Rugby, 36esima sconfitta consecutiva per l’Italia

Nuova sconfitta per l’Italia nel torneo Sei Nazioni di rugby: gli Azzurri sono stati battuti dalla Scozia allo Stadio Olimpico di Roma per 22-33. L’Italia ha segnato tre mete, con Braley al 29′ e Capuozzo al 65′ e al 82′, due trasformate da Garbisi, che ha realizzato anche un calcio di punizione. Cinque invece le mete per gli scozzesi, Johnson (17′), due con Harris (21′ e 36′), poi Graham (47′) e Hogg (60′), quattro trasformate da Russell. Per la Nazionale italiana si tratta della trentaseiesima sconfitta consecutiva.

Il Museo della Shoah frena all’ultimo metro “Gigante e ingestibile”

C’è un dibattito molto sentito che nelle ultime settimane ha creato frizioni mai registrate prima nella comunità ebraica di Roma, come noto, tra le più antiche e radicate al mondo. A un metro dal traguardo, al termine di un percorso lungo almeno 21 anni, in una fetta consistente della comunità romana inizia a farsi più forte il dubbio che no, forse non è più il caso di realizzare il tanto agognato Museo della Shoah a Villa Torlonia, luogo individuato nel lontano 2001 di concerto con l’allora neo sindaco Walter Veltroni, (anche) perché quella stessa location ospitò la residenza romana di Benito Mussolini, con il relativo bunker.

Il progetto firmato dall’architetto Luca Zevi, insieme a Giorgio Maria Tamburini, fu annunciato nel 2005 e ripresentato nel 2010: 21 mila metri cubi, circa otto piani la metà interrati, uffici amministrativi, caffetteria, biblioteca, centro studi e due parcheggi – uno sotterraneo – per totali 2,5 mila metri quadri calpestabili. I costi? 21 milioni a carico del Comune di Roma e 3 anni di lavori, assegnati nel 2013 alla Società appalti costruzioni Spa della famiglia Cerasi. Per due decenni il Museo della Shoah è finito nel calderone della stagione delle tante opere incompiute nella Capitale. Con Virginia Raggi, alla vigilia della campagna elettorale, l’ennesima prima pietra e l’avvio delle operazioni preliminari. “Forse stavolta ci siamo davvero”, era il leitmotiv a settembre scorso.

Ma qualcosa non convince i promotori. Il pregevole progetto di Zevi, è l’opinione diffusa, è figlio di un’altra epoca, decisamente d’oro per l’edilizia romana. Anche la forma dell’edificio ricorda le linee vergate a inizio secolo dalla matita di Zaha Hadid. Ma dopo l’emergenza Covid l’utilizzo di spazi interrati con forte afflusso di persone è diventato sconsigliabile, mentre i musei in Italia in 2 anni hanno perso oltre il 70% dei visitatori. Numeri che pesano. “C’è chi sostiene che per la nostra città spendere oltre 20 milioni di euro per un concetto museale partorito prima dei social network possa essere evitabile”, dice una fonte autorevole della comunità ebraica capitolina – intesa come comunità di persone che la vivono giornalmente, mentre l’ente Comunità ebraica di Roma in questo momento si mantiene in disparte – Il tema è così d’attualità che nella settimana entrante potrebbe finire sul tavolo del cda della Fondazione Museo della Shoah, presieduto da Mario Venezia e di cui fa parte anche Veltroni. “Ci sarà sicuramente a breve un momento di riflessione e confronto tra i soci, necessario quando si arriva vicini ad obiettivi così importanti”, conferma al Fatto il presidente Venezia. Negli ultimi cinque anni, la Fondazione ha lavorato con profitto grazie allo spazio espositivo “temporaneo” allestito nella cornice della Casina dei Vallati, al Portico d’Ottavia, nel cuore del Quartiere Ebraico. Le dieci mostre fin qui ospitate, prima sotto la direzione e poi con la supervisione di Marcello Pezzetti, hanno fatto registrare un totale di quasi 110 mila visitatori, sfondando le 23 mila presenze per “Solo il dovere, oltre il dovere”, un raccolta di documenti dedicata all’atteggiamento e alla reazione della diplomazia italiana di fronte alla tragedia che colpì gli ebrei italiani ed europei durante tra il 1938 e il 1943. “Con costi di gestione minimi, basterebbe trovare un altro edificio, sempre nei pressi del Tempio ebraico, dove ospitare il museo del 16 ottobre (la data della deportazione ad Auschwitz e Birkenau degli ebrei romani)”, confidano dalla Fondazione. Una specie di museo itinerante al Ghetto, insomma. Location che ai “dubbiosi” piace molto di più dell’area ottocentesca sulla via Nomentana. Molto più complicato riprendere l’idea balenata a Nicola Zingaretti e Ignazio Marino nel 2014, quando qualcuno paventò di trovare spazio in un edificio di proprietà di Eur Spa, proprio nel quartiere razionalista capitolino.

La possibile “decrescita felice” del Museo della Shoah agita la comunità, che non ama mostrarsi divisa all’esterno. Per questo in molti evitano di parlare in chiaro, preferendo nascondersi dietro gli off the record. Chi continua a metterci la faccia, invece, è il “papà” del progetto, l’architetto Zevi, che interpellato dal Fatto ammette la presenza di qualche “divergenza” ma prova a chiudere qualsiasi ipotesi di modifica ai piani. “È normale che dopo 17 anni qualcuno possa avere dei dubbi – sostiene Zevi – ma io non vedo spaccature, semmai grande unità. Il progetto è stato affidato e assegnato, dopo la prima pietra, sono già iniziate le operazioni preliminari. Di fatto è come se i lavori fossero già iniziati. Il cantiere è in corso, non si torna più indietro. Per farlo bisognerebbe pagare penali e entrerebbe in gioco la Corte dei Conti. Sarebbe un disastro”. Luca Zevi, tra l’altro, è anche il padre dell’attuale assessore capitolino al Patrimonio, Tobia Zevi, che però si è astenuto dal dossier e dal dibattito proprio per motivi di opportunità.

Caso chiuso? Non proprio. Almeno non per il Campidoglio. Fonti di Palazzo Senatorio spiegano al Fatto che il Comune attende “una posizione definitiva e unitaria da parte della Comunità ebraica”, confermando di fatto le frizioni. I 21 milioni di euro finanziati sono a bilancio ormai da anni, il mutuo viene rimborsato regolarmente. I soldi “non sono un problema”, insomma. Ma anche tornare indietro, potrebbe non essere un dramma. “L’aumento dei costi dei materiali e della manovalanza avvenuto negli ultimi 10 anni potrebbe portare a un costo di realizzazione superiore rispetto ai preventivi con cui la ditta ha vinto l’appalto nel 2013”, spiegano ancora dal colle capitolino.

Le prossime riunioni del cda della Fondazione, insomma, saranno decisive. Il tema non è solo quello della spesa per la realizzazione, ma anche le incognite sulla futura gestione. E qui torniamo ai dati sulle visite ai musei, condizionati dalla contrazione del turismo per il Covid, con le incognite sulla crisi bellica. A sostenere i costi del museo dovrebbe essere la Fondazione, costituita in società da Associazione Figli della Shoah, Comunità ebraica di Roma, Roma Capitale, Regione Lazio e Unione delle comunità ebraiche italiane. L’ultimo bilancio approvato è del 2020, chiuso con 10.307 euro di utile per 752.843 di valore della produzione. Il nuovo museo dovrebbe aumentare investimenti e costi vivi, come personale e fornitori. Un piano industriale “superiore”, che possa portare la struttura a ospitare eventi di livello internazionale e a far staccare centinaia di migliaia di biglietti. Una sfida che non tutti hanno voglia di intraprendere.

Eichmann, Dio e orgasmi: forza, arrestate Lenny Bruce!

LA STAND-UP COMEDY

Michele Serra, in un’intervista recente (bit.ly/3KCxTSr), ha detto che “la satira fa il buffone di corte”. Non è così. La satira dissente, il buffone di corte no. Karl Kraus, Lenny Bruce, George Carlin, Dario Fo: nessun grande della satira è stato un “buffone di corte”. Chi fa satira scherza, ma fa sul serio. Per capire meglio cosa sia uno stand-up comedian satirico stiamo dunque ripercorrendo, attraverso luoghi e persone, l’arte e la vita di Lenny Bruce, che innovò l’arte del monologo a metà del secolo scorso.

Jazz Workshop. Locale di San Francisco. Nel 1961, al termine di una serata in cui ha proposto il pezzo “To is a preposition, Come is a verb”, dove il verbo To Come (“venire, avere un orgasmo”) viene evocato in tutte le sue possibili applicazioni erotiche (bit.ly/3IjGvwj), lo arrestano per oscenità. Un poliziotto lo aspetta all’uscita: “C’è stata una telefonata anonima. Stiamo cercando di migliorare questo quartiere, e mi offende che lei abbia infranto la legge.” Discutono sulle parole oscene. LENNY: “Dicendole, smettono di essere oscene. Che mi dice della parola ‘scolo’?” POLIZIOTTO: “Be’, ‘scolo’ è meno indecente di ‘succhiacazzi’.” LENNY: “Non se ti becchi lo scolo da un succhiacazzi.” Un’ora dopo esce su cauzione e torna sul palco. Parla del suo arresto, il pubblico non si diverte, Lenny si scusa: “Non sono stato molto divertente, stasera. A volte non lo sono. Non sono un comico. Sono Lenny Bruce”.

The Establishment. Night club di Londra. Vi si esibiva il gruppo satirico Beyond the Fringe (Peter Cook, Alan Bennet, Jonathan Miller e Dudley Moore). Nell’aprile del 1962, grazie all’entusiasmo del critico Kenneth Tynan, Lenny vi viene scritturato per cinque settimane. La sera della prima è il finimondo: il pubblico grida allo scandalo, molti se ne vanno, altri lanciano sul palco monetine e bicchieri. La seconda sera la scena si ripete: escono fra gli altri Evgenij Evtushenko e John Osborne. LENNY: “I bambini dovrebbero guardare i film pornografici: è più salutare che imparare a conoscere il sesso da Hollywood”.

Trobadour. Locale di Hollywood dove Lenny viene arrestato perché, dichiara il poliziotto, “è stato osceno in inglese, volgare in yiddish, e disgustoso in entrambe.”

Gate of Horn. Night club di Chicago, dicembre 1962. Le continue spese processuali stanno portando Lenny sul lastrico. In scena attacca la falsità di politici, poliziotti, uomini di Chiesa, giornalisti. In quei giorni, leggendo un saggio di Sartre sull’antisemitismo, resta colpito da una dichiarazione di Eichmann, il pianificatore dell’Olocausto: “Sarei stato non solo un mascalzone, ma un maiale spregevole se non avessi eseguito gli ordini di Hitler”. Quella sera, a un certo punto fa spegnere tutte le luci, tranne un debole faretto blu. Poi, con un accento tedesco, dice: “Mi chiamo Adolf Eichmann, e ogni giorno gli ebrei venivano a divertirsi sotto le docce. Così almeno credevano. La gente dice che avrei dovuto essere impiccato. Nein. Non riconoscete la puttana che è dentro di voi? Avreste fatto lo stesso se foste stati lì al mio posto! La mia difesa: ero un soldato. Giornate di impegno coscienzioso. Guardavo dagli oblò. Ho visto ogni ebreo bruciato e trasformato in sapone. Voi vi credete migliori perché avete bruciato i vostri nemici a lunga distanza con i missili, senza mai vedere cosa gli avevate fatto? Hiroshima: ‘auf Wiedersehen.’ (fine dell’imitazione) Se avessimo perso la guerra, avrebbero impiccato Truman per le palle”. Lo arrestano con l’accusa di oscenità. Il capo della buoncostume avverte il manager del locale: “Se quell’uomo usa di nuovo una parola oscena in questo club, se parlerà di nuovo contro la religione, arresto te e tutti quelli che lavorano qui. Hai capito? Manderemo qualcuno a vedere ogni spettacolo”. Spiega Paul Krassner, autore satirico e fondatore della rivista di controcultura The Realist: “Rispetto agli stand up comedian tradizionali degli anni 50, che raccontavano barzellette misogine sulla cucina, la guida e la frigidità delle mogli, Lenny Bruce rappresentava una rivoluzione culturale. Irriverente, creava mini dialoghi teatrali sul razzismo, la sessualità, i test nucleari, gli stipendi degli insegnanti, le leggi sulla droga, il diritto all’aborto, la religione organizzata. Chicago era l’arcidiocesi col maggior numero di cattolici in tutti gli Stati Uniti. La giuria di Bruce era composta interamente da cattolici. Il giudice era cattolico. Il pubblico ministero e il suo assistente erano cattolici. Il mercoledì delle Ceneri il giudice si tolse la macchia di cenere dalla fronte e disse all’ufficiale giudiziario e a tutti gli altri di fare altrettanto. La vista di un giudice, due pubblici ministeri e 12 giurati, ognuno con una macchia di cenere sulla fronte, aveva il sapore surreale di una scenetta alla Lenny. A San Francisco, una giuria lo aveva ritenuto non colpevole di oscenità (i poliziotti che l’avevano arrestato ammisero sul banco dei testimoni che il suo materiale non aveva suscitato in loro alcun interesse pruriginoso), ma a Chicago il giudice rifiutò quella difesa. Lenny commentò: ‘Dopo quattro anni ho capito perché mi hanno arrestato così tante volte. Faccio il mio numero alle 11 di notte, e alle 11 della mattina dopo, davanti a un giuria popolare da qualche parte, c’è un tizio che recita il mio pezzo, in sostanza presentandosi come Lenny Bruce. Un giudice di pace rifà il mio numero. La giuria lo guarda e dice: ‘Fa schifo!’ Ma vengo arrestato io. E l’ironia è che devo andare in tribunale e difendere il suo numero” (Krassner, 2002). Condannato per oscenità, la Corte Suprema lo assolve.

Playboy. 1963: nel numero di ottobre la rivista di Hugh Hefner pubblica la prima parte dell’autobiografia di Lenny, Come parlare sporco e influenzare la gente. “La nostra società si basa sulla concorrenza. Te la inculcano a scuola con i voti. Se porti a casa buoni voti, tua madre ti abbraccia e tuo padre ti dà una pacca sulla spalla. Gli insegnanti ti sorridono. Ma non i tuoi compagni di scuola; sanno di essere in concorrenza con te. Presto impari che per avere amore ed essere accettato, devi prendere voti più alti dei tuoi compagni. In sostanza, sei contento dei loro insuccessi. Questo ce lo portiamo con noi nell’età adulta. Se in un locale o a un concerto faccio incassi maggiori di quelli che fa Mort Sahl nello stesso posto, ho portato a casa una buona pagella. Oggi mi rallegro sinceramente del successo di un altro, anche se forse questo è dovuto al fatto che sto facendo abbastanza soldi per permettermi di essere magnanimo al riguardo. Mi piace credere che se stessi ancora faticando, e a Mort le cose andassero bene, sarei comunque felice per lui. Chissà. Sono felice che gli vada bene. Ma non che gli vada meglio di me”.

(97. Continua)

De Luca, mezzo Pd attacca lo sceriffo Il 23 il meeting contro il terzo mandato

Qualcosa si muove nel Pd dopo anni di stallo e silenzio davanti all’anomalia Vincenzo De Luca. C’è vita al Nazareno, dove finalmente qualcuno si è accorto che il governatore della Campania, “odiatore seriale che da anni offende tutti”, regolarmente inserisce tra i suoi insulti “anche il partito a cui appartiene. Il tuo”.

I virgolettati sono estratti da un appello al segretario Enrico Letta di una trentina di intellettuali capeggiati dal sociologo Isaia Sales, mente lucida dell’antideluchismo militante, tra i quali Aurelio Musi, Giulio Sapelli, Nadia Urbinati, Pietro Spirito, Luciano Brancaccio. Si elencano i guasti del deluchismo, le carriere clientelari, l’abitudine a non considerare le inchieste giudiziarie come impedimenti alle nomine di staff, il sistema Salerno degli appalti alle coop in cambio di voti. E si prega di prendere posizione “pro o contro il terzo mandato del presidente della Campania con legge ad personam”. Molti dei firmatari sono di chiara area dem, persino ex dirigenti di partito, tra i quali il docente Marco Plutino, firmatario a gennaio di una clamorosa lettera aperta in cui annunciava l’uscita dal Pd con argomentazioni simili a questo appello, aggiungendo come fatto personale la sua irritazione per essere stato scavalcato nella carriera universitaria a Cassino dal figlio del governatore, il deputato Piero De Luca. Ma sono tutti in fuga dal Pd fino a quando De Luca continuerà a fare il bello e il cattivo tempo “in una sorta di repubblica autarchica dove vige la legge del padrone”.

Il padrone ovviamente è lui, De Luca. Tiene in ostaggio il Pd campano da almeno un paio di anni. Da quando il segretario regionale, Leo Annunziata, non convoca più la direzione e gli organismi dirigenti. Avallando poi, nell’irritazione di Letta, l’anomala alleanza tra le liste civiche di De Luca e Clemente Mastella alle ultime amministrative di Benevento, in contrapposizione al candidato ufficiale dem Luigi Diego Perifano, scelto e appoggiato dalla segreteria nazionale. Alcuni collaboratori di Perifano raccontarono colloqui surreali con i supporter di De Luca. Venivano rimproverati “di mettere in difficoltà il governatore”. Come se invece non fosse il contrario, non fosse De Luca a mettere in difficoltà il Pd, trasformato quasi ovunque in Campania in una appendice personale del potere dell’ex sindaco di Salerno.

C’è vita al Nazareno, dicevamo. Qualche giorno fa Letta, e ieri l’ex ministro Giuseppe Provenzano, hanno infatti risposto. Con parole e toni simili: “Ce ne occuperemo, anche se in questo momento ci sono questioni più importanti”, con riferimento al conflitto in Ucraina. Insomma, la misura è colma anche per loro. Provenzano ha aggiunto un distinguo importante tra il Pd di Napoli e il resto del pd campano. Riconoscendo al partito del segretario napoletano Marco Sarracino un sufficiente livello di emancipazione dai diktat deluchiani. E il ritorno alla vittoria a Napoli con Gaetano Manfredi dopo dieci anni di campagne elettorali disastrose, a scappare dagli scandali di primarie inquinate e roventi.

Proprio l’Antisala dei Baroni di Napoli, nel cuore di Palazzo San Giacomo, dovrebbe tenersi nel pomeriggio del 23 marzo un forum dei promotori dell’appello. Verrà preceduto il 17 marzo da un forum a Salerno, presso la sede del quotidiano Salerno Sera.

Gli intellettuali antideluchiani sanno che la loro missione è difficile. “Comprendiamo che è arduo rinunciare alla mole di voti che il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca è capace di coagulare, tra centro sinistra e destra – si legge nell’appello a Letta – ma forse dovresti chiederti a che prezzo, quanto costano questi voti ai cittadini campani ma anche alla credibilità del Partito democratico”. E citano un esempio, “il ‘brodino della Cipollone’, capo legislativo del MIC che ha avuto il torto di scrivere alcuni richiami sulla legge per la casa. Franceschini gli ha chiesto di rispondere ai rilievi e di chiedere scusa. Non ha fatto né l’uno né l’altro. Anzi, sta continuando ad insultare Ministero e Sovrintendenze al solo scopo di varare una legge che consente altro scempio del paesaggio”. Tra i firmatari infatti ci sono il presidente campano di Italia Nostra Raffaella Di Leo e il docente di politica dell’ambiente Ugo Leone.

Iervolino, editore dell’Espresso, è indagato per una frode fiscale

Il neo editore dell’Espresso, Danilo Iervolino, patron di Bfc media e presidente della Salernitana, è indagato dalla Procura di Napoli per un’ipotesi di evasione fiscale di pochi milioni di euro. L’accusa risale ad anni e vicende a cavallo della metà del decennio scorso, quando il core business del rampante imprenditore napoletano era UniPegaso, l’università telematica da lui fondata nel 2006 – ne è ancora formalmente presidente – e poi recentemente venduta al fondo straniero Cvc, insieme a tutte le sue attività e le partecipazioni nel settore dell’education, per una cifra che si aggirerebbe intorno a 1 miliardo di euro.

Nelle scorse settimane la Procura guidata da Giovanni Melillo ha notificato a Iervolino un avviso di proroga delle indagini. Il fascicolo, affidato ai sostituti procuratori Daniela Varone e Sergio Raimondi, sotto la supervisione del procuratore aggiunto Rosa Volpe, contesta all’imprenditore una presunta violazione dell’articolo 3 del decreto legislativo 74 del 2000, una fattispecie di evasione fiscale detta “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.” Si tratta di un reato oggi punito dai 3 a 8 anni nei casi più gravi. All’epoca dei fatti contestati a Iervolino, però, la sanzione era inferiore a quella attuale, da 1 anno e sei mesi a 6 anni.

Il fascicolo è nato in seguito all’esito di alcuni accertamenti dell’Agenzia delle Entrate risalenti alle dichiarazioni fiscali di diversi anni fa. L’avviso di proroga, come è prassi, fornisce agli indagati pochissimi elementi utili a ricostruire i dettagli dell’accusa. Quasi sempre, come in questo caso, si limita a indicare il titolo di reato. L’indagato ha la facoltà di opporsi alla proroga e chiedere al Gip lo stop dell’inchiesta, per accelerarne la conclusione: ma lo può fare solo “al buio”, senza poter accedere agli atti.

Gli inquirenti partenopei hanno iscritto Iervolino nel registro degli indagati perché interpretano sfavorevolmente alcune condotte fiscali dell’imprenditore, finalizzate a ridurre di qualche milione di euro l’imponibile. I legali di Iervolino, il professore Giuseppe Saccone e l’avvocato Nicola Quatrano, sono invece sicuri di poterne dimostrare l’innocenza, e la correttezza delle informazioni riportate in dichiarazione.

Iervolino ha tempo e modo per poter replicare alle accuse che gli sono mosse, secondo la strategia difensiva che riterrà più opportuna. A cominciare dalla possibilità di essere sentito dai pm per fornire chiarimenti e delucidazioni. E così provare ad ottenere in tempi rapidi l’archiviazione, come è già accaduto per un’altra inchiesta della Procura di Napoli che lo aveva accusato di corruzione – insieme ad altre dieci persone, tutte archiviate – intorno al parere del Cds che rese possibile la trasformazione in spa della Fondazione Pegaso, e a un emendamento della legge di bilancio 2020 che equipara il regime fiscale delle università non statali a quelle statali. “Non ci fu nessuna condotta illecita ai fini dell’ottenimento del parere”, scrisse il Gip nel decreto.

“Portò la coca”: nipote di De Mita indagato

Simone Maria Ceresani è indagato. Il nipote dell’ex premier Ciriaco De Mita la notte del capodanno 2021 era nel villino di Primavalle, insieme alle altre 28 persone, dove sono avvenute presunte violenze sessuali su due ragazze minorenni. A portare cocaina e hashish, sostiene la procura di Roma, sarebbe stato (anche) Cerasani. Per questo è accusato di spaccio, reato aggravato dalla vendita a minorenni. l ragazzo è figlio di Simona De Mita, figlia a sua volta dell’ex presidente del Consiglio, e di Cristiano Ceresani, già capo di gabinetto di Lorenzo Fontana, ex ministro leghista della Famiglia, già alla guida dell’ufficio legislativo di un’altra ex ministra, Maria Elena Boschi.

Ordigno contro chiesa di Don Patriciello

Un ordigno Un ordigno è esploso nelle prime ore del mattino davanti alla chiesa San Paolo apostolo del parco Verde di Caivano (Napoli), dove da anni padre Maurizio Patriciello conduce una battaglia per la legalità, a cominciare dalla denuncia dei disastri nella Terra dei Fuochi, e dove è nato il Comitato di liberazione dalla camorra di cui il sacerdote fa parte e che per domani ha organizzato una manifestazione davanti alla parrocchia “per rispondere all’intimidazione”. L’ordigno è esploso alle 4 di sabato, danneggiando parte del cancello pedonale che porta al cortile della chiesa dove solo poche ore prima, don Maurizio era stato circondato dall’affetto dei suoi parrocchiani nel giorno del suo compleanno.

Falsi vaccini e pass, arrestati due medici

Sono accusati di aver avere falsificato Green Pass dietro compenso di denaro e, per questo, sono stati arrestati a Ferrara. Protagonisti della vicenda due medici e una collaboratrice di uno dei due, fermati dalle Fiamme gialle nel corso dell’operazione ribattezzata “Red Pass”. Sono accusati di aver simulato la somministrazione del vaccino anti Covid e aver rilasciato false certificazioni di esenzione per patologie inesistenti. L’indagine è stata avviata lo scorso dicembre quando i due medici, nel giro di pochi mesi, avevano registrato un incremento anomalo di pazienti, con 848 nuovi assistiti, dei quali 51 da fuori provincia e regione: 548, inoltre, risultavano vaccinati nei quattordici giorni successivi dopo il cambio del medico.

“Abramovich non è ebreo” In manette rabbino di Porto

Un problema dietro l’altro per Roman Abramovich, i cui guai da Londra attraversano l’Europa e arrivano fino al Portogallo. In Gran Bretagna le sanzioni disposte nei suoi confronti dal governo inglese a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, hanno infatti costretto il magnate russo a mettere in vendita il Chelsea, di cui è proprietario dal 2003 e con cui ha conquistato due Champions League, due Europa League, una Supercoppa Uefa, un Mondiale per club, cinque Premiership, cinque FA cup e tre Coppe di Lega. L’ultima tegola per il patron dei Blues arriva però dal Portogallo, dove è stato arrestato il rabbino della comunità di Porto, seconda città lusitana, Daniel Litvak, nell’ambito di un’indagine avviata lo scorso gennaio, sulla cittadinanza portoghese recentemente ottenuta dal magnate russo. I reati ipotizzati sono di corruzione e falsificazione dei documenti. Abramovich aveva infatti beneficiato, nell’aprile 2021, di una legge che permetteva a tutti i discendenti degli ebrei sefarditi, perseguitati ed espulsi dal Portogallo fino alla fine del XV secolo, di ottenere la cittadinanza portoghese. La stessa legge conferiva alle comunità ebraiche di Porto e Lisbona l’autorizzazione a rilasciare un certificato che attestasse le origini ebraiche, grazie a cui Abramovich ha ottenuto anche la cittadinanza israeliana.

Le carte presentate da Abramovich, secondo i pubblici ministeri di Porto, sarebbero false, avallate dal rabbino. Il religioso è stato interrogato ieri per due ore, riferisce l’agenzia stampa Lusa. Gli è stato sequestrato il passaporto e si prevede che otterrà la libertà condizionale. Le autorità portoghesi stanno indagando anche su altri membri della comunità ebraica di Porto, accusati di corruzione, falsificazione di documenti, riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale e associazione a delinquere, per aver aiutato illegalmente diversi ebrei a ottenere la cittadinanza portoghese.

Nyt: “Lo yacht di Putin a Marina di Carrara” Trieste, sequestrata mega barca al magnate

Il governo americano sostiene che lo yacht fermo a Marina di Carrara potrebbe essere di Vladimir Putin. Lo ha scritto ieri il New York Times spiegando che l’imbarcazione in questione è lo Scheherazade, 140 metri di lunghezza. La notizia non è stata confermata dal gruppo The Italian Sea Group, dove lo yacht è bloccato per manutenzione: “In funzione della documentazione di cui disponiamo e a seguito di quanto emerso dai controlli effettuati dalle autorità competenti”, ha detto la società, lo Scheherazade “non è riconducibile alla proprietà del presidente russo”. La Guardia di Finanza italiana ci sta lavorando, ma il giallo potrebbe durare ancora un po’. Il super yacht batte bandiera delle Cayman, la proprietà è schermata da diverse società, alcune basate in paradisi fiscali. Potrebbero essere necessarie rogatorie, e chissà se le autorità dei Paesi che le riceveranno vorranno partecipare alla guerra economica contro il regime di Putin.

Intanto la caccia agli yacht degli oligarchi più in vista continua. Ieri a Trieste, all’Arsenale San Marco di Fincantieri, è stato sequestrata la barca a vela più grande al mondo, la Sailing Yacht y A, valore stimato: 150 milioni di euro. Andrey Melnichenko non ha mai fatto mistero di esserne il proprietario, nonostante l’imbarcazione sia intestata a una società delle Bermuda. Finito sotto sanzioni dopo l’invasione dell’Ucraina, Melnichenko è azionista di maggioranza di due giganti industriali russi, EuroChem Group (fertilizzanti) e Suek (carbone). Il Consiglio europeo lo ha descritto come “appartenente al cerchio più stretto di Putin”, attivo “in azioni e politiche che indeboliscono e minacciano l’Ucraina”. Il sequestro record si aggiunge a quelli avvenuti nei giorni scorsi in Italia ai danni di altre cinque oligarchi putiniani: Oleg Savchenko, Vladimir Soloviev, Gennady Timchenko, Alexey Mordashov, Alisher Usmanov. Il totale dei beni sequestrati dal nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza è al momento di 197 milioni di euro. Alla fila degli yacht requisiti dall’Italia non si aggiungerà quasi sicuramente il Solaris di Roman Abramovich. Ieri l’imbarcazione è stata avvistata a Tivat, in Montenegro. Secondo il quotidiano locale Vijesti, era in arrivo da Barcellona. Dopo che il governo britannico lo ha costretto a mettere in vendita il Chelsea, lo yacht dell’oligarca più famoso d’Europa punta a sud, fuori dalle acque dell’Ue.