I “Volontari di San Giorgio” fanno base a Loncari, un grosso borgo che si estende lungo la nazionale che collega Brcko a Banja Luka, nel nord della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia Erzegovina, un Paese sempre diviso. L’organizzazione ha per emblema la croce di San Giorgio, un segno identificativo dei nazionalisti russi. Su un muro vediamo un ritratto del generale Mladic, che fu al comando dei serbo-bosniaci durante la guerra in Bosnia, conclusasi con gli accordi di pace di Dayton nel 1995. Stiamo cercando Srdan Letić, che dirige “l’organizzazione umanitaria San Giorgio”. Seguiamo le indicazioni di un vicino: “Troverete facilmente la sua casa, è quella con la grossa cancellata”. Srdan Letić si presenta poco dopo, in tuta da jogging. È molto muscoloso: “Vi ho visto arrivare dalla telecamera di sorveglianza”, dice.
Rifiuta di parlarci: “C’è la guerra e non stiamo dalla stessa parte”. I Volontari di San Giorgio sono legati ai gruppuscoli di estrema destra serba che, dal 2014, hanno inviato alcuni combattenti nelle regioni secessioniste del Donbass, ma soprattutto costituiscono una milizia parallela pronta a compiere i lavori più sporchi del regime di Milorad Dodik, il leader della Republika Srpska. Davanti alla villetta sono parcheggiati diversi furgoni della Federazione Russa. Le attività “umanitarie” dell’organizzazione sono per lo più oscure. Su Facebook i volontari sostengono di “essere pronti a dare il proprio sangue per difendere la Republika Srpska dai suoi nemici esterni e interni e contro tutti i presunti oppositori pronti – si legge – a vendere le tombe dei nostri antenati pur di conquistare il potere”. In questo contesto, Letić e due suoi accoliti si trovano attualmente sotto processo per aver aggredito selvaggiamente un giovane nelle strade di Brcko nel novembre 2021. Letić è già stato condannato per falsificazione di monete, oltre che per lo stupro di una ragazzina di 13 anni. “Qui abbiamo paura. Non appena crediamo che le cose stanno per migliorare un po’, accade di nuovo qualcosa di tremendo”. Azem Aletović è tornato nel suo paesino natale di Janja nel 2004, dopo diversi anni di esilio in Germania: “Sono partito nel 1991, quando avevo 18 anni, per non essere arruolato nell’Esercito popolare jugoslavo (JNA) e non farmi mandare a combattere in Croazia – dice, nel suo piccolo ufficio del Partito di azione democratica (SDA), la formazione nazionalista bosniaca -. Poi la guerra ha raggiunto la Bosnia Erzegovina”. Janja è un grosso borgo agricolo nel nord-est della Bosnia Erzegovina, sulle rive della Drina, che confina con la Serbia. Sin dal mese di aprile 1992 è stato più volte teatro di atti di violenza da parte delle milizie serbe e quasi tutti i musulmani bosniaci, che costituivano quasi il 90% degli 11.000 abitanti prima della guerra, dovettero fuggire. Fatto raro nella Republika Srpska, dal 2001, in molti sono rientrati. “È perché qui siamo tutti contadini. Siamo legati alla terra”, racconta un giovane della comunità islamica locale, che fuma una sigaretta insieme a degli amici davanti alla moschea, ricostruita dopo la guerra. Uno dei suoi amici racconta: “Sono nato in Germania, ma i miei genitori avevano una sola idea in testa: tornare. A causa della terra. Qui si può coltivare di tutto, ma per noi giovani non c’è granché da fare”. Anche se non esistono statistiche recenti, il paese sta tornando di nuovo a svuotarsi. Se ne vanno tutti, tanto i bosniaci che i rifugiati serbi che erano venuti a ripopolare Janja durante la guerra, e che ora sono relegati in un quartiere residenziale lontano dal centro della città.
A metà giornata, il piccolo bazar del centro di Janja, a metà strada tra la moschea e la sede del partito SDA, è praticamente vuoto. I bar e i negozi sono chiusi. “Le persone non partono solo per la situazione economica, ma anche per l’insicurezza, la precarietà – spiega Azem Aletović -. Ad ogni festa ortodossa, o il 9 gennaio, giorno della festa nazionale della Republika Srpska, la situazione degenera. Certe volte si mettono a sparare davanti alla moschea. Quest’anno, il giorno di Natale, una colonna di auto è arrivata dal vicino villaggio serbo di Potkovaca. Gridavano slogan nazionalisti e sparavano in aria. La polizia ha arrestato alcuni agitatori, ma i tribunali non li condannano mai, il che dà loro un senso di impunità”. Dall’autunno scorso, con le ripetute minacce di secessione dalla Republika Srpska, le persone hanno sempre più paura. “Non può esserci secessione pacifica, come dice Milorad Dodik, il leader serbo – osserva Azem Aletović -. Sappiamo cosa aspettarci: violenze, massacri e un nuovo esodo”. Gli abitanti di Janja vivono sospesi alle notizie che arrivano dall’Ucraina: “Se lo volesse, Putin potrebbe aprire un secondo fronte nei Balcani, qui da noi, in Bosnia Erzegovina, se vince la guerra in Ucraina, o anche solo per creare un diversivo se sente che sta perdendo”. Milorad Dodik, membro serbo della Presidenza della Bosnia Erzegovina, ha sbattuto la porta dell’organo collegiale quando, durante una riunione, gli altri due co-presidenti, il bosniaco Šefik Džaferović e il croato Željko Komšić, hanno deciso di allineare la Bosnia Erzegovina alle sanzioni europee contro la Russia. Il leader serbo, definendo “banditi” le autorità al potere a Kiev, ha spiegato ai giornalisti che ora ci sono “due Stati in Ucraina” e che le sanzioni sono “una violazione della Costituzione bosniaca”. “E se non c’è più una Costituzione, non c’è più uno Stato”, ha aggiunto con tono minaccioso. In realtà, “l’invasione russa ha ridotto il margine di manovra di Milorad Dodik, che non può correre il rischio di un confronto diretto con l’Occidente”, assicura Tanja Topić. L’esperta della Fondazione socialdemocratica tedesca Friedrich Ebert di Banja Luka ritiene che è comunque improbabile che Dodik prenda la minima iniziativa senza il doppio via libera di Belgrado e Mosca. Secondo l’esperta, “le conseguenze della guerra in Ucraina saranno gravi sul lungo termine. Tutti i media controllati dal potere, in particolare la televisione della Republika Srpska (RTRS) – spiega – riprendono gli elementi della propaganda russa. Non parlano di guerra o di invasione, ma di operazione militare, dicendo che l’Ucraina avrebbe provocato la Russia. I serbi di Bosnia Erzegovina vivono in un universo parallelo che renderà ancora più difficile il dialogo con le altre comunità del Paese”.
La televisione pubblica, ma anche altre reti private vicine al regime, invitano regolarmente Danijel Simić, un giornalista di Banja Luka basato a Donetsk, nel Donbass, a commentare la situazione in Ucraina. Simić sostiene per esempio che l’Ucraina vorrebbe espellere i russi dall’Ucraina “come i croati fecero con i serbi nel 1995”. Da parte bosniaca, la guerra in Ucraina sta risvegliando i traumi del passato conflitto. “Da quando è iniziata l’invasione, vedo regolarmente dei colleghi che scoppiano a piangere senza un motivo apparente”, spiega un funzionario di un organismo internazionale in servizio a Sarajevo. Molti abitanti stanno facendo scorta di pasta e di farina, ma per ora è soprattutto per paura dell’inflazione galoppante che rischia di provocare carenze dei generi alimentari. I media contribuiscono a alimentare questo clima di agitazione. Radio Sarajevo ha annunciato che il prezzo della benzina sarebbe salito “in 48 ore” a quattro marchi convertibili al litro (1,95 euro), provocando chilometriche file di auto davanti alle stazioni di servizio. Venerdì, la benzina super continuava a vendersi a 2,65 marchi. Mentre la Bosnia Erzegovina sprofonda nella paura, la missione militare europea Eufor, presente sul territorio dal 2004 in sostituzione delle truppe NATO, che erano nel Paese dalla fine della guerra, ha deciso di raddoppiare gli effettivi, passando da cinquecento a mille uomini. Una misura “a titolo preventivo”. “Non avrei nulla in contrario – osserva Azem Aletović – se l’Eufor fosse presente anche in una zona mista come il nostro villaggio di Janja”.
(Traduzione di Luana De Micco)