King George sbaglia il primo rigore

“Uno di noi, un figlio di questa terra: anche se è una star, ha il Paese nel cuore”. Oliver Myers, 39 anni, disoccupato di Monrovia, è una delle tante voci che descrive il fenomeno George Weah visto da casa sua. Verso un atleta venuto dal nulla e che ha avuto successo, le aspettative degli elettori sono enormi.

Dove poteva giurare da presidente uno come lui, se non nello stadio della Capitale? “In posti come questo ho passato tutta la mia vita, ma non mi sono mai sentito come oggi”, ha detto Weah, 51 anni, nel suo discorso inaugurale, mentre la folla lo acclamava.

La povertà è stata la spinta iniziale della sua avventura, la determinazione nello sport e poi nella politica il metodo che lo hanno portato al punto più alto. Ed è proprio per questo che molti liberiani vedono in lui un modello da seguire. Lasciato piccolissimo dalla madre ai nonni a Clara Town – il sobborgo più povero di Monrovia – il giovane George abbandona presto gli studi per il pallone. Un manager lo nota quando gioca per un club camerunense e lo porta in Europa. Nel 1988 gioca con il Monaco, poi la carriera lo porterà al Paris St Germain, Milan, Chelsea, Manchester City, Olympique Marsiglia. Nel 1995 è il primo calciatore africano a conquistare il Pallone d’Oro.

Sarà però proprio il suo basso grado d’istruzione a perseguitarlo nella vita politica. Tenta la presidenza nel 2005, ma perde contro Ellen Sirleaf, prima donna presidente d’Africa e laureata ad Harvard, dopo una campagna che punta il dito su quanto l’ex campione sia “popolare ma incompetente”. Ritenta dopo essere tornato sui banchi di scuola: senatore nel 2015, conquista la presidenza lo scorse dicembre. “Per chi è venuto da una periferia come questa, tutto è possibile”, dichiara il nipote di Weah mentre fa da guida a una troupe televisiva francese tra le derelitte abitazioni di Clara Town. Per King George, come lo chiamano i liberiani, non sarà tutto semplice. La moneta che lo ha fatto vincere è la promessa di miglioramento delle condizioni di vita, ma gli avversari gli rimproverano l’assenza di un vero programma politico. Il Paese è poverissimo: molto alta la disoccupazione e ancora visibili le ferite della guerra civile durata quasi 15 anni. Sull’ex campione fresco di giuramento c’è già un’ombra.

La sua vice sarà Jewel Howard Taylor, ex moglie di Charles Taylor, signore della guerra e presidente dal ’97 al 2003, poi condannato per crimini di guerra.

Gli yazidi restano nel limbo: ieri braccati, oggi dimenticati

Il 9 dicembre scorso, il premier iracheno Haider al-Abadi ha proclamato la sconfitta definitiva del sedicente Califfato islamico tra Iraq e Siria. Un’indubbia vittoria di civiltà, che non deve farci dimenticare le vittime della furia omicida del Califfato, prime tra tutte le minoranze religiose della regione. Tutti ricordiamo i filmati trasmessi dalle tv nel cuore di una torrida estate. Migliaia di donne e uomini in marcia sotto il sole, impauriti, stanchi, affamati. Deboli tra i deboli, gli yazidi del Sinjar, seguaci di una fede antica, videro il loro mondo violato e travolto il 3 agosto 2014, quando i militanti dello Stato Islamico, fanatici in spregio alla loro stessa fede, presero d’assalto le montagne del Sinjar uccidendo più di 3.000 uomini e prendendo prigioniere altre 7.000 persone, molte delle quali donne e bambini. Grazie al corridoio di sicurezza aperto dalle forze curde dell’Ypg e del Pkk, nei giorni seguenti centinaia di migliaia di profughi riuscirono a sfuggire dalla morsa ostile a prezzo di enormi sofferenze. Conserviamo ancora vivide nella memoria le notizie della schiavitù delle donne della comunità, vittime di ripetute violenze, picchiate, affamate e infine – solo le più fortunate – riscattate a caro prezzo dalle famiglie d’origine.

La rivista Dabiq, pubblicata in lingua inglese dallo Stato Islamico, ha giustificato tali atti perché compiuti contro infedeli che non appartenendo alle “Genti del Libro” non hanno scelta se non conversione o morte.

Gli yazidi sono una piccola comunità di curdi la maggioranza dei quali parla il dialetto kurmanji diffuso soprattutto in Turchia. Fondata dal sufi Sheikh ‘Adi b. Mosafer nell’XI secolo, questa religione sincretistica dai tratti gnostici si è progressivamente allontanata dall’alveo islamico riappropriandosi di pratiche e credenze locali risalenti in ultima analisi all’antica religione preislamica delle popolazioni iraniche.

Centro della fede è l’austero complesso di Lalish nascosto in un’appartata valle della provincia di Dohuk nel Kurdistan iracheno. Pur se in maggioranza musulmani sunniti, i curdi considerano gli yazidi testimonianza vivente della loro più antica identità, difendendone la libertà di culto. La tragedia che ha colpito questo popolo continua a espletare i suoi effetti. Benché nel novembre 2015 l’allora presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, abbia annunciato la liberazione del Sinjar, secondo dati raccolti dall’Ong Yazda, nel 2017 si contavano ancora 360.000 yazidi in campi profughi nella regione curda dell’Iraq senza calcolare i 90.000 che avevano lasciato il paese per trovare asilo altrove. Sebbene profondamente legati al territorio d’origine, solo poco più di 50.000 membri della comunità avevano accettato di tornare nel Sinjar. Da allora i numeri sono migliorati, ma la scoperta di decine di tombe collettive ci ricorda la terribile dimensione della tragedia. Gli yazidi ancora esitano a tornare nel Sinjar, tra le cause i timori per la sicurezza, la distruzione, la mancanza di prospettive economiche. Come ci ricorda il giornalista Simone Zoppellaro nel bel libro Il genocidio degli yazidi, tra gli Stati europei la Germania è stata la più pronta nel garantire sostegno ai profughi, in particolare il Land del Baden-Wurttemberg, che si è fatto carico di assistere oltre 2.000 donne e bambini vittime della violenza. Al di fuori dell’Iraq, la diaspora degli yazidi nel mondo è stimata in circa 300.000 persone, di queste 165.000 vivono in Germania.

Le ferite subìte da quanti furono fatti prigionieri dallo Stato islamico non guariscono in pochi giorni, richiedono he l’intera comunità internazionale si faccia carico di un lungo percorso di riabilitazione. Sino a pochi mesi fa si poteva immaginare che l’area in questione fosse di fatto governata dal Kurdish Regional Government (Krg), magari unitamente alla piana di Ninive, dove si è consumato il dramma delle comunità assire. Poi tutto è cambiato. Il referendum sull’indipendenza, celebrato a settembre, nel quale la grande maggioranza dei votanti si è espresso a favore di una nazione curda, ha acuito le divisioni tra le diverse fazioni interne (Pdk, Puk, Goran, ecc.), allarmato potenze regionali quali Iran e Turchia, inasprito i rapporti tra Baghdad e Erbil. Conseguenza della mal calcolata scommessa di Barzani, già in novembre Baghdad ha ripreso il controllo dei territori rivendicati dai curdi e precedentemente controllati dai peshmerga. Oltre a Kirkuk, importante dal punto di vista simbolico ed economico, anche il Sinjar è passato di mano. Oggi si procede a vista, una delle richieste in campo vorrebbe la costruzione di un’area ad amministrazione speciale nella quale la comunità internazionale si faccia carico della sicurezza degli yazidi del Sinjar e dei cristiani di Ninive.

Puigdemont in trasferta: i giudici dicono no all’arresto

Certifico che l’unico candidato proposto è stato Carles Puigdemont, perciò lo proporrò alla Camera come candidato alla presidenza della Generalitat”, così il presidente Roger Torrent confermava ieri mattina l’esito delle consultazioni dei gruppi parlamentari. “Sono cosciente delle condizioni personali e giudiziarie che pesano su di lui, così come della sua legittimità ad essere presidente. È una questione politica e ciò implica dialogo”. Perciò ha chiesto un incontro a Rajoy, promesso di andare a incontrare presto i deputati in carcere e quelli che si trovano a Bruxelles. Dalla Moncloa rispondevano escludendo, per il momento, la possibilità di un incontro, poiché le questioni processuali non sono di competenza del governo spagnolo.

La giornata di ieri si era aperta con il viaggio di Puigdemont in Danimarca, per un’iniziativa sulla Catalogna presso l’università di Copenaghen. Uno spostamento temporaneo in Europa, il primo da quando si è stabilito a Bruxelles, con il rischio di essere arrestato. Una volta in territorio danese la Procura spagnola sollecitava al Tribunal Supremo l’emissione di un nuovo ordine di cattura nei suoi confronti. Ma il giudice Pablo Llarena decideva di non intervenire, lasciando Puigdemont libero di muoversi, argomentando che l’unico scopo del suo viaggio era quello di essere detenuto “per burlare l’ordine legale”.

Niente carcere ai colletti bianchi, siamo inglesi

Lo dicono le statistiche della Financial Conduct Authority (FCA) che vigila sulla regolarità delle operazioni finanziarie nel Regno Unito: prima del 2010, nel 30% dei casi le azioni delle 350 principali società quotate erano soggette a movimenti sospetti nei due giorni precedenti l’annuncio di una scalata. Percentuale scesa sotto il 14% nel 2014 e poi risalita al 19% nel 2016, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati.

Che significa? Insider trading: qualcuno in possesso di informazioni privilegiate su quelle scalate le ha sfruttate per speculare e ottenere così guadagni illeciti. Il quotidiano ha analizzato i prezzi delle azioni per due tipologie distinte dal 2014 al 2016: il giorno prima dell’annuncio ufficiale di un calo dei profitti, o di una grossa acquisizione. Sorpresa: nel primo caso, il valore delle azioni della società in difficoltà scendeva in media del 67%, segno di una frenetica attività di vendita per liberarsene, risparmiando così decine di milioni.

Nel secondo, le azioni salivano fino al 70%: gli investitori informati illecitamente compravano in massa per guadagnare dall’effetto positivo sul titolo. Il reato è grave, perché distorce il mercato ai danni degli investitori comuni, compresi per esempio i fondi pensione, e ne mina la fiducia. Nel Regno Unito è sanzionato con la reclusione fino a sette anni.

È raro che si arrivi non solo alla condanna, ma anche all’incriminazione: lo dimostra una inchiesta del Times, che ha ottenuto dalla Vigilanza dati specifici grazie a una richiesta inviata in base alla legge sulla libertà di informazione (Foia). Dati che descrivono uno scenario di diffusa impunità. Negli ultimi 5 anni rilevati, i casi di insider trading indagati sono stati 8, con 12 condanne individuali. Il Times suggerisce un paragone istruttivo: nello stesso periodo il Department for Work and Pensions, cioè l’ufficio pubblico che si occupa di lavoro e pensioni, ha indagato e sanzionato più di 10 mila persone, accusate di aver abusato del sistema dei benefit, cioè dei contributi pubblici a persone in difficoltà (disoccupati, genitori single, famiglie numerose, disabili, anziani). È un paragone incompleto, perché i benefit nel Regno Unito sono distribuiti, in forma ed entità varie, a 18 milioni di persone, mentre il numero di addetti ai lavori in possesso di informazioni finanziarie privilegiate, e dei beneficiari di queste operazioni è impossibile da quantificare. Ma scoperchia un sistema di controlli scarsi e inefficaci: l’impunità dei white collar crimes, i crimini dei colletti bianchi, rispetto alla criminalità comune. Le ragioni? Chi commette insider trading ha non solo tutto l’interesse, ma soprattutto la capacità e gli strumenti per far sparire ogni prova, comprese conversazioni telefoniche incriminanti.

E ha il denaro e le conoscenze necessarie per pagare i migliori avvocati. Al contrario, l’Authority di Vigilanza della City impiega solo 63 persone in indagini su questo reato: indagini comunque molto complesse con accuse difficili da provare: ben più dell’abuso nella ricezione di un assegno familiare.

La maledizione di Farage Ukip, dopo di lui solo guai

Fondato nel 1993 come partito anti-europeista dallo storico di destra Alan Sked, e da Nigel Farage, in principio l’Ukip era un partito minoritario ma fermo nei discutibili valori: simpatie fasciste, populismo, retorica e programmi ferocemente anti-immigrati, liberale solo sull’opportunità di pagare le tasse, popolare fra gli inglesi bianchi delle zone rurali. Ma l’Ukip aveva un asso nella manica: la personalità di Farage, trader nella City e genio situazionista in una politica paludata e formale come quella britannica prima della Brexit, che in pochi anni ne diventa il dominus. Non è da tutti sopravvivere a un incidente aereo e tre decenni di politica di opposizione. Si autodefinisce “sfrontato, piuttosto bravo in pubblico, attratto dall’attenzione pubblica, rumoroso e bravo a vendere”. E infatti ottiene due imprevedibili successi: 147 seggi alla Camera dei Comuni nel 2013 e, il 23 giugno 2016, la vittoria della vita: il sì del Regno Unito all’uscita dall’Unione europea, di cui Farage rifiuta platealmente l’esistenza ma non i ricchi emolumenti che gli spettano come parlamentare a Bruxelles.

Il giorno dopo il voto, al culmine del trionfo, Farage si dimette da segretario Ukip: inizia la corsa alla sua successione. Ecco i suoi sfortunati eredi: Diane James, doveva essere la risposta alla domanda: cosa fa un partito che ha un solo scopo, dopo averlo raggiunto? La votano il 42% dei delegati al primo congresso post Brexit, agosto 2016. Sembra una scelta adulta, è una donna, che fa tanto modernità: poi non è un’esaltata – non ce n’è più bisogno – e dopo tanti anni da europarlamentare parla perfino tedesco e francese. Diane resiste 18 giorni, manco il tempo di ratificare la nomina. Cede perché, dice, il partito le è ostile e sente di non avere sufficiente autorità per portare a termine i cambiamenti necessari. I maligni commentano che a far franare la sua determinazione sia uno sgradevole incidente alla stazione di Waterloo, dove un militante di sinistra che l’ha riconosciuta la insulta e le sputa addosso, pare mancandola, mentre si reca alla sua prima riunione da leader. A malincuore torna Farage, ma ad interim, in attesa di nuove elezioni interne, che scelgono Paul Nuttall: resterà negli annali per aver portato l’Ukip da 147 a zero seggi alle elezioni anticipate di giugno scorso. Paga colpe non sue ma, va detto, di lui non si ricorda già nessuno. La patata bollente passa a Henry Bolton, 53 anni di vita vissuta pericolosamente: prima soldato, poi poliziotto con incarichi anche in Afghanistan; ma soprattutto, fino al 2014, iscritto ai Lib-Dem, partito fondato sull’europeismo. Ottiene a sorpresa la leadership dell’Ukip nel settembre 2017.

Lo scorso mese lascia moglie e due figli per una militante del partito, Jo Marney, 25 anni, modella. Poi Jo fa l’errore fatale di esprimere un’opinione sull’unico tema veramente ammazza-carriere del Regno Unito: la famiglia reale. In una serie di tweet, definisce la promessa sposa del principe Henry “una nera americana che contaminerà la purezza del seme reale”.

Tocca al fidanzato annunciarne la sospensione dal partito, sempre con un tweet, perché, sorpresa, “l’Ukip non tollera il razzismo”, o almeno non sopra un certo reddito. Segue traumatica rottura del fidanzamento, ma poi li beccano di nuovo a cena insieme e lui, in una recente intervista esclusiva al Telegraph, dichiara sognante che le tre settimane con Jo sono state le più felici della sua vita.

Prevedibilmente, la moglie ferita fa sapere che no, non se lo riprende, e che per come la vede lei dovrebbe liberarsene anche il partito. Ah già, il partito. Otto del direttivo si sono dimessi perchè Bolton non si è fatto da parte.

“In guerra ho visto gente saltare in aria, ma nemmeno i talebani ti preparano all’Ukip”, ha dichiarato Bolton.

Siccome la vita è tragicommedia, ora deve anche vendere la casa nel Kent: ha quasi 30 mila pound di condominio non pagato e nessun lavoro. Quello di segretario dell’Ukip è un incarico non retribuito, e non tutti sono ricchi come Nigel Farage.

La nonna del Corsaro Nero e la diretta che ci manca

Era già nonna mezzo secolo fa Giovanna la nonna del Corsaro Nero, al secolo Anna Campori, scomparsa all’età di 101 anni. “Non per nulla nonna di un famoso corsar/ il gran Corsaro Nero scorridore dei mar”, Giovanna è stata il personaggio più popolare della Tv dei Ragazzi; andò in onda nel pomeriggio della domenica dal ’61 al ’66, e se la batteva ai punti con Mago Zurlì. Un mito in bianco e nero, ma poiché le sue rocambolesche avventure venivano registrate in diretta nulla si è conservato, a parte alcuni frammenti ora messi in Rete sul sito delle Teche. Vale la pena di farsi un’idea di cosa era capace la Rai di allora: le avventure di Salgari riversate in commedia musicale dal grande Vittorio Metz, il fondatore del Bertoldo, affidate all’improvvisazione della Campori con gli inseparabili Pietro De Vico (il nostromo Nicolino) e Giulio Marchetti (il maggiordomo Battista, il cui tormentone “Se mi è consentito il dire” risale a mezzo secolo prima di B.). La Tv dei Ragazzi fu anche questo: un poetico controcanto alla programmazione “seria”, l’intuizione che l’infanzia in sé è l’unico antidoto alla tetra tromboneria della vita adulta. C’era, negli anni 60, una gran nostalgia dell’infanzia. Ora le cose vanno all’inverso, non si vede l’ora di mandarla in archivio. Giovanna la Nonna del Corsaro Nero, la sua poesia, la sua scrittura, quella televisione d’autore è svanita nel nulla assieme alla felicità dei suoi piccoli spettatori, e questa perdita ha tutta l’aria di una metafora.

Beatrice Lorenzin e il partito del nulla generato dal nulla

A dispetto delle molte critiche, Beatrice Lorenzin va difesa e anzi amata: il solo fatto che una come lei sia stata confermata ministro per tre governi di fila, peraltro uno peggiore dell’altro, ci insegna che tutto è possibile. E di questo dobbiamo esser lieti, giacché nulla nella vita ci è precluso a prescindere. Prim’ancora che donna e politico, Lorenzin pare voler assurgere a prova vivente di come la competenza sia talora in Italia null’altro che mero orpello: meglio, dunque, inseguire una costante provvisorietà. La nostra eroina, negli anni, ha fatto parlare di sé per cose bellissime: una campagna promozionale sulla fertilità che sarebbe parsa retrograda anche ai bei tempi fiammeggianti dell’Inquisizione; il varo di un partito di cui nessuno sentiva la mancanza, perfetto quindi per la Lorenzin; e la guerra santa per vaccinare tutti noi, mondandoci dalle malattie ma possibilmente anche dai peccati, perché nel mondo illibato della beghina Beatrice siamo ancora dalle parti del “fate l’amore per procreare altrimenti andrete all’Inferno”.

Andiamo però con ordine. Beatrice Lorenzin nasce a Roma nel 1971. Lavora al quotidiano Il giornale di Ostia (non è una battuta) per poi entrare con baldanza in Forza Italia. Dal 2004 al 2006 è capo della Segreteria Tecnica di Paolo Bonaiuti (non è una battuta). Eletta una prima volta deputata nel 2008, si batte coraggiosamente per un tema decisivo per noi tutti: la cancellazione dei libri elettronici nella scuola italiana. Nel 2013 il centrodestra pensa a lei come candidata governatrice nel Lazio, poi però Berlusconi si rende conto che se c’è da perdere tutto sommato basta anche Storace.

Eletta deputata una seconda volta nel 2013, per un po’ resta in Forza Italia e poi – a conferma di una neanche troppo latente perversione politica – viene folgorata sulla via di Alfano, Letta e Renzi. Pur avendo meno elettori del Poro Asciugamano, comincia per lei una straordinaria carriera da ministro: i governi cadono, ma lei no. Anzi. Nessuno sa perché sia lì, e ancor più con quali voti, ma lei non molla. Si adatta a tutto, come una statista simbionte. Assai camaleontica, Lorenzin è una sorta di Alfana bionda. Ogni tanto, mai troppo, va in tivù. Qui recita la parte di colei che ascolta le critiche, e intende pure farne tesoro, con quel garbo efferato (ossimoro che le sta a pennello) di chi da una parte fa la tollerante e dall’altra sembra pronta a scatenarti contro l’esercito puritano di Cromwell. Nel 2016 gli spot del suo Fertility Day sono così tremebondi che persino Renzi ci prende: “Tecnicamente parlando è inguardabile dal punto di vista della comunicazione. Lorenzin ha posto un tema vero di mancata crescita demografica. Ma lo hanno detto in un modo che fa alzare i capelli anche a Berlusconi”. Qualsiasi altra “politica” si sarebbe ritirata in un eremo, o al limite in una dacia (ultimamente van di moda). Lei no: tira dritto e regala alle masse il “partito” Civica Popolare, raro caso di nulla generato dal nulla (derivando infatti da una costola alfaniana). Ovviamente, essendo una forza ammantata di sbarazzina impalpabilità, Civica Popolare si è subito alleata con Renzi: chi si somiglia, si piglia (e inciucia). Va però sottolineato come Beatrice Lorenzin, forse per rispondere alle accuse di incoerenza, abbia voluto partorire un simbolo pienamente in linea con il livello dei candidati espressi: un meltin’ pot di colori a caso, un po’ Candy Candy e un po’ daltonismo ebbro. Roba forte. Ah, dimenticavo. Presentandolo al volgo, l’ilare Beatrice ha affermato con orgoglio: “È un simbolo petaloso”. Buona catastrofe.

M5s, meglio fare accordi subito che dopo il voto

Luigi Di Maio – capo politico del Movimento 5 Stelle e leader “fortuito più che di talento” (così lo definisce il Financial Times) – ha già ottenuto, alle Regionali siciliane, il primo risultato di consegnare la Sicilia alla coalizione di centrodestra guidata dal duo Musumeci-Miccichè nella quale compaiono anche vari indagati. Questo risultato è conseguenza del rifiuto del “Movimento” di abbinarsi con la lista guidata da quella persona perbene che è Claudio Fava.

Ora Di Maio sta attuando la medesima strategia nelle elezioni nazionali con la conseguenza che consegnerà il Paese alla coalizione di centrodestra cui i sondaggi già attribuiscono una maggioranza che sfiora il 40% . Di Maio ha dichiarato che il Movimento correrà da solo, spera di ottenere la maggioranza dei voti e, quindi, l’incarico di formare il governo. Ha aggiunto che “se non avremo la maggioranza, il mio appello, la sera delle elezioni, sarà rivolto ai gruppi per avere una maggioranza che sostenga una squadra di governo che annunceremo prima del voto; farò un appello ai gruppi, con incontri trasparenti”. Si tratta di affermazioni prive di concretezza.

Se la coalizione di centrodestra dovesse riportare il maggior numero di voti, è evidente che il capo dello Stato affiderà l’incarico di formare il governo all’esponente indicato da quella coalizione. Ammesso e non concesso che il presidente della Repubblica dia l’incarico al Di Maio quale capo del partito che ha riportato più voti rispetto agli altri (singoli) partiti, indipendentemente dalla coalizione, non si comprende perché un altro gruppo (o più di uno) debba dare il proprio sostegno a una squadra di governo senza entrare a farne parte.

Ammesso e non concesso che i partiti, la sera delle elezioni rispondano all’appello del Movimento e si siedano intorno a un tavolo per trovare punti di convergenza con il programma dei 5Stelle, si verificherà la paradossale situazione per cui un partito si esprimerà favorevolmente su alcuni punti del programma (per esempio quelli relativi agli immigrati e alla sicurezza) e negativamente su altri punti (per esempio riforma della giustizia e della scuola). Un altro partito sarà favorevole (per esempio sulla politica di sviluppo economico) ma non sarà d’accordo sulla riforma del Jobs Act e così via. Nessuna maggioranza è in tal modo ipotizzabile.

L’unico modo per cercare di evitare una sicura vittoria del centrodestra è una coalizione, un’alleanza, un accordo pre-elettorale (lo si chiami come si vuole) con la lista Liberi e Uguali che i sondaggi accreditano all’8%. In quel gruppo vi sono persone perbene la cui storia consente la possibilità di accordi sui grandi temi della Giustizia, dell’Ambiente, dei diritti civili e sociali .

E allora, si impone che su un accordo di tal genere si esprimano, con urgenza, i militanti del Movimento cresciuti nel mito (anche se oggi offuscato) della democrazia diretta attraverso la Rete, dimostrando che non sono ancora ridotti a ratificatori di scelte (sbagliate) del capo (oramai uomo solo al comando, sulla falsariga, negativa, di Renzi e di altri), ma soprattutto devono far sentire la loro voce i milioni di elettori che nel 2013 hanno votato il Movimento con l’obiettivo di dare finalmente vita a un sistema basato sul rispetto delle regole, sull’abbattimento degli odiosi privilegi della casta, sulla lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, spazzando così via, democraticamente, un sistema politico-economico sostanzialmente corrotto e ingessato dalla partitocrazia con la quale nessun accordo è possibile.

Perché la cultura non conviene

Victor Hugo, davanti all’Assemblea costituente francese del 1848, spiegò: “Io dico, signori, che le riduzioni proposte sul bilancio delle scienze, delle lettere e delle arti, sono negative per due motivi. Sono insignificanti dal punto di vista finanziario e dannose da tutti gli altri punti di vista”. Questa solenne affermazione – da cui ci seperano, inutilmente, 170 anni – ci è venuta in mente ieri leggendo un bel pezzo di Nicola Lagioia su Repubblica.

Siamo in campagna elettorale – scrive il direttore del Salone del libro di Torino – e tra le mille promesse non ce n’è una che riguardi il rilancio di quella che lui chiama “battaglia per la lettura”. E dire – prosegue – che molto si potrebbe fare per il libro, a cominciare dalle biblioteche (comprese quelle scolastiche per cui s’invoca l’introduzione di un bibliotecario in ogni istituto, come accade in diversi Paesi europei). Siamo d’accordo su tutto con Lagioia, tranne forse con il sentimento in cui ha intinto la penna: la speranza. Attenuata, per la verità, da un dubbio di non poco conto, per l’appunto a proposito della “battaglia per la lettura”: “Sempre che chi aspira a governare la ritenga importante”. E qui la risposta è facile, non tanto basandosi sulle dichiarazioni della più inutile campagna elettorale di cui si abbia memoria, quanto su fatti e politiche degli ultimi anni. I governi di centrodestra si possono liquidare in poche righe: anche se davvero – come va ripetendo – Giulio Tremonti non ha detto quando era ministro che “carmina non dant panem”, resta il fatto che nei suoi anni al governo “a quel principio sempre si attenne, come a un Vangelo privato”. Lo ha recentemente sottolineato Salvatore Settis su questo giornale, ricordando i tagli al bilancio di Beni culturali e Università e ricerca. Nel 2013 Pietro Greco e Bruno Arpaia pubblicano La cultura si mangia, pamphlet in cui, oltre a fare le pulci alle politiche dei tagli, mettono in luce come in questo campo la Storia sia più che mai magistra: l’impero romano non sarebbe mai diventato il centro del mondo senza la lingua, il diritto, la cultura. Nel Rinascimento tutto il mondo legge letteratura italiana, ascolta musica italiana, consentendo ai nostri banchieri di fare grandi affari. E poi Franklin Delano Roosevelt: il presidente del New Deal, in controtendenza rispetto al predecessore Hoover, investe enormemente sulla cultura ottenendo risultati economicamente noti a tutti.

Il 2013 è anche l’anno del Forum del libro (Lagioia ricorda come quel pacchetto di proposte sia rimasto lettera morta). Proprio intervenendo al Forum del libro a Bari, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, dice (citando Benjamin Franklin) che “Il rendimento dell’investimento in conoscenza è più alto di quello di ogni altro. È la radice del progresso umano e sociale, la condizione per lo sviluppo economico”. Pochi giorni prima, un rapporto dell’Ocse aveva rivelato dati sconvolgenti sul tasso di analfabetismo funzionale in Italia: ultimi nelle competenze linguistiche, penultimi in quelle matematiche. Il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei 24 Paesi partecipanti. Livelli simili a quelli dell’Italia immediatamente post unitaria quando l’analfabetismo era al 74 per cento. Il paragone lo fa Giovanni Solimine, docente di biblioteconomia alla Sapienza e attento osservatore del mondo culturale, in un interessante saggio per Laterza, Senza Sapere (2014). Dove si dice anche: “Siamo talmente ignoranti da non comprendere quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari”. Un grido d’allarme che è sempre più attuale se si pensa che proprio il professor Solimine, nel maggio 2016 (un anno e mezzo dopo la nomina) si è dimesso dal Consiglio superiore dei Beni culturali in dissenso con le politiche (sostanzialmente assenti) del ministero di Franceschini sulle biblioteche statali e i beni librari.

Quell’indagine Ocse (identici i dati diffusi nel 2016) avrebbe dovuto spingere i governanti a rivoluzionare completamente l’approccio al problema e farne il primo punto dell’agenda. Ma forse non è un caso che le cose siano andate diversamente: se i cittadini non sanno pensare perché non incapaci di organizzare il pensiero, se hanno sempre meno strumenti cognitivi, non capiscono cosa succede attorno a loro. Così sono inermi, vittime di qualunque balla viene spacciata per verità (altro che battaglia contro le fake news): un popolo ignorante è il principale alleato di chi vuole schiavi e non cittadini liberi. Il pensiero critico è un pericolo che una classe dirigente mediocre e opportunista non può permettersi.

Mail box

 

Boris Pahor sarebbe un altro ottimo senatore a vita

Dopo la nomina di Liliana Segre a senatrice a vita, propongo al presidente della Repubblica un’altra nomina a testimonianza di un ciclo storico compiuto da non dimenticare. È quella dello scrittore triestino della minoranza slovena Boris Pahor. Testimone oculare dell’incendio della Casa degli sloveni a Trieste nel 1920 ad opera dei fascisti, prodromo dell’italianizzazione forzata dell’Istria e Dalmazia, partigiano deportato dai tedeschi in un lager in Francia, si schierò nel dopoguerra contro la politica jugoslava di pulizia etnica culminata nelle foibe tanto da essere ostracizzato dal paese.

Più volte candidato al premio Nobel, malgrado il suo capolavoro Necropoli sia stato pubblicato in Italia solo nel 2008, si è prodigato in un’attività storica-pedagogica rivolta ai giovani, essenziale in un paese come il nostro che registra tra i problemi principali l’assenza di memoria storica. Per questo si è battuto per l’istituzione di una commissione mista di storici italiani e sloveni per definire una memoria condivisa. La Francia lo ha insignito della Legion d’onore.

Angelo Ravaglia

 

Le promesse fantasmagoriche in campagna elettorale

È vero che noi, popolo bue, siamo da sempre abituati, in campagna elettorale, a sorbirci le mirabolanti promesse dei vari candidati, ma adesso è troppo! Praticamente hanno promesso che dopo il 4 marzo, se li votiamo, l’Italia si trasformerà nel Paese di Bengodi. Riduzione dell’Irpef, niente più bollo auto, tassa di successione, tasse universitarie, abolizione dell’Irap, dell’Imu, reddito garantito a tutti, pensioni minime a 1.000 euro, e chi più ne ha più ne metta. Come cittadino mi sento offeso e indignato.

Mauro Chiostri

 

DIRITTO DI REPLICA

Ebbene sì sono io lo “scostumato dirigente dell’Inps” che non ha risposto al dott. Cirino Pomicino, il quale ha utilizzato la batteria del Viminale (il servizio di centralino che permette di contattare di urgenza tutte le istituzioni italiane) per farmi chiamare al cellulare al fine di sottopormi una sua problematica personale. Il dott. Cirino Pomicino si domanda come altrimenti potrebbe fare per comunicare con l’Inps. Evidentemente è ignaro dei centinaia di sportelli cui si rivolgono quotidianamente migliaia di cittadini per interloquire con l’Istituto. Ugualmente non sa che avrebbe potuto facilmente contattarmi per email, alle quali rispondo regolarmente terminati gli impegni istituzionali della giornata.

Tito Boeri, presidente Inps

 

Nell’articolo di domenica 21 gennaio a firma di Fabrizio d’Esposito, il giornalista scrive “…una sorta di accusa contro il letale giglio magico (Boschi, Lotti, Bonifazi, Carrai) che si è impadronito del partito”. Mi preme precisare che il sottoscritto non si è impadronito proprio di nulla perché nell’ordine non sono iscritto al partito, non ho mai fatto parte dei suoi organi dirigenti, non svolgo alcun ruolo nel partito, né ho mai ricevuto nessun incarico né dal governo Renzi nè da quello attualmente in carica.

Marco Carrai

Suvvia, gentile Carrai, lei è fin troppo intelligente per non comprendere il senso più ampio della definizione di giglio magico. Vuole forse negare le polemiche pubbliche per la sua mancata nomina a Palazzo Chigi, nell’ambito della cyber sicurezza? Oppure le devo ricordare il suo ruolo operativo, insieme con Boschi e Lotti, nella fondazione Open, cassaforte del renzismo? Certo, lei rivendica il fatto di non essere iscritto al Pd, ma anche Gianni Letta non ha mai preso la tessera di Forza Italia eppure è ancora oggi tra i più ascoltati consiglieri politici di Silvio Berlusconi. E non cito Letta a caso.

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Perché la leggenda non diventi realtà, si precisa che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, e il suo vice capo di Gabinetto, Lorenzo Fanara, non sono mai stati compagni di classe, di scuola, di università, di partito politico e neanche di calcetto. Lorenzo Fanara è stato nominato capo missione a Tunisi alla luce del suo impegno per sviluppare le relazioni italo-tunisine e delle sue eccellenti qualità di diplomatico dimostrate in 20 anni di carriera. Tutto il resto è ricostruzione fantasiosa e denigratoria.

Uff. Stampa Farnesina

Prendiamo atto della precisazione. Come ribadiamo che sia Angelino Alfano sia Lorenzo Fanara (che del ministro è stato vicecapo di gabinetto alla Farnesina) sono di Agrigento. E che entrambi sono nati nel 1970.

wa.ma.