La strada che collega Odessa a Mykolaiv è un lungo tappeto di asfalto che a percorrerlo ci vogliono due ore, le uniche note di colore sono gli screzi di blu delle lagune che si attraversano e le bandiere dell’Ucraina nei tanti posti di blocco, distribuite lungo la via.
Si arriva finalmente al ponte Varvarivs’kyy e come per Irpin a nord di Kiev, il mondo cambia, quello fuori e quello che hai dentro. Autobus in fila con i residenti che vanno a rifugiarsi verso ovest, e macchine della polizia che girano ad alta velocità, mentre due carri armati ti dichiarano che ora sei in una zona di conflitto.
Karkhiv soffre, le notizie da lì parlano di ulteriori bombardamenti, e Mariupol oramai è lo strazio di un corridoio umanitario che non viene ancora garantito, Mykolaiv è la prossima che subirà questa guerra.
Odessa è troppo preziosa, lo si vede dalle trincee che sono state scavate velocemente nell’arco di pochi giorni. Per gli abitanti non è accettabile l’idea che l’invasore possa avere la possibilità di prenderla, però Mykolaiv è lì nel mezzo, tra la Crimea e i desideri di Putin.
Alcuni residenti mormorano che si sentono sacrificabili: perché insistere nel far abbandonare la città e non mandare altri rinforzi?
Dentro il centro abitato il grigiore del cielo si manifesta sui volti delle persone che girano per gli stradoni. C’è sconforto, ed è manifesto nel silenzio di chi cammina. Ma la notte i boati frantumano sia le mura che gli animi.
Sono due notti di fila che non c’è pace: razzi Grad e persino bombe a grappolo terrorizzano donne e uomini che ancora vivono nelle proprie case. E i morti ci sono, inutile girarci intorno, basta entrare nell’obitorio.
Un mucchio di sagome contorte in una fredda camera di mattoni. Le mimetiche distinguono i militari dai civili, ma le esplosioni hanno cancellato ogni altro dettaglio: molti non hanno più un volto, o quello che fu un corpo. Alla destra pile di sacchi neri, lì ci sono i soldati russi, deposti separati e distanti, come se potessero anche da morti rappresentare comunque una minaccia.
Una madre è chiamata a riconoscere il figlio, entrando accompagnata dal responsabile le basta notare un dettaglio per sentire qualcosa di nero come catrame riempirle il cuore. Una madre ha perso il figlio, e in quel momento rappresenta tutte le madri del mondo.
Scatta l’istinto innaturale di portare la mano alla macchina fotografica. Lei, giustamente, ci guarda indignata, se mi venisse incontro per tirarmi uno schiaffo le chiederei scusa, perché avrebbe tutto il diritto di farlo, anche se mi nascondo dietro la discrezione. Ma come si può essere discreti di fronte una cosa del genere?
Lei però sappiamo che rimarrà nella città che il figlio era andato a difendere, ucciso nonostante non fosse neanche nelle prime linee, ma già 250 mila residenti sono andati via.
E hanno anche un motivo estremamente chiaro per farlo: il ponte di Varvarivs’kyy che collega Mykolaiv con il resto del mondo se le cose peggioreranno sarà fatto esplodere, perché Odessa, la bellissima, non può essere rapita dal nemico dell’est.
Rientrando dopo questa cupa atmosfera si prova a vedere se c’è passaggio nelle aree colpite recentemente per capire almeno cosa sta accadendo, ma interminabili posti di blocco dilungano troppo i tempi, bisogna rientrare anche perché, come ogni sera, toccherà organizzare il lavoro dell’indomani.
Si è silenziosi in macchina sulla strada del ritorno, che sarà anche quella dell’ultimo esodo: c’è solo il rumore del vento che entra dal finestrino mentre ciascuno fuma la sua sigaretta.
Odessa ci accoglie con il tono magenta del cielo prima del crepuscolo, pare vivissima e persino normale se non fosse per i blocchi di cemento e i fortini di sacchi di sabbia distribuiti ovunque, ma qui lungo la strada ti capita di scorgere una coppia seduta a bere un caffè d’asporto. E mi viene da pensare che quei due saranno al sicuro proprio perché Mykolaiv si sta sacrificando.