Dell’Utri, premio alla carriera Torna in Sicilia per conto di B.

Ai deputati dell’Assemblea regionale siciliana che sono andati a trovarlo nel fine settimana all’hotel delle Palme, nel pieno centro di Palermo, Marcello Dell’Utri ha fatto capire subito chi comanda: “È un po’ che non ci vediamo, come risolviamo questa situazione?”. Nello specifico, l’ex senatore di Forza Italia e storico proconsole di Silvio Berlusconi in Sicilia, si riferiva alla situazione disastrosa del partito nell’Isola e del centrodestra in vista delle Comunali di Palermo di giugno e delle Regionali in Sicilia di ottobre.

Dell’Utri, che ha scontato la pena a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è tornato a frequentare assiduamente villa San Martino da settembre, dopo l’assoluzione in appello al processo sulla trattativa Stato-mafia. E dopo aver fatto il consigliere di Berlusconi sul Quirinale e sulla guerra in Ucraina (“Silvio ascolta solo Marcello” maligna chi frequenta Arcore e non sopporta di vederlo ancora al fianco dell’ex Cavaliere), Dell’Utri non può rinunciare alla sua grande passione: decidere le sorti della sua città e della sua regione. Per questo, prima ha provato a controllare la situazione da Milano, ma adesso è tornato fisicamente nella sua Palermo per un compito ben più importante: commissariare il partito e defenestrare Gianfranco Miccichè, suo pupillo dai tempi di Fininvest, che sta lavorando da mesi a un accordo con centristi e renziani staccandosi dai sovranisti Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Così nel fine settimana Dell’Utri ha preso casa all’hotel delle Palme e ispirato la rivolta contro il coordinatore regionale di Forza Italia. E ora, si vocifera in FI, non è escluso che in autunno, dopo le Amministrative e le Regionali, Berlusconi non decida di premiarlo con un ruolo di “coordinatore ad hoc” in Sicilia. Un ruolo simbolico, più che operativo. Una sorta di premio alla carriera.

Sarà anche per questo, per guadagnarsi la medaglia sul campo, che Dell’Utri ha preso casa a Palermo. In primis per provare a risolvere la situazione nel centrodestra, dilaniato sulle candidature per il comune: Fratelli d’Italia ha lanciato la deputata Carolina Varchi, la Lega si presenterà col nuovo simbolo “Prima l’Italia” ipotizzando la candidatura di Francesco Scoma, l’Udc vorrebbe Roberto Lagalla. Forza Italia invece è spaccata: Miccichè sostiene il deputato dell’Ars Francesco Cascio, ma parte del gruppo e dei dirigenti di partito, quelli più vicini a Renato Schifani, non ci stanno. Ed è qui che interviene Dell’Utri, sbarcato a Palermo per fare la guerra a Miccichè. L’ex senatore azzurro vuole bloccare la candidatura di Cascio e soprattutto guidare la rivolta per far fuori il coordinatore regionale di Forza Italia. All’hotel delle Palme ha avuto lunghi colloqui con il deputato regionale Riccardo Gallo e con l’assessore alle Infrastrutture della giunta Musumeci, Marco Falcone, che lo hanno aggiornato sulla situazione disastrosa del partito in Sicilia. Sono loro due i volti della rivolta e sono loro due a guidare il gruppo degli “ortodossi” in Forza Italia che si sta ribellando alla gestione di Miccichè. Una truppa di dieci eletti – sette deputati e tre assessori – che è già passato all’azione scrivendo un dossier contro Miccichè per chiedere di destituirlo. Quest’ultimo, nel documento rivelato dal quotidiano La Sicilia, viene accusato di una gestione “personalistica” ma anche “ondivaga e confusionaria”.

Inoltre Miccichè viene messo in croce per la sua ricerca di convergenze al centro e addirittura di aver messo in piedi “strampalate geometrie variabili e giochi di palazzo con Pd e M5S”. Il dossier, che secondo molti è stato ispirato proprio da Dell’Utri, è stato consegnato venerdì direttamente a Licia Ronzulli, braccio destro di Berlusconi e sbarcata in città per provare a placare la rivolta. Ma non c’è stato niente da fare. Anzi. Se possibile, nella riunione a porte chiuse con i deputati e gli assessori regionali, i toni si sono alzati ulteriormente fino a sfiorare la rissa tra i ribelli e lo stesso Miccichè. Un punto però Dell’Utri e i suoi lo hanno segnato: il dossier è già finito sulla scrivania di Berlusconi a villa San Martino. Fino alle elezioni non si muoverà foglia. Ma dopo, soprattutto in caso di sconfitta, in Forza Italia arriverà la resa dei conti. E Dell’Utri è già pronto ad approfittarne.

“Serve evitare l’escalation: ora l’Ue sia più decisa”

Nella mediazionetra Ucraina e Russia è indispensabile “un ruolo più deciso, attivo e autonomo” dell’Europa, senza mai dimenticare che il rischio di una escalation è la guerra nucleare. Così, in un comunicato, l’associazione Libertà e giustizia, impegnata dal 2002 in iniziative di rilievo sociale e civile e presieduta da Sergio Labate. A preoccupare c’è un dibattito pubblico che spesso dimentica “di misurare le parole e di rispettare legittime posizioni che ci dividono, a cominciare dal modo di solidarizzare con le vittime”. A questo proposito, sottolinea Libertà e giustizia, “troppo spesso dimentichiamo che il conflitto si inserisce nel contesto di una potenziale catastrofe atomica”, motivo per cui “dobbiamo essere più consapevoli che una sua escalation contiene la possibilità di distruzioni enormi”. La speranza allora è che funzionino le trattative: “Sono in campo tentativi di mediazione diplomatica in cui riponiamo le speranze. A essi, vorremmo si aggiungesse un ruolo più deciso, attivo e autonomo dell’Europa”.

Missili e nuovi interventi: la “piccola Nato” per Kiev

Una mini Nato pronta a difendere l’Ucraina in caso di aggressione. Questo dovrebbe essere quel gruppo di Paesi garanti che l’Ucraina vorrebbe formalizzare nel processo di pace con la Russia. Almeno nelle intenzioni di Kiev. Ma le incognite e gli ostacoli sono più delle risposte. Anche perché si tratta di una proposta degli ucraini al tavolo dei negoziati: se fanno un accordo che prevede la loro neutralità, chiedono un gruppo di Paesi che sia garante della sicurezza. E tale accordo è tutto da scrivere e subordinato all’esito generale della crisi. Contrarietà della Russia scontate. Le incognite partono dalla lista dei partecipanti. Ci dovrebbero essere i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più Germania, Turchia, Italia, Polonia, Canada, Israele e, sottolinea Kiev, chiunque altro voglia unirsi. Per ora, almeno una decina di partecipanti, tra cui sono previsti dunque anche gli Usa. Ed è evidente, dunque, che anche questa lista è oggetto di negoziato.

Quel che appare certo è che l’Italia ci sarà: a chiederlo è stata direttamente con forza l’Ucraina, presumibilmente per intercessione degli Usa. Secondo Mario Draghi questa è la dimostrazione finale che – dopo aver passato settimane ai margini dei tavoli che contano – l’Italia è tornata in gioco.

Il modello proposto da Volodymyr Zelensky è simile a quello previsto dall’articolo 5 del Trattato della Nato. In particolare prevede che, in caso di attacco, Kiev abbia il diritto di convocare un vertice di emergenza con i Paesi garanti entro tre giorni. Se il vertice non dovesse essere risolutivo, i Paesi garanti dovranno fornire armi e assistenza militare all’Ucraina incluse forze armate, armamenti, e la No fly zone. Escluse dal meccanismo delle garanzie di sicurezza internazionale sarebbero sia la Crimea che le autoproclamate repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

Il modello proposto da Kiev è una condizione non facile per il Cremlino, che non vuole far rientrare dalla finestra il principio di solidarietà dell’Alleanza atlantica, tenuto fuori dalla porta a suon di bombe. Cruciale sarà definire in quali circostanze può scattare l’intervento dei garanti e fino a che punto potranno spingersi. Per questo accanto a chi evoca una forza di interposizione, c’è chi parla di missione disarmata.

Ieri, intanto, c’è stata un’altra videoconferenza tra il presidente degli States, Joe Biden, il premier inglese Boris Johnson, il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, il presidente francese, Emmanuel Macron e Draghi per fare il punto della situazione. Nonostante il passo avanti costituito ieri dai negoziati di Istanbul, durante la call c’era un diffuso scetticismo sulla possibilità di un accordo a breve. Opinione comune, raccontano, che Vladimir Putin non voglia arrivare alla fine delle ostilità, se non può rappresentarla come una vittoria. Secondo la versione della Casa Bianca, i leader “hanno ribadito la loro determinazione a continuare ad aumentare i costi contro la Russia”, come pure “a continuare a fornire all’Ucraina assistenza militare e umanitaria”. Sollecitando in particolare un accesso umanitario per i civili a Mariupol, che neppure Macron è riuscito a strappare nella sua telefonata con Putin. I cinque, peraltro, non erano del tutto allineati. Con Johnson che spingeva per nuove sanzioni alla Russia e Scholz fermamente contrario. E mentre Biden era vicino alle posizioni della Gran Bretagna, Draghi e Macron si sono tenuti in una posizione di mezzo. Ruolo possibile anche per la radicalità degli altri. Nella versione di Palazzo Chigi dell’incontro non è mancato l’accento sulla necessità della “diversificazione degli approvvigionamenti energetici”. Tema cruciale per il nostro Paese.

“Sgambetto” di FdI: M5S e LeU restano senza voto sull’odg

Alle quattro del pomeriggio, nella sala Koch del Senato, la maggioranza implode. Urla, accuse, fascicoli agitati come drappi in commissione. Il governo, per bocca del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà, ha appena accolto l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia al decreto Ucraina per aumentare le spese militari fino al 2 per cento del Pil, senza modifiche. Ma, a sorpresa, i senatori meloniani guidati da Luca Ciriani e Isabella Rauti decidono di non strafare: FdI non chiede di mettere ai voti l’ordine del giorno e quindi di non obbligare la maggioranza a una sanguinosa conta. “Abbiamo vinto, non volevamo fare un dispettuccio di maggioranza” sorride la senatrice Rauti. A quel punto, succede di tutto. Perché sia i senatori del M5S che quelli di LeU, rappresentati da Loredana De Petris, non ci stanno. Vogliono che sia messo ai voti il loro dissenso dalla scelta del governo sul riarmo. Ma non è possibile: una volta accolto l’odg, se i firmatari non chiedono di metterlo ai voti lo stesso, non si tiene alcuno scrutinio. Così la spaccatura nella maggioranza, dall’interpretazione del regolamento, tracima sul piano politico. La mossa dei meloniani fa andare in mille pezzi l’asse giallorosa. Il senatore 5S Gianluca Ferrara accusa i colleghi di voler fare “gli interessi dell’industria della Difesa”, Paola Taverna parla di “propaganda becera” di FdI, Andrea Cioffi attacca: “Il governo si trincera dietro fratelli d’Italia”. De Petris fa asse con i pentastellati sostenendo che l’atteggiamento del governo è “inaccettabile” e la decisione di alzare le spese militari è “sbagliata e dannosa”.

Da fuori anche Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana spara: “È un favore alla lobby industriale bellica, un colpo serio alle ragioni della pace – attacca – da oggi il governo Draghi ha ampliato la sua maggioranza ancora più a destra con FdI”. Ma l’accusa più rumorosa è quella del M5S nei confronti della presidente della commissione Difesa del Pd, Roberta Pinotti, rea di non aver voluto mettere ai voti l’odg. Vito Crimi riassume così: “Con il nostro Petrocelli le cose sarebbero andate diversamente”. Ma dicono che non la pensi proprio così Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, ieri assente. Ma comunque voglioso di annunciare che non voterà il decreto che invia armi all’Ucraina, ossia il testo a cui è collegato anche l’odg di FdI. “Partiti guerrafondai, politici decotti e presunti servitori dello Stato si fanno interpreti del Paese reale e ci fanno diventare co-belligeranti” attacca. Il Pd, a cui era stato offerto un punto di caduta (mandare direttamente il decreto in Aula senza relatore, così da non dover votare sugli odg) prova a rispondere con Alessandro Alfieri: “Va bene le esigenze dei partiti, ma non si metta in difficoltà il governo”.

Oggi pomeriggio il decreto arriva in Aula, per essere votato già domani. Con o senza fiducia, non è ancora chiaro. “Se FdI non ripresenta in Aula l’odg non servirebbe” spiegano fonti di governo. Oppure se i meloniani confermeranno la scelta di non metterlo ai voti. Ma si deciderà nelle prossime ore. A occhio lunghissime, per la maggioranza.

Draghi e Conte, non c’è pace. Il premier usa l’arma del Colle

Dopo l’incontro che ha solo peggiorato le cose, l’avvocato esce dal Palazzo che conosce bene ammettendo che no, non si è risolto nulla: “Bisognerà discutere ancora, il problema va affrontato dal punto di vista politico”. Invece il suo successore, Mario Draghi, sale al Quirinale, a riferire. Perché quella sull’aumento delle spese militari non è solo una baruffa molto di principio, ma la miccia di uno scontro di governo, sul ciglio del burrone. “Senza il rispetto dell’impegno con la Nato sugli investimenti militari viene meno il patto di maggioranza”, scandisce Draghi davanti a Giuseppe Conte, dentro Palazzo Chigi. Dall’altra parte l’avvocato lamenta che ci sono altre priorità rispetto a quegli investimenti, certo. Ma va anche oltre, criticando anche il metodo di certe nomine di governo. Arrivando – dicono – a far capire che il M5S può restare nel governo solo avendo sufficiente voce e spazio sui temi.

Scene di un faccia a faccia dai toni aspri. “Andato malissimo” secondo un big dei 5Stelle. E dire che Conte aveva ufficialmente chiesto l’incontro per cercare “un passo in avanti verso la ragionevolezza del governo”, cioè almeno un rallentamento rispetto all’impegno di aumentare della spesa militare al 2 per cento del Pil da qui al 2024. Ma ieri pomeriggio Draghi non gli ha concesso quasi nulla. “In un momento così delicato non possiamo venire meno agli impegni assunti, il governo intende perseguire con decisione l’obiettivo del 2 per cento” è la sua secca risposta, fatta filtrare dai piani alti di governo. Non ci sono spiragli. Anche se uscendo Conte racconta almeno il risultato minimo: “Nel Def non dovrebbe esserci l’aumento degli investimenti militari”. Vero, la formula dovrebbe essere sufficientemente generica, come è nella natura del Documento di programmazione economica e finanziaria, che potrebbe arrivare già domani in Consiglio dei ministri. “Ma il nodo delle spese militari va sciolto, e noi 5Stelle abbiamo il diritto di farci ascoltare”, riconosce e rilancia Conte. Poco più di un’ora prima, la maggioranza si è spaccata in commissione in Senato. A farla detonare, l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia proprio sull’aumento degli investimenti al 2 per cento. Con 5Stelle e LeU dritti in collisione contro il Pd e gli altri partiti di governo. E infatti Draghi nel colloquio con l’avvocato parte proprio da lì, dall’odg. Facendo notare che una mozione del tutto simile era stata già votata da tutta la maggioranza, M5S compreso, alla Camera. Segno evidente, secondo il premier, che è il Movimento a creare pericoli. Non a caso, Draghi tira fuori le tabelle affollate di numeri. “Guarda, tu da premier hai aumentato le spese militari”. E sono le stesse cifre che da Palazzo Chigi fanno rimbalzare in serata: nel 2021, con Conte presidente del Consiglio, il bilancio della Difesa era di 24,6 miliardi, a fronte dei 21 del 2018, con un aumento del 17 per cento. Tradotto, Draghi rinfaccia al predecessore una presunta incoerenza. Ma l’avvocato insiste, tiene il punto. “In questi due anni c’è stata una pandemia, dobbiamo tenerne conto, famiglie e imprese sono la priorità”. Quindi ora “bisogna ridiscutere sulle tempistiche”. Poco dopo, uscendo da Chigi, Conte riconosce: “Sull’odg io e Draghi abbiamo valutazioni diverse”.

Prevedibile, anche assistendo alla conferenza stampa all’ora di pranzo, in cui Conte aveva speso toni quasi ultimativi: “Non può essere che il governo non ci ascolti e che nel Def ci si ritrovi davanti a un fatto compiuto: l’aumento delle spese militari è stata una fuga in avanti”. E pazienza se quell’impegno nero su bianco con la Nato perché la spesa lievitasse fino al 2 per cento l’aveva controfirmato anche lui, quando era presidente del Consiglio. “Non metto in discussione l’accordo siglato con la Nato, però gli accordi presi a suo tempo devono tenere conto delle sopravvenienze”.

Un’intransigenza, quella di Conte, che mira innanzitutto a recuperare consenso nella base, e certi lievissimi aumenti nei sondaggi hanno convinto l’avvocato e i suoi che la strada è quella giusta. Anche perché i veterani del M5S gli chiedono proprio di tirare dritto su alcune battaglie. Ma c’è chi dice altro, come il deputato Luca Frusone: “Non c’è nessun aumento delle spese militari, si fa enorme confusione”. Mentre per la senatrice Antonella Campagna “l’Italia deve rispettare l’impegno con la Nato”. Ma in serata dal M5S ribadiscono la linea: “Il governo non ha fatto un passo avanti, noi non lo faremo indietro”. Abbastanza perché il segretario dem Enrico Letta si dica “preoccupato”.

Tirannicidio sì o no?Istruzioni d’uso

È giusto ammazzare il dittatore? Da secoli il dilemma morale che avvolge il tirannicidio ne apre un altro di carattere pratico (oggi diremmo geopolitico) sulle conseguenze della morte violenta del despota.

Una questione magnificamente riassunta in un brano dello storico latino Valerio Massimo che molti hanno letto e tradotto sui banchi di liceo. È la storia della vecchietta di Siracusa che pregava gli dei affinché il “crudelissimo” tiranno Dionisio (o Dionigi) vivesse il più a lungo possibile. Così un giorno Dionisio convocò la donna e, incuriosito, le chiese il motivo della sua preghiera. Lei rispose che sin da fanciulla desiderava la morte dei tiranni, ma poi ogni volta ne arrivava uno peggio dell’altro fino a che “avemmo te, fra tutti i dittatori il più malvagio e brutale. Così invoco gli dei per la tua salute, affinché non capiti alla città un dittatore peggiore di te”.

Realpolitik, si direbbe sempre oggi, laddove la politica è figlia zoppicante del pessimismo kantiano sul legno storto dell’umanità. Ed è questo dilemma, che possiamo definire anche cinico e machiavellico, che si è posto sulla Stampa del 22 marzo il noto inviato di guerra Domenico Quirico sull’autocrate Putin e perciò denunciato dall’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov per istigazione a delinquere e apologia di reato. In realtà i dubbi di Quirico sono quelli della vecchietta di Siracusa. Ammesso infatti, che “qualcuno a Mosca uccida Putin”, bisogna chiedersi non se l’assassinio sia “giustificabile” ma se sia “efficace”. La sua risposta è appunto pessimista: forse ne verrebbe fuori “un caos peggiore”.

Ma come si identifica un tiranno? Tenendo presente le classiche categorie sulla matrice delle dittature (comuniste, rivoluzionarie, fasciste e così via), al caso di Putin si può applicare la più celebre massima in materia, cioè quella di san Tommaso d’Aquino? Annotò il padre della filosofia scolastica cristiana: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso”. Già nel Tredicesimo secolo l’Aquinate introdusse uno dei due problemi cruciali che ancora oggi rende aperta e non rigida la definizione della tirannide: quello del consenso. Tre anni fa, per esempio, a proposito delle cosiddette democrature (neologismo ossimorico che fonde democrazia e dittatura), lo storico comunista Luciano Canfora contestò l’accusa di tirannia mossa a Putin, Orbán (Ungheria) e Erdogan (Turchia) proprio per il “vasto consenso popolare che s’inquadra nella storia del rispettivo Paese”. Una confutazione che rimanda alla questione del valore universale della democrazia liberale, non dimenticando la sua recente e controversa evoluzione bellica con la teoria della democrazia da esportare. Ma rimaniamo sul tema del tirannicidio. È fuor di dubbio che il potere di Putin si basa su metodi sanguinari e repressivi, ma bisogna anche interrogarsi sulla popolarità di cui potrebbe godere nel suo Paese, altro rebus della guerra iniziata il 24 febbraio. Oltre al consenso nel proprio Paese c’è quindi la seconda incognita che pesa sull’efficacia o meno dell’omicidio del dittatore: il suo sistema di potere. E qui c’è il caso di scuola più famoso che tuttora viene studiato: il successo di una congiura contro Hitler avrebbe o no fermato l’orrifica macchina di morte nazista? Dipende. Ché il tirannicidio ha varie tipologie. L’attentato isolato che non porta a un cambio di regime (il regicidio di Umberto I di Savoia nel 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci). O un complotto per sostituire il despota: in questo caso sarebbe più esatto parlare di colpo di Stato, resta da vedere se per mantenere lo stesso sistema di potere oppure per arrivare a una vera democrazia.

Ed è la combinazione tra queste due variabili, consenso popolare e sistema di potere, a rendere imprevedibili le conseguenze di un tirannicidio. La domanda da farsi è: ammazzando il cattivo (Putin) si cancella anche il Male? Il dubbio lo esplicitò anche papa Paolo VI, oggi santo, nella sua enciclica Populorum Progressio del 1967, nel pieno della Guerra fredda tra il blocco sovietico e quello americano. Il Pontefice ammetteva il tirannicidio ma allo stesso tempo ammoniva: “Si danno per certo delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedire loro qualsiasi iniziativa o responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana. E tuttavia lo sappiamo: l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali di una persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande”.

Si prenda allora la congiura antidispotica più famosa di sempre: il cesaricidio delle Idi di Marzo. Le pugnalate a Giulio Cesare condussero Roma a un’annosa guerra civile. È lo stesso filo storico che una volta srotolato riguarda la fine della Libia di Gheddafi, ucciso nel 2011, e quella dell’Iraq di Saddam Hussein. Peraltro Saddam fu giustiziato tre anni dopo la sua cattura, nel 2006: di qui la distinzione tra tiranni uccisi in guerra o da prigionieri. Ma ci sono anche dittatori sopravvissuti ai loro regimi, morti successivamente in carcere (il serbo Milosevic e il generale argentino Videla) oppure nel proprio letto come il cileno Pinochet. Il caso del feroce tiranno di Santiago comporta un’altra domanda. In patria, Pinochet scampò a processi e carcere e quando morì a 91 anni, nel 2006, lo scrittore Antonio Skarmeta (quello del Postino) disse chiaro e tondo che l’unità nazionale del suo Paese si era consolidata proprio perché la democrazia cilena non aveva voluto incarcerare il dittatore. Insomma, la pacificazione al posto della vendetta. E viene da chiedersi quanto abbiano influito l’esecuzione di Benito Mussolini e l’esposizione del suo cadavere a Piazzale Loreto sull’eterna divisione italica tra fascisti e antifascisti. Insomma, la liceità morale del tirannicidio risiede nella “salvezza del popolo” come teorizzò Robespierre: popolo che, secondo il rivoluzionario francese, ha diritto di non giudicare come una corte di giustizia.

Il problema è la sua efficacia nel tempo. Da Cesare a Putin, tenendo a mente le preghiere della vecchietta di Siracusa per far vivere il più a lungo possibile il crudele Dionisio.

 

Sventare esiti peggiori si può, ma a patto di parlare col nemico

L’analisi a fianco tratta gli stessi argomenti che sentiamo e leggiamo tutti i giorni. Più pacata e razionale di certo, ma anche con qualche dubbio espresso e altri sottintesi che fanno parte dell’approccio scientifico ma contraddicono alcuni assiomi e suscitano altre preoccupazioni. L’esame è condotto dal punto di vista degli interessi americani (per statuto) ma mentre tratta di Russia e Cina non parla dei danni che la guerra sta già creando negli Stati Uniti e di quelli più gravi in Europa. In effetti l’interesse americano sembra sia solo quello di starsene fuori a dirigere e spedire armi e bomboloni di gas.

Come per tutti i realisti, la guerra a casa d’altri non è un problema e neanche una soluzione, ma una risorsa. I dubbi sono evidenziati dai molti “se” incuranti però di qualsiasi accenno a cosa accadrebbe qualora uno soltanto di essi non si avverasse o ponesse alternative disastrose. Se lo stallo continua accettiamo un’altra Groznyj in Ucraina o altrove in Europa? Se il piccolo incidente organizzato dalla Nato non riuscisse a essere limitato? Se Putin non vuole la guerra contro Usa e Nato, chi la vuole? Se Putin restasse al potere? Se le sanzioni fossero inefficaci? Se la Cina, proprio sulla scorta dell’esperienza russa, decidesse di prendersi Taiwan subito e alla svelta dando così una mano alla Russia? Se le sanzioni sulle transazioni finanziarie spingessero Cina, Russia e l’altro mezzo mondo da sempre ignorato a un distacco definitivo dal sistema del dollaro? La Cina ha molto da riflettere, ma siamo certi che non l’abbia già fatto e abbia anche qualche idea sua? La Cina non doveva aspettare l’Ucraina per rendersi conto di essere l’obiettivo principale dell’Occidente guidato dagli Usa. E se questo Occidente non fosse in grado di controllare le conseguenze di un attacco nucleare tattico? Chi impedirebbe l’escalation a livello regionale o globale?

I due analisti citano Kennedy, che dopo la crisi dei missili a Cuba disse “le potenze nucleari devono evitare quei confronti che costringono un avversario a scegliere tra un’umiliante ritirata e una guerra nucleare”. Al tempo, nel 1962, l’Unione Sovietica aveva inviato a Cuba missili e bombardieri nucleari in risposta a quelli statunitensi (Jupiter) schierati in Italia, Gran Bretagna e Turchia. Dopo un lungo negoziato, la questione si risolse con un accordo tra i presidenti Kennedy e Krusciov – ucraino –: i russi avrebbero ritirato le loro armi da Cuba in cambio della promessa americana di non tentare d’invaderla di nuovo, com’era avvenuto con la Baia dei Porci. Inoltre gli Usa avrebbero smantellato tutti i loro missili Jupiter in Europa. Fine della crisi. Se Kennedy e Krusciov avessero ascoltato i rispettivi consiglieri, democratici da una parte e comunisti dall’altra, non saremmo qui a ponzare.

Tuttavia molti da entrambe le parti si lamentarono della “debolezza” mostrata dai due leader. Da quella crisi nacque la cosa più ovvia e tuttavia impensabile: la linea rossa di comunicazione tra i presidenti. Una linea che il presidente Biden non se la sente di utilizzare per parlare con il “macellaio”. In tempo di Covid, lascia che sia lui a decidere che carne portargli a domicilio.

Come finirà la guerra? Dieci domande e risposte

The National interest, la rivista/centro studi fondata da Irving Kristol e ora diretta da Jacob Heilbrunn, ha pubblicato l’analisi della situazione e delle prospettive (Piercing the fog of war. What is really happening in Ukraine?, 24 marzo). Come dice il suo editore, richiamandosi al realismo classico, il centro non tratta degli affari globali, ma degli interessi americani. Quindi, Graham T. Allison (professore ad Harvard) e Amos Yadlin (già capo dell’intelligence militare d’Israele ora senior fellow ad Harvard) affrontano la questione ucraina, con un approccio realistico, alla luce della situazione anch’essa “realistica”. Si sono posti dieci questioni e hanno risposto. Con molti e pesanti se.

1. Come va la guerra. “Non siamo d’accordo con coloro che hanno concluso che la Russia ha ‘perso’ o addirittura che sta ‘perdendo’, come sostenuto da un certo numero di osservatori americani di spicco”. Dal 24 febbraio a oggi, la linea di controllo e la linea del conflitto si sono spostate costantemente verso ovest… Prima di unirci alle celebrazioni del fallimento della Russia, ricordiamo che il 42° giorno dell’invasione statunitense dell’Iraq, il presidente George W. Bush dichiarava ‘missione compiuta’. In realtà, il combattimento continuò per altri 3.153 giorni, durante i quali morirono più di 150 mila persone.

2. La guerra totale. “Putin non è ancora passato alla distruzione illimitata che ha ordinato contro Groznyj in Cecenia o Aleppo in Siria. Se le perdite russe aumentano e la situazione di stallo continua per settimane, consideriamo probabile che la Russia infligga una distruzione di tipo Groznyj ad alcune città ucraine, a cominciare da Mariupol”.

3. I negoziati. “Le trattative dovranno includere non solo i protagonisti della guerra militare, ma anche gli Stati Uniti e l’Unione europea che stanno conducendo una guerra economica. Valutiamo improbabile che il grosso delle sanzioni venga rimosso finché rimane la Russia di Putin, rendendo così gli ostacoli al successo di un accordo molto più formidabili. Zelensky ha rinunciato a entrare nella Nato nel prossimo futuro e ha segnalato la volontà di accettare la neutralità dell’Ucraina, ma insiste sul fatto che lo farà solo se gli verranno date solide garanzie di sicurezza. Ha anche detto chiaramente che non approverà l’autonomia, la sovranità o l’annessione del Donbass o della Crimea. Così, finché il prezzo della guerra non sarà percepito come più pesante del prezzo delle concessioni, non sembra probabile che vedremo un cessate il fuoco o negoziati concreti.”

4. Il futuro dell’Ucraina. “Un comico che è diventato un leader in un’epoca in cui molti leader sono diventati pagliacci, suscita giustamente ammirazione in tutto il mondo. Tuttavia, se la Russia conquista Kiev, o se Zelensky viene ucciso o fugge in esilio, allora è probabile che Mosca nominerà un governo fantoccio in Ucraina.

5. La resistenza armata. “Pensiamo che ci sarà. Gli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan hanno imparato che l’occupazione delle capitali e la sostituzione dei governi è la parte più facile delle operazioni. Combattere contro una resistenza è difficile e ci possono volere degli anni”.

6. Una guerra Nato-Russia. “Una guerra Nato-Russia rimane improbabile. Le azioni della Nato guidata dagli Stati Uniti e della Russia nel primo mese di guerra mostrano chiaramente che entrambe le parti riconoscono i rischi di un conflitto diretto e stanno facendo sforzi significativi per evitarlo. I Paesi della Nato stanno inviando all’Ucraina un numero senza precedenti di missili terra-aria, missili anticarro, droni e altro materiale bellico… Lavrov ha detto che ogni carico di armi immesso in Ucraina è un obiettivo legittimo e l’attacco russo all’installazione militare di Yavoriv a 15 chilometri dal confine polacco dove arrivavano e si accantonavano le armi provenienti dai Paesi Nato ha sottolineato il punto. Resi cauti da tali avvertimenti, gli Usa e la Polonia non hanno inviato i Mig-29 all’Ucraina”.

Le potenziali azioni dell’escalation della Nato includono: “Armare le forze ucraine con materiale non letale, come mezzi corazzati o l’intelligence strategica; armare le forze ucraine con materiale letale, come i missili o l’intelligence tattica per l’acquisizione di obiettivi; un piccolo incidente casuale – forse letale per alcune forze russe – che può essere contenuto e isolato; una no-fly zone forzata dalla Nato per corridoi umanitari limitati; una no-fly zone forzata dalla Nato sul territorio ucraino sostanziale; uso di campi di aviazione Nato per piloti e aerei ucraini che attaccano le forze russe. Mentre Zelensky fa pressione sulla Nato perché salga questa scala e gli fornisca più supporto, rimangono alcune incertezze su dove Putin traccerà la linea. Putin certamente non vuole la guerra con la Nato o gli Stati Uniti. Ha prestato grande attenzione a non attraversare il confine dei Paesi della Nato per paura di una tale guerra.

7. Le capacità cyber. I sistemi di comunicazione di comando e controllo dell’esercito ucraino sembrano funzionare adeguatamente. Dov’è il tanto temuto dominio informatico russo? Se la Russia sta trattenendo quest’arma per usarla contro gli Stati Uniti o l’Europa in una fase successiva della guerra, o se questo è un esempio vivido che dovrebbe portarci a rivedere al ribasso le affermazioni precedenti su ciò che il cyber può fare, rimane un enigma per noi.

8. Efficacia delle sanzioni. Gli effetti delle sanzioni sono evidenti nella caduta del rublo, il collasso degli scambi al di là delle merci e l’uscita delle compagnie straniere. A lungo termine possono portare gli europei a ridurre la loro dipendenza dalle risorse russe, ma questo richiederà molti anni. D’altro canto l’economia russa è complessa ed è difficile valutare come i danni economici potranno influenzare le decisioni di Putin. “Il punto fondamentale è stabilire se Putin riterrà che i costi della continuazione della guerra eccedono i benefici e quindi torni alla via diplomatica, accettando di ottenere meno di quanto richiesto. Ora però riteniamo improbabile che ciò avvenga presto”.

9. Effetti per Cina e Taiwan. La Cina e la Russia hanno costruito solide relazioni, ma dopo l’invasione la Cina potrebbe ripensare i termini della partnership “senza limiti”. “Xi Jinping e i suoi colleghi hanno molto da pensare: la scarsa prestazione dei soldati russi, degli armamenti e della logistica; la rapida e massiccia risposta dell’Occidente globale, che è disposto a ribaltare decenni di relazioni economiche, finanziarie e commerciali per punire le aggressioni, l’inizio della fine di Putin che sarà un paria isolato a prescindere dall’esito della guerra, i crescenti disordini interni, la promessa di una lunga resistenza ucraina anche se la Russia dovesse installare un governo fantoccio. D’altro canto, se le sanzioni guidate dagli Usa assieme alle altre forme di guerra economica si dimostrassero efficaci nell’azzoppare la Russia, la Cina dovrebbe temere di essere il prossimo obiettivo. Se l’Occidente riuscisse a “cancellare” Putin, il suo cerchio di oligarchi e altri putinisti, la Cina dovrà preoccuparsi delle proprie vulnerabilità di fronte a qualcosa di simile. Tuttavia, non abbiamo prove concrete che la Cina stia cercando di limitare la guerra russa. Se la Russia avesse conseguito una rapida vittoria a basso costo e le sanzioni fossero state simili a quelle dopo l’annessione della Crimea, la probabilità di una mossa cinese contro Taiwan sarebbe aumentata. Sospettiamo che alla luce dei fallimenti russi e della ferocia della risposta occidentale guidata dagli Usa, Pechino stia rivedendo i suoi piani d’invasione militare di Taiwan”.

10. Impiego di armi nucleari. “Poiché crediamo che Putin pensi ancora di poter raggiungere i suoi obiettivi sul campo di battaglia, consideriamo altamente improbabile qualsiasi uso di armi nucleari. Se, però, l’unica alternativa di Putin fosse una sconfitta umiliante, temiamo che questa potrebbe diventare un’opzione realistica. Una persona che non ha esitato a bombardare una delle città della sua nazione (Groznyj) riducendola in macerie potrebbe certamente contemplare l’uso di armi nucleari a bassa potenza per distruggere una città ucraina. Esplorando questo percorso, potrebbe anche prendere una pagina dal ‘libro dei giochi’ degli Usa nel porre fine alla Seconda guerra mondiale. Putin potrebbe considerare di lanciare un’arma nucleare a bassa potenza per distruggere una piccola città dell’Ucraina, chiedere a Zelensky di arrendersi e minacciare che, se non lo facesse, lo inviterebbe a guardare come sarebbe una Nagasaki ucraina”.

 

Pure per il governo il 2022 è a crescita zero

Alla fine il Documento di economia e finanza (Def), il testo in cui il governo spiega dove intende portare il bilancio pubblico nell’arco di tre anni, arriverà la settimana prossima e non domani come annunciato in precedenza: il M5S e Giuseppe Conte chiedono che non contenga l’aumento delle spese militari – su cui pure il governo s’è impegnato (ieri accettando un ordine del giorno di Meloni e soci) – ma non è questa la causa del rinvio.

Mario Draghi e il ministero dell’Economia aspettano che, martedì 5 aprile, l’Istat pubblichi i dati corretti sul quarto trimestre 2021 (l’Istituto ha ammesso di dover tagliare il risultato del Prodotto nominale, all’ingrosso quello non depurato dall’inflazione, dell’anno scorso). Un fatto tecnico, e di portata limitata, che ne nasconde un altro più rilevante: il Def, che taglierà con la falce le stime di crescita di qualche settimana fa, sarà scritto sull’acqua. Quanto durerà la guerra, come evolverà, quanto peserà sul commercio internazionale e su disponibilità e prezzo dell’energia sono variabili fondamentali e sconosciute.

Per capire in quali difficoltà si muovano Daniele Franco e i ministeriali che in questi giorni fanno girare numeretti nel loro sistema previsivo bastano un paio di numeri: l’ultima previsione del governo per il 2022 era una crescita del Pil del 4,7%, il prossimo Def dovrebbe abbassarla a 2,8% nello scenario tendenziale (senza interventi). Un abbassamento delle aspettative per l’anno in corso in linea con quello che vanno facendo un po’ tutti (dalla Bce alle agenzie di rating), ma che probabilmente non coglie ancora la profondità della crisi: ieri l’Fmi ha parlato di “effetti ad ampio raggio” sull’economia mondiale. Che significa? I prezzi dell’energia hanno già messo in crisi molte aziende e ora si stanno rapidamente spostando sui consumi in attesa di devastare redditi ed occupazione; le tensioni nel commercio internazionale sono più vaste del solo blocco delle attività con Russia e Ucraina; la Ue è sostanzialmente inerte e il tutto avviene dopo un tracollo senza precedenti (quello del 2020).

Già oggi, comunque, il governo ci sta dicendo che la crescita quest’anno sarà nulla: è importante ricordare, infatti, che il rimbalzo del 2021 – secondo l’Istat – comporta un “effetto trascinamento” sul 2022 nell’ordine del 2,3%. Sarebbe l’aumento del Pil al 31 dicembre se nei trimestri si registrasse “crescita zero”: la stima per l’intero anno del prossimo Def è assai vicina, dunque, alla crescita zero. Un Prodotto più basso, ovviamente, riduce anche gli spazi di manovra fiscale del governo, nonostante i rumors indichino che Draghi si prenderà uno 0,4% di maggior deficit rispetto all’ultima previsione (in soldi fa all’ingrosso 7 miliardi).

Tradotto: la scelta “politica” di dove allocare le risorse, cioè su cosa spendere, sarà parecchio complicata. L’impressione è che Draghi (ma anche, ad esempio, il governo tedesco) abbia scelto una sua versione di “keynesismo di guerra”, storicamente l’unico massiccio aumento di spesa e occupazione pubbliche accettabile per le élite liberali: così fosse, rimarrà assai poco per il resto. In un certo senso siamo di nuovo al “volete burro o cannoni?” che il Duce indirizzò alla folla di Piazza Venezia prima dell’entrata nel conflitto mondiale: allora la risposta fu “cannoni!”, oggi nessuno ha chiesto nulla a nessuno.

Nato, il 2% del Pil alle armi costerà 73 mld l’anno in più

Un aumento di 81,4 miliardi di dollari l’anno, 73,3 miliardi di euro al cambio corrente. A tanto ammonterebbe la maggior spesa militare dei 19 Paesi della Nato che non hanno ancora portato le proprie uscite per la difesa al 2% del Pil se, come richiesto nello scenario di base dall’Alleanza Atlantica, si allineassero alle richieste dell’organismo militare di Bruxelles. I tre membri dell’Organizzazione transatlantica che dovrebbero aumentare in maniera maggiore i propri investimenti sarebbero la Germania (+17,9 miliardi di euro l’anno), la Spagna (+12,9 miliardi) e l’Italia, con un incremento della voce di 11,2 miliardi l’anno. Il dato emerge dalle statistiche sul bilancio della Nato pubblicate l’11 giugno dell’anno scorso con i valori di contabilità nazionale aggiornati al 2 giugno 2021. La voce di eserciti e armamenti, se portata al 2% del Pil, per questi 19 Paesi varrebbe 281 miliardi di dollari (253 miliardi di euro). Le cifre per il 2020 e il 2021, sia in termini di Prodotto interno lordo nazionale sia di spese militari di ciascuno dei 29 Paesi dell’Alleanza, erano basate su stime.

Per l’Italia, allinearsi ai desiderata dell’Alleanza guidata dal segretario generale Jens Stoltenberg (nella foto) – come richiesto al governo da due ordini del giorno: uno approvato alla Camera e l’altro accolto ieri dall’esecutivo in Senato – avrà un costo estremamente rilevante. Se si mette a confronto l’aumento prospettico della spesa militare di Roma coi 222,1 miliardi delle risorse messe in campo dal Pnrr per il periodo 2021-2026, a parte i finanziamenti Ue a tassi agevolati – pari a 122,6 miliardi – e i 30,6 miliardi del piano complementare previsto dal decreto del 6 maggio 2021, l’Italia potrà contare su 68,9 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto in sei anni. Ma in un’analoga durata di sei anni, se già da quest’anno portasse la spesa militare al 2% del Prodotto interno lordo, il governo dovrebbe mettere in campo ulteriori uscite militari per una somma superiore agli aiuti del Recovery Plan, ovvero 74,7 miliardi. Il tutto, si badi, in base ai valori previsti per il 2021 ma potenzialmente anche crescenti, in funzione ovviamente dell’andamento dell’economia nazionale. In totale, nell’arco di sei anni – dunque su un orizzonte temporale comparabile a quello del Piano nazionale di ripresa e resilienza – se le uscite italiane per la difesa giungessero stabilmente al 2% richiesto dall’Alleanza atlantica ammonterebbero in totale a 253,3 miliardi, più del totale delle risorse disponibili per rilanciare il Paese dopo la recessione dovuta all’emergenza pandemica e per garantirne il futuro economico sul fronte sociale, su quello ecosostenibile e sulla svolta digitale.

Altri 10 Paesi della Nato, invece, già lo scorso anno avevano spese militari superiori al 2% del Pil. A svettare è a sorpresa la Grecia che, in proporzione al proprio Prodotto interno lordo nazionale, nel 2021 spendeva in armamenti addirittura più degli Usa, con il 3,82% del Pil pari a investimenti nella difesa per 7,2 miliardi di euro l’anno. Un salasso, per le striminzite casse di Atene da anni alle prese con l’austerità dovuta alla crisi del debito sovrano e alle misure draconiane imposte dalla Troika. Interventi che però non hanno impedito alle forze armate greche di continuare un poderoso programma di riarmo, anche alla luce delle tensioni mai cessate con un vicino altro membro della Nato, la Turchia. Per questo la Grecia ha fatto incetta, anche negli ultimi anni segnati dalle pretese crescenti dei creditori e dai tagli al welfare, di 170 Panzer Leopard I e 223 carri armati Leopard II dismessi dalla Bundeswehr tedesca (costati 2,1 miliardi), 18 caccia francesi Rafale (valore 2,5 miliardi) per la propria Aeronautica militare, tre fregate francesi della classe Belharra (di valore ignoto) e 2 sottomarini tedeschi al costo di 1,3 miliardi per la Marina. Guardacaso i principali fornitori di armi di Atene rappresentavano anche i principali creditori: la scelta del riarmo greco pare dunque non essere stata frutto di pura volontà autonoma.

Nella classifica, com’è ovvio, svettano gli Usa che sebbene nel 2021 spendessero per il budget del Pentagono “solo” il 3,52% del proprio Pil mettevano comunque sul piatto, in valore assoluto, oltre 811 miliardi di dollari (730 miliardi di euro), pari al 69% dell’intero bilancio della Nato. Notevole anche il Regno Unito che nel 2021 ha speso 65,5 miliardi di euro, il 2,29% del Pil.