C’è la guerra, ma Bruxelles chiede di “ridurre il debito”

Niente è ancora deciso, siamo ancora alla guerra di posizione, ma lo schieramento dei Paesi “falchi” (come sempre ispirato e guidato dalla Germania) manda un altro segnale all’Europa dopo l’ultimo board della Bce: si deve andare verso la normalizzazione delle politiche fiscali e monetarie. Che ci sia una guerra in corso, i cui effetti sull’economia europea saranno da drammatici a disastrosi pare non rilevare, almeno a leggere gli “Orientamenti sul bilancio” partoriti ieri dalla riunione dei ministri delle Finanze dell’Ue.

Per capire il livello dello scontro che sta dietro le formule tecniche basta mettere in fila le dichiarazioni ufficiali. Questo è Paolo Gentiloni, commissario agli Affari economici, entrando all’Eurogruppo: “La Commissione aveva previsto una crescita del 4% per quest’anno a livello europeo e questi numeri non sono più realistici” e “l’incertezza totale nella quale siamo dal punto di vista economico di fronte a questa guerra rende l’idea di tornare semplicemente alle regole precedenti (quelle del Patto di Stabilità, ndr) un’idea irrealistica”. E ancora: “Lo scenario di stagflazione (alta inflazione, bassa o nulla crescita, ndr) può essere affrontato ed evitato se reagiamo in modo forte e rapido insieme, come abbiamo fatto per il Covid”. Pochi minuti e davanti ai cronisti si presenta il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner: “Questo non è il momento giusto per prendere una decisione in merito alla proroga di un altro anno della sospensione delle regole sui conti pubblici”, bisognerà aspettare almeno le previsioni di primavera di Bruxelles.

Definite le squadre, è iniziata la riunione e questo è il comunicato finale: la situazione è incerta e va monitorata, per carità, ma “i fondamentali economici dell’Eurozona sono solidi” e adesso “è necessaria una differenziazione delle strategie fiscali tra gli Stati membri”. Nel merito: “Più in particolare, nell’ottica di preservare la sostenibilità del debito, negli Stati membri con un debito pubblico elevato, concordiamo sull’opportunità di avviare un graduale aggiustamento fiscale per ridurre il proprio debito pubblico, se le condizioni lo consentono”. Non solo: “Questo aggiustamento dovrebbe essere inserito in una strategia credibile a medio termine, che continui a promuovere gli investimenti e le riforme necessarie per la doppia transizione e a migliorare la composizione delle finanze pubbliche”. Tradotto: se l’Italia e altri chiedevano la proroga della sospensione del Patto di Stabilità e un’azione comune forte per reagire al dramma in arrivo, l’Eurogruppo si chiude con un invito (all’Italia soprattutto) a tornare a una moderata austerità e con un rinvio di ogni decisione sul ruolo dell’Ue in questa nuova crisi: “Le nostre politiche fiscali devono rimanere agili e flessibili e siamo pronti ad adeguare la nostra posizione politica alle mutevoli circostanze, se necessario”.

Ovviamente, niente vieta che con le prossime stime economiche (a metà maggio) l’orientamento a Bruxelles cambi, ma questo è il secondo pizzino che i falchi del rigore mandano agli Stati periferici europei in pochi giorni: ritengono sia arrivato il momento di tornare al business as usual delle politiche economiche. Il primo pizzino, sorprendente, era arrivato dalla riunione del board della Bce di venerdì, dopo il quale Christine Lagarde aveva confermato l’avvio della fine delle politiche espansive e un possibile rialzo dei tassi a fini anti-inflattivi. Una mossa che, unita alle incertezze di politica fiscale comunitaria venute fuori a Bruxelles e al tempo che si va perdendo, può persino peggiorare una situazione già pessima.

Anche sul fronte del caro-energia non pare che ci sia unità d’intenti tra i governi dell’Ue. La richiesta italiana di porre un tetto comunitario al prezzo del gas sembra finita nel dimenticatoio, come pure l’idea di agire sulle linee guida dell’Iva (che è l’unica tassa “europea”) per attenuare l’effetto del costo di elettricità e gas su famiglie e imprese: lavorare sull’Iva, ha detto ieri il ministro tedesco Lindner, “necessita di molto tempo, quindi penso che un aiuto mirato, ad esempio sotto forma di sconto” sulla benzina “come quelli che Francia e Germania potrebbero mettere sul tavolo, sia lo strumento più agile nell’attuale crisi”. E l’Italia dovrebbe farlo magari dando un occhio al debito, che va ridotto.

Benzina, la Procura indaga sui rincari “non giustificati”

L’aumento di 50 centesimi al litro del prezzo del carburante registrato nelle ultime tre settimane “è una colossale truffa a spese delle imprese e dei cittadini”. Le parole pronunciate sabato da Roberto Cingolani non sono rimaste lettera morta. La Procura di Roma ieri mattina ha annunciato l’apertura di un fascicolo d’inchiesta a modello 45 (senza indagati e senza ipotesi di reato). A ispirarlo, proprio lo sfogo televisivo del ministro della Transizione ecologica. Toccherà ora al Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Roma, che agirà su delega dei pm romani, verificare se la crescita vertiginosa dei prezzi del carburante sia, come affermato da Cingolani, “una spirale speculativa su cui guadagnano in pochi”, impennata “non correlata alla realtà dei fatti”, rialzi “ingiustificati” per i quali “non esiste motivazione tecnica”. I controlli serviranno per risalire la filiera e capire chi, eventualmente, ha sfruttato il momento per gonfiare i prezzi. Si parte dai distributori, controllando i prezzi d’acquisto e di vendita, fino ad arrivare alle compagnie petrolifere. Nel fascicolo potrebbero confluire anche i vari esposti che le associazioni dei consumatori stanno presentando, come quello depositato ieri mattina dal Codacons in tutte le procure, e che potrebbero confluire anche in Corte dei Conti. I pm, come detto, non hanno ancora formalizzato ipotesi di reato. Formalmente, devono verificare se ci sia in atto un’azione “speculativa”, magari di un cartello. Toccherebbe anche all’Antitrust che, però, fa sapere di non aver ancora aperto istruttorie sul tema, ma che sta monitorando. È ancora presto per capire se Cingolani sarà sentito dai pm; lo staff del ministro non commenta.

Intanto a essere certi sono i continui aumenti sulla rete carburanti. La settimana è iniziata con nuovi corposi rincari: la media nazionale del diesel, secondo Quotidiano Energia, supera di poco la benzina, posizionandosi oltre i 2,2 euro al litro nel self e sopra i 2,3 euro in modalità servito, con punte massime per la verde di 2,401 euro. In salita anche Gpl (0,881 a 0,902 euro/litro) e metano (tra 1,977 e 2,355 euro). Per capire la portata degli aumenti basta tornare a tre settimane fa, al 28 febbraio, quando la rilevazione settimanale fornita dal Mise prezzava la benzina a 1,869 euro al litro, il gasolio a 1,740 e il Gpl a 0,817. In pratica gli aumenti sono stati di mezzo euro in soli 21 giorni, mentre da inizio anno addirittura di quasi 90 centesimi. I primi di gennaio, infatti, la benzina costava 1,42 euro, il gasolio 1,3 e il Gpl 0,62. Aumenti vertiginosi che, in attesa di capire quanto siano pura speculazione, dovrebbero essere contenuti dal governo. Giovedì è previsto un Consiglio dei ministri. Sul tavolo c’è il taglio del prezzo di benzina e diesel grazie all’utilizzo dell’extra gettito Iva sui carburanti di questi mesi che potrebbe sforbiciare i prezzi del 10%. Mentre per le bollette si starebbero valutando la rateizzazione e un intervento per calmierare ancora gli aumenti.

Sui galleggianti o a terra: la corsa ai rigassificatori

Un rigassificatore galleggiante che trasformi il gnl, sostanzialmente il gas in forma liquida, in metano utilizzabile e che lo faccia in mezzo al mare perché più semplice da costruire, più veloce e anche meno costoso: nelle ultime settimane, il governo non ha fatto mistero di averlo come priorità. Secondo il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, uno arriverà in sei mesi, altri entro due anni per rifornirci da Stati Uniti, Canada e Nord Africa. Ma dove si farà questa sorta di grossa nave galleggiante (tecnicamente Fsru, Floating Storage Regasification Unit) da ancorare lungo le coste italiane e allacciare alla rete?

In queste ore i tecnici del Mite stanno lavorando per identificare la possibile posizione e iniziano a circolare quattro opzioni: Ravenna, Taranto, Porto Empedocle e Piombino. Nei giorni scorsi, il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ne ha parlato con Cingolani per discutere i primi dettagli. L’area di Piombino – secondo i tecnici del Mite e della Regione – avrebbe il vantaggio di un fondale profondo fino a 20 metri che permetterebbe l’ingresso di navi metaniere. Inoltre la banchina è oggetto da anni – anche per il trasferimento della Costa Concordia – di un ampliamento. Infine, un rigassificatore al largo di Piombino permetterebbe al governo di dare una spinta all’acciaieria.

L’idea ha subito trovato la disponibilità di Marco Carrai, vicepresidente di Jsw Steel Italy ed ex fedelissimo di Matteo Renzi, che aveva già inserito un rigassificatore nel nuovo piano industriale dell’azienda. “Sono felicissimo – ha commentato infatti Carrai – siamo assolutamente disponibili a ospitare il nuovo rigassificatore”. Carrai sta già pensando quali Paesi possano fornire gas a prezzi favorevoli: Qatar e Paesi del Sud-est asiatico. Il governo pensa di affidare la gestione dell’impianto a Snam anche perché la Olt Offshore Lng Toscana (che gestisce il terminale di rigassificazione dal 2013 ormeggiato a circa 22 chilometri al largo delle coste tra Livorno e Pisa) è partecipata da Snam e First Sentier Investors. E se è meglio che a riva ci sia una infrastruttura diriferimento adeguata, non è detto che sia fondamentale, quindi anche Piombino potrebbe essere candidata per una infrastruttura galleggiante oppure on-shore sui terreni demaniali che separano l’acciaieria dal mare. Il progetto però dovrà passare dall’approvazione delle comunità locali: il sindaco di Piombino, Francesco Ferrari (Fratelli d’Italia) non è convinto dell’operazione e nei giorni scorsi ha scritto al governo per chiedere dettagli. Anche Legambiente si dice contraria.

In generale, comunque, c’è una comune corsa ad offrire disponibilità, soprattutto per l’aumento della capacità degli impianti già esistenti: ieri l’ad di Edison si è detto pronto ad aumentare del 10% la capacità delle sue infrastrutture e si è espresso a favore del ricorso ai rigassificatori galleggianti. L’azienda ha infatti un deposito di Gnl a Ravenna, mentre la settimana scorsa Enel aveva dato disponibilità a riprendere il progetto dell’impianto gnl di Porto Empedocle, già autorizzato ma per il quale, come anche a Taranto, si erano opposti enti locali e ambientalisti.

“Misure senza precedenti, ma da sole non possono spingere i russi al ritiro”

In risposta all’invasione dell’Ucraina, i Paesi occidentali stanno portando avanti varie forme di “guerra”: finanziaria, economica, geopolitica, perfino culturale. Lo strumento chiave in questo conflitto ibrido sono le sanzioni. E se esiste l’arte della guerra dovrà esistere anche un’“arte delle sanzioni”. Proprio questo è il titolo di un libro del 2017 di Richard Nephew, studioso statunitense del Center on Global Energy Policy alla Columbia University. Nephew sa cosa significa progettare sanzioni, perché lo ha fatto in prima persona collaborando con la Casa Bianca per quelle all’Iran.

Perché le sanzioni contro la Russia sono descritte come “senza precedenti”?

Tre ragioni, se considerate insieme, giustificano la definizione: la velocità con cui sono state messe in atto misure sanzionatorie significative; la coesione e la cooperazione degli Stati che le hanno applicate; le dimensioni dell’economia presa di mira. Non mi vengono in mente altri esempi dove tutti e tre questi fattori sono in gioco. In Iraq nel 1990 le sanzioni furono imposte rapidamente, ma per decisione dell’Onu e contro un’economia molto più piccola. Contro l’Iran, le sanzioni richiesero molto più tempo. E la lista potrebbe continuare.

Cosa distingue queste sanzioni da quelle che furono approvate contro l’Iran?

Ci sono somiglianze negli strumenti, ma i fattori principali sono le dimensioni delle economie in questione e il grado di rapidità con cui le sanzioni alla Russia sono state messe in atto: contro l’Iran la campagna di sanzioni attive è iniziata nel 2006, ma non si raggiunse un livello simile di effetto economico almeno fino al 2010.

Come possono le sanzioni contro Mosca raggiungere il loro obiettivo?

Va capito quale obiettivo intendiamo. Se è costringere la Russia a ritirarsi, non credo che le sanzioni possano riuscirci da sole. L’obiettivo è integrare altri sforzi – compreso il sostegno agli ucraini sul campo di battaglia – in modo che i costi dell’invasione diventino inaccettabilmente alti per Putin, obbligandolo a ritirarsi e a cercare una soluzione diplomatica.

Le sanzioni vanno rimosse progressivamente col procedere dei negoziati?

Potrebbero, la portata del negoziato è una cosa che deve ancora essere determinata. Ma l’inversione di queste sanzioni sarà abbastanza complessa: mentre gli ucraini eserciteranno un’influenza significativa su qualsiasi accordo per rimuoverle, altri Paesi vorranno assicurarsi che anche i loro interessi siano rispettati. Si potrebbero vedere Stati in Europa, ad esempio, cercare impegni russi per la non aggressione a cui l’Ucraina potrebbe essere meno interessata, ma a cui la riduzione delle sanzioni è legata.

Altri esempi?

Alcune categorie specifiche di sanzioni potrebbero essere rimosse completamente al momento del ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino. Oppure, determinate banche potrebbero essere rimosse dalla lista delle sanzioni a condizione di certi risarcimenti fatti dalla Russia all’Ucraina per compensare i danni fatti al paese. Questo processo potrebbe anche essere sequenziato nel tempo, con alcuni passi che avvengono prima – come il cessate il fuoco in cambio di uno stop a nuove sanzioni – e altri passi che avvengono dopo.

Quali sono le prossime mosse sul tavolo?

Sicuramente sono sulla lista ulteriori sanzioni, probabilmente mirate ad altre grandi istituzioni finanziarie e a nuovi settori, come l’industria mineraria e i servizi come le assicurazioni o i trasporti. Lo sforzo sarà colpire le vulnerabilità russe e di sfruttarle per fare pressione, pur segnalando chiaramente che il ritiro e un risultato diplomatico rimangono la soluzione preferita.

Le sanzioni sono uno strumento diplomatico o sono diventate una vera arma?

Sono sempre state entrambe le cose. Si trovano nel continuum tra la diplomazia e il conflitto militare: veicolano una leva per i negoziati diplomatici e impongono dei costi.

L’Ue impone nuove sanzioni. Mosca già domani in default?

Domani la Russia potrebbe essere tecnicamente in default. Il ministero delle Finanze russo ha infatti fatto sapere che ha approvato una procedura temporanea che permette il rimborso in rubli del debito emesso in valuta estera in caso che le sanzioni impediscano di farlo nella valuta di emissione. E giusto domani è previsto un pagamento da oltre 100 milioni di dollari per cedole di due bond russi: uno in scadenza nel 2023 e uno nel 2043 (gli appuntamenti successivi sono il 31 marzo, 360 milioni di dollari, e il 4 aprile, quando scade un’obbligazione da 2 miliardi di dollari). “Le dichiarazioni secondo cui la Russia non può far fronte ai propri obblighi di debito pubblico non corrispondono alla realtà”, ha detto il governo di Mosca, frutto del tentativo degli Stati “ostili” di orchestrare “un default artificiale”. Artificiale o meno, ripagare unilateralmente i debiti in una valuta diversa da quella di emissione è un default: è vero che le scadenze di domani possono essere onorate anche nei successivi 30 giorni.

Se Mosca, però, decidesse di pagare in rubli potremmo essere all’inizio di una slavina di proporzioni difficilmente calcolabili. Il punto non è tanto il debito pubblico, relativamente basso: circa 62 miliardi di dollari, ma solo 20 denominati in valuta estera (dollari per lo più). Lo Stato russo – le cui riserve sono state in parte bloccate dalle sanzioni – non può certo aver paura di finire fuori dai mercati, essendolo già di fatto. Più complicata la situazione del debito estero privato: quasi 480 miliardi di dollari, un’ottantina scadono entro un anno e più della metà è denominata in dollari. Se al default pubblico si aggiungesse quello privato gli effetti finanziari potrebbero essere pensanti, a partire dall’attivazione dei derivati stipulati proprio per assicurarsi contro i mancati pagamenti. Per capirci, ieri l’agenzia di rating Fitch ha declassato a “C” – “default imminente” – il suo giudizio su sei società russe e siamo solo all’inizio.

È in questo contesto che l’Unione europea ieri ha approvato il quarto pacchetto di sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina. Ursula von der Leyen ci ha tenuto ieri a far sapere di averlo illustrato al telefono al presidente ucraino Zelensky. “Saranno sempre più insostenibili”, ha detto il ministro Luigi Di Maio, forse con troppo ottimismo. L’Ue dovrebbe mettere sulla lista nera Roman Abramovich insieme a Viktor Rashnikov, proprietario di Mmk, uno dei più grandi produttori di acciaio del mondo, Vladimir Rashevsky, ceo di EuroChem Group, uno dei maggiori produttori di fertilizzanti minerali e Suleyman Kerimov, che possiede il gruppo Nafta Mosca.

Restano fuori dalle sanzioni gas e petrolio. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, ci ha tenuto a chiarirlo subito: “Bloccare l’import non avrebbe l’effetto sperato sulla situazione in Ucraina” e poi “dobbiamo considerare quali mezzi mettono pressione su Putin e quali potrebbero danneggiarci di più”. Insomma, “ci sarà un approccio differenziato sull’energia tra Ue e Usa”.

Israele, la partita dell’incubo bomba

I commentatori nazionali e internazionali hanno prestato scarsa attenzione all’iniziativa del primo ministro israeliano Naftali Bennett :“Ormai tutti cercano di mediare” ha detto uno stimato professore, come dire “cani e porci”. Nel suo giro in Europa, Bennett ha agito con garbo e rispetto.

Ha chiesto il permesso a Biden, ha parlato con Putin per tre ore, con il cancelliere tedesco Scholz, con Macron e due volte con Zelensky. Forse anche questo non servirà a niente, ma l’iniziativa di Bennett è comunque molto più importante e “pesante” di quelle degli omologhi europei che con l’ostinata rinuncia alle iniziative diplomatiche vogliono la guerra a tutti i costi. Israele, come “Stato”, ha interessi diretti nei rapporti con la Russia per via degli accordi sul nucleare iraniano e vuole che la Russia, quando sarà, blocchi l’iniziativa di rivitalizzare l’accordo siglato da Obama. Israele è uno Stato detentore di armi nucleari e qualsiasi minaccia di uso del nucleare da parte di chiunque al mondo, ma specialmente ai confini europei, aumenta il rischio che altri Paesi detentori o no di armi nucleari ignorino gli accordi di non proliferazione. Se non sono molti i Paesi con tecnologia e mezzi per costruire e lanciare ordigni nucleari, ci sono diversi modi per farseli dare. Sotto sotto, anche l’Amministrazione americana non vuole riesumare l’accordo con l’Iran, ma non può dirlo finché un democratico sta alla Casa Bianca. In pratica, Israele è in grado di offrire a Putin il suo sostegno in cambio dell’abbandono del supporto all’Iran, alla Siria e altrove e a Zelensky una “mano” nella messa in sicurezza dell’Ucraina. È un’offerta molto rischiosa, perché se da un lato può sospendere temporaneamente la questione militare, dall’altro non stabilizza l’Ucraina e invece riapre quella mediorientale senza sapere quando e come potrà finire. Lo scambio potrebbe apparire difficilmente realizzabile e se fosse l’Italia a proporlo lo sarebbe di certo. Ma Israele, oltre alle carte politiche, ha un peso morale particolare nel quadro globale. Israele, come “Stato ebraico” è la patria ideale di tutti gli ebrei del mondo, compresi i grandi banchieri che ostentano la visione galattica del potere, e nessuno di essi oserebbe opporsi a Israele, soprattutto se fosse alla ricerca di una soluzione della questione ucraina meno drammatica di quella oggi offerta da Putin e Zelensky. In Russia la comunità ebraica è molto forte e ha un ottimo rapporto con Putin anche attraverso alcuni oligarchi legati a essa. Anche in America la comunità è molto importante e soprattutto è forte nell’ambito dell’Amministrazione centrale, a prescindere dal partito del presidente di turno. L’attuale presidenza di Joe Biden ha cooptato una folta squadra di collaboratori di origine ebraica, che è stata scrutinata e valutata molto attentamente dagli israeliani a partire da molto prima dell’insediamento. Israele non ha voluto che si riproponessero personaggi che sotto la presidenza Obama avevano portato i rapporti bilaterali ai minimi storici e non vuole sentir parlare di “due Stati” in Palestina. Per questo, pur apprezzando molto ciò che Trump aveva concesso a Israele (aiuti, spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, accordi di Abramo, ecc.) non intendeva dipendere da una leadership umorale e spregiudicata. I giornali israeliani e statunitensi filo-israeliani non hanno fatto mistero della loro idea sulla questione palestinese, libanese, siriana e iraniana e hanno verificato se i membri della comunità ebraica proposti da Biden per la formazione della squadra di governo fossero sufficientemente affidabili nel sostegno degli interessi israeliani. A prescindere dalla connessione dello stesso presidente Biden, che ha tre figli (due maschi e una femmina) sposati con membri della comunità, sono stati approvati il Segretario di Stato Antony Blinken, il Consigliere per la Sicurezza nazionale Jacob Jeremiah Sullivan, il Segretario delle Finanze Janet Yellen, il Segretario alla Homeland security Alejandro Mayorkas, il Capo di Stato maggiore della Casa Bianca Ron Klain, il Consigliere economico Jared Bernstein, l’inviato speciale del presidente per il Clima John Kerry Cohen, il Capo della Cia William Burns, il Direttore nazionale dell’intelligence Avril Haines, il Direttore del CDC (centro di controllo delle malattie) Rochelle Walensky, il Procuratore generale Merrick Garland, il Consigliere per la Scienza e la tecnologia Eric Lander, il Viceconsigliere per la Sicurezza nazionale Ann Neuberger, il Vicedirettore della Cia David Cohen, il Vicesegretario della Sanità Rachel Levine, il Second gentleman (marito della vicepresidente) Douglas Emhoff, lo “zar del Covid-19” Jeff Zients, il Vice segretario di Stato Wendy Ruth Sherman e, con qualche dubbio, l’Inviato speciale per l’Iran Robert Malley. Nessun dubbio, invece, per il Sottosegretario di Stato per gli Affari politici Victoria Nuland, già inviata speciale in Ucraina dal 2013 al 2017 e sostenitrice del colpo di Stato contro Yanukovic per “fottere l’Europa”. Anche il presidente ucraino Zelensky è di origine ebraica, ma forse con le ombre delle svastiche proiettate sul suo governo non è del tutto accettabile. Sembra sia stato proprio il Rabbino del suo Paese a commentarne l’elezione con un desolato e profetico “ci porterà al progrom”. Quello che è certo è che il primo ministro Bennett, come capo del governo d’Israele e custode della patria ideale di milioni di persone che conoscono i disastri delle guerre, non si presenta al tavolo da gioco – dove Ucraina, Russia, Nato, Gran Bretagna e Unione europea si stanno dissanguando – con un paio di carte da giocare, ma con un intero mazzo. E se le carte le dà lui – cantava Leonard Cohen – qualcuno dovrà uscire dal gioco: “If you are the dealer I’m out of the game”.

 

La Corte Suprema non riesaminerà il caso: Assange a un passo dall’estradizione in Usa

Julian Assange potrebbe molto presto essere estradato negli Stati Uniti. La Corte Suprema di Londra ha infatti negato agli avvocati del fondatore di WikiLeaks la possibilità di presentare ricorso alla sentenza di Appello che, il 10 dicembre, aveva spalancato la strada della consegna del giornalista agli Usa. I giudici si sono rifiutati di riesaminare il caso, liquidando come insussistenti “i punti di diritto” invocati dalla difesa per una revisione del verdetto di secondo grado. Al giornalista australiano le autorità di Washington contestano 18 capi d’accusa per la complicità nell’hackeraggio dell’archivio del Pentagono e per la violazione della legge Usa sullo spionaggio: al centro di tutto, la diffusione sul portale WikiLeaks di file riservati americani, tra i quali quelli relativi ai crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan.

I guai giudiziari di Assange iniziarono nel 2010, quando la magistratura svedese spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura europeo in seguito alla denuncia di due donne che lo accusavano di violenza sessuale. Consegnatosi alla polizia, fu detenuto per nove giorni, per poi ottenere la libertà vigilata dopo un periodo ai domiciliari. Temendo che una possibile estradizione in Svezia potesse costituire il prodromo di un trasferimento negli Usa, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador, a Londra, dove rimase fino al 2017 e che fu teatro della sua love story con la star del cinema Pamela Anderson. L’11 aprile la polizia britannica ottenne il permesso di entrare nell’ambasciata e portare via il fondatore di WikiLeaks, che venne condannato a 50 giorni di prigionia per la violazione della libertà vigilata.

Se nel 2019 la magistratura svedese archiviò le accuse di stupro per mancanza di prove, nel 2020 la giustizia britannica iniziò a esaminare la richiesta di estradizione degli Usa per i fatti di WikiLeaks. In primo grado, nel gennaio 2021 la giudice Valeria Baraister negò l’estradizione in quanto “troppo oppressiva per ragioni di salute mentale”, scatenando le proteste del Dipartimento di giustizia Usa. Lo scorso dicembre, però, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione, concedendo comunque ad Assange la possibilità di ricorrere alla Corte Suprema. Che ora ha detto molto chiaramente che non riesaminerà il caso. A porre il timbro finale sarà chiamato il ministro dell’Interno Priti Patel, che si esprimerà nelle prossime settimane. Intanto, ad Assange è stato permesso di sposare la sua compagna (e avvocato) Stella Morris nel carcere di Belmarsh il 23 marzo.

Seimila casi in due giorni. La Cina chiude come nel 2020

Meno di seimila casi Covid in due giorni a noi sembrerebbero una buona notizia, ma in Cina – nonostante un miliardo e mezzo di abitanti – la pensano diversamente. E così, dopo l’hub tecnologico della città di Shenzhen (17 milioni di abitanti), la Cina mette in lockdown l’intera provincia di Jilin e i suoi 24 milioni di abitanti a causa del balzo dei casi di Covid (quasi 900 domenica): è la prima volta che accade dal 2020, quando fu adottato il confinamento severo per domare la pandemia nell’Hubei e nel suo capoluogo Wuhan. La settimana scorsa la misura era stata imposta solo nel capoluogo Changchun. Ai residenti, secondo le autorità locali, è vietato di lasciare la provincia che confina con la Corea del Nord. Inoltre, sono stati condotti più cicli di test di massa e costruiti ospedali d’emergenza.

L’uscita dalla provincia è permessa soltanto in circostanze speciali e con una autorizzazione ad hoc, mentre in caso di rientro è necessario il “rigoroso rispetto” di un periodo di quarantena. Le violazioni, in base a un annuncio delle autorità provinciali, saranno punite severamente “in conformità con la legge della Repubblica popolare cinese sulla prevenzione e il controllo delle malattie infettive e con le altre normative e i vari regolamenti” in materia.

In Italia, intanto, continua il “rimbalzo” dei contagi. I 28.900 casi registrati nelle ultime 24 ore rappresentano il 30,9% in più di quelli intercettati lunedì 7 marzo. Un dato in linea con quanto osservato da alcuni giorni. Tasso di positività al 14,3% (+20,3% rispetto a 7 giorni fa). Ancora 129 morti, uno in meno rispetto a lunedì scorso.

Le opposte fake news a colpi di video e foto

“Questa non è l’avanzata dei russi contro Kiev, questa è la lotta vergognosa della Putinskaya armya, dell’esercito di Putin. Con le parole sbagliate anche voi fate il gioco del presidente”. H. è una silenziosa dissidente russa e legge giornali italiani. Da anni vive avvolta dalla bora: da quando i carri armati di Mosca hanno varcato il perimetro gialloblu, aiuta i profughi di Kiev a sistemarsi nella sua città d’adozione, Trieste. Nella Federazione prigioniera di se stessa, senza più canali indipendenti o social network, invece in tanti non credono ad amici e parenti che, dall’Ucraina, li raggiungono con voce rotta, disperazione ed eco dei tonfi dei bombardamenti: a profughi e vittime alcuni dicono “non c’è nessuna guerra”, “non ci credo”, sono feik, notizie false inventate dagli occidentali. Quella scoppiata ad est è innanzitutto la guerra delle parole, di russi contro russofoni, di immagini e informazioni che però, tra Mosca e Ovest, sono state militarizzate e armate molto prima che il conflitto scoppiasse il 24 febbraio scorso, quando al Cremlino il presidente ha giustificato “l’operazione speciale” con una storica fake news: Lenin ha inventato l’Ucraina.

“Quel richiamo non mi ha affatto stupito” dice Guido Carpi, professore di Letteratura russa all’Università Orientale di Napoli: “L’ideologia putiniana è sempre stata eclettica, mirava a ridare identità ai russi dopo la caduta dell’Unione sovietica, si richiamava agli zar come artefici dell’impero, a Stalin come vittorioso condottiero della Seconda guerra mondiale, al clericalismo ossessivo. Lenin, la Rivoluzione d’ottobre e l’Unione dei popoli socialisti, sono invece un punto di rottura, un fattore disgregante, una minaccia per l’identità nazionale. Negli ultimi anni la narrativa è diventata neo zarista, di riproduzione ottocentesca, considera gli ucraini ‘piccoli russi’ da riportare sotto l’albero egemonico di Mosca”.

Poco è visibile dei combattimenti sul terreno in questi giorni, molto è invece diffuso nell’etere dei social, che sparano istantanei, più dei grad, dati, testimonianze spesso inverificabili, ma soprattutto immagini. Al ventesimo giorno di invasione risulta ancora impossibile vagliare le cifre fornite della Federazione quanto quelle dichiarate dalla Difesa ucraina: secondo Mosca sono morti meno di 500 soldati russi, per Kiev oltre 10 mila avrebbero già perso la vita.

Mentre l’invasione russa procede nella terra dei reattori, delle scorie e delle carcasse che l’impero sovietico si è lasciato dietro, la comunicazione diventa radioattiva e vengono riportati in vita i fantasmi di Chernobyl. Anche spifferi e sussurri possono diventare incendiari. La centrale nucleare – intorno a cui si è concentrato il fuoco delle truppe russe affrontate dall’esercito ucraino – ha da giorni “interrotto le comunicazioni”, ma, secondo quanto dichiarato dall’Aiea, Agenzia internazionale dell’Agenzia atomica, non ci sarebbe stata una fuga di radiazioni e “non c’è stato impatto critico sulla sicurezza” dopo gli scontri, come invece aveva detto la squadra del presidente Zelensky, allarmando l’Europa.

L’ultimo campo di battaglia tra Mosca e Kiev è stato quello combattuto sul corpo delle giovani ucraine incinte. Due foto, due destini, due ragazze diventate già icone dell’immaginario del sanguinoso assedio di Mariupol. La donna sulla barella – il cui strazio immortalato ha fatto il giro del mondo – è deceduta ieri. La blogger Marianna Podgurskaya, con cui il Cremlino cercava di smentire il massacro, è invece sopravvissuta ed è riuscita a partorire sua figlia Veronica. Da macerie, sangue raggrumato tra i capelli biondi, coperte e pigiami a pois, è stata ricreata la manipolazione di Vasily Nebenzya, ambasciatore russo all’Onu, che ha sventolato quelle immagini al Consiglio di Sicurezza: la donna si è messa in posa, l’ospedale sarebbe integro, quello non era un reparto pediatrico, ma una base del battaglione Azov. Il nemico si frena a colpi di kalashnikov, ma anche minando notizie vere inondandole di dettagli falsi, video di scontri avvenuti nel passato, di film e perfino videogame. Tutto questo non stupisce il decano di slavistica dell’Ateneo napoletano: “Purtroppo la propaganda esisteva ed esisterà sempre. Putin copia il lessico dell’operazione bellica dell’epoca Bush: anche la guerra in Iraq si chiamava ‘missione di pace’. È lo stesso imprinting: ha detto ai russi che avrebbe liberato gli ucraini da ‘nazisti drogati’, il patriarca Kirill invece ‘dalla lobby gay’. Tutti i conflitti sono basati sulla disinformazya. Anche noi, qui in Europa, compiamo errori grotteschi: penso all’immagine della bambina con lecca lecca e fucile”. La piccola ucraina – 9 anni, nastri gialli e blu tra i capelli, canna tra le braccia e sguardo rivolto all’orizzonte – è diventata simbolo della resistenza del popolo invaso, ma l’immagine è stata scattata, ha riferito suo padre, Oleksii Kyrychenko, due giorni prima che i cingolati di Mosca sfondassero la frontiera. “Volevo mostrare come l’Ucraina si sarebbe trasformata nel prossimo futuro” ha detto quando lo scatto è finito nel tritacarne dei social, sulle prime pagine dei giornali del mondo e perfino sull’account personale di Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo.

Chi l’ha condivisa ha violato la Carta di Treviso sulla protezione dei minori, ha riferito il presidente del Cnog: “con foto costruite il giornalismo rischia di perdere la sua funzione”, l’immagine “pone serissimi problemi etici ai direttori che hanno deciso di utilizzarla senza valutare gli effetti della pubblicazione”.

“La militarizzazione dell’infanzia l’abbiamo già vista durante le guerre africane, esaltarla come positiva è barbarico, mira a sollecitare immaginari inquietanti”, continua Carpi. Le fake news fioriscono sui social che favoriscono “l’infantilizzazione del discorso pubblico e privilegiano i messaggi più urlati, per un’opinione pubblica spaventata, oggi orientata dalle tifoserie. Le narrazioni semplificate hanno effetti disastrosi in questo contesto di crisi internazionale. Hanno dimenticato che questa guerra da tastiera rischia, in ogni momento, di diventare una guerra vera”.

Il Miur taglia i ponti: “Basta ricerca russa”

Le sanzioni arrivano anche nella ricerca e nella cultura. Su indicazione della ministra dell’Università, Maria Cristina Messa, gli Atenei italiani stanno mappando – e in molti casi già sospendendo – le proprie collaborazioni con enti russi. Col paradosso che a essere chiusi non sono soltanto quei progetti che Mosca potrebbe utilizzare per ottenere vantaggi militari, ma anche i più innocui. Come è successo all’Università di Trento, che ha chiuso ogni ponte con la Russia provocando diversi malumori tra i docenti: “Così si contribuisce a un solco – è lo sfogo del ricercatore Rocco Scolozzi –, una spaccatura che proprio la cultura può evitare”.

Un passo indietro. Già un paio di settimane fa, la ministra Messa aveva scritto a Università e centri di ricerca per “scongiurare l’ipotesi che pur legittime collaborazioni nei settori della ricerca” potessero “fornire involontario sostegno all’azione militare” di Putin, “anche attraverso lo sviluppo o il trasferimento di tecnologie dual use” (quelle che possono avere un utilizzo civile o militare). Perciò, Messa chiedeva di far arrivare al ministero “l’indicazione di eventuali progetti in corso con Istituzioni ed Enti russi”, così da poterne valutare la pericolosità.

Tre giorni fa, una nuova nota. La ministra prende di nuovo carta e penna e invita i rettori “a sospendere ogni attività volta all’attivazione di nuovi programmi di doppio titolo o titolo congiunto”, ricordando che “dovranno essere sospesi quei progetti di ricerca in corso con istituzioni della Russia e della Bielorussia che comportino trasferimenti di beni o tecnologie dual use o siano altrimenti colpiti dalle sanzioni adottate dall’Ue”. Quanto a tutte le altre “collaborazioni istituzionali”, la ministra mette in guardia: “Resta fermo il dovere di osservare le disposizioni adottate a livello europeo e negli altri organismi multilaterali”.

Problema: i progetti in corso sono decine e riguardano anche i colossi. Basti pensare che fino a poche ore fa la Russia era Paese osservatore al Cern di Ginevra, prima che il centro ritirasse lo status a Mosca impedendogli di partecipare alle attività.

Dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare fanno sapere di avere al momento 4 collaborazioni con enti riconducibili a Mosca e di ospitare una ventina di ricercatori russi. Non essendo un tipo di ricerca che può avere implicazioni militari, per ora nessuno di loro è costretto a tornare a casa.

Non tutti però interpretano in maniera così larga le direttive del ministero. A Trento il caso è emerso quando il Senato accademico ha deciso di troncare “le collaborazioni in atto con studiosi legati a istituzioni russe”. Una decisione tranchant che quindi coinvolge anche dipartimenti la cui materia di ricerca difficilmente potrebbe arrecare vantaggio alle armate di Putin (si pensi alla filosofia o ai beni culturali), motivo per cui diversi professori non condividono la posizione dell’università. È il caso di Luca Fazzi, docente di Scienze politiche: “Rispetto le decisioni dell’Ateneo, ma credo che la cultura, lo sport e la musica siano ponti e non muri – spiega al Fatto – Molti docenti e studenti russi non sostengono certo Putin. Mantenere un contatto può aiutare a coltivare un dissenso interno a Mosca: se invece la cultura taglia i rapporti è più facile che queste persone si isolino”. Stessi concetti espressi da Scolozzi, che proprio in queste settimane era in contatto con colleghi finlandesi e russi per un progetto sui Future Studies (a Trento fa riferimento al Dipartimento di Sociologia): “Così si discriminano i colleghi, a loro volta vittime”. Dal ministero dell’Università allargano le braccia, ricordando che “queste interpretazioni fanno parte dell’autonomia di ciascun ateneo”. Segnale opposto a quello inviato ieri dal Museo Hermitage di San Pietroburgo, che grazie a un’intesa col ministero della Cultura russo ha ottenuto una parziale retromarcia sulla richiesta di fermare tutti gli scambi di opere in corso con i musei europei: “I ponti della cultura – ha detto il direttore generale dell’Hermitage, Michail Piotrovsky –, si fanno saltare in aria per ultimi. Ora è il momento di proteggerli e cercheremo di mostrare come si fa”.