Kiev ricorre a un software vietato per riconoscere i nemici russi

Intelligenza artificiale e riconoscimento facciale arrivano in trincea. L’azienda americana Clearview Ai, con il suo controverso software che estrae immagini dai social media e da altre piattaforme, ha offerto gratuitamente i suoi servizi al ministero della Difesa ucraino, consentendo l’accesso ad un enorme database di volti, 10 miliardi in totale, di cui più di 2 miliardi di immagini provenienti dal social media russo VKontakte. Potrà essere utilizzato per identificare persone ai check point e gli agenti russi sul territorio. Diversi studi hanno dimostrato che i sistemi di comparazione delle immagini spesso sono errati: i dati, oltre a violare la privacy, possono indurre le forze di sicurezza di Kiev a commettere errori letali. Clearview, nata nel 2017, è stata criticata per violazioni della privacy dei dati in molti Paesi del mondo. La scorsa settimana l’Italia ha multato la società per 20 milioni di euro per aver violato le leggi sulla privacy dei consumatori Ue e ha ordinato di cancellare tutti i suoi dati sui residenti in Italia.

Un conflitto di “serie B” tra stragi, bombe e oblio

Da sette anni i bambini yemeniti scattano alla ricerca di un riparo, spesso inesistente, quando vedono disegnarsi nel cielo arabeschi bianchi. Sanno che si tratta delle scie dei missili sganciati dagli aerei della coalizione a guida saudita che combatte contro i ribelli houthi senza preoccuparsi di colpire civili inermi. La morte in questo paese da sempre tra i più poveri al mondo e oggi tra i più devastati da un conflitto civile per procura tra Arabia Saudita e Iran, iniziato nel 2015, non ha solo l’aspetto delle armi ma anche della carestia e della malattia, ancelle di ogni guerra.

Dall’anno scorso, per centinaia di migliaia di profughi interni, la situazione è addirittura peggiorata. Nel governatorato di Marib, dove la maggior parte dei civili si è rifugiata, si è andato infatti attestando il fronte principale perché questa è la zona più ricca di materie prime, gas e petrolio, nonché per la sua posizione strategica. L’ong Oxfam, presente in loco fin dall’inizio del conflitto, nel suo ultimo rapporto denuncia che tra i furiosi combattimenti sono intrappolati 1 milione di sfollati. L’acuirsi del conflitto, dallo scorso febbraio, ha già costretto oltre 100 mila persone ad abbandonare le proprie case, per cercare scampo dagli attacchi che continuano a colpire obiettivi civili: 43 solo a gennaio, oltre un quinto degli attacchi totali nell’ultimo anno.

Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie della filiale italiana dell’ong ha sottolineato: “A Marib, in un anno, ci sono stati oltre 18.000 vittime, tra morti e feriti . Nelle ultime settimane sono stati uccisi bambini che badavano agli animali o raccoglievano la legna. A gennaio 8 civili sono esplosi su mine antiuomo illegali, disseminate ovunque nei terreni agricoli, lungo le strade o i binari percorsi dagli sfollati che si spostano di continuo attraverso il paese. Papa Francesco ha recentemente ricordato l’indifferenza della comunità internazionale per la tragedia dello Yemen e gli interessi legati alla vendita delle armi.” Armi vendute a Riad e ad Abu Dhabi anche dall’Italia. Solo una parte delle forniture di ordigni ai due paesi chiave della coalizione è stata sospesa l’anno scorso in seguito al voto parlamentare del 2020. A questo proposito proprio ieri, tre organizzazioni per i diritti umani hanno impugnato la decisione della Procura di Roma di archiviazione delle indagini sulla responsabilità penale di alti funzionari dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama) nonché dei dirigenti dell’azienda Rwm Italia per le esportazioni di armi potenzialmente collegate a un attacco aereo mortale sul villaggio Deir Al-Ḩajrī in Yemen dell’8 ottobre 2016. La richiesta di indagine è stata inizialmente presentata nell’aprile 2018 da Mwatana for Human Rights (Yemen), dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani Ecchr (Berlino). Nonostante nel febbraio 2021 il Tribunale di Roma abbia ordinato la prosecuzione dell’indagine penale, il Pubblico ministero ha deciso di non procedere ulteriormente.

Il ricorso presentato dai denuncianti sostiene che ci sono prove sufficienti nel caso per passare direttamente al processo.

Dall’inizio del conflitto, Onu, ong internazionali e yemenite hanno documentato ripetute violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle parti in guerra, Houthi compresi, che tuttavia non possedendo jet militari hanno colpito un minor numero di civili. Inoltre l’Italia non vende armi al gruppo ribelle finanziato e armato dall’Iran.

Secondo le stime delle Nazioni Unite l’85% delle famiglie sfollate non riesce a far fronte alle spese quotidiane o pagarsi una casa, trovare un lavoro è pressoché impossibile. In molti anzi vivono con la costante paura di essere sfrattati dai terreni privati. Le Nazioni Unite hanno di recente ribadito alle parti in conflitto l’obbligo di rispettare il diritto internazionale che proibisce gli attacchi sproporzionati. Ma a ottobre è stato sciolto il gruppo Onu responsabile del monitoraggio delle violazioni dei diritti umani in questo disgraziato e dimenticato angolo del Medio Oriente.

No al conflitto in diretta tv: la giornalista rischia 15 anni

Che fine farà Marina Ovsyannikova, la editor televisiva di Canale 1 che ha sfidato apertamente Vladimir Putin? Lunedì, Marina ha interrotto il notiziario della sera, seguito da milioni di spettatori, brandendo un cartello contro la guerra in Ucraina, in cui si leggeva “No alla guerra. Ferma la guerra. Non credere alla propaganda. Ti stanno mentendo. Russi contro la guerra”. Poco dopo, via l’associazione per i diritti umani OVD-Info, ha pubblicato sui social un suo video pre-registrato in cui diceva di vergognarsi di aver diffuso la propaganda di Putin, invitando la popolazione a non credere alla versione ufficiale e a opporsi al conflitto. La donna, che ha padre ucraino e madre russa, era stata arrestata: nel pomeriggio di ieri, dopo circa 14 ore di interrogatorio durante le quali, ha dichiarato, non ha potuto comunicare con l’esterno, è stata rilasciata dietro il pagamento di una multa di 30.000 rubli, circa 250 euro. Ma la vicenda è solo all’inizio: la sua protesta è al centro di una ulteriore inchiesta penale sulla base della legge sulle ‘fake news’ appena approvata dalla Duma russa, e che prevede il carcere fino a 15 anni per chiunque sfidi la versione ufficiale del governo russo sull’invasione dell’Ucraina. Un giro di vite che, secondo OVFD-Info, dall’inizio dell’invasione avrebbe portato in carcere almeno 15 mila manifestanti. È la prima volta che la dipendente di un canale di Stato manifesta il suo dissenso. E ci sono anche dimissioni illustri: Vadim Glusker, storico corrispondente da Bruxelles dell’emittente Ntv dal 1993; Zhanna Agalakova, anche lei di Canale 1, e Lilia Gildeeva di Ntv, che hanno annunciato la loro decisione dall’estero per il timore che non avrebbero poi avuto il permesso di lasciare la Russia.

“Putin ha ingannato anche i suoi e ora c’è una faida tra gli 007”

“Nessuno al Cremlino sapeva che la guerra era imminente. Anzi, veramente nessuna delle autorità la credeva nemmeno possibile. Putin non aveva avvertito nessuno perché nessuno, ai vertici russi, era d’accordo con la sua scelta”. Per Vladimir Osechkin, dissidente russo che da anni vive in esilio a Parigi, solo una cerchia ristrettissima di fedeli sapeva quello che sarebbe successo il 24 febbraio scorso, quando Putin ha annunciato “l’operazione speciale” contro Kiev. “Putin temeva e teme un’insurrezione interna, non si fida più di nessuno, nemmeno di quelli la cui lealtà, in questi anni, ha acquistato con budget che erano destinati alla popolazione russa. Pochi si rendono conto che assistiamo all’agonia del suo regime”. Le tesi dell’oppositore sono sostenute dalle informazioni contenute in alcune “lettere” di un whistleblower dei servizi segreti russi, report indirizzati alla sua associazione Gulagu.net, ritenuti credibili e pubblicati dalla stampa internazionale.

C’è una guerra anche a Mosca, dove a cadere non sono soldati di leva e carristi, ma vertici spinti giù dalla torre del loro potere da quando è iniziato il conflitto in Ucraina: agli arresti domiciliari adesso c’è il capo del servizio di spionaggio estero dell’Fsb, Sergey Beseda, e il vice, Anatoly Bolukh.

In corso, tra i dipartimenti del Fsb, servizi segreti russi, Dvkr, controspionaggio e Stato maggiore delle Forze armate, c’è una praverka, un controllo incrociato: i servizi vivono ora in un clima di totale sfiducia, non si fidano più l’uno dell’altro. Si cerca anche un informatore che riferisce a Kiev degli spostamenti delle colonne dei carri armati di Mosca. Putin ha nascosto l’operazione militare soprattutto al ministero dell’Economia e alle banche, arrivate impreparate alla catastrofe finanziaria che si è abbattuta sulla Federazione. Stiamo assistendo a una scissione profonda all’interno del regime di Putin, non solo tra i vertici che si sentono ingannati. C’è una crisi anche nei bassi ranghi dell’esercito e della Guardia nazionale: i soldati sono stati educati anche psicologicamente secondo una dottrina difensiva, non offensiva, della patria. Oggi migliaia di persone devono scegliere tra il disertare e la prigione, oppure obbedire a ordini che ritengono criminali: aggredire un popolo da sempre fratello per i russi. Putin ha ucciso centinaia di ucraini, ma anche centinaia di russi, lanciando il Paese in guerra.

I russi avanzano sul terreno, ma la guerra di Putin è già persa?

Alcuni analisti dei servizi hanno mentito nei report, hanno fatto eco alla loro stessa propaganda secondo cui gli ucraini li avrebbero accolti “con pane e sale”, come quando arrivano gli ospiti. Nemmeno al 21° giorno di guerra esistono memorandum attendibili su valutazioni e costi economici del conflitto. Uno dei sostenitori della guerra è il ministro della Difesa Serghey Shoigu; nel suo dipartimento, secondo le informazioni del whistleblower, ci sono ammanchi di miliardi di rubli dalle casse del suo stesso esercito. Quando alcuni responsabili sono stati rintracciati, per paura che il ministero subisse le confische, ha frenato i procedimenti legali.

Alcune delle informazioni della sua “talpa” tornano su un tema controverso: le ipotetiche patologie del presidente russo.

Quei tavoli lunghi 20 metri dove incontra persone che ormai teme possano defenestrarlo forse ne sono la prova.

Migliaia di russi, in queste settimane, hanno lasciato il Paese: è possibile che comincino a farlo anche i militari?

Ho notizia di alcune fughe verso l’Europa.

Tra i nazionalisti di Ternopil’: “Non vogliamo un’altra Urss”

Peccato che Vladimir Putin non sia andato a Ternopil’. Avrebbe potuto constatare che, no, non è vero che i suoi soldati vengono accolti come “liberatori di un popolo ostaggio dei nazisti”, come continua a ripetere. Ternopil’ è una città di 200.000 abitanti a circa 400 chilometri a ovest da Kiev. Siamo nelle “terre di sangue”, per riprendere il titolo del libro di Timothy Snyder.

Secondo lo storico di Yale, in questi territori tra Ucraina, Polonia, Bielorussia e Paesi baltici, 14 milioni di civili furono massacrati dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica stalinista tra il 1933 e il 1945. Di queste vittime, almeno un terzo, secondo Snyder, tra gli omicidi di prigionieri politici, lo sterminio degli ebrei e le deportazioni nei Gulag, sono da attribuire ai sovietici. Come altre città nell’ovest dell’Ucraina, Ternopil’ ha vissuto questo dramma. La città fu devastata per la prima volta al tempo dell’Impero austro-ungarico, nel 1917, dall’esercito zarista. Nel 1919 divenne Capitale dell’effimera Repubblica popolare d’Ucraina occidentale. Fu quindi conquistata dalla Polonia, occupata dall’Urss nel ’39 e martirizzata dai nazisti nel ’41. Ottomila ebrei vennero uccisi dai tedeschi con il sostegno delle milizie del leader ultranazionalista ucraino Stepan Bandera. L’Armata rossa entrò a Ternopil’ nell’aprile 1944. La città fu distrutta, la popolazione ferocemente repressa. “È la nostra storia, quella della mia famiglia. I miei nonni furono deportati in Siberia, anche se non erano resistenti. Non voglio che i miei figli rivivano quegli orrori. Se resto a Ternopil’ oggi è per resistere – dice Sofia Lypovetska, 41 anni, cardiologa –. È una guerra tra due modelli di valori, della libertà contro il dispotismo, della pace contro la violenza”. Il marito, Sviatoslav, storico, ha partecipato alla creazione del piccolo museo dei crimini stalinisti Ternopil’, che occupa l’edificio che fu sede del Kgb. Da diversi giorni ospitano a casa loro sei famiglie fuggite da Kiev. Sofia è credente ed è molto coinvolta nelle attività della Chiesa greco-cattolica, bandita sotto l’Urss, e che oggi è molto diffusa in tutta l’ovest dell’Ucraina.

La cattedrale dell’Immacolata Concezione, trasformata in magazzino in epoca sovietica, è stata restaurata. Come uno schiaffo ai russi, una gigantesca statua di Stepan Bandera è stata installata qualche anno fa nella piazza dove ha sede l’amministrazione regionale. Bandera, che negli anni 20 difese l’idea di una Ucraina etnicamente pura e collaborò con i nazisti contro sovietici e polacchi, è ancora una delle grandi figure del nazionalismo ucraino. La bandiera rossa e nera, emblema del suo movimento, è presente, accanto alla bandiera ucraina, su molti bunker e check-point della regione. Il sindaco di Ternopil’, Serhiy Nadal, eletto per un mandato di dodici anni, non vuole più sentir parlare né di storia né di politica: “Non ci sono più divisioni oggi. Nessuno si aspettava una guerra di tale portata. Siamo tutti con il presidente – dice il primo cittadino, membro della formazione ultranazionalista di estrema destra Svoboda –. Putin vuole ricostituire l’Urss. Ma noi amiamo la libertà e la democrazia”. A Ternopil’, nel centro per gli aiuti umanitari aperto nei locali della cattedrale, decine di giovani organizzano l’accoglienza di 20.000 rifugiati in arrivo da Kharkiv. Iana, 25 anni, ha appena terminato i suoi studi a Cracovia, in Polonia. Herman, 26, è rientrato da Kiev. Insieme coordinano il lavoro di 200 volontari. Tra loro comunicano su Telegram: “Ieri abbiamo ricevuto tre camion dall’Inghilterra – dice Iana –. Oggi arrivano i rifornimenti di medicine da Slovacchia, Italia e Germania. Stiamo preparando dei pacchi da spedire nelle città dell’est”. Anna, 24 anni, è appena arrivata da Kiev, dopo aver studiato per diventare web designer: “È normale difendere il nostro Paese e il nostro modo di vivere – dice –. Siamo nel 21° secolo. Come possiamo immaginare oggi di vivere in un Paese dittatoriale, violento e militarizzato? Non capisco come i russi riescano ad accettarlo”.

(Traduzione di Luana De Micco)

Zelensky rinuncia alla Nato, ma per la Russia è un bluff

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky riconosce che il suo Paese non è nella Nato e non vi entrerà. Ma Vladimir Putin non s’accontenta: “L’Ucraina non è seria nella ricerca di una soluzione mutualmente accettabile”, dice al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, stando al resoconto della Bloomberg.

La presa d’atto ucraina coincide con la ripresa dei negoziati in videoconferenza tra le delegazioni ucraina e russa. Secondo fonti ucraine, senza eco da Mosca, c’è l’ipotesi che la pace scoppi intorno a Pasqua.

Il discorso del presidente ucraino, citato dall’agenzia di stampa di Kiev, è amaro: “Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte (dell’Ue e della Nato, ndr ), ma abbiamo pure sentito dire che non possiamo entrarci e dobbiamo ammetterlo. Se le porte fossero davvero aperte, non avremmo dovuto cercare di convincere per 20 giorni l’Alleanza che i cieli sopra l’Ucraina devono essere chiusi. Ognuno degli oltre 800 missili russi che hanno colpito il nostro Paese è la risposta alla domanda d’adesione alla Nato… Le armi che ci date in una settimana durano 20 ore: aiutandoci aiutereste voi stessi”. L’apertura di Zelensky e la chiusura di Putin caratterizzano una giornata di sanzioni e di diplomazia, seguita a una notte di guerra. Fra le vittime del conflitto, altri due giornalisti: un cameraman della Fox, Pierre Zakrzewski, e una giornalista ucraina, Alexandra Kuvshinova, sono stati uccisi vicino a Kiev, mentre l’inviato della Fox Benjamin Hall, è rimasto ferito e gli è stata amputata parte d’una gamba. La prossima settimana, il presidente Usa Joe Biden sarà in Europa per i Vertici Ue e Nato. Il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg ha appena indetto un Vertice atlantico per mercoledì 24 marzo: “Affronteremo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ribadiremo il forte sostegno all’Ucraina e un ulteriore rafforzamento della deterrenza e della difesa della Nato. In questo momento critico, il Nord America e l’Europa devono continuare a stare insieme”. Zelensky parlerà oggi al Congresso Usa in sessione plenaria. E i capi di governo di tre Paesi Ue, Polonia, Rep. Ceca e Slovenia, si sono recati a Kiev per incontrarlo, come parte degli sforzi dell’Ue per isolare Putin. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu avrà oggi colloqui a Mosca e sarà domani in Ucraina, nel quadro del tentativo di mediazione di Ankara. La Russia ha deciso ritorsioni contro gli Stati Uniti e il Canada per le sanzioni da poco introdotte: Mosca ha colpito il presidente Biden e il Segretario di Stato, Antony Blinken, bloccandone l’ingresso nel Paese e congelandone i beni – è improbabile che Biden e Blinken ne abbiano in Russia –; colpiti anche il capo del Pentagono Lloyd Austin, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, l’ex segretario di Stato Hillary Clinton, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, e Hunter Biden, figlio del presidente Usa, che ha rapporti d’affari in Ucraina; e il premier canadese Justin Trudeau. Il ministero degli Esteri russo precisa che le sanzioni non impediscono contatti ad alto livello, se necessari. Ieri, Sullivan era ancora a Roma, dove ha incontrato il presidente del Consiglio Mario Draghi, riferendogli dei colloqui di lunedì con il responsabile Esteri del Pcc Yang Jiechi. Non è ancora chiaro se Pechino intenda davvero aiutare Mosca militarmente. L’Ue ha varato il quarto pacchetto di sanzioni anti Russia, colpendo Roman Abramovich e altri oligarchi vicini a Putin e propagandisti come Konstantin Ernst (ceo di Channel One Russia), che diffondono la narrazione del Cremlino sull’invasione dell’Ucraina. Proseguono bombardamenti e combattimenti in tutta l’Ucraina, compresa Kiev, dove si contano vittime civili. Nella capitale è in vigore un coprifuoco di 36 ore. Evacuazioni da Mariupol – 2000 auto lungo un corridoio umanitario – e da Sumy, dove oltre 100 autobus con donne, bambini e anziani hanno lasciato la città assediata.

Censura democratica

Da tre settimane il circoletto onanista-atlantista che se la canta e se la suona è alla disperata ricerca di qualcuno che difenda l’armata russa e giustifichi i fiumi d’inchiostro versati contro il presunto “partito italiano di Putin”. Si è provato a iscrivere al Cremlino chi ricorda le responsabilità della Nato nell’accerchiamento della Russia. Ma non ci è cascato nessuno: pure Biden nel 1997 e Kissinger nel 2014 dicevano le stesse cose, tuttora condivise da fior di analisti occidentali; e sono proprio gli atlantisti a dire che la Nato con l’Ucraina non c’entra nulla. Allora si è inventato che chi critica l’invio delle armi alle milizie ucraine (inclusi i ceffi con la svastica del battaglione Azov) sta con Putin. Ma non ha abboccato nessuno: tutti gli esperti spiegano che le nostre armi non ribalteranno l’esito della guerra pro Ucraina, ma contro, allungando il conflitto con più perdite di civili e di territori. Figurarsi il sollievo quando le Sturmtruppen hanno finalmente trovato un intellettuale equidistante fra Ucraina e Russia: Povia (che è pure No vax, quindi vale doppio). Ecco perché i panciafichisti occidentali non si decidono a scatenare la terza guerra mondiale, malgrado gli appelli di Zelensky e della sua moderatissima vice: per via di Povia. Che però non è solo. Ieri Aldo Grasso, il Povia dei guerrafondai, ha smascherato il suo complice: Maurizio Crozza, capofila del “‘neneismo’ oltraggioso della sinistra radicale”.

E dove sarebbe l’oltraggio? Tenetevi forte: Crozza ha financo mostrato la cartina d’Europa con l’avanzata della Nato a Est dopo che nel 1990 il Segretario di Stato Usa Baker aveva promesso a Gorbaciov “non un centimetro più a Est”. Poi la Nato si mangiò dieci Paesi, fino al confine ucraino. Ma questo, spiega Grasso, fu perché quei Paesi “preferiscono vivere, di loro spontanea volontà, sotto l’ombrello della Nato”: lui è convinto che la Nato sia una bocciofila dove paghi la tessera e ti iscrivi: non sa che devi essere invitato, e solo a patto di non compromettere la sicurezza degli altri membri, come invece è avvenuto invitando Paesi che era meglio lasciare neutrali. Per chi non si sentisse abbastanza oltraggiato da una cartina, c’è di peggio: “Per rafforzare il suo antiamericanismo, Crozza ha ricordato che a Cuba nel ’62 gli Usa mica han lasciato che i russi gli mettessero i missili ai confini”. E, siccome Crozza conosce la storia meglio di Grasso, “la sua satira diventa comizio”. È lo stesso argomento usato dai berluscones contro Luttazzi e i Guzzanti che dicevano le verità proibite dal regimetto. Lo stesso argomento usato dai putiniani contro chi dice le verità proibite dal regime. Cose che càpitano nei Paesi democratici che, a furia di esportare la democrazia di qua e di là, hanno esaurito le scorte.

“Giuramenti” da Ministri sempre fedeli a se stessi: “Con la coerenza, i nostri Iban ci hanno rimesso”

Fabrizio De André sosteneva che i musicisti e i cantautori, insomma gli artisti in generale, sono “venditori. Bisogna vedere se siamo abbastanza onesti da vendere carne fresca oppure carne marcia”. Volendo arrivare al successo, l’esempio dei Måneskin, per una band come i Ministri, è il più illuminante, ma per il gruppo lombardo, la fama e il denaro non sono tutto. Ed è fondamentalmente il messaggio contenuto nel nuovo disco Giuramenti, in uscita il prossimo 6 maggio, titolo che fa riferimento “alla spinta che ci ha legati alla musica”. Dopo 15 anni sulle scene, i Ministri continuano a essere un punto di riferimento per generazioni diverse di musicisti, ed è ciò che più li rende orgogliosi: “Non è stato certo un calcolo o una strategia, né una scommessa – racconta Federico Dragogna, frontman della band – ma un giurarsi, tanti anni fa, di fare di tutto con onestà e con cura, senza scendere a compromessi. Siamo cresciuti musicalmente negli anni 90: all’epoca, in ambito alternativo, quella del non piegarsi era una specie di legge non scritta, una medaglia che ci si appuntava. Pian piano il mondo è cambiato e molti si sono dimenticati dei giuramenti fatti e, come diciamo nel brano Scatolette, il falso è diventato sempre più sincero. Certo è che, da questa coerenza, chi ci ha rimesso di più sono i nostri Iban”.

Il nuovo disco è composto da nove canzoni, ma nella versione Cd è contenuto anche l’Ep Cronaca nera e musica leggera, che era uscito solo in vinile e digitale, quindi due dischi in uno. È un album che mantiene una sua vena amara, come nel singolo Scatolette, che ne ha anticipato l’uscita. Ed è molto elettrico e malinconico. “Alcuni pezzi – prosegue Dragogna – sono nati prima di quell’ambaradam rappresentato dal Covid-19, però dentro le canzoni c’è anche quello che abbiamo vissuto in questi due anni. Uno sguardo dalle finestre su quel mondo immobile e paradossale fatto di strade vuote, percorse soltanto da rider sottopagati da qualche multinazionale. A un certo punto, era questo che si vedeva nelle città”. Aperto da Scatolette, si prosegue con Documentari, “un brano scritto mentre eravamo chiusi in casa per la pandemia. Parla del mondo reale che è diventato uno spettacolo, a cui si può assistere da dietro gli schermi. I documentari ci hanno aiutato a evadere, a uscire fuori dalle nostre gabbie mentali rappresentate dalle quattro mura”. Arcipelaghi concepisce la città come fosse un’isola, dove le strade sono le acque, “metafora di questa atomizzazione della società che è in corso. E anche della musica”. Dal 31 marzo in tour, “per sentirsi meno soli”.

“Il Rock non muore mai”: 80enni alla riscossa dei live

La versione ufficiale dell’incidente era che Keith fosse caduto da una palma su cui si era arrampicato per prendere un cocco, anche se giravano sussurri che a farlo venir giù fosse stato un colpo di pistola sparato – per sbaglio – dal compare Ron Wood, in quella vacanza con le famiglie alle Fiji. Aprile 2006: operazione al cervello per il misirizzi degli Stones, stop al tour. Tre mesi più tardi Mr. Richards era di nuovo abile e arruolato: i concerti riprendevano proprio da Milano. Alla vigilia di quel decisivo live Keith non si reggeva in piedi, Jagger vaticinava la vittoria dell’Italia nella finale dei Mondiali: “Batterete la Francia”, e così fu. A San Siro fu festa per 70 mila, come era già stato nel 2003. Richards sembrava un fulmine di guerra (nel backstage c’era la macchina per il ricambio del sangue), i Rolling invitarono sul palco Del Piero e Materazzi per il “po-po-po” rubato ai White Stripes a suggellare il trionfo azzurro.

Dopo, i vecchi leoni di Satisfaction hanno fatto ancora capolino nella Penisola: al Circo Massimo nel 2014 (con polemiche sull’affitto del sito concesso per soli ottomila euro dal sindaco Marino) e pronostico fatalmente toppato da Mick su una nuova impresa della Nazionale in Brasile; poi l’ultima apparizione a Lucca nel 2017.

Ora rieccoli: il 21 giugno si riprenderanno San Siro, unica data italiana in una stringa di 14 appuntamenti continentali, a celebrare i sessant’anni di attività. Ma la sensazione è che per gli Stones suonerà la campana dell’ultimo giro. Con loro, ma non solo, si chiuderebbe l’epoca dei giganti r’n’r, oggi a cavallo degli ottant’anni. È il gerontorock che prova a non arrendersi, a superare pandemie, crisi energetiche, guerre. E che sgambetta e si sgola finché ce n’è, gotta e artrosi permettendo. Guardiamo i calendari: il 4 giugno, prima degli Stones, allo stadio meneghino sbarcherà Elton John per una parata finale più volte interrotta. Negli Stati Uniti saranno on stage (separatamente) Ringo Starr e McCartney (chissà che Paul non ripensi pure a Napoli, dopo il contestato forfait di due anni fa), così come gli Who (con orchestra), i Beach Boys, Santana, Rod Stewart, Eagles. Eric Clapton si farà vedere in maggio a Milano e Bologna, nulla da fare per i Genesis che a giorni spegneranno gli amplificatori senza passare dall’Italia.

Una speranza? L’ottuagenario Dylan, che continua il vagabondaggio negli Usa dopo aver per ora annullato la trasferta in Europa (si era vociferato di una serata a Umbria Jazz). Il Neverending Tour dovrebbe protrarsi fino al 2024, per volontà del Profeta Bob. Se in giro resiste Paul Anka, si può fare.

“Lo schwa è un segno scemo”

Agire sulla terminazione delle parole: asterischi, chiocciole, slash. Lo schwa, la “e” rovesciata, al posto del maschile sovraesteso e della doppia forma. La vocale neutra del momento da appiccicare in coda a ogni articolo, sostantivo, pronome e aggettivo. Chiarissimo, come una messa in latino. Tutto questo, sostengono gli “ultrà”, servirà ad aprire la strada alla lingua inclusiva, che non dimentica chi non si rispecchia nel binarismo di genere. La posta in gioco è molto alta, tant’è che si è già pronunciata (pollice verso) l’Accademia della Crusca. Ma il più acerrimo nemico della “schwaite” dilagante è il linguista Massimo Arcangeli, docente all’Università di Cagliari. Nei mesi scorsi aveva lanciato una petizione di gran richiamo su change.org: adesso torna sul tema con un pamphlet pubblicato da Castelvecchi, La lingua scema. Contro lo schwa (e altri animali), che non indugia in perifrasi. Un j’accuse all’indirizzo di chi, in nome di valori fondamentali, starebbe per devastare il nostro comune italiano. E guardate che lo schwa, oltre a figurare nell’alfabeto fonetico internazionale, “è il suono della seconda e terza vocale nel napoletano mammeta” puntualizza il collettivo Menelique. Contro il “patriarcato cisgender” s’avanza così questa neo-lingua genderless, ricolma di “usi linguistici scellerati che violano le nostre regole ortografiche e fono-morfologiche”, controbatte Arcangeli.

Professore, intanto, le do del lei, del tu o del “loro”, come pretende di essere chiamata la cantante americana Demi Lovato?

(Ride) Possiamo passare direttamente al “voi”, che è pur sempre un pronome collettivo. Ci salverebbe tutti.

Come è nata la vostra lotta (nel senso di tua/sua)?

C’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. È stato quando ho scoperto che lo schwa e il 3 piccolo, cioè la sua versione plurale, erano finiti in sei verbali redatti dalla Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario. E parliamo di atti pubblici: uno dei loro prerequisiti dovrebbe essere la trasparenza, e la leggibilità.

“Professorǝ Associatǝ”, “unǝ o più autor3 dotat3”: non c’è differenza tra la tutela, sacrosanta, delle diversità di genere e la salvaguardia delle regole formali della nostra lingua?

È il punto nodale. Io tra l’altro ho fondato il movimento “Omofobi dei miei stivali”. Sono quindi il primo a essere consapevole dell’importanza di difendere a spada tratta i diritti di chi rivendica la propria identità. Ma qui ci riferiamo a un fenomeno che incide in profondità sull’architettura dell’italiano. Bisogna garantire i diritti di tutti, ma non è questa la strada.

Mi sto confondendo… lei scrive che alle porte potrebbe esserci una “pericolosa deriva, spacciata per anelito di inclusività”.

Se noi adottassimo sistematicamente lo schwa distruggeremmo, dall’interno, la nostra grammatica. O la renderemmo comunque incomprensibile. L’italiano è una lingua di accordi, e se io adotto l’asterisco o lo schwa bisogna poi concordare tutto il resto. A rischio è la stessa sintassi.

Ma non esistono metodi più indolori per “neutralizzare” la nostra lingua, senza tramortirla?

Invece dello schwa c’è, per esempio, il termine persona, che è una parola epicena, riferibile indifferentemente e in maniera naturale agli uomini, alle donne e a chi esula da un’identità binaria. La lingua italiana è flessibile, ha parecchie risorse.

Da chi è animato il fronte dei pasionari (o pasionar3) dello schwa?

Il primo promotore fu Luca Boschetto, che inventò il manuale dell’italiano inclusivo. Preparò anche alcune tabelle ad hoc. Ma la situazione è precipitata negli ultimi mesi.

Nel libro stigmatizza la “minoranza di linguisti incompetenti, coi loro rumorosi fiancheggiatori.

Da quanto ho visto e sentito nelle ultime settimane, sì, prospera una buona dose di incompetenza. Li ho invitati a un confronto pubblico, i pasdaran dello schwauese, ma al momento senza riscontro.

Verrà il giorno in cui qualcuno vergherà un atto burocratico in emoji o con tanto di “xkè invece di perché?

Il rischio è concreto. Potremmo proferire una lingua sempre più straniante, fino al parossismo.

La lingua inclusiva può incorrere, a livello orale, nell’effetto “comicità involontaria”?

Non possiamo mica riprodurre nel parlato un asterisco o uno slash. E lo schwa è un corpo estraneo. Le vocali neutre non ci sono nel nostro sistema fonologico, non siamo inglesi.

Lo schwa come Alberto Sor di quando doppiava Ollio. Una vocale strascicata, “un impossibile suono mezzano”.

O il Lino Banfi ai tempi della commedia all’italiana.

E se si ribellassero i segni d’interpunzione, se scendesse in piazza il punto e virgola?

Tanto non ha più nulla da perdere: è già moribondo. Scherzi a parte, le lingue si semplificano nel corso del tempo, non diventano più complesse. Occorre farsi capire da tutti. La sperimentazione linguistica lasciamola ai poeti.