Nel corso di una plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, a settembre, il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans non immaginava che ci sarebbe stata una guerra tanto presto. I prezzi dell’energia salivano per quelle che definiva “dinamiche del mercato”, la preoccupazione dei governi riguardava le bollette e non ancora il sostentamento. Già allora c’era una certezza: “Se il Green Deal fosse stato fatto 5 anni fa non saremmo in questa situazione, perché saremmo meno dipendenti dalle fonti fossili e dal gas naturale”. Oggi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dice di sentirsi costantemente al telefono con il premier Draghi e che Confindustria è pronta a ottenere la sospensione del mercato Ets, nuovi impianti Gnl, l’aumento della produzione nazionale di gas e, solo infine, rinnovabili”.
Sul fatto incrementare la produzione di gas nazionale possa poco rispetto alle necessità di consumo dell’Italia è stato detto. Ci si dimentica, però, che finora non abbiamo mai lasciato il gas indietro, anzi. Prima il Pniec e poi il Pnrr, rispettivamente il Piano Nazionale Energia e Clima e il Piano di Ripresa e Resilienza, vi hanno dedicato soldi e semplificazioni, considerandolo la fonte prediletta per la transizione. Quando non l’hanno fatto sulle forniture dirette, sono intervenuti sullo sviluppo di infrastrutture e centrali. Parallelamente, come potete leggere qui accanto, si sono scordati le rinnovabili: basti pensare che i target al 2030 indicati in entrambi i testi sono inferiori a quelli che le aziende (Enel, A2a e gli altri rivenditori) oggi dicono di poter raggiungere in tre anni.
D’altronde, uno dei momenti più significativi dello scorso anno è stato il tour a cui il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani aveva sottoposto l’inviato speciale Usa per il Clima: “Il ministro mi ha mostrato le mappe dei gasdotti, esistenti e in discussione – disse John Kerry – Ma attenzione: il gas naturale è comunque un combustibile fossile”. Nel Pnrr di Draghi, gli investimenti per l’idrogeno (di cui oltretutto non si sente parlare più) di fatto celano anche quelli per il gas: gli idrogenodotti sono nuovi gasdotti costruiti secondo standard compatibili anche con l’idrogeno e quando non ci sono soldi stanziati, si procede con autorizzazioni veloci.
Strettamente connesso al Pnrr è il Pniec, protagonista del phase out dal carbone entro il 2025, che nella sua attuale stesura (si attende che venga aggiornato sulla base dei nuovi target di Bruxelles) consegna al gas la responsabilità di sostituto immediato. “Il phase out dal gas è però il grande assente – spiega Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore esecutivo affari domestici di ECCO Think Tank – Il metano è ambiguamente indicato come combustibile di transizione, senza però che di questa transizione si siano definiti tempi e quantità”. Si sa quando inizia ma non quando finisce. La stima del mercato del gas, poi, è stata sempre espansiva, anche a fronte di una riduzione della domanda iniziata dal 2005. Nella pratica si traduce nell’espansione delle infrastrutture (gasdotti e gassificatori), dettata dall’illusione che diversificando gli approvvigionamenti si riduca il prezzo del gas. “Si è così formata una capacità superiore alle necessità – continua Leonardi – anche se ora che la guerra rischia di metterne fuori uso metà, lo scenario cambia. Ma davvero la risposta può essere investire in nuove infrastrutture a gas?”.
Oggi la capacità di stoccaggio in Italia è, secondo i dati Arera, di quasi 18 miliardi di metri cubi, pari a metà delle importazioni russe medie degli ultimi 5 anni. Ecco rileva che i gasdotti “non russi” di Passo Gries, Mazara del Vallo e Gela sono largamente sottoutilizzati (16%, 24% e 45% rispettivamente nell’anno termico pre-Covid 2019-2020) con una capacità aggregata annuale di trasporto di oltre 100 miliardi di metri cubi , a cui si aggiungono altri 10 del Tap. Stessa dinamica per i rigassificatori, che il governo progetta di costruire. “Il grado di utilizzo dei rigassificatori in Italia (Rovigo, Livorno e Panigaglia) – si legge nelle stime – ha ancora un margine di aumento di circa il 20% rispetto all’utilizzo del 2020 e una capacità aggregata annuale disponibile di circa 20 miliardi di metri cubi”.
Entrambi i piani , poi, non promuovono abbastanza le rinnovabili elettriche. “Il Pnrr – chiude Leonardi – s’impegna a rimuovere il blocco del processo autorizzativo che ne sta impedendo lo sviluppo, ma senza aver ancora superato la reticenza della politica a riconoscerle come centro della strategia energetica. Inoltre, non pensa all’elettrificazione dei consumi finali: trasporti, industria e consumi domestici. Qui il gas va sostituito progressivamente, ma in maniera significativa a favore dell’elettricità da da rinnovabili”. Ad oggi, poi, gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili nel Pniec sono insufficienti rispetto ai nuovi obiettivi europei e le richieste dei mercati: il 32% al 2030 ignora la proposta di alzare al 40%. Sui sistemi elettrici questo significa portare la quota di rinnovabili al 70% (l’attuale obiettivo italiano è al 55 % nel 2030).
L’Italia inoltre “cova” una bella batteria di infrastrutture legate al gas. Secondo un rapporto di Legambiente di qualche mese fa (L’insensata corsa al gas dell’Italia) ci sono almeno 100 infrastrutture in attesa della valutazione del ministero: nuove realizzazioni e ampliamenti di centrali, metanodotti, depositi, rigassificatori e richieste di estrazioni di idrocarburi. Si va dalle 45 centrali tra fase di valutazione, nuova realizzazione e revamping con aumento di potenza a 22 investimenti per l’ampliamento della rete dei metanodotti, per complessivi 1.239,6 km tra nuove realizzazioni e rifacimenti. E ancora, depositi e rigassificatori: due i progetti presentati e in attesa di valutazione ce ne sono 12. A questi – spiega il report – si aggiungono le 31 richieste in tema di estrazioni di idrocarburi.
Eppure, la produzione termoelettrica annuale da gas fossile ha raggiunto il suo massimo storico nel 2007 (pre-crisi) con un consumo di 34 miliardi di metri cubi mentre le previsioni del Pniec – considerando la chiusura di tutte le centrali a carbone nel 2025 – confermano un consumo di gas metano di 43,5 miliardi di metri cubi standard al 2040. L’andamento dei consumi però farebbe prevedere che non raggiungeranno i 30 miliardi di metri cubi nel 2025 e i 26 miliardi nel 2030. Previsioni, almeno finora, ignorate. “A questo – spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – si aggiunge il capacity market, il meccanismo di approvvigionamento dell’energia elettrica mediante contratti a termine aggiudicati da aste competitive che di fatto, per come è costruito, favorisce lo sviluppo delle centrali a gas a svantaggio delle rinnovabili rendendole più competitive dal punto di vista economico”. La guerra in Ucraina può mettere tutto in discussione: “Serve una strategia strutturale, il caro bollette non dipende solo dalla Russia. Finirà il conflitto, non i problemi climatici e in generale non si può essere portatori di pace se si dipende energeticamente da altri. La soluzione è spingere sulle rinnovabili con la stessa decisione messa per le centrali a carbone, il capacity market e per aiutare le imprese energivore”.