Domani c’è il decreto Rincari. Ma sarà un pannicello caldo

Il prezzo dell’energia sul mercato elettrico ieri segnava un nuovo record a oltre 407 euro/MWh in aumento del 25,1% rispetto a sette giorni fa, quando si era già registrata un’impennata del 50%. Famiglie e imprese sono ormai schiacciate dai rincari di bollette e carburanti. Il governo dovrebbe intervenire di nuovo con misure temporanee e senza lo scostamento di bilancio chiesto da tutta la maggioranza. Sempre ieri il leader M5S Giuseppe Conte l’ha definito “non più opinabile, ma necessario”, ma per il premier Mario Draghi le nuove mosse – che finiranno nel decreto “Taglia prezzi” da approvare nel Consiglio dei ministri di domani – passano solo per l’utilizzo dell’extra-gettito Iva sui carburanti di questi mesi e (forse) degli extra-profitti delle imprese energetiche. Problema: attutiranno solo in parte l’ennesima batosta per famiglie e imprese.

Carburanti e inchiesta. Benzina e diesel potrebbero essere tagliati di 15 centesimi al litro, ma solo per un mese: intanto al distributore la benzina verde è arrivata a 2,5 euro. La Francia ha annunciato lo stesso mini-sconto per quattro mesi, così si appresta a fare la Germania. Per finanziare l’intervento il governo dovrebbe utilizzare l’extra-gettito Iva sui carburanti di questi mesi. Assopetroli lo stima, solo a marzo, in 200 milioni di euro. Intanto prosegue l’indagine della procura di Roma sull’aumento del prezzo di gas, luce e carburanti aperta dopo che il ministro Roberto Cingolani ha parlato di “colossale truffa”. Il fascicolo dei pm capitolini è senza indagati né reati ma, ragionano gli investigatori, oltre la truffa si cerca di capire se potrebbero esserci altri profili penali: ad esempio l’articolo 501 del codice penale sul rialzo e ribasso fraudolento dei prezzi. Come pure bisognerà verificare se vi sono state “manovre speculative sulle merci” (articolo 501 bis).

Camionisti. La sforbiciata da 15 centesimi, che terrebbe benzina e diesel comunque sopra i 2 euro, non accontenta gli autotrasportatori che restano sul piede di guerra. Dopo l’incontro di ieri con la viceministra Teresa Bellanova – che ha promesso al settore 80 milioni e spiegato di essere favorevole a un intervento sulle accise (voce che pesa per oltre il 60% sul prezzo finale) – i camionisti sardi hanno deciso di proseguire coi presidi a oltranza nell’isola. Ieri hanno bloccato il porto di Cagliari e negli scorsi giorni la paura dei mancati approvvigionamenti ha fatto prendere d’assalto diversi supermercati sardi.

Bollette. Non ricorrendo a nuovo deficit, il governo può solo prorogare la rateizzazione delle utenze di luce e gas, come già si può fare in questo trimestre (si può saldare metà fattura e diluire il resto in 10 rate). Potrebbe poi ampliare questo meccanismo anche per le imprese. Sul tavolo c’è pure l’allargamento del bonus sociale per le famiglie più disagiate. In questo caso, i soldi potrebbero arrivare dagli extra-profitti delle imprese energetiche. Non si agirà sulla sterilizzazione degli oneri generali di sistema in bolletta, come fatto finora. Per tagliarli, anche in parte, servirebbe almeno un miliardo, dopo i 10 già messi dalla scorsa estate per attenuare i rincari solo di un terzo. Senza un intervento più incisivo, le famiglie con reddito medio-basso sono più esposte. Un allarme lanciato, in un’audizione alla Camera, dal Capo del servizio struttura economica della Banca d’Italia Fabrizio Balassone, secondo il quale “i rincari sono troppo violenti e improvvisi e vanno senz’altro mitigati, soprattutto dovranno essere accompagnati dall’accelerazione e dal potenziamento degli investimenti”.

Imprese.Sul tavolo c’è la proposta di Confindustria di cedere circa 25 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili alle imprese industriali a prezzi equi a fronte dell’impegno a realizzare nuova capacità produttiva rinnovabile. Per capirci sull’entità delle cifre nel 2019, secondo Terna, la richiesta totale italiana di energia da fonti rinnovabili è stata di 119 TWh (contro circa 200 da altre fonti). Ieri in un’audizione sul precedente “decreto bollette” in commissione alla Camera, l’amministratore unico del Gestore dei servizi energetici (Gse), Andrea Ripa di Meana, ha fatto sapere di essere “pronto ad attuare in tempi brevi” la proposta: non è chiaro, però, cosa ne pensi il governo.

In attesa della risposta, per quanto riguarda le imprese nel decreto di domani potrebbero essere inseriti il rifinanziamento con un miliardo del Fondo di garanzia per le Pmi, le cui richieste dall’inizio della pandemia hanno superato quota 230 miliardi di euro, e la creazione di un fondo ad hoc, con 800 milioni, per i ristori.

Entro due settimane, invece, dovrebbe arrivare anche un altro pacchetto di aiuti con sostegni diretti alle famiglie e soprattutto alle imprese, strozzate anche dalla mancanza delle materie prime che hanno già causato centinaia di fermi produttivi. Gli ultimi soldi il governo li ha stanziati a gennaio per una manciata di attività ancora colpite dal Covid, ma ora l’allarme è generale.

“Norma rischiosa, così il Parlamento abbatte l’ostativo”

Se passa la riforma dell’ostativo così come è stata scritta dalla commissione Giustizia della Camera, ci sarà “l’abbattimento” dell’ergastolo ostativo per i benefici ai mafiosi, al di là “delle buone intenzioni” di chi l’ha scritta. Ha detto proprio così, senza giri di parole, uno dei massimi esperti in materia di prevenzione penitenziaria, Sebastiano Ardita, attuale consigliere del Csm, pm antimafia ed ex capo dell’ufficio detenuti del Dap. “Senza una legge chiara e una procedura snella – ha detto ieri davanti alla commissione Antimafia – se l’ergastolo ostativo cade, la colpa sarà del Parlamento: i margini, in queste condizioni, per far diventare la maglia un buco enorme, ci sono tutti”.

Ardita riconosce che “l’intento di questo testo è lodevole nel voler rendere più difficile ottenere i benefici per chi non collabora, ma c’è un eccesso di dettagli che rischiano di andare a vantaggio dei mafiosi”. Un vero paradosso per una riforma che, come ha detto Giulia Sarti, deputata M5S,“ non avremmo voluto fare”, riferendosi all’obbligo arrivato dalla Corte costituzionale, che ha chiesto le modifiche dopo aver trasformato da assoluto a relativo l’ostativo. E la domanda è inevitabile: cosa c’è di “pericoloso” per chi non è addetto ai lavori, anche per i parlamentari più volenterosi, che favorirà invece di ostacolare i mafiosi irriducibili? Ardita fa un’analisi articolata e che si può sintetizzare così: poiché per avere il beneficio non è prevista da parte del mafioso detenuto la sola prova positiva, ritenuta “fondamentale”, di non avere legami con la cosca di appartenenza né di avere la possibilità di ripristinarli, ma deve anche pensare al risarcimento del danno, alla “revisione critica del passato criminale”, deve aderire a “percorsi di giustizia riparativa”, le cose si complicano. Sono, ha aggiunto, tutte richieste “facili” da esaudire per un mafioso. “Se guardiamo l’aspetto risarcitorio – prosegue Ardita – chi ha interrotto i rapporti con la mafia è sul lastrico mentre chi ha i soldi per risarcire le vittime, i rapporti con Cosa Nostra non li ha interrotti”. E quindi, come finirà, in base alla storia della giurisprudenza “applicata”? Finirà che “essendo la prova positiva sui legami criminali pressoché impossibile, a fronte di tutti gli altri indici” esauditi, “qualcuno (dei giudici, ndr) troverà che la positività sarà comprovata da tutte le altre richieste della norma”. E quindi concederà il beneficio.

La cosa migliore, secondo il magistrato, sarebbe quello di prevedere soltanto la prova, a carico del mafioso detenuto, di non avere né di poter ripristinare i legami criminali. C’è, poi, un altro punto critico per cui secondo Ardita l’ostativo “sarà abbattuto” nonostante “l’ottima previsione” dei pareri delle Dda e della Dna: la mancanza di un tribunale unico di Sorveglianza a Roma che decida sui benefici così come dal 2009 si pronuncia sul 41 bis. Invece, la riforma prevede per i benefici che sia il collegio e non il monocratico ma a livello dei 26 distretti. Quindi, ha avvisato Ardita, che come la maggior parte dei magistrati aveva chiesto un unico tribunale di Sorveglianza, su “150 arrestati”, per esempio, di una stessa cosca, giudicheranno più tribunali di Sorveglianza, essendo i detenuti in carceri diverse. “La conseguenza sarà che il più garantista dei 26 farà prevalere la sua posizione e l’ergastolo ostativo cadrà”.

Destra e Pd all’attacco dei pm. Il Csm boccia la legge Cartabia

L’assalto alla riforma del Csm firmata Marta Cartabia arriva da due direzioni: Parlamento e Palazzo dei Marescialli. Il minimo comune denominatore è il giudizio negativo della riforma, ma i punti di vista sono opposti. Alla Camera, il centrodestra sta provando a modificare il ddl con emendamenti ancor più “punitivi” nei confronti dei magistrati, mentre la Sesta commissione del Csm ha stroncato la riforma come già accaduto con quella del processo penale.

Dal fascicolo di 700 emendamenti presentati emerge la volontà dei partiti di “punire” le toghe in un momento di forte discredito. La destra ha presentato proposte di modifica sulla separazione di fatto delle carriere tra giudice e pm. Oltre all’emendamento già annunciato da Forza Italia, che prevede l’obbligo per il magistrato di scegliere nei primi 5 anni se fare il pm o il giudice, si sono aggiunti anche Fratelli d’Italia, Azione e Lega. Una proposta di modifica, quella leghista, molto rilevante perché ricalca uno dei 5 quesiti che saranno oggetto del prossimo referendum sulla giustizia. L’altra proposta, su cui la destra va all’attacco della magistratura, è la responsabilità civile dei magistrati, il cui quesito non è stato ammesso dalla Consulta: sono state presentate proposte da Lega, FdI e Azione. E colpisce anche un emendamento del Pd, firmato da Alfredo Bazoli. Il testo prevede che sia il Parlamento a decidere la priorità dei reati di cui si dovranno occupare le Procure, come già previsto dalla riforma del processo penale. Ma ai dem non basta, vogliono inserirla anche nella riforma dell’ordinamento giudiziario: i procuratori dovrebbero predisporre “le misure organizzative, al fine di garantire l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito dei criteri generali indicati dal Parlamento con legge, basate su criteri di priorità trasparenti e predeterminati al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo conto anche del numero degli affari da trattare e dell’utilizzo efficiente delle risorse disponibili”. Il presidente della Commissione Giustizia, Mario Perantoni, ha deciso che i partiti debbano tagliare diversi emendamenti fino ad arrivare a 250, ma, obietta una fonte di maggioranza, il dibattito così viene “soffocato”.

E mentre in Parlamento i deputati vorrebbero cambiare la riforma della ministra in meglio o in peggio, a seconda dei punti di vista, al Csm, il diretto interessato dall’ultimo intervento di Cartabia si appresta a votare in plenum tra oggi e domani una sonora bocciatura. Al voto ci sarà il parere, anticipato dal Fatto, che la preposta Sesta commissione ha approvato all’unanimità lunedì in serata. Diverse le preoccupazioni per le possibili ingerenze politiche sul governo autonomo della magistratura. Per esempio, la legge elettorale proposta dalla Cartabia prevede la capacità di intervento del ministro della Giustizia che può addirittura alterare il risultato elettorale: “Resta la criticità della individuazione discrezionale dei collegi elettorali a cura del ministro con conseguente rischio di una modifica strumentale della composizione dei collegi al fine di orientare il risultato elettorale, con evidente pregiudizio per lo stesso principio costituzionale di autonomia e indipendenza della magistratura”. Sul fronte delle porte girevoli magistratura-politica, è ritenuto “positivo” che alla fine di un mandato elettivo il magistrato non possa più indossare la toga ma anche qui c’è una “criticità”, ovvero l’ipotesi di mandare i magistrati ordinari al Massimario della Cassazione: “Tale soluzione avrebbe un effetto illogicamente premiale” per chi ha fatto politica. Quanto ai magistrati che hanno fatto parte di un governo (come adesso i consiglieri di Stato, Roberto Garofoli, sottosegretario a Palazzo Chigi, e Annamaria Lamorgese, ministra dell’Interno) per i quali è prevista “la destinazione ad attività non direttamente giudiziaria o il collocamento fuori ruolo presso il ministero di appartenenza”, anche in questo caso si finisce per avere “un effetto premiale” consentendo il fuori ruolo “anche in deroga” al tetto dei 10 anni per legge, “consentendo carriere privilegiate”.

Bocciate pure le pagelle che tanto piacciono al centrodestra, e in particolare a Enrico Costa, che le vuole ancora più “strong”. Prevedere per la valutazione di professionalità “discreto, buono, ottimo porterà a una inammissibile classifica tra magistrati dell’ufficio” e così “potrebbe finire per stimolare quel carrierismo che la riforma vorrebbe invece eliminare”.

Torino, il Parlamento Subalpino riapre al pubblico dopo 2 anni

La Camera dei deputati del Parlamento Subalpino, a Torino, dopo 2 anni riapre da domani – “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera” – fino a domenica. Nell‘aula di Palazzo Carignano si è svolta l’attività legislativa del Regno sardo tra l’8 maggio 1848 e il 28 dicembre 1860 ed è qui che Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Lorenzo Valerio, Angelo Brofferio, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti, Quintino Sella e altri posero le basi della nostra democrazia e avviarono il cantiere dell’Italia.

La destra si spacca sul presidenzialismo

La maggioranzae il centrodestra si sono spaccati sulla proposta di Fratelli d’Italia per introdurre il semipresidenzialismo. La proposta di legge è stata bocciata dalla commissione Affari Costituzionali per 21 voti a 19: hanno detto “no” M5S, Pd e Leu, i renziani si sono astenuti mentre ha votato “sì” Lega, FdI e FI. Ma a pesare sono state le due assenze dei deputati di centrodestra Christian Invernizzi (Lega) e Annagrazia Calabria (Forza Italia). Sia Lega che Forza Italia spiegano che le due assenze sono state improvvise, ma Giorgia Meloni (prima firmataria del provvedimento) attacca gli (ex?) alleati: “Il no al semipresidenzialismo è una vittoria dei giochi di palazzo. Le due assenze nel centrodestra sono un problema”.

Sgarbi, uno e trino: deputato e sindaco vuole l’assessorato

Uno e trino, Vittorio Sgarbi punta al record: deputato a Roma e sindaco di Sutri (Viterbo), adesso accarezza l’idea di diventare pure assessore alla cultura a Padova. Si è auto-candidato durante la conferenza stampa di presentazione di Francesco Peghin che correrà per la fascia di primo cittadino per il centrodestra unito, anche se i sondaggi non promettono bene: l’ex presidente degli industriali euganei rischia di perdere già al primo turno contro il sindaco uscente Sergio Giordani e nell’ipotesi di ballottaggio è comunque dato dietro di ben 36 punti sull’avversario. Ma Sgarbi pensa d’esser l’asso nella manica. Insomma conta di fare la differenza, o quanto meno un po’ di rumore. Per ora ai danni dello stesso Peghin che a detta del critico d’arte ha sbagliato lo slogan elettorale, tanto per cominciare. Altro che “Serve adesso”, per il gran provocatore meglio “Padova merita di più”. Ché, per dire, quei “parassiti dell’Unesco”, come li aveva chiamati lo scorso anno, hanno riconosciuto il prosecco prima di Giotto. Capre.

I Servizi: “Non credevamo all’invasione”

I servizi di sicurezza italiani erano preoccupati per la situazione in Ucraina, ma escludevano l’invasione russa ritenendola “poco probabile”. Evidenziando problemi più legati all’influenza russa sull’Europa e alla cybersicurezza che a opzioni militari vere e proprie. Questo è quel che si evince dal rapporto annuale del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) presentato ieri in Senato, con tanto di dibattito in aula.

La relazione illustra l’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022 (l’attacco di Mosca è partito il 24). E il capitolo 8.2 è dedicato proprio alla crisi Ucraina. “Gli ultimi sviluppi della crisi, che vedono una consistente presenza militare russa presso il confine, fanno temere un aumento del rischio di incidenti e l’innesco di reazioni, seppur un attacco su vasta scala sia ritenuto poco probabile”, si legge nella relazione. Per questo s’invitano i paesi Nato, tra cui l’Italia, “a tenere alto il livello di attenzione”. Un livello che ha portato il Copasir a chiamare in audizione rappresentanti dell’Aise (servizio estero), del Dis e della Farnesina, dai quali però veniva esclusa la possibilità di un attacco.

In particolare, dopo le audizioni con gli esponenti dei servizi, il comitato ha ricevuto “informazioni puntuali” e “si riserva di proseguire un approfondimento in merito a uno scenario in cui l’opzione dell’intervento russo potrebbe concretizzarsi drammaticamente con gravi ricadute negative soprattutto sul settore energetico”. Dunque lo scenario era chiaro anche ai nostri 007, che però escludevano l’opzione militare su vasta scala.

Nella relazione del Copasir la Russia compare molte volte e ha anche un capitolo dedicato, in cui però si sottolinea come “l’attivismo di Mosca si rivolge soprattutto all’acquisizione di informazioni di carattere politico-strategico, tecnologico e militare”. In particolare, a Mosca interessano “i processi decisionali nei vari settori dell’azione politica tra cui gli affari esteri e interni, la politica energetica ed economica, le dialettiche interne alla Nato e all’Ue”. Quindi più un lavoro d’intelligence e di raccolta d’informazioni che d’intervento militare vero e proprio.

Tanto che lo stesso presidente del Copasir Adolfo Urso, in Aula, ha posto l’accento sul tema delle “azioni pervasive di Mosca all’interno dell’Europa” della cyber security, poiché “in caso di guerra cibernetica è il Paese più attrezzato, mentre l’Italia è uno dei più deboli”.

Diversi senatori hanno poi espresso preoccupazione per l’uso che le nostre istituzioni pubbliche fanno dei software antivirus russi, allarme lanciato qualche giorno fa dal sottosegretario Franco Gabrielli. Che ieri è tornato sul tema. “Usiamo il sistema Kaspersky dal 2003, ora però il governo sta preparando una norma per l’utilizzo di altri software. Dobbiamo diventare resilienti. C’è un presupposto, che è l’autonomia tecnologica del nostro Paese. Se non risolviamo il tema della dipendenza oggi dai russi, domani dai cinesi dopodomani da altri Paesi che possono creare problemi alla nostra sicurezza sarà un tema attuale”.

“I bimbi non vanno umiliati con un’arma tra le mani”

Ieri Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha scritto un editoriale di scuse ai lettori per aver celebrato le gesta di una bambina-soldato, fucile in mano e lecca lecca in bocca.

Hai scritto di aver promosso (sbagliando) una immagine barbarica – la bambina-soldato appunto – a istantanea della “resistente fierezza” di un popolo.

Era una foto artefatta. L’aveva scattata il papà organizzando la messinscena. È stato sbagliato pubblicarla, punto. E l’ho scritto, chiedendo scusa.

Eppure in tanti hanno visto in quella foto la forza nobile di un popolo che resiste e si batte oltre ogni misura e passione, oltre ogni tempo ed età

I bambini non devono essere esposti come trofei e non devono essere umiliati mettendogli tra le mani un’arma. La lunga storia delle guerre nel mondo ci avrebbe dovuto ricordare questa elementare verità

Perché la riprovazione di quelle immagini, già viste in Siria, in Afghanistan e in mille altri luoghi non si è fatta sentire in Ucraina? Come se la nostra passione mutasse di consistenza logica a seconda della latitudine della guerra in corso.

Intanto lasciami dire che a dispetto di questa età in cui le guerre si guidano dai cieli con i droni, si armano battaglie invisibili, l’occupazione dell’Ucraina ha il sapore di un conflitto novecentesco. Fanti, artiglieria, razzi anticarro. Un corpo a corpo nella trincea paludosa.

La guerra di trincea, appunto.

Le figure femminili combattenti hanno una forza ragguardevole. Così anche quella bambina col fucile e il lecca lecca è presto diventata icona.

Avvenire è il quotidiano dei vescovi italiani. Mai la voce del Papa è stata più ferma e decisa a difesa degli ucraini al punto di legittimare la convinzione che anche la Chiesa cattolica riconoscesse la necessità di armare la resistenza.

Assolutamente no. Se esiste un problema è che accanto a un leader morale come Papa Francesco non c’è una figura politica che sappia invocare azioni di resistenza non violenta. Vige l’idea che l’alternativa alle armi sia la resa. L’alternativa delle due erre: resistenza o resa.

Invece tu che pensi?

Fammi dire prima una cosa sul perché il dibattito tra interventisti e pacifisti in casa nostra si è fatto così violento nei toni, così radicale. Penso che ci sentiamo già tutti trasportati virtualmente nella terza guerra mondiale e quindi io che ritengo inappropriato mandare armi, convinto anzi che non risolvano il conflitto ma lo aggravino, vengo giudicato come chi invoca la resa al predatore, all’aggressore, al tiranno, al terrorista.

Se mi sparano, io cosa posso fare se non rispondo al fuoco?

Se rispondi al fuoco cosa hai davanti: la vittoria, il successo? No. La soluzione al conflitto non è l’armatura di un popolo, che anzi rischia di irrigidirlo, allungando l’agonia, aumentando la pena infinita di questa guerra.

Anche la Chiesa è scossa da divisioni formidabili. Il patriarca di Mosca che assolve Putin e anzi lo incoraggia.

Questo è un tema scandaloso, che mette in risalto le nudità del Vangelo. È una ferita che brucia, fa male.

Putin è l’aggressore.

Se avessimo oltre al Papa un uomo della statura di Gandhi troveremmo il modo per trovare una soluzione senza inondare di sangue e di morti quella terra.

Il sangue e i morti dell’Ucraina valgono assai di più delle altre guerre, vicine e lontane. Un doppiopesismo per alcuni versi comprensibile (la guerra più vicina ci fa più paura) per altri terribile.

La paura è un sentimento umano e la nostra vicinanza al punto di non ritorno ci terrorizza al punto da farci ritenere, come dicevo poc’anzi, che siamo già dentro la terza guerra mondiale e chiunque osi contestare la logica delle armi si ritrova nella lista dei cattivi, dei putiniani, dei disertori. Il fuoco parolaio e violento è un altro degli effetti collaterali di questa guerra.

Sempre più armi nei Paesi europei: +19% in 5 anni

Negli ultimi cinque anni in Europa i flussi di armi importate sono cresciuti più che in qualunque altra regione del mondo. A segnalarlo è uno studio pubblicato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (Sipri), che il 14 marzo ha aggiornato ha aggiornato il suo “Arms transfers database”, l’unica fonte pubblica sulle forniture di armi nel mondo, che tiene conto non solo delle vendite di armamenti, ma anche delle donazioni e della produzione su licenza dal 1950 a oggi, a Stati, organizzazioni internazionali e anche gruppi non statali, incluse le guerriglie.

Lo studio mette a confronto le forniture del periodo tra il 2012 e il 2016 e tra il 2017 e il 2021, calcolate non sulla base dei contratti, ma del volume di pezzi forniti e del loro valore di mercato. In questo modo riesce a considerare non solo le vendite dirette, ma anche le donazioni e la produzione per conto terzi. Il risultato è che mentre al livello globale le esportazioni di armamenti sono calate del 4,6%, nello stesso periodo l’Europa ha aumentato l’import del 19%, rappresentando complessivamente il 13% delle forniture di armi nel mondo. Il vecchio continente è ben piazzato anche sul piano delle esportazioni. Al contrario della Russia, che ha visto un calo dell’export del 26% per la minore richiesta da parte di India e Vietnam. Mosca conta ancora per il 19% di tutte le esportazioni, comunque. Tra le fughe in avanti più significative, messo da parte lo scontato record degli Stati Uniti, si segnala la Francia, che tra il 2017 e il 2021 è stata il terzo maggiore esportatore di armi al mondo (l’11% del totale), con un aumento delle esportazioni del del 59% rispetto ai 5 anni precedenti. Al quarto posto la Cina e la Germania al quinto.

La corsa europea agli armamenti è spiegata dall’Istituto di Stoccolma con due fattori. Il primo è l’escalation di tensioni tra Paesi dell’Europa dell’Est e Mosca, che ha inciso nell’aumento delle richieste di missili, aerei e altro materiale tattico da parte di molti Stati dell’Est Europeo. La Polonia, per esempio, si trova al 36° posto della lista dei principali Paesi importatori, e ha aumentato le forniture del 3,6% rispetto al periodo 2012-2016 ricevendo essenzialmente da Stati Uniti (36%), Italia (12%) e Corea del Sud (12%). Il nostro Paese ha aumentato le importazioni dall’1% all’1,2% del totale mondiale, ricevendo essenzialmente da Usa, Germania e Israele. Nelle prime file dei maggiori importatori di armi siedono il Regno Unito, la Norvegia e i Paesi Bassi. Londra ha aumentato le importazioni del 74% tra il 2012-16 e il 2017-21 e figura al 12° posto tra i principali importatori globali. L’incremento degli arsenali a Oslo è stato addirittura del 343%, mentre nei Paesi Bassi l’aumento è del 116 per cento. Una grossa parte di questo incremento a tripla cifra è rappresentato dall’acquisto di F-35 dagli Stati Uniti, il secondo fattore di militarizzazione individuato dal Sipri per il continente europeo. I numeri cresceranno ulteriormente con l’aumento delle spese militari stabilita dal vertice di Versailles.

Quanto all’Ucraina, nei cinque anni prima dell’invasione, e nonostante il conflitto in Donbass, l’afflusso dall’estero è stato limitato: lo 0,1% del totale globale. Va considerato, però, che il Paese produce armamenti e che ha ancora a disposizione l’arsenale ereditato dall’Urss. Le armi occidentali, da Usa e altri Paesi Nato, hanno avuto generalmente significato più politico che operativo, ritengono gli analisti del Sipri. L’acquisto con maggiore efficacia sul campo, lo abbiamo scoperto dalle cronache, è stato probabilmente quello di 12 (questo il numero ufficiale) droni armati turchi Bayraktar TB2. In termini di quantità, il principale fornitore di Kiev risulta però la Repubblica Ceca, da cui sono arrivati 87 veicoli corazzati e 56 pezzi d’artiglieria. Seguono gli Usa con i loro 540 missili anticarro Javelin, tra gli asset più citati del conflitto ucraino.

Siam pronti alla guerra (ma un po’ di nascosto)

Con l’invio di armi “l’Italia è già in guerra”, si sente da giorni. Nel dubbio, l’Italia prepara anche le proprie, ma senza farlo sapere. Ora però lo dicono le carte dell’Esercito. E pure i lavoratori dell’aeroporto civile di Pisa che le maneggiano, ma a loro insaputa: ufficialmente erano “aiuti umanitari” per le popolazioni dell’Ucraina. Ha fatto clamore, ieri, la scoperta di un documento interno allo Stato maggiore dell’Esercito, datato 9 marzo, che impartisce nuove disposizioni operative a tutti i comandi: stretta sui congedi, reparti in prontezza operativa “alimentati al 100%”, addestramento orientato al warfighting e “massimi livelli di efficienza” di tutti i mezzi. La circolare ha rinfocolato le polemiche sull’“entrata in guerra” taciuta agli italiani, con un premier Draghi che ancora venerdì ribadiva: “Non vedo il rischio di un allargamento del conflitto”. Ma intanto gli alti comandi dell’Esercito stavano già mettendo in riga uomini e mezzi.

La circolare dispone una stretta sui congedi e sul personale in “ferma prefissata”, che dovrà “alimentare i Reparti che esprimono unità di prontezza nei prossimi due anni”. Unità che devono “essere alimentate al 100% con personale ready to move, senza vincoli di impiego operativo, anche ricorrendo all’istituto del comando”. Leggi: pronti a partire.

Le attività di addestramento, anche quelle dei minori livelli ordinativi, “dovranno essere orientate al warfighting”. Lo stesso vale per gli assetti sanitari. Tre righe riguardano i “sistemi d’arma”: “Provvedere affinché siano raggiunti e mantenuti i massimi livelli di efficienza di tutti i mezzi cingolati, gli elicotteri (con focus sulle piattaforme dei sistemi di autodifesa) e i sistemi d’arma dell’artiglieria”. Il documento fa discutere, a tutti i livelli. Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo lo definisce “gravissimo”: “Chi ha prestato servizio nelle forze armate negli ultimi trent’anni non ha mai visto una circolare di questo tenore”. Lo Stato Maggiore ridimensiona: le disposizioni sarebbero “di carattere routinario”, si stanno solo adeguando le priorità delle unità dell’Esercito, “al fine di rispondere alle esigenze dettate dai mutamenti del contesto internazionale”. Non si nasconde dietro un dito, né si scompone, l’ex generale Mauro Del Vecchio: “In Macedonia, Kosovo, Afghanistan ricevevo dispositivi simili, mai a scopo di difesa dell’Italia. Ma con un conflitto di questa portata, che può anche degenerare, chi ha responsabilità di comando deve adoperarsi per garantire efficienza dei sistemi di difesa”.

Altro tema dibattuto. “L’efficienza menzionata? Non esiste”, dice Tiziano Ciocchetti, responsabile dell’area “mondo militare” di Difesa On Line. “Si parla di cingolati, ma una componente corazzata reale e operativa esiste solo sulla carta: abbiamo 200 vecchi Ariete 200 C1, ma quelli funzionanti sono solo 30. E questo non vale solo per le forze di terra. L’Italia non è in grado di affrontare un conflitto a bassa intensità. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Enzo Vecciarelli lo disse due anni fa in commissione Difesa. È rimasto inascoltato”.

Si sono fatti sentire invece, sostenuti dal sindacato Usb, i lavoratori dell’aeroporto di Pisa che si sono rifiutati di caricare armi destinate all’Ucraina su aerei in partenza per la Polonia, mascherati da convogli umanitari. I fatti risalgono a venerdì: i due voli, un cargo e un 737, erano in partenza per la Polonia. Il comunicato dell’Usb fa riferimento ad “armi di vario tipo, munizioni ed esplosivi”. Dopo l’ammutinamento del personale le operazioni sono state completate da militari. La direzione dello scalo ha messo frettolosamente una pezza sull’“incidente”: “Ai dipendenti – spiega Cristina Della Porta – è stato assicurato che non sarebbe più accaduto. Un’ammissione implicita dell’irregolarità dell’accaduto”. Questo però non è bastato a placare le polemiche. Sabato alle 15 davanti ai due aeroporti sfilerà una manifestazione contro la guerra, a cui hanno aderito anche le sigle di base, maggioritarie nello scalo: “È gravissimo che dei lavoratori civili, non formati per operare in sicurezza, siano stati messi in questa condizione – continua Della Porta – Era stato detto che quei velivoli trasportavano medicine e viveri. Il sospetto è che il Galileo Galilei fosse già stato utilizzate di notte per questo tipo di viaggi”.

Va ricordato che a oggi i decreti con cui il governo ha deciso l’invio di armi a Kiev rimangono secretati: non si sa né quali armi l’Italia spedisca in Ucraina, né come le faccia arrivare. Pisa è uno snodo strategico: accanto allo scalo internazionale c’è infatti uno dei più importanti aeroporti militari italiani e a soli dieci chilometri Camp Darby, base dell’esercito italiano che ospita in modo stanziale truppe americane. Per Acerbo, cui si deve l’ampia diffusione del documento dell’Esercito, è un’ulteriore conferma: “Dall’inizio di marzo sono moltissimi gli aerei militari partiti da Pisa per la Polonia, la cittadinanza ha diritto di sapere che operazioni militari sta conducendo il proprio Paese. Sembra che ci troviamo di fronte a un ponte aereo militare verso la base di Rzeszow, nella Polonia orientale, dove già dai primi di febbraio opera un comando logistico Usa”.