La maga Iside. Profezie tra odore di fogna, benzina, broccoletti, caffellatte e sigarette

Sono diventata una patita della cartomanzia. Ogni giorno mi sintonizzo su qualche rete privata dove maghi parlano con spettatori per lo più psicolabili. No, io sono nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali! Mi diverte solo fingere di credere che qualcuno possa farmi intravedere un ombra di futuro, e quindi vago da un consulto all’altro con improbabili veggenti e fattucchiere. Le amo. Mi sto però cominciando a preoccupare perché io ho sempre pensato di avere una mente razionale. Ieri sono andata da Iside, star di Telemontefiascone, mi ha fatto entrare nel suo studio, bilocale seminterrato adiacente a un benzinaio, dove persisteva un odore di pozioni magiche, fogna otturata, broccoletti, caffellatte e fumo di sigaretta. Sul tavolo di Iside campeggiava una grande palla di vetro che emanava bagliori sinistri, e tra i tarocchi una stecca di MS morbide che lei succhiava una dietro l’altra durante la seduta. Io le ho fatto delle domande e lei come in trance ha cominciato a predire: “Vedo arrivare un uomo, non tando giovane, non tando bello, un uomo cattivo! Grida come un bazzo, vuole i soldi, tanti soldi, è perigolosissimo. È un orso cattivo, vive nei boschi in mezzo ad animali selvatici: volpi, pappagalli, coccodrilli, caimani, mammut. Quello se s’ingazza sono gazzi amari” A quel punto in piena seduta è entrato una specie di gigante che ha cominciato a inveire contro Iside e a buttare all’aria le carte e a distruggere tutto. “Mi devi ridare i soldi! Vergognati la faccia. Ho combrato il filtro d’amore e Rosita si è presa un altro!” Io ho iniziato piano piano a camminare verso l’uscita “Vabbè è meglio che venga un’altra volta, grazie signora Iside. Arrivederci”. Sono fuggita terrorizzata tra le urla della cartomante che reclamava il suo onorario e i grugniti del gigante che le stava mangiando un braccio.

 

Furti della Storia. Il tappeto volante dei curdi: luoghi, poesie e memorie di un popolo derubato

Fariborz Kamkari è un personaggio da “Mille e una notte” che vola libero su una vita impossibile (curdo in Iran, vive, scrive e fa film in Italia) e sembra non essere fermato e neppure imbarazzato dagli sbarramenti che circondano la sua vita. Allo stesso tempo è fermo dove la storia ha fermato i curdi: vengono dal deserto e sono senza una patria perché sempre c’è un angelo che li guida nella lunga marcia e c’è un demone che sbarra la strada.

Per anni, quando ero presidente della Commissione Diritti Umani della Camera dei Deputati, sapevo che, tornando in ufficio, spesso avrei incontrato, su una sedia, in attesa, come per avere un bicchier d’acqua e un momento di ristoro, un curdo in cerca di patria, di solito documenti sequestrati o diritti negati. Nel suo Ritorno in Iran, romanzo appena pubblicato dalla Nave di Teseo, Fariborz Kamkari mostra la forza tranquilla, non priva da un suo saper gustare la vita, di traforare la storia avversa (la sua patria, la sua gente, la sua famiglia).

In uno scatto di bravura o fortuna, o tenacia, o capacità di vedere un po’ prima e un po’ avanti, in modo che alla fine sorvola il mondo e la storia, cattivi e ostili, e si trova un po’ al di la dell’ostacolo insormontabile. Kamkari, come tutti i curdi, subisce furti clamorosi dalla vita e dalla storia. Koimeni e la rivoluzione sempre più ossessivamente islamica, gli rubano la liberazione dallo Sha. La furia anticurda di tutta la sua parte di mondo gli rubano l’unificazione del suo popolo o anche solo un frammento di patria riconosciuta, rispettata, libera.

Lo sguardo di questo mette accuratamente a fuoco, in mutamenti continui di narrazione, il molto grande delle condizione del mondo e il molto piccolo in un’epoca d’infanzia, allo scenario mutato, invitante e pericoloso, dove ogni iniziativa è una grande occasione, e ogni spostamento un grande pericolo. Improvvisamente si accende, come una miniatura dentro un quadro, la storia di una o di un’altra famiglia, una persona che vaga, una ricerca del luogo giusto che non c’è mai.

Ma ciò che il curdo in esilio non trova, lo trova il personaggio da “Mille e una notte”. Kamkari non è un viaggiatore senza bagagli. Viaggiano con lui poesie, luoghi, memorie, e qui funziona bene, per il montaggio, la bravura del regista. E trasforma la narrazione in un tappeto volante che non comunica alcun cenno di tornare a terra.

 

Ritorno in Iran Fariborz Kamkari, Pagine: 352, Prezzo: 20, Editore: La Nave di Teseo

Mail box

 

Il governo agisca presto contro gli speculatori

Nei casi di gravi crisi internazionali, come quella attuale in Ucraina, i mercati subiscono inevitabili contraccolpi. Stiamo vivendo un aumento dei prezzi di molti prodotti strategici. Soprattutto il petrolio e il gas stanno raggiungendo picchi storici. Non si può discutere che la conseguenza di aumento del prezzo al dettaglio sia inevitabile, ma il problema consiste nelle bieche speculazioni che i soliti sciacalli orchestrano per riempirsi le tasche a spese dei consumatori. Chiunque può vedere le sensibili differenze di prezzo che ci sono tra distributori ed erogatori. Questa vergogna potrebbe finire se il governo agisse come dovrebbe. Imporre un prezzo massimo per carburanti e gas è quanto mai necessario, ma a quanto pare Draghi non ha intenzione di colpire gli speculatori, eppure ha ottenuto dal Parlamento la messa in Stato di Emergenza del Paese fino al 31 dicembre 2022. Se non agisce, si rende implicitamente complice di chi si sta arricchendo illecitamente sulla pelle degli italiani.

Mauro Chiostri

 

Si sanzionano i russi ma gli evasori no

I due pesi e le due misure del governo dei migliori: molto rapidi per il sequestro di beni agli oligarchi russi in Sardegna e inattivi per il sequestro dei beni agli evasori fiscali che risiedono nei paradisi fiscali.

Michel Giuntin

 

La crisi depenalizza i redditi più bassi

In merito all’invio di armi in Ucraina, il segretario del Pd si è distinto per l’originalità della proposta. Dopo la volpe del deserto, ecco la nuova volpe della steppa che sfida Putin: “Va rafforzato l’invio di armi non letali”. Così, Letta conquista il titolo di campione del mondo di c***e dopo aver battuto il primato di Salvini, che resta però saldamente al 2° posto. Si sa, il segretario piddino non teme le ripercussioni di tale eroico gesto. Infatti, presumibilmente, ha ancora un reddito complessivo lordo pari a 621.818 euro annui, secondo la documentazione patrimoniale del 2020 presentata in Parlamento. Gli effetti negativi delle sanzioni, che aggravano la crisi provocando l’aumento esponenziale del costo del metano, del gasolio e del grano, fanno il solletico al reddito del leader Pd, mentre gettano sul lastrico milioni di cittadini che hanno un reddito lordo inferiore ai 18 mila euro, su cui già pagano un’aliquota da rapina pari al 23%. A costoro viene anche chiesto di ridurre i consumi del gas per spezzare le reni all’orso russo. Noi che importiamo dalla Russia il 40% del gas, dovremmo, invece, comprarlo da Usa o altre nazioni a prezzi molto più alti, perché, secondo lo statista, l’Italia si deve conformare ai diktat dei padroni atlantici perinde ac si cadaver essent. Alla Russia fa un baffo se blocchiamo le esportazioni di scarpe e foulard firmati.

Maurizio Burattini

 

Strage di Viareggio: in difesa di Moretti

Sono un ex guidatore di treni, lavoro che ho svolto per 40 anni, e non ho mai avuto simpatia per Mauro Moretti (Ad a suo tempo della Società per cui lavoravo), quindi non ho nessun motivo per difenderlo in maniera faziosa. Ma, da parte mia, conosco a sufficienza il sistema e la documentazione che riguardano la circolazione dei treni. Con tutta la buona volontà, non sono mai riuscito a comprendere in cosa consista la sua responsabilità in quel tremendo fatto. L’orrendo disastro è avvenuto per un guasto meccanico ad un carro privato austriaco, la cui manutenzione si effettuava in Germania, se non ricordo male. La sua messa in circolazione era sottoposta, come lo è per qualsiasi rotabile ferroviario, ad una serie di controlli, fatti ad intervalli chilometrici o temporali dai responsabili di quel carro, controlli che ne devono garantire la piena sicurezza durante la circolazione fino alla successiva revisione. Se un camion, ad esempio tedesco, perde una ruota e causa un disastro mentre percorre un autostrada italiana, non si mette sotto accusa il titolare della Società che gestisce quel tratto di arteria. O sbaglio? Vorrei tanto capire cosa c’entra Moretti in tutto questo. Come si fa ad affermare che un treno che trasporta materiale pericoloso dovrebbe limitare la velocità in corrispondenza dei centri abitati? In quale Paese del mondo succede questo? Cosa c’entra la mancanza dei carri scudo che servono esclusivamente a proteggere i macchinisti? Se, Dio non voglia, dovesse deragliare un treno AV, mentre attraversa a 300 km/h un centro abitato, cosa potrebbe succedere? Mettiamo limitazioni a 50 km/h anche sulla ferrovia? E, per una volta nella vita (contro la mia convinzione che la prescrizione vada abolita), affermo che fa bene a servirsi della prescrizione, perché non trovo un solo motivo, nemmeno uno, per il quale debba essere considerato responsabile.

D.M.

Patatine fritte alla Putin, l’Al Bano ravveduto, il Tchaikovsky rinnegato

NON CLASSIFICATI

L’igiene non conviene? Cameron Diaz si confessa alla BBC rivelando anche qualcosa (di troppo) sulla propria igiene personale: “Raramente penso al mio aspetto durante il giorno e non mi lavo quasi mai la faccia, nonostante io abbia un miliardo di prodotti per la cura personale…che prendono polvere sugli scaffali”, dice la 49enne attrice che ha lasciato Hollywood. Che ora è molto critica con il mondo del cinema (“è una trappola”) e sui canoni imposti alle donne. “Sono stata vittima dell’oggettivazione e dello sfruttamento a cui sono soggette le donne. Ho vissuto tutto sulla mia pelle. È difficile non guardare te stessa e giudicarti rispetto agli standard di bellezza imposti. Negli ultimi otto anni però ho cancellato tutto. Sono diventata un animale selvatico, come una bestia!”. La bella o la bestia.

Libertà. E alla fine anche il vecchio Al Bano ci ha ripensato. “Non avrei mai immaginato un passo del genere da Putin, sono stato un suo grande ammiratore, ma non si può mettere in moto una macchina da guerra di quel genere contro i suoi fratelli. Come si fa a non cambiare idea su Putin, dopo quello che ha fatto?”. Parola di Al Bano Carrisi, appunto, intervistato da Un giorno da pecora. “A Putin direi ‘fermati finché sei in tempo’. Lui sta lavorando anche contro se stesso, non sta difendendo niente. Agli occhi del mondo sta distruggendo la sua immagine. Non è accettabile vedere quello che sta succedendo in Ucraina, con attacchi anche agli ospedali, carri armati e bambini che muoiono”. Cosa le dicono i suoi amici russi? “Un personaggio molto importante mi ha detto una sola parola in italiano: è un macello. Penso che prima o poi scaricheranno tutto sulle spalle di Putin. Dovrebbe stare attento alla sua vita”. Al Bano quest’anno avrebbe dovuto esibirsi in Russia. Ma non ci sarà. “A ottobre a Mosca e San Pietroburgo, ma credo ci vorranno minimo due tre anni prima che le cose si ristabiliscano”. Li hanno annullati loro o lei non ci vuole andare? “Diciamo che è un mutuo accordo tra me e l’impresario. Se me lo chiedessero ora direi di no, non si può cantare quando qualcuno viene ucciso”. Dai, meglio tardi che mai. Ora tocca a Pupo.

BOCCIATI

Schiacciavoci. L’orchestra di Cardiff, scrive il Guardian, ha deciso di rimuovere l’ouverture di Tchaikovsky del 1812 dal programma di un concerto previsto per il 18 marzo presso la St David’s Hall nella cittadina gallese. La direzione della sala concerti ha fatto sapere le ragioni: “Alla luce della recente invasione russa dell’Ucraina, la Cardiff Philharmonic Orchestra, con l’accordo della St David’s Hall, ritiene che il programma precedentemente pubblicizzato, inclusa l’Ouverture del 1812, sia inappropriato in questo momento. L’orchestra spera che continuerete a supportarla e a godervi il programma rivisto”. Che ora include la sinfonia n. 8 di Antonín Dvorák. Il quale non era russo, bensì ceco: beati monoculi in terra caecorum?

Puttinate. Una catena di ristoranti in Francia ha subito insulti sui social e minacce telefoniche. Perché, vi chiederete voi? Presto detto: la catena di locali si chiama “La Maison de Putine” in omaggio a un piatto tipico del Quebec, patatine fritte ricoperte di salsa al formaggio. “Riceviamo fino a cinque o sei chiamate all’ora”, ha detto a Le Parisien uno dei proprietari spiegando che non ha ancora presentato una denuncia perché pensa che “la polizia abbia altro da fare”. Ma mica sono i soli. Ad Austin, in Texas, il ristorante “Russian House”, ha annunciato di aver eliminato la parola “russo” dal nome. Il proprietario ha detto che se il nome “rattrista o porta dolore agli altri, sentiamo semplicemente che deve essere ‘The House’, la casa per tutti”. Dove, è immaginabile, si continuerà a servire cucina russa.

 

Buoni consigli e cattivi esempi sulla direttrice tra varsavia e mosca

PROMOSSI

Un buon consiglio. Radoslaw Sikorski, ex ministro degli Esteri polacco dal 2007 al 2014 e della Difesa dal 2005 al 2007, nel 2014 si è impegnato in prima persona nella mediazione della crisi ucraina sfociata poi nella rivolta di Maidan, ed è un profondo conoscitore delle dinamiche e dei pensieri che attraversano i territori dell’ex Unione Sovietica. Attualmente eurodeputato e membro del Ppe, Sikorski ha avanzato una proposta che nel mare magnum d’ipotesi e suggerimenti senza capo né coda, si fa notare per la sua concretezza: “Ho proposto un’idea alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen: stabilire un fondo per dare 3mila euro a ogni soldato russo che disertasse e un permesso di lavoro per tre anni più il riconoscimento di rifugiati alle loro famiglie, e un extra bonus se portano qui i loro tank o elicotteri. Questo aiuterebbe. Molti soldati russi non vogliono combattere e vogliamo privare Putin del suo esercito”. Probabile che il consiglio resti lettera morta, ma sentire qualche considerazione lungimirante rincuora chi osserva con il fiato sospeso.

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BOCCIATI

La fatica di essere Lavrov. Non dev’essere semplice oggi essere Sergej Lavrov, quando non solo vieni mandato ad un tavolo delle trattative senza alcuna delega se non quella di aprire le orecchie, ma sei anche costretto a sostenere l’insostenibile di fronte a una pletora di giornalisti occidentali che non mancano di farti notare l’assurdo di quello che stai raccontando. All’incontro con il suo omologo ucraino Kuleba, avvenuto ad Antalya, in Turchia, il ministro degli Esteri di Vladimir Putin, dopo aver ammesso che l’unico vero tavolo decisionale è quello aperto in Bielorussia, ha dovuto giustificare l’attacco all’ospedale pediatrico di Mariupol: “L’ospedale pediatrico di Mariupol finito sotto le bombe è stato a lungo usato dal Battaglione Azov ed è ancora sotto il controllo dei radicali ucraini. Anche l’Onu ne era informato. Non ci sono pazienti al suo interno”. Se Lavrov sia costretto a mentire sapendo di mentire o se sia costretto a credere alle sue menzogne, non ci è dato sapere. Quello che sappiamo è che non vorremmo essere nei suoi panni.

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Processi inarrestabili. Per capire il principale errore di valutazione alla base del comportamento di Vladimir Putin, è sufficiente ascoltare le parole del Patriarca di Mosca Kirill, che ancora una volta attribuiscono all’Occidente una crociata valoriale volta a colonizzare la sovietica Ucraina: (i Paesi Nato) “hanno cercato di rendere nemici popoli fraterni, russi e ucraini. Non hanno risparmiato sforzi, né fondi per inondare l’Ucraina di armi e istruttori di guerra. Tuttavia, la cosa più terribile non sono le armi, ma il tentativo di ‘rieducare’, di trasformare mentalmente gli ucraini e i russi che vivono in Ucraina in nemici della Russia”. Quello che il Patriarca si rifiuta di comprendere è che l’Ucraina non ha bisogno di essere plagiata o manipolata culturalmente da noi barbari d’Occidente: verso quale parte di mondo dirigersi, a Kiev, l’hanno deciso da soli, e non hanno alcuna intenzione di farsi fermare.

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La pandemia e la guerra. Che cosa c’è dietro questo mondo sottosopra

Riflettevo su quanto possa essere ironico il destino. Crisi di governo del 2019. Accordo fra 5 stelle, PD e LeU. Manuale Cencelli alla mano, i partiti assegnano a Roberto Speranza un ministero di grande prestigio, ma tutto sommato tranquillo per soddisfare la quota Leu: quello della Salute. Tempo un anno e scoppia una pandemia che era dai tempi della Spagnola che non si vedeva un cataclisma simile. Crisi di governo 2020. Accordo del (quasi) tutti dentro. Solito manuale Cencelli e confermano Di Maio alla Farnesina, sempre nell’ottica di accontentare una forza politica (i Cinquestelle) con un ministero molto prestigioso, ma senza troppe burrasche. Passa un anno e arriva la più grossa crisi internazionale dai tempi dei missili sovietici a Cuba. Al prossimo ministro, a cui daranno una poltrona di lustro ma senza scossoni, per soddisfare le quote, è consigliato munirsi di ferro di cavallo e cornetto rosso.

Emiliano Brotto

Come credo lei ben sappia, la legge di Murphy ci ricorda che per quanto sia improbabile che accada un certo evento, per la legge dei grandi numeri in un numero elevato di occasioni tendenti all’infinito, questo finirà probabilmente per verificarsi. Chi mai avrebbe creduto, infatti, che la terza guerra mondiale potesse essere un’ipotesi concreta, possibile perfino plausibile? Lei avrebbe mai immaginato di parlarne quasi quotidianamente, di ascoltare dibattiti nei quali l’eventualità di un grande crash nucleare viene misurato al centimetro? E, per dirle ancora, avrebbe mai pensato che la Russia potesse davvero invadere uno Stato sovrano?

Perciò, quando ci ricorda la designazione del ministro Speranza alla Salute, che doveva essere un incarico puramente formale, o quella di Di Maio agli Esteri, e qui oltre al prestigio pareva non ci fosse niente, ci rammenta che gli eventi non sono sempre governabili. È giunto Putin a farci riscoprire la legge di Murphy e il suo assioma. Cosa ne sappiamo, prima ancora che di Speranza ministro, della genesi della pandemia? E come organizziamo il nostro pensiero critico di fronte a una guerra dissennata, a una catastrofe umanitaria scelta dall’uomo con minuziosa attenzione e intransigente rigore?

Antonello Caporale

E insistono ancora Agnelli (con Real e Barça) nella solitudine della Superlega

Tra il 20 e il 21 aprile di un anno fa, a 48 ore dall’annuncio della nascita della Superlega fatto nottetempo (sic!) tra domenica 18 e lunedì 19 aprile 2021, nove dei dodici club aderenti si ritirano ufficialmente dal progetto. “Voglio scusarmi con tutti i tifosi del Liverpool per il disagio che ho causato nelle ultime 48 ore. E voglio scusarmi con Klopp, i giocatori e tutti coloro che lavorano così duramente per rendere orgogliosi i nostri fan” (John W. Henry, proprietario del Liverpool). “La proprietà e la dirigenza hanno capito che coinvolgere il club in un tale progetto è stata una decisione che non avrebbero dovuto assumere e di cui si pentono profondamente” (Chelsea). “Il board si rammarica profondamente di aver preso una decisione che ha perso di vista i valori storici di questo club. Abbiamo fatto un errore e ci scusiamo sinceramente con i nostri fan per la delusione che abbiamo causato” (Manchester City). “Abbiamo dato ascolto a voi e alla comunità calcistica in generale e ci stiamo ritirando dalla proposta di creare una Super League. Abbiamo commesso un errore e ce ne scusiamo” (Arsenal). “Anche se le ferite sono aperte e capisco che ci vorrà tempo per rimarginarle, mi impegno personalmente a ricostruire la fiducia con i nostri fan e ad imparare dal messaggio che con tanta convinzione ci avete fatto giungere” (Joel Glazer, co-chairman Manchester United). “Possiamo confermare che abbiamo formalmente avviato le procedure per ritirarci dal gruppo che sta sviluppando le proposte per una Superlega europea” (Tottenham). “Non sapevo nulla, ho scoperto tutto domenica come voi. Ma questo non mi impedisce di chiedere scusa ai tifosi del Milan” (Paolo Maldini, direttore area tecnica Milan). “Il progetto della SuperLega allo stato attuale non è ritenuto più d’interesse dall’Inter” (Inter). “Per il club è essenziale l’armonia tra tutti i gruppi della famiglia rojiblanca, soprattutto i tifosi. La rosa della prima squadra e il suo allenatore hanno mostrato la loro soddisfazione per la decisione del club” (Atletico Madrid).

Il 23 novembre 2021, otto mesi dopo il grottesco (e fallito) golpe targato Real-Barça-Juventus, il Parlamento Ue, riunito a Bruxelles, vota una relazione anti-Superlega (597 favorevoli, 36 contrari, 55 astenuti) in cui tra l’altro si legge: “I deputati condannano fermamente e direttamente le competizioni separatiste come il cosiddetto progetto della Superlega in quanto minano i valori e i princìpi dello sport e servono solo gli interessi delle élite e del profitto”.

Dieci giorni fa, al Financial Times Forum di Londra, anche a nome di Florentino Perez (Real Madrid) e Joan Laporta (Barcellona), per la serie “Vai avanti tu che a noi scappa da ridere” Andrea Agnelli (Juventus) rilancia apertamente l’abortito piano: “Non è vero che il progetto Superlega ha fallito. Il calcio europeo ha un disperato bisogno di riforme. La nostra posizione è attendere il pronunciamento della Corte europea verso la quale nutriamo la massima fiducia. La domanda è se il regolatore monopolistico, cioè la Uefa, possa mandare avanti un’industria da 75 miliardi: io credo di no. Vogliamo avere la libertà di creare una competizione”.

Aleksander Ceferin (presidente dell’Uefa) ha replicato: “Liberi di creare un proprio torneo, ma non si aspettino di competere in quelli della Uefa”. Come si dice in questi casi: in bocca al lupo e figli maschi.

 

“La questione è più complessa” Come stare con don Rodrigo e non con Renzo

Ora ho capito. Ho capito perché provo da sempre un’istintiva ripulsa (meglio, un fastidio a pelle) quando sento dire che “la questione è più complessa”. Non è solo perché la formula vorrebbe assicurare a chi la pronuncia uno status intellettuale più alto di quello dell’interlocutore: io complesso, tu semplice. Ma anche perché tradisce spesso una codardia di fondo. Un’assenza di coraggio nel prendere le parti del più debole che ha ragione. E, al tempo stesso, nello schierarsi apertamente con il prepotente o il vigliacco di turno. Né con Renzo né con don Rodrigo, insomma, per stare alla fine con don Rodrigo. E in effetti: se Renzo non si fosse incaponito nel volersi sposare con Lucia anziché rispettare gli antichi e pacifici equilibri di quel ramo del lago di Como, ben sapendo che non avrebbe comunque potuto scardinarli, quante ansie e quante sofferenze avrebbe risparmiato alla donna che pur diceva di amare? E inoltre: quali possibilità di vita ricca e rispettata le ha negato con la sua egoistica ostinazione?

E lo stesso don Abbondio, sì, lui, perché avrebbe dovuto ribellarsi all’intimazione dei bravi? Forse per sottrarsi all’ordine naturale delle cose, che può essere cambiato solo lavorando di cultura e diplomazia e non certo mettendo il potere spirituale contro il potere temporale, di ciascuno dei quali il focoso Renzo Tramaglino era un inconsulto e velleitario contestatore?

Il Manzoni… Già, il suo italianissimo romanzo. Chissà se immaginava, il grande scrittore, che quella sua idea che “la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto” avrebbe significato, secoli dopo, che il torto può diventare ragione e viceversa. Chissà se avrebbe immaginato di vederla consacrata nella teoria della complessità, in nome di due sublimi pensatori come Luhman e Morin, per sublimare a sua volta la codardia.

Ed è in nome della complessità del contesto che prendono a mulinare nelle menti gli interrogativi. Anche al passato. Perché Ho Chi Min non si arrese al nemico americano, che aveva pure le sue ragioni, con quei movimenti comunisti che brulicavano nel mondo, e preferì mandare al macello i suoi compatrioti, farli morire nel napalm, per trarne poi gloria sulla loro pelle? Davvero fu l’eroe della liberazione vietnamita? E perché Salvador Allende, che certo aveva presente il pericolo di un colpo di Stato se avesse nazionalizzato le miniere di rame in Cile, volle proseguire il suo folle progetto pur avendo visto che cosa era accaduto con i militari in Brasile e Paraguay? Perché portò il suo popolo in braccio ai massacratori di Pinochet? D’altronde forse proprio per questo si uccise: per il rimorso del male che aveva fatto al suo Paese.

Quanto la storia è più complessa di quel che a volte ci piace credere, a noi semplici. Anche quando ci schieriamo con i movimenti di liberazione, tipo la decolonizzazione algerina o la stessa Resistenza italiana. Forse che non sappiamo che entrambe produssero sangue ingiusto? E di chi fu d’altronde la colpa delle Fosse Ardeatine? Davvero dei tedeschi invasori o non piuttosto dei partigiani che facevano attentati per ragioni politiche? E alla fine, in fondo, di chi fu la vera colpa di Marzabotto?

E che dire dei delitti di mafia? Già, di chi è stata la colpa? Davvero della mafia o non piuttosto di uno Stato indisposto a riconoscere la legittimità di un potere antico che lo superava in consensi e chiedeva solo di essere lasciato in pace nelle proprie terre? E in ogni caso, come ci si può schierare con uno Stato che non rispetta le sue stesse leggi e corrotto fino al midollo? Perché far morire inutilmente scorte di proletari meridionali per difenderlo da Totò Riina?

La complessità codarda avanza interrogando e sfidando l’intelligenza dei semplici. Ha solo dimenticato per strada due parole: dignità e libertà. Per questo parla come i dittatori.

 

Cattolici. La destra clericale e lo scontro di civiltà tra la “Terza Roma” di Putin e il Male occidentale

Un nuovo scontro di civiltà, più che una guerra. Da una parte il Bene cristiano incarnato da Vladimir Putin e dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill. Dall’altra il Male degli Usa e dell’Ue, della Nato e dell’Ucraina “nazista”.

Nel nocciolo duro della destra clericale, antibergogliana e russofila, l’invasione dell’Ucraina ha rilanciato le speranze di una vittoria apocalittica contro il Satana del Great Reset, il complottone che ha scatenato la pandemia per arricchire le multinazionali dei vaccini. Il messaggio più arrembante arriva dal solito monsignor Carlo Maria Viganò, no vax e fervente tifoso di Trump, non proprio un campione del pensiero critico e complesso. In una solenne dichiarazione rilanciata da molti siti e blog del network clericale, l’ex nunzio apostolico degli Stati Uniti ha dapprima elencato tutte le nefandezze dell’Occidente in questi tre decenni post-sovietici.

Indi ha concluso: “La crisi mondiale con cui si prepara la dissoluzione della società tradizionale ha coinvolto anche la Chiesa Cattolica, la cui Gerarchia è ostaggio di apostati cortigiani del potere. Vi fu un tempo in cui i Pontefici e i Prelati affrontavano i Re senza rispetti umani, perché sapevano di parlare con la voce di Gesù Cristo, Re dei re. La Roma dei Cesari e dei Papi è deserta e muta, come è muta da secoli la Seconda Roma di Costantinopoli. Forse la Provvidenza ha stabilito che sia Mosca, la Terza Roma, ad assumersi oggi dinanzi al mondo il ruolo di Cathecon (nel testo originale, scritto in greco, ndr), di ostacolo escatologico all’Anticristo”. Ergo, Russia e Ucraina una volta diventate una cosa sola “possono avere oggi un ruolo epocale nella restaurazione della Civiltà Cristiana, contribuendo a portare al mondo un periodo di pace dal quale anche la Chiesa risorgerà purificata e rinnovata nei suoi Ministri”.

Fu Ivan il Terribile, nel 1547, a elevare Mosca a Terza Roma, durante la sua incoronazione a zar di tutte le Russie: “Due Rome sono cadute ma non Mosca! E non vi sarà una quarta Roma!”. Ma tra gli italo-putiniani di casa nostra ha suscitato entusiasmo anche il sermone anti-gay di Kirill sulla trama “metafisica” della guerra, per la serie: il Bene russo e cristiano contro il Male occidentale. Ha scritto Alessandro Gnocchi, scrittore tradizionalista che nel 2013 venne sospeso da Radio Maria per le sue critiche a Francesco: “Rea (la Chiesa ortodossa russa, ndr) di dire ciò che ogni cristiano dovrebbe avere almeno il coraggio di pensare su omosessualismo & dintorni, di difendere la popolazione martoriata del Donbass e, questo è il sommo peccato secondo il Piccolo Inquisitore, di parlare di scontro metafisico fra chi sta con il Dio Trinitario e chi lo combatte”.

In Italia il putinismo filocattolico è radicato da lustri. Un vero pensiero unico. Annotò gongolante nel 2015 un altro scrittore, Rino Cammilleri, sulla Nuova Bussola Quotidiana: “Putin ha ridato grande lustro alla tradizione religiosa della Santa Russia, premia le famiglie numerose, non vuol sentir parlare di gender e ideologia Lgbt, finanzia e ricostruisce chiese e monasteri, ha perfino richiamato il Papa in mondovisione per essersi distratto dal bacio alla Vladimirskaya, l’icona della Madre di Dio protettrice di tutte le Russie”.

 

La lolita “mitra e lecca-lecca”: oscenità bellica a uso dei voyeur

Noi eravamo rimasti che il fenomeno dei bambini-soldato era uno dei crimini più osceni delle guerre.

Oggi no, anzi: la foto di una ragazzina ucraina che imbraccia un fucile e mangia un lecca-lecca, postata su Facebook dal padre e diventata virale, è una bellissima favola per adulti occidentali iperconnessi, contenti di aver trovato nella guerriera in età prepuberale un simbolo tanto potente del coraggio del popolo ucraino.

“La ‘Bambina con la caramella’ icona della resistenza dei bambini di Kiev”, titola HuffPost. “Fucile e lecca- lecca. Un urlo al mondo”, titola La Stampa sotto la foto in prima pagina. Una strana euforia si è impossessata delle redazioni. La semantica aberrante dell’arruolamento di bambini al fine di farli combattere e uccidere altri esseri umani ha cambiato di segno. Quel che fanno gruppi armati in Uganda, Sud Sudan, Afghanistan etc. (dove i bambini vengono usati anche come rilevatori di mine, cuochi, oggetti sessuali) è una barbarie. La piccola ucraina col fucile è glamour: “I capelli castani intrecciati con un nastro che ha i colori giallo-azzurro della bandiera ucraina, la gamba destra distesa lungo il davanzale e lo sguardo volto verso l’esterno, come un soldato che sta di guardia, un soldato di soli 9 anni che non pare affatto terrorizzato” (La Stampa). Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo, ha twittato la foto con la didascalia: “Per piacere non ditele che sanzioni più pesanti potrebbero essere troppo costose per l’Europa”.

La bambina così è usata due volte: come combattente (ma la foto era “posata”, dicono i minimizzatori: ma allora non si spiega la retorica resistenziale) e come icona. Romantizzazione ed eroizzazione di un crimine (per la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia) caricano la foto di un vitalismo incongruo quanto osceno: citazioni iconografiche, Vermeer e Lolita, rendono seduttivo il racconto della fierezza di un popolo che resiste all’invasore mettendo i propri figli sui muretti a sparare. Gli ucraini, dicono gli esperti, sono bravissimi a comunicare: Zelensky chiama il popolo alle armi con le storie di Instagram; il governo ha reso la propaganda di guerra una cosa frizzante, ironica, battagliera, perfetta per TikTok. A questa propaganda si possono sacrificare anche i bambini (come negli antichi riti collettivi di morte e rinascita). (E se la bambina fosse russa?). Lo sciame digitale assorbe cadaveri e bambina, la cui bellezza da copertina incita l’indugio consumistico dello sguardo, che è sempre guidato dal potere snervante del capitalismo. A questa barbarie non opponiamo resistenza.