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La vicepremier ucraina ospite a “Otto e Mezzo”

Gentile direttore Marco Travaglio, le sottopongo alcune considerazioni scaturite dalla trasmissione televisiva Otto e mezzo di lunedì 14 marzo. Premetto la mia totale empatia con le sofferenze della popolazione ucraina e la condanna della scelta di guerra compiuta dal gruppo dirigente russo. Tuttavia, le dichiarazioni della vice primo ministro dell’Ucraina lryna Vereshchuk, che di fatto sembra dare per scontato che la terza guerra mondiale sia già in corso e prefigura scenari apocalittici, mi sono sembrate velleitarie se non deliranti. La vicepremier sembrava, infatti, non concedere nulla alle ipotesi di compromesso formulate dai suoi interlocutori e insisteva sulla richiesta della no fly zone e dei fighter jet, ricattando di fatto l’Occidente con sinistre allusioni alle centrali nucleari presenti in Ucraina. Mi hanno infine fortemente impressionato le comprensibili reazioni perplesse e quasi atterrite degli interlocutori: l’apparente calma del direttore di Limes Lucio Caracciolo non riusciva a nasconderne l’inquietudine, così come il richiamo al realismo del professor Francesco Pallante cadeva nel vuoto di fronte al patriottismo della Vereshchuk; coronavano la scena lo sgomento che si leggeva negli occhi del direttore Massimo Giannini, pur disponibile a comprendere le ragioni della vicepremier ucraina, e l’imbarazzo della conduttrice Lilli Gruber di fronte alle sue dichiarazioni bellicose. L’impressione d’insieme è che l’élite politica ucraina sia pronta all’olocausto trascinando con sé non solo l’Occidente… spero di sbagliarmi.

Gianfranco Gavianu

 

Una marcia pacifica per fermare l’invasione

Al 19° giorno di guerra in Ucraina, di fronte all’inerzia mondiale, mi permetto di fare una proposta per la pace: una gigantesca marcia di donne e uomini da una qualunque città polacca al confine ucraino verso Kiev. A quel punto, per Putin, perseverare coi bombardamenti sarebe diabolico.

Ettore Scarmozzino

 

Le oligarchie trionfano insieme con l’ipocrisia

Dietro Biden non ci sono più i buoni filosofi illuministi, i buoni Padri della Rivoluzione Americana, i buoni economisti liberisti e keynesiani, i buoni politici liberali e socialdemocratici: ci sono i lupi del dollaro. Così come, dietro Putin, ci sono i lupi del rublo. Ipnotizzano i popoli con democrazia e libertà di impresa, ma non lo vogliono veramente. Se così fosse, quei popoli diventerebbero pericolosi concorrenti: sia i lavoratori che i datori di lavoro; sia chi li stipendi li prende, sia chi li dà. Almeno in questo si è realizzata la vera uguaglianza: quella dei propri interessi. Ve li immaginate i sindacati italiani in Ucraina? Lascerebbero che i loro iscritti lavorassero come schiavi per 2 euro (come avviene oggi in Albania, Bulgaria, Romania, ecc.)? E, se lavorassero di meno e venissero pagati di più, quanto ci costerebbero i prodotti? Ve li immaginate dei Bill Gates ucraini, concorrenti delle imprese italiane (le poche che restano) e delle multinazionali? E i conseguenti dazi all’importazione dei loro prodotti, sollecitati dalle lobby economiche nostrane? Quanto ci costerebbe acquistarli? Ve li immaginate i cittadini ucraini che lavorano come badanti, uomini di fatica, muratori, prostitute, di cui i liberi e benestanti cittadini occidentali si servono? Continuerebbero a farlo, una volta liberi e benestanti pure loro? A fronte degli oligarchi russi, inoltre, ci si è dimenticati di quelli nostrani (del petrolio, dell’informatica, delle armi)? Dei loro yacht e delle loro ville in cui ospitano i loro referenti politici? Quanta ipocrisia! Quello a cui assistiamo è l’ennesimo scontro di potere. I vantaggi andranno solo alle oligarchie di entrambe le parti. Faccio una citazione cui non avrei mai pensato di ricorrere: “Siamo ciechi come gattini appena nati” (Stalin). Ma quando ci svezzeremo?

Antonio Barbazza

 

Salvini colleziona gaffe e gli altri sono smarriti

Dai tempi del Papeete, quasi tre anni fa, Matteo Salvini non ne azzecca più neppure mezza. Infila una gaffe dopo l’altra con una disinvoltura davvero invidiabile. Ultima, quella in Polonia. Ormai fa quasi tenerezza. Al suo confronto, Giorgia Meloni sta assumendo agli occhi dell’opinione pubblica, del tutto immeritatamente, la statura di un Churchill! Purtroppo, se il centrodestra se la passa male (basti pensare che la sua componente più credibile in ottica europea risulta il partito personale di Berlusconi!), il centrosinistra non sta molto meglio. Dalla galassia pentastellata, devastata dalla rissa fra Conte e Di Maio, giungono segnali sempre più flebili e confusi. Quanto al Pd di Letta, ha tirato fuori la grinta solo per appoggiare l’invio di armi all’Ucraina ma, sulle tante questioni interne irrisolte (dallo ius soli alla fine vita, dalla legge contro l’omotransfobia alla lotta all’evasione fiscale), continua a mostrarsi incerto e statico. Stare fermi può pagare a volte (come nella recente rielezione di Mattarella), ma in genere è una tattica perdente. E di strategia nemmeno l’ombra. Il senso di responsabilità è lodevole, ma purtroppo, in politica, non basta.

Marco De Marinis

Dal Catechismo. Il buon senso della Chiesa sulle armi e la difesa

 

Caro “Fatto”, l’opinione del teologo Severino Dianich non fa un piega, ma il suo punto di vista lascia le cose come stanno, o forse peggio. “Inviare armi è etico solo se si può vincere, se no è una inutile strage”: questo pensiero si potrebbe identificare come “sono il più forte e prendo quello che mi pare”. E questo è quanto succede oggi in Europa. Subire per non perdere è meschino e rende schiavi: non è così che si impediscono le guerre. Prima di arrivare al conflitto bisogna agire, come scrive il teologo nella sua intervista. Il più forte – milioni di persone contro i quattro dittatori che governano il mondo – possono fermare qualsiasi pensiero di belligeranza, come hanno già fatto molti popoli, tra cui l’Ucraina, nel 2014-2015, quando fece fuggire di notte il presidente disonesto che, protetto dalla sua polizia, credeva di essere il più forte. Ma i più forti siamo noi.

Omero Muzzu

 

Caro Omero, non so bene chi siamo “noi”. A meno che lei non si riferisca ai “noi” che sterminarono migliaia di jugoslavi e un milione fra iracheni e afghani. In ogni caso, il teologo Dianich non ha fatto altro che ricordare lo storico Catechismo della Chiesa cattolica che, con notevole buon senso, raccomanda di “considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale”. E, fra queste, “che ci siano fondate condizioni di successo” e “che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di queste condizioni ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione”. Aggiungo, a scanso di equivoci, che il Catechismo non l’ha scritto Putin, ma il Concilio Vaticano II, revisionato nel 1992 da papa Giovanni Paolo II.

Marco Travaglio

L’Occidente non reggerà a lungo senza poter fare le torte margherita

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. In seguito alle sanzioni che hanno bloccato i conti correnti dei Tracchia fino ai parenti di sesto grado, domestiche filippine in nero comprese, la famiglia Tracchia è sull’orlo della bancarotta, e ha dichiarato che onorerà i suoi debiti con monete di cioccolato rivestite di stagnola dorata, le uniche riserve auree di cui dispone al momento, anche perché, da quando le aziende del gruppo hanno bloccato per ritorsione l’export di farina, burro, zucchero, uova, fecola di patate, lievito per dolci, sale, limone e latte, non ci sono più incassi. “Vedremo quanto a lungo resisterà l’Occidente senza poter fare le torte margherita!” ha esclamato in tono di sfida Anselma Tracchia, moglie di Evaristo, il quale adesso è amaramente pentito di averle dato retta su quell’idea del cazzo (logica per una golosona inguaribile come lei, suicida per un commerciante) solo perché non aveva voglia di aprire un altro fronte interno, dopo aver confinato in camera la figlia Giulia, contraria alla guerra. “Le azioni dei Tracchia sono indifendibili” commenta il generale Lillo Obice, comandante interforze Nato, al Tg1. “Tra mille opzioni hanno scelto la peggiore. Hanno visto due gemelle anziane e han pensato di approfittarne. Le gemelle, però, avevano agito in modo provocatorio, rendendo inagibile lo stabile dei Tracchia: è proprio uno di quei casi che la carta delle Nazioni Unite voleva evitare. E adesso le gemelle invocano una no fly zone sul centro commerciale, ma questo vorrebbe dire scatenare una guerra diretta fra Russia e America, che sostengono le due parti in conflitto. È un bel casino”. Tg1: “Dicono che Putin sia pazzo”. OBICE: “Per via di quel tavolo lunghissimo e della faccia gonfia? No, Putin non è affatto pazzo: vuole farlo credere per giocare con le nostre paure. La verità è che ha un controllo saldissimo della sua psiche, grazie all’addestramento del Kgb. Ti tengono legato e bendato per giorni, ad ascoltare i maggiori successi dei Camaleonti a tutto volume: ne esci indistruttibile. Lo vidi una volta in Tibet. Non dimentico come Putin sopportò pazientemente tutto il trambusto, ore dopo che il Dalai Lama lo aveva mandato affanculo”. Già 20 mila i foreign fighters accorsi da 52 Paesi in risposta all’appello delle gemelle Mastrocinque, il cui centro commerciale, il mese scorso, è stato teatro dell’Operazione Namor, l’esercitazione militare con cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Polonia, Svezia e Danimarca hanno addestrato le truppe paramilitari delle gemelle, preparandole a un’invasione. C’era baruffa nell’aria: qualche settimana prima, le forze russe erano state impegnate in grandi manovre nelle discariche abusive dei Tracchia all’interno della zona archeologica di Castel Porziano. Oggi i Tracchia smentiscono d’aver chiesto aiuto alla Cina (“Lo comprereste, voi, un elettrodomestico cinese?”), ma confermato l’importazione dalla Siria di pappagalli viaggiatori (un incrocio fra piccioni viaggiatori e pappagalli), capaci di riferire a voce i messaggi loro affidati, in barba ai down del web causati dagli hacker di Anonymous, ostili ai Tracchia. Plateale e grottesca la disinformazia: “Quella non era una donna incinta, ma una base del battaglione Azov”, hanno detto i Tracchia dopo il bombardamento di una donna incinta, che si è salvata per miracolo (la spoletta era cinese). “Non vediamo nessun impegno dei Tracchia a una de-escalation”, gongola l’industria militare Usa, che da mesi cercava un nuovo Afghanistan. Ripresi i negoziati dopo la pausa tecnica di ieri: decisa una nuova pausa tecnica.

(12. Continua)

L’escalation militare cresce, “ma perché ci preoccupiamo?”

Ricapitolando: 30 mila militari Nato stanno svolgendo una esercitazione in Norvegia. È la più grande degli ultimi anni, ma non c’è da preoccuparsi perché le operazioni erano state programmate già otto mesi fa.

Un sedicente ufficiale dei servizi segreti russi ha inviato una nuova lettera in cui sostiene che per Putin “la terza guerra mondiale è iniziata” e che l’autocrate si prepara a lanciare i suoi missili verso le Repubbliche baltiche se non verranno ritirate le sanzioni. Ma non c’è da preoccuparsi, perché la spia potrebbe non essere tale e il contenuto della missiva potrebbe essere falso.

Una circolare del nostro Stato maggiore invita i generali a intensificare gli addestramenti orientati al war fighting, ovvero agli scenari di combattimento. Ma non c’è da preoccuparsi, perché circolari simili vengono inviate ogni volta che sale la tensione internazionale.

Domenica scorsa, l’Iran, in ottimi rapporti con la Russia, ha sparato una dozzina di razzi a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e ha sfiorato il consolato Usa. Ma non c’è da preoccuparsi, perché gli iraniani assicurano di aver mirato a “un centro strategico israeliano” e molti pensano che il lancio sia stato una vendetta per due pasdaran morti durante un bombardamento in Siria. Lunedì, infine, mentre a Roma si incontravano gli emissari del governo americano e cinese, 13 caccia militari di Pechino hanno violato la spazio aereo di Taiwan. Ma non c’è da preoccuparsi, perché il sorvolo è stato un semplice avvertimento.

Così anche noi non ci preoccupiamo. Constatiamo solo che 20 giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, l’escalation militare non accenna a fermarsi. E ci chiediamo cosa accadrà se davvero, come pronosticato dalla Gran Bretagna, i soldati di Putin, dopo aver conquistato al prezzo di terribili massacri le principali città ucraine, dovranno affrontare per anni una resistenza fortemente motivata e ben armata dall’Occidente.

L’obiettivo della Ue e della Nato del resto è chiaro. Visto che con soli 170 mila uomini è impossibile controllare uno Stato grande il doppio dell’Italia, Europa e Usa armano gli ucraini nella speranza che Putin, per evitare d’impantanarsi in una guerra in stile afghano, si accontenti presto di ciò che gli è già stato offerto dall’eroico presidente Zelensky: la neutralità, l’annessione ufficiale della Crimea, il riconoscimento delle Repubbliche del Donbass. L’idea è che in questo modo Putin potrebbe ordinare il ritiro dicendo ai russi di aver ottenuto ciò che rivendicava e quindi di aver vinto la guerra. Ma se il piano è questo, qualcuno ci dovrà spiegare cosa si spera che accada dopo.

Ciò che Putin sostiene è noto. La Russia afferma di essere stata circondata negli anni da Paesi Nato in grado di ospitare testate nucleari a poche centinaia di chilometri da Mosca. Teme che l’espansione non sia finita e sogna pure che le confinanti Repubbliche baltiche rinuncino a far parte dell’alleanza. Inoltre sa che nel medio periodo le sanzioni economiche occidentali diventeranno un reale problema. È pura utopia, dunque, che quando e se si comincerà davvero a parlare di un possibile ritiro dall’Ucraina, Putin non chieda a Stati Uniti ed Europa di ridiscutere tutto: a partire dall’embargo deciso nei suoi confronti.

A un tavolo di questo tipo non potrà che pretendere di essere presente pure la Cina. Ma non c’è da preoccuparsi. Perché l’operazione è semplice: si tratta solo di riscrivere il nuovo ordine mondiale. Roba da niente. Io, comunque, pur restando tranquillissimo, comincio a cercar casa in Argentina.

 

Porno-war. Tra chiacchiere da bar e Lolite, la vera guerra si dissolve

Come tutti, oscillo. La guerra non mi è mai sembrata così vicina, e al tempo stesso così surreale. Quando ero giovane e studiavo, mi sono sempre immaginato i dibattiti interventisti/non interventisti come una faccenda alta, magari non colta, ma insomma, di un certo spessore e vigore. Forse non era così, e certo non è così oggi: la maggior parte delle analisi non mi sembra all’altezza del momento e dei rischi. Alla lunga non ascolti più, ed è una fortuna.

Ogni tanto ascolti, a tuo rischio, esponendoti a un hellzapoppin’ quotidiano. Ammirevole la copertina di Di Più che ci dice che Putin “da bambino era un teppista”, decisivo contributo all’analisi geopolitica sull’aggressione, ma vabbè, fa pure un po’ ridere. Metteteci l’uso indiscriminatissimo di bambini, anche in posa (la Lolita di Kiev è a oggi l’esempio più famoso, solidarietà alla ragazzina) e alcune retoriche un po’ risibili, Liala (avercene!) e petto in fuori. Troppo pop per essere vere, troppo caricaturali, al limite dell’autolesionismo semantico, dove il ridicolo sommerge il messaggio. Non accade solo da noi: vedere Macron, l’uomo più incravattato del mondo, indossare una felpa da parà strappa il sorriso: c’è una salvinizzazione del pianeta, non credo potrebbe andare peggio.

Di nostro specifico, pare notarsi un uso disinvolto della Storia, diciamo così teneramente spannometrico, che viene da pensare all’esame all’università: “Ma guardi che io un 18 non posso darglielo, perché non torna il mese prossimo? Ha qualche guaio in famiglia?”. Perdoniamo per pietà l’uso del termine “sovietico” che ormai è usato come sinonimo di russo. Un Putin talmente “sovietico”, tra l’altro, che ha dichiarato una guerra parlando male per mezz’ora di Lenin (cosa che quando lui lavorava nel Kgb l’avrebbe portato dritto in Siberia). Ci dice il Tg1 che “nel 1905 a Odessa il popolo ucraino si ribellò ai bolscevichi”, con tanto di fotogrammi di ĖEjzenštejn. È come Napoleone che vince a Waterloo. Irresistibile, viene in mente il John Belushi di Animal House, genio premonitore, e la sua grandiosa battuta: “Siamo forse stati con le mani in mano quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbour?”.

La neolingua di Orwell vive il suo grande momento, il mezzo miliardo di euro (in aumento) che l’Ue spenderà per armare l’Ucraina viene da un Fondo europeo che si chiama “Fondo per la pace”, European Peace Facility. Così è un po’ troppo, anche come neolingua, e anche come metafora; mi chiedo: costava troppo cambiare la carta intestata?

Non arriva fino a qui la propaganda russa, questo è male, perché sarà ridicola tanto quanto, risibile nei ragionamenti binari, minacciosa e stupida. E anche lei molto esperta di neolingua, dato che proibisce alla stampa di pronunciare e scrivere la parola “guerra”, proprio mentre cominciano a tornare a casa i corpi di ragazzini di leva morti in guerra. Vertigine.

Alla fine, con il combinato disposto di titolazione choc, piccole furbizie ideologiche, aperti schieramenti, brandelli sparsi di porno-war, chiacchiere da bar e paralleli storici campati per aria, la guerra si sfuoca, là in fondo. Un po’ intrattenimento, un po’ indignazione, un po’ abitudine, un po’ bolletta del gas. La guerra vera, quella che ammazza i corpi, svapora, diventa una paura vera e una visione vaga dietro una cortina densa fatta di bugie, paura e qualche compassione. C’è un verso di Gregory Corso che lo dice molto bene: “La pietà si appoggia al suo bombardamento preferito/ e perdona la bomba”. Come al solito, sono meglio i poeti.

L’Ue dei banchieri: quanti Errori e affari con Putin

Il criminale attacco della Russia di Vladimir Putin all’Ucraina dovrebbe rilanciare la storica missione fondamentale dell’Unione europea come generatrice di pace, per decenni sottovalutata, dando invece per scontato il suo successo e virando su logiche da consorzio di banchieri, finanzieri e affaristi vari. “Condividere tutto tranne le istituzioni” era la ragionevole politica di buon vicinato proposta da Bruxelles al neo-emerso Putin all’inizio degli anni 2000, in sintonia sia con le visioni pacifiste del Manifesto di Ventotene di Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, sia con gli obiettivi di padri fondatori dell’Europa come il francese Robert Schumann, il tedesco Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

Poi però la Germania sfruttò il dialogo con il Cremlino per concordare l’allargamento dell’Ue a Est in modo da estendere i suoi mercati. Lobby potenti fecero prevalere gli appetiti per enormi arricchimenti – in Europa e a Mosca – con il gas e altri import-export. E gli accordi Ue-Russia, incentrati sugli interessi economici, non hanno impedito – dopo le invasioni di Crimea e Donbass – la guerra in Ucraina.

Ma l’Ue, invece di fare autocritica e promuovere l’immediato “cessate il fuoco” con la politica e la diplomazia, ha deciso addirittura di fornire armi a Kiev. Leader con passato finanziario, come il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier Mario Draghi hanno puntato sulle sanzioni economiche definite da Putin “una dichiarazione di guerra”. Al summit Ue di Versailles è spuntato perfino l’aumento delle spese nazionali in armamenti (chiesto da tanti anni dalla Nato), quando il progetto di difesa comune europea dovrebbe servire a ridurle molto con l’integrazione degli eserciti.

L’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi, annunciò la disponibilità di Putin a “condividere tutto tranne le istituzioni”. Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il presidente francese Jacques Chirac approvavano. Tanti giornalisti, dopo aver incontrato il presidente russo a Bruxelles, condivisero che quell’ex agente segreto del Kgb andava assolutamente cooptato e disinnescato finché guidava il Cremlino. Lo stesso apparato di Mosca lo faceva scortare da controllori-traduttori per contenerne i comportamenti. Non sempre ci riuscivano. In una conferenza stampa alla Commissione europea, Putin rispose in russo alla domanda di un giornalista francese (sul rispetto dei diritti umani) esortandolo ad andare a Mosca dove l’avrebbero evirato. I traduttori censurarono. Si seppe il giorno dopo dalla stampa russa. In un incontro con pochi giornalisti, in una saletta d’hotel, una reporter sollevò normali dubbi. Putin la fulminò con gli occhi e replicò glaciale per 3 o 4 minuti, che il traduttore trasformò in una breve e blanda dichiarazione.

Il Regno Unito del premier Tony Blair, prima alleato degli Stati Uniti e poi membro dell’Ue, frenò le aperture a Mosca per difendere la Nato filo-Usa, tenuta in vita dal “pericolo Russia”. Londra appoggiò Berlino nell’allargamento dell’Ue a Est per avvicinare Paesi anti-Cremlino e poterli accogliere anche nell’Alleanza atlantica (senza negoziarlo con Putin). Bloccò il progetto di difesa europea e attirò i capitali degli oligarchi russi (chiudendo gli occhi sull’origine). Ma il “condividere tutto tranne le istituzioni” fu affossato soprattutto dalla Germania. La cancelliera tedesca Angela Merkel preferì il gas e gli altri import-export. Il predecessore Schröder passò a libro paga dell’apparato energetico russo. Il premier Silvio Berlusconi aggiunse adulazioni, regali e inviti personali a Putin. Oggi Germania e Italia dipendono dal gas russo. Lobby bancarie, finanziarie e di grandi business favorirono ulteriormente l’enorme arricchimento degli oligarchi vicini al Cremlino (e dei loro partner tedeschi, italiani, francesi o inglesi), che hanno sostenuto il potere di Putin per 22 anni. Secondo varie fonti anche il presidente russo sarebbe diventato ricchissimo tramite prestanome.

L’allargamento dell’Ue a Est è scivolato sui contrasti con Ungheria e Polonia sui diritti fondamentali e sull’immigrazione. Il Regno Unito si è defilato con la Brexit. L’adesione dei Baltici ex sovietici, Lituania, Lettonia ed Estonia, potrebbe rivelarsi pericolosa. Le armi Ue all’Ucraina possono aumentare le distruzioni e i morti. Si insiste sulle sanzioni economiche. Ma Scholz, Macron, Draghi e gli altri leader non stanno persistendo negli errori? Perché non riportano l’Europa a operare a oltranza per la pace e per le politiche di buon vicinato, impegnandosi uniti a conseguire con urgenza l’obiettivo?

 

Onorificenze agli accoliti di Putin, il Colle spieghi perché

L’altra sera, Milena Gabanelli, mentre al tg La7 riempiva di nomi e di storie il Dataroom del Corriere della Sera dedicato a “tutti gli uomini di Putin”, ribadiva che di fronte al massacro dell’Ucraina “sarebbe coerente per la Francia ritirare la Legion d’onore conferita a Putin”. E, per l’Italia “revocare le 30 onorificenze al merito della Repubblica conferite dal 2014 in poi, anno dell’invasione della Crimea, ai maggiorenti del regime russo: le ultime a dicembre 2021, a un passo dalla guerra”. Come ulteriore sanzione, Gabanelli auspicava che i più prestigiosi e costosi college americani, inglesi e svizzeri dove studiano i rampolli (almeno un migliaio) dell’oligarchia russa “li rispedissero in Patria per spingere i loro padri a prendere posizione contro il presidente”.

Davanti a questa seconda opzione ho pensato a quella massima secondo cui non è giusto che le colpe dei padri ricadano sui figli. Mentre, a proposito di commende, cavalierati e profluvi di gran croci distribuiti sul Cremlino e dintorni dal Quirinale sotto le presidenze Napolitano e Mattarella, forse prima di revocarle sarebbe il caso di farsi spiegare perché sono state conferite, e con tale entusiasmo. Visto e considerato che ben prima dell’attuale tempesta di bombe scatenata sui civili ucraini, il simpatico Vlad the Mad e i suoi scagnozzi di crimini contro l’umanità avevano riempito pile di corposi dossier. E che nelle olimpiadi del terrore se la giocavano con le peggio dittature psicopatiche dell’universo mondo. Gli stermini in Cecenia e in ogni altra regione da “normalizzare”, meglio se attraverso l’uso indiscriminato di armi chimiche. Gli oppositori eliminati col polonio, o altrimenti rapiti con la complicità dello sgherro bielorusso per poi essere murati vivi in una cella. La repressione sistematica e violenta del dissenso. La limitazione, fino alla soppressione, dei più elementari diritti individuali.

Una farsa la libertà di stampa e di parola. Per limitarci alla storia scritta. Conoscere le motivazioni grazie alle quali certi fiorellini di campo (tra cui un ex Kgb) sono stati onorati e ossequiati a nome e per conto della Repubblica italiana potrebbe sicuramente meglio definire il carattere della nostra bandiera nazionale. Non il tricolore, bensì l’ipocrisia.

Dal Pci al Fatto, non gli basta mai

 

• Ripetizioni a Crozza Ora non ho dubbi: quella di Maurizio Crozza è stata un’esibizione infelice perché il “neneismo” della sinistra radicale (neneismo is the new qualunquismo) è oltraggioso. Più un comizio che satira (…) Crozza e i suoi autori dimenticano alcune cose fondamentali sulla democrazia. Paesi come l’Estonia o la Lettonia e tutti gli altri elencati forse preferiscono vivere, di loro spontanea volontà, sotto l’ombrello della Nato piuttosto che sotto quello della dittatura russa.

Aldo Grasso (Corriere della Sera)

 

• Pure Berlinguer! La trappola del né-né ha precedenti pesanti, a casa nostra. “Né con lo Stato né con le Br” è uno slogan nato da Lotta continua (…) Da cronista, il primo né-né che ricordo è quello di Enrico Berlinguer in un’intervista a Giampaolo Pansa, giugno 1976: sintesi da titolo, “Più sicuro nella Nato che nel Patto di Varsavia”. “Di là, all’Est, forse vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà. Riconosco che da parte nostra c’è un certo azzardo a perseguire una via che non piace né di qua né di là…”. Un certo azzardo, sì. Due anni dopo l’omicidio di Aldo Moro, la storia cambia verso.

Concita De Gregorio (Repubblica)

 

• Letta sanzioni il Fatto Bisogna dire che Enrico Letta è riuscito a tenere il Partito democratico e il centrosinistra su una posizione giusta e netta (…). Purtroppo, non è scontato neanche questo. Da mesi Letta preferisce far finta di non vedere o di non capire: che si tratti della posizione dell’attuale presidente della commissione Esteri del Senato, il filo-putiniano Vito Petrocelli (…) che Giuseppe Conte si è ben guardato dal mettere alle strette; che si tratti delle sparate di Alessandro Di Battista o delle campagne del Fatto Quotidiano (…) I segnali di quale sia la naturale collocazione di quel mondo sono continui.

Francesco Cundari (Linkiesta)

Via libera dall’Ue, Amazon può comprare MGM

La Commissione europea ha approvato incondizionatamente, ai sensi del regolamento Ue sulle concentrazioni, la proposta di acquisizione di MGM Holdings, una delle più antiche società di produzione cinematografica americane (la fondazione data al 1924) da parte di Amazon. La Commissione ha concluso che l’operazione non avrebbe sollevato problemi di concorrenza nello Spazio economico europeo. Amazon, nel tempo, è passata dalla gestione di una serie di attività tra cui vendita al dettaglio, elettronica di consumo e servizi tecnologici alla produzione e la fornitura al dettaglio di contenuti audiovisivi propri e di terze parti tramite Prime Video. MGM, oltre agli studios per la produzione, ha in pancia oltre 4000 titoli di film e 10 mila puntate di serie televisive.

Son tornati i Pigs? Alleanza naturale, ma un altro brutto segnale per Draghi

L’alleanza tra questi quattro Paesi è un fatto scontato, quasi naturale: sono quelli più penalizzati dall’attuale assetto della regolazione Ue (dal bilancio in giù). Certo quest’appuntamento in vista del prossimo Consiglio europeo non è un bel segnale per le ambizioni rispetto alla politica continentale con cui Mario Draghi si era presentato a Palazzo Chigi. Si parla dei nuovi “Pigs”, senza la doppia “i” dell’Irlanda che anche dieci anni fa era un caso a parte: ieri è stato annunciato per venerdì un vertice a Roma tra il nostro presidente del Consiglio e i suoi omologhi di Spagna (Sanchez), Portogallo (Costa) e Grecia (Mitsotakis), quest’ultimo in collegamento. Pigs appunto, dalle iniziali dei Paesi, nomignolo spregiativo (significa maiali in inglese) che la stampa finanziaria anglosassone iniziò a usare – con una tipica operazione di colpevolizzazione delle vittime – ai tempi della cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”.
L’Italia e gli altri tre convenuti hanno diversi interessi in comune, dunque non meraviglia che discutano una posizione comune, ma è appena il caso di notare che nel suo primo anno, Draghi fungeva da “avvocato” dei Paesi mediterranei, i cui interessi portava al tavolo della sua intesa con la Francia sulla riforma dell’Eurozona nel tentativo di disarticolare l’egemonia franco-tedesca sull’Unione. In tempo di guerra, evidentemente, l’asse con Macron non è più saldo come in pace: la linea italiana sulla reazione europea alla crisi scatenata dal costo dell’energia prima e dall’invasione dell’Ucraina dopo fatica a passare e così i Pigs si riuniscono per elaborare una strategia comune in vista del Consiglio europeo della settimana prossima.
D’altra parte in Europa i segnali di normalizzazione, di un ritorno al passato, si colgono già. Il primo, il più preoccupante, è stata la scelta della Bce di procedere verso una politica monetaria più restrittiva nonostante lo scoppio della guerra a est. Il secondo, simbolico, la decisione di inserire nel comunicato finale dell’Eurogruppo finanziario di lunedì il riferimento a una “graduale discesa del debito” dal 2023 come compito ineludibile per i Paesi ad alto debito pubblico. Il terzo il rifiuto opposto finora dalla Germania e dai suoi molti satelliti a una risposta comune alla crisi asimmetrica (nel senso, per dire, che colpisce più l’Italia) scatenata dalla crisi ucraina. Draghi ha bisogno di alleati, si spera che stavolta non finisca come dieci anni fa, quando peraltro l’attuale premier giocava con la squadra avversaria.