Perquisizioni ad ampio raggio nella Valle del Belice, alla ricerca di una traccia che possa portare all’inafferrabile boss latitante Matteo Messina Denaro, che da 28 anni resta celato nell’ombra. Alle calcagna dell’ultimo padrino di Cosa nostra, detto Diabolik o u’ Siccu, c’è la Dda di Palermo, guidata dal procuratore aggiunto Paolo Guido, che nella giornata di ieri ha impegnato oltre 150 agenti del reparto anticrimine di Sicilia e Calabria per perquisire tra Agrigento, Trapani e Palermo le abitazioni dei fiancheggiatori che coprirebbero la latitanza del boss. Tra gli indagati per favoreggiamento alla mafia e al super latitante c’è Calogero Giambalvo, ex consigliere comunale di Castelvetrano, città natale di Messina Denaro, recentemente condannato per estorsione dal tribunale di Trapani, ma assolto dall’accusa di associazione mafiosa. A marzo scorso, sono stati sequestrati a Giambalvo beni per un valore di circa un milione di euro. Gli agenti si sono recati anche nelle abitazioni di alcuni familiari dell’ex politico. Nell’elenco risulta poi Lorenzo Catalanotto, arrestato 10 anni fa nell’operazione “Golem 2” e finito nella rete dei corrieri di pizzini tra Messina Denaro e l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino. Quest’ultimo ha collaborato con i servizi segreti sotto il nome in codice ‘Svetonio’, intrattenendo una corrispondenza epistolare con u’ Siccu, che rispondeva ai messaggi usando lo pseudonimo di ‘Alessio’. Perquisita anche la casa di Giovanni Campo, figlio del boss agrigentino Pietro Campo, capo mandamento della famiglia di Santa Margherita Belice e storicamente legato a Messina Denaro. Appena due giorni fa, il Tg2 ha mostrato in esclusiva un video del dicembre 2009, in possesso della Direzione centrale anticrimine della polizia, in cui si vede un uomo stempiato e con gli occhiali seduto a lato passeggero di una Mitsubishi Pajero blu. La macchina percorre una strada sterrata a pochi passi dalla casa del boss Campo, e per l’intelligence l’uomo sarebbe Messina Denaro. Tesi che però non trova riscontri negli approfondimenti investigativi svolti dalla Dda di Palermo. Tra l’altro, l’auto non sarebbe riconducibile a figure legate a Messina Denaro, e per i pm sarebbe improbabile che u’ Siccu, considerato uno dei maggiori ricercati al mondo, potesse circolare in pieno giorno, in un’auto con il finestrino abbassato e nelle vicinanze della casa di Campo, monitorata dagli inquirenti.
Alitalia, ok Cig straordinaria fino al 2023
La cassa integrazione straordinaria per i dipendenti di Alitalia verrà prorogata solo di un anno, fino al 2023, e non per altri tre come chiedevano i sindacati. La conferma è arrivata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando che ha annunciato una norma ad hoc durante il tavolo di ieri con le parti sociali. Ma alla fine, la notizia è tutt’altro che negativa: il governo ha accettato di valutare se estendere la Cigs fino al 2025, agganciandola alla durata del piano industriale di Ita, monitorando proprio le mosse della compagnia di bandiera che dal 15 ottobre spiccherà il volo con appena 2.800 dipendenti rispetto agli attuali 11 mila di Alitalia. Già per il 10 ottobre è stato convocato un nuovo tavolo in cui si attiverà un monitoraggio per valutare quante assunzioni Ita ha fatto pescando nel bacino di Alitalia. Intanto entro lunedì prossimo dovranno arrivare alla ex compagnia di bandiera le offerte vincolanti per il brand Alitalia. La base d’asta è di 290 milioni di euro, quotazione ritenuta “antieconomico” dal presidente di Ita, Alfredo Altavilla.
Lo Sputnik funziona, ma chi lo ha fatto non ha il Green pass
Nell’area Ue non è autorizzato, e quindi non dà diritto, almeno per adesso, al Green pass. Ma a San Marino è stato utilizzato per proteggere dal Covid-19 il 90% della popolazione vaccinabile. Con risultati certificati dall’Università di Bologna e dall’Istituto malattie infettive “Spallanzani” di Roma: i primi studi preliminari confermano che il vaccino russo Sputnik V è comparabile a Pfizer per sicurezza e per efficacia.
Oggi la piccola Repubblica, che conta quasi 34 mila abitanti e che non fa parte dell’Unione europea, è un caso. Anche se tutto è nato da una scelta obbligata dopo un accordo disatteso con il governo italiano. Il ministro alla Salute Roberto Speranza aveva assicurato ai sammarinesi una dose ogni 1.700 di Pfizer che sarebbero arrivate all’Italia. I tagli e i ritardi alle forniture, soprattutto all’inizio della campagna vaccinale, lo hanno costretto a non rispettare l’intesa. Con le terapie intensive piene di pazienti Covid, il governo sammarinese si è così rivolto a un alleato storico, la Russia di Vladmir Putin, attraverso l’ambasciata in Italia. Pochi giorni dopo da Mosca sono partite le prime forniture di Sputnik V, registrato nell’agosto del 2020 dal ministero della Salute come Gam-Covid-Vac e distribuito fino ad ora nel mondo in quasi 70 Paesi. “Non è stata certo una scelta ideologica, la situazione era drammatica e dovevamo trovare soluzioni alternative”, ricorda Alessandra Bruschi, direttore generale dell’Istituto per la Sicurezza sociale di San Marino, dove la campagna vaccinale è partita il 25 febbraio scorso. Adesso, con l’80 per cento della popolazione vaccinata (solo al 10%, dopo gli arrivi dall’Italia, è stato somministrato il siero Pfizer), le prime conferme. Da una ricerca condotta insieme all’Università di Bologna, su un campione di oltre 2.500 volontari di età superiore ai 18 anni, è emerso che l’incidenza degli effetti avversi dopo la prima dose è stata del 53% mentre quella dopo la seconda dose è arrivata al 66,8%. In generale, il 76% dei destinatari di due dosi ha riportato alcuni effetti avversi in seguito a una delle due dosi di vaccino e il 2,1% ha subito reazioni più intense. Ma parliamo nella stragrande maggioranza dei casi di sintomi lievi. Dolori locali, astenia, cefalea e dolori articolari. Esiti sovrapponibili a quelli segnalati con il vaccino statunitense.
La fascia d’età più rappresentata dal campione preso in esame era di 60-69 anni. E quasi tutti gli effetti avversi rilevati, come ha concluso l’ateneo emiliano, sono stati “lievi o moderati” con durata di meno di 48 ore e nei due terzi dei casi senza la necessità di un intervento farmacologico. Anzi. Il tasso dei sintomi locali, secondo l’Alma Mater “è sostanzialmente inferiore a quelli osservati in altri studi sui vaccini anti-Covid” approvati dall’Ema, l’agenzia del farmaco europea.
Con l’Istituto Spallanzani di Roma è invece in corso uno studio su un campione di mille persone per analizzare la reazione del sistema immunitario a sei mesi e a un anno dalla somministrazione. La prima fase dello studio ha però già portato lo Spallanzani a riconoscere una sieroconversione al 100 per cento dei soggetti vaccinati. Significa che la totalità delle persone che hanno ricevuto Sputnik V hanno sviluppato gli anticorpi nei confronti del coronavirus SarsCov2. In particolare, una precedente indagine con il coinvolgimento di seimila persone (dalle quali è stato poi estratto il campione di mille) con un esame subito dopo la prima e la seconda dose aveva già dato esito positivo: nel 99,6% dei vaccinati è stata rilevata la risposta anticorpale.
Sul tema è intervenuto ieri Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute: “Il Consiglio superiore di sanità valuta l’opportunità di una dose aggiuntiva eterologa di vaccino anti-Covid a chi fosse stato vaccinato con Sputnik, ma non è riconosciuto dall’Oms Sputnik e dunque ci sono dei problemi di tipo regolatorio”.
Il nuovo antivirale dimezza ricoveri e morti per Covid
Una pillola antivirale promette di dimezzare ricoveri e morti per Covid: un potenziale, enorme, passo in avanti nella lotta alla pandemia. L’annuncio è dell’americana Merck, che chiederà presto alla Fda l’autorizzazione all’uso del suo farmaco sperimentale Molnupiravir.
Stando ai dati preliminari, i pazienti che hanno utilizzato il Molnupiravir entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi hanno visto ridursi del 50% il tasso di ospedalizzazione e morte, rispetto a quelli che hanno ricevuto un placebo. Lo studio ha seguito 775 persone adulte con sintomi da medi a moderati, considerate ad alto rischio di malattia grave a causa di problemi di salute come obesità, diabete o malattie cardiache.
Tra i pazienti che hanno assunto il Molnupiravir, il 7,3% è stato ricoverato o è morto entro 30 giorni, rispetto al 14,1% di coloro che hanno assunto il placebo. “I risultati sembrano promettenti”, commenta in Italia il direttore della Prevenzione del Ministero della Salute, Gianni Rezza: “È chiaro che c’è bisogno anche di farmaci antivirali. Abbiamo i vaccini, gli anticorpi monoclonali, mancano ancora i farmaci antivirali e ci sono diversi farmaci allo studio in fase 3”.
Nel nostro Paese la curva decresce, lentamente ma costantemente. L’Rt è stabile a 0,8 (quindi sotto la soglia epidemica dell’1). I casi Covid nelle ultime 24 ore si attestano a 3.405. Diminuisce ancora il tasso di occupazione in terapia intensiva, al 4,6%, così come il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale, al 5,5%. Il rischio è basso per tutte le regioni, a eccezione del Lazio, classificato come “moderato”.
“L’Italia si conferma con una curva tra le più contenute in termini di incidenza”, conferma il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. Un dato, rivendica, che “rende ragione del mix fatto da un forte investimento per la campagna vaccinale e allo stesso tempo dall’adozione di misure di precauzione per contrastare, anche con i comportamenti, la circolazione del virus”.
Il coronavirus SarsCov2 insomma circola sempre meno ed è in calo in tutte le fasce d’età. L’età media dell’ingresso in terapia intensiva è di 65 anni, quella dei decessi di 80 anni. Avanza seppur lentamente anche la vaccinazione dai 50 anni in su, che sta raggiungendo l’85%. E l’efficacia vaccinale “continua a mostrarsi molto solida per quanto riguarda le ospedalizzazioni, i ricoveri in terapia intensiva e i decessi”, conclude Brusaferro.
Missione vaccini incompiuta. Niente quota 80% a ottobre
Missione incompiuta. L’obiettivo dell’80 per cento di popolazione vaccinata entro fine settembre, annunciato dal commissario all’emergenza Generale Figliuolo il 13 marzo, non è stato raggiunto. Alle 17.11 di ieri sera risultavano aver completato il ciclo vaccinale 42.568.410 persone, ossia, secondo il report governativo, il 78,82% della popolazione “over 12”. Un buon risultato, certo, ma quell’“over 12” – come già segnalato nelle settimane scorse – non era contemplato nel piano presentato al premier Mario Draghi sette mesi fa. Allora il conto fu fatto sull’intera popolazione, dal che consegue che la percentuale di italiani immunizzati al primo ottobre è pari al 71,8%. Per il fatidico 80%, quota “immunità di gregge” o “di sistema” – che ha già permesso ad alcuni Paesi come il Portogallo di eliminare ogni restrizione – mancano all’appello cinque milioni circa di italiani e non pochi nelle fasce a rischio.
Il motivo principale, a questo punto, va evidentemente cercato nella ritrosia di svariati milioni di no vax più o meno irriducibili. L’effetto Green pass, salvo un lieve balzo in avanti tra agosto e settembre, sembra proprio non esserci stato: a due settimane dal 15 ottobre, data di entrata in vigore del “super pass” che sarà richiesto anche sui luoghi di lavoro, tutte le curve, per tutte le fasce di età, languono in discesa. L’unico effetto, come segnalato giovedì dal report della Fondazione Gimbe, riguarda i tamponi rapidi (che per 48 ore hanno lo stesso valore del Green pass), in deciso aumento.
Tra i circa 4 milioni e mezzo di ultraottantenni italiani, 236 mila (il 5,17%) sono ancora senza nemmeno una dose, con circa 7 mila prime somministrazioni negli ultimi sette giorni, che salgono a 14 mila nella fascia 70-79 (6 milioni di persone) che però vede ancora completamente scoperte oltre 493 mila persone (l’8,17%).
Il grosso delle nuove vaccinazioni nell’ultima settimana si è registrato nelle fasce 60-69 e 50-59, rispettivamente 35 e 90 mila, numeri comunque esigui rispetto a uno zoccolo duro no vax che proprio in queste fasce di età sembra avere la maggior rappresentanza. Tra gli ultrasessantenni (sette milioni e mezzo di italiani) sono ancora oltre 865 mila (11,45%) le persone che mancano all’appello; tra gli ultracinquantenni (quasi 10 milioni di italiani, la fascia di età più numerosa), “resiste” ancora più di un milione e mezzo di persone, oltre il 15% della platea. Insomma, tra gli italiani over 50 restano sempre circa 3,1 milioni di non vaccinati, cui vanno aggiunte 774 mila persone in attesa di seconda dose, dunque solo parzialmente protette.
Anche tra i 40-49 (8.787.616 persone) ne resterebbero 1.783.130 (20,28%) da vaccinare e 486.490 (5,54%) in attesa di seconda dose, mentre tra i 30-39enni (6.794.332 italiani) 1.462.389 (21,52%) e 507.318 (7,87%). Più virtuosa la fascia 20-29 (poco più di sei milioni di persone): a zero dosi 985.970 ragazzi (16,40%) e 472.122 in attesa di seconda dose (7,85%).
Luci e ombre anche nelle vaccinazioni tra gli adolescenti, in rallentamento dopo una fase di accelerata. Sono 2.740.257 (su 4,627 milioni) i ragazzi tra i 12 e i 19 anni immunizzati contro il Covid: il 59,2% della popolazione di questa fascia d’età. Restano in attesa di prima dose in 1.451.932, il 31,3% del totale. Tra i 12-15enni è vaccinato il 47,68% mentre devono ancora cominciare il ciclo vaccinale 965.464 giovanissimi. Le prime dosi della settimana sono state appena 31 mila. Nella fascia 16-19 anni la percentuale dei vaccinati cresce ed è pari al 70,68% mentre non si sono ancora sottoposti a prima dose 486.468 ragazzi, pari a circa il 21% del totale. Anche in questo caso, il computo di prime dosi in settimana è piuttosto magro: appena 27 mila nuovi vaccinati.
Infine personale scolastico e operatori sanitari, da tempo obbligati al vaccino: tra i lavoratori della scuola sono totalmente scoperte ancora 90 mila persone, il 5,8% del totale, mentre tra i lavoratori della sanità sono solo 35.666, l’1,82%.
“Interi pezzi di storia in fumo, si limita il diritto di cronaca”
Al sito di Fanpage recentemente hanno sperimentato una sorta di ‘deindicizzazione’ che andava ben oltre lo spirito della riforma Cartabia: un articolo da far sparire dal web molto prima dell’assoluzione o dell’archiviazione, ma su semplice querela del presunto diffamato. Stiamo parlando dell’ordinanza del Gip di Roma che imponeva l’oscuramento della videoinchiesta relativa a Durigon e al “generale della Finanza messo da noi”, che avrebbe così depotenziato le indagini sui 49 milioni della Lega, secondo le parole dell’ex sottosegretario leghista registrate di nascosto dal pool investigativo della testata web diretta da Francesco Cancellato. Il provvedimento del Gip è durato poco più di una giornata ed è stato revocato prima ancora di essere applicato nel concreto. A Cancellato abbiamo chiesto un parere su questa parte del progetto di riforma. E su quali ripercussioni potrebbe avere sul lavoro delle testate come Fanpage che fanno informazione sul campo.
Direttore Cancellato, il ministro di Giustizia Marta Cartabia scrive nel suo decreto che gli articoli vanno deindicizzati dai motori di ricerca dopo un provvedimento di archiviazione o di assoluzione, anche non definitiva. Che ne pensa?
Questa norma cozza con il diritto di cronaca, ne è una forte limitazione. Anche se in generale sono d’accordo sul principio che non ci sia uno stigma per una persona che è stata indagata, processata e poi assolta. Ma…
Ma?
La norma potrebbe provocare dei buchi nelle narrazioni giornalistiche.
Lo chiamano ‘diritto all’oblio’.
Non sono pregiudizialmente contrario al diritto all’oblio. Ma è uno strumento che ha dei limiti, non può ledere altri diritti come quello dell’informazione.
Quante richieste di deindicizzazione vi arrivano già ora, direttamente alla testata?
Cinque o sei alla settimana, e le vagliamo una volta a settimana, caso per caso, con il nostro ufficio legale.
Sono poche o tante secondo lei?
Sono molte, sollevano un tema.
Con la riforma Cartabia forse diventeranno cinquanta o sessanta a settimana. Dovrete ingaggiare altri avvocati, dovrete trascorrere molto tempo a ‘ripulire’ il sito. Tutte energie e risorse sottratte al lavoro.
È uno dei punti più preoccupanti di questa riforma. Un altro punto preoccupante è che la riforma non tiene conto che una persona, sia pur innocente in primo grado, resta un ‘caso di cronaca’ fino alla sentenza definitiva. Sono molti i processi controversi, sono molte le sentenze di innocenza ribaltate in appello e non si può diventare ‘oblio’ al primo grado. E poi cosa succede? Bisogna ricostruire ex post tutta la vicenda?
Quindi?
Mi sembra un esercizio un po’ troppo estensivo di un diritto legittimo all’oblio.
Senza dimenticare le pressioni di altro tipo: quante querele ricevete?
Beh, ieri notte all’una e mezza ci è arrivata l’ultima… Ne abbiamo nell’ordine delle decine.
Anche questo è un tema.
Le querele temerarie sono certamente un tema. Noi ne riceviamo meno di altri perché siamo meno esposti politicamente. Penso che voi del Fatto ne riceviate parecchie: fatte solo per evitare che si scriva di un certo argomento. In un quadro complessivo volto ad arginare il diritto di fornire informazioni di pubblico interesse.
Mori, piazza fontana e B.: Così La cartabia nasconde le indagini
Cancellare la memoria: per non farsi mancare niente, la riforma Cartabia prevede anche la possibilità di far smarrire per sempre nel web le tracce di storie che non siano finite con il timbro “colpevole” stampigliato in fondo a una sentenza definitiva. Lo stabilisce il disegno di legge “per l’efficienza del processo penale” (così si chiama) che all’articolo 25 dice: “Prevedere che il decreto di archiviazione e la sentenza di non luogo a procedere o di assoluzione costituiscano titolo per l’emissione di un provvedimento di deindicizzazione che, nel rispetto della normativa dell’Unione europea in materia di dati personali, garantisca in modo effettivo il diritto all’oblio degli indagati o imputati”. Ma altro che “diritto all’oblio”: chiunque abbia avuto una sentenza di assoluzione, un’archiviazione, un non luogo a procedere, o anche una prescrizione o improcedibilità, potrà far deindicizzare gli articoli che riguardano il suo procedimento, cioè fare in modo che Google e gli altri motori di ricerca non riescano più a trovarli nel mare del web.
Dunque la legge Cartabia non solo sostituisce la prescrizione con l’improcedibilità, cancellando i processi che dureranno (a regime) più di due anni in Appello e più d’uno in Cassazione; non solo darà al Parlamento (dunque alla politica) la possibilità di dettare ai magistrati le priorità nei reati da perseguire, incrinando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale; ma permetterà anche di azzerare la memoria di storie non finite con una condanna. Chi è stato assolto (o prescritto) potrà far perdere le tracce delle sue vicende processuali, che resteranno nel web, ma praticamente introvabili. Nel caso di storie che hanno a che fare con la vita collettiva, la politica, le istituzioni, i cittadini saranno privati della possibilità di ricordare il passato. Non solo: gli archivisti faranno fatica a raccogliere e conservare i documenti e a mantenere memoria di importanti vicende collettive e gli storici avranno difficoltà a scrivere la storia del nostro Paese. Il primo esempio che viene alla mente è la fresca assoluzione del generale-prefetto Mario Mori nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Secondo la legge Cartabia, ora potrebbe far sparire dal web la sua presenza processuale e impedire ai lettori, ai cittadini e agli storici di ricostruire il suo ruolo nella trattativa che le istituzioni dello Stato hanno avviato con Cosa nostra (senza commettere reati, secondo la sentenza d’appello che lo ha assolto). Sarà difficile così ricostruire la storia della mafia e della corruzione in Italia. Filippo Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente Pd della Provincia di Milano, è uscito grazie alla prescrizione dall’inchiesta per concussione in cui era accusato di aver intascato una supertangente di 5 miliardi e 750 milioni di lire (come anticipo di una mazzetta complessiva di 20 miliardi di lire) ricevuta, secondo l’accusa, per permettere di costruire sull’area dove sorgevano le acciaierie Falck. Prescritto, dunque diritto all’oblio e diritto alla cancellazione delle poche molliche di pane seminate nel web da qualche ingenuo Pollicino.
E Berlusconi? Una trentina di processi, ma una sola condanna definitiva, finora, quella per la frode fiscale. Per il resto, prescrizioni e assoluzioni. Come raccontare, allora, il ventennio berlusconiano, con gli *** al posto del nome? E forse non si potrà raccontare fino in fondo neppure la storia dell’unica condanna passata in giudicato, perché gran parte dei soldi nascosti al fisco e agli azionisti di minoranza di Mediaset sono usciti dalla scena processuale a causa della prescrizione: erano 368 milioni di dollari, ma solo 7,3 milioni sono sopravvissuti fino alla sentenza finale. Cancellarli dal web?
Difficile scrivere anche la storia dell’eversione. Come raccontare un evento cruciale per la storia italiana come la strage di piazza Fontana, che ha avuto una dozzina di processi, ma tutti finiti con assoluzioni? E con un paradosso finale: una sentenza della Cassazione del 2005 afferma che i responsabili dell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura, che però non possono più essere condannati perché definitivamente assolti per lo stesso reato nel 1987. E che dire di un protagonista assoluto della strategia della tensione come Pino Rauti? È stato indagato per la strage di piazza Fontana, ma poi prosciolto. Dunque merita la deindicizzazione degli articoli che raccontano la sua storia. Eppure è il fondatore di Ordine nuovo, il gruppo neofascista che una sentenza definitiva indica come la cabina di regia di almeno due stragi italiane, quella di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia a Brescia del 1974.
Sono allarmati anche gli addetti ai lavori: “È una iniziativa legislativa che avrà effetti gravi”, dice Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni. “Gravi non per chi ovviamente sa come e dove trovare le informazioni, ma per chi non ha le competenze per farlo e può usare soltanto i motori di ricerca. Non dobbiamo dimenticare che il diritto all’oblio nacque in modo diverso, per proteggere le vittime di violenza sessuale di cui giustamente non si devono diffondere identità o, peggio, contenuti. Questa, a mio parere, è invece una distorsione. Mi auguro che l’Europa intervenga per garantire deroghe, soprattutto per fini storici. Ma anche in questo caso: quali saranno? E come e da chi saranno stabilite?”.
L’avvocato Caterina Malavenda denuncia da tempo “gli scricchiolii” che vengono da “una non casuale e inarrestabile convergenza di iniziative che tendono a ridurre progressivamente, ma inesorabilmente, la facoltà di decidere — magari sbagliando e rispondendo dell’errore — che cosa si può dire e che cosa invece no”. Con la deindicizzazione Cartabia, “non c’è più bilanciamento fra diritti né l’inevitabile riduzione della sfera privata di chi è in politica, ma c’è l’oblio che cala su tutto, subito e per sempre”. “Possiamo solo sperare — aggiunge — nei decreti legislativi che dovranno dare applicazione alla legge che tenta di cancellare la memoria”.
Il capo dello Stato annulla il viaggio a Dubai e in Kuwait
Il giallo esplode quando Dagospia ha dato la notizia che Mattarella avrebbe annullato la prevista visita a fine novembre al padiglione italiano dell’Expo di Dubai per una crisi diplomatica con gli Emirati Arabi. In realtà, la questione è diversa, come trapela ufficiosamente dal Quirinale. In origine il capo dello Stato sarebbe dovuto andare in missione ufficiale in Kuwait per ringraziare il Paese per il supporto offerto per le operazioni di evacuazione dall’Afghanistan. Da lì poi avrebbe fatto una sosta a Dubai per l’Expo. Solo che dal Kuwait hanno chiesto al Colle di annullare la visita per motivi interni di estrema delicatezza, e quindi che esulano dalla volontà del capo dello Stato. A quel punto Mattarella ha deciso di non fare più il viaggio, compresa la tappa di Dubai. Secondo il Quirinale, allora, i rapporti difficili e altalenanti con gli Emirati Arabi non c’entrano nulla. Andare nel Golfo solo per visitare il padiglione italiano di Expo avrebbe comportato un costo eccessivo a fronte della durata della sosta. Di qui la decisione di non fare più il viaggio.
Piccoli Durigon crescono: “Un errore la piazza per Siani”
Piccoli Durigon comiziano via internet nel Napoletano. Se a Latina l’ex sottosegretario della Lega ha proposto di sbianchettare dalla targa di una piazza i nomi di Falcone e Borsellino per sostituirli con quello del fratello del Duce, a Vico Equense (Napoli) l’ex sindaco facente funzioni Benedetto Migliaccio non è da meno: “Non mi piace che Vico Equense abbia dedicato la sua piazza più importante a Giancarlo Siani”. Lo afferma in un’intervista video andata in rete sul canale YouTube del settimanale Agorà il 23 settembre scorso, proprio il giorno dell’anniversario della morte di Siani, e sottotitolata “basta con gli odiatori e la retorica anticamorra”. Un semi monologo di 27 minuti concluso con l’endorsement per il candidato sindaco di FdI, Udc, Lega e Forza Italia, Giuseppe Aiello.
Migliaccio è arrivato a Siani e alla “retorica anticamorra” prendendo la rincorsa dalla vicenda di un ex consigliere comunale di Villaricca, comune sciolto per infiltrazioni mafiose quest’estate, e candidato a Vico nell’Udc. Il caso è stato sollevato con toni polemici da una interrogazione della deputata M5S Carmen Di Lauro, che Migliaccio e l’intervistatore deformano più volte in “senatrice”, pur avendo lei poco più di trent’anni. “Siani doveva essere ricordato a Torre Annunziata, dove scriveva, lottava contro la camorra e dove è stato ucciso”, sostiene Migliaccio nel video. Mostrando di sapere poco e male la storia del giovane giornalista del Mattino ammazzato nel 1985. Siani non morì a Torre Annunziata, ma sotto casa sua a Napoli, trucidato dai sicari che agirono su ordine del boss Angelo Nuvoletta. “Accostare Vico a questi problemi di malavita, soltanto perché Siani veniva qua a trovare la fidanzata…”, aggiunge.
Ed è proprio questo passaggio che rende ancora più urticante l’intervista dell’avvocato Migliaccio, grande elettore del centrodestra equano. Perché la contestualizza alla campagna elettorale. Vico Equense è uno dei 39 comuni dove si è realizzata l’alleanza Pd-M5S. I giallorosa sostengono il candidato sindaco Maurizio Cinque, al quale domenica scorsa Giuseppe Conte ha stretto la mano in un’iniziativa elettorale in piazza Siani. Nella lista pentastellata è candidato l’architetto Antonio Irlando, marito di Maria Pia Rossignaud, la sorella di Daniela, fidanzata di Siani a cui fa riferimento Migliaccio. “Antonio e Maria Pia si conobbero proprio grazie a Giancarlo” ricorda un’amica della coppia.
Siani parcheggiava la sua Mehari verde dietro a un distributore di benzina che non c’è più, quasi di fronte all’hotel della famiglia Rossignaud, nella piazza che si chiamava Kennedy e che gli è stata intitolata tre anni fa alla presenza del presidente della Camera Roberto Fico e del deputato dem Paolo Siani, il fratello di Giancarlo. “Le parole di Migliaccio si commentano da sole e mi addolorano – dice Paolo Siani al Fatto Quotidiano che gli ha segnalato il video – non considerano il dolore delle famiglie che hanno avuto vittime innocenti di mafia e che si battono ogni giorno per non far dimenticare queste tragedie”. Carmen Di Lauro è ancora più dura: “Migliaccio ha pronunciato dichiarazioni aberranti, la lotta alla mafia non ha confini tra un comune e l’altro”.
Riecco Manzione: ora sta al Demanio (e mira in alto)
Lei è pronta per un altro colpo grosso e intanto si è già aperta la strada. Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze messa a capo del Dipartimento Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio regnante Matteo Renzi, ha trovato un altro strapuntino. Questa volta al Demanio dove si è aggiudicata un incarico di analisi e di studio sul patrimonio immobiliare.
Ma, a sentire i bene informati, è solo l’antipasto ché su di lei avrebbe ben altri progetti Alessandra Dal Verme, approdata ai vertici dell’Agenzia fiscale a maggio nonostante una doppia criticità: da un lato il divieto per i dirigenti delle amministrazioni vigilanti (Dal Verme appartiene ai ranghi del Mef) di avere incarichi operativi negli enti vigilati come è il Demanio. Dall’altro il vincolo di parentela con il Paolo Gentiloni (suo cognato), ché la Ue vieta a parenti e affini dei commissari di gestire investimenti comunitari. Obiezioni che non hanno impedito al governo Draghi di nominare Dal Verme così come del resto, all’epoca del Giglio magico, si era trovata una soluzione anche per Manzione: pur di piazzarla a capo del Dagl, Renzi aveva fatto spallucce rispetto alla bocciatura della Corte dei Conti che aveva avuto da ridire sul suo profilo.
Ancora peggio quando l’aveva indicata per la nomina a consigliere di Stato: all’epoca Manzione non aveva neppure l’età minima necessaria per sedere a Palazzo Spada, per tacere dei titoli giudicati così così, o le obiezioni sulla indipendenza di giudizio, ché il pezzo forte del suo curriculum era proprio l’incarico a Palazzo Chigi ottenuto solo grazie all’amico Matteo. L’Associazione nazionale dei magistrati di categoria per dire, si era addirittura rivolta al Tar per impugnare la nomina e poi anche a Palazzo Spada, proprio dove Manzione aveva nel frattempo preso tranquillamente servizio: da allora, del ricorso per decidere se avesse titolo per ottenere i galloni di consigliere di Stato si sono perse le tracce.
Risultato? Lei ha continuato a sfornare sentenze, come se niente fosse. E a collezionare altri incarichi sempre grazie ai buoni uffici della cerchia renziana: è stata nominata consulente giuridico all’Agricoltura fintanto che la presidente di Italia Viva Teresa Bellanova è stata ministro del governo Conte II. Con il governo Draghi è stata subito reclutata per fornire consulenze anche dall’altra renzianissima Elena Bonetti. Anche se Manzione non pare soddisfatta: a maggio, ossia un paio di mesi dopo aver portato a casa l’incarico al ministero della Famiglia risultava già all’opera per altri obiettivi: la sua presenza assidua al fianco del direttore del Demanio Dal Verme ha fatto pensare a una imminente nomina a capo della direzione Strategie immobiliari e Innovazione dell’Agenzia. Ma potrebbe trovare anche altra collocazione nella posizione di staff ancora vacante. Intanto Dal Verme l’ha reclutata “per attività di analisi e studio al fine di individuare soluzioni in materia di patrimonio immobiliare”. Di che si tratti nello specifico non è dato sapere.