Eterno Formigoni, tra Senato e processi Altitonante c’è, in barba all’Antimafia

Ha cambiato tante sigle (Dc, Ppi, Cdu, Cdl, Pdl, Ndc), ma Roberto Formigoni è sempre stato eletto, dal 1984 a oggi. Prima al Parlamento europeo, poi alla Camera, poi ancora alla Regione Lombardia come presidente e infine al Senato. Ora sarà tra i candidati della “Quarta gamba” del centrodestra. Se rieletto, dovrà dividere il suo tempo tra il Parlamento e il Tribunale. Dovrà infatti partecipare a un paio di processi in cui è imputato di corruzione. Il primo è quello d’appello per aver ricevuto 8 milioni dal faccendiere Pierangelo Daccò per conto della Fondazione Maugeri, in cambio di decisioni regionali che favorivano le attività di riabilitazione della Maugeri. In primo grado è già stato condannato a 6 anni. Gli 8 milioni non li ha ricevuti in imbarazzanti tangenti, ma in più sofisticati “benefit”: conti pagati al ristorante, vacanze gratis in Sardegna e in Costa Azzurra, l’utilizzo di yacht con inclusa cassa per le piccole spese, una villa in Sardegna a prezzo di favore…

Il secondo processo, che inizierà tra breve in primo grado, ripete lo schema del primo – benefit in cambio di decisioni regionali sulla sanità – ma con protagonisti diversi: al posto di Daccò a pagare, secondo l’accusa, era l’ex consigliere regionale Massimo Gianluca Guarischi, al posto della Maugeri c’era l’impresa Hermex Italia, e questa volta i viaggi vacanza erano in Sudafrica e Croazia, con l’aggiunta di orologi, noleggio di jet e contanti per un totale di 400 mila euro.

Ha già affisso i manifesti elettorali Fabio Altitonante. Quarantenne, di Forza Italia, è stato consigliere comunale a Milano, assessore provinciale e infine consigliere regionale. Ha coltivato, in politica, un settore molto sensibile dell’amministrazione, quello dell’urbanistica e dei lavori pubblici. Riuscendo così a ottenere un buon numero di citazioni nelle carte delle indagini antimafia, per i suoi contatti con personaggi in rapporti con i boss calabresi della ’ndrangheta attivi al Nord: a sua insaputa, per carità. Ora in Regione è passato a un altro settore succulento: quello della sanità.

Fassino, ansia per l’inchiesta sul Salone FdI candida la consigliera dei libri hot

Dovrebbe essere ancora il nome forte del Partito democratico a Torino e sulla sua candidatura scommettono in molti, anche per avere una sorta di rivincita sulle amministrative del 2016 perse contro Chiara Appendino. Tuttavia su Piero Fassino pesa una grande incognita: l’inchiesta della procura sul Salone del libro. Lui, l’ex sindaco, è indagato per turbativa d’asta e falso ideologico in atto pubblico. Avrebbe prima indirizzato l’assegnazione dell’organizzazione alla Gl Events Italia e a Lingotto Fiere, poi avrebbe contribuito con altri alla preparazione di un bando su misura di quelle società. Inoltre avrebbe concorso nell’approvazione di un bilancio falso della Fondazione per il libro, accusa da lui fermamente negata.

Nel corso di uno stralcio di quell’inchiesta è stato indagato per turbativa d’asta anche il vicepresidente del consiglio comunale, Enzo Lavolta, in odore di candidatura. Le inchieste sugli esponenti Pd sono ancora in corso e il quadro potrebbe cambiare.

Fratelli d’Italia presenterà invece Augusta Montaruli, avvocato di 34 anni, riconosciuta colpevole di finanziamento illecito nel processo “Rimborsopoli” e condannata dal tribunale di Torino a quattro mesi per essersi fatta restituire i 200 euro versati per una cena organizzata per sostenere la candidatura di Maurizio Marrone, compagno di partito ed ex marito.

Per gli altri scontrini, invece, i giudici hanno ritenuto che il fatto non sussistesse: per Montaruli (che si era fatta restituire i soldi spesi per alcuni libri erotici) e per molti altri ex consiglieri, i magistrati hanno ritenuto che alcune spese di rappresentanza rientrassero nel novero delle spese concesse. E così si era salvato anche l’ex governatore del Piemonte, Roberto Cota, escluso dai candidati della Lega a conduzione salviniana. Quel procedimento è però ancora aperto: a marzo ricomincerà l’appello dopo il ricorso della procura contro le assoluzioni.

Riecco anche Scajola: ’u ministru torna sindaco

“Evviva. Gli Scajola ritornano. Claudio sindaco e il nipote Marco in Parlamento. La settimana prossima, Claudio Scajola convocherà un incontro pubblico per annunciare la sua candidatura come sindaco di Imperia per le elezioni di maggio”. Parla uno dei collaboratori più stretti di ’u ministru. A Imperia alcuni lo chiamano ancora così: il ministro. E forse hanno visto lungo, a riverirlo nonostante il periodo di disgrazia, a non cedere alla tentazione di dileggiarlo credendo che fosse finito. Macché, Scajola si prepara a tornare nonostante il processo in corso a Reggio Calabria dove è imputato con l’accusa di aver aiutato Amedeo Matacena – condannato in via definitiva per concorso esterno nella ’ndrangheta e latitante nei paesi arabi – nel tentativo di trasferimento da Dubai a Beirut (poi non avvenuto). Per questo i pm hanno contestato a Scajola l’aggravante mafiosa. Lui, proprio ieri in aula, si è difeso parlando con ilfattoquotidiano.it: “Matacena non doveva scappare e doveva farsi la sua pena. Mi sono interessato se fosse possibile fargli avere l’asilo politico. Non lo rifarei. È stato inopportuno ma non punibile”.

Ma l’eco del processo calabrese non arriva in quella Liguria dove non si fa più caso a nulla e nelle liste elettorali trovi indagati e campioni della vecchia politica. “Candidato sindaco? Tanta gente me lo chiede. Persone comuni, fuori dai partiti”, un anno fa Scajola, parlando con il cronista, l’aveva buttata lì. Certo, per uno che era ministro e braccio operativo di Forza Italia non è un passo avanti. Ma sbagliava chi credeva che Scajola fosse finito. Il canale con Silvio Berlusconi, interrotto a tratti, è ancora aperto. E non importa che i rapporti con Giovanni Toti – governatore ligure in ascesa, perfino troppo, nel centrodestra – siano tesi: “Toti è intelligente, ma anche molto fortunato”, così Scajola liquidò le vittorie del nuovo leader.

Chissà come reagirà il Pd che ha perso le città rosse (Genova, La Spezia e Savona) e si arrocca nel feudo bianco di Imperia. Sì, tornano gli Scajola. Claudio e il nipote Marco (non indagato), oggi assessore all’Urbanistica di Toti e padre di un piano casa perfino più devastante di quello del precedente centrosinistra. La sua candidatura al Parlamento pare certa.

In Liguria alle prossime politiche dovrebbero esserci in corsa almeno 4 indagati o imputati. A cominciare da Edoardo Rixi, già vice di Matteo Salvini nella Lega. Oggi è assessore e braccio destro di Toti in Regione. Nonostante sia imputato di peculato per le spese pazze in Liguria (nella passata consiliatura, guidata dal Pd). Il pm Francesco Pinto gli ha contestato spese sostenute in Costa Azzurra e in Valle d’Aosta. Un compagno di partito di Rixi ha patteggiato nel frattempo due anni. Ma Rixi ostenta sempre tranquillità: “Ho chiarito tutto, continuo a lavorare”.

Ecco poi Francesco Bruzzone, presidente del consiglio regionale. Lui pure leghista e imputato per le spese pazze. Nei giorni scorsi ha spuntato un rinvio del processo per affrontare la campagna elettorale: prossima udienza il 5 marzo, a urne chiuse.

È ancora indagato per spese pazze Sandro Biasotti, ex governatore e senatore uscente di Forza Italia: “Spero di non essere rinviato a giudizio, la mia vicenda è particolare”, commenta. E poi dovrebbe esserci Marco Melgrati, pirotecnico ex sindaco di Alassio (in lizza con Noi per l’Italia). Quello che si presentò in tribunale con la bandana in stile Berlusconi. “Ho avuto 29 processi e 29 assoluzioni – racconta Melgrati – Mi sono rimasti in piedi un paio di processi per concorso in abusi edilizi perché sono architetto, ma è tutto sanato e sarò assolto. E poi c’è la roba delle spese pazze. Ma ho chiarito”.

La barca va, Orietta assolta

Alla fine, la barca va. Orietta Berti è stata assolta. L’ha deciso l’Autorità per le garanzie nella comunicazioni: questa è la giustizia che piace, rapida, esaustiva, fantasiosa. In una settimana, l’Agcom ha aperto spontaneamente un’inchiesta su Orietta Berti – colpevole di aver dichiarato il suo voto ai Cinque Stelle in diretta su Radio Rai 1 – e ha archiviato il caso per un motivo semplice, semplice: i conduttori di Un giorno da pecora – richiamati dalla stessa Autorità – si sono ravveduti. Hanno sbagliato, hanno dimostrato di aver capito. Sottolinea l’Agcom, l’hanno fatto in maniera “spontanea”. La par condicio è salva, il dem Michele Anzaldi esulta, parla di condanna (in una radio privata, di Mediaset peraltro) della Rai, che ha evitato la sanzione grazie al pronto ravvedimento dei conduttori di Un giorno da pecora. Un giorno, quelli dell’Agcom dovranno spiegare come hanno fatto, sempre nel giro di una settimana, a emanare prima un regolamento per imporre ai giornalisti di dichiarare il proprio voto e poi a processare Orietta Berti che aveva fatto una battuta (positiva, per carità) sui Cinque Stelle. Questo giorno, però, temiamo sarà lontano.

Santoro: “Berlusconi è stato abile, sembra un vecchio saggio”

In un’intervista rilasciata ieri al quotidiano Il Foglio, Michele Santoro ha parlato delle prossime elezioni politiche. “Berlusconi è stato molto abile a fare un gioco per lui inusuale – ha detto Santoro – e cioè aspettare che gli altri sbagliassero. Anche le sue interviste sono apparse molto ragionevoli. Ha detto cose sagge. Anche se ora, piano piano, stanno vedendo fuori i suoi limiti”. “La sinistra sa solo criticare Renzi, Renzi ha perso smalto e Berlusconi è come me – ha continuato il giornalista – cioè una specie di vecchio saggio che si aggira sulla scena con l’aria di chi si chiede: ‘Che devo fare?’”.

Santoro ha parlato anche del Movimento 5 Stelle: “Mi preoccupa quello che succederà quando le speranze che i 5Stelle hanno alimentato saranno definitivamente deluse. Chi verrà dopo di loro? Oggi i sondaggi dicono che gli italiani vogliono l’uomo forte. Mi preoccupa, tutt’intorno a questo disastro, l’assenza di alternative”. Alla domanda su chi voterà, Santoro risponde: “Non saprei chi votare, avrei sognato, dopo tanti discorsi sul valore di quelli che hanno votato Sì al referendum, che ci fosse un tentativo di mettere insieme quel 40%, ma non c’è stato niente”.

Decrescita felice: Parisi ed “Energie per il Lazio”

Il conto alla rovescia si era concluso giusto una settimana fa senza esiti. Stefano Parisi, ex socialista, ex manager, ex candidato sindaco di Milano, aveva preso la cosa con virile rassegnazione: dopo aver dato sette giorni di tempo a Silvio Berlusconi per chiamarlo e offrire al suo “Energie per l’Italia” l’apparentamento col centrodestra, Parisi aveva registrato l’assenza di telefonate da parte del signore di Arcore trattenendo i singhiozzi. “Presenteremo le nostre liste in tutta Italia e supereremo la soglia del 3%”, aveva offerto il petto al destino, cinico e baro come da copione. E dire che Parisi e le sue Energie hanno un sacco di idee per l’Italia: competenze, mercato, concorrenza e soprattutto tagli, tagli di ogni genere, a cominciare da quello dei dipendenti pubblici, da mandare a casa a decine di migliaia. Come si vede, una calamita naturale di voti che però l’ex Cavaliere s’è finora dimenticato di aggregare al centrodestra.

Mentre andiamo in stampa è infatti in corso ad Arcore un vertice sulla composizione delle liste di Forza Italia per le Politiche e, soprattutto, per la scelta del candidato governatore del Lazio. Quest’ultima figura dovrà correre, sostanzialmente, per perdere: nessuno è riuscito a convincere, infatti, a ritirarsi il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi (tecnicamente iscritto a FdI), quindi chiunque venga scelto da Forza Italia e soci dovrà correre in una regione in cui sono forti sia il candidato Pd che quella dei 5 Stelle con un “nemico” alla sua destra.

E qui si torna a Parisi. L’ex Cavaliere si è sì dimenticato di chiamare quella settimana, ma ora ci ha ripensato: vuole l’ex candidato perdente a sindaco di Milano come candidato perdente a presidente del Lazio e offre in cambio un paio di posti sicuri alla Camera. Energie per il Lazio, dunque, che non sarà l’Italia ma è una bella regione: chissà se alla fine Parisi dirà di sì alla decrescita felice proposta da Silvio. Anche questo, d’altra parte, è un taglio e i tagli gli piacciono.

“Inciuci”, “imbarcati” e “arruffapopolo”: prima si odiavano, ora corrono insieme

“I festini hard non possono essere il criterio di selezione della classe dirigente!”. Bene, brava, bis. La folla applaude, schifata dagli scandali che stanno travolgendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel febbraio 2011.

Ad arringare piazza del Popolo, a Roma, è Giulia Bongiorno, l’avvocata che sarà capolista per la Lega e dunque, accidentalmente, si ritroverà in coalizione proprio con l’odiato Berlusconi. Ma in questa campagna elettorale la Bongiorno è solo l’ultima iscritta al club delle giravolte. Le regole per tesserarsi sono semplici: anni fa insultavi il tuo avversario e oggi ti ci candidi insieme? Benvenuto, si accomodi. Ne sa qualcosa Matteo Renzi, che il 30 novembre 2012 scriveva su Facebook: “Se vince Renzi, no a Casini. Nessun inciucio che ci impedisca di governare e di fare scelte”. E invece Casini sarà candidato dell’uninominale a Bologna, sostenuto, oltre che dalla sua lista, dal Pd, dai Radicali e dall’unione dei Socialisti e dei Verdi. Strano, perché proprio il leader degli ambientalisti Angelo Bonelli nel luglio scorso liquidava Renzi: “Dobbiamo costruire un’Italia nuova che sostituisca quella colonizzata dalle lobby del petrolio grazie al governo Renzi”.

Si saranno scambiati un segno di pace anche Francesco Boccia (Pd) e Fabrizio Cicchitto (Alleanza popolare), ripensando a quando il dem accusava l’ex alfaniano di “voler sciogliere quel che resta di Ncd nel Pd”, dando vita “ad alleanze contro natura”. Era il 20 ottobre 2015, due anni dopo che Ignazio Messina, leader dell’Italia dei Valori, aveva attaccato la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, talmente apprezzata da essere definita “ministro a sua insaputa”.

Acqua passata, vista l’alleanza di oggi, solida e profonda quanto quella tra i Radicali e il Pd, che hanno finalmente messo da parte i vecchi dissidi, come quando, nel 2016, il partito di Emma Bonino denunciò il governo Renzi alla Procura di Roma per avere “boicottato il voto al referendum sulle trivelle” con la sua strategia astensionista.

A proposito di strategia, chissà se Matteo Salvini si è poi convinto della “quarta gamba” del centrodestra. Il 12 dicembre era ancora scettico: “Se è vero che non voglio Lupi e Formigoni nell’alleanza? No, sono gli elettori di centrodestra che chiedono serietà. Non si può imbarcare la qualunque”. Lo stesso “la qualunque”, cioè Lupi, che a febbraio lo aveva definito “un arruffapopolo inconcludente” e che tra poco più di un mese vedrà il suo simbolo di Noi con l’Italia a fianco a quelli della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Salvini, Berlusconi e Meloni, dunque, nonostante in questi anni i tre se le siano cantate: “Meloni è una politica di professione” (Berlusconi, 29 aprile 2016), “mai più schiavi di Forza Italia” (Salvini, 18 settembre 2016), “Salvini è uno sbruffoncello” che sa “di non poter essere il candidato premier” (Berlusconi, 12 febbraio 2017).

Per non parlare degli insulti tra Flavio Tosi e Salvini, definito dall’ex leghista – ma oggi suo alleato nella quarta gamba – “una banderuola”, “un incoerente”, “uno smemorato” che si fa dare “del fannullone in Europarlamento” (21 luglio 2017). Uno scontro a lieto fine, come quello tra Raffaele Fitto (“La stagione di Berlusconi è finita, ma lui non vuole accettarlo”, settembre 2015) e l’ex Cavaliere (“Fitto, sei un parroco democristiano”, “sei come Fini!”, 1 ottobre 2014).

Ma anche chi si presenta da solo ha i suoi scheletri nell’armadio. Gregorio De Falco, per esempio, candidato coi 5Stelle, prendeva in giro su Facebook le gaffe di Di Battista (“ci delizia con il ‘premio Nobel Hollande’, ma Di Maio è ancora in vantaggio”). E al club c’è pure spazio per LeU: “D’Alema si ritiri dalla politica!”. Era il 6 dicembre 2013 e la frase compariva su Facebook. Il profilo? Quello di Giuseppe Civati. D’altra parte, diceva qualcuno, la politica è “l’arte del Possibile”.

La strana coalizione tra Salvini e B. divisi su quasi tutto

Il giorno dopo aver accolto a Bruxelles, con abbracci e pacche sulle spalle, il “non candidato” premier ed ex nemico numero uno delle finanze della Ue, Silvio Berlusconi, al presidente della Commissione Jean Claude Juncker deve essere tornato alla mente di colpo tutto il repertorio messo in campo dall’ex chansonnier, dalle battute sulle cancelliere “culone”, alle corna che spuntano magicamente dietro un capo di Stato durante una foto ufficiale. Solamente che questa volta la testa è la sua e la manina goliardica quella di un vero candidato premier della variegata coalizione di centrodestra.

Si tratta del segretario della Lega, Matteo Salvini, che dopo aver letto sui giornali le dichiarazioni del figliol prodigo dell’europeismo che giurava fedeltà eterna apponendo la mano sul 3% del rapporto deficit-Pil, ha ribadito la sua ferma intenzione, una volta al governo, di rovesciare sia il tavolo dell’euro che quello del Patto di stabilità. “Il numerino 3, se danneggia il risparmio, le famiglie italiane e il lavoro, per noi non esiste”, ha precisato Salvini in una conferenza stampa alla Camera, convocata per presentare due candidati della Lega che, da economisti, confermano che la moneta unica va considerata “un esperimento fallito”. Si tratta di Claudio Borghi, già responsabile economico del Carroccio e Alberto Bagnai, docente universitario da sempre assai critico verso euro e Fiscal compact. “Abbiamo il dovere di rimettere in discussione molte delle regole che governano l’Europa sulle banche, sulla pesca, sull’agricoltura. Fra Lega e FI ci sono due sensibilità diverse”, rileva il segretario del Carroccio, cercando di derubricare a livello sensoriale una questione europea che però da sola si porta dietro tre quarti del programma. E non è l’unica. A cominciare dalla premiership: chi farà il presidente del Consiglio se la coalizione composta da FI, Lega, Fratelli d’Italia e “quarta gamba” di Lupi, Tosi, Fitto e Cesa trionferà? L’ex Cavaliere prova a fare almeno il padre nobile, ma Salvini non ci sta. “Saranno gli italiani a decidere, chi prende un voto in più farà il premier, io o Berlusconi, che se potrà farlo lo farà”, ribadisce Salvini.

L’ex Cavaliere veramente vedrebbe bene il leghista al Viminale, come centravanti di sfondamento sulla sicurezza e gli immigrati che però, rimarcano a Forza Italia, sono entrambi materia europea. E che dire di quel “reddito di dignità” berlusconiano, che assomiglia tanto al reddito di cittadinanza proposto dai 5stelle da sempre bollato dalla Lega come forma di parassitismo? Nel tiro alla corda tra Arcore e via Bellerio si inserisce anche Giorgia Meloni: a se stessa assegna un dicastero di peso (Interni, Esteri o Difesa), mentre Salvini andrebbe bene al Welfare, visto che “c’è il problema della legge Fornero”. Già, la riforma delle pensioni: la Lega e FdI la vorrebbero cancellare, FI solo limare alcuni punti. Chi prevarrà? Il segretario del Carroccio taglia corto: “Se Salvini e la Lega il 4 marzo prendono più voti, i nostri programmi saranno quelli che si imporranno”. Insomma chi vince prende tutto e gli elettori di FI e FdI se ne faranno una ragione.

Intanto il crogiolo di ex democristiani ed ex forzisti di rito cattolico con una spruzzata di leghismo democratico di “Noi con Italia”, la “quarta gamba” della coalizione, per ora sta a guardare: ha ottenuto i seggi che chiedeva e ha solo il compito di portare in cambio i voti promessi. Ci ha pensato la Cei a tirare le orecchie alla Lega e al centrodestra sullo Ius soli, le promesse fatte a vuoto e per chi “specula sulla paura degli immigrati e parla di razza per fini elettorali”. Ma sull’Europa lo scudo crociato una cosa la vuole dire: “Le interpretazioni e le preoccupazioni di una coalizione di centrodestra antieuropeista sono del tutto infondate”, rassicura il capo politico Raffaele Fitto. Troverà il modo di spiegarlo anche a Salvini e a Juncker?

Bonino, Casini & C: guerra con il Pd per i posti in lista

Le alleanze si sono formalizzate solo domenica scorsa, alle elezioni mancano ancora quasi 6 settimane e la coalizione-bonsai, messa su dal Pd di Renzi, con la lista +Europa di Emma Bonino, Civica popolare di Beatrice Lorenzin e Insieme di Angelo Bonelli, già mostra segni di cedimento. Motivo? La trattativa sulle candidature, tanto per cominciare. L’ultima offerta di Renzi erano 18 collegi di cui 11 sicuri (rispettivamente, 4, 4 e 3). Ma il segretario dem stenta a trovarli e i “coalizzati” chiedono comunque garanzie.

I casi più eclatanti sono proprio quelli che riguardano i big: Lorenzin, Bonino e soprattutto, Pier Ferdinando Casini. Le Regioni più forti (ovvero Emilia Romagna e Toscana) si devono “caricare” gli esterni al Pd, non esattamente popolari nell’elettorato di centrosinistra: dunque, le resistenze si sprecano. Francesco Cretelli, il segretario dem di Bologna, aveva accettato di schierare Casini in città, dopo lunga pressione da parte di Renzi. Dopodiché l’Emilia Romagna, con il segretario Paolo Calvano, aveva esplicitato la difficoltà a garantire troppi non dem: a farne le spese dovrebbe essere, per iniziare, Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente. Tali e tante le polemiche su Casini che Renzi lunedì pomeriggio aveva anche pensato di spostarlo. Alla fine, è stato Dario Franceschini a dire la parola fine: “Chiudiamo subito ogni polemica e resistenza su Casini o su altri esponenti dei partiti alleati candidati comuni nei collegi uninominali, da Bonino a Lorenzin a Tabacci. Le coalizioni portano a questo, come era per l’Ulivo. Lo sapevamo già quando abbiamo discusso nel Pd proprio per andare verso una politica di alleanze. È contraddittorio che chi ha sostenuto quella linea oggi resista rispetto a candidati nei collegi di liste alleate”.

Nel frattempo, infatti, a Prato è scoppiato il caso Lorenzin. Il collegio individuato per lei sarebbe quello. Ma ieri è stato il renzianissimo sindaco, Matteo Biffoni, a protestare (su Repubblica di Firenze): “Con lei vincere sarebbe molto più complicato”. Pare che Emma Bonino in Piemonte, nel collegio Torino 1 resista. Ma anche lì non senza proteste, visto che i dem piemontesi si devono già prendere Piero Fassino come capolista al proporzionale, nonostante il loro scetticismo. Quanto a Insieme, ieri Riccardo Nencini e Giulio Santagata hanno voluto incontrare Renzi per chiedergli garanzie sulla loro presenza nelle liste. Vorrebbero cinque posti ma, secondo fonti Dem, rischiano di non arrivare neanche all’1% e ne avranno la metà.

Poi, c’è il caso Lazio, dove la Lorenzin non è in coalizione con il governatore Pd uscente, Nicola Zingaretti: “La vicenda laziale lascia un segno”, ha detto ieri. Sia lei che la Bonino hanno detto in maniera non proprio convincente che troveranno il modo di stare insieme anche dopo il voto, nonostante le differenze. “Credo semplicemente che io rimarrò Radicale e che andrò avanti per la mia strada, come credo farà anche lei. Farò le mie battaglie sperando di poter avere più voti di lei per poterle realizzare”, ha detto la leader di +Europa.

Ci sono una serie di questioni di fondo: Renzi ora fa l’europeista, ma ieri non ha mancato di riproporre il “ritorno a Maastricht” per riportare il deficit al 2,9%. Proprio mentre la Bonino lo punzecchiava: “Renzi sull’Europa è stato molto altalenante, forse perché non aveva capito bene”. Senza contare che sull’immigrazione lei e un esponente di spicco non solo del Pd, ma pure del governo, come Marco Minniti, sono su posizioni diametralmente opposte.

D’altra parte, che le coalizioni rese obbligatorie dal Rosatellum si riveleranno il 5 marzo essere solo un cartello elettorale, lo ammettono pure svariati candidati a microfoni spenti. E lo dimostrano i continui ragionamenti che si fanno nei palazzi della politica per capire quale maggioranza sarà possibile: lo scenario che va più forte resta l’alleanza tra Pd e Forza Italia, senza le ali, ma non manca chi ragiona su altre variabili.

Sulle liste al Nazareno sono in ritardo. Ragionare su 200 posti in meno da assegnare non è facile. Ieri, teneva banco il problema Maria Elena Boschi. Al Nazareno, per tutta la giornata i vertici dem la davano in vari listini proporzionali, tra cui Trentino Alto Adige e la Toscana. Mentre Renzi assicurava che invece avrà un collegio: in Trentino, però, non a Firenze, contro Michaela Biancofiore. La decisione pare quasi definitiva. Grazie ai voti dell’Svp, la Sottosegretaria si guadagna il suo collegio. Paracadutata sarà pure Valeria Fedeli, altro caso spinoso: dovrebbe correre a Piombino.

Professione pericolo

A qualcuno parrà strano, ma vorremmo spezzare una lancia, ovviamente etrusca, per Maria Elena Boschi: qualcuno, per favore, le dica dove sarà candidata perché questo gioco dell’oca (absit iniuria verbis) fra la natia Toscana e la Basilicata, le Marche e la Lombardia, la Campania e il Lazio, la Sardegna e il Trentino Alto Adige rischia di umiliarla. È vero che i collegi blindati sono pochi e tutti li vogliono dunque nessuno la vuole. Però insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe: è la Madre Ricostituente della Terza Repubblica, mica un pacco postale. Nelle ultime settimane, dopo i figuroni in Commissione banche, le cronache la sballottano tra Arezzo (dove non può più metter piede nemmeno col burqa), Firenze e Lucca, la catapultano chissà perché fra Pomigliano d’Arco ed Ercolano (Pompei no), la rimbalzano come una pallina da flipper dal Frusinate ad Ascoli Piceno, la palleggiano da Matera a Potenza, la destinano fra le brume brianzole e poi fra i nuraghe sardi, infine la paracadutano in quel di Bolzano (dove Renzi conta molto sui voti della minoranza tedesca che, parlando poco l’italiano, potrebbe non capire bene cosa dice). E lei ogni volta, secchiona com’è, si mette lì, curva sul suo desco a studiare gli usi e costumi locali, ma soprattutto i dialetti e gli accenti per sintonizzarsi con gli eventuali elettori. Ora se non le cambiano ancora destinazione, dovrà equipaggiarsi alla tirolese, divisa in panno verde, berretto con ponpon e stella alpina d’ordinanza, borraccia, piccozza, scarponcini, corde e ganci da arrampicata, per guidare l’ala rupestre del Giglio Magico.

A prescindere dal patetico caso umano, sarebbe interessante sapere come la mette il Pd col suo Statuto, che all’articolo 19 impone per i candidati al Parlamento una “selezione a ogni livello col metodo delle primarie o… con altre forme di ampia consultazione democratica” rispettose di “principi” come “la rappresentatività sociale, politica e territoriale dei candidati”, la “competenza” e “la pubblicità della procedura di selezione”. Ora la Boschi è certamente competente su almeno una materia: le interferenze per salvare banca Etruria (non a caso finita in bancarotta). Invece non risulta alcuna “pubblicità della procedura di selezione” del suo nome in Trentino Alto Adige. E neppure una sua “rappresentatività territoriale” in loco, a parte la celebre gita turistica a Madonna di Campiglio spacciata per “missione istituzionale”. Se però i suddetti principi, in un partito che si chiama democratico, sono traducibili in un semplice “decide tutto Renzi, fatevi i cazzi vostri”, va benissimo così.

Ciò che invece ci preoccupa, oltreché della Boschi, è la sorte di Emma Bonino. Brillantemente aggirato l’obbligo di raccogliere le firme per presentare la lista +Europa grazie all’annessione di Tabacci, ora deve risolvere un altro problema ancor più seccante: come aggirare l’obbligo di raccogliere voti per essere eletta. Che poi è lo stesso rovello che affligge la Boschi, ma con una complicazione. La Boschi è candidata nel Pd, partito che – se non scende ancora – lo sbarramento del 3% dovrebbe proprio superarlo: quindi, se non passa nell’uninominale, avrà fino a 5 paracadute nelle liste bloccate del proporzionale. Invece, nei sondaggi, la lista +Europa è ben sotto il 3%: nel proporzionale non eleggerebbe nessuno e la Bonino avrebbe un colpo solo da sparare, nel maggioritario e senza paracadute. Perciò, stando ai bene informati, avrebbe chiesto al Pd un collegio blindato per sé e qualcun altro per i fedelissimi, onde evitare di restare a casa (sarebbe la prima volta da 42 anni, dopo 8 legislature in Italia e 3 in Europa). Il guaio è che i collegi sicuri del Pd sono tutti sull’appennino tosco- emiliano: il Nord è tutto forzaleghista e il Lazio e il Sud sono a maggioranza M5S. E nelle due regioni rosse c’è la ressa di chi ama vincere facile.

Ora, che ad aprirsi il doppio paracadute (collegio blindato e proporzionale) siano partiti che non hanno votato questa lurida legge elettorale, passi. Ma che siano pure quelli che l’hanno votato e addirittura scritto, come il Pd e i suoi derivati, è davvero bizzarro. Ma come, Renzi non aveva assicurato il 20 ottobre che “col Rosatellum i cittadini potranno scegliere il proprio deputato e il proprio senatore perché ci sarà una scheda in cui si sa chi si elegge?”. Ed Ettore Rosato, autore del capolavoro, non aveva spiegato il 10 ottobre che “bisogna ridare fiducia agli elettori che sapranno scegliere fra le persone serie e i populisti”? E allora tranquilli, compagni: anziché scervellarvi per trovare un paracadute a tutti, abbiate fiducia negli elettori e vedrete che tutto andrà per il meglio. I radicali, poi, si battono da sempre per il maggioritario secco all’inglese: un eletto per collegio e tutti gli altri a casa, vinca il migliore. “Noi radicali – dichiarava la Bonino il 20.7.2009 – siamo sostenitori del bipartitismo fondato sui collegi uninominali”. E il 3.10.2011 tuonava contro i sistemi elettorali che fanno scegliere i candidati “al potere oligarchico dei segretari di partito. Il collegio uninominale secco o a due turni è l’unica strada. I collegi dovrebbero essere come in Inghilterra di 85 mila elettori, per consentire un rapporto tra gli elettori e l’eletto”. Giusto: il bello dell’uninominale è il rischio, lo scontro diretto, spericolato, acrobatico, senza rete. Perciò non crediamo alle malelingue che vogliono la Bonino in fila col numeretto per un collegio blindato lontano da casa. Anzi siamo certi che, per coerenza con le grandi battaglie radicali, non accetterà né la Toscana né l’Emilia come una Boschi qualsiasi. Essendo di Bra, si candiderà senz’altro a Cuneo, “come in Inghilterra”, senza farsi paracadutare dal “potere oligarchico dei segretari di partito”. O no?