Pacifisti cinici, che non parlano neanche inglese

Il giornalismo con l’elmetto ormai non si contiene più.

Bada a come parliPiazza contro piazza, “cara Nato” contro “cara Mosca”, la Bad Godesberg di Enrico Letta e del suo Pd contro la Cgil e l’Anpi ridotte a campo profughi dell’ideologia. Ieri era partigiana la piazza di Firenze e la settimana scorsa era neutrale quella di Roma. Duecento piazze d’Europa si sono connesse con Zelensky a Santa Croce, in inglese, che è la lingua della democrazia, platealmente all’opposto degli irriducibili che a San Giovanni, sette giorni prima, parlando la lingua morta dell’antiamericanismo, avevano manifestato per disarmare Zelensky. (Francesco Merlo, Repubblica)

Qualche rene da spezzarI governi dovranno chiarire agli elettori che se non vogliamo che la guerra ci arrivi addosso prima o poi, dovremo disporre di un forte e credibile potere deterrente (…) Se per politica del contenimento intendiamo la capacità di bloccare la Russia, impedendo altre Ucraine – ma anche impedendo manovre di accerchiamento dell’Europa che partano dall’Africa, dal Medio e dal Vicino Oriente – allora bisogna riconoscere che, questa volta, il contenimento sarà possibile solo se gli Stati Uniti saranno coadiuvati da un’Europa politicamente e militarmente credibile. (Angelo Panebianco, Corriere della Sera)

Ignoranti e tracotantiPurtroppo, a servirsi del “bipensiero” non c’è solo il ministro Lavrov: non pochi “pacifisti cinici” (copyright Paolo Mieli) imperversano nei nostri talk per esibire tracotanza accademica e concupiscenze dogmatiche. Con candido realismo, il primo capitolo sulla falsificazione propagandistica del “bipensiero” si chiama “L’ignoranza è forza”. (Aldo Grasso, Corriere della Sera)

Povertà. La crescita del 2021 non l’ha ridotta: aumenta al Centro, disastro nel Mezzogiorno

Mentre buona parte della maggioranza del governo Draghi discuteva di come ridurre – o abolire del tutto – il Reddito di cittadinanza, il numero di famiglie povere aumentava sia nel Centro sia nel Sud Italia. Mentre i vari ministri lanciavano annunci su “boom economici” e “ripresa oltre le più rosee aspettative”, l’inflazione in realtà stava già vanificando gli effetti di quella crescita, tra l’altro molto debole rispetto al tracollo del 2020 e precaria quanto alla tipologia del lavoro.

È tanto vero che, nonostante il +6,6% del Pil, nel 2021 l’incidenza della povertà assoluta – come mostrano le stime preliminari dell’Istat – risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2020, l’anno più duro della crisi pandemica: i nuclei indigenti sono rimasti attorno ai 2 milioni. Insomma, 5,6 milioni di persone nel nostro Paese sono ancora vittime di grave disagio economico.

A causa dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo non c’è stato miglioramento rispetto all’anno precedente, nonostante – per non citare che un dato – l’occupazione sia salita di circa 700 mila unità tra gennaio e dicembre. Come al solito, però, non vi sono automatismi sulla povertà quando aumentano numericamente i posti di lavoro, lo abbiamo già visto tra il 2014 e il 2018. Per dirla meglio: l’impatto del lieve miglioramento degli indicatori macroeconomici si è distribuito in maniera diseguale e il saldo finale questa volta è pari a zero. Nelle Regioni settentrionali, infatti, le famiglie povere sono passate da 943 mila a 834 mila, l’incidenza è scesa dal 7,6% al 6,7%. Il numero di individui in povertà è calato di circa 301 mila. Un piccolo passo in avanti per il Nord. Al Centro le famiglie povere erano 290 mila nel 2020 e sono diventate 299 mila. Ma è nel Mezzogiorno che la situazione è peggiorata di parecchio: nuclei indigenti passati da 775 mila a 826 mila, incidenza della povertà assoluta arrivata al 10% per le famiglie (rispetto al 9,4% del 2020) e al 12,1% per gli individui rispetto all’11,1% del 2020.

A pagare il prezzo più alto continuano a essere le famiglie numerose: vive in povertà il 22,5% di quelle con più di cinque componenti. Una rapida ascesa, considerando che nel 2019 erano il 16,5%. La crisi pandemica ha rapidamente peggiorato le cose. Va ricordato che il Reddito di cittadinanza, per come è stato costruito, penalizza proprio le famiglie con molti figli perché ha un tetto massimo di circa 1.300 euro, insufficienti quando sono molte le bocche da sfamare. Un problema più volte sottolineato dagli esperti, a partire dalla professoressa Chiara Saraceno, componente del comitato tecnico di valutazione della misura. I suoi suggerimenti per rinforzare la tutela per i nuclei più grandi, però, sono stati clamorosamente ignorati durante la scorsa legge di Bilancio, che si è concentrata solo sulle misure punitive. Il mantra, caro alla destra e ai renziani, è che basterebbe far trovare lavoro ai beneficiari per farli uscire dal disagio economico. È una teoria che si scontra con la realtà: gli stessi dati Istat mostrano che l’incidenza della povertà è stabile al 7% nelle famiglie con persona di riferimento occupata e arriva al 7,5% tra i dipendenti.

 

L’indipendenza energetica Ue significa “economia di guerra”

Le politiche autarchiche della seconda metà degli anni 30 hanno avvicinato alcuni Paesi europei all’indipendenza energetica. L’Italia di Mussolini puntava su idroelettrico, carbone del Sulcis e petrolio albanese; la Germania nazista investì nella produzione di benzina sintetica da carbon fossile. Questi sforzi ridussero la dipendenza dalle importazioni senza eliminarla: alla fine i due regimi perseguirono politiche espansionistiche nel Mediterraneo e nel Caucaso anche per approvvigionarsi di petrolio.

Si ricominciò a parlare di “indipendenza energetica” negli anni 70, con l’esplosione dei prezzi del petrolio. Il “progetto indipendenza” del presidente Usa Nixon mirava a placare la dipendenza dal petrolio mediorientale, in Europa occidentale si puntò essenzialmente su tre diverse strategie: diversificazione delle fonti (nucleare, gas naturale, ma anche carbone), negoziato coi produttori e risparmio energetico. I grandi delle socialdemocrazia europee – da Willy Brant ad Olof Palme (ma anche il Berlinguer dell’austerità) – invocavano un diverso modello di sviluppo, per esempio passando dalla mobilità individuale a quella pubblica. La crisi energetica degli anni 70 è stata però risolta confermando la preponderanza delle fonti fossili grazie al crollo dei prezzi del petrolio: dagli anni 80 i consumi di petrolio, carbone e gas sono esplosi. In Europa a partire dagli anni 90 c’è stato un miglioramento, che però non ha scalfito un regime fondato sul fossile: il petrolio dal 1990 al 2020 è rimasto stazionario come prima fonte energetica, seguito dal gas naturale che ha scalzato il carbone nel 1994. Il nuovo piano europeo “Fit for 55” prevede di azzerare le emissioni nette nel 2050, ma nel breve conferma il ruolo del gas.

L’attacco russo all’Ucraina sembra avere ridato fiato alla retorica sull’indipendenza energetica: la Russia fornisce il 45% del gas europeo e oltre un quarto del petrolio. I leader Ue ora dicono di voler tagliare le importazioni di gas russo di 2/3 entro fine dell’anno con la diversificazione degli approvvigionamenti gas, più rinnovabili, più risparmio, più carbone. Sono numeri che non rendono l’entità di quanto erta sia la strada verso l’indipendenza energetica. Confrontiamo Stati Uniti, Cina e Unione europea, le maggiori aree produttive del Pianeta. Gli Usa, al di là dei propositi di Biden, sono diventati un esportatore netto di idrocarburi (per la prima volta dal 1948) e il primo produttore di petrolio al mondo: una superpotenza delle fonti fossili. La Cina è il maggior importatore di petrolio e di carbone al mondo, con l’obiettivo di aumentare (!) i propri consumi fossili, raggiungendo il picco delle emissioni solo nel 2030. L’Ue importa oggi tanto petrolio quanto la Cina, circa 12 milioni di barili al giorno, ed è il maggior importatore di gas natural, tre volta la Cina.

Di queste tre aree solo l’Ue punterebbe a una rapida decarbonizzazione, ciò che non è riuscita a fare in oltre mezzo secolo. Stiamo già assaporando cosa significa essere sottoposti ad una piccola increspatura della fornitura di idrocarburi, senza esservi preparati: aziende che fermano la produzione, impoverimento del ceto medio, minacce inflazionistiche, conseguenti potenziali aumenti dei tassi d’interesse con effetti depressivi. Servirà dunque una profonda rivoluzione del modello energetico.

In primo luogo una rapida riduzione dei consumi fossili non si potrà ottenere solo con miglioramenti di efficienza e non potrà essere gestita senza politiche di razionamento che permettano a famiglie e imprese di beneficiare di un minimo di forniture a prezzi controllati. Il libero mercato dell’energia andrà definitivamente cestinato se non vogliamo che “indipendenza energetica” faccia rima con “povertà energetica”. In secondo luogo serve un’epocale investimento in produzione da rinnovabili, nonché in infrastrutture elettriche e sistemi di accumulo per ovviare all’intermittenza di sole e vento. Investimenti di tale portata e rapidità sono del tutto incompatibili con prospettive di ritorno sul capitale. Dovranno essere imprese pubbliche e comunità di consumatori e utenti a promuovere la rivoluzione energetica, è dovranno essere gli Stati ad investire a fondo perduto nel potenziamento delle infrastrutture elettriche così come hanno fatto quando hanno costruito autostrade e linee ferroviarie. In terzo luogo anche una completa decarbonizzazinoe dell’economia non libererà dalla dipendenza dalle importazioni di materie prima. Abbiamo toccato con mano che far dipendere i prezzi delle risorse strategiche da mercati spot, altamente speculativi, genera allo stesso tempo enormi profitti per speculatori e miseria per i consumatori: dovranno formarsi centrali di acquisto su scala continentale in grado di contrattare forniture stabili a prezzi equi con i fornitori.

E adesso pure carbone e armi sono investimenti “sostenibili”

La differenza tra buoni e cattivi la fa la guerra. Anche se si parla di soldi. Quelli che erano settori cattivi per investire d’improvviso sembrano diventati buoni. Prendete l’industria della difesa, le aziende che producono armamenti. In seguito all’attacco della Russia all’Ucraina non è più considerata un settore proibito per la finanza. Si sta affermando una revisione dei criteri cosiddetti etici che da anni orientano le scelte dei “bravi investitori” ed escludono i cattivi, come la difesa e le attività che inquinano di più. Ci riferiamo ai parametri “Esg”, ormai una moda, un bollino di qualità per i fondi e gli investitori istituzionali per selezionare gli investimenti azionari o i bond di società non quotate.

La sigla Esg indica le attività che rispettino parametri di compatibilità, innanzitutto in campo ambientale (Environmental), ma anche sociale (Social) e del governo aziendale (Governance). È l’etichetta della finanza sostenibile. Secondo stime riportate a settembre dalla rivista della Banca dei regolamenti internazionali, i patrimoni investiti dai fondi legati all’Esg sono aumentati di quasi un terzo tra 2016 e 2020 a 35mila miliardi di dollari (per molti, peraltro, è una bolla che scoppierà come fu per i titoli legati a internet nel 2000 o per i mutui subprime nel 2007).

Non è che il capitalismo sia diventato buono, è una questione di soldi. Avere il riconoscimento Esg significa ottenere un rating migliore, che può aiutare a finanziarsi a costi più bassi quando si chiedono soldi alle banche, in Borsa, ai risparmiatori. Problema: non c’è una definizione precisa di cosa sia sostenibile, in giro c’è molta fuffa. Essere considerati Esg a volte è un’operazione di marketing, per questo si parla di greenwashing: una strategia di comunicazione delle aziende per avere un’immagine migliore della realtà, un ambientalismo (o buonismo) di facciata.

La banca svedese Seb (Skandinaviska Enskilda Banken), controllata dalla famiglia Wallenberg, un anno fa aveva deciso che nessuno dei fondi che gestisce avrebbe potuto toccare azioni di società della difesa. All’inizio di marzo ha cambiato idea. Adesso sei dei 100 fondi della Seb possono comprare azioni di società della difesa, ha scritto il Wall Street Journal. “Potreste dire: sono solo sei. Ma potreste anche dire che il principio è morto, ora stiamo solo discutendo del quanto”, ha osservato Merryn Somerset Webb, direttrice di MoneyWeek, in un intervento sul Financial Times del 4 marzo dal titolo significativo: “Le azioni della difesa adesso sono Esg?”. La novità è emersa proprio mentre la Seb annunciava la donazione di circa 100mila euro a favore dell’Ucraina.

Armin Papperger, ad di Rheinmetall, in gennaio ha rivelato che i banchieri di Bayerische Landesbank e di Lbbw avevano deciso di smettere di fare affari con l’azienda di carri armati e cannoni, ma l’effetto Putin ha cambiato il clima: “Alcuni mesi fa la gente voleva metterci al bando, per dire che questa industria è molto cattiva e dannosa. Adesso il mondo è totalmente diverso”.

Le aziende del settore difesa stavano facendo salti mortali per presentarsi come Esg. Leonardo il 7 ottobre ha sottoscritto una linea di credito di 2,4 miliardi di euro con 26 banche: “La linea di credito si lega per la prima volta a specifici indicatori Esg, tra cui la riduzione delle emissioni CO2 e la promozione dell’occupazione femminile con lauree nelle discipline Stem”. “Abbiamo ottenuto tassi molto buoni, che si abbasseranno al raggiungimento degli obiettivi Esg”, ha detto l’ad Alessandro Profumo.

Nelle ultime settimane le azioni di molte aziende della difesa in Europa e negli Usa sono aumentate di valore mentre le Borse crollavano. Un fiume di denaro si è riversato soprattutto sulle società europee. L’impennata c’è stata in Germania, dopo l’annuncio del cancelliere Olaf Scholz che Berlino aumenterà in modo massiccio la spesa pubblica per “ammodernare” le forze armate: 100 miliardi di euro una tantum e oltre il 2% del Pil all’anno. Dall’inizio dell’anno all’11 marzo le azioni di Rheinmetall sono aumentate dell’82,8%, quelle della società di sensori Hensoldt dell’89,5%. La corsa al riarmo ha contagiato anche l’Italia: le azioni di Leonardo, che all’inizio dell’anno erano depresse a 6,39 euro, venerdì scambiavano a 9,12 euro (+42,9%). Aumenti analoghi per la francese Thales (+47,9%) e la britannica Bae Systems (+33,2%).

L’energia è l’altro tema sensibile: l’inquinantissimo carbone ora viene riscoperto come virtuoso per ridurre la dipendenza dal gas russo e dai rincari del metano. In Germania il ministro verde dell’Economia Robert Habeck valuta un allungamento della vita degli ultimi tre reattori nucleari rimasti, dopo l’abbandono deciso da Angela Merkel. Uniper, che produce energia dal carbone, ha ricevuto dal governo la richiesta di considerare la costruzione di un rigassificatore, per ridurre la dipendenza dal gas di Putin. “Non è una questione di protezione del clima adesso. È una questione di sicurezza nazionale”, ha detto Habeck. Anche l’Italia, peraltro, ha appena autorizzato la riapertura delle vecchie centrali a carbone.

Deutsche Bank ha fatto notare che in Europa in febbraio le società con “più bassi rating Esg sono andate meglio”. Ugo Biggeri, presidente di Etica Sgr, non ha invece cambiato linea: “Per noi di Etica è ancora assolutamente valida la scelta di escludere qualsiasi tipo di armi dai nostri portafogli. Quindi oggi, a maggior ragione, confermiamo la nostra linea”. Secondo gli analisti di Bank of America la guerra in Ucraina “ci rammenta che, come molte cose nell’investire, Esg è complicato e sfumato”. Come dire, se si tratta di soldi non si guarda in faccia a nessuno.

Otto anni buttati via: dal 2014 l’Italia blocca le rinnovabili

Mercoledì in Parlamento, Mario Draghi s’è detto stupito: la quota di gas importata dalla Russia “è aumentata molto negli ultimi 10-15 anni”, ma “guardando i dati degli ultimi anni quello che trovo incredibile è che sia aumentata anche dopo l’invasione della Crimea: dimostra una sottovalutazione del problema energetico ma anche di politica estera”. Capita quando l’unica cosa che conta è il prezzo del bene, lo status quo dei rapporti di potere e delle cointeressenze economiche, l’invito agli Stati a stringere la cinghia che, in Paesi come l’Italia, ha desertificato gli investimenti pubblici. Ora si scopre, improvvisamente, che l’interesse nazionale è avere quanta più autonomia energetica possibile per non dipendere da Paesi tipo la Russia (ma il discorso vale, mutatis mutandis, per Algeria, Egitto, Qatar, eccetera). E qui converrà tornare al fatale 2014 citato da Draghi, perché quell’anno è successo qualcosa: l’Italia (vedi il grafico in alto, costruito da Legambiente su dati Terna) ha smesso di investire in rinnovabili.

Mettiamola in metri cubi di gas. Terna ha confermato in audizione in Parlamento che il piano da 60GW da rinnovabili in tre anni proposto da Enel, A2A e altri rivenditori è in grado di sostituire 15-20 miliardi di metri cubi di gas (l’Italia ne consuma circa 75 l’anno, nel 2021 dalla Russia ne abbiamo importati 29 miliardi). Ecco, se avessimo continuato dopo il 2014 a installare solare, eolico, etc. al ritmo del periodo 2008-2013 (cioè 4,6 GW l’anno) oggi avremmo nel nostro mix energetico circa 30 GW da rinnovabili in più, cioè quasi il doppio della potenza installata finora (34 GW) e un fabbisogno di 7,5-10 miliardi di metri cubi di gas in meno, oltre a un prezzo medio dell’energia inferiore. Per capirci, sapete quanto “valevano” le costose (e peraltro ancora ferme in Francia) 4 centrali nucleari bloccate dal referendum del 2011? Meno di 8 GW.

Ancor più grave è che la gelata sulle rinnovabili sia avvenuta quando, anche per motivi geopolitici, sarebbe stato necessario semmai accelerare su quel fronte, magari creando – con incentivi pubblici come oggi si fa con la gigafactory di Stellantis – una filiera nazionale delle rinnovabili che non abbiamo e investendo nella rete elettrica. E invece il loro peso nel mix energetico nazionale è passato dal 43,2% della potenza installata del 2014 al 38% del 2021: nello stesso lasso di tempo è aumentato invece il peso del gas (dal 33,5% a oltre il 48%), sottratto tanto alle rinnovabili che al petrolio. È così che ci siamo trovati a dipendere dalla Russia per un bel pezzo della nostra energia che oggi non sappiamo come sostituire: una dipendenza frutto anche di specifici accordi politici, tipo le 28 intese commerciali e i 7 accordi intergovernativi, anche sull’energia, firmati dal “non equidistante” Enrico Letta col “criminale” Putin a fine 2013.

Il sostanziale stop alle rinnovabili iniziato un decennio fa è stato una decisione politica assai poco lungimirante: a seguito di diverse scelte dei governi Monti, Letta e Renzi, l’istallazione di nuove rinnovabili cala del 92% tra 2011 e 2015 e lì resta, agonizzante, fino ad oggi. Tra il 2012 e il 2013, ad esempio, si decise di chiudere il “conto energia”, gli incentivi diretti (che peraltro finivano anche al fossile) – sostituiti da sgravi sul costo dell’impianto – arrivando a modificare retroattivamente per decreto anche quelli già concessi. Il costo totale dal 2005 al giugno 2013 (dati Enea) era di 10,8 miliardi di euro: per farvi un’idea pensate che, prima della guerra, l’aumento dei prezzi su base annua per famiglie e imprese valeva 40 miliardi. Nel frattempo, comunque, il costo dell’energia prodotta da eolico e (soprattutto) solare è sceso vertiginosamente, rendendole un proficuo investimento: è tanto vero che – dice Terna – a fine ottobre 2021 giacevano inevase richieste di installazione per oltre 150 GW potenziali, alcune bloccate da anni.

Gli scarsi investimenti in rinnovabili sono di fatto una scelta politica, a cui contribuiscono frammentazione decisionale, burocrazia, nulla capacità di progettazione generale e di coinvolgimento dell’opinione pubblica locale, la mano libera lasciata al mercato nell’indirizzare il processo. Per capirci, lo spazio aggiuntivo dell’idroelettrico non è molto, geotermia e biomasse pesano poco, restano solare ed eolico: non sono la soluzione a tutto e certo esiste un rischio paesaggistico che va tenuto da conto, proprio per questo Stato, Regioni ed enti locali – oltre a rispondere in 6 mesi a chi presenta un progetto, come prevede la legge – dovrebbero guidare la transizione, non esserne spettatori infastiditi: zone industriali, tetti, autoconsumo, progetti cuciti sul territorio, tutto serve e serve ora.

Pnrr, Pniec e infrastrutture: tutto il tempo perso col gas

Nel corso di una plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, a settembre, il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans non immaginava che ci sarebbe stata una guerra tanto presto. I prezzi dell’energia salivano per quelle che definiva “dinamiche del mercato”, la preoccupazione dei governi riguardava le bollette e non ancora il sostentamento. Già allora c’era una certezza: “Se il Green Deal fosse stato fatto 5 anni fa non saremmo in questa situazione, perché saremmo meno dipendenti dalle fonti fossili e dal gas naturale”. Oggi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dice di sentirsi costantemente al telefono con il premier Draghi e che Confindustria è pronta a ottenere la sospensione del mercato Ets, nuovi impianti Gnl, l’aumento della produzione nazionale di gas e, solo infine, rinnovabili”.

Sul fatto incrementare la produzione di gas nazionale possa poco rispetto alle necessità di consumo dell’Italia è stato detto. Ci si dimentica, però, che finora non abbiamo mai lasciato il gas indietro, anzi. Prima il Pniec e poi il Pnrr, rispettivamente il Piano Nazionale Energia e Clima e il Piano di Ripresa e Resilienza, vi hanno dedicato soldi e semplificazioni, considerandolo la fonte prediletta per la transizione. Quando non l’hanno fatto sulle forniture dirette, sono intervenuti sullo sviluppo di infrastrutture e centrali. Parallelamente, come potete leggere qui accanto, si sono scordati le rinnovabili: basti pensare che i target al 2030 indicati in entrambi i testi sono inferiori a quelli che le aziende (Enel, A2a e gli altri rivenditori) oggi dicono di poter raggiungere in tre anni.

D’altronde, uno dei momenti più significativi dello scorso anno è stato il tour a cui il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani aveva sottoposto l’inviato speciale Usa per il Clima: “Il ministro mi ha mostrato le mappe dei gasdotti, esistenti e in discussione – disse John Kerry – Ma attenzione: il gas naturale è comunque un combustibile fossile”. Nel Pnrr di Draghi, gli investimenti per l’idrogeno (di cui oltretutto non si sente parlare più) di fatto celano anche quelli per il gas: gli idrogenodotti sono nuovi gasdotti costruiti secondo standard compatibili anche con l’idrogeno e quando non ci sono soldi stanziati, si procede con autorizzazioni veloci.

Strettamente connesso al Pnrr è il Pniec, protagonista del phase out dal carbone entro il 2025, che nella sua attuale stesura (si attende che venga aggiornato sulla base dei nuovi target di Bruxelles) consegna al gas la responsabilità di sostituto immediato. “Il phase out dal gas è però il grande assente – spiega Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore esecutivo affari domestici di ECCO Think Tank – Il metano è ambiguamente indicato come combustibile di transizione, senza però che di questa transizione si siano definiti tempi e quantità”. Si sa quando inizia ma non quando finisce. La stima del mercato del gas, poi, è stata sempre espansiva, anche a fronte di una riduzione della domanda iniziata dal 2005. Nella pratica si traduce nell’espansione delle infrastrutture (gasdotti e gassificatori), dettata dall’illusione che diversificando gli approvvigionamenti si riduca il prezzo del gas. “Si è così formata una capacità superiore alle necessità – continua Leonardi – anche se ora che la guerra rischia di metterne fuori uso metà, lo scenario cambia. Ma davvero la risposta può essere investire in nuove infrastrutture a gas?”.

Oggi la capacità di stoccaggio in Italia è, secondo i dati Arera, di quasi 18 miliardi di metri cubi, pari a metà delle importazioni russe medie degli ultimi 5 anni. Ecco rileva che i gasdotti “non russi” di Passo Gries, Mazara del Vallo e Gela sono largamente sottoutilizzati (16%, 24% e 45% rispettivamente nell’anno termico pre-Covid 2019-2020) con una capacità aggregata annuale di trasporto di oltre 100 miliardi di metri cubi , a cui si aggiungono altri 10 del Tap. Stessa dinamica per i rigassificatori, che il governo progetta di costruire. “Il grado di utilizzo dei rigassificatori in Italia (Rovigo, Livorno e Panigaglia) – si legge nelle stime – ha ancora un margine di aumento di circa il 20% rispetto all’utilizzo del 2020 e una capacità aggregata annuale disponibile di circa 20 miliardi di metri cubi”.

Entrambi i piani , poi, non promuovono abbastanza le rinnovabili elettriche. “Il Pnrr – chiude Leonardi – s’impegna a rimuovere il blocco del processo autorizzativo che ne sta impedendo lo sviluppo, ma senza aver ancora superato la reticenza della politica a riconoscerle come centro della strategia energetica. Inoltre, non pensa all’elettrificazione dei consumi finali: trasporti, industria e consumi domestici. Qui il gas va sostituito progressivamente, ma in maniera significativa a favore dell’elettricità da da rinnovabili”. Ad oggi, poi, gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili nel Pniec sono insufficienti rispetto ai nuovi obiettivi europei e le richieste dei mercati: il 32% al 2030 ignora la proposta di alzare al 40%. Sui sistemi elettrici questo significa portare la quota di rinnovabili al 70% (l’attuale obiettivo italiano è al 55 % nel 2030).

L’Italia inoltre “cova” una bella batteria di infrastrutture legate al gas. Secondo un rapporto di Legambiente di qualche mese fa (L’insensata corsa al gas dell’Italia) ci sono almeno 100 infrastrutture in attesa della valutazione del ministero: nuove realizzazioni e ampliamenti di centrali, metanodotti, depositi, rigassificatori e richieste di estrazioni di idrocarburi. Si va dalle 45 centrali tra fase di valutazione, nuova realizzazione e revamping con aumento di potenza a 22 investimenti per l’ampliamento della rete dei metanodotti, per complessivi 1.239,6 km tra nuove realizzazioni e rifacimenti. E ancora, depositi e rigassificatori: due i progetti presentati e in attesa di valutazione ce ne sono 12. A questi – spiega il report – si aggiungono le 31 richieste in tema di estrazioni di idrocarburi.

Eppure, la produzione termoelettrica annuale da gas fossile ha raggiunto il suo massimo storico nel 2007 (pre-crisi) con un consumo di 34 miliardi di metri cubi mentre le previsioni del Pniec – considerando la chiusura di tutte le centrali a carbone nel 2025 – confermano un consumo di gas metano di 43,5 miliardi di metri cubi standard al 2040. L’andamento dei consumi però farebbe prevedere che non raggiungeranno i 30 miliardi di metri cubi nel 2025 e i 26 miliardi nel 2030. Previsioni, almeno finora, ignorate. “A questo – spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – si aggiunge il capacity market, il meccanismo di approvvigionamento dell’energia elettrica mediante contratti a termine aggiudicati da aste competitive che di fatto, per come è costruito, favorisce lo sviluppo delle centrali a gas a svantaggio delle rinnovabili rendendole più competitive dal punto di vista economico”. La guerra in Ucraina può mettere tutto in discussione: “Serve una strategia strutturale, il caro bollette non dipende solo dalla Russia. Finirà il conflitto, non i problemi climatici e in generale non si può essere portatori di pace se si dipende energeticamente da altri. La soluzione è spingere sulle rinnovabili con la stessa decisione messa per le centrali a carbone, il capacity market e per aiutare le imprese energivore”.

“La peggiore delle ipocrisie è l’‘armiamoli a casa loro’”

Professor Revelli, ci avviciniamo al ventesimo giorno di guerra. Non cessano raid e bombe, è stato ucciso un giornalista americano e gli Stati Uniti minacciano di rispondere. Siamo in una spirale irreversibile?

Si può sempre fermare le spirali distruttive, anche se ogni giorno che passa diventa più difficile. La sensazione è disperante. Si è aperto un vaso di Pandora dal quale escono tutti i demoni del nostro tempo. Quando esplode l’incendio, corre come il fuoco in un prato secco. Per questo le guerre non bisognerebbe lasciarle scoppiare: è stato fatto davvero tutto il necessario? Il crimine l’ha compiuto Putin, non c’è dubbio, c’è un aggressore e un aggredito. Né ho dubbi da che parte stare: con gli aggrediti e i deboli, contro gli aggressori e i forti. Ma il punto è come farlo.

Lei ha scritto sul Manifesto che c’è un obbligo “morale, civile e politico di fare il possibile per evitare che la guerra si estenda e si incrudelisca”. Le chiedo, appunto: come?

Io ho le idee chiare su cosa non bisogna fare. Non sopporto l’appello “armiamoli a casa loro”, urlato da più parti con alto tasso di retorica. Capisco sia un modo per lenire il senso di colpa, ma aggiungere armi dove ce ne sono già troppe non serve né a ridurre le sofferenze della gente, né a limitare il livello e l’estensione del conflitto, piuttosto il contrario. Oggi (ieri, ndr) si registrano nuovi bombardamenti nell’estremo ovest dell’Ucraina, probabilmente con l’obiettivo di chiudere la via di afflusso delle armi. Cosa fare invece è più complesso.

Le sanzioni possono essere sufficienti?

Sono uno strumento delicato, che va utilizzato per punire il colpevole e non il suo popolo. Non sempre ottengono l’effetto sperato, perché i veri responsabili in genere non vengono raggiunti. A volte sono anzi un boomerang: rischiano di danneggiare in misura maggiore chi le applica.

Senza armi né sanzioni, quali strumenti restano?

Si deve decidere se aiutare il popolo ucraino a difendersi o se l’obiettivo è fare la guerra a Putin. Le due cose non coincidono, anzi: voler colpire Putin costi quel che costi rischia di rendere il conflitto persino più sanguinoso. Per me aiutare il popolo ucraino significa tentare di evitare che paghi un tributo ancora più grande e doloroso a questa guerra. Vuol dire, quindi, muoversi in una situazione complessa: favorire ogni tipo di negoziazione, costruire tavoli di pace, immaginare soluzioni che permettano a entrambi i contendenti di arrivare a un accordo. Praticare forme di razionalità e non suggestioni retoriche.

Crede che il sentimento nazionalista ucraino sia un artificio retorico?

No. Non si tratta di giudicare i comportamenti del popolo ucraino, che ha tutti i diritti di scegliere cosa fare, in una situazione così drammatica. Non mi permetterei mai di dire agli ucraini che in nome dell’onore devono combattere, come non direi mai che devono arrendersi. Non posso stabilire se un altro deve scegliere la patria o la morte. Siamo noi che dobbiamo misurare le parole.

C’è chi paragona la resistenza ucraina a quella partigiana.

Mio padre Nuto ha combattuto due guerre: quella fascista, negli stessi posti in cui si svolge il conflitto orrendo di oggi, sul Don e in Donbass. E poi quella partigiana. L’insegnamento fondamentale che ha tratto dalla sua esistenza è l’orrore della guerra, la sua bestialità.. Pure se la Resistenza è stato un momento catartico, poiché ha potuto combattere contro il nemico vero, i fascisti e i tedeschi, non me l’ha mai descritta come la “bella guerra”. Anche la guerra giusta ti porta dentro delle ombre e ti segna, ti lascia delle ferite: non ti restituisce innocente come prima. I paragoni tra l’Ucraina e i partigiani sono campati per aria: è un uso simbolico della storia, il contesto è totalmente diverso. La resistenza comportava sacrifici, ma non era un atto disperato.

La resistenza ucraina invece è un atto disperato?

Non sono un esperto militare, ma mi pare che le forze in campo siano molto sbilanciate.

Nei nostri media vede un’esaltazione della resistenza armata?

C’è un’esaltazione anche tra quelli che sulla Resistenza hanno sempre sputato sopra. Nei dibattiti televisivi ora si richiamano ai partigiani gli stessi che fino a ieri li consideravano solo i responsabili delle foibe. Non scherziamo.

“Io, pacifista, dico sì alle armi. Ma basta barbarie parolaia”

“Questa volta dico, da pacifista storico, che armare l’Ucraina è l’unica soluzione plausibile, possibile. Ed è l’unica che può salvare l’Ucraina, l’unica che può indebolire Putin, l’unica che può avvicinare il negoziato”.

Erri De Luca protestava al tempo dell’intervento della Nato nell’Afghanistan: la guerra non in mio nome.

Sì, protestavo e contestavo quell’annuncio. Non c’era ancora l’occupazione militare e si scese in piazza per scongiurarla. Ma qui ci siamo trovati di fronte al fatto compiuto. Quale scelta di campo è ormai possibile?

Ci è chiaro chi è l’aggressore (la Russia) e ci è chiara anche la forza intimidatoria di Vladimir Putin. È il tipo di soluzione al conflitto che arruola lei adesso tra gli interventisti, schieramento politico e culturale che non le apparteneva.

Rifornire di armi l’Ucraina senza prendervi direttamente parte è solo uno degli impegni dell’Unione europea. Aiutarla, va da sé, nell’accoglimento dei profughi, nella solidarietà umanitaria, ma con l’applicazione di sanzioni economiche che sono finalmente puntuali ed efficaci. Noto una diversa fibra politica rispetto all’attendismo a cui eravamo abituati. Dalla pandemia in poi l’Unione ha mostrato una capacità di prendere decisioni enormi e di saperle difenderle. Devo dire che approvo.

L’obiezione è che le armi allunghino il conflitto e i morti non spengano il fuoco dell’odio.

Cosa diciamo agli ucraini? Alzate bandiera bianca?

Certo che no, e magari neanche ci ascolterebbero. Chi nega il principio dell’aiuto bellico come sostegno solidale afferma che in qualche modo con le armi trasferite nelle mani dei civili si spinge la guerra verso esiti ancora più sanguinosi e ancora più duri per l’Ucraina.

Non ci credo, non è così. Innanzitutto descriviamo questa guerra. È una guerra antica, una guerra del Novecento, prevalentemente combattuta con i fanti, i carristi, l’artiglieria. È una guerra paludosa, da corpo a corpo. E questo conflitto, questo tipo di confronto militare, può risolversi in un modo non favorevole alla Russia solo se l’aggredito riesce a sostenere una resistenza efficace.

Ma un Putin in difficoltà e senza più reputazione pubblica potrebbe scegliere disperatamente di allargare il teatro dello scontro, utilizzare la chimica e finanche il nucleare. Creare un incidente terribile con l’Europa. Queste osservazioni le sembrano poco attendibili?

Sono sufficientemente credibili ma prospettano una soluzione che non posso condividere, a cui non credo. C’è un diritto supremo alla libertà e a difendere la propria casa, la propria bandiera, la propria dignità. Con tutti i mezzi.

Perché il confronto tra chi immagina l’intervento di altre armi e chi lo scongiura subito declina verso un processo di fanatizzazione e di belligeranza parolaia?

Pace e guerra sono temi potenti che suscitano comprensibili reazioni di uguale tensione sentimentale. Poi il degrado della nostra civiltà ci conduce nel vicolo stretto della barbarie parolaia. Epiteti, accuse offensive, sarcasmi oltre il lecito. Tutto già visto e tutto purtroppo dentro l’anima del nostro tempo. Mi lasci dire una cosa ancora.

Tutto ciò che vuole.

Non solo di armi è il bagaglio che l’Europa consegna all’Ucraina. Naturalmente la solidarietà umanitaria, l’accoglimento dei profughi. Ma soprattutto credo che il livello delle sanzioni economiche non sia stato mai così performante.

Faranno male?

Faranno male alla Russia. Penso proprio di sì. Lo deduco dal fatto che sono così dure da far male anche all’Occidente. È una misura che comporta dei sacrifici anche per noi, stiamo per entrare in una economia di guerra con tutto quel che comporta. Perciò mi sembrano sanzioni azzeccate.

Speriamo di non dover dire arrivederci al prossimo incubo.

Speriamo proprio di no.

Augias attacca Elkann: “I giornali non sono fabbriche”

“Ho pensato di scrivere una cartolina all’ingegner John Elkann, che è il presidente del gruppo editoriale che pubblica tra l’altro Repubblica e La Stampa”. Esordisce così il decano del giornalismo Corrado Augias, nella sua rubrica all’interno della trasmissione Rebus, su Rai3. Un messaggio elegante ma durissimo rivolto all’editore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, di cui Augias è una firma storica. “Gentile ingegnere, con gesto affrettato lei ha venduto l’Espresso, una gloriosa testata da cui nel 1976 è nata Repubblica. È stata venduta mentre infuria una guerra dagli esiti imprevedibili. Con gesto altrettanto grave, del resto, lei aveva licenziato il direttore di Repubblica Carlo Verdelli, mentre questi riceveva minacce di morte. Con ogni dovuto rispetto, ingegnere, un gruppo editoriale non è un’acciaieria o una fabbrica qualunque. I giornali hanno una storia e in qualche caso fanno la Storia. Hanno un’anima”. La scorsa settimana la redazione di Repubblica ha scioperato contro la decisione del gruppo Gedi di vendere l’Espresso all’imprenditore napoletano Danilo Iervolino, peraltro oggetto di un’indagine per frode fiscale. La polemica prosegue.

Egitto. Il prezzo del pane schizza alle stelle: è colpa della guerra

L’’Egitto, il principale importatore mondiale di grano, sta assistendo a un drammatico aumento del prezzo del pane non sovvenzionato, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, uno dei maggiori produttori di grano al mondo. Il paese dei Faraoni è uno dei numerosi paesi del Medio Oriente, tra cui Iraq, Libano, Tunisia, Algeria e Turchia, che importa grano sia ucraino che russo, dove i continui aumenti dei prezzi hanno fatto scattare l’allarme rosso. Sul Paese più popoloso dell’Africa aleggia lo spettro della fame e della protesta sociale. Questa settimana un pacchetto di cinque pita (i tipici pani piatti tondi) ha toccato 7,5 lire egiziane (0,44 euro) nella grande area del Cairo, rispetto alle 5 lire di una settimana fa. Tra il 2020 e il 2021, l’Egitto ha importato la maggior parte del suo fabbisogno – 12,5 milioni di tonnellate – dalla Russia e dall’Ucraina. Il prezzo del pane è politico in Egitto e almeno il 70 per cento dei 102 milioni di abitanti del Paese fa affidamento sul pane sovvenzionato, visto che il reddito in alcune aree non supera i 2 dollari al giorno. Modificare il prezzo del pane significa certamente scatenare violente proteste. Cinque anni fa, manifestazioni rabbiose scoppiarono in tutto l’Egitto quando il governo tagliò i sussidi per il pane nel mezzo di una crisi economica e poi fece retromarcia. L’ultimo cambio di prezzo del pane risale a 34 anni fa. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina in molti hanno lanciato un allarme al governo del presidente Al Sisi: l’Egitto ha riserve solo per 9 mesi: 5 mesi potrebbero essere coperti dalle riserve strategiche e 4 mesi dalla produzione interna per coprire il fabbisogno di pane per milioni di egiziani. Il grano importato si paga in valuta – quasi sempre in dollari – e l’Egitto al momento non è in grado di acquistare grano allo stesso prezzo che offriva la Russia. Alla borsa agricola di Chicago – che fa il prezzo mondiale del grano – il valore oscilla intorno ai 550 dollari/tonnellata. I governanti del Cairo stanno guardando a Paesi come Australia, Usa, Canada e Paraguay, ma i prezzi potrebbero toccare livelli che l’Egitto non potrà pagare.