“L’impostore” di Piperno tra i borghesi snob di Roma

Non mi era mai capitato di leggere una feroce autostroncatura buttata lì dall’autore nelle ultime pagine del suo stesso romanzo, peraltro godurioso e di scrittura magistrale. Conoscevo lo snobismo di Alessandro Piperno, ne condivido la passione smodata per il maestro della letteratura ebraico-americana Saul Bellow – che dalla propria vena autodenigratoria ha estratto dei capolavori – ma non pensavo arrivasse al punto di metter giù nero su bianco il suo punto debole di impostore reo confesso.

Lo fa dire, in un dialogo masochistico, alla donna che ha amato tutta la vita, quando lei finalmente emette il suo giudizio sull’opera del protagonista, scrittore affermato oltreché io narrante del libro:

“Troppe parole forbite, ragazzo mio, e non abbastanza verità”.

Segue un veloce dialogo confermativo.

“Cacchio, che botta”.

“È quello che penso”.

“Allora siamo in due”.

“Per non dire dell’autocommiserazione”.

“Quella non manca mai. Il piatto forte della casa”.

In effetti, per darsi un tono davanti ai compagni di scuola, il protagonista, rimasto orfano di madre e alle prese con un padre disgraziato, a un certo punto era riuscito perfino a inventarsi la panzana di due nonni deportati e uccisi dai nazisti.

Cosa non si fa per apparire più ebreo di quanto si è. Del resto è il tema intorno a cui, prima di questo Di chi è la colpa (Mondadori) ruotavano anche i precedenti libri di Piperno, tutti ambientati nel microcosmo della borghesia ebraica romana.

Ho divorato il romanzo nei giorni del sequestro del piccolo Eitan Biran. Beh, mi auguro che non giunga sotto gli occhi del suo fanatico nonno, giunto a sottrarlo con la forza alla famiglia affidataria pur di farlo crescere in Israele. Ci troverebbe argomenti pretestuosi per sostenere che è impossibile restare buoni ebrei in Italia. Scherzo su una vicenda tragica, e forse non dovrei, ma del resto sono tragiche anche le vicende narrate da Piperno, per quanto condite dal suo humour. Il ritratto dello zio Gianni Sacerdoti che si prende in carico l’orfano è imbarazzante nella sua veridicità, col giudaismo ridotto a “coccarda da esibire in società, un brand, un simbolo di distinzione intellettuale e di rigore morale”. Riuscirà a trasmetterlo al nipote: “Da bravo pappagallo sapevo fare un’imitazione impeccabile del giovane ebreo sprezzante e altolocato”. Che poi, naturalmente, va in crisi, fino a scagliarsi contro la memoria della madre: “Per te, per voialtri, non esiste altro: quattrini e conoscenza, in quest’ordine preciso”. Materia incandescente, roba che piace da sempre agli antisemiti.

Lungi da me incolpare Piperno per questo suo addentrarsi nell’ambiguo intrico delle identità manipolate. Chi, se non uno scrittore provetto, dovrebbe cimentarvisi?

Sdrucciolevole è la ricerca di sé nei conflitti familiari, nel mistero di una storia incombente ma rimossa, nel confronto fra indigenza e abbondanza, nelle meschinità che condizionano la ricerca di status.

L’impostore erudito e spiritoso riuscirà a nascondersi dietro alle parole forbite senza raggiungere né verità né felicità.

“Noi dispersi in Svizzera. Gli schiaffoni di mamma. E il rumore degli alluci…”

Che poi il caso diventa solo una scusa, una parabola della mediocrità. Non si è geni a caso. Artisti a caso. Uomini a caso. Cittadini a caso.

Dario Fo non è casualità. È stratificazione e sintesi di una piramide di storie. “Per comprendere la sua arte ho rivisto a rallentatore, fotogramma per fotogramma, gli spettacoli. E lì ho capito. Ho capito che sul palco, solo lì, apriva la sua cassaforte delle emozioni, del dolore, dei traumi, della follia, della guerra. E diventava un mistero”.

Chi parla è Jacopo Fo, 66 anni, testimone consapevole di un mondo. Il suo mondo. Che per molti è anche parte di un mondo collettivo. Non utilizza parole a caso, concetti vacui, non si nasconde dietro la retorica, dietro la poesia forzata; non si cela dietro la banale consapevolezza di essere figlio ed erede di una magia umana e artistica, di un sodalizio naturale, dove Dario Fo e Franca Rame andrebbero pronunciati senza pausa. E il tredici ottobre sono cinque anni dalla morte del padre.

Passati cinque anni, la prima immagine.

Gli ultimi giorni in ospedale: scioccanti; (pausa) ha affrontato la morte in maniera consapevole ma fingendo di niente: voleva dipingere le pareti della stanza per materializzare le allucinazioni che viveva a causa delle medicine.

Artista fino all’ultimo…

Non voglio mitizzare quella situazione, perché era spaventato; con un nostro amico, Doriano Cranco, si era sfogato: “Sto lottando come un leone”, mentre con me si comportava senza tentennamenti, mi parlava di progetti, di idee, di spettacoli da realizzare negli anni successivi; (cambia tono) è stato un bel modo per affrontare gli ultimi giorni, perché lui, al di là dell’ictus del ‘97, è sempre stato bene; anche dall’ictus uscì dipingendo otto ore al giorno, eppure riusciva a vedere solo una striscia verticale di un centimetro: l’attività del cervello per curare il cervello.

Quando pensa maggiormente a suo padre?

In questo periodo sto realizzando la regia di un’operetta, La serva padrona, e ho il problema dei costumi da invecchiare; (sorride) era il 1963 e mia zia costumista si presenta con tutti i vestiti della corte del Re di Spagna. Vestiti perfetti, bellissimi, di tessuti pregiati. Mio padre li stende a terra e inizia a sporcarli con spray di vari colori. Io piangevo, credevo fosse impazzito, in realtà li stava rendendo adatti al teatro, altrimenti con le luci sparate sarebbero sembrati finti perché lucidi.

Nel libro ricorda che una delle regole di suo padre era di non mollare mai. E lei aggiunge: “Non mollare può diventare l’anticamera del martirio”.

Per questo ho dovuto consultare uno psichiatra bravissimo, proprio per capire cosa mi scatta nella testa. “Dottore, non posso smettere di fare quello che sto facendo, qualunque cosa succeda”. E lui: “Perché, se ti fermi cosa accade?” Dopo la domanda sono andato in crisi, nella mia mente non esisteva quel quadratino, non esisteva il diritto di buttarmi in terra e piangere. Da questo punto di vista la mia famiglia era disumana.

Anche sua madre?

Lei urlava, piangeva, emetteva emozioni, però all’atto pratico era un carro armato, non in grado di deviare dalle sue azioni; azioni gestite in chiave fisiologica, quasi animalesca.

Mentre suo padre.

Uguale ma senza piangere e senza urlare.

Mai?

Ricordo mamma dopo il rapimento: era in casa, distrutta, piena di bruciature, sangue, tagli. Qualcosa di incredibile. Eppure non volle andare in ospedale. (pausa lunga) È toccato a me medicarla. Io e lei. Soli. Quando finalmente è riuscita ad addormentarsi, sono tornato in salotto e ho trovato una decina di amici, seduti dappertutto, l’appartamento era piccolo, e mio padre in piedi. Immobile. In silenzio. Per questo mi sono avvicinato e l’ho abbracciato, quasi con rabbia, come per spronarlo a parlare. A chiedermi qualcosa.

Invece?

Niente. Col senno di poi sono certo che ha passato delle notti allucinanti. Ma restava impassibile. (Pausa) C’è un architrave nella cultura delle mie due famiglie.

Cosa intende?

Da una parte proveniamo da marionettisti, dei paria, quelli che oggi potremmo definire degli zingari. Ed erano i miei bisnonni da parte di mamma; fino a quando arriva mia nonna, figlia di un ingegnere; nonostante lo scandalo e l’opposizione dei suoi, decide di sposare uno zingaro. Lei era bellissima, religiosa, precisa, maestra elementare, una donna di ferro in grado di organizzare una famiglia di gitani.

Un esempio.

Con lei era vietato accamparsi: a ogni tappa della tournée dovevano costruire una casa utilizzando le scenografie; mamma è cresciuta nella stanza della regina, piuttosto che della fata, le finestre erano finte ma il panorama raccontava di mondi meravigliosi pure se irreali.

Gli altri nonni?

Contadini della zona di Alessandria; nonna raccontava le storie dei partigiani, storie incredibili ma più vere di quelle che si possono trovare sui libri. Prese le distanze dal marito: continuarono a vivere insieme ma ognuno portava avanti la Resistenza per i cazzi suoi.

Come mai?

Nonno era un cagone secondo lei, si occupava solo di far scappare gli ebrei in Svizzera; (pausa) venne arrestato e poi liberato grazie alla testimonianza di un gruppo di fascisti… (sorride e devia leggermente dal discorso) Mio padre era un imboscato dentro l’esercito, non partecipava alle comuni manovre con la scusa che era un pittore; poi il suo colonnello lo prese da parte e gli spiegò che c’era la guerra e che la storia non reggeva più, quindi papà si procurò i documenti falsi e scappò.

La battaglia di sua nonna in cosa si differenziava da quella del marito?

Lavorava con i gappisti; nonno no.

Bel mix di nonni.

Torno al punto: da noi non si molla. E con un sottofondo che recita: l’esistenza è uno scontro infinito. Questo approccio è ancor più forte per chi nella vita fa il buffone: quando mio padre era immobile in quella cazzo di stanza, non aveva bisogno di parlare, era come se dentro di sé dicesse: è successo, l’avevamo messo in conto. Basta. Chiuso.

Sua madre spronava suo padre?

Altro approccio, anche fisico: mamma tirava dei gran schiaffi, a volte a sproposito, anche quando avevo ragione; un giorno me ne mollò uno perché lei non aveva capito un problema di aritmetica. Alla fine comprese l’errore e mi chiese scusa.

I no di suo padre.

Molti genitori non capiscono la forza di un comportamento coerente: non servono i “no”, basta la pratica dell’esempio. (Pausa) Una mattina mamma legge il giornale e trova la storia di un signore svenuto perché non mangiava da tre giorni mentre cercava lavoro. Aveva tre figli. Siamo partiti, tappa al supermercato, e poi diretti a casa sua con in mano quattro scatoloni e un assegno. Da quel giorno lo ha finanziato fino a quando non ha trovato lavoro.

La reazione del lavoratore?

Come se avesse di fronte la Luna; avevo 12 anni e mi rendevo conto di aver visto una persona sorridere dentro. E ho chiara pure l’emozione di mia madre: chi regala ha più di chi riceve.

Suo padre la seguiva in queste operazioni?

In generale mia madre sentiva il bisogno di andare di persona e la gente si stupiva di trovarsi davanti un personaggio conosciuto, uno schianto dal punto di vista estetico, vestita come una circense elegante, quindi con pelliccia e tacchi.

Lei viveva perennemente in mezzo a uno spettacolo.

Sì, ma era pure pesante; in casa arrivava un po’ di tutto, e mamma è stata sempre malata; (ride) anche le situazioni comuni per i più, con noi diventavano delle avventure.

A cosa pensa?

Una mattina alle sette partiamo in macchina per Francoforte: a mezzanotte eravamo ancora in Svizzera, a duemila metri, con la strada che finiva in un ghiacciaio e davanti a noi la sola salvezza di un albergo dotato di ristorante.

La Svizzera?

Sbagliammo strada di 500 chilometri; mio padre, nonostante fosse architetto, non capiva le carte stradali e si ostinava a decidere la direzione.

Sua madre zitta?

Guidava sempre lei, per fortuna papà non aveva preso la patente e non capiva un cazzo di strade, eppure pretendeva di indicare il dove; mamma sapeva guidare, capiva di strade ma lo assecondava per evitare discussioni; (sorride, molto) un’altra volta a mezzogiorno e mezzo, piena estate, in una Pordenone deserta, cercano qualcuno per chiedere informazioni. Vedono una ragazza, mamma inchioda, papà scende, la insegue, la chiama, la ragazza si gira e inizia a correre. A papà erano caduti i pantaloni ed era rimasto in mutande. Mamma si stava sentendo male per le risate e io terrorizzato pensavo: costui dovrebbe proteggermi.

Quando ha inquadrato la sua famiglia come speciale?

Da piccolo non avevo metri di paragone, solo alle medie ho intuito che provenivo da “marziani”; (pausa) non capivo di calcio, di musica, di auto. Capivo la storia del Vietnam, la Rivoluzione cinese, Barbarossa contro i milanesi o Prevert.

Come interagiva con i bambini?

Un dramma. Anche al liceo c’era poca gente con la quale potevo confrontarmi, e l’altro dramma è che non riuscivo a scindere la comunicazione verbale dall’attrazione sessuale: ho rinunciato a ragazze bellissime, che magari ci stavano, ma a un certo punto me ne andavo con la frase “non posso stare qui, non parliamo di niente”. E fuggivo.

Le dispiaceva quando fermavano i suoi per strada?

Papà era contento, per lui il pubblico andava rispettato, con le persone felici perché si fermava, parlava, chiedeva della famiglia e a distanza di anni ricordava le risposte.

Nonostante la distrazione.

Appunto; (pausa) come dicevo, mamma ha sempre assistito economicamente una serie di persone e io mi occupavo, come oggi, della parte pratica; un giorno vado da papà e mi lamento di una delle donne aiutate: “È una rompicoglioni”. E lui: “Non devi parlare così, non conosci la sua storia”. E da lì mi ha raccontato delle violenze subite, i postumi e i dettagli; mentre ascoltavo, pensavo: “Quando ci ha parlato?”

Un padre imprevedibile nella vita ma organizzato nel lavoro…

Viveva per il teatro. Quando iniziava a scrivere un testo entrava in uno stato estatico, e quello stato durava giorno e notte; di notte mia madre si svegliava e lo implorava: “Smettila di pensare non riesco a dormire”. Perché papà, e io uguale, quando rifletteva schioccava l’alluce contro il medio e il rumore non era forte, ma dopo un’ora e mezzo l’irritazione altrui è giustificata.

E con gli attori?

Pazzesco; (silenzio) se riesci a mettere in scena un gruppo di artisti che recitano le tue parole ed eseguono i movimenti indicati, ne nasce sempre un gioco, grazie pure al bravo attore che aggiunge particolari non previsti ma che arricchiscono la scena. Con un però…

Quale?

Mamma doveva imporgli di smettere: papà sarebbe andato avanti all’infinito, si divertiva come un pazzo, anche quando gli attori erano mezzi morti per la stanchezza; ricordo una scena dove si è rischiato lo scontro fisico tra loro.

Che era successo?

Il dramma si è sfiorato nella commedia Isabella tre caravelle e un Cacciaballe, dove era prevista una tempesta e otto attori dovevano muoversi, scontrarsi, cadere a terra e rialzarsi con un gioco geometrico. Provano per una settimana, ed ero piccolo, ma capivo la tragedia, con questi attori a pezzi, in preda a crisi isteriche. Piangevano. Fino a quando ci riescono con i costumi, le luci e i suoni sincronizzati. Felici. Distrutti ma felici. Poi guardano mio padre che sentenzia: “Ok, lasciamo perdere, non funziona”. E lì mia madre voleva assaltarlo.

(Fine prima parte. La seconda esce domenica prossima)

 

Suore in rivolta: “Basta lavoro nero in Vaticano”

Segretarie, infermiere, insegnanti ma anche badanti e colf: le religiose sono spesso al servizio di cardinali, diocesi, parroci, scuole e cliniche cattoliche. Ma il loro lavoro in molti casi non è considerato tale. Non ci sono orari, contratti, diritti. La denuncia di una situazione abbastanza diffusa ma tenuta normalmente sotto tono arriva dal mensile dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo”. Il numero di ottobre è dedicato alla vita delle suore e il giornale del Papa ha scelto di puntare i fari su questa realtà, dopo aver denunciato in passato anche il fenomeno degli abusi, di autorità e sessuali, che si consumano nei conventi.

“Nei rapporti delle suore con i loro datori di lavoro c’è stato un offuscamento di quelli che io chiamo i confini. È una questione che dobbiamo affrontare” spiega al giornale vaticano Maryanne Loughry, suora della Misericordia, docente al Boston College e consulente del Centro dei gesuiti per i rifugiati: “Serve trasparenza e conoscenza dei propri diritti basata dove possibile su accordi scritti”.

L’assenza di orari, con il conseguente super-lavoro, è alla base del ‘burnout’ di molte suore che si dividono tra il lavoro e la vita in convento, dove magari l’aspettano altre incombenze, senza un minuto per il tempo personale. Si verificano poi anche situazioni in cui, in assenza di contratti scritti, “una o più sorelle non lavorano più per la diocesi o per il parroco, e di conseguenza perdono l’alloggio, diventando quasi homeless senza preavviso”. Per suor Loughry “nella Chiesa ci sono molte cose date per assodate: che noi siamo molto generosi, che usciamo dagli schemi se c’è da fare qualcosa di speciale. Non voglio rinunciare a questa caratteristica, ma penso che a volte venga sfruttata”. Tra i motivi per i quali è necessaria maggiore trasparenza, anche nel lavoro delle suore, ci sono “purtroppo gli abusi sessuali, finanziari e fisici: la Chiesa è stata portata di fronte alla responsabilità dei cattivi comportamenti”.

Cologno Monzese che pare il New Jersey e altri disastri

Più che in ogni altra epoca storica, l’umanità si trova a un bivio. Una strada porta alla disperazione e allo sconforto più assoluto. L’altra alla totale estinzione. Preghiamo il cielo che ci dia la saggezza di fare la scelta esatta.

(Woody Allen)

 

Stiamo esplorando le leggi nascoste che regolano la struttura e il funzionamento della materia comica, così come emersero dall’analisi degli errori di traduzione anni 70 delle raccolte di Woody Allen. Ne abbiamo viste tre (esattezza, brevità, ritmo) e oggi vedremo la quarta. Queste leggi nascoste dovrebbero guidare anche il traduttore di testi comici. I traduttori del passato rovinarono le gag di Allen usando le quattro operazioni metaboliche (sottrazione, aggiunzione, sostituzione, permutazione: Qc #16) in modo perverso, con esiti catastrofici.

 

LA TRADUZIONE PERVERSA

Sostituzione

 

L’omologazione assurda

Il mondo di un autore è composto da temi e riferimenti precisi, tolti i quali quel mondo sparisce, come accadde con Allen quando sostituirono i termini legati alla realtà di New York con l’omologo italiano: “Ti ho portato un Oggi da leggere,” disse, porgendo al malato la rivista (versione esatta: “‘Ti ho comprato il Post’, disse Lenny, poggiando l’omaggio sul tavolo.”); “È un mistero per me come mai continui a lavorare in quella tavola calda” (esatta: “Perché lavori ancora in un McDonald’s è un mistero”. Negli anni 70, in Italia non c’erano i McDonald’s, e il traduttore omologò; però i McDonald’s erano una realtà del mondo di Allen.); “Ci sono dei Pavesini in un piatto, giù da basso” (esatta: “Ci sono delle M&M’s di sotto in un piatto.”); “Mi hanno preso una volta mentre leggevo Levi-Strauss in una macchina parcheggiata all’Idroscalo. Una volta mi hanno fermata e perquisita alla Biennale” (esatta: “Mi hanno beccato che leggevo ‘Commentary’ in un’auto parcheggiata, e una volta mi hanno fermato e perquisita a Tanglewood”. Tanglewood è una località celebre per i concerti di musica classica, jazz e pop.); “una bomba che costoro avevano piazzato in un toast al prosciutto” (esatta: “una bomba che avevano piazzato dentro un taco”); “quando cantano canzoni alla Drupi” (esatta: “quando cantano canzoni di Cole Porter”. Con “Drupi”, i traduttori persero, oltre al suono [k] di “Cole”, l’evocazione di un’epoca che è importante nella poetica di Allen.); “un vasto deserto selvaggio del tipo Cologno Monzese” (esatta: “una vasta landa primordiale non diversa da certe zone del New Jersey”).

 

Errori veri e propri

Alcuni esempi: “A Danzica egli urtò di sbieco contro la tibia di lei durante un temporale improvviso ed ella pensò che sarebbe stato preferibile non rivederlo più” (versione esatta: “A Danzica, alluse alla sua tibia durante un temporale, e lei pensò fosse meglio non rivederlo più.”); “Tre giorni dopo vagava di nuovo negli Urali, questa volta vestito di pelli di coniglio” (esatta: “Tre giorni dopo, vagava di nuovo sugli Urali, stavolta in un costume da coniglio”); “e il trasporto di una grande quantità di stoccafisso al di là del confine per scopi immorali” (esatta: “e il trasporto di un grosso stoccafisso oltre confine per scopi immorali”. “Grande quantità di stoccafisso” è generico ed eccede in sillabe, quindi sfuoca l’immagine. Allen scrive invece “un grosso stoccafisso”: vivido, singolo e più breve, quindi fa funzionare perfettamente la punchline sugli scopi immorali.); “Accede all’università di Cambridge contro il volere dei genitori” (esatta: “Si iscrive all’università di Cambridge su insistenza dei genitori”); “girandosi per andare verso la porta” (esatta: “venendo spinta verso la porta”); “La poesia di William Butler Yeats analizzata in forma valutativa come coadiuvante in un’appropriata cura dentaria” (esatta: “La poesia di William Butler Yeats analizzata come conseguenza di un’appropriata cura dentaria”); “eravamo seduti in un bar equivoco nel sud della Francia con i piedi comodamente appoggiati su sgabelli orientati verso il nord della Francia” (esatta: “eravamo seduti in un bar gay nel sud della Francia coi nostri piedi comodamente appoggiati su sgabelli nel nord della Francia”. “Orientati verso” distrugge la stupenda gag surreale di Allen. “Equivoco” invece di “gay” aggiunge del biasimo che in Allen non c’è.).

 

Permutazione

La modifica dell’ordine lineare delle unità ne altera i rapporti logici e rovina la battuta. Ecco un esempio: “L’opera di Lovborg può essere divisa in tre periodi. Prima vengono le commedie sull’angoscia, la disperazione, il timore, la paura e la solitudine (le farse)” (esatta: “L’opera di Lovborg può essere divisa in tre periodi. Prima venne la serie di drammi sull’angoscia, la disperazione, il timore, la paura e la solitudine (le commedie).” Anticipando il termine “commedie”, il traduttore cancellò l’antitesi drammi/commedie, e distrusse la battuta.

 

4. IL SUONO [k]

 

Fonologia e comicità

Un traduttore di testi comici non dovrebbe sottovalutare il suono delle parole che compongono la gag originaria, poiché i comici professionisti, fin dall’antichità (Qc #32), sanno che certi suoni linguistici, di per sé, favoriscono la risata, e ne approfittano. Nelle vecchie traduzioni di Allen, purtroppo, nomi di persona e termini specifici furono spesso sostituiti in maniera arbitraria e dannosa: “Joyce” invece di “Blake”; “Boulez” invece di “Bartok”; “piede d’atleta” invece di “trichinosi”. Neil Simon, nella commedia The Sunshine Boys, spiega il guaio di questa infedeltà sonora quando Willie, un vecchio attore di varietà interpretato da Walter Matthau, dice che “Alka Seltzer fa ridere, Frito Lay non fa ridere. Non c’è la k. Cleveland fa ridere, Maryland non fa ridere”. È la quarta regola nascosta della comicità: le parole con il suono occlusivo velare sordo [k] fanno più ridere. I testi di Allen, non a caso, abbondano del suono [k]: Kugelmass, Melnick, Butkiss, Kant, Blake, Bartok, Trichinosis. Esistono altre consonanti occlusive oltre alla [k]. Sono classificate in base a come viene chiuso il tratto vocale prima dell’esplosione (l’emissione sonora): [b] e [p] = labbra; [d] e [t] = punta della lingua contro il palato dietro ai denti; [g] e [k] = dorso della lingua sul palato. In ognuna delle tre coppie, la prima consonante è sonora ([b], [d], [g]), l’altra è sorda ([p], [t], [k]). La differenza è data dalla durata dello sbarramento, cioè da quando diciamo la vocale successiva: il suono è più morbido se diciamo consonante e vocale allo stesso tempo ([b], [d], [g]), più esplosivo quando la vocale è detta 20-30 millisecondi dopo la consonante ([p], [t], [k]). Scegliere una parola con consonanti più esplosive evoca una risata maggiore. Ecco perché “Bartok” è più divertente di “Boulez”, e va conservato in traduzione.

(75. Continua)

Brexit a secco, la benzina non arriva

Operation Escalin era stata annunciata nei giorni scorsi: il governo inglese impiegherà l’esercito per trasportare benzina alle stazioni di servizio e ovviare così alla scarsità di autotrasportatori che ha paralizzato le consegne in tutto il paese. Una crisi, quella della benzina, in via di risoluzione in molte regioni ma non a Londra e nel sud est d’Inghilterra, dove anche ieri le code di automobilisti a secco si snodavano per interi isolati. È una misura necessaria ma controversa: proietta una immagine di grave emergenza molto negativa per un governo già in calo di consensi, e non risolve un problema strutturale, la mancanza di almeno 100 mila autotrasportatori qualificati, secondo i calcoli della Road Haulage Association che rappresenta il settore. Gli addetti militari disponibili e formati al delicato compito di riempire e svuotare veicoli pieni di materiale infiammabile sarebbero, al momento, circa 200, di cui solo 100 autisti. Contemporaneamente il governo ha inviato circa un milione di lettere a paramedici in servizio sulle ambulanze, vigili del fuoco, addetti alle pulizie urbane, possessori della patente C richiesta per l’autotrasporto, offrendo, si legge “fantastiche opportunità, ore flessibili e attraenti stipendi” se si riconvertiranno in camionisti nei prossimi mesi, in uno sforzo per la prossima priorità governativa di “salvare il Natale”. Annuncio ridicolizzato da più parti, visto che non abbondano nemmeno quelle categorie, che già svolgono mansioni essenziali. Certo, la carenza di autotrasportatori è un problema globale. Ma nel Regno Unito è acuito da due fattori. La carenza cronica di camionisti locali e Brexit. Il Covid ha rallentato la concessione di circa 40 mila licenze e diradato gli esami per i nuovi autotrasportatori: ma la distribuzione britannica ha contato per anni sul lavoro di camionisti europei. Un flusso ora a secco per tre ragioni. La prima è Brexit: le pratiche burocratiche imposte dal ritorno dei controlli doganali complicano e allungano il transito da Ue a Uk, prima scorrevole. Contemporaneamente l’Ue, prevedendo una crisi, ha investito nel miglioramento delle condizioni di lavoro dei suoi autisti. Londra ha risposto aggiungendo un’ora ai turni – una misura considerata pericolosa dai sindacati di categoria – aumentando le paghe e autorizzando visti speciali fino a fine dicembre. Incentivi ritenuti non sufficienti dagli autotrasportatori europei, che godono di condizioni migliori vicino casa.

Ma Downing Street ha le mani legate dalle misure anti-immigrazione imposte dalla retorica della hard Brexit. Con risultati paradossali: per salvare il Natale, il tradizionale tacchino del 25 dicembre sarà importato da Polonia e Francia. Quest’anno il Regno Unito, per colpa della carenza di lavoratori europei, ne ha prodotto un milione di capi in meno.

Presidenziali, il terzo uomo che risveglia l’estrema destra

“Se non mi candidassi, deluderei molte persone”: questo è Eric Zemmour. Pieno di sé, il controverso ex editorialista di Le Figaro, noto per le sue posizioni anti-Islam e anti-immigrazione, già condannato per razzismo, non ha neanche ufficializzato la sua candidatura per le presidenziali del 2022, ma già catalizza l’attenzione dei media e fa ombra a Marine Le Pen. In poche settimane è diventato il “terzo uomo” nella corsa all’Eliseo. Ieri Zemmour ha anche ottenuto il sostegno del “patriarca” del Front National, attuale Rassemblement National, Jean-Marie Le Pen, 93 anni, che lo preferisce alla figlia Marine, già candidata, con cui ha rotto da tempo, tacciandola di tradimento: “Marine ha abbandonato le sue posizioni fortificate e Eric occupa il campo da lei lasciato libero – ha detto il vecchio Le Pen a Le Monde –. Se sarà il candidato migliore per il campo nazionalista, avrà il mio sostegno”. Zemmour, 63 anni, nato in una famiglia ebrea di origini algerine, è autore del best seller Le suicide français del 2014.

Il suo ultimo libro La France n’a pas dit son dernier mot, uscito il 16 settembre scorso, ha battuto i record di vendite, con oltre 78 mila copie in quattro giorni. Già nel 2019, il New York Times gli aveva dedicato un ampio ritratto, definendolo l’“evangelista della cultura francese, diventato una forza motrice del conservatorismo”.

Zemmour sostiene la teoria complottista della “sostituzione etnica”. Secondo lui, l’Islam “è una civiltà incompatibile con i principi della Francia” e le banlieue sono delle “roccaforti dell’Islam”. È quindi per l’“assimilazione” dei musulmani ai “principi della République”. “Se sarò presidente – ha detto di recente alla radio France Inter – vieterò ai genitori di dare ai loro figli il nome Mohammed”. Zemmour è anche ostile ai diritti civili degli omosessuali e alla parità delle donne. È già stato denunciato sette volte dal 2010 per le sue provocazioni e condannato tre volte per “incitazione all’odio razziale”. A marzo, il Consiglio superiore dell’audiovisivo ha inflitto una multa di 200 mila euro alla tv CNews, dove Zemmour ha tenuto una rubrica quotidiana fino a poco tempo fa nella trasmissione “Face à l’Info”, per aver definito gli immigrati minorenni non accompagnati “ladri, assassini e stupratori”. Zemmour lascia planare la suspense sulla sua candidatura (dice di aspettare “il momento giusto”), ma nei fatti è già trattato da candidato. L’Authority francese dell’Audiovisivo ha deciso di contabilizzare il suo tempo di parola nei media. L’associazione Amis d’Eric Zemmour gli avrebbe già trovato una sede per la campagna, un locale di 400 metri quadrati nell’ottavo arrondissement di Parigi, e sta raccogliendo le 500 firme di responsabili politici locali indispensabili per presentarsi alle presidenziali. Il 23 settembre scorso, Zemmour ha anche partecipato a un dibattito tv in stile pre-elettorale con Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise (sinistra radicale), che ha attirato 3,8 milioni di telespettatori.

Per più di due ore il suo discorso è ruotato intorno alle “tre i”: immigrazione, insicurezza e Islam. Per il resto, ha sostenuto l’uscita della Francia dalla Nato e si è opposto alla fine del nucleare, ma ha mostrato qualche debolezza sui temi economici. Marine Le Pen, data finora favorita per arrivare al ballottaggio nel 2022 contro Macron, come nel 2017, prospettiva non più così sicura, è la prima a subire quello che ormai viene chiamato l’“effetto Zemmour” e lo teme. La candidatura di Zemmour rimetterebbe tutto in discussione. Per cercare di contrastarlo, ha rilanciato il suo progetto di referendum sull’immigrazione per iscrivere la “preferenza nazionale” nella Costituzione, che prevede tra l’altro la fine dello ius soli e del ricongiungimento familiare.

Pechino, prove d’invasione: 38 bombardieri sul cielo di Taipei

Si tratta della più ingente incursione di sempre. Venerdì la Cina ha inviato 38 aerei da guerra nei cieli intorno a Taiwan, violando con il maggior numeri di velivoli la zona di identificazione della Difesa aerea (Adiz) dell’isola da quando Taipei ha iniziato a segnalare le attività di Pechino lo scorso anno. Sono arrivati in due ondate, secondo la denuncia di Taiwan, gli aerei dell’Aeronautica dell’Esercito di liberazione del popolo (Pla): 25 – di cui 18 caccia J-16, quattro caccia Su-30, due bombardieri H-6 e un velivolo da guerra antisommergibile Y-8 – sono entrati dall’angolo occidentale di notte, mentre gli altri 13 – tra cui 12 J-16 e un aereo di allerta precoce KJ-500 – sono entrati da sud-ovest in serata. Lo scopo, secondo diversi analisti, sarebbe quello di dimostrare da un lato la forza del Pla ai propri cittadini, e, dall’altro quello di fornire all’intelligence militare le conoscenze di cui avrebbe bisogno in caso di conflitto con l’isola. “Xi Jinping ha incaricato il Pla di accelerare la sua reazione e prepararsi alla guerra in ‘condizioni di combattimento realistiche’”. Quindi, “non sorprende che l’aviazione militare continui a volare su Taiwan come addestramento in caso di conflitto armato”, ha spiegato alla Cnn Derek Grossman, analista della Difesa presso il think tank politico della Rand Corporation, sottolineando che un attacco non sarebbe imminente. “Il Pla ha ancora diverse vulnerabilità”, ha spiegato. Il primo obiettivo è confermato anche dalla data, non casuale, che coincide con le celebrazioni dei 72 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949. “Questo è il modo in cui il Pla sceglie di celebrare la Giornata nazionale: la coercizione militare”, ha twittato Drew Thompson, ex funzionario del Dipartimento della Difesa Usa. “Le scorribande aeree cinesi sono piuttosto di routine, ma intensificare i voli dei bombardieri in occasione di una delle principali festività della Rpc sottolinea che si tratta di una guerra politica e parte di una massiccia campagna di coercizione”, ha dichiarato Thompson alla Cnn. Una mossa per ribadire il concetto di supremazia di Pechino sull’isola. “Taiwan è Taiwan e non fa parte della Rpc”, ha ribadito il ministero degli Esteri di Taipei, mentre l’ufficio cinese per gli Affari di Taiwan ha criticato il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu per “fare freneticamente discorsi sull’indipendenza di Taiwan sulla scena internazionale”. La risposta di Wu non si è fatta attendere: “Ci minacciano? Certo. È strano che la #Rpc non si preoccupi più di fingere scuse”, ha twittato.

Usa ancora amici di MbS. Khashoggi, il bluff di Biden

Sono trascorsi tre anni esatti dal barbaro omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi a Istanbul, all’interno del consolato del regno dei Saud, ed è ormai evidente che per questo delitto non pagherà nessuno, soprattutto il mandante. Dalle indagini è emerso che l’esecuzione e l’occultamento della salma fatta a pezzi dell’editorialista del Washington Post, residente da tempo negli Stati Uniti, sono avvenuti su ordine del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, come rivelato anche da un rapporto del- l’intelligence statunitense lo scorso febbraio.

Non pagherà nessuno perché anche il presidente americano Joe Biden, l’unico in grado di fare pressione sul reggente de facto, noto con l’acronimo MbS, ha assunto un atteggiamento assai ambiguo nei confronti del paese del Golfo, non così diverso da quello del predecessore, Trump.

La dimostrazione plastica di questo “riallineamento” tra Washington e Riad è stato l’incontro, avvenuto pochi giorni prima del 3 ottobre, data dell’omicidio, tra il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, e MbS nella capitale del regno per discutere della guerra nello Yemen, un conflitto per procura tra Arabia Saudita e Iran, che sostiene i ribelli Houthi. Eppure meno di due anni fa, l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti Joe Biden aveva risposto “sì” quando gli fu chiesto se avrebbe punito gli alti leader sauditi per l’uccisione del giornalista che aveva rivelato la corruzione della casa regnante.

“Questo viaggio è davvero uno schiaffo in faccia a tutti noi che abbiamo chiesto giustizia per Jamal Khashoggi”, ha affermato Raed Jarrar, della organizzazione Democracy for the Arab World Now (Dawn), immaginata da Khashoggi e ufficialmente istituita dopo la sua morte. Alla pubblicazione del rapporto dell’intelligence americana dunque non è seguita alcuna conseguenza concreta, anzi. L’amministrazione Biden ha infatti deciso di non imporre sanzioni contro Bin Salman, che è anche ministro della Difesa, sostenendo di cercare di ricalibrare, tradotto “non rompere”, i legami con Riad. Un altro indizio dell’ambiguità della Casa Bianca è stato l’incontro lo scorso luglio tra Khalid bin Salman – il fratello di MbS che era ambasciatore negli Stati Uniti al momento dell’uccisione di Khashoggi – ora vicesegretario alla Difesa, ovvero vice del fratello, con Sullivan, il segretario di Stato Antony Blinken e il capo del Pentagono Lloyd Austin.

Imad Harb, direttore della ricerca e dell’analisi presso l’Arab Center Washington Dc, ha affermato all’emittente al Jazeera, che Washington sta sì ridimensionando il proprio coinvolgimento in Medio Oriente, ma non ha deciso di lasciare completamente la regione del Golfo dove l’Arabia Saudita rimane un attore chiave. Il punto è che la famiglia sunnita dei Saud è considerata dagli Stati Uniti e da Israele il baluardo contro la penetrazione dell’Iran sciita nella regione, compreso il Vicino Oriente. Non è un caso se nella lista dei Paesi che hanno sottoscritto gli “accordi di Abramo” durante la presidenza Trump si sia aggiunto da poco il Bahrein, il piccolo regno satellite di Riad.

Un altro segnale inequivocabile della marcia indietro di Biden è emerso lo scorso settembre quando il Dipartimento di Stato ha approvato un accordo da 500 milioni di dollari per la manutenzione degli elicotteri sauditi.

Agnes Callamard, l’ex relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, questa settimana ha espresso delusione per l’amministrazione Biden, affermando che “non è cambiato molto” dal rilascio della valutazione dell’intelligence. Devono stare molto attenti che il loro interesse per i diritti umani e la democrazia non diventi solo finzione”, ha sottolineato Callamard, che ora è segretario generale di Amnesty International.

Nel suo rapporto per le Nazioni unite nel 2019, Callamard ha concluso che il governo saudita era in definitiva responsabile dell’uccisione di Khashoggi: “Abbiamo sicuramente frantumato la loro facciata. Secondo me, l’imperatore è nudo”. Suonano sempre più flebili e false le parole pronunciate da Biden nel 2019 durante un affollato dibattito in vista delle primarie democratiche: “Khashoggi è stato assassinato e smembrato credo su ordine del principe ereditario”.

“Troppo” innocenti: desaparecidos?

La Costituzione della Repubblica Italiana, nell’articolo 27 comma 1 stabilisce: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.

L’affermazione è diversa da quella degli atti internazionali. Per esempio l’articolo 6 comma 2 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo recita: “Ogni persona accusata di un reato si presume innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata”. Per la prima parte la diversa dizione non altera il significato: dire che l’imputato non è considerato colpevole o che l’imputato è presunto innocente è la stessa cosa. Si tratta di un principio di civiltà in base al quale non deve essere l’imputato a provare la sua innocenza, ma chi procede a provarne la colpevolezza. La specificità italiana consiste nella affermazione “sino a condanna definitiva”, mentre in molti Stati la sentenza di primo grado è esecutiva, in quanto si ritiene che dopo una sentenza la colpevolezza sia stata legalmente accertata. In Italia non è possibile in materia penale (a differenza di quanto accade in materia civile e amministrativa) l’esecuzione della sentenza di primo grado. Questo implica che in Italia siano considerati in custodia cautelare i detenuti anche dopo sentenze di primo grado e di appello oltre che di Cassazione in ipotesi di annullamento con rinvio. Il che fa sembrare che in Italia ci siano (in percentuale) più persone in custodia cautelare. Ricordo che uno dei padri dell’attuale Codice di procedura penale sottolineava come, mentre all’estero di norma le persone venivano arrestate al momento della pronuncia di condanna, in Italia, di solito alla sentenza di primo grado venivano scarcerate.

L’Unione europea ha emesso la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, n. 2016/343 del 9 marzo 2016, “Sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione d’innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti”. Anche qui viene da sorridere visto che in Italia è invece assicurato il diritto dell’imputato di non presenziare al suo processo, incomprensibile in molti altri Stati, ponendo anche talora complicati problemi per la contumacia (ora processo in assenza) e per le notificazioni delle sentenze e delle impugnazioni.

Venendo al tema che ci occupa la direttiva impone agli Stati membri di assicurare “che agli indagati e agli imputati sia riconosciuta la presunzione di innocenza fino a quando non ne sia stata legalmente provata la colpevolezza” (articolo 3). Il successivo articolo 10 della direttiva stabilisce “Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole. Ciò lascia impregiudicati gli atti della pubblica accusa volti a dimostrare la colpevolezza dell’indagato o imputato e le decisioni preliminari di natura procedurale adottate da autorità giudiziarie o da altre autorità competenti e fondate sul sospetto o su indizi di reità”.

In attuazione della direttiva il governo italiano ha predisposto uno schema di decreto legislativo, sottoposto a parere parlamentare (Atto n. 285 della Camera dei deputati), che nell’articolo 2 comma 1 stabilisce: “È fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”. Lo schema prevede poi che, ferme le eventuali sanzioni disciplinari o penali e il risarcimento del danno, l’interessato possa chiedere all’autorità che ha reso la dichiarazione la rettifica e in caso di mancata diffusione di questa possa richiedere al giudice civile che sia ordinata la pubblicazione. Sono stabiliti limiti alle indicazioni che le autorità di polizia e giudiziarie possono fornire e alle denominazioni da attribuire alle inchieste in modo da evitare di indicare indagati o imputati come colpevoli. Viene previsto anche l’inserimento nel Codice di procedura penale di un articolo 115-bis (Garanzia della presunzione di innocenza), in cui si stabilisce: “Salvo quanto previsto dal comma 2, nei provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell’imputato, la persona sottoposta a indagini o l’imputato non possono essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili. Tale disposizione non si applica agli atti del pubblico ministero volti a dimostrare la colpevolezza della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato”. Quindi, come stabilito dalla stessa direttiva, il pubblico ministero ben potrà, negli atti volti a dimostrare la colpevolezza della persona sottoposta a indagini o dell’imputato, indicarlo come colpevole. Altrettanto potrà fare il giudice di primo grado, di appello o di rinvio nei provvedimenti “volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell’imputato”. Del resto come potrebbe il pubblico ministero chiedere la condanna di un imputato senza dire che lo ritiene colpevole e come potrebbe il giudice dichiararlo colpevole senza dire che lo è? Verrebbe da dire molto rumore per nulla.

C’è tuttavia nello schema di decreto legislativo una limitazione alle motivazioni degli atti (nel comma 2 dell’istituendo articolo 1115 bis c.p.p.) e alle notizie che gli organi di polizia giudiziaria e le Procure possono fornire nei comunicati ufficiali e ciò pone una questione di coerenza del sistema. La Corte europea dei Diritti dell’uomo ha più volte precisato che sia la motivazione dei provvedimenti che la pubblicità delle udienze sono una garanzia e che i giornalisti, in una società democratica, svolgono una funzione essenziale nell’informare la pubblica opinione. Allora, fermo restando che bisogna ricordare che una persona non può essere considerata colpevole fino a sentenza di condanna (definitiva in Italia), perché impedire di rendere noti gli elementi acquisiti a suo carico quando non vi è più il segreto? Paradossalmente l’autorità pubblica potrebbe non indicare per quale ragione una persona è stata privata cautelarmente della libertà personale. Proseguendo su questa strada si potrebbe persino vietare di comunicare gli avvenuti arresti e arriveremo ai “desaparecidos”. Siamo sicuri che queste siano garanzie?

 

Non esiste farmaco senza effetti avversi

In un’epoca “medicale”, capace di offrire rimedi farmacologici per ogni malessere, si è perso il concetto del limite e dell’accettazione della sofferenza. La parola d’ordine è benessere, a ogni costo. Si è anche scordata la valutazione dell’eventuale effetto collaterale. Non accettiamo che l’effetto terapeutico possa avere un “prezzo”. Farmaco deriva dal greco pharmakon che significa rimedio, ma anche veleno. Non è sufficiente aver scoperto che una molecola sia efficace affinché si reputi somministrabile, è necessario valutare a che dosi e se queste sono tali da non agire da “veleno”. Bisogna valutare se il farmaco, noto come utile per la patologia in atto, sia opportuno tenendo conto anche delle caratteristiche del paziente. Ciò vale per la somministrazione dell’aspirina e per gli interventi a cuore aperto. Quando ingoiamo una compressa di qualsiasi prodotto farmaceutico, unitamente all’alta probabilità di riceverne un effetto benefico, dovremmo accettare anche la possibilità di subire un effetto indesiderato. Eppure l’insorgenza di qualsiasi effetto collaterale, spesso induce a dequalificare il medicamento e il medico che lo ha consigliato, dimenticando la condizione che si sarebbe manifestata senza l’assunzione del farmaco. L’errata comunicazione che ha dominato la campagna vaccinale ha peggiorato la percezione dell’efficacia dei vaccini.

Sebbene l’efficacia dei vaccini sia risultata dagli studi clinici preliminari, e ormai confermata dalla più ampia sperimentazione clinica mai effettuata nella storia della medicina con milioni di soggetti trattati, come era prevedibile, si sono avuti effetti collaterali. I vaccini sono farmaci a tutti gli effetti e non sfuggono alla regola farmacologica. La comunicazione non solo non li ha trattati dando il giusto significato, ma ha cercato di nasconderli o sminuirli. È questo il metodo migliore per creare diffidenza e sfiducia. Gran parte del 4% della popolazione che si ostina a non vaccinarsi, avrebbe fatto una scelta diversa se ci fosse stata chiarezza e non aleggiasse un celato e mai palesato obbligo di vaccinazione.