Céline. Non va ripubblicato, il messaggio sarebbe ancora preso a esempio

La decisione dell’editore francese Gallimard di sospendere il progetto di ripubblicazione dei pamphlet antisemiti di Louis Ferdinand Destouches, in arte Céline (Bagatelles pour un massacre, L’école des cadavres e Les Beaux Draps) è il segnale che quegli scritti fanno ancora paura. Credo che questo avvenga soprattutto in Italia. Qui, all’indomani della fine del Secondo conflitto mondiale, fu quasi del tutto assente una seria riflessione sulla Shoah. Non è inutile ricordare che Primo Levi incontrò difficoltà a pubblicare nel 1947 la prima edizione di Se questo è un uomo; qualche anno prima gli italiani si erano persuasi di non essere mai stati fascisti. Oggi, a oltre settant’anni dalla caduta di Hitler e Mussolini, mentre sul piano storiografico gli studiosi faticano a orientarsi nel labirinto delle interpretazioni su nazifascismo e antisemitismo, prodotte da una letteratura ormai sterminata, nei curricula delle nostre scuole la Storia, in particolare quella del Novecento, continua a essere di fatto una disciplina marginalizzata. Le conoscenze distorte dimostrate dallo scrittore francese nei suoi libelli, i pregiudizi, le ideologie e i modi di pensare che continuano ad alimentare il mito negativo dell’”ebreo”, non si combattono con le censure preventive.

Lorenzo Catania

 

Caro Lorenzo, le dico subito che sosterrò la decisione di Gallimard: no a Céline, per quanto grande sia lo scrittore. Ma comincio dai suoi argomenti. Nel dopoguerra, e per lungo tempo, fu quasi del tutto assente la riflessione sulla Shoah. Il grande alibi è stato a lungo il silenzio dei sopravvissuti. Benché pochissimi siano tornati, è stato più facile uscire dal campo di sterminio che dalla umiliazione radicale della spoliazione di identità. C’è voluto tempo, la necessità di allontanarsi, il coraggio enorme di affrontare la voglia dei presunti innocenti di non sapere. Il libro di Primo Levi di cui lei parla è stato rifiutato da Einaudi, editore antifascista. È una prova che l’orrore della Shoah stava per sfuggire alla Storia, tra silenzio delle vittime e rapido travestimento non solo della “zona grigia” (coloro che hanno finto di non sapere) ma anche di eminenti responsabili che, dopo la Shoah, hanno incassato cariche e onori. Non credo che gli studiosi “fatichino a orientarsi nel labirinto delle interpretazioni su nazifascismo e antisemitismo” come lei suggerisce. Risponde definitivamente Umberto Eco nel suo “Il fascismo eterno” appena pubblicato (Nave di Teseo): “Il fascismo è sempre razzista, il razzismo è sempre fascista”. È vero però che “la Storia è una disciplina molto marginalizzata”. È una delle ragioni per cui ho scritto e firmato e portato al voto la legge 211 che istituisce il “Giorno della Memoria” (27 gennaio). Serve a ben poco perché la memoria raggiunge soltanto i giusti. Ma spiega la mia risposta su Gallimard. Sì, l’editore francese ha ragione, un’onda gigantesca di razzismo sta sradicando e deformando i sentimenti e il senso umano dell’Europa e di ciò che chiamavamo Occidente. Si è arrivati al punto da dare la caccia in mare alle navi di volontari che vanno a salvare i migranti che affogano. Il razzismo si espande e diventa politica condivisa dai governi. Una vasta popolazione europea, cieca e sorda, non vuole stranieri. Preferisce lasciarli morire, bambini inclusi, proprio davanti ai nostri confini chiusi. È gente (questi nostri colleghi e connazionali) che penserebbe subito a Céline come a un leader e al profeta dell’odio per il diverso che, dovunque sia, chiunque sia, va cacciato e abbandonato.

Furio Colombo

Furto di Brunello: sparite mille bottiglie “Le migliori annate”

Nuovo colpo grosso nelle cantine del Brunello a Montalcino (Siena): sparite più di mille bottiglie pregiate di vino. Dopo il furto subito da Cupano, che il 6 dicembre si è risvegliato con 900 bottiglie di Brunello e Brunello Riserva in meno, è la volta di Col d’Orcia, griffe storica del territorio, di proprietà del conte Francesco Marone Cinzano, dove si sta ancora facendo la conta dei danni, nell’ordine delle decine di migliaia di euro. Nella notte tra sabato e domenica scorsi, ha raccontato a WineNews il conte Francesco Marone Cinzano, “qualcuno è entrato nella nostra azienda, si è introdotto negli uffici, da lì ha rubato le chiavi del wine shop e ha portato via più di mille bottiglie, tutte di Brunello e Brunello Riserva Poggio al Vento, tutte nel formato da 0,75 litri. Comprese le vecchie annate, in maniera molto precisa”. “Annate uniche, come la 1964, il Brunello protagonista del Grand Tasting di Barack Obama – ricorda Cinzano – ma anche la 1967, per non parlare del Poggio al Vento 1997, miglior vino dell’anno per il Gambero Rosso, o del Poggio al Vento 1999, premiato dall’Espresso. E ancora le bottiglie del Poggio al Vento 1990, 1988, 1985, il Brunello 2013, il primo biologico, in uscita in questi giorni”.

Giunta Appendino, nuovi guai Indagato il portavoce per il secondo maxi-schermo

Un altro collaboratore fidato di Chiara Appendino finisce nei guai. Dopo l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, adesso è la volta di Luca Pasquaretta, capoufficio stampa del Comune di Torino e portavoce “pit bull” della sindaca. Ieri ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura perché è indagato per “apertura abusiva di luoghi di spettacolo” e “invasione di edifici”, cioè occupazione, reati che non prevedono pene altissime. Queste contestazioni sono state ipotizzate nel corso di alcuni approfondimenti fatti nel solco dell’inchiesta sugli incidenti del 3 giugno scorso in piazza San Carlo, dove migliaia di tifosi si erano radunati per vedere la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid su un maxi-schermo prima delle ondate di panico che portarono alla morte di una donna, Erika Pioletti, e al ricovero di quasi 1.500 feriti. Quello non era l’unico luogo in cui veniva trasmessa la finale. C’era un secondo impianto nel Parco Dora, sotto una vecchia struttura industriale in periferia, dove non ci furono incidenti. Tuttavia nel corso delle indagini della Digos della Questura di Torino, coordinate dai pm Vincenzo Pacileo e Antonio Rinaudo, è emerso che per quella proiezione non c’era stata nessuna autorizzazione da parte del Comune. Era stato Pasquaretta a occuparsi di quell’evento in modo piuttosto informale, senza tutte le necessarie delibere e determinazioni ufficiali.

Di incartamenti, almeno, gli investigatori sostengono di non averne trovati e la Commissione di vigilanza della Prefettura, a differenza di quanto avvenne per piazza San Carlo, non avrebbe fatto sopralluoghi. Dopo alcuni controlli i pm sono arrivati a ipotizzare le contestazioni notificate ieri. Della vicenda, sostiene l’Ansa, potrebbe interessarsi anche la Procura della Corte dei conti perché potrebbero esserci delle ripercussioni dal punto di vista erariale perché la Questura organizzò un consistente presidio per vigilare l’area.

I boss chiedevano il pizzo anche alle coop che gestivano immigrati e richiedenti asilo

Sono finiti in manette in 56, con accuse che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, alla truffa, all’estorsione e a un’ipotesi di voto di scambio. Il maxi-arresto è avvenuto ieri per mano dei Carabinieri del comando provinciale di Agrigento su disposizione della direzione distrettuale antimafia di Palermo e ha colpito 16 cosche mafiose che operavano tra le province di Agrigento, Enna, Caltanissetta, Palermo e Catania . In carcere, tra gli altri, anche Francesco Fragapane, 37 anni, figlio dello storico capomafia di Santa Elisabetta Salvatore, già condannato all’ergastolo e attualmente in carcere sotto regime di 41 bis. Francesco Fragapane era già stato in carcere, ma dopo aver scontato sei anni era tornato libero nel 2012 e aveva ripreso il controllo della famiglia. Coinvolto nell’inchiesta anche Santino Sabella, sindaco di San Biagio Platani, in provincia di Agrigento, con l’accusa di aver concordato le candidature alle ultime elezioni comunali del 2014 con esponenti mafiosi del suo paese e di aver fatto illecite pressioni nell’assegnazione di appalti. Il pizzo veniva preteso anche dalle cooperative per la gestione degli immigrati richiedenti asilo.

Il padre si impicca in chiesa: la figlia nel tema di italiano aveva denunciato i suoi abusi

Una tragedia difficile persino da immaginare. Un dramma familiare precipitato nell’abisso in pochi giorni, da quando una ragazzina di 14 anni, in un tema scritto a scuola, ha denunciato d’essere stata abusata per due volte da suo padre.

Il padre, circa 50 anni, ieri s’è impiccato alla grata di una chiesa, in un paese in provincia di Frosinone, lasciando moglie e cinque figlie. Dramma nel dramma, i familiari hanno appreso della sua morte leggendo la notizia su internet, quando è stata pubblicata sui siti online locali. L’avvocato Emanuele Carbone, che rappresenta la quattordicenne e la madre, ha commentato: “Sono sotto choc, hanno saputo del suicidio dai media, in particolare dai siti internet locali. È una vicenda triste con un epilogo ancora più triste”. “Da una parte c’è rabbia per quello che avrebbe fatto, forse per qualcuno perfino sollievo per la sua morte”, continua Carbone, “dall’altra moglie e figlie sono sconcertate. Era pur sempre il padre e il marito. Si stanno adoperando per un funerale dignitoso”.

Con la morte del padre, unico sospettato delle molestie sulla figlia 14enne, si chiude nei fatti l’inchiesta appena aperta dalla magistratura. Inchiesta nata, appunto, dalle confessioni, che ovviamente la procura avrebbe dovuto verificare, per quanto ritenute attendibili, scritte dalla ragazza nel tema assegnatole a scuola. La traccia del compito in classe: “Scrivi una lettera a tua madre confessandole ciò che non hai il coraggio di dirle”. “Sono stata stuprata da papà, la prima volta fu in un giorno in cui non mi sentivo molto bene e non sono andata a scuola…”, aveva scritto la studentessa. Parole ritenute attendibili dal Gip, Salvatore Scalera che, fissando l’incidente probatorio per febbraio, aveva disposto per l’uomo il braccialetto elettronico e il divieto d’avvicinarsi a meno di un chilometro in caso di incontri occasionali con moglie e figlie. Il padre era stato sospeso dal lavoro per problemi di dipendenza dal gioco d’azzardo ed è stato sospettato di aver abusato anche su una figlia oggi maggiorenne: “Solo un tentativo d’approccio di 20 anni fa”, commenta l’avvocato.

Il marito-cecchino spara alla moglie, ai passanti e si uccide

Barricato nel suo appartamento per ore, dopo aver ucciso la moglie e aver sparato all’impazzata verso i passanti dal balcone di casa, prima di togliersi la vita. È successo ieri a Bellona, in provincia di Caserta, dove intorno alle 16 Davide Mango, guardia giurata di 47 anni, sostenitore di Forza Nuova, è stato visto affacciarsi al terrazzo della sua abitazione con in mano un fucile, una pistola e una bombola a gas. L’uomo, che gridava di aver appena ucciso la moglie, ha prima lanciato la bombola verso la strada per poi sparare almeno dieci colpi sulla folla, colpendo, tra gli altri, una vicina di casa e il comandante della stazione dei Carabinieri della vicina Vitulazio, scheggiato al labbro e al volto.

In tutto sono stati cinque i feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita. Tra loro anche una donna che è stata ricoverata in ospedale a Caserta. La figlia di Mango, di soli 14 anni, è riuscita a scappare da casa appena dopo aver visto la madre distesa a terra sulle scale, colpita a morte dall’uomo. In stato di choc, la ragazza si è rifugiata in un supermercato vicino e ha raccontato che il padre le avrebbe puntato l’arma contro subito dopo aver sparato alla madre.

Una ventina di agenti delle forze dell’ordine hanno subito isolato la zona ed evacuato la palazzina, cercando di calmare l’uomo mentre diversi cecchini lo tenevano sotto tiro dai tetti degli edifici vicini. Le trattative sono andate avanti per ore, con Mango che non accennava a lasciare le armi né a consegnare il resto dell’arsenale da caccia e delle munizioni che, secondo i militari, deteneva regolarmente nell’appartamento. In serata anche il padre dell’uomo ha provato, senza successo, a convincere il figlio alla resa.

A tarda sera, poi, l’uomo si è sparato alla testa. Quando gli uomini delle forze dell’ordine hanno fatto ingresso nella palazzina, davanti a loro hanno trovato il corpo senza vita della moglie di Mango, una donna di 50 anni.

Sembra che l’uomo fosse già stato denunciato tre volte in passato, sempre per episodi di violenza, e che il rapporto con la moglie fosse in crisi da tempo, tanto che lei gli avrebbe annunciato la volontà di lasciarlo.

Qualche mese fa la donna aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook l’immagine di una campagna contro la violenza sulle donne. Sembra che all’origine del pomeriggio di follia dell’uomo ci sia stata proprio una lite con la moglie riguardo alla possibile separazione, scena a cui avrebbe assistito anche la figlia della coppia. Mango era appena rientrato a Bellona da Torino, dove lavorava, per trascorrere qualche giorno a casa. Secondo Il Corriere del Mezzogiorno, gli abitanti del quartiere, che hanno trovato protezione nei locali intorno alla palazzina, hanno riferito che in paese erano noti “i suoi atteggiamenti intemperanti nei confronti dei vicini” .

Il gruppo di estrema destra Forza Nuova, di cui Mango era simpatizzante, ha diffuso un comunicato dalla sezione di Caserta, prendendo le distanze da Mango e precisando che i suoi rapporti con il partito “si limitavano a qualche cena di finanziamento”, riferiti a un periodo da cui “sono trascorsi almeno sei anni”.

Riciclaggio, il pm chiede il processo per Gianfranco Fini

È arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per l’ex Presidente della Camera e leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, accusato dai pm di Roma di riciclaggio. Oltre a Fini, il pm Barbara Sargenti ha chiesto il processo per la sua compagna Elisabetta Tulliani, per il padre e il fratello di quest’ultima, Sergio e Giancarlo e per il “Re delle slot” Francesco Corallo. L’inchiesta è stata condotta dalla Dda capitolina e ha coinvolto anche l’ex parlamentare Amedeo Labocetta e altre 4 persone. Rientra nell’indagine anche la vicenda della compravendita dell’appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità dalla contessa Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale. L’immobile, secondo quanto accertato, sarebbe stato acquistato da Giancarlo Tulliani (attualmente libero su cauzione a Dubai) grazie ai soldi di Corallo attraverso due società (Printemps e Timara) costituite ad hoc.

Il coinvolgimento di Fini nell’inchiesta è legato proprio al suo rapporto con Corallo. Secondo la Procura, i Tulliani avrebbero ricevuto su propri conti correnti ingenti somme di danaro riconducibili a Corallo e destinati alle operazioni economico-finanziarie dell’ imprenditore svoltesi tra Italia e alcuni paradisi fiscali.

Guida gli infermieri “precari”: guadagna 200 mila euro l’anno

È un inizio d’anno turbolento per l’Enpapi, l’Ente nazionale di previdenza e assistenza della professione infermieristica. Luigi Giampaolino, presidente emerito della Corte dei conti, si è appena dimesso dal ruolo di Organo di garanzia del Codice etico dell’Ente che gestisce i contributi di circa 70 mila infermieri con contratti co.co.co. o a partita Iva. Non che la fine del 2017 fosse stata tranquilla: il 16 novembre scorso il presidente Mario Schiavon venne convocato dalla Commissione parlamentare di vigilanza sugli Enti previdenziali per rendere conto di alcune sue decisioni considerate inopportune o addirittura dannose per l’erario. Nel testo della lettera di dimissioni, Giampaolino scrive che “gli accadimenti di cui agli ultimi mesi dell’anno decorso… se verificati richiederanno, a mio avviso, l’adozione di misure e rimedi con riguardo ai quali la presenza dello scrivente, per la qualifica che ha rivestito e per quella che riveste, non sarebbe opportuna né consona”. Il presidente emerito cita tra questi accadimenti, per l’appunto, il contenuto dell’audizione parlamentare oltre ai verbali del collegio sindacale del 22 e del 30 novembre scorsi.

Durante l’audizione di due mesi fa alla Camera, Schiavon fece spazientire a tal punto i commissari che, verso la fine, decisero di togliere l’audio della seduta, come è possibile vedere sul sito della Camera. All’infermiere in pensione, nonché da 16 anni alla testa dell’Enpapi, Lello Di Gioia – senatore del Pd e presidente della commissione – contestava l’attribuzione di “gettoni di presenza” da 400 euro cadauno non solo per le partecipazioni alle riunioni del Consiglio di amministrazione, ma anche per le sue presenze all’interno degli uffici dell’Enpapi. Decisione che non sembra rispettare la logica sottesa all’attribuzione del gettone di presenza e riuscendo, così, quasi a raddoppiare il suo stipendio di 110 mila euro annui lordi. Nel 2016 e a quanto si apprende nel 2017, Schiavon è stato presente all’Enpapi per oltre 200 giorni, incamerando così circa 80 mila euro di “gettoni”.

La Commissione inoltre gli contestava di avere ingaggiato per fini personali e pagato con i soldi della cassa di previdenza una società di lobby, la Sec. Essendo Schiavon in pensione quando iniziò nel 2015 l’attuale quarto mandato, secondo la legge Madia non avrebbe potuto ricevere alcuna remunerazione da allora. Obbligo recepito da altri enti previdenziali. Ma proprio grazie al lavoro delle lobby, all’interno del maxi-emendamento approvato dal Senato il 24 novembre scorso, è spuntata la modifica alla disposizione sulla remunerazione dei soggetti già lavoratori di Enti di previdenza di diritto privato i cui organi di governo sono eletti in via diretta o indiretta da parte degli iscritti. Categoria in cui rientra l’Enpapi. Questo emendamento che introduce la contribuzione anche per i pensionati non sanerebbe tuttavia la posizione di Schiavon, che secondo alcune interpretazioni dovrebbe restituire comunque due anni di stipendio non essendo questa nuova norma retroattiva.

Secondo la Commissione, Schiavon avrebbe inoltre pagato meno tasse perché finora gli è stata corrisposta per la sua carica una retribuzione in regime di co.co.co, nonostante sia titolare di regolare partita Iva con cui fattura gli altri incarichi professionali. Che lui stesso in audizione ha confermato di aver svolto.

È difficile, pur armati delle migliori intenzioni, ricondurre tutte queste irregolarità solo a un atteggiamento smodatamente generoso da parte della Cassa degli infermieri nei confronti del proprio presidente. Davanti alla Commissione, Schiavon ha tentato di giustificare per esempio la propria decisione di pagare una società di lobby, anziché una società di consulenza, con una generica necessità della cassa di avere rapporti diretti con il Parlamento. Per Di Gioia invece la decisione è estranea alle finalità di un ente di previdenza. Che non dovrebbe avere bisogno di rapporti diretti con il Parlamento, a meno di non volerlo spingere a varare norme utili per il capo e altri eventuali colleghi in pensione, ma remunerati.

Ma i ministeri vigilanti, Economia e Lavoro, non dovrebbero intervenire? “Certo, specialmente quello del Lavoro – risponde Di Gioia –. Ma finora non sembra averlo fatto. Nel frattempo gli atti dell’audizione sono stati inviati alla Corte dei conti che dovrà verificare se è in corso un danno erariale da parte di Schiavon, non essendo l’emendamento retroattivo”. Senatore, le risulta che vi siano irregolarità anche per quanto riguarda il contratto di affitto della foresteria dove Schiavon abita quando è a Roma, essendo residente in un’altra regione? “Non lo so, però è opportuno che il ministero chieda all’Enpapi di prendere visione del contratto d’affitto”. Schiavon si difende: “Restituirò il denaro se e quando mi verrà richiesto e dopo che i miei legali avranno fatto gli accertamenti dovuti. Le leggi infatti sono interpretabili e, a mio avviso, la Cassa ha agito correttamente nel remunerarmi essendo la natura dell’Enpapi quella di un ente associativo”. Quanto ai “gettoni di presenza”, sostiene che “è stata una decisione del Consiglio di indirizzo generale dell’Ente”. E sull’appartamento affittato dall’Enpapi come foresteria, dice che “è stata fatta una valutazione economica e si è deciso che costasse meno affittare un appartamento piuttosto che pagare una camera d’albergo ogni qualvolta mi trovo a Roma per lavoro”. Oltre all’alloggio, quando il presidente è nella Capitale o fuori sede per missioni, l’Ente gli corrisponde anche una diaria per il vitto.

“Bollette telefoniche, esposto all’authority contro gli aumenti”

“Abbiamo presentato un esposto all’Agcom e all’Antitrust per impedire che le compagnie telefoniche facciano cartello e aumentino le tariffe, a totale discapito di consumatori ignari dei loro giochetti”. Lo affermano in una nota i parlamentari dem Alessia Morani, Simona Malpezzi, Stefano Esposito, Alessia Rotta. “Le compagnie telefoniche – proseguono – stanno continuando a fare cartello per giustificare un incredibile aumento delle tariffe dell’8,6% che avevano mascherato con il trucchetto delle fatture a 4 settimane. Una legge approvata dal Parlamento obbliga le società a tornare alla fatturazione mensile, come accade in tutta Europa, e qui si svela il bluff: le compagnie stanno inviando agli utenti una comunicazione che punta a strumentalizzare la novità legislativa allo scopo di coprire, per la seconda volta, l’aumento delle tariffe. Non è vero – sottolineano – che il ritorno alle 12 mensilità comporta un aumento dei costi”. “Ancora una volta la politica, sui temi relativi ai consumatori, si macchia di un grave ritardo e dell’assenza di provvedimenti in grado di tutelare i diritti degli utenti”, afferma il Codacons.

Telegiornali: La gara di fantasia dei politici

Da Rai a Mediaset, dal pranzo alla cena, il servizio pubblico e quello privato sono stati i campi di battaglia di veri e propri mirabilia della politica. Una gara a chi ha la fantasia più fertile. Si comincia con Berlusconi. I giornalisti inviati a Bruxelles accolgono il Cavaliere, ossequiosi: “Silvio Berlusconi, in visita a Bruxelles, è qui per rassicurare le cancellerie europee. Dice che un’ Europa serve, ed è quella dei padri fondatori”. Ricorda poi, in memoria dei vecchi tempi, che “la Merkel ha ancora la sua autorevolezza: hanno provato a mettere zizzania fra di noi ma non ci sono riusciti”. Stacco su Salvini che, si sa, corre con B.: “Garanti in Europa non ci servono”. Segue Silvio ospite di Non è l’Arena, da Massimo Giletti: “Io non ho mai fatto promesse in politica. E altro che promesse truffa, io ho mantenuto sempre i miei impegni”. Cambio turno, ed ecco Matteo Renzi: “Il segretario del Pd sceglie Padoan per il seggio di Siena: una città – dice Renzi – simbolo, perché provata dagli ultimi scandali bancari”. Non manca l’affondo su B.: “Il provvedimento sulla flat tax non è una legge da Robin Hood, ma da sceriffo di Nottingham: ruba ai poveri per dare ai ricchi”. Lo stesso Renzi del bonus dei 500 euro per tutti i 18enni. Breve incursione di Matteo Richetti: “Grazie a noi l’Italia cresce più delle previsioni”. Passaggio di palla a Luigi Di Maio che fino a ieri caldeggiava: “Non ci alleeremo con nessuno!”, così come il fondatore del Movimento, Grillo. Oggi, invece, rilancia: “Se non abbiamo i numeri per governare, siamo aperti a tutti i partiti per nuove alleanze”. Poi le promesse: “Eliminiamo i finanziamenti a pioggia alle pmi che vanno sempre agli stessi e l’Irap. Riduzione aliquote Irpef per ceto medio, no tax area fino a 10mila, manovra choc per pmi con la riduzione del cuneo fiscale”. Di Gentiloni non v’è quasi traccia, eccezion fatta per un timido: “Gli elettori non sono gonzi, noi non diciamo che aboliremo Iva sul prosciutto”.