Ci sono anche la direttrice generale del Dis, Elisabetta Belloni, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il capo di Stato maggiore, Giuseppe Cavo Dragone, nella lista testi presentata al Tribunale militare di Roma dalla difesa di Walter Biot, l’ufficiale di Marina a processo, accusato di aver ceduto a un diplomatico russo dei documenti coperti da segreto di Stato. Fra i materiali, alcuni report Nato sulla crisi tra Russia e Ucraina. L’avvocato Roberto De Vita ha chiesto di sentire anche alcuni carabinieri del Ros. Resta fuori dalle parti civili, invece, il Partito dei militari, che si occupa della tutela degli appartenenti alle forze armate, che invece è stato ammesso come parte offesa al Tribunale ordinario nel processo che sta per partire a Roma.
La Difesa toglie il nome di Balbo dall’aereo di Stato
Nessun ministro o presidente volerà su un aereo di Stato che porta il nome di Italo Balbo. Dopo l’articolo del Fatto – che sabato ha denunciato l’intitolazione al gerarca fascista di uno degli Airbus del 31esimo stormo dell’aeronautica su cui viaggiano le più alte cariche dello Stato – il ministero della Difesa ha deciso di rimuovere la firma dal velivolo. “Gli aerei della flotta di Stato torneranno a esibire, sulle proprie carlinghe, i soli emblemi della Forza Armata di appartenenza, le insegne della Repubblica e le sigle internazionali di riconoscimento”, filtra dal dicastero guidato da Lorenzo Guerini. Si è quindi deciso di rimuovere anche le firme degli altri due trasvolatori atlantici che, a differenza di Balbo, si sono distinti soltanto per le loro imprese nei cieli e non per il loro ruolo nel regime di Benito Mussolini. Dopo la nostra denuncia, il deputato di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, aveva chiesto lumi in Parlamento: “Resta la domanda – dice ora – su chi e perché negli uffici delle nostre forze armate” abbia deciso di chiamare “Balbo” un aereo di Stato.
Mail box
Mandare armi a Kiev è la scelta peggiore
Salve, Travaglio. Venerdì sera ho assistito alla trasmissione Accordi e Disaccordi dove lei, insieme a Scanzi e altri, ha espresso il suo punto di vista relativamente al conflitto in corso e alla resistenza degli Ucraini. Quando tutto finirà (speriamo presto), cosa racconteremo a tutte quelle famiglie che hanno perso un marito, un figlio o una persona cara per resistere a una guerra persa in partenza? Diremo che i morti erano degli eroi? Bella soddisfazione.
Augusto Battisti
Caro Augusto, la loro lotta è nobile ed eroica e nessuno può né deve chiedere loro di rinunciarvi. Ma la maniera peggiore per aiutarli è armarli in questo modo, che rischia di condannare a morte tutti loro e anche il loro Paese.
M. Trav.
La “truffa colossale” denunciata da Cingolani
Sento le dichiarazioni del “Migliore” Cingolani, il quale si dice sorpreso di questa speculazione sui prezzi dei carburanti alla pompa, a suo dire ingiustificata: su questo concordiamo. Sono arrivati impreparati a tutto e mi domando ancora cosa ci facciano al potere. Si dimostrano impreparati alle reazioni prevedibili dei mercati: d’altronde, non ci voleva un genio per capire che una escalation militare avrebbe generato conseguenze negative come l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle materie prime. Ma Eni (e conseguentemente, Agip) non sono di proprietà del Mef? Basterebbe intervenire su De Scalzi che gira il mondo con Di Maio o non è possibile? E l’Enel non potrebbe essere costretta a tenere basse le tariffe, visto che siamo in una situazione emergenziale? Chi deve intervenire, se non il Governo, per bloccare le speculazioni?
Gustavo Testa
Quando Cingolani scoprirà a cosa serve un ministro, smetterà di denunciare “truffe” e comincerà a destituire (o almeno a fermare) i truffatori.
M. Trav.
Prescrizione a Moretti: è giusto utilizzarla?
Concordo totalmente con la lettera del sig. D.M. in difesa della scelta di Moretti di utilizzare la prescrizione per uscire dal processo per la strage di Viareggio. Si è sempre detto che la responsabilità penale è personale. Poi questo principio è stato di fatto stravolto attribuendo ipso iure la responsabilità penale di qualsiasi tragedia accada nel mondo del lavoro (e non solo) in capo ai dirigenti delle società coinvolte. L’utilizzo della prescrizione mi sembra quindi un legittimo metodo di difesa contro la legge che impone di trovare sempre un colpevole qualsiasi cosa accada.
Pietro Volpi
Caro Volpi, per reati così gravi se uno sa di essere innocente si fa giudicare per essere assolto. E se annuncia che rinuncerà alla prescrizione e poi si rimangia la parola data, si espone alle sacrosante proteste dei familiari delle vittime.
M. Trav.
Chi sogna una Ue non asservita agli Usa
Complimenti a Marco Travaglio per l’editoriale di domenica. Esprime l’unica posizione di buon senso che si possa assumere sulla questione ucraina: quella di chi, in fondo, ancora spera in una Ue che sia più di quello che è oggi, cioè un’entità soprattutto economica asservita al potere degli Usa. Peccato che in questo momento, se si esprime un’opinione simile, si rischia di essere additati per qualche strano motivo di essere “amici di Putin”.
Giovanni Maltese
I disturbi post-Covid e il pericolo dell’atomica
Leggo di conclamati disturbi cognitivi prodotti in una significativa percentuale di guariti dal Covid. Siccome buona parte della dirigenza politica (e non), anche mondiale, è stata colpita dal Covid, che sia questa la causa per cui la guerra in atto in Ucraina ha così tanti “sostenitori” (più di qualsiasi altra guerra recente: Siria, Afghanistan, Libia, Iraq, ecc.), tanto che persino il rischio nucleare non viene esorcizzato con assoluta convinzione, come accadeva in passato? C’è da meditare…
Carlo de Lisio
Le risate a Versailles denotano stupidità
Il titolo “Ma cos’hanno da ridere?” sulla foto del vertice di Versailles mi ha fatto ricordare il proverbio russo: “Ridere senza motivo è segno di stupidità”.
Antonello Balenieri
Memoria (corta) “1932: il genocidio del popolo ucraino voluto da Stalin ”
Gentile redazione, nel biennio 1932-33 l’Ucraina ebbe un impressionante numero di morti, calcolabile tra i quattro e i cinque milioni di persone. Lo sterminio per fame dei contadini ucraini, fu taciuto fino al 1986, anno in cui Robert Conquest pubblicò The Harvest of Sorrow. Soviet collectivization and the terror-famine (“Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica”), edito in Italia nel 2004. Lo storico inglese svelò per la prima volta il dramma della carestia progettata da Stalin e definì i suoi atti omicidi un vero “genocidio”. Noto con il termine Holodomor, coniato per definire lo sterminio di massa e il progetto omicida, esso deriva dalla fusione tra le parole “holod” (in ucraino fame, carestia) e “moryty” (uccidere per stenti). Si tratta dell’episodio più nero del comunismo sovietico, che ha lasciato segni indelebili nella mente degli ucraini, accentuando il risentimento verso la politica di Mosca e influenzando le relazioni tra l’Unione sovietica e l’Ucraina. Lo sterminio, risultato di fucilazioni e di deportazioni nei gulag, prese avvio in seguito alla collettivizzazione forzata, al rifiuto del prelievo di derrate alimentari e al sabotaggio dello Stato sovietico. Le autorità sovietiche, sottomesse alla volontà di Stalin, considerarono il rifiuto dei contadini un atto di disobbedienza, che non poteva essere abbandonato a se stesso. Persino la carestia del Kuban (regione del Caucaso settentrionale abitata in prevalenza da Ucraini) fu determinata da medesime cause, non da eventi naturali. Alcuni storici come Richard Pipes hanno “scagionato” la politica di Lenin sull’Ucraina che, dopo la sua riconquista del novembre 1919, ha goduto di “rispetto dell’uguaglianza della lingua e della cultura”, differenziandola da quella di Stalin. Altri, come Ettore Cinnella nel suo Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 (2005), hanno parlato di un tentativo staliniano di soffocare l’identità nazionale del popolo ucraino. Da Krusciov a Gorbaciov, il crimine di Stalin è stato ignorato per non intaccare il mito dell’Urss e persino uno scrittore come Solzenicyn ha negato le rivendicazioni nazionali degli ucraini, considerati veicolo della civiltà russa mediante una trasmigrazione culturale da Kiev a Mosca, invece che di culla culturale dei popoli slavi. Più equilibrato il giudizio di Andrej Sacharov, che con espressione colorita ha parlato di “ucrainofobia di Stalin” e di tentativi leggendari per giustificare atteggiamenti di dominio. In questo progetto criminale, che ha giocato un ruolo cruciale nel processo di indipendenza ottenuta il 24 agosto 1991 dall’Ucraina, si sono fusi atti politici del nuovo Stato nazionale e reazione al dominio russo, in seguito alla disgregazione dell’Urss. Solo nel 2003 il Parlamento ucraino ha dichiarato la carestia del 1932-33 un atto genocidario perpetrato dal regime bolscevico.
Nunzio Dell’Erba
Come finisce una pandemia
A due anni dall’inizio della pandemia Covid-19, la maggior parte della popolazione mondiale sta assistendo a un significativo miglioramento delle infezioni, soprattutto dei ricoveri e dei decessi. La crisi è agli sgoccioli? Difficile rispondere. Il virus è stato, per molti aspetti, imprevedibile. La risposta è pertanto influenzata principalmente dall’approccio personale. Non abbiamo infatti parametri di riferimento standardizzati, possiamo solo cercare di trarre indizi dal passato, senza sottovalutare la lezione acquisita in questi due anni. “Una cosa che abbiamo imparato dalle pandemie”, dice Erica Charters, studiosa delle pandemie dell’Università di Oxford, “è che si tratta di processi lunghi e prolungati” che includono diversi tipi di finali che potrebbero non verificarsi tutti contemporaneamente nello stesso Paese, né a livello mondiale. La fine della pandemia infatti non è un fenomeno unico. Include una “fine medica”, quando la malattia si allontana, la “fine politica” quando le misure di prevenzione del governo cessano, e la “fine sociale” quando le persone escono sia socialmente sia psicologicamente dall’evento. Non sempre questi fattori coincidono. L’unica cosa che possiamo fare per avanzare un’ipotesi di “uscita” è analizzare più pandemie. La “spagnola” del 1918-192, che ha ucciso 50 milioni di persone in tutto il mondo, finì quando la società aveva sviluppato un’immunità collettiva, anche se il virus non è mai scomparso del tutto. Motivo questo per cui gli anziani si trovarono meglio protetti dei giovani. La storia ci riferisce vecchie pandemie finite miracolosamente, all’arrivo di una pioggia o di qualche altro fenomeno naturale. In realtà, consultando le testimonianze, risulta che le pandemie mostrano una attenuazione con il passare del tempo, quando la popolazione generale ha sviluppato l’immunità. Divengono spesso l’influenza stagionale degli anni successivi. Questo tipo di modello è probabilmente ciò che accadrà anche con il coronavirus che, grazie alla sua diffusione, aggiungerà all’immunità vaccinale, quella naturale, traghettandoci verso una presenza diversa.
Kiev neutrale non sarebbe resa pacifista
Quando finirà questa guerra? È la sola domanda che interessa alle persone che s’informano sui giornali o con la tv, e a coloro che semplicemente esprimono un’accorata speranza comune. Lo so perché chi fa il nostro mestiere viene ritenuto depositario di chissà quali segreti, anche se con me cascano male. Infatti, non conosco il finale di questa immane tragedia e, confesso, neppure ciò che accadrà tra un’ora. Capita invece di ascoltare certi illuminati superesperti (mille volte più bravi di me, lo ammetto) che avendo già in tasca la soluzione del problema spezzano in diretta il pane della conoscenza rivelandoci sofisticati piani strategici di cui, probabilmente, neppure Putin e Zelensky sono al corrente. Capita anche di essere bonariamente presi in giro da costoro se ci si azzarda semplicemente a collegare alcune notizie di fonte ufficiale. Quelle, per esempio, che riportano la delusione del presidente ucraino per il gelo della Nato nel non considerare l’ipotesi di un ingresso di Kiev, anche in prospettiva, nell’Alleanza Atlantica. Lo stesso prudente distacco manifestato nel recente Vertice di Versailles riguardo all’accettazione dell’Ucraina tra gli Stati membri Ue (al massimo potrebbe farsi un giretto nel programma Erasmus). Tutti segnali che (anche per chi non fa parte di un think tank connesso con il Pentagono) fanno presumere che una dichiarazione di neutralità dell’Ucraina – su richiesta russa e magari formalizzata in Costituzione – potrebbe non essere considerata dai Paesi Nato come una provocazione tale da scatenare la terza guerra mondiale. Capita invece che, già di per sé, il termine neutralità mandi su tutte le furie i belligeranti dattilografi di casa nostra, in quanto sinonimo di resa pacifista, di panciafichismo codardo, di linguaggio oggettivamente al servizio dell’aggressore russo. Di una neutralità ucraina modello Svizzera, “come opzione più ragionevole, la vera soluzione del conflitto, un Paese con un’indipendenza totale, purché non ricorra mai all’uso delle armi”, parla spesso Sergio Romano, ambasciatore presso la Nato, e poi a Mosca quando ancora esisteva l’Urss. Da arruolare dunque tra i servi del Cremlino, secondo i nostri agguerritissimi dottor Stranamore.
Che invidia per chi ha tutte le certezze su Putin e Zelensky
Sul conflitto russo-ucraino ho solo dubbi, e invidio (si fa per dire) chi ha solo certezze.
1. Chi si lamenta perché “parliamo solo di Ucraina”, mentre ce ne freghiamo di Siria, Libia, Afghanistan eccetera, ha ragione. Ma scopre l’acqua calda: l’animale uomo si interessa unicamente a ciò che lo tocca da vicino. Non è solo vicinanza (sacrosanta) al popolo ucraino: è (soprattutto) paura di finirci in mezzo anche noi. Se Putin avesse bombardato le isole Tonga, non ce ne sarebbe fregato nulla.
2. Questa cosa che “Zelensky dovrebbe arrendersi subito” è una chiara applicazione del seguente motto: “Fare i pacifisti col culo degli altri”. Un conto è “sperare” in una fine veloce e il meno possibile cruenta, un altro è pretendere che Zelensky “non rompa troppo i coglioni”. Se qualcuno invadesse l’Italia, e i nostri amici ci dicessero “finitela lì e arrendetevi”, come reagiremmo?
3. A perorare la sciocchezza del “Zelensky coglione e colpevole perché non si arrende a Putin”, non per nulla, sono i Feltri e i Povia. Il primo, oltretutto, chiama Zelensky “Zagrebelsky”: daje Vitto’!
4. La trasformazione degli ultrà no-vax e no-pass in pro-Putin ci insegna che la fortuna è cieca, ma la deficienza ci vede benissimo.
5. In termini mediatici, Zelensky se la sta giocando molto bene. Qualcuno gliene fa una colpa, perché così facendo allunga l’agonia. Io dico che, quando si resiste, si resiste. Se aveste incontrato un partigiano nel 1944, gli avreste chiesto di finirla lì perché “se vi opponete ai nazifascisti ci saranno ancora più morti”?
6. Se fossi stato in Parlamento, e per fortuna mai ci sarò, avrei votato – con mille dubbi – sì all’invio delle armi. Se un amico mi chiede aiuto, io glielo do. Non inviare armi significa senz’altro essere pacifisti purissimi, ma – concretamente – vuol anche dire voltare le spalle all’Ucraina e fregarsene.
7. L’Europa, inviando armi, ha rinunciato alla sua neutralità? Certo. E menomale! Io non la voglio un’Europa “neutrale”, se da una parte c’è un aggredito e dall’altra un aggressore. Io voglio un’Europa giusta e coraggiosa, non pavida e paracula (con la scusa della Realpolitik).
8. È verissimo che Occidente, Unione europea e Nato hanno molte colpe, ma l’analisi del pregresso non sposta di una virgola la realtà delle cose: Putin è il male assoluto. E va fermato. Con la diplomazia se va bene, in ogni modo se va male.
9. Atlantismo ed europeismo non sono la stessa cosa. Certo. L’Europa è troppo appiattita nei confronti degli Usa. Vero. L’America resta quella che cantava Gaber. Sì. E gli Stati Uniti trarranno vantaggio da questa guerra. Yes. Ma allora la soluzione quale sarebbe? Non applicare sanzioni e lasciare l’Ucraina al suo destino?
10. La criminalizzazione del dissenso è insopportabile. Io, per esempio, trovo preziosi gli interventi di Orsini e illuminanti quelli di Montanari, Fini, Canfora, Castellina, Fratoianni, Spinelli e Roger Waters.
11. Per negoziare serve chi sa negoziare. E l’Europa, oggi, è popolata da turisti della storia. Una Merkel (in attività) non c’è. E sperare che Turchia e Cina siano “neutrali” fa ridere i polli. L’unico a poter fare qualcosa è il Papa, ma per negoziare devi avere da entrambe le parti persone dotate di senno. Se di là hai Hitler, cosa negozi?
12. La vera colpa di Europa e Occidente è stata sottovalutare la portata criminale di Putin, che era sanguinario anche quando lo celebravano destra, pezzi di 5Stelle e settori di sinistra radicale.
13. Come se ne esce? Non lo so. E in tutta onestà ho sempre più paura. Dolore, rabbia e paura.
Il misticismo della resistenza armata crea ancora più morti
Le guerre militarizzano anche il confronto e la discussione. Non aiutano a ragionare, che è l’arte di distinguere. Lo si comprende: quando, come nel nostro caso, è chiarissimo che abbiamo a che fare con un aggressore e un aggredito, un carnefice e una vittima, è d’obbligo prendere parte; adoperarsi per soccorrere la vittima e fermare il carnefice. Ciò non dovrebbe impedire di ragionare e discutere laicamente, senza anatemi, sul come, sulla via e sui mezzi più efficaci per perseguire quei due obiettivi e, segnatamente, sulle forme e i limiti della difesa armata contro l’invasore. Resistendo alla tentazione di fare la caricatura del punto di vista di chi la pensa diversamente.
In un suo scritto su Settimananews, ripreso l’altro giorno in una intervista su queste pagine, Severino Dianich, teologo di vaglia, confessa il suo disagio a fronte di un mood che, muovendo da una “sacrosanta indignazione” si spinge sino alla “mistica della difesa armata” e, interrogando il magistero della chiesa (il suo catechismo universale), segnala che, tra le condizioni e i limiti della difesa armata, figura quello delle fondate chance di successo. Così si legge nel Catechismo della Chiesa cattolica: “Si raccomanda di considerare con rigore le strette condizioni che giustificano la legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale”. Tra queste, cito, “che ci siano fondate condizioni di successo”. Nel nostro caso francamente improbabili. Al fine di non pagare inutilmente un prezzo elevatissimo.
È il caso di notare che l’insegnamento della chiesa in tema di pace e guerra, sensibilmente evoluto nel tempo, è ricco e articolato. Tutt’altro che ingenuo e sprovveduto politicamente. Esso si concreta appunto in un puntuale discernimento delle condizioni di fatto e di diritto che, sia chiaro, non escludono affatto l’extrema ratio del ricorso alle armi nel diritto alla difesa (solo chi non lo conosce lo può iscrivere sotto la cifra del pacifismo imbelle). Ma, questo sì, facendo tesoro dell’anima di verità della “morale della casistica”, si applica a fissare con cura condizioni e limiti della difesa in armi (“Quando? Sempre? A quali costi? Con quale previsione?”, così Dianich). È significativo il disagio del teologo, che sente nell’aria un misticismo della resistenza armata senza se e senza ma, e, aggiungo di mio, delegata ad altri e da loro – non da noi – pagata a caro prezzo.
Incidentalmente osservo che, forse non a caso, i più animosi nel dare voce a quella mistica sono opinionisti liberali, laici, in passato di sinistra – un buon numero dei quali un tempo militanti in Lotta continua o in Potere operaio – che, per formazione e cultura, si segnalano per un mix di idealismo (ieri il mito della rivoluzione, oggi una sorta di fede occidentalista) e di machiavellismo e dunque di compiacenza per la forza (confinante con la violenza) quale ingrediente della politica e levatrice della storia. Mi chiedo se, a dispetto dei luoghi comuni, rispetto a certi furori ideologici che, a ben vedere, dovrebbero semmai collidere con un approccio laico-liberale, non sia politicamente più avveduto, maturo e “laico” il pacifismo cattolico di Dianich e del magistero ufficiale della chiesa. Un’etica, genuinamente politica, della responsabilità che si interroga circa le concrete, prevedibili conseguenze – sostiene Dianich – e non si rassegna al motto “fiat iustitia, pereat mundus”. Cui corrisponde l’abdicazione della politica quale alternativa alla violenza.
Guerra: l’Europa deve mediare (senza la Nato)
Se i movimenti e i governi d’Europa volessero giustamente formare uno schieramento contro l’invasione russa dell’Ucraina, senza però rinunciare alla responsabilità di mediazione, dovrebbero dichiarare di essere contro l’estensione della Nato e a favore di una zona militarmente neutrale ai confini orientali e a favore di un’autonomia europea anche nella Difesa. Questa è una sensata proposta di mediazione con gli interessi della Russia, posizione che avrebbe dovuto esprimesi preventivamente, ma è comunque inevitabile al tavolo di trattativa, anche se, a invasione avvenuta, risulterà un successo di Putin.
Riguardo all’Ucraina, la Nato ha dimostrato non solo la sua dannosità politica, ma anche la sua impotenza, proprio perché il suo carattere militare, improntato all’equilibrio atomico della Guerra fredda, la rende inabile a interventi militari territoriali a scala subnucleare. Per questo la Nato è condannata a restare sullo sfondo, risposta implicita alla minaccia nucleare agitata da Putin. Ma è tempo di ridiscutere l’atlantismo e la Nato. L’autonomia dell’Europa dagli Usa è sostanziata dal differenziarsi degli interessi economici e commerciali nella globalizzazione. E d’altra parte l’inaffidabilità degli Usa è stata dimostrata in modo crescente, in particolare dalla guerra in Iraq del 2003, dal tradimento dei curdi, dall’impotenza in Siria, dal disastro in Afghanistan, nonché dalla degenerazione della democrazia negli Usa, in cui gli insuccessi di Biden preparano una rivalsa di Trump e della sua carica golpista. Pur restando l’alleanza con gli Usa, meglio allentare i rapporti organici tra Europa e Usa. Ormai si tratta di muoversi in un mondo non più bipolare, tantomeno mono-polare (assetti inattuali, ispiratori della continuità della Nato) bensì multipolare.
Il crollo dell’Urss ha prodotto un riflesso disastroso, già sperimentato con la pace di Versailles dopo la Prima guerra mondiale, che con l’umiliazione della Germania ha favorito lo sviluppo del nazismo: quel riflesso per cui ai vincitori non basta aver vinto, ma vogliono stravincere espandendo la Nato, umiliando la Russia, fomentandone la rivalsa. Il discorso del patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, sulla “giusta guerra” contro le democrazie sostenitrici di diritti umani dissolutori delle tradizioni patriarcali afferma che quella di Putin non è solo guerra territoriale ma conflitto tra civiltà, a sfondo religioso e antropologico-culturale. Uno scontro in atto da tempo da parte islamista. Kirill incoraggia Putin a pensare che, per opporsi alle democrazie e ripristinare l’impero, l’ideologia reazionaria, religiosa e autoritaria già diffusa nel mondo possa sostituire le funzioni svolte un tempo dal prestigio ideologico del comunismo.
Utile ri-potenziare non la Nato ma l’Onu. Non la Nato ma i governi europei dovrebbero sostenere la resistenza ucraina anche con l’invio di armi: il logoramento degli occupanti nel tempo grazie alla capacità di durata della resistenza è necessario perché nella trattativa l’asimmetria delle forze tra occupanti e resistenza sia ridotta.
Tuttavia, l’invio di armi significa “armiamoci e partite”, versate il vostro sangue per conto nostro. Né è facile controllare se quelle armi andranno alla resistenza “patriottica” o a qualche fazione. In ogni caso, sulla delega agli ucraini deve prevalere per gli europei l’assunzione diretta della responsabilità della mediazione, che rimetta in discussione l’atlantismo: una trattativa volta a ridisegnare gli assetti geopolitici in Europa.
Tra i danni in cui il regime di Putin incorre nella guerra c’è la sua esposizione al mondo, non solo della sua aggressività verso l’Europa, ma anche dello sviluppo in Russia dell’ingiustizia sociale attraverso l’appropriazione di risorse da parte di un’oligarchia. Logico che il regime si veda costretto a criminalizzare l’informazione, perché le evidenze non si diffondano in Russia. Logico che Putin con la guerra nel cuore d’Europa abbia voluto fomentare la coesione nazionalistica dei russi per aggirare i contrasti sociali interni prima che diventino espliciti.
Mi sembra positivo che si sia manifestata una inconsueta coesione tra i Paesi d’Europa nelle sanzioni, nella espropriazione delle oligarchie russe, nonché nel sostegno alla resistenza ucraina e nell’accoglienza della massa dei profughi. Tutto ciò rimette in discussione la politica dell’immigrazione in Europa, i criteri di gestione dei potentati economici multinazionali, la politica imperiale, compresa quella della Cina, e anche la politica israeliana circa i territori palestinesi occupati. Per tutte queste implicazioni, la guerra in corso è un evento carico di trasformazioni, possibili se ci si lavora.
Contro il caro gasolio i camionisti non pagano i panini all’autogrill
Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Dai negoziati arriva qualche spiraglio: raid aerei, bombardamenti, vittime, profughi, devastazioni e sofferenze saranno concordati dalla neonata “Commissione bilaterale raid aerei, bombardamenti, vittime, profughi, devastazioni e sofferenze”. E così, come concordato dalla Commissione, stanotte un missile dei Tracchia ha colpito un distributore di benzina alla Magliana. Ovviamente il prezzo dei carburanti è subito schizzato alle stelle: 2,3 euro al litro. E continuano lo stesso a non lavarti i vetri quando fai il pieno! Negli anni 60, quando mio padre faceva il pieno alla 600, il benzinaio della Total puliva parabrezza, lunotto e finestrini, e regalava le figurine adesive per l’album di Superman e Batman Sos – Terra cerca petrolio. E se faceva anche il pieno dell’olio, il benzinaio gli offriva la moglie per una sveltina! Altri tempi (Da qualche parte dovrei ancora averlo, quell’albo. Se lo trovo sono ricco: i collezionisti sono malati, perché non approfittarne? Una multinazionale non si farebbe scrupoli: l’Eni acquisiva concessioni petrolifere in Nigeria grazie a due malati di Alzheimer che ricompensava con vecchi numeri, sempre gli stessi, di Blek Macigno; assolti tutti gli imputati). Per protesta contro il caro gasolio, comunque, da ieri i camionisti non pagano più i Camogli in autostrada. Secondo le gemelle, i Tracchia hanno avviato “una nuova fase di terrore” sequestrando le commesse di Intimissimi. Pare siano finite in un bordello per le truppe cecene. Quelli del battaglione Azov, reclutato dalle gemelle, hanno ricevuto da istruttori Nato speciali rilevatori termici di commesse sequestrate in bordelli ceceni: cercheranno di rintracciarle per stuprarle a loro volta (“Non è la vostra giornata, eh, ragazze?”). (Sono neonazisti, checché ne dica Chicco). Le truppe dei Tracchia, inoltre, hanno sbarrato tutte le uscite del centro commerciale, sicché i profughi sono costretti a uscire dalle entrate. Virale il selfie postato su Facebook da Giulia, la figlia sedicenne dei Tracchia, chiusa a chiave dal padre nella sua cameretta perché contestava l’invasione: è seduta sul davanzale della finestra, vestita da Lara Croft, con in braccio una mitragliatrice Mp5 Sd6 (calcio telescopico, silenziatore integrato, e velocità di uscita delle munizioni inferiore a quella del suono, in modo che oltre i 15 metri un essere umano non ode lo sparo e muore senza accorgersene, continuando a camminare fino all’ufficio postale per spedire una raccomandata, ma su 20 sportelli solo 3 sono funzionanti, e dopo più di un’ora di fila fa chiamare il direttore, il quale nota nel cliente l’assenza di metà della faccia, e certifica il suo decesso, consigliandogli altresì di fare domanda per un posto di impiegato alle Poste, dove essere morti dà un punteggio insormontabile) e con in bocca un lecca-lecca. Polemiche per la canotta verde bagnata, dunque semitrasparente, ma Giulia è un’esperta di comunicazione e il suo messaggio è lo stesso di papa Francesco: “Come immaginate le mie tette, così immaginate la pace”. Nuovo round di negoziati oggi: le gemelle riconoscono che i Tracchia “hanno assunto un atteggiamento più costruttivo nei colloqui: non ci tolgono più la sedia di sotto quando stiamo per sederci”. In Russia, appiccati incendi a un gruppo di manifestanti. Positivo l’incontro Usa-Cina a Roma: i cinesi non daranno aiuti ai Tracchia, gli Usa restituiranno la pallina da ping pong che Nixon ciulò a Ciu Enlai nel 1972. Si registra una prima vittima fra i giornalisti al fronte: Francesco Merlo è rimasto ferito mentre sparava una cazzata. (11. Continua)