Repubblica Serba: il vento nazionalista soffia di nuovo

I “Volontari di San Giorgio” fanno base a Loncari, un grosso borgo che si estende lungo la nazionale che collega Brcko a Banja Luka, nel nord della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia Erzegovina, un Paese sempre diviso. L’organizzazione ha per emblema la croce di San Giorgio, un segno identificativo dei nazionalisti russi. Su un muro vediamo un ritratto del generale Mladic, che fu al comando dei serbo-bosniaci durante la guerra in Bosnia, conclusasi con gli accordi di pace di Dayton nel 1995. Stiamo cercando Srdan Letić, che dirige “l’organizzazione umanitaria San Giorgio”. Seguiamo le indicazioni di un vicino: “Troverete facilmente la sua casa, è quella con la grossa cancellata”. Srdan Letić si presenta poco dopo, in tuta da jogging. È molto muscoloso: “Vi ho visto arrivare dalla telecamera di sorveglianza”, dice.

Rifiuta di parlarci: “C’è la guerra e non stiamo dalla stessa parte”. I Volontari di San Giorgio sono legati ai gruppuscoli di estrema destra serba che, dal 2014, hanno inviato alcuni combattenti nelle regioni secessioniste del Donbass, ma soprattutto costituiscono una milizia parallela pronta a compiere i lavori più sporchi del regime di Milorad Dodik, il leader della Republika Srpska. Davanti alla villetta sono parcheggiati diversi furgoni della Federazione Russa. Le attività “umanitarie” dell’organizzazione sono per lo più oscure. Su Facebook i volontari sostengono di “essere pronti a dare il proprio sangue per difendere la Republika Srpska dai suoi nemici esterni e interni e contro tutti i presunti oppositori pronti – si legge – a vendere le tombe dei nostri antenati pur di conquistare il potere”. In questo contesto, Letić e due suoi accoliti si trovano attualmente sotto processo per aver aggredito selvaggiamente un giovane nelle strade di Brcko nel novembre 2021. Letić è già stato condannato per falsificazione di monete, oltre che per lo stupro di una ragazzina di 13 anni. “Qui abbiamo paura. Non appena crediamo che le cose stanno per migliorare un po’, accade di nuovo qualcosa di tremendo”. Azem Aletović è tornato nel suo paesino natale di Janja nel 2004, dopo diversi anni di esilio in Germania: “Sono partito nel 1991, quando avevo 18 anni, per non essere arruolato nell’Esercito popolare jugoslavo (JNA) e non farmi mandare a combattere in Croazia – dice, nel suo piccolo ufficio del Partito di azione democratica (SDA), la formazione nazionalista bosniaca -. Poi la guerra ha raggiunto la Bosnia Erzegovina”. Janja è un grosso borgo agricolo nel nord-est della Bosnia Erzegovina, sulle rive della Drina, che confina con la Serbia. Sin dal mese di aprile 1992 è stato più volte teatro di atti di violenza da parte delle milizie serbe e quasi tutti i musulmani bosniaci, che costituivano quasi il 90% degli 11.000 abitanti prima della guerra, dovettero fuggire. Fatto raro nella Republika Srpska, dal 2001, in molti sono rientrati. “È perché qui siamo tutti contadini. Siamo legati alla terra”, racconta un giovane della comunità islamica locale, che fuma una sigaretta insieme a degli amici davanti alla moschea, ricostruita dopo la guerra. Uno dei suoi amici racconta: “Sono nato in Germania, ma i miei genitori avevano una sola idea in testa: tornare. A causa della terra. Qui si può coltivare di tutto, ma per noi giovani non c’è granché da fare”. Anche se non esistono statistiche recenti, il paese sta tornando di nuovo a svuotarsi. Se ne vanno tutti, tanto i bosniaci che i rifugiati serbi che erano venuti a ripopolare Janja durante la guerra, e che ora sono relegati in un quartiere residenziale lontano dal centro della città.

A metà giornata, il piccolo bazar del centro di Janja, a metà strada tra la moschea e la sede del partito SDA, è praticamente vuoto. I bar e i negozi sono chiusi. “Le persone non partono solo per la situazione economica, ma anche per l’insicurezza, la precarietà – spiega Azem Aletović -. Ad ogni festa ortodossa, o il 9 gennaio, giorno della festa nazionale della Republika Srpska, la situazione degenera. Certe volte si mettono a sparare davanti alla moschea. Quest’anno, il giorno di Natale, una colonna di auto è arrivata dal vicino villaggio serbo di Potkovaca. Gridavano slogan nazionalisti e sparavano in aria. La polizia ha arrestato alcuni agitatori, ma i tribunali non li condannano mai, il che dà loro un senso di impunità”. Dall’autunno scorso, con le ripetute minacce di secessione dalla Republika Srpska, le persone hanno sempre più paura. “Non può esserci secessione pacifica, come dice Milorad Dodik, il leader serbo – osserva Azem Aletović -. Sappiamo cosa aspettarci: violenze, massacri e un nuovo esodo”. Gli abitanti di Janja vivono sospesi alle notizie che arrivano dall’Ucraina: “Se lo volesse, Putin potrebbe aprire un secondo fronte nei Balcani, qui da noi, in Bosnia Erzegovina, se vince la guerra in Ucraina, o anche solo per creare un diversivo se sente che sta perdendo”. Milorad Dodik, membro serbo della Presidenza della Bosnia Erzegovina, ha sbattuto la porta dell’organo collegiale quando, durante una riunione, gli altri due co-presidenti, il bosniaco Šefik Džaferović e il croato Željko Komšić, hanno deciso di allineare la Bosnia Erzegovina alle sanzioni europee contro la Russia. Il leader serbo, definendo “banditi” le autorità al potere a Kiev, ha spiegato ai giornalisti che ora ci sono “due Stati in Ucraina” e che le sanzioni sono “una violazione della Costituzione bosniaca”. “E se non c’è più una Costituzione, non c’è più uno Stato”, ha aggiunto con tono minaccioso. In realtà, “l’invasione russa ha ridotto il margine di manovra di Milorad Dodik, che non può correre il rischio di un confronto diretto con l’Occidente”, assicura Tanja Topić. L’esperta della Fondazione socialdemocratica tedesca Friedrich Ebert di Banja Luka ritiene che è comunque improbabile che Dodik prenda la minima iniziativa senza il doppio via libera di Belgrado e Mosca. Secondo l’esperta, “le conseguenze della guerra in Ucraina saranno gravi sul lungo termine. Tutti i media controllati dal potere, in particolare la televisione della Republika Srpska (RTRS) – spiega – riprendono gli elementi della propaganda russa. Non parlano di guerra o di invasione, ma di operazione militare, dicendo che l’Ucraina avrebbe provocato la Russia. I serbi di Bosnia Erzegovina vivono in un universo parallelo che renderà ancora più difficile il dialogo con le altre comunità del Paese”.

La televisione pubblica, ma anche altre reti private vicine al regime, invitano regolarmente Danijel Simić, un giornalista di Banja Luka basato a Donetsk, nel Donbass, a commentare la situazione in Ucraina. Simić sostiene per esempio che l’Ucraina vorrebbe espellere i russi dall’Ucraina “come i croati fecero con i serbi nel 1995”. Da parte bosniaca, la guerra in Ucraina sta risvegliando i traumi del passato conflitto. “Da quando è iniziata l’invasione, vedo regolarmente dei colleghi che scoppiano a piangere senza un motivo apparente”, spiega un funzionario di un organismo internazionale in servizio a Sarajevo. Molti abitanti stanno facendo scorta di pasta e di farina, ma per ora è soprattutto per paura dell’inflazione galoppante che rischia di provocare carenze dei generi alimentari. I media contribuiscono a alimentare questo clima di agitazione. Radio Sarajevo ha annunciato che il prezzo della benzina sarebbe salito “in 48 ore” a quattro marchi convertibili al litro (1,95 euro), provocando chilometriche file di auto davanti alle stazioni di servizio. Venerdì, la benzina super continuava a vendersi a 2,65 marchi. Mentre la Bosnia Erzegovina sprofonda nella paura, la missione militare europea Eufor, presente sul territorio dal 2004 in sostituzione delle truppe NATO, che erano nel Paese dalla fine della guerra, ha deciso di raddoppiare gli effettivi, passando da cinquecento a mille uomini. Una misura “a titolo preventivo”. “Non avrei nulla in contrario – osserva Azem Aletović – se l’Eufor fosse presente anche in una zona mista come il nostro villaggio di Janja”.

(Traduzione di Luana De Micco)

Nella Kiev assediata gli sguardi parlano: la resa non è prevista

Sono da poco passate le 20 quando arrivo alla stazione di Kiev. Le luci sono spente e all’uscita dal treno, sul binario, ci sono i soldati in mimetica e kalashnikov che controllano i pochi passeggeri che arrivano da Leopoli: quasi tutti uomini che vengono per aiutare chi è rimasto in città o per combattere. Le 20 a Kiev vogliono dire coprifuoco. La città, già un semideserto, diventa fantasma.

L’affanno per raggiungere l’hotel a pochi chilometri è inutile, alle porte della stazione i poliziotti armati non fanno uscire nessuno: non si può, la legge marziale impone a chi è arrivato tardi di dormire lì. La grande sala d’attesa è piena di volti che si vedono a malapena. Nel buio si definiscono i corpi: appoggiati su sedie di legno, sembrano soprattutto di donne e di bambini. Molti arrivano dall’Est. Erano convinti di scappare dove la guerra e le bombe non sarebbero mai arrivate. La sera prima un missile è finito a poche centinaia di metri da lì, e nessuno lo ha dimenticato. Dalle vetrate, si riconoscono le sagome di alcuni palazzi del centro. La mia prima notte a Kiev passa così, camminando tra corpi che provano a trovare riposo e valigie. Nonostante un viaggio di 560 km durato nove ore non riesco a prendere sonno, guardo di continuo il grande orologio della stazione, pensando che comunque prima o poi le 7 del mattino arriveranno e potrò uscire di lì.

Le 7 finalmente arrivano, ma fuori dalla grande stazione le vie sono deserte. L’hotel dista qualche chilometro, ci incamminiamo, ma a poche centinaia di metri dall’arrivo sento forte e chiara la prima sirena che annuncia i bombardamenti: buongiorno, benvenuto a Kiev. Il nostro hotel è un 5 stelle molto elegante dove gli unici ospiti sono i giornalisti di mezzo mondo e una famiglia di ricconi vestiti alla moda con guardie del corpo al seguito.

La città, in pochissime ore, sembra essersi attrezzata come un fortino. Il primo giro è in direzione piazza Maidan, luogo simbolo della nuova Ucraina. Mentre cammino sento boati provenire dal centro: è la contraerea piazzata sui palazzi vicini. Il telefono tra le mani per provare a documentare non è una buona idea, la Difesa territoriale è ossessionata dai sabotatori russi che con le foto localizzano dai cellulari i palazzi del potere per poterli poi attaccare. Al primo incrocio, cinque ragazzi con la fascia gialla al braccio e i fucili alzati mi intimano l’alt: “Documenti. Perché stai filmando? Fammi vedere!”. Uno dei più giovani toglie la sicura del kalashnikov. Cerco di rassicurarli: “Italiano-televisione-cameraman”. Serve a poco. Il loro capo ha l’indice della mano destra mozzato, di solito lo si taglia ai prigionieri quando il nemico ti cattura. Forse – mi dico – è stato fatto prigioniero dai russi in Donbass anni addietro. In fondo qui la guerra c’è da otto anni, siamo noi ad averla scoperta tardi.

Mi controllano tutto: dalle foto alle chat, migliaia di immagini passano sotto lo sguardo di questi ragazzi. È andata. La sicura dell’AK-47 però non mi esce dalla testa, quel click resta dentro tutto il giorno. Girare a Kiev, con una telecamera in spalla, è impresa ardua. Ogni angolo è stato trasformato in un check-point o block-post come lo chiamano qui: alcuni sono più professionali, altri davvero di fortuna, fatti con bancali di legno, pneumatici, auto vecchie e addirittura tram o treni messi di traverso. Aspettano i russi e sono decisi a resistere. Chiedo di poter girare qualche immagine dei check-point, ho appena passato un blocco fatto di gomme e auto di epoca sovietica: la risposta è no. Col nostro driver ci viene proposto di filmare un rifugio sotto le case popolari, in direzione Lobanoska, periferia di Kiev. Scendiamo in cantina, sono quasi le sei di sera e assieme a noi uno dopo l’altro si stipano per passare la notte i residenti del quartiere, per lo più giovani e donne.

Non ce l’abbiamo coi russi, ma ci hanno invaso e noi resisteremo.

Putin dice che siamo lo stesso popolo? E allora perché ci bombarda?

Nessuno qui contempla la resa, tutti vogliono vivere liberi oppure morire combattendo.

Si è fatto tardi, tra poco saranno le 20: si deve tornare in hotel, coprifuoco. Sotto l’hotel sfrecciano enormi fuoristrada coi vetri oscurati e qualche blindato che prende posizione in città. La notte le sirene continuano a suonare, ma a essere presi di mira dagli attacchi sono i quartieri periferici.

La mattina dopo mi svegliano i vetri della mia stanza. Tremano, con ritmo metallico. Sotto la mia finestra sta passando un carro armato, di quelli con i cingoli e il cannone lungo 10 metri, da cui spunta la testa del carrista. Kiev venderà cara la pelle, ormai è chiaro.

Kiev è vuota ma allo stesso tempo piena. Di ragazzi armati, per lo più. Con la faccia stanca e la paura addosso. Vado di nuovo verso piazza Maidan, e stavolta col permesso dei militari riesco a filmare un po’ di cose. Ci sono un padre e una figlia che preparano sacchetti di sabbia per i check-point. Lui ballerino cubano che vive da 25 anni a Kiev: la figlia ha esattamente quella età. Isabella mi spiega quello che tutti gli ucraini mi dicono: combatteremo e vinceremo oppure moriremo, ma sotto i russi mai. Putin ha dichiarato guerra a un intero popolo, non solo alle forze armate.

La piazza è un fortino, blocchi di cemento e cavalli di Frisia rallentano il traffico, mentre le troupe televisive fanno i collegamenti col “fondale” militare. Per terra, spostandosi sulle strade periferiche, si vedono i resti dei missili coi circuiti in bella vista, i pali dalla luce e le schegge dei palazzi di fronte. C’è chi fa dirette tv, chi le stories su Instagram: è lo show dell’orrore.

Una coppia mi spiega che in una delle esplosioni di questi giorni ha perso tutto, hanno un figlio di 7 anni, non sanno come scappare da Kiev.

Nella città che si prepara a essere cinta d’assedio scarseggiano benzina e pane. Nei pochi negozi rimasti aperti con orari ridotti si trovano quasi solo cibi inscatolati, gli scaffali con gli alcolici sono stati sigillati con delle strisce di plastica gialle, il presidente Zelesky ne ha vietato la vendita (la legge marziale è anche questo: un Paese per difendersi deve rimanere lucido).

Chi sa sparare è autorizzato a farlo contro le truppe di Putin, chi non è capace aiuta in altro: c’è da cucinare per i militari, da prepara le reti mimetiche… Soprattutto, c’è da costruire il sentimento patriottico. Come nelle guerre del secolo scorso, sembra di essere tornati indietro nel tempo.

Le facce preoccupate di chi imbraccia le armi non le dimenticherò mai. Tutti sanno che se i russi sfonderanno, per la capitale sarà battaglia strada per strada. Coi tank davanti agli occhi e le bombe sopra le teste.

 

*Film-maker, inviato in Ucraina per la trasmissione tv “Piazzapulita”

Nuovi record per i prezzi dei carburanti alle stelle

Hai voglia a ripetere che gli assalti agli scaffali dei supermercati sono immotivati se poi l’unico messaggio che filtra è che che la maggior parte degli approvvigionamenti italiani di materie prime e prodotti alimentari arrivano da Russia e Ucraina. E fa una certa sensazione sapere che ora a lanciare l’allarme rincari è la Fao: “A seguito della guerra in Ucraina i prezzi dei beni alimentari a livello mondiale potrebbero aumentare fino al 20%”. Di certo, sugli scaffali a primeggiare è la psicosi collettiva che sta creando non pochi problemi in Sardegna, dove anche ieri sono stati presi d’assalto i supermercati. Stavolta le razzie si sono concentrate su pasta e farina, meno su olio e zucchero. La causa è sempre lo stesso messaggio vocale lanciato sui social nei giorni scorsi che annunciava un blocco totale delle merci a causa dello sciopero di due settimane degli autotrasportatori contro il caro carburante. Un blocco totale smentito non solo dalle grandi catene di distribuzione, ma anche dagli stessi camionisti, la cui protesta è stata fermata dalla Commissione di garanzia per lo sciopero per “mancato preavviso”.

Un po’ di confusione resta: la sigla sindacale Trasportounito ha comunque annunciato che questa mattina “70mila mezzi pesanti non accenderanno il motore”. Così come resta incerta la situazione dei pescatori. Dopo una settimana di sciopero, sempre per il caro gasolio, si sono divisi sul tornare in mare o restare in porto: oggi dovrebbero proseguire nella mobilitazione solo i pescatori sardi e molisani.

Intanto, i prezzi di carburanti ed energia continuano a salire e le conseguenze sono evidenti. I nuovi record nei listini rischiano di mettere in ginocchio anche il trasporto pubblico locale. E non va meglio agli automobilisti. Lo abbiamo raccontato quello che sta accadendo: c’è chi ha già smesso di prendere l’automobile, perché non si può permettere di pagare il doppio per un pieno, con verde e diesel che hanno raggiunto punte di 2,4 euro al litro. E i più, per accaparrarsi un rifornimento a prezzi inferiori, innescano file lunghe centinaia di metri presso i distributori più economici. Chi può va a fare il pieno oltreconfine.

Così la settimana riparte con la denuncia del ministro Roberto Cingolani: “Il mercato specula, gli aumenti sono una colossale truffa”. Dito puntato contro l’incasso per l’Erario di Iva e accise (oltre all’Iva al 22%, le tasse incidono del 55% sul prezzo della benzina e del 51% sul gasolio) e gli oneri e margini di distribuzione. Ma di fronte al rischio, sempre più incombente, di uno stop ai servizi e al sistema produttivo, sale il pressing dei partiti che, dal Pd alla Lega fino a Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle, sembrano mettere il governo alle strette per intervenire, senza aspettare la regia europea che fissi un tetto massimo al prezzo del gas. Ma se la sinistra continua a invocare azioni rapide e mirate contro le compagnie petrolifere, cioè la tassazione degli extra-profitti, il centrodestra chiede subito il taglio delle accise. Ma per sostenere le imprese occorrono anche nuove risorse. Ieri il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli si è aggiunto all’elenco dei ministri che chiedono nuovo deficit.

Sigonella, droni-spia e supporto alla nave nucleare americana

Sigonella, ore 11,40 di sabato mattina. Dalla base aerea decolla un “Northrop Grumman Rq-4b Global Hawk”, uno dei droni-spia della flotta della Nato in Sicilia dal 2013, scopo: nuova missione top secret di sorveglianza del territorio ucraino. Prima di tornare alla base il velivolo pilotato da remoto ha percorso i cieli del confine tra Ucraina e Romania e si è addentrato nel Mar Nero dalla costa bulgara fin quasi alla Georgia.

Nel corso della stessa giornata di sabato, mentre un corteo pacifista sfila per le strade di Niscemi a ottanta chilometri di distanza, a Sigonella atterrano anche due UsNavy Grumman C-2s, velivoli da trasporto preposti al supporto logistico: sono partiti dalla portaerei a propulsione nucleare Harry S. Truman Cvn 75, impegnata nel Mare Egeo, insieme con la “gemella” francese Charles de Gaulle, in un’operazione di contenimento della Voenno-morskoj flot, la Marina russa, in ottica di “deterrenza” in seguito all’invasione dell’Ucraina. Ieri alle 10 del mattino, invece, decolla da Pratica di Mare, Roma, un Atr-72 della Guardia di finanza, “missione sconosciuta”, per atterrare in Polonia, a Cracovia, alle 13,15.

Movimenti di guerra in piena regola con il territorio italiano, la Sicilia in particolar modo, utilizzato come piattaforma del conflitto da cui partono operazioni che difficilmente possono non essere definite parte delle ostilità in corso. Anche se il capo della Nato, Jens Stoltenberg, in un’intervista alla Welt am Sonntag, si impegna a scongiurare un’ulteriore estensione del conflitto dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche: “Siamo contrari alla no fly zone sull’Ucraina. Non cerchiamo alcuna guerra con la Russia: la no fly zone significa che le forze russe dovrebbero essere attaccate, il che comporterebbe uno scontro diretto e si rischierebbe un’escalation incontrollabile. La guerra va chiusa non ampliata”.

Che la mobilitazione di guerra italiana sia, però, effettivamente in atto, in spregio all’articolo 11 della Costituzione repubblicana (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) oltre alle azioni sempre più frequenti che partono dall’Italia, soprattutto da Sigonella, è testimoniato anche dall’incredibile patto militare firmato dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini una settimana fa con il suo omologo dell’Ungheria xenofoba, omofoba e illiberale, il generale Tibor Benkö. Patto che prevede, parole di Guerini, “interoperabilità tra le nostre forze armate anche sul piano dell’addestramento in ambito terrestre, aereo e nel dominio cyber, nonché nella collaborazione industriale. Attraverso la condotta di esercitazioni congiunte qui in Ungheria: si tratta chiaramente di un importante contributo alla deterrenza sul fianco est”. Alla notizia del patto Guerini-Benkö, passata inosservata per diversi giorni, il Fatto ha dedicato una pagina sabato scorso. Dall’agone politico, Partito democratico in testa ma non solo, per cui fino a poco tempo fa il regime di Viktor Orbán era quanto di peggio e impresentabile ci fosse in Europa, non si è registrata nessuna reazione. E anche questo la dice lunga sui “tempi di guerra” che stiamo vivendo. D’altra parte solo pochi giorni fa l’Italia con l’elmetto, e i quattrini, ha partecipato a una fiera internazionale di armi da guerra a Riad, capitale di un altro paese non molto noto per essere una democrazia come l’Arabia saudita, addirittura 81 esecuzioni di condanne a morte in sole 24 ore sabato: per rappresentare il governo dei “migliori” presente il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè (Forza Italia) che ha potuto passeggiare nei quattro stand dell’azienda Leonardo tra carri armati, elicotteri militari, caccia bombardieri, droni spia e pistole firmate Beretta. Il meglio del meglio di un paese di guerra.

Qualche spiraglio dai negoziati e il primo fotoreporter ucciso

Tra Russia e Ucraina c’è aria di negoziati, a giudicare dai dispacci che giungono da Turchia e Israele, paesi i cui leader si sono autocandidati alla mediazione. Ma quel che accade sul terreno non corrobora i barlumi di ottimismo: raid, bombardamenti, vittime, profughi, devastazioni, sofferenze. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, citato dalla Tass, dice che “le posizioni si sono avvicinate” e che “serie conversazioni” fra le due parti vanno avanti, in attesa che, forse già oggi, riprendano le trattative sui cessate-il-fuoco locali finalizzate all’apertura di corridoi umanitari. È il Cremlino, in serata a confermare il quarto round di negoziati diretti, ancora una volta virtuali. Cavusoglu parla dal forum di Antalya dove giovedì si erano incontrati, senza fare progressi, i capi delle diplomazie russa e ucraina Serguiei Lavrov e Dmytro Kuleba. E il sindaco di Gerusalemme Moshé Lion twitta “Benvenuti! Siamo pronti”, chiosando la richiesta, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe fatto al premier israeliano Naftali Bennett, di ospitare proprio a Gerusalemme il tavolo negoziale con il presidente russo Vladimir Putin. Turchia e Israele sono citati come possibili mediatori dal negoziatore ucraino Mykhailo Podolyak. Si muovono anche le diplomazie di Usa e Cina: oggi, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa Jake Sullivan incontrerà il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Yang Jiechi a Roma. Per la Casa Bianca, che l’annuncia, il colloquio verterà sulla guerra tra Russia e Ucraina e sull’atteggiamento di Pechino, che non avalla l’invasione ma è sensibile ai timori di sicurezza russi. Sullivan, ieri, ha messo in guardia Pechino: ogni mossa per offrire un’àncora di salvezza alla Russia o aiutarla a evadere le sanzioni occidentali avrà conseguenze.

Se il fronte negoziale è in fermento, le cronache del conflitto sono sanguinose, ma non si ha notizia di movimenti di truppe significativi. All’alba di ieri, missili russi hanno colpito una base militare d’addestramento ucraina a Javoriv, a metà strada fra Leopoli e il confine con la Polonia, da cui dista 25 km, uccidendo almeno 35 persone e ferendone decine e – scrivono all’unisono Washington Post e New York Times – “portando la guerra più vicina alla soglia della Nato” e a quella frontiera polacca dove gli Stati Uniti hanno inviato migliaia di soldati a consolidare le linee di difesa dell’Alleanza. Fra le vittime volontari olandesi arruolatisi per combattere con gli ucraini. Il confine ucraino-polacco è uno snodo cruciale di questa guerra, con un flusso di rifugiati continuo in uscita dall’Ucraina e, in ingresso, carichi di beni di prima necessità, ma anche di armi. Nato, Usa e Polonia tornano a mettere in guardia la Russia dall’eventuale uso di armi chimiche.

C’è la prima vittima fra i giornalisti in prima linea: Brent Renaud, 50 anni, video-reporter, è stato ucciso mentre documentava l’esodo dei civili da Irpin, un sobborgo di Kiev, dove ci sono stati bombardamenti intensi. Feriti altri due giornalisti.

Secondo Zelensky, le forze russe hanno avviato “una nuova fase di terrore”, bombardando aree densamente abitate. A Mykolaiv, nel sud dell’Ucraina, un raid russo ha fatto almeno due morti e due feriti. Attacchi su città nell’Ovest dell’Ucraina acuiscono il senso d’insicurezza. Un altro sindaco, dopo quelli di Melitopol, sarebbe stato sequestrato. E alla periferia di Kiev sarebbero in atto scontri strada per strada. A Kherson, c’è fermento contro l’idea russa d’un referendum popolare per avallare una secessione. Dall’inizio della guerra, l’Oms documenta 31 attacchi a strutture sanitarie, con 12 vittime e decine di feriti. Secondo l’Unhcr, sono almeno 596 i civili vittime del conflitto in Ucraina, 43 i bambini. A fronte di proteste un po’ ovunque nel mondo contro la guerra, imponente la manifestazione di Berlino, oltre 800 persone sono arrestate ieri in 37 città russe mentre contestavano l’invasione dell’Ucraina.

Ma mi faccia il piacere

Scemi di guerra. “Piazza contro piazza, ‘cara Nato’ contro ‘cara Mosca’, la Bad Godesberg di Enrico Letta e del suo Pd contro la Cgil e l’Anpi ridotte a campo profughi dell’ideologia”. “L’inglese è la lingua della democrazia”. “Gli irriducibili che a San Giovanni, parlando la lingua morta dell’antiamericanismo, avevano manifestato per disarmare Zelensky”. “La piazza di Firenze è stata… il prologo della scelta definitivamente occidentale che la sinistra italiana insegue da 50 anni”. “Per la prima volta l’Europa è diventata una bandiera di piazza”. “La gloriosa Cgil ridotta a una Stalingrado del ‘come eravamo di sinistra’. Solo così si spiega che la Brigata Wagner, i mercenari scelti che Putin ha inviato a dare la caccia a Zelensky, piaccia in Italia, oltre che alle solite macchiette sopravvissute del vaffa, anche a quel gruppetto di professori… Luciano Canfora e Carlo Rovelli, nostalgici della Brigata Proust, che… si accontentano di Putin” (Francesco Merlo, Repubblica, 13.3). Votate la frase più scema, se ci riuscite: io le premierei tutte, ex aequo.

Pussy Riot. “La censura imposta a media e social fa sì che la disinformazione sia… la verità” (Gianni Riotta, Repubblica, 7.3). Ora però non esageriamo con le critiche all’Occidente.

Alexsandr Sallustov. “Perché fu un errore rompere con lo Zar” (Alessandro Sallusti, Libero, 23.2). “Gli utili idioti di Putin. Come ai tempi del terrorismo, la sinistra politica e sindacale ci mette un po’ a scegliere da che parte stare della storia. Allora era ‘né con le Br né con lo Stato’, oggi è ‘né con Putin né con la Nato’” (Sallusti, Libero, 6.3). Quindi Sallusti è di sinistra.

Sturmtruppen. “Meno fiori nei nostri cannoni”, “Mettere Putin alla canna del gas”, “Serve più energia contro Putin” (prime pagine del Foglio, 8, 9 e 11.3). Mo’ me lo segno.

Lavoratoriiiii! “Ci serve l’‘ora et labora’” (Matteo Salvini, segretario Lega, Giornale, 8.3). Ogni tanto un’esperienza del tutto inedita ci vuole.

Sinceri democratici. “Un Paese in cui parla Marcello Foa e viene censurato Dostoevskij” (Marco Damilano, direttore uscente Espresso, 6.3). Giusto, tappiamo la bocca anche a Marcello Foa.

Google Maps. “Accogliere una donna africana che scappa dall’Ucraina? Bisogna vedere se scappa veramente dall’Ucraina. Non è facile stabilirlo, se no diventa un viatico per tutti quelli che scappano dall’Africa” (Susanna Ceccardi, eurodeputata Lega, SkyTg24, 4.3). Furbi, loro: fanno il giro largo.

Affinità elettive. “Berlusconi mi teorizzò una volta il perché dell’amicizia con Putin, che poi diventò personale. Così come con Erdogan e Gheddafi: proprio perché Berlusconi li considera dei ‘pericolosi farabutti’ – queste sono parole mie – la prima cosa che devi fare è cercare di renderli amici” (Alessandro Sallusti, Ottoemezzo, La7, 26.2). E poi tra colleghi ci si intende.

Lottatori continui. “La resistenza armata è etica” (Luigi Manconi, Repubblica, 9.3). Ne sa qualcosa il commissario Luigi Calabresi.

La Nato non esiste. “Non c’è stato alcun gesto negli ultimi anni che possa essere considerato una minaccia dei nuovi Paesi entrati nella Nato nei confronti della Russia” (Luciano Fontana, direttore Corriere della sera, 7.3). Nato? Quale Nato?

Le belle famiglie. “Vedi a cosa servono i social? A scoprire che tua figlia è diretta al confine ucraino” (Carlo Calenda, leader Azione, eurodeputato Pd, Twitter, 11.3). Quindi c’è qualcosa di peggio della guerra.

Slurp. “Draghi è stato criticato… per il suo ruolo dimesso, per non dire inesistente, nei negoziati sull’Ucraina, cosa che non quadra con la leggendaria reputazione dell’uomo che ha salvato l’euro con tre parole, un raro esemplare di statista italiano capace di far calare il silenzio quando prende la parola nei consessi internazionali… C’è però un’altra spiegazione per quella che qualcuno vede come una colpevole remissività del premier: Draghi è un realista. Questa visione… che solitamente si fa risalire a Tucidide… potrebbe far rileggere le sue mosse felpate sotto la luce della saggezza realista” (Mattia Ferraresi, Domani, 11.3). Ecco perché è sparito: perché Tucidide è morto.

Regressione all’infanzia. “Il ministro Bianchi salta la fila nell’ospedale pediatrico Bambin Gesù” (Verità, 10.3). Che tenero, ha perso il primo dentino da latte.

Wilma, la clava! “Ma, mi domando, i vecchi agit-prop No Vax e i nuovi No War sono proprio le stesse persone, ammesso che siano persone?” (Concita De Gregorio, Repubblica, 12.3). Ma no, dài, è chiaro che sono le stesse bestie.

Il titolo della settimana/1. “Draghi: non siamo fessi” (Libero, 123). Ah no?

Il titolo della settimana/2. “Giudici che non sanno dire qual è la colpa di Moretti nella strage di Viareggio” (Domani, 9.3). E pensare che è semplice: i 32 morti si suicidarono bruciandosi vivi.

Il titolo della settimana/3. “Londra, quartiere di Kensington. La bella vita di Polina, figliastra di Lavrov. ‘Requisitele la casa’” (Repubblica, 12.3). Per riaffermare i valori della liberaldemocrazia.

Kasia Smutniak indossa ancora i panni “romani” di Livia Drusilla

 

 

Il contrastato rapporto tra Francis Ford Coppola e il produttore Bob Evans durante la lavorazione de Il padrino sarà al centro del prossimo film di Barry Levinson Francis and the Godfather con Oscar Isaac nel ruolo del regista e Jake Gyllenhaal in quello del produttore affiancati da Elizabeth Moss nella parte della moglie di Coppola, Eleanor, e da Elle Fanning in quella della moglie di Evans, l’attrice Ali Mac Graw.

 

Kasia Smutniak tornerà a interpretare il ruolo di Livia Drusilla (terza moglie di Gaio Ottaviano, meglio noto come Cesare Augusto) nella seconda stagione della serie Sky Domina realizzata a Cinecittà da Tiger Aspect Productions con il network americano Epix. Nelle nuove otto puntate Livia, erede della famiglia dei Claudii, a capo di un impero frammentato dovrà lottare per preservare il suo matrimonio con Gaio e sarà sempre più determinata a fare in modo che a sedersi sul trono sia uno dei suoi figli mentre nuovi e antichi rivali ambiscono agli stessi onori. Nel cast internazionale spiccano Matthew McNulty (Gaio/Augusto), Claire Forlani (la sorella di Gaio, Ottavi), e Christine Bottomley (Scribonia, seconda moglie di Gaio e nemica mortale di Livia).

 

Edoardo Pesce gira a Fiumicino Julio Cesar, un film di Enrico Maria Artale prodotto da Ascent Film e Young Films in cui ha la parte del quarantenne Julio che vive con sua madre (Margarita Rosa De Francisco) fin da quando era stata costretta a lasciare la Colombia da giovane mentre era incinta: una donna forte con cui Julio ha un rapporto complesso, profondo e morboso che lo porta a condividere con lei sia il mestiere di corriere della droga sia la passione per i balli latinoamericani. Il loro legame verrà stravolto dall’arrivo di Inés, una giovane colombiana a sua volta coinvolta nel traffico di stupefacenti.

“Mamma Iole, il ‘Cane’, la guerra e i suoi brani: così canto e recito il genio di Lucio Dalla”

È un applauso interminabile, che oggi commuove e spaventa, quello che conforta Ron dopo l’esecuzione di Futura. Perché ora più che mai si riscopre il Lucio Dalla cronista del suo tempo e profeta del nostro presente. I russi, gli americani, la guerra fredda e la speranza che il concepimento di una nuova generazione aprisse varchi nei muri verso un’epoca di pace. La trepidazione sentimentale – erotica – che era nel capolavoro di Dalla, tra illusioni e straziante attualità. Subito prima, nella scaletta del tour 2019 in cui Ron esplorava il repertorio dell’amico, ecco Henna, il pezzo che, sosteneva l’autore, gli fosse stato ispirato in barca alle Tremiti, sentendo il rombo degli aerei che andavano a bombardare nei Balcani. Qui, nello show-documento (ancora oggi visibile gratuitamente su Itsart) è la voce registrata di Lucio a raccontarci di come, in quel frangente, volesse scrivere di un soldato che si ribella agli ordini di morte del generale. Henna, dove si insegna che il dolore ci cambierà ma l’amore ci salverà. Allo stesso modo, in Se io fossi un angelo risplende quella frase da brividi: “e se non mi abbattono anche coi russi parlerei”.

Il film-concerto, scritto da Ron con Vincenzo Incenzo e prodotto da Maurizio Parafioriti, è più di un toccante tributo per il decennale della scomparsa del cantautore bolognese. “Era la prima volta che cantavo Lucio e non è stato facile, ma appena mi sono buttato davanti a tutti, mi è sembrato di farlo da sempre”, ci ha detto Rosalino, testimone privilegiato della leggenda dalliana: che è intrisa di vaticini sulla storia, ma anche di grazia poetica e di burlesco understatement. Tra un brano e l’altro Ron sciorina gustosi aneddoti: sull’ingombrante mamma Iole che al bambinetto impone delle iniezioni che dovrebbero aumentarne la statura, con il risultato di fargli spuntare peli in tutto il corpo; o sulla zia petulante che chiede al nipotino cosa vuole fare da grande e Lucio le risponde, fulminante: “Il cane!”. Ancora, la sottolineatura di Ron sull’apprensione di Dalla prima di esibirsi dal vivo o in tv, pur mantenendo, come cifra esistenziale, quella leggerezza riconfermata anche da quei suoi pensieri-testamento che a un certo punto occupano il maxischermo: “Bisogna giocare per essere liberi, bisogna sparire per rinascere di nuovo”. Ma Lucio non sparisce mai, impossibile relegarlo in un cantone della memoria: ne è prova la sobria, pudica, a tratti sommessa reinterpretazione del catalogo da parte di Ron: che quando si sente troppo solo sul palco chiama amici (spunta Biagio Antonacci in Chissà se lo sai) o evoca direttamente il mentore per un duetto virtuale in Piazza Grande. E pare di far tana a Lucio tra i suoi barboni, gli ultimi, i diseredati, a farci marameo dietro un portico, tra gli angoli del tempo che fila via.

Torna B. Traven, scrittore del “mistero” e del popolo

A 140 anni da una delle sue date presunte di nascita, il 1882, B. Traven, l’autore di romanzi memorabili come La nave morta e Il tesoro della Sierra Madre, continua a essere l’uomo e lo scrittore dai tanti volti. Anarchico, cantore degli indios messicani e delle loro rivolte per la Tierra y libertad”, morì – l’unico fatto certo – nel marzo del 1969 a Città del Messico. Il resto è leggenda, fantasia, maschera.

Chi si nascose sotto lo pseudonimo di Traven? Tante identità; uno, nessuno e centomila. Si parlò persino di un redivivo Jack London, mai suicidatosi e fuggito in Messico, e del poeta Arthur Cravan, scomparso nel Golfo del Messico nel 1918.

Come Guido Barroero ha documentato nel suo Ret Marut-B. Traven. Dalla rivoluzione tedesca al Messico in fiamme (Annexia Edizioni, 2006), una delle ipotesi più verosimili lo accredita nativo della Prussia nel 1882, e forse figlio illegittimo di Leopoldo Ferdinando, rampollo del kaiser Guglielmo II, e della cantante finlandese Laura Bjornson. Battezzato con il cognome di Faige, in seguito si fece chiamare Ret Marut e prese parte alla rivoluzione spartachista in Baviera nel 1918-1919, dando vita a un giornale rivoluzionario, Der Ziegelbrenner. Dopo essere scampato al plotone di esecuzione, raggiunse il Messico.

Pubblicati in Italia, negli anni Cinquanta e Sessanta, da Longanesi, i romanzi di Traven ritornano dopo una lunga assenza, e con nuove traduzioni, grazie alla WoM (acronimo di Word of Mouth) Edizioni. Il primo titolo è La rivolta degli appesi (pagg. 256, euro 20), tradotto da Debora Barattin. Il libro, uscito nel 1936, fa parte del cosiddetto “Ciclo della Caoba” (l’albero di mogano). Ambientato nel Messico dei primi anni del Novecento, il romanzo di Traven, come nota Barroero, “è il libro dello sfruttamento e della ribellione” degli indios, che prendono coscienza e si battono contro i padroni delle piantagioni di mogano e i loro sorveglianti-aguzzini.

Il tema della lotta di classe, della rivoluzione, dello sfruttamento capitalistico dell’uomo, delle pratiche libertarie, del resto, al di là dell’identità anagrafica dello scrittore scandiscono da sempre il suo cammino: fin dai tempi di Monaco, quando scriveva sul suo periodico anarchico Der Ziegelbrenner (ovvero Il fonditore di mattoni).

Ora, meritoriamente, WoM Edizioni ripropone Traven, lo scrittore che John Huston contribuì a rendere ancora più popolare con il suo film Il tesoro della Sierra Madre, del 1948, interpretato magistralmente da Humphrey Bogart, Walter Huston e Tim Holt.

Io non mi do mai scampo

La sua immagine-profilo di WhatsApp è un mero argine all’io esposto, alle facili suggestioni dell’ego: in primo piano, c’è solo il suo cane (“è vero, è così. Meglio stare attenti”).

E Vanessa Scalera è una donna attenta, da non tradurre per forza in “prudente”; lei è una neo rappresentante di un realismo non tragico, attenta a planare su possibili convenzioni legate alla sua professione, a sfuggire alla retorica dell’attore esistenzialista, necessariamente sofferente e tormentato (“non posso raccontarle di una famiglia ostile, altri drammi. O di sofferenze. È un male?”). Così non è un cruccio neanche l’essere arrivata “over” al successo popolare e grazie al ruolo di Imma Tataranni nell’omonima serie, quindi il clamore, i riflettori, il riconoscimento della critica e altre amenità.

Ora è nell’ultima commedia di Riccardo Milani, Corro da te, remake del francese Tutti in piedi, con Pierfrancesco Favino e Miriam Leone protagonisti; una commedia tonda, ben costruita, con i soliti modi garbati, intelligenti e strutturati di Milani (“Ed è strano, ma per il mio ruolo questa volta non mi hanno imbruttito”).

La imbruttiscono sempre.

(Ride) Lo sa che è vero.

Come mai?

E che ne so? Però questo aspetto mi diverte; (ci pensa) forse perché non interpreto personaggi borghesi.

La inquadrano con tratti popolari.

E che c’è di male? Basta non diventi un limite (la interrompono, è in teatro, sta provando lo spettacolo ‘Ovvi destini’”).

È pronta?

Macché, sono tre anni che manco dal palco.

Per molti colleghi il ritorno è stato come un battesimo e si sono commossi?

Io piangerò all’ultima battuta se sarò in grado di arrivarci.

Esagerata.

Vuole sapere se ho l’ansia da debutto? Non solo da debutto, quella sensazione resta alla seconda, alla terza e fino alla fine delle repliche; (pausa) poi la tournée arriva in Puglia, la mia regione.

Scaramanzie?

No.

Riti?

No, per carità (si rilassa e un po’ di salentino esce fuori).

Perché attrice?

Impossibile diventare altro, fa parte del mio Dna e senza alle spalle storie fantastiche o epiche, della serie: sono andata a teatro e mi sono illuminata; (pausa) da bambina ho solo deciso che era la mia passione, il modo per esprimermi e da quando sono alle elementari.

Cosa soddisfaceva?

Il mio ego: lì c’è un piacere enorme nel mostrarsi, così come al cinema.

Differenza.

Il teatro è un tuffo dal trampolino con qualcuno che ti assesta un pugno alle spalle; il cinema è una lunga, lunghissima vasca a nuoto dove puoi migliorare i tuoi tempi.

L’ego viene soddisfatto più dal cinema o dal teatro?

(Pausa lunghissima) Gli applausi del teatro sono una botta diretta; nel cinema ti guardi e giudichi.

Si giudica, quindi.

Tantissimo e in tutto.

Severa.

Sempre. Non mi do scampo.

È arrivata al successo tardi.

(Sorride) Almeno ci sono; (cambia tono) come accade a tantissimi attori il mio è un percorso tragicomico, segnato da periodi di lavoro e mesi di silenzio dove era obbligatorio reinventarsi la quotidianità. Non è scontato…

Cosa?

È più complicato per le donne rispetto agli uomini: tra gli uomini ci sono casi di successo tardivo, e penso a Tommaso Ragno o Giorgio Colangeli, mentre con noi i quarant’anni sono delle colonne invalicabili.

Ha mai pensato di rinunciare?

No, però non mi sono mai posta l’obiettivo di diventare famosa, ma solo quello di lavorare su progetti adeguati, che mi piacevano, per questo spesso ho rifiutato proposte, magari poche pose giusto per battere cassa; (ci pensa) comunque non parliamo di proposte fantastiche, quando ero ragazza erano altri tempi.

Traduzione?

A fine anni Novanta la situazione attoriale italiana era omologata, preda di un ventennio politico-culturale, e sappiamo che tipo di televisione ci hanno propinato e quali attori hanno coinvolto; se fossi stata ragazza oggi avrei avuto più possibilità.

Allora come si reinventava?

Come molti miei compagni di disavventura teatrale alternavo il palco al ruolo di cameriera, oppure commessa di bigiotteria.

Le pesava l’atteggiamento degli avventori verso di lei?

Mi pesava il tipo di lavoro, poi guardavo i clienti e dentro di me qualche vaffanculo verso di loro partiva.

Il suo arrivo a Roma.

Anno 1996, c’erano ancora le cabine telefoniche e mia madre prima di partire che mi regala un cellulare “non si sa mai”. Se ripenso a quel periodo vedo tutto in bianco e nero, sembra passato mezzo secolo con me assetata di ogni sfumatura del quotidiano.

Mentalmente era estate o inverno?

Ero giovane, quindi estate; (sorride) però non ero ingenua, magari gli altri potevano pensarlo per via del mio spiccato accento salentino: per pronunciare “sole” con la “o” chiusa ho impiegato mesi.

L’immagine del cane su WhatsApp…

Una forma di difesa, di timidezza, quando ogni tanto vorrei esplodere e mostrarmi, provarci, anche perché mancano pochi anni.

Una scena alla Luisa Ranieri per Sorrentino la accetterebbe?

E mica ho quel corpo là, come si dice a Roma sono più una scrocchiazzeppi (tradotto: molto magra); se avessi le forme di Luisa, certo. Ma a essere come lei.

Non si butti giù.

(Ride) Io gioco un altro campionato.

All’improvviso popolare.

A volte mi estraneo e penso: guarda cosa è accaduto; (pausa) il pubblico mi ferma e percepisco una forma di amore; (e subito relativizza) oh, mica mi riconoscono in tanti.

La percezione che hanno di lei sarà mutata.

Dopo il personaggio di Imma, donna bella tosta, sono iniziate ad arrivarmi le domande più strane, su argomenti che non padroneggiavo perfettamente.

Vuol dire?

Questioni poste come fossi una politologa o un politico; volevano conoscere tutto di me, anche il pensiero, e questo all’inizio mi ha sballottolato.

Da ragazza si occupava di politica?

Frequentavo la sezione del Partito comunista, luogo di incontro fondamentale per il mio paesino (Mesagne), dove si discuteva tra una birra e una sigaretta; (ride) alla fine uscivi ubriaco e convinto di aver capito tutto di politica e dalla parte giusta.

Il film: com’è andata con Favino?

Andiamo oltre al talento, già chiaro; la sua caratteristica, rara, è quella di una spiccata educazione mista al giusto stupore: per darmi le battute si è pure nascosto dietro un vaso, accucciato a terra, quando chiunque altro avrebbe delegato all’aiuto regista; sì, mi ha stupito la sua passione e serietà, oltre alla simpatia.

Un cinepanettone lo girerebbe.

(Immediata) No. (Ci pensa). No.

È chiaro.

Si può ridere anche senza cinepanettone: Corro da te l’ho visto in sala e Favino mi ha fatto uscire le lacrime; (Ci pensa) Milani rideva sul set davanti al combo (lo schermo piccolo per rivedere le riprese).

Milani non mette ansia.

No, però è uno serio.

Ha girato con Moretti. Lui dà ansia.

All’inizio pensavo ‘oddio’ ma solo perché è Moretti, per la sua storia artistica; poi, a parte i tanti ciak che pretende, tutto va riportato a uno stato di normalità umana.

E Marco Tullio Giordana?

Un omone, esperienza meravigliosa, come con Bellocchio; me stanno proprio simpatici e poi con loro c’è un’affinità socio-politica

Cosa le hanno insegnato?

Di non avere l’ossessione di aver chiaro tutto, di non rispondere a ogni perché del personaggio e della storia per lasciare spazio all’improvvisazione.

C’è una differenza generazionale tra Bellocchio e Giordana con Milani.

No, sono tutti e tre persone molto pacate che quando s’incazzano sono dolori; con Marco Tullio e Marco sul set c’era un silenzio reale, una liturgia antica.

A casa sua cosa pensano della carriera?

Ne parlo poco, forse sempre per colpa di quell’ego messo da parte.

E quando torna al paese?

Mi conoscono tutti e da sempre, quindi sono sempre io, al massimo mi chiedono una foto quando vado a comprare il pane, ma non andiamo oltre.

Primo spettacolo teatrale.

(Sorride) Con Johnny Dorelli: dovevo cantare un brano con lui, ma ero talmente stonata da venir sistematicamente tagliata: “Vanessa, accennala solamente, poi parto io”.

Ci restava male?

No! Assolutamente; poi ero felice perché con lui sono partita in tournée per un anno ed è stata una sorta di Erasmus: ho girato l’Italia del Nord, l’ho scoperta, e per la prima volta ho visto la nebbia o la neve. Oltre Roma non ero quasi mai andata.

Cosa la fa indignare?

La mancanza di senso civico, di educazione, il menefreghismo.

E l’attore cane?

Al massimo mi fa tenerezza, gli vorrei suggerire di cambiare mestiere, ma chi sono io per farlo? (Sorride) Tanto c’è la selezione naturale.

È competitiva?

Certo, e per questo voglio recitare con attori bravi, perché diventa una gara e mi esalto.

Un reality?

(D’istinto, urla) No! Sono un’attrice, non una soubrette.

Si rivede sullo schermo?

C’è chi non lo fa?

Dicono.

Mi sembra impossibile.

Perché?

(Alza di un tono la voce) Ma come, passo uno o due mesi a preparare un personaggio, lo porto in scena, e poi non lo vedo? Non ci credo. Uno deve verificare, poi bearsi o meno della propria arte; (pausa) Secondo lei De Niro non si è mai rivisto?

Lei è un’artista.

(Decisa) Sì.

Quando vincerà un David?

(Ride) Ora ci sono le votazioni.

Facciamo un appello.

No, per carità. Ma se arriva me lo bacio tutto.

È pronta con il discorso?

No, parlerò di questa intervista, dirò che mi ha portato bene.

Primo ringraziamento.

(Ride) Al Fatto.

E poi?

Alla famiglia, ai registi, agli agenti, agli affetti e a me.

Lei chi è?

Non rispondo. La prego. Ancora devo completare il puzzle della mia vita.

@A_Ferrucci