Marchionne e il giallo della Ferrari elettrica

“L’introduzione delle auto elettriche, senza che venga risolto il problema di produrre l’energia da fonti rinnovabili, è una minaccia per l’esistenza del nostro pianeta”. Così Sergio Marchionne lo scorso ottobre parlando a Rovereto. “Entro il 2025 la metà delle auto in circolazione saranno ibride o elettriche”, sempre l’ad di Fca ma qualche giorno fa al salone di Detroit. Cosa sia cambiato nel frattempo non è dato sapere. Le auto a batteria restano un cruccio per il gruppo Fca, indietro rispetto alla concorrenza su questa tecnologia almeno fino a prova contraria. E in ballo ci sono pure le Rosse: “Ferrari non sarà mai elettrica. Una supercar di Maranello a emissioni zero è un concetto osceno”. Parole pronunciate al salone di Ginevra del 2016, che fanno da contraltare a quelle dette a Detroit: “La supercar elettrica? Se c’è qualcuno che la deve fare per primo è la Ferrari”.

Una svolta epocale. Tenendo presente che per sviluppare un’auto del genere ci vogliono anni e che a fine 2019 una supercar elettrica arriverà veramente (la versione definitiva della Porsche Mission E), delle due l’una: o Marchionne è un genio, o sta prendendo per il naso tutti. Oppure qualcuno deve averlo informato che nessun costruttore, neanche il più esclusivo, potrà sopravvivere alle prossime norme sui limiti alle emissioni senza avere in gamma un modello 100% elettrico, insieme ad altri ibridi. E allora sarà interessante vedere come e con cosa arriverà in tempi più rapidi alla meta rispetto a chi è partito prima.

Nuova limousine di Putin con un po’ d’Italia dentro

Quella che vedete qui accanto è una delle prime foto spia della prossima limousine del presidente russo Vladimir Putin, i cui prototipi sono attualmente impegnati in test su strada (e su ghiaccio) visto che la consegna ufficiale è prevista per il prossimo mese di maggio. Attualmente lo zar viaggia su una flotta di Mercedes Classe S, ma non aveva mai nascosto il desiderio di avere qualcosa di più autoctono nel parco auto del Kremlin Garage. Allora per accontentarlo si è mosso l’ente di Stato per lo sviluppo automotive, il Nami Research Institute, che ha messo su il progetto “Cortege” (cioè corteo, kortezh il lingua russa). Una vera e propria piattaforma costruttiva che prevede 4 varianti di carrozzeria: oltre alla limousine di rappresentanza, anche una più modesta a passo corto (quella in foto), una sport utility e un minibus. Il numero complessivo dei veicoli che verranno realizzati non è però stato reso noto per ragioni di sicurezza. Data la complessità dell’operazione, poi, si sono mosse per dare una mano anche prime firme locali dell’automotive come Sollers, AvtoVAZ e Kamaz, nonché dell’aeronautica e dell’industria militare come la Rostec. Ma nell’auto in cui si accomoderà Putin c’è anche un pezzo di Italia: la Brembo fornirà, infatti, l’impianto frenante mentre l’azienda padovana Blowtherm, dopo aver realizzato un impianto di verniciatura per i velivoli dell’Aeroflot, si occuperà di regalare una tinta brillante anche alla futura auto presidenziale. Per lo sviluppo e la dinamica dei veicoli, infine, è stata coinvolta anche la Porsche Engineering. Perché ai russi piace andare sul sicuro.

All-in su Alfa e Maserati

Manca parecchio al 1° giugno, quando Sergio Marchionne presenterà il nuovo piano industriale quadriennale di Fca. Ma già al Salone di Detroit l’ad ha svelato gli obiettivi prioritari del suo Gruppo: ultimare il rilancio di Alfa Romeo e Maserati. Nel 2017 la produzione del Biscione è salita del 62% a oltre 150 mila unità: cifra distante dalle 400mila auto pronosticate dall’azienda nel 2014.

All’epoca vennero annunciati 8 prodotti inediti ma ne sono arrivati soltanto due: Giulia e Stelvio. “Considero Alfa Romeo un lavoro incompiuto perché due modelli, per quanto di successo, non bastano. La sorella maggiore della Stelvio e quella minore della Maserati Levante avranno precedenza su tutto il resto”. Sport utility che molto probabilmente sfrutteranno la medesima piattaforma costruttiva e la tecnologia mild-hybrid, introdotta sull’ultima Jeep Wrangler.

La vera locomotiva della multinazionale rimane proprio Jeep: il suo successo internazionale “è addirittura inaspettato”, ha detto Marchionne. E, secondo alcuni analisti, è alla base della miracolosa crescita di Fca in Borsa. Perciò l’ipotesi di un eventuale scorporo di Jeep dal Gruppo – come fatto con Ferrari – potrebbe avere effetti destabilizzanti sul titolo Fiat-Chrysler ed è quindi da escludere nel medio termine.

I trionfi finanziari dell’azienda profumano poi di nubilato: “Siamo indipendenti e non abbiamo bisogno di partner industriali. Nemmeno dei cinesi”. Anche se ci vorrà qualche mese per uscire pienamente dalle secche: “Se saremo bravi riusciremo a centrare l’azzeramento del debito industriale nel secondo semestre 2018”.

Rimane invece tutto da definire il destino di alcuni celebri modelli: Fiat Punto e Alfa MiTo sono alle ultimissime battute della loro carriera. E la Lancia Ypsilon, nonostante il buon riscontro del mercato nazionale, appartiene a un marchio per cui non sono previsti ulteriori investimenti. La piccola Fiat 500? Risale al lontano 2007. Interrogato sul possibile debutto di una versione europea della Argo, la Punto per il Sudamerica, Marchionne ha risposto: “Ne parliamo quando presentiamo il piano”. Un’apertura, nel gergo del numero uno di Fca.

Non stupirebbe se la nuova strategia del Gruppo fosse di produrre le auto a maggiore redditività in Italia e concentrare la fabbricazione dei prodotti generalisti negli stabilimenti esteri. Una ricetta già collaudata con la best-seller Fiat Tipo, prodotta in Turchia e proposta a prezzi molto competitivi. Un’indicazione in tal senso deriva dallo stesso ad: “Potremmo riempire tutti gli stabilimenti italiani con Alfa e Maserati, è più intelligente da fare di altro”.

L’esordio dei Dunk, superband punk-rock

Con velleità artistiche che vanno ben oltre la formazione di una punk-rock band, i fratelli Ettore e Marco Giuradei, protagonisti, dopo una lunga militanza, del mondo indie bresciano, si presentano al grande pubblico con un progetto ambizioso che va sotto il nome di Dunk. Una “superband” con un paio d’assi nella manica, che sono la batteria di Luca Ferrari, in licenza temporanea dai Verdena, e la chitarra di Carmelo Pipitone, prestato dai Marta Sui Tubi. Due presenze che contano, decisive nell’imminente tour che partirà dalla Latteria Molloy di Brescia il prossimo 9 febbraio. Le 11 canzoni che compongono l’album omonimo, sono frutto di jam informali tenute presso la Taverna Studio e il risultato è un disco muscolare, diretto, crocevia tra hard rock, psichedelia e punk, che seduce con quel suo carattere ambiguo ed evidenziato dai frequenti cambi d’atmosfera e dagli intrecci sonori. I pezzi più efficaci: Avevo Voglia, È altro, e Noi non siamo, singolo accompagnato dal bel video realizzato da Silvano Richini.

Liberato canta l’amore Lgbt (e la sua fine)

“Liberato canta ancora”: così il famoso e anonimo artista napoletano, sabato sera all’improvviso è tornato a far parlare di sé pubblicando un nuovo brano sul suo canale Youtube, “Me staje appennenn amò”, un modo gergale per dire: mi stai lasciando amore. In pochi giorni il video, sempre di Francesco Lettieri, è quasi arrivato a mezzo milione di visualizzazioni. Dopo l’esordio del singolo Nove maggio a cui sono seguiti Tu t’e scurdat’ ‘e me e Gaiola portafortuna continua il mistero sulla sua vera identità. Forse Liberato non vive nemmeno più a Napoli, ma una cosa è certa: il suo team di lavoro non sbaglia un colpo nella comunicazione, nell’immagine e soprattutto nel mantenere nascosta la sua identità. Una voce eterea, (neo)melodica che strizza l’occhio al suono trap elettronico, che canta di amori finiti con un linguaggio semplice e moderno, al punto che nei commenti su Facebook un fan ironicamente scrive: “Troviamo una ragazza a Liberato.”

Le immagini del talentuoso regista Francesco Lettieri sono un racconto nel racconto, ormai le canzoni di Liberato sono inscindibili dai suoi video. Insieme sembrano sviscerare il sentimento dell’amore in ogni sua declinazione con le parole e con la scelta degli attori: prima una bambina, poi un ragazzo e una ragazza appartenente a classi sociali diverse, poi due ragazzi di colore dell’hinterland napoletano e ora attraverso il mondo LGBT. “Il nuovo video – spiega Lettieri – rispetto ai precedenti ha un taglio più documentaristico, per la prima volta non abbiamo scelto attori ma persone che si trovano a recitare se stesse”. Chi ha scelto il soggetto del nuovo video? “Questa volta – continua Lettieri – l’ha scelto Liberato, altre volte io. Ci fidiamo molto l’uno dell’altro e amiamo lavorare assieme, partiamo sempre dagli stereotipi per poi tentare di romperli attraverso il racconto di una Napoli vera e contemporanea”. Il messaggio di Liberato/Lettieri è semplice e chiaro: l’amore è un sentimento universale, è l’unica cosa che conta e non conosce limiti di età, di classe e di genere.

“Roma è bella, ma poi Milano non è così cattiva”

“Bella come Roma / stronza come Milano. Stasera mi sbronzo, domani ti amo”. È uno di quei motivi che una volta ascoltati è difficile togliersi dalla testa. Un tormentone. “Nato tale per caso, ma anche con l’obiettivo che lo diventasse”. Sembra tutto un ossimoro.

Dalla canzone, Bella come Roma, a chi l’ha scritta. La prima ha fatto segnare in tre giorni 20 mila ascolti su Spotify, quasi a insaputa dei suoi autori: i Viito. Giovani esordienti sorti dal panorama indie-pop romano. All’anagrafe Vito e Giuseppe, cantautori ventenni e romani di adozione. Un duo comico, a differenza del primo singolo “nato da un brutto momento sentimentale per entrambi”, con cui, però, paradosso, appunto, hanno provato a sdrammatizzare proprio “quel disagio” dilagante “nel sottobosco indie”, spiega Giuseppe. “Il disagio comunque c’è”, ci tiene a precisare Vito. Il risultato? Un album (“più che altro una canzone dopo l’altra”) scritto in cameretta (i due dividono anche l’appartamento) e registrato in uno studio romano. “La produttrice dello studio ha mandato le nostre tracce alla Sugar – cosa che abbiamo scoperto facesse regolarmente – e l’etichetta ci ha chiamato a Milano per un colloquio, chiedendoci di portare la chitarra”, spiega Giuseppe. Da lì comincia a essere storia quella dei Viito. Un contratto con la casa discografica. “Un album che arriverà entro fine anno e tantissimi messaggi e tag sui social”, raccontano ancora stupiti dall’inatteso successo. “Prima dei Viito, suonavo cover di cantautori italiani nella piazzetta di San Lorenzo. È lì che Giuseppe mi ha raccattato”, confessa Vito. Quello più pop dei due. “Ascolto solo cantautorato italiano. Infatti Sanremo di quest’anno mi piace. Sono curioso di sentire Ron, gli Stato Sociale e Elio. E sono contento per Baglioni: finalmente al posto che merita”, dice Vito. “Ecco, io di queste cose non so niente”, commenta Giuseppe. “Vengo da un ascolto misto, perché mi sono occupato anche di organizzare eventi in passato. E quando suonavo mi ispiravo a un tipo di musica più vario, di pop non so molto. Tra i due l’aria fresca a casa la porta Vito, che suona ogni sera”. Ritornelli orecchiabili, versi che diventano martellanti. Bella come Roma, il primo singolo ha sicuramente tutti questi ingredienti. “È nata così: io avevo la melodia. Con Vito abbiamo scritto le parole e insieme ci sembrava che potessero funzionare”. E infatti funzionano. O meglio, “ricevono molta spinta dal basso”, come loro, che a quel basso ci tengono a continuare a tendere l’orecchio ancora per un po’.

“L’etichetta ci aveva proposto di tentare Sanremo già quest’anno. Ma abbiamo rifiutato. Abbiamo il polso della situazione e non è ancora il momento”, sostengono. Come dar loro torto. Due che scrivono: “quant’era stupido cercarti, tra le miniere della metro/ dove i minuti sono i tuoi diamanti”, se non hanno il polso della situazione generale, per lo meno Roma la conoscono bene. E anche Vasco, che citano nel pezzo.

Liberate Morandi da Facebook (prima che si tocchi)

Dimenticate le dirette video delle ciliegie raccolte in giardino, del portico da pulire armato di scopa o delle pause pranzo con la sua adorata Anna. La versione live di Gianni Morandi su Facebook (ieri alle ore 15 dalla sede di Milano) è tutta condensata in un commento: “Gianni, toccati. Che a forza di dire che sei giovane, ti porti rogna”. E lui laconico e con voce sommessa: “Non posso, ci vedono in troppi”. Per circa 40 minuti il cantante, che vanta oltre due milioni e mezzo di seguaci, avrebbe dovuto dimostrare di essere un vero e proprio social addicted. Ma tra il tablet che non funzionava, l’evidente difficoltà nel leggere commenti, assistenti che entravano e uscivano dall’inquadratura per dargli supporto, alla fine a salvare la diretta c’ha pensato Pietro, il figlio di Gianni. Per circa 20 minuti ha intrattenuto i fan che non ne potevano più di sentire Morandi padre lamentarsi sui possibili acciacchi post-concerto (“Anche se non li dimostro, ho comunque una certa età”), e ha fatto outing: “Io uso solo Instagram, Facebook è da vecchi”. Aridateci Anna.

Provincia, amici, lavoro. È tutto “Made in Italy”

Vent’anni sono tanti per ritrovare le parole perse, ma sedici forse sono troppi per rimettersi dietro a una macchina da presa. Il mondo, nel frattempo, è cambiato: i ragazzi più giovani non sanno nemmeno cosa siano gli anni Settanta di Radiofreccia e la provincia, quella provincia così autentica e sana che si respirava tra le campagne di Correggio, è stata anch’essa travolta dal vento di malessere e di crisi che ha investito il Paese. E così il sogno di un domani migliore diventa la fotografia di una sconfitta generazionale che brucia anche sulla pelle di chi, come Riko, in fondo voleva soltanto una vita normale.

Nel novembre 2016, quando Ligabue ha presentato l’album Made in Italy, era già chiaro che quel concept sarebbe diventato un film. La storia era già scritta, tanto che le riprese sono partite sei mesi dopo. Ancora una volta prodotto da Domenico Procacci e distribuito da Medusa, la pellicola sarà nelle sale con 400 copie da giovedì prossimo. Chi ha ascoltato l’album, sa già cosa andrà a vedere – e forse ne rimarrà un po’ deluso: Riko (Stefano Accorsi, ritrovato dal rocker-regista vent’anni dopo Radiofreccia, formidabile ballerino davanti a una mortadella di 8 metri) è un operaio di mezz’età che vive nella casa costruita da suo nonno e ampliata da suo padre nei dintorni di Reggio Emilia. Lavora in un salumificio, ha un figlio che deve andare al Dams e un matrimonio in crisi con Sara (Kasia Smutniak, signora Procacci per le malelingue, una spanna sopra gli altri per la recitazione) che fa la parrucchiera. Riko e Sara frequentano gli stessi amici da sempre, esattamente come Luciano Ligabue, che di secondo nome fa Riccardo, guarda caso, e che ha ripreso l’abitudine di incontrare la storica compagnia una volta a settimana in una villa affittata per l’occasione. “È una categoria di persone che nessuno racconta” spiega il musicista alla presentazione della pellicola. E allora si può dire che Riko è un po’ l’ater ego di Luciano, ma è – nelle immaginarie sliding doors – quello che è entrato nella porta meno fortunata. “Da una decina d’anni provo un sentimento d’amore frustrato verso l’Italia – ancora Ligabue –, che nonostante tutti i suoi problemi resta il Paese più bello del mondo”. Così nel microcosmo reggiano di Riko si inseriscono i mali di una generazione e pure quelli di un intero popolo: dalla perdita del lavoro al vizio del gioco, dalle parole fantasma come spread alla falsità della stampa, dai figli perduti a quelli che non se ne vogliono andare, dai tradimenti ai genitori malati di Alzheimer. Forse un po’ troppo per una storia che vuole nascere particolare e che così, in centoquattro minuti, non riesce ad approfondire tutti i temi. Ma forse non è questo che interessa al regista, bravo nel fotografare da vicino i volti e le espressioni dei suoi protagonisti, soprattutto laddove i dialoghi risultano un po’ forzati.

La chiave del film – così come dell’album – sta tutta in una frase che il migliore amico di Riko, Carnevale (interpretato dal bravo Fausto Maria Sciarappa), pronuncia al termine di una serata di carte e alcol: “Il mondo non fa poi così schifo. Se vuoi cambiare qualcosa, cambia prima te stesso”. “Il cambiamento è una cosa che fa paura – spiega ancora Ligabue –, perché si pensa possa portare brutte cose. Ma al cambiamento non puoi opporti”. E così Riko decide di prendere in mano la sua vita, di cambiarla, dopo aver ricevuto una manganellata in testa da un poliziotto durante una cinematograficamente improbabile manifestazione a Roma per la difesa dell’articolo 18 (nel disco è la bella L’occhio del ciclone). Non è tutto facile ciò che lo aspetta al rientro a Reggio, anzi, ed è vero che bisogna toccare il fondo per cominciare a risalire: “Per cambiare l’Italia dobbiamo cambiare noi – aveva detto nel 2016 il rocker – dobbiamo acquisire maggiore consapevolezza di noi stessi e nel nostro posto nel mondo. Il sistema che c’è lì fuori è ben radicato e, visti gli ultimi sviluppi, promette di peggiorare. Noi siamo vittime e complici”.

Sono passati i tempi di Radiofreccia e pure quelli di Da zero a dieci. Però, proprio come cantava in Ho perso le parole, Liga avrebbe forse dovuto crederci un po’ di più.

I mea culpa a ripetizione del Papa per salvare il suo “cerchio magico”

Bergoglio chiede ancora una volta perdono per i crimini dei preti: “Ho sbagliato a esigere le prove dalle vittime, per loro è stato uno schiaffo”. È raro che un Papa faccia un mea culpa così pubblico e didascalico. L’ha fatto perché la lotta contro gli abusi sessuali – e le conseguenze per il clero – è uno dei pilastri del suo pontificato. Poi di sicuro il Papa non può rompere con uno dei pochi cardinali nordamericani che gli sono vicini e che lo aveva criticato per come aveva finora gestito lo scandalo. Tra l’altro, O’Malley, non solo è presidente della commissione per la tutela dei minori ma è anche uno dei 9 componenti del collegio dei cardinali che assiste il Papa per le riforme. Il C9 si è molto indebolito per lo scandalo dell’arcivescovo australiano Pell, che resta in organico ma non mette piede a Roma da mesi e forse non tornerà più a prescindere dall’incriminazione per abusi e stupro. Pure il segretario di Stato Parolin, membro del C9, attraversa un momento di svolta con la difficile coabitazione con il sostituto Angelo Becciu (Affari generali). Anche per questo il Papa ha bisogno di O’Malley. Terzo motivo. Questo cappuccino è quello che ha affrontato la ricostruzione della diocesi di Boston rasa al suolo sullo scandalo pedofilia (raccontata nel film Il caso Spotlight). O’Malley, proprio in questi giorni, deve nominare assieme al Papa i nuovi membri della commissione per i minori che lui presiede, creata per espressa volontà di Bergoglio nel 2014.

Regeni, la stampa e l’Italia: due anni di teatro della verità

Adue anni dall’assassinio di Giulio Regeni la verità pare finalmente vicina. O almeno sappiamo dove cercarla: negli oscuri ambienti accademici dell’università di Cambridge che cinicamente usarono il ricercatore per costruire una cospirazione filo-islamica, forse anti-italiana. Il fatto che Regeni sia stato ucciso al Cairo e non a Cambridge pare avere una qualche rilevanza ma anche su quel fronte, buone notizie: la Procura egiziana, incalzata dal nostro governo, ha mandato importanti carte a Roma, così dimostrando, lo certifica il ministro Minniti, la volontà di al Sisi di collaborare alla scoperta della verità, da cui evidentemente il feldmaresciallo non ha da temere. Questa è grossomodo la sintesi di quanto si è letto e ascoltato in questi giorni, ed è abbastanza per porre con urgenza la domanda che aleggia da due anni sopra questa per nulla oscura vicenda: l’Italia ha ancora un’informazione o ha deciso di farne stoicamente a meno? La seconda, potremmo rispondere ripercorrendo le contorsioni di cui è stato capace il giornalismo italiano in questo tempo.

L’arresto e l’uccisione di Giulio Regeni sono eventi nel complesso lineari, nitidi. Segnalato da un informatore ai servizi segreti egiziani per una vendetta personale o per un malinteso, Regeni fu arrestato nel giorno più temuto dal regime, il 25 gennaio, anniversario della rivoluzione egiziana spenta dal golpe del 2013, e nei paraggi di un luogo altamente simbolico, piazza Tahir, lì dove la sollevazione cominciò. L’apparato che deteneva il ricercatore lo torturò per sette giorni e infine lo soppresse intenzionalmente (con un colpo di karate, accertò l’autopsia), probabilmente per evitare che potesse raccontare quel che aveva subito. È verosimile che l’eliminazione di un occidentale richiedesse l’autorizzazione dello stesso al-Sisi. In ogni caso in seguito il regime è stato tetragono nel rifiutare la colpa di quella morte. Ma dopo tante sguaiate menzogne, quando infine ha deciso di costruire una versione convincente ha finito per scoprirsi. Alla fine di marzo 2016, quasi due mesi dopo la morte di Regeni, la polizia attribuì l’omicidio a 5 egiziani morti in uno strano ‘scontro a fuoco’ con gli agenti.

Quando però l’ambasciata italiana e il legale dei Regeni, la combattiva Alessandra Ballerini, tentarono di vederci chiaro, emerse che i documenti del ricercatore, secondo il regime trovati in casa di uno degli egiziani uccisi e perciò ‘prova’ della loro responsabilità, in realtà erano stati portati lì da un ufficiale della polizia. Un ufficiale di cui, da allora, la Procura di Roma conosce il nome.

Questo clamoroso autogol obbligò l’informazione italiana e i suoi molteplici ispiratori ad abbandonare la tesi propalata fino a quel giorno da grandi giornali e tg: Regeni ucciso da nemici dell’Italia e di al-Sisi per rovinare i proficui rapporti di amicizia intessuti da Roma e dal Cairo. Lo stesso al-Sisi l’aveva fatta propria in una intervista a Repubblica nella quale aveva ricordato tanto i motivi che lo rendevano prezioso all’Italia, dai giacimenti dell’Eni all’influenza egiziana sulla Libia orientale, quanto l’amicizia e la stima, ricambiati, che lo legavano a Renzi. All’epoca quasi tutta l’informazione era renziana, l’Eni rappresenta un grande inserzionista e al-Sisi appare tuttora a molto giornalismo il ‘male minore’, un tiranno ‘filo-occidentale’ che tiene a bada ‘gli islamici’ con inevitabile brutalità. La somma di questi fattori dà come risultato un’informazione altamente omissiva, costruita sul rifiuto di mettere in relazione l’uccisione di Regeni con i metodi di un regime golpista che si è presentato al mondo massacrando 1200 dimostranti e sbranandone centinaia nelle sue sale di tortura.

A noi interessa solo la morte di Giulio Regeni, almeno ufficialmente. Sicché se al-Sisi ci consegnasse tre sgherri qualunque, torneremmo a salutarlo renzianamente, come ‘grande amico’, ‘statista’ e ‘salvezza del Mediterraneo’. Ma poiché neppure questo ripiegamento tattico pare nelle intenzioni del regime, per il governo italiano sta diventando complicato conciliare due obiettivi divergenti, non irritare il Cairo e allo stesso tempo fingere di tener fede a un’indefettibile desiderio di verità.

Ecco allora prendere quota la variante denominata ‘la pista Cambridge’. Avvalorata da Renzi e dal ministro degli Esteri Alfano con dichiarazioni severe, vuole che la tutor di Regeni nasconda il segreto della sua morte, presumibilmente un piano cospirativo finanziato con diecimila sterline. Vi alludono cronache giudiziarie fumose nelle quali ciò che pare certo nel primo capoverso diventa dubbio già nel terzo. Peraltro una conoscenza anche minima dell’Egitto dovrebbe suggerire che l’unico ambiente in cui può davvero maturare una cospirazione contro al Sisi, il vertice militare, non è raggiungibile dagli accademici di Cambridge. Ma fare di Regeni la vittima di un regolamento di conti tra servizi segreti pare ridimensionarne lo scandalo della morte. E spostare l’attenzione sulla ‘pista universitaria’ aiuta a far accettare che al-Sisi torni a essere nostro interlocutore. In dicembre, riferivano i giornali italiani senza tradire perplessità, il dittatore ha espresso al ministro dell’Interno Minniti “la sincera volontà” di ottenere “risultati definitivi” nell’inchiesta. A sua volta Minniti è stato al copione: ha ribadito che l’Italia “pretende la verità” e ha salutato la consegna agli italiani di nuova documentazione come prova di rinnovata collaborazione. In quelle carte c’era poco, ma questo è stato taciuto ai fiduciosi lettori. L’importante è che la commedia vada avanti, dato che nessuno sa come chiuderla. Ma dove l’informazione diventa teatro su commissione, recitazione di testi suggeriti da poderosi committenti, o perlomeno strumento docile del sistema-Paese, cosa resta di una democrazia?