Gualtieri in cerca dell’identità dem tra popolo e Ztl

“Con Mimmo Lucano per il diritto di umanità”. Lo striscione è una scelta di campo a Piazza Damiano Sauli, al centro della Garbatella, casette basse, sinistra un po’ radical e un po’ chic, atmosfera da festa di quartiere semi-popolare di Roma Sud. Età trasversali, tra gonnelline variopinte, jeans, magliette e palloncini viola e gialli. Guest star attesa, Goffredo Bettini, che alla fine non si presenta (non sta bene). Guest star “vera”, il candidato al Municipio VIII per la lista Sinistra Civica Ecologista (a sostegno di Roberto Gualtieri), Amedeo Ciaccheri. Presidente uscente, 34 anni, orecchino, adolescenza tra centri sociali e il liceo di zona Socrate, uno sguardo retrospettivo a Virginia Raggi, “con la quale ho fatto di tutto per collaborare”. Qui la Banda della Montagnola suona “Bella Ciao”, i ragazzi esibiscono treccine “trendy-alternative”, dal palco la parola “sinistra” risuona convinta.

Dissolvenza. Altra inquadratura. Sullo sfondo c’è l’Eden. Storico cinema di Prati, prediletto dagli intellettuali di sinistra, un occhio ai film di cassetta, ma soprattutto tanti titoli d’autore. Non è chiaro se il gruppetto di persone riunito a piazza Cola di Rienzo sia in fila per una proiezione o per un aperitivo. Eppure no, semi-nascosto dagli alberi c’è un palco. Tra Gianrico Carofiglio, scrittore testimonial, e Dario Franceschini, ministro della Cultura, la candidata alla presidenza del Primo Municipio, Lorenza Bonaccorsi. Occhi azzurri, ballerine e maglietta coordinate sui toni del medesimo azzurro, già sottosegretaria al ministero della Cultura, pupilla di Paolo Gentiloni e un passato da “Cicerone” di Matteo Renzi nei salotti buoni della Capitale, prima di una rottura insanabile. Giacchette, compostezza, qualche applauso e un ascolto “educato” tra i convenuti. Età media over 50. La chiusura “diffusa” voluta dal candidato Roberto Gualtieri in 15 piazze della Capitale fa pensare all’identità “diffusa” del Pd e del centrosinistra. Uno, nessuno, centomila. Lo cerchi, forse lo trovi, non lo stringi. Tutto e niente. Ovunque e da nessuna parte. A San Basilio, in periferia, con Gualtieri c’è Nicola Zingaretti. A proposito di identità diffuse, il candidato sindaco mancato e quello in corsa. “Non ci saranno apparentamenti”, dice “Roberto” dal palco. Niente accordi ufficiali al ballottaggio, cioè. Dalla Garbatella a Prati, già si pensa al dopo. “Tutto sta a vedere chi ci appoggia per primo, tra la Raggi e Calenda”. Un primato importante per capire pure che connotazione avrà la coalizione di Letta e se davvero sarà a trazione contiana. Dal palco di Cola di Rienzo, Carofiglio si lancia in una condanna del fascismo, cerca l’eloquio brillante e ridicolizza Salvini. Ma l’attenzione si distoglie. A soli 500 metri c’è piazza del Popolo, dove Calenda chiude la sua campagna. Effetto straniante, attrazione fatale, per gli elettori del Pd, specie quelli della Ztl (il centro-centro). La piazza è piena a metà, ma la manifestazione è compatta. Poco diffusa. Da tutte le diffusissime iniziative di Gualtieri, la domanda è la stessa: “Quanti sono?”. Il dubbio serpeggia: “E non è che Carlo arriva al ballottaggio con noi?”. La “diffusione” fa rima con sovrapposizione.

“Se perdi non sparirai”: Grillo ritorna in piazza per la Raggi

Alle 21.41 la sindaca che cerca il miracolo evoca da un palco nel cuore di Roma il Garante che stava per far saltare tutto, il fondatore che se ne stava zitto da mesi, dai giorni del braccio di ferro con l’avvocato: “Forse c’è qualcuno che vuole parlarci”. E dal telefono ecco Beppe Grillo: “Risento la mia voce in una piazza riempita da altri, è bello, è giusto”. Nella prima occasione pubblica in cui riappare dopo il durissimo scontro in estate con Giuseppe Conte, Grillo riconosce che non è più lui a radunare le folle, il trascinatore. Ora la gente la fa affluire proprio Conte. E il Garante parla prima di lui, per sostenere e rassicurare la sua Virginia: “Hai fatto tantissimo ma se perdi non sparirai, sei nel comitato dei garanti”. È stato Grillo a volerla blindare, affiancandola a Luigi Di Maio e Roberto Fico nell’organo che dovrà bilanciare i poteri dell’ex premier, cioè del presidente dei 5Stelle. “Conte è il nostro mago di Oz, gli auguro il meglio, ora comincia a capire cosa è il Movimento”, precisa. Come a dire che prima no, non era così. “Le donne gli gridano bono” butta lì. Ma scherza, pochissimo Grillo. Ha voglia solo di giurare fedeltà alla sindaca: “Io sarò sempre con te, sono sempre leale con le persone, un po’ meno con le idee” declama e ammette.

Di fatto è il culmine di una giornata sicuramente particolare, che il Movimento vive in bilico tra Napoli e Roma: cioè tra la città dove Conte dovrebbe alzare l’unico stendardo sicuro, la vittoria del contiano al cubo Gaetano Manfredi, e la Capitale, dove servirebbe l’impresa per agguantare il ballottaggio con Virginia Raggi. Nell’attesa, i Cinque Stelle se le danno di santa ragione sulla scaletta della manifestazione nel capoluogo campano. Litigano, su chi dovrà parlare e mostrarsi dal palco di piazza Dante nel pomeriggio: e sono i sintomi del nervosismo per ciò che verrà dopo, per la segreteria e gli organi vari che Conte non ha ancora nominato, nel timore – fondato – della brutta reazione degli esclusi. Ma la corsa ormai è riaperta, “anche perché Giuseppe non ha ancora deciso in via definitiva sui vicepresidenti” giura un big. Però Conte ora pensa ad altro, innanzitutto a limitare i danni nelle urne. Riempie anche la piazza napoletana, l’ex premier. Un altro buon viatico nella Napoli dove il M5S punta a essere il primo partito. Dal palco stipato di big, con in prima fila i due maggiorenti Di Maio e Fico, l’avvocato parla di rotta a medio termine: “Queste Amministrative sono un test dal quale ci aspettiamo incoraggiamento e segnali di grande risveglio per il campo progressista, la traiettoria complessiva non può essere compromessa”. La direzione sarà comunque verso “questa coalizione anche per il 2023” come rilancia il rosso antico Fico. “La coalizione è la scelta giusta dove si rispettano i nostri valori” sottoscrive il pratico Di Maio.

Prima però bisogna fare i conti con Draghi, “che ci deve ascoltare, perché noi siamo il partito di maggioranza relativa in Parlamento” come ha ricordato a Tg2 Post Conte. Applausi e sorrisi, poi l’ex premier e Di Maio salgono in auto per andare all’evento serale a Roma. In piazza della Bocca della Verità, piccolo ma meraviglioso angolo circondato da templi e a un passo dal Campidoglio, li aspetta Raggi, che dal palco rivendica il lavoro per la legalità, la battaglia ai clan, raccontata anche con un video. “Abbiamo chiuso luoghi di spaccio” ricorda. “Abbiamo ripreso i ragazzi dai muretti” rilancia la giornalista Federica Angeli, che la sindaca vorrebbe assessore in una nuova giunta. Ma per farlo bisognerebbe vincere, a dispetto dei sondaggi che la danno terza, degli sguardi un po’ smorti di tanti 5Stelle, delle impressioni diffuse. “Con Conte battiamo Michetti, il candidato del centrodestra, al ballottaggio” assicura Raggi dal microfono, e il messaggio è che l’argine alla destra è lei. Davvero possibile? “In tanti non hanno deciso chi votare, io che ho macinato chilometri in camper glielo garantisco”, afferma il consigliere comunale Paolo Ferrara.

Uno dei coordinatori della campagna elettorale, il deputato Francesco Silvestri, si toglie l’auricolare e tormenta una bottiglia d’acqua: “Io spero che i romani si ricordino di quanto successo prima della Raggi”. L’ultima boa a cui aggrapparsi sono loro, gli indecisi, quelli che se resteranno in massa a casa condanneranno all’addio la sindaca. L’unica finora a portare a uno stesso evento Grillo e Conte. E questa è già un’impresa.

Il guru delle poltrone che dà del tu a Draghi e non fa mai comizi

Adesso lo chiamano “Giancarlo Fini” per dire che è il traditore di Salvini e della Lega, destinato al rogo. Ma lui di nome e di cognome fa Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario delle segrete cose, addetto alle nomenclature e alle poltrone, con una predilezione per le banche, al momento ministro dello Sviluppo economico, l’unico leghista che dà del tu a Mario Draghi, ricambiato. L’unico che fa ombra al Capitano, specialmente ora che il Capitano passa da un colpo di sole all’altro. Il più qualificato a parlare con i governatori del Nord che fanno girare il Pil e il Green pass, senza dare retta ai perdigiorno che a forza di social si bevono le filosofiche scemenze del Grande Riassetto Mondialista. Il più svelto a capire che il futuro del mostruoso debito italiano si scrive a Bruxelles, non alle pendici del Monviso, meno che mai dell’Aspromonte. Sebbene anche lui, negli anni dell’apprendistato, giocava con l’ampolla secessionista del Dio Po.

Giorgetti saltò fuori direttamente dal fumo del sigaro di Bossi una trentina d’anni fa, quando l’altro celebre fondatore della Lega, l’architetto Leoni si aggiustò il papillon e disse al capo: “C’è questo ragazzone di Varese che sa di numeri e di economia. È sveglio. È persino laureato alla Bocconi”. E il Bossi di allora, che all’università di Medicina di Pavia ci andava per finta (“studio il cuore alle alte temperature, diventerò un elettro-dottore” diceva alla prima moglie che poverina gli credeva) rimase impressionato. Accese il sigaro, sbuffò in meditazione, disse: “Candidiamolo”. E così fu.

Era l’anno 1996. Le acque del lago di Varese erano già avvelenate dagli scarichi delle fabbriche metallurgiche e dai cessi degli alacri abitanti che si erano dimenticati di costruire le fogne, e Giorgio Bocca aveva scritto da gran tempo quel formidabile inizio del suo reportage che diceva: “Mentre Piacenza galleggia nella nebbia, Varese si specchia nella sua merda”. Quell’acqua violentata lambisce i natali di Giorgetti Giancarlo, sponde di Cazzago Brabbia, anno 1966, paesello di 800 anime, babbo pescatore, madre operaia tessile, educazione cattolica che è diventata carattere, visto che una volta l’anno il pio Giancarlo, il “pretino” (ancora Bossi dixit) sale a piedi sul Sacro Monte di Maria, lungo le 14 cappelle devozionali, sempre recitando il rosario che mai si sognerebbe di esibire in pubblico.

È di indole mansueta. Riflessivo. Siccome da sbarbato faceva il portiere – quello che sta da solo tra i pali, para quando può e quando incassa il gol abbassa la testa e resta muto – nella Lega, ha fatto grosso modo lo stesso. Almeno fino a un certo giorno che era più o meno l’altro ieri, quando è andato fino al centrocampo a dire basta così al “Salvini che fa il Salvini”. La Lega sta con Draghi e non con Orbán. Sta con Washington e non con Putin. Non candida dei cartonati a Milano e Roma per perdere la faccia e forse la poltrona. La Lega non citofona. Non si ubriaca al Papeete. Non frequenta l’Hotel Metropol di Mosca, dove servono aperitivi & microfoni. Non difende quel filiforme della storia patria, il Durigon di Latina, che cancella l’omaggio a Falcone e Borsellino per inchinarsi a un certo Mussolini minore. Non manda tutti giorni alla malora i migranti e meno che mai distribuisce i bacioni, che sono stati l’alfa e l’omega della Bestia, finita bestialmente.

La Lega, versione Giorgetti, sta al governo, possibilmente in cravatta, a coltivare i fiori e le spine del potere. Per una decina di anni la sua vanga è stata la presidenza della Commissione Bilancio della Camera, anni 2001-2006 e poi 2008-2013, dove ha coltivato relazioni grazie al suo mentore, nonché cugino di lago, il ricco, ricchissimo, Massimo Ponzellini, che amava guidare le aziende di Stato e le sue 6 Ferrari, prima correndo dietro a Prodi, poi Berlusconi, poi Bossi, lungo le paraboliche della coerenza. Al quale agevolò molte nomine, compresa quella di presidente della Banca popolare di Milano, anno 2009, da cui uscì in manette, tre anni dopo, ma senza stropicciarsi troppo il gessato, visto che la condanna per corruzione aveva la prescrizione incorporata e Giorgio Napolitano, dal Quirinale, l’aveva appena battezzato Cavaliere del lavoro.

Specializzato in nomine, Giorgetti partecipa alle spartizioni dei colossi come Eni, Enel, Finmeccanica, oggi Leonardo. È lui che tratta per i vertici di A2A, Expo, Malpensa, Fiera di Milano, seduto sempre ai tavoli che a occhio nudo non si vedono, accanto a Gianni Letta, Luigi Bisignani, Denis Verdini, la crema, e naturalmente a Giulio Tremonti, durante i mitici tempi delle cartolarizzazioni, quando faceva ancora coppia con Marco Milanese.

Berlusconi si fida di lui. Quando c’è da tagliare la torta, parlano la stessa lingua, per questo aveva il posto fisso, accanto a Bossi, alle cene del lunedì di Arcore. E aveva il posto fisso anche quando si trattava di varare le manovre economiche dei suoi governi, compresa l’ultima, anno 2011, l’Italia a un passo dalla bancarotta che costrinse Berlusconi alle dimissioni, inseguito dai suoi elettori e dal fantasma di Ruby Rubacuori.

Ai tempi di Bancopoli, sta con Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia che faceva l’elemosina ai mendicanti e anche a quel Gianpiero Fiorani, leggendario ragioniere di Lodi, che provò a scalare Antonveneta e che un giorno del 2006 lasciò alla segreteria di Giorgetti un biglietto di ringraziamento in cima a un pacco di banconote: 100 mila euro prontamente restituite (ma non denunciate).

Laconico com’è, non usa né Facebook, né Twitter. Non fa comizi. “Ho tre amici in tutto e nessuno nella politica”. Tifa Southampton, in subordine Juve. Parla talmente riservato che un giorno Bossi gli ha chiesto: “Ma sei massone?” E lui ridendo: “Magari!”. Che è il suo modo di dire e non dire. Come piace ai leghè, gli uomini di lago che “sono il mio dna”. Al punto che nel lago ci fa il bagno, nonostante i divieti. A breve volerà in America, dove incontrerà gli uomini dell’amministrazione Biden. Visiterà Washington. E magari anche le acque del fiume Potomac che scorre accanto alla Casa Bianca e qualche volta sfocia a Palazzo Chigi.

“Fondi neri per FdI” Fidanza sospeso e la Procura indaga

La formula – sempre più utilizzata per uscire dagli imbarazzi – è quella della “sospensione”. Meglio: un’autosospensione in questo caso, visto che Carlo Fidanza – capo delegazione di Fratelli d’Italia in Ue e punto di riferimento, insieme a Ignazio La Russa, di Giorgia Meloni a Milano – ha annunciato in autonomia di rinunciare temporaneamente a “ogni ruolo e attività di partito”. Colpa di una inchiesta di Fanpage trasmessa da Piazzapulita giovedì sera: poco meno di un quarto d’ora di servizio in cui un giornalista infiltrato registra eventi elettorali di FdI per le elezioni milanesi conditi da slogan nazisti, ironie nostalgiche (come i richiami al birrificio di Monaco in cui Adolf Hitler annunciava le sue tesi antisemite) e personaggi ambigui, tra cui quel Roberto Jonghi Lavarini (già condannato a due anni per apologia del fascismo) protagonista dell’associazionismo di estrema destra milanese e attivo per la propaganda di Chiara Valcepina, candidata in Consiglio comunale con FdI. Ma soprattutto l’indagine racconta il tentativo, da parte di Fidanza, di ottenere un finanziamento in nero per la campagna elettorale, mediante un sistema di “lavatrici” in grado di pulire i soldi donati dal giornalista in incognito. Materiale su cui indaga la Procura di Milano, che ieri ha aperto un fascicolo, senza indagati, affidato al pm Giovanni Polizzi con le accuse di finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio. L’indagine è seguita dalla Guardia di finanza che chiederà a Fanpage il girato. Vi è una seconda ipotesi investigativa che riguarda l’accusa di apologia di fascismo. Della presunta triangolazione di denaro – o per lo meno della sua organizzazione – si occupa il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, competente per i reati nella pubblica amministrazione. Il secondo fronte riguarda invece i riferimenti al fascismo – saluti romani della candidata compresi – e all’Olocausto. Nell’inchiesta di Fanpage lo stesso Fidanza, pur con tono scherzoso, allunga il braccio per il saluto nazista.

Il giorno dopo i filmati ecco allora l’autosospensione, nonostante la Meloni rimandi valutazioni definitive: “Chiedo a Fanpage di darmi l’intero girato perché sono una persona molto rigida su diverse materie, però non giudico e non valuto un dirigenti che conosco da più di 20 anni sulla base di un video curiosamente mandato in onda a due giorni dal voto”. Anche Fidanza parla di “video confezionato” e giura di non aver “mai ricevuto finanziamenti irregolari”: “In più occasioni, purtroppo non mandate in onda, ho ribadito al giornalista infiltrato che se voleva contribuire alla campagna elettorale della candidata doveva farlo secondo la legge”. Di fatto FdI – che per Milano sostiene di aver speso meno di 50 mila euro – non si scuote. Detto delle riserve con cui il partito giudica l’inchiesta, domani gli elettori troveranno ancora in lista la Valcepina. Impossibile – spiegano – sbianchettare un nome il giorno prima delle elezioni, ma certo nessuno ha pensato neanche di scaricarla pubblicamente. Anzi, lei stessa rilancia: “La mia campagna elettorale non è stata in alcun modo finanziata da fondi irregolari. Quello di Fanpage è un attacco vergognoso, i video si riferiscono a contesti goliardici”.

Ben poco goliardico appare però Jonghi Lavarini, detto “Barone nero” riferimento della destra milanese nostalgica e repubblichina. Lavarini, già aderente alla Fondazione internazionale Augusto Pinochet e collaboratore dell’agenzia investigativa Tom ponzi, fu nel 2007 tra i fondatori del centro di aggregazione della destra radicale Cuore nero. Nel 1998, da presidente del Consiglio di Zona 3 per An, esponeva in ufficio un ritratto di Mussolini. Prima del recente avvicinamento a FdI si era innamorato del Pdl e poi della Lega, sostenendo nel 2014 la candidatura di Mario Borghezio a Bruxelles. Poi i contatti con FdI, con cui però nel 2018 non riesce a farsi eleggere in Parlamento. E allora ecco una nuova svolta leghista: nel 2019 Lavarini partecipa a eventi elettorali in vista delle Europee, a Milano e nel Pavese. Qui familiarizza anche con Angelo Ciocca, eurodeputato della Lega, con cui partecipa a più iniziative. Oggi, anche dopo l’inchiesta, non si smentisce: “La risposta alle provocazioni della sinistra deve essere alle urne. Da uomo libero vi invito a votare FdI e Chiara Valcepina”. Come se nulla fosse successo.

Finti abbracci e Cesa sponsor con Durigon: la brutta fine a destra

Quando Giorgia Meloni arriva alla “piazzetta rossa” di Spinaceto, periferia sud di Roma, Matteo Salvini lascia la sua tazzina di caffè e la prende da una parte. Dopo l’incidente diplomatico del giorno prima a Milano – Meloni che arriva in ritardo per l’aereo, Salvini che se ne va senza incrociarla – devono assolutamente rimediare. Il leader della Lega sa che le telecamere e gli obiettivi lo stanno riprendendo e non si fa scappare l’occasione. Porta Meloni davanti a un muretto e i due nemmeno si parlano: iniziano a scattarsi un selfie, poi si abbracciano e Salvini la prende in braccio. Non c’è niente di spontaneo. È tutto studiato. “Siamo destinati a governare insieme” dice il leader della Lega a favor di telecamera. “Non ci sono treni, aerei, autobus che ci separino” risponde Meloni. Antonio Tajani se ne sta defilato da una parte, corrucciato: “Dopo la facciamo anche con te la foto, ora è una cosa a due” scherza il leader del Carroccio. Altro abbraccio. Più dicono di essere uniti e più sono divisi. Più si stringono, più sembrano lontani. Basta sentirli parlare.

Sono venuti fin qui, nell’ex parcheggio oggi diventato un piccolo anfiteatro, per chiudere insieme la campagna elettorale di Enrico Michetti. Ma Salvini e Meloni parlano due lingue diverse. Il primo non nomina mai il candidato di Fratelli d’Italia, parla di tutto ma non di lui: i “giornalisti guardoni” sul caso Morisi, i cinghiali, la raccolta differenziata nelle regioni leghiste, mette le mani avanti su una probabile sconfitta della Lega (“Sarà una vittoria se avremo anche un solo sindaco in più sui 1.200 comuni al voto”) e della condanna a Mimmo Lucano. Meloni invece parla solo del suo candidato: “Enrico, saremo sempre al tuo fianco, hai le carte in regola per vincere”. Anche Tajani deve dare l’impressione che il centrodestra sia unito: “Conte, Letta e Speranza fanno conferenze stampa?”. L’unica cosa che accomuna Salvini e Meloni sono gli scandali che pesano come un’ombra sulle elezioni: il caso Morisi per la Lega e il caso Fidanza per FdI. I colonnelli di entrambi i partiti evocano la giustizia a orologeria. Meloni lo dice dritto: “Il centrodestra è sotto attacco”. Ma entrambi sono visibilmente preoccupati.

Niente residenti, ci sono solo i giornalisti. E i dirigenti politici: Maurizio Gasparri e Annagrazia Calabria per FI, Francesco Lollobrigida e Isabella Rauti per FdI mentre tra i leghisti c’è lui: Claudio Durigon. Ha fatto tutta la campagna elettorale della Lega nel Lazio, candidature comprese, e sa che una sconfitta qui sarebbe un duro colpo anche per le sue ambizioni personali (vuole fare il vicesegretario) dopo le dimissioni da sottosegretario per aver proposto di intitolare il parco di Latina al fratello di Mussolini. Camicia bianca, posa da vigile urbano, Salvini lo saluta così: “Generale!”. L’altro non previsto è Lorenzo Cesa, leader dell’Udc e noto alle cronache giudiziarie (anche se è stato archiviato a giugno a Catanzaro). Sorridente, impomatato e sguardo piacione à la Franco Evangelisti (“a frà che te serve?”). “Lo dico ai due ragazzi – dice Cesa a Salvini e Meloni – il centrodestra è una cosa seria, va tenuto unito”. Poi arriva Sgarbi e smentisce Salvini sulla condanna a Lucano perché “anche Mori fu condannato a 12 anni”. Michetti parla per ultimo. Introduzione situazionista. “Chi è Enrico Michetti” chiede parlando di sé in terza persona. “È uno che ha gestito milioni di euro per i sindaci e ha le mani pulite”. Poi dice cosa vuole fare per Roma. Tutto molto generico: “Innovazione”, “cultura”, “periferie”. Ma il tempo è finito. Meloni viene accerchiata dai giornalisti che la incalzano sull’inchiesta di Fanpage, Salvini se ne va. Nemmeno il tempo di salutarsi.

Riesumata la secessione dei ricchi: così Draghi premia la “Lega nordista”

Mercoledì Luca Zaia era a Gambellara, in provincia di Vicenza, a spiegare ai suoi sostenitori che sull’autonomia per il Veneto “abbiamo due riunioni importanti in Regione questo fine settimana, poi la prossima settimana penso di essere a Roma”. In quelle stesse ore il Consiglio dei ministri aveva analizzato la Nadef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, ovvero il testo in cui il governo dice al Parlamento e al Paese tutto quel che vuole fare. E qui torniamo a Zaia: nel testo entrato in Cdm e di cui tutti hanno scritto il giorno dopo non c’era traccia dell’autonomia; in quello che giovedì pomeriggio è stato pubblicato sul sito del Tesoro, invece, il primo tra i provvedimenti collegati alla prossima legge di Bilancio è il ddl “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, comma 3, Cost.”. E sempre giovedì, ancor prima della pubblicazione della Nadef, il presidente veneto spiegava che “Draghi sa che autonomia è assunzione di responsabilità: Draghi è un presidente che punta alla responsabilità, se vuole fare lotta agli sprechi deve puntare all’autonomia”.

Tradotto: torna la “secessione dei ricchi” che fu quasi approvata sotto il Conte 1 (governo gialloverde) per poi rallentare nel successivo esecutivo guidato dal professore grillino. La pandemia e le pessime prove delle Regioni nel garantire il diritto alla salute ai loro cittadini – Lombardia su tutte – parevano aver definitivamente archiviato la pratica, ma – un po’ come il cuore – la politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Quella che ha spinto Mario Draghi a inserire al primo posto tra gli impegni del suo governo l’autonomia differenziata, a ben guardare, ha però più a che fare coi rapporti di forza che coi sentimenti: è la libbra di carne che il premier paga alla Lega nordista che gli ha fatto il discreto favore di uccidere politicamente Matteo Salvini. Ora, giubilata la forza “lepenista” nazionale, bisogna che gli alfieri del federalismo degli sghei e dei danè abbiano qualcosa da vendere al confuso corpaccione del partito che fu di Bossi.

Per capire a che punto è la partita serve un breve riassunto. Nel 2017 Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, sulla base della confusa riforma del Titolo V del 2001, avanzarono delle proposte di “autonomia differenziata”: le due Giunte leghiste hanno di fatto chiesto di poter decidere da sole su tutte e 23 le materie indicate dalla Costituzione (Stefano Bonaccini è stato leggermente più moderato), ovviamente pretendendo anche i relativi finanziamenti. Una secessione di fatto dei territori più ricchi che finirebbe per impoverire le altre Regioni e, soprattutto, il governo centrale.

La faccenda in questi anni s’è arenata su un fatto non da poco: la (pessima) riforma del 2001 non ha disegnato una procedura per devolvere i poteri. In questo caos, il governo Gentiloni firmò un (pessimo) pre-accordo con le tre Regioni senza dire come implementarlo; il Conte 1 provò la (pessima) strada di considerare le intese finali identiche a quelle tra lo Stato e le religioni; il Conte 2 immaginò la via di una più equilibrata “legge quadro”, approvata anche in Conferenza Stato-Regioni, che però non vide mai la luce; oggi il governo Draghi parla di un “ddl Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata”.

In attesa del testo (“non ce n’è ancora uno condiviso”, dice Zaia) i segnali non sono buoni. Intanto a gestire la partita c’è oggi la lombarda Mariastella Gelmini, ministra degli Affari regionali, favorevole all’autonomia differenziata come richiesta dalla sua Regione, quella guidata da Attilio Fontana. Indizio ancora peggiore è che poche settimane fa l’esecutivo ha deciso di distribuire i 5 miliardi del Fondo di perequazione per le aree svantaggiate senza definire prima i cosiddetti “livelli essenziali delle prestazioni” (Lep): non si possono fare, ha detto il Tesoro, benedetto dalla ministra per il Sud Mara Carfagna.

Il problema è che la Costituzione vigente prevede, prima di devolvere alcunché, proprio di definire i Lep su assistenza, trasporto pubblico e norme generali sull’istruzione (quelli in materia di salute, i Lea, esistono già): senza quelli, i diritti dei cittadini italiani cambieranno a seconda della loro zona di residenza ancor più di quanto non accada già oggi. Quale temperie migliore per far passare una fregatura del genere di quella del governo di tutti?

Le ignoranze parallele

Per dare l’idea dell’informazione italiana, bastano i titoli dei giornali di ieri sulla sentenza Lucano. Le ignoranze (o convenienze) parallele di destra e sinistra l’hanno dipinta come la condanna di una politica di accoglienza dei migranti – il “modello Riace” – senza neppure accorgersi che da quell’accusa, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, l’ex sindaco è stato assolto. A entrambi i fronti però fa comodo raccontare che è stato punito il “buonismo” (visto da destra, per goderne) e il “reato di integrazione” (visto da sinistra, per indignarsene). Peccato che la condanna riguardi tutt’altro. L’apoteosi del doppiopesismo, che è l’altra peste del cosiddetto giornalismo, si è toccata invece mercoledì a Stasera Italia su Rete4, ospite la Raggi. Paolo Liguori: “La Raggi è incoerente perché ha detto no alla grande occasione delle Olimpiadi e ora applaude Draghi che candida Roma a Expo”. Raggi: “Veramente l’ho candidata io, ci lavoro da due anni, avrà ricadute per 45 miliardi, mentre i Giochi con 13 miliardi di debiti non potevamo permetterceli”. Massimiliano Fuksas esalta la “classe dirigente capace che a Roma non c’è”: lui la trovò a Milano “con Berlusconi e Formigoni” (entrambi pregiudicati, ma a Rete4 è meglio non dirlo). Quanto alle Olimpiadi, “non costano perché le paga quasi tutte il Coni”: strano, perché non c’è edizione che non abbia devastato le casse della sventurata città ospitante.

La Palombelli inchioda la sindaca a una grave colpa: “Il Codice degli appalti è cambiato 102 volte negli ultimi anni?”. Raggi: “Li ha fatti il Parlamento, io faccio la sindaca”. Ah già. Veronica De Romanis, moglie di Bini Smaghi e vedova del Mes: “Roma è un disastro, i rifiuti, le buche…”. Liguori: “E i cinghiali: situazione miserabile!”. Raggi: “Gli impianti dei rifiuti e gli animali sono competenza regionale”. Ah già. Liguori: “Il commissario alle partecipate dice che nulla è cambiato”. Raggi: “Non ho commissari alle partecipate”. E vabbè, dài, che sarà mai. Fuksas: “Il Comune ha comprato la stazione Tuscolana che era già sua”. Raggi: “No, era dell’Atac”. Ah ecco, vabbè. Palombelli: “Che fate contro lo spaccio di droga?”. Raggi: “Ho assunto 1500 vigili, ma l’ordine pubblico è materia del governo e della Polizia”. Ah già, vabbè. Fuksas: “Ci vorrebbero progetti culturali sulle periferie”. Raggi: “La invito alla mostra ‘Roma Eternità nel Futuro’ con 100 progetti di rigenerazione urbana”. Fuksas: “Non ci vengo a vedere i suoi progetti!”. Raggi: “Non sono miei, sono della città”. Palombelli a bruciapelo: “Conte piace alle ragazze: e a lei?”. Liguori s’illumina d’immenso: “Domenica, su quattro candidati, come minimo due vanno al ballottaggio”. Ma potrebbero pure essere di più. The end, in tutti i sensi.

 

L’America ambientalista bussa alla porta di Joe Biden

Gli Stati Uniti, o almeno una loro parte consistente, si riscoprono ambientalisti. Dopo l’era Trump, che con le sue posizioni negazioniste sui cambiamenti climatici aveva di fatto azzerato le regolamentazioni di Obama contro l’inquinamento del 2012, diversi Stati dell’Unione sono tornati alla carica per chiedere regole nuove e più restrittive. Sollecitata da un gruppo di 21 procuratori generali di altrettanti Stati (capitanati dalla California, il più fiero degli avversari di Trump sul clima), il Distretto di Columbia e diverse altre grandi città americane, l’Agenzia federale per la difesa dell’ambiente (Epa) il mese scorso ha chiesto all’amministrazione Biden di mettere a punto norme più stringenti sulle emissioni dei veicoli.

L’Epa, che Trump aveva provato anche a sciogliere, in realtà ha proposto un piano per cui l’efficienza energetica dei nuovi modelli venga migliorata del 10% a partire dal 2023, puntando a una media consumi di flotta di 52 miglia per gallone (4,5 litri di carburante ogni 100 km) entro il 2026. E tuttavia, sia gli Stati che le città americane firmatari la richiesta hanno storto il naso, chiedendo regole ancora più severe. Magari come quelle di cui sopra varate da Obama, che prevedevano le 54 miglia per gallone (4,3 litri per 100 km). La palla passa ora al presidente Biden, che a inizio agosto aveva firmato un ordine esecutivo secondo cui la metà delle nuove auto immatricolate dal 2030 in poi negli Usa dovranno essere a emissioni zero. Ma nel frattempo ci sono 9 anni di mobilità da gestire, e una nuova strategia da adottare.

“Rom-e”, la mobilità sostenibile è a Roma

Questo primo fine settimana di ottobre Roma sarà protagonista di una tre-giorni di eventi dedicati al tema della sostenibilità affrontato a trecentosessanta gradi, a partire dalle nuove soluzioni di mobilità – urbana e non – per arrivare a quelle energetiche e tecnologiche, necessarie a rendere possibile il processo di transizione ecologica delle città.

Oggi, infatti, si inaugura la prima edizione di Rom-e, il festival dell’eco-sostenibilità, patrocinato dal ministero per la Transizione ecologica e che vede tra gli organizzatori anche Fercam, azienda di logistica a sua volta impegnata nella realizzazione di un piano di trasporto sostenibile per le grandi città.

L’evento di apertura, digitale, potrà essere seguito in diretta streaming dal sito ufficiale della manifestazione (rom-e.it) e sarà articolato in 4 sessioni di confronto: si parlerà di innovazione tecnologica ed energetica, di mobilità urbana a zero emissioni – con un focus sul futuro da smart city della Capitale – nonché di motorsport e mobilità green.

A prendere la parola nel corso del convegno online saranno istituzioni e grandi realtà del settore automotive ed energetico: tra questi, la sindaca di Roma Virginia Raggi, Alejandro Agag, fondatore di Formula-E ed Extreme-E, l’a.d. di Bmw Italia Massimiliano Di Silvestre e quello di Mercedes Italia Radek Jelinek, come pure Giuseppe Ricci, direttore generale Energy Evolution di Eni.

Domani e domenica l’evento si sposterà nel centro della Capitale, tra piazza San Silvestro, largo dei Lombardi e viale delle Magnolie, all’interno di Villa Borghese, dove sono previste dimostrazioni pratiche di soluzioni sostenibili, test drive e iniziative rivolte specificamente a famiglie e bambini.

“La sostenibilità ambientale e la mobilità sostenibile sono sfide cruciali per lo sviluppo delle nostre città” ha dichiarato Virginia Raggi, a margine della conferenza stampa di presentazione dell’evento, “siamo felici che una nuova visione moderna e strategica di questi temi possa partire proprio da Roma come laboratorio di idee e proposte per il futuro”.

C’è Grand Cherokee, il gigante tecnologico che arriva dagli Usa

“La Jeep Grand Cherokee è la nostra ammiraglia a livello mondiale e porterà il marchio Jeep in una nuova era fatta di raffinatezza premium, tecnologia innovativa, avanzata capability 4×4 ed elettrificazione”: è così che Christian Meunier, Jeep Brand Chief Executive Officer, ha presentato l’ultima nata: “Grazie al perfetto equilibrio tra dinamica su strada, performance 4×4 e prestazioni 4xe, la nuova Grand Cherokee 2022 si presenta in assoluto come il modello Grand Cherokee più lussuoso e tecnologicamente avanzato di sempre, con prestazioni 4×4 di riferimento”.

La quinta edizione del suv, in scia a Wrangler e Renegade, porta all’esordio la variante plug-in hybrid “4xe”: del vecchio Grand Cherokee, invece, non c’è nemmeno una vite. A cominciare dalla piattaforma, è tutto nuovo. Lunga 4,91 metri, una manciata di centimetri in più rispetto al modello uscente, vanta un interasse più lungo di 4 cm, a tutto vantaggio della spaziosità interna e della capacità di carico. All’interno, invece, è un fiorire di schermi digitali: quelli dedicati ai passeggeri sono da 10,25”, e integrano Alexa e Amazon Fire Tv. Mentre quelli dedicati a cruscotto e infotelematica sono da 10,1”, così come la diagonale di quanto proiettato sul parabrezza tramite l’head-up display. E non mancano chicche di lusso come il sistema audio McIntosh da 950 Watt e i sedili anteriori e posteriori ventilati e riscaldati, che già si erano visti sull’edizione a 7 posti (denominata “L” e introdotta, per il momento, solo negli Stati Uniti).

Al di là dell’Atlantico la vettura sarà disponibile con motori benzina V6 3.6 Pentastar da 293 Cv e V8 5.7 da 357 Cv, accoppiati al cambio automatico a otto marce. La versione elettrificata, invece, utilizza un sistema propulsivo ibrido – basato su un 2 litri turbo – che eroga fino a 375 Cv, gestiti tramite cambio automatico a 8 rapporti. In modalità di marcia elettrica, grazie alle batterie da 17 kWh, può viaggiare per 40 km. Immancabile l’allestimento Trailhawk, dedicato alla guida specialistica in fuoristrada: per la prima volta è abbinato alla meccanica ibrida.

La Trailhawk propone, oltre alle quattro ruote motrici, la disconnessione della barra stabilizzatrice e può superare guadi fino a 61 cm con altezza minima da terra di 28,7 cm. E per gli incontentabili ci sono le sospensioni pneumatiche. Il corredo di sistemi di ausilio alla guida include tutto quanto offre la moderna tecnologia: dalla frenata automatica di emergenza al cruise control adattivo, passando per l’assistente di corsia. In opzione la telecamera per la visione notturna, il park assist e il sistema di riconoscimento della segnaletica stradale. L’arrivo in Europa è previsto nel corso del 2022.