci ha chiesto esclusivamente di modificare il simbolo, certo non di poterlo usare con un altro movimento. Ancora aspetto la ratifica del verbale di quella seduta e scopro che c’è un nuovo partito, non ne sapevo nulla”. Non era l’unico.
Anche l’attuale governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ne era all’oscuro. Così come molti parlamentari. Salvo i vertici già nominati nel nuovo partito: nel consiglio federale della “Lega per Salvini premier” siedono, insieme al doppio segretario Salvini, anche Centemero, Calderoli, Giancarlo Giorgetti e l’eurodeputato Lorenzo Fontana. Tutti vertici sia della vecchia sia della nuova Lega. Ora, scoperte le carte, basterebbe un ricorso di qualche vecchio leghista per fermare Salvini.
Che già nei prossimi giorni potrebbe vedersi togliere l’incarico da segretario della Lega Nord. Dieci giorni fa, infatti, un candidato in lista alle primarie dello scorso maggio ha presentato un esposto in Procura a Milano denunciando il leader di non aver rispettato lo statuto. Esposto ritenuto fondato visto che è stata fissata l’udienza per i prossimi giorni e cinque parlamentari sono stati convocati come testimoni a palazzo di giustizia. Nel caso dovesse essere accolto, le primarie sarebbero annullate e segretario diventerebbe lo sfidante Gianni Fava. Il tutto a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste. Chissà se l’avvocato Giulia Bongiorno, candidata salviniana, sarà disposta ad aiutare il suo bisegretario.
Parigi val bene un’orda di ratti
Apprendiamo da una deliziosa cronaca del Corriere della Sera (sul giornale di ieri, a pagina 29) che Parigi è invasa dai ratti. “Nella città della Senna qualche topo si è sempre visto”, ma “da qualche mese l’esperienza più frequente, soprattutto la sera quando le strade sono meno rumorose, è vedere nugoli di decine di roditori che all’improvviso corrono in tutte le direzioni”. I toponi non si limitano a fare colore, ma mozzicano: “Ci sono colleghi che hanno raccontato di essere stati attaccati al braccio, uno anche alla gola”, denuncia lo spazzino David. Ma non siate troppo impressionati da queste immagini pulp. Nessuno sembra particolarmente indignato. Meno che mai il Corsera, che accompagna l’articolo con la simpatica immagine di Ratatouille, il topo-chef della Disney. La sindaca Anne Hidalgo ha stanziato un milione e mezzo di euro per la derattizzazione, ma a quanto pare ogni decisione drastica è ostacolata dalle proteste degli animalisti. E in fondo la colpa non è della prima cittadina, ma dei “nuovi ristoranti lungo la Senna, che lasciano troppi avanzi non protetti”. O della piena del fiume, che ha sottratto ai roditori il loro giaciglio naturale, facendoli venire alla luce dei lampioni. Ora, immaginate se una notizia del genere riguardasse la città di Roma e la giunta che la guida. Riuscite ancora a vedere Ratatouille?
La “liberazione” di Grillo ricomincia dalla Rete
Di lavoro allestiscono studi tv e offrono servizi broadcast, specializzati nelle riprese del motomondiale. Però, nel tempo libero, quelli della Professional Show Spa, si dilettano a comprare i domini che gli altri hanno improvvidamente lasciato liberi. A ottobre del 2016, per dire, si sono accorti che l’indirizzo www.beppegrillo.com viaggiava indifeso nel world wide web e se lo sono preso, alla modica cifra di 27 euro, “per evitare che qualche malintenzionato se lo comprasse”. Spiega Leonardo Girardi, titolare della Professional show spa, che la politica non c’entra nulla. Lui, che il blog di Grillo e quello del Movimento 5 Stelle fossero una cosa sola, nemmeno lo sapeva. Così ieri, l’unico angolo della Rete in cui le strade del Garante e quelle della Casaleggio associati ancora non si erano separate era lì, a quell’indirizzo “salvato” dai benefattori di una azienda della provincia di Padova che ancora “punta” sulle pagine web dei Cinque Stelle e non ha seguito il nuovo corso del fondatore.
Va detto: per essere i paladini di Internet, i co-fondatori milanesi del Movimento, non hanno investito granché sulla copertura del marchio. Libero beppegrillo.com (ce l’hanno quelli della Professional Show spa), libera anche la versione .org, (la .net è ancora della Casaleggio, la .info è di proprietà di Antonio D’Aronzo, 27enne beneventano, che ha registrato a nome suo anche ilblogdellestelle.info), libero M5S.it (lo ha comprato un attivista residente a Singapore, Omar Bassalti, appena escluso dalle Parlamentarie).
L’originale, quel beppegrillo.it da cui tutto è cominciato, se l’è ripreso il comico. La smorfia dell’urlatore non c’è più, gli occhi spiritati nemmeno: il nuovo Beppe Grillo si è messo la camicia (bianca), gli occhiali di uno che a luglio fa settant’anni e guarda il Movimento che ha fondato da lontano, da ieri un po’ di più. Il blog torna suo e la politica trasloca altrove. Non è un divorzio, anche se per lui “inizia adesso un’avventura straordinaria di liberazione”; non ha nulla da rinnegare: è solo che si è “stufato delle opinioni”, ha bisogno di “idee” e vuole “farlo tornando al blog come era”. Così, via Renzi, via le liste, via Rousseau, via le parlamentarie, via Di Maio e via i commenti degli attivisti: adesso si parla di “cervelli”, di utopie, della tecnologia che ci cambierà la vita.
Luigi Di Maio assicura che non si tratta di un parricidio. E ha ragione: se proprio vogliamo dirla tutta, è il padre che se n’è andato di casa, perché stavolta è davvero “un po’ stanchino”. Lascia un testamento che non è detto piacerà agli eredi: “Non è che posso dirvi quello che potrò fare, beccatevi quello che vi faccio e basta, è tutto in più che potete avere e non dovete essere tutti sulle mie spalle. Io non posso essere assolutamente il vostro referente per il futuro, createvelo il vostro futuro”.
Il M5S non avrà l’incarico e farà campagna post-voto coi 20 punti
D’accordo, quando Paolo Gentiloni dice che “la possibilità che i 5Stelle arrivino a guidare il governo non esiste perché non avrebbero i numeri per governare”, la sua è senza dubbio una scorrettezza (altro che neutralità del premier), ma pone ugualmente una questione non marginale che riguarda soprattutto Sergio Mattarella.
Cosa farà il capo dello Stato, dal 5 marzo in poi, nell’eventualità (probabile secondo tutti i sondaggi) che il M5S conquisti la percentuale necessaria per risultare il partito di maggioranza relativa? Che però di voti non ne abbia raccolti abbastanza per governare da solo? Luigi Di Maio, nel presentare le 20 proposte del Movimento, ci ha già spiegato che la sera del 4 marzo le forze politiche “dovranno dirci perché non convergono sul nostro programma”. Con questa formula, il capo politico sembra quasi mettere le mani avanti rispetto al no degli altri partiti, ampiamente prevedibile. Chi, infatti, realisticamente, potrebbe “convergere”?
Escludiamo per ovvie ragioni Pd e Forza Italia. Ma anche la Lega, perché se per ipotesi (estrema) Matteo Salvini decidesse con uno strappo atomico di staccarsi da Berlusconi, i voti per una maggioranza “populista” non ci sarebbero ugualmente. E ce ne sarebbero ancora di meno nel caso di un accordo, anche questo ipotetico, con Liberi e Uguali di Grasso, Bersani e D’Alema.
Esiste poi un aspetto formale molto sostanziale e qui torniamo al Quirinale.
Come si sa, prima di affidare l’incarico, per prassi costituzionale, il presidente della Repubblica indice le consultazioni e sulla base delle indicazioni ricevute dai gruppi parlamentari conferisce l’incarico alla persona con le maggiori possibilità di formare un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento.
Tagliamo corto: Mattarella potrebbe conferire a Di Maio un incarico esplorativo per cercare una complicata maggioranza in Parlamento sulla base del programma pentastellato?
Ipotesi non impossibile, ma spericolata, soprattutto se le percentuali del centrodestra sfiorassero la maggioranza assoluta (se la conquistassero discorso chiuso). In quel caso, l’esplorazione non spetterebbe subito al candidato premier designato da Berlusconi, Salvini e Meloni?
Insomma, poiché i grillini avranno molti difetti ma a fare politica hanno imparato in fretta, ecco che la mossa del programma sembra studiata come la continuazione della campagna elettorale. Infatti, se col nuovo Parlamento nessuno fosse in grado di formare un governo (oggi i sondaggi dicono questo) Mattarella potrebbe (dovrebbe) forzatamente ricorrere a un governo di scopo, sostenuto da chi ci sta, con l’incarico di approvare una nuova legge elettorale per procedere entro pochi mesi a un nuovo voto. Sarebbe il secondo tempo di una partita che il MoVimento potrebbe puntare a vincere accreditandosi come la sola alternativa agli inciuci di regime, e “per non lasciare il Paese nel caos” (sempre Di Maio). Tanto più se gli altri partiti non avranno condiviso per esempio “il taglio delle liste d’attesa per tutti gli esami nella Sanità”, la “lotta alla grande evasione fiscale”, “l’uscita dal petrolio entro il 2050”, “l’abolizione del precariato nella scuola”, per non parlare “dell’abolizione della povertà” (Di Battista). Vasto programma, per dirla con il generale De Gaulle, che però si riferiva semplicemente all’abolizione dei cretini.
Il Viminale boccia 28 simboli: esclusi i Forconi e lo scudo Dc
Il ministerodell’Interno ha ammesso 75 dei 103 simboli depositati per le elezioni politiche del 4 marzo. Tra i 28 contrassegni non approvati, in 19 casi il ministero ha invitato i depositanti a sostituire il simbolo o a integrare la dichiarazione di trasparenza. Per mettersi in regola e poter presentare le liste, gli esclusi avranno 48 ore di tempo a partire dalla notifica del ministero. Tra questi ci sono anche lo scudo crociato della Democrazia cristiana e la storica fiamma del Msi Destra Nazionale. La decisione del ministero è dovuta alla presenza di altri contrassegni analoghi: lo Scudo crociato, infatti, si trova in uno dei simboli ammessi (quello di Noi con l’Italia-Udc) mentre la fiamma è presente nel contrassegno di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Nella lista dei 19 esclusi anche i Forconi, Pensionati Consumatori, Indipendenza del Veneto.
Altri nove contrassegni, invece, sono stati bocciati per carenze documentali e dunque non sarà consentita la presentazione di liste. Tra questi c’è La Margherita – Democrazia è Libertà, Fronte Verde, Ragione e Libertà.