“Erotikon” è il muto orgasmo

Un orgasmo lungo un secolo. Sono in realtà pochi minuti di piacere femminile, ma è del 1929 il dramma che li custodisce, Erotikon del ceco Gustav Machatý. In cartellone alle Giornate del Cinema muto di Pordenone, che dal 2 al 9 ottobre celebrano la quarantesima edizione, inquadra una petite mort che fece storia, e scandalo.

Circoscritta da due cartelli quasi anonimi, “La tempesta deve aver strappato i cavi (del telefono, ndr)” e “So che non tornerai mai più”, l’estasi silenziosa, anzi, silenziata di Andrea si consuma nella naïveté, nel sex appeal e nella perfetta aderenza ai canoni naturalistici di Émile Zola della slovena Ita Rina. Andrea gode, e Machatý pure: il regista adombra il cunnilingus, praticato alla donna dal seduttore George (Olaf Fjord), e intervalla il piacere muliebre in primissimo piano con immagini religiose, cristi e madonne nientemeno. Blasfemia? Macché, si tratta più modestamente di épater la bourgeoisie, e allora sesso, allora Erotikon, dal nome del profumo regalato dal raffinato marpione.

Tra racconto modernista e storia convenzionale, ecco stagliarsi un poco oscuro oggetto del desiderio, Andrea, e un molto sicuro (di sé) soggetto del desiderio, George: un’asimmetria di genere su cui oggi molto ci sarebbe da eccepire, forsanche a rischio dell’orgasmo stesso. Machatý, che agiva di concerto col poeta Vítezslav Nezval, si fece meno problemi paritari e ci prese gusto, costruendo su un medesimo canovaccio tre anni più tardi il suo capolavoro, Extase (Estasi), con la mitologica Hedy Lamarr.

Divampata la passione tra il commesso seduttore e la svantaggiata figlia del capostazione, cineasta e poeta rincararono la dose: gravidanze inattese, morti premature, tentativi di stupro, eros e thanatos da manuale, sopra tutto, due – due! – triangoli amorosi, con George quale trait-d’-union. Il bellimbusto molla Andrea e frequenta l’avvenente Gilda (Charlotte Susa), sposata al facoltoso e sospettoso Hilbert (Theodor Pištek); Andrea non dimentica quella pirotecnica prima volta, ma si accomoda dal facoltoso e generoso Jean (l’italiano Luigi Serventi): il doppio triangolo non l’avevamo considerato, però funziona, eccome. Non solo stereotipi e prurigine, che il pubblico dell’epoca esigeva quasi per contratto, il melodramma scopre geometrie poliamoriche, affondi erotici, compensazioni romantiche (con ovvia destinazione Parigi) in bello stile: intenso, esplicito e non censurato, l’orgasmo di Andrea suggellava il controllato e vieppiù paraculo oltraggio al pudore di Machatý.

Il regista ceco avrebbe appunto concesso il bis, alzando l’asticella della licenziosità: Extase turbò la seconda edizione della Mostra di Venezia con il nudo integrale – il primo in un film non pornografico – della bellissima diciannovenne Hedwig Eva Maria Kiesler, poi star hollywoodiana con il nome d’arte Hedy Lamarr. L’arcivescovo di Venezia si stracciò le vesti, papa Pio XII condannò, Mussolini sanzionò, e la Storia del Cinema registrò.

In principio fu Erotikon, però, e a Pordenone mercoledì 6 ottobre sarà possibile riapprezzarne il basso continuo sensuale e modernista: in collaborazione con la Slovenska kinoteka, la pietra miliare del tardo periodo muto verrà accompagnata in sala dal compositore sloveno Andrej Goricar e otto musicisti.

Osé è anche la pre-apertura delle Giornate, questa sera al Teatro Zancanaro di Sacile: in occasione del settecentenario dantesco, verrà proiettato il già tribolato e censurato Maciste all’inferno (1926) di Guido Brignone, con Bartolomeo Pagano, contrappuntato dal vivo con la musica composta da Teho Teardo in collaborazione con Zerorchestra. E lo spartito seduttivo non cambierà, domani al Teatro Verdi, per Il ventaglio di Lady Windermere (1925), che Ernst Lubitsch ha mirabilmente tratto dalla pièce di Oscar Wilde. Presentato nel nuovissimo restauro del Museum of Modern Art di New York e con la musica per trio (violoncello, violino, pianoforte) composta da Carl Davis, l’adattamento esalta Irene Rich nei panni dell’irresistibile Mrs. Erlynne. Voltaggio maschile, viceversa, per l’evento finale di sabato 9 ottobre: l’Orchestra San Marco di Pordenone eseguirà in prima mondiale l’accompagnamento di Günter Buchwald per Casanova (1927) di Alexandre Volkoff, nella copia restaurata dalla Cinémathèque française. Basato sulle memorie dell’avventuriero libertino interpretato dal divo Ivan Mosjoukine, rievoca sullo sfondo di Venezia le atmosfere maliose e torbide di fine Settecento.

 

La Nato è finita a Berlino Est l’Europa ora deve difendersi

Axel Oxenstierna, gran cancelliere di Gustavo II Adolfo, all’apogeo della potenza svedese, in vista della conclusione della Guerra dei Trent’Anni, affermò che “l’occasio costituisce il momento supremo della politica”. Dopo la sconfitta umiliante subita in Afghanistan dagli Stati Uniti e, di riflesso, dalla Nato (Italia compresa), difficilmente si ripresenterà un’occasione altrettanto favorevole per la costruzione di un’Europa politica, dotata di una sua strategia federale, sovrana e indipendente. Modesti sintomi locali di questo stato di cose sono i balbettii mediatici europeisti persino dei più accaniti fautori della nostra dipendenza da Washington, quali Marta Dassù (la Repubblica), Angelo Panebianco (Corriere della Sera), Gianni Riotta (La Stampa), per fare alcuni nomi. Balbettii accompagnati da rassicurazioni sulla sacralità della Nato a garanzia della nostra sicurezza. Ma procediamo con ordine.

Ai fini di una svolta politica risultano determinanti le radici più lontane del declino dell’egemonia statunitense, anche e soprattutto in Europa, e della Nato che ne costituisce il principale strumento politico-militare. Se quel declino risale alla sconfitta in Vietnam, con una conclusione simile in maniera impressionante a quella appena verificatasi a Kabul, la crisi della Nato è diventata irreversibile con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Con essa è venuta meno la sua ragion d’essere costituita dalla minaccia, vera o presunta, del Patto di Varsavia, con un bipolarismo fondato sulla minaccia di distruzione reciproca e sull’interesse, comune a Washington e Mosca, di tenere i propri alleati e satelliti in una condizione di subalternità permanente. Ne conseguì l’illusione fragile di un dominio unipolare, suffragato da teorizzazioni ancora più fragili, quali quella famigerata della fine della storia che ha condannato il suo autore, Francis Fukuyama, a dedicare la sua successiva carriera a spiegare se stesso. Più realisticamente i presidenti succeduti a Ronald Reagan si sono votati alla ricerca di una “credible threat”, la minaccia credibile di kissingeriana memoria, tale da surrogare quella venuta meno con la caduta del Muro, per giustificare la continuità di una politica estera e di difesa imposta da quel complesso militare-industriale, segnalato con straordinaria preveggenza dal generale-presidente Dwight Eisenhower quale minaccia alla stessa democrazia statunitense, nel lontano 1960. L’attacco alle Torri Gemelle per alcuni anni è servito allo scopo di individuare nel terrorismo la minaccia necessaria a scatenare una successione di guerre, tutte vinte militarmente e sconfitte nel loro esito politico, in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Con la riesumazione dell’art. 5, secondo cui l’attacco a un paese membro impegna una risposta di tutti, la Nato vi ha ritrovato la sua ragion d’essere costitutiva, oltre a quella praticata negli anni precedenti, di estendere la propria presenza ai confini dell’ex impero sovietico, in violazione degli accordi a suo tempo impostati da Reagan e Gorbaciov. Mentre il conflitto di politica interna tra il presidente in carica, Joseph Biden, e il suo predecessore, Donald Trump, è e resta evidente, la continuità della loro politica estera lo è altrettanto. Essi hanno corrisposto all’impulso isolazionista oggi prevalente nell’opinione pubblica, mettendo fine alla guerra in Afghanistan, ma individuando nella Cina l’avversario privilegiato di un nuovo bipolarismo, pur problematico per gli intrecci di politica economica e commerciale che lo caratterizza, con la conseguenza evidente di trascurare gli interessi dei propri alleati europei, con buone parole invitati ad adeguarsi. È quello che Emmanuel Macron, riesumando un gollismo critico di una Nato al servizio di Washington, si è rifiutato di fare, di fronte alla militarizzazione dell’alleanza indo-asiatica tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito e che, nell’immediato, è costata alla Francia una commessa di 66 miliardi di dollari.

E l’Unione europea? Gli altri Stati europei? E quel tale Mario Draghi, nostro presidente del Consiglio che, a detta dei suoi cantori mediatici, potrebbe assumerne il timone, se non le redini, in assenza di una Germania, quale che sia l’esito delle sue elezioni, comunque orfana della sua, e non soltanto sua, Mutti Angela Merkel? Persino il pur sincero e frequentemente ribadito europeismo di Sergio Mattarella non è andato oltre la comune invocazione di un embrione di difesa europea, subito equilibrata da una celebrazione fuori tempo della sacralità della Nato, nella sua sede navale napoletana.

Tuttavia, per cogliere il tipo di occasio invocato da Oxenstierna per una duratura convivenza tra protestanti e cattolici, occorrono, da una parte una consapevolezza collettiva dei pericoli insiti nello stato attuale di disunione, del mondo e dell’Europa, e dall’altra del ruolo che un’Europa, per l’appunto più unita, è chiamata a svolgere. Non soltanto il declino, ma il possibile crollo di una potenza imperiale può preludere a scenari catastrofici. Lo insegna l’esperienza della Prima guerra mondiale che, a dispetto dei calcoli ispirati alla Realpolitik delle cancellerie, è stata largamente determinata dalla crisi irreversibile di due imperi – Austro-Ungarico e Ottomano – e da automatismi militari incontrollabili. È altrettanto chiaro che, in un mondo multipolare, alternativo a una problematica e pericolosa riesumazione di una bipolarità, questa volta collocata in Asia, un’Europa politicamente unita, dotata di un profilo indipendente, anche nella salvaguardia della propria sicurezza, costituisce una condizione vitale. Anche se non in termini immediati, è altrettanto evidente che essa si pone in alternativa di una Nato che Macron giustamente liquida come un residuo del passato. Per le condizioni in cui versa l’Occidente nel suo complesso, quanto resta di valido e di vitale in fatto di sicurezza umana – la formula risale a Xavier Solana e Mary Kaldor – , democrazia liberale, impegno ecologico ed egualitario, pur con tutte le sue manchevolezze, si colloca all’interno dei confini dell’Unione europea. D’altra parte, l’alternativa a un’Europa più unita, capace di dare una rappresentanza globale a oltre mezzo miliardo di persone e a una cospicua economia, è quella di essere e di rimanere terreno di competizione e di conflitto di soggetti più forti e, nel caso degli Stati Uniti, ivi militarmente insediati.

Mi piacerebbe concludere con l’ottimistica previsione che il parlare di difesa europea sia il preludio di scelte prudenti ma concrete – ad esempio quella della costituzione di un polo europeo all’interno della Nato, non in aggiunta ma in riduzione delle spese militari attuali, con l’eliminazione di duplicazioni legate a una peraltro apparente sovranità dei suoi singoli membri europei. Mi piacerebbe ancor più aggiungere che proprio il paese più colonizzato e umiliato si ricordasse di essere stato tra i principali ispiratori dell’Unione europea. Poi mi viene in mente un altro detto del grande statista svedese, rivolgendosi a suo figlio: “Tu non hai idea quanta poca saggezza governa il mondo”.

Il Tagikistan e la paura dei Talib

Oltre mille chilometri di confine in comune e ormai da settimane il fiato sospeso per paura di attentati o attacchi. Lungo la frontiera porosa tra l’Afghanistan, ormai completamente conquistato dai talebani, e il Tagikistan, si annidano i nuovi pericoli che non smettono di far corrucciare la fronte alle autorità di Dushanbe.

Migliaia di tagiki che hanno raggiunto “gli studenti del Corano” nei mesi scorsi stanno adesso cercando di tornare indietro, in patria, e lo stato d’allerta nell’ex Paese sovietico non è mai stato revocato. La nuova macchina governativa talebana continua a ribadire, smentendo i timori dei tagiki, di voler instaurare buone relazioni con la nazione confinante: il portavoce talib Zabihullah Mujahid ha rassicurato di nuovo che il loro territorio non diventerà mai una base d’attacco verso Stati esteri. Intanto in Afghanistan duemila strutture sanitarie sono state chiuse e settemila donne che vi lavoravano sono state cacciate. Non ci sono finanziamenti o aiuti internazionali che raggiungano Kabul. Nel Paese riapriranno le università, ma con classi separate per donne e uomini.

Sono i fatti a smentire le parole dei talib. A comandare i cinque distretti della provincia afghana di Badakhshan adesso c’è un cittadino tagiko, nato nel villaggio Sherbegiyon solo 25 anni fa, con il nome di Mohammad Sharifov. Tra le dune islamiste però tutti lo conoscono come Mahdi Arsalon: abile reclutatore, ha già convinto circa duemila tagiki a seguirlo per combattere, in tunica e kalashnikov, in nome della sharia. Ha cominciato la sua opera di propaganda nella primavera in cui i miliziani si preparavano all’assedio della capitale. Sharifov fa parte del gruppo Jamaat Ansarullah, rinato dalle ceneri di quello creato alla fine degli anni 90 per avanzare contro le autorità tagike quando infuriava la guerra civile a Dushanbe. Fu fondato dal comandante tagiko islamista Amriddin Tabarov, noto ai suoi fedeli come Mullah Amriddin: il leader è morto quando le forze governative afghane lo hanno raggiunto nel 2015. I suoi due figli sono stati catturati dalle truppe Usa ed è stato Sharifov, figlio di un fedele alleato del comandante, a occupare negli anni un ruolo chiave nel gruppo di cui fa parte da ormai sette anni.

Migliaia di divise tagike sono pronte all’azione per ordine del presidente Emomali Rahmon, che ha già criticato all’assemblea generale dell’Onu, lo scorso 23 settembre, il nuovo governo afghano, che concede a “vari gruppi terroristici di usare attivamente la loro situazione militare e politica per rafforzare le loro posizioni, mentre l’Afghanistan sta diventando una piattaforma per il terrorismo internazionale”. Uno dei portavoce dei talib ha risposto al presidente su Twitter: lui è al potere da 27 anni, forse ci starà per altri sei, quindi “l’Afghanistan non prenderà lezioni di democrazia dal Tagikistan”.

Zero attenuanti: ergastolo al poliziotto femminicida

Ergastolo. Finirà i suoi giorni in carcere Wayne Couzens, il poliziotto 48enne che il 3 marzo scorso ha rapito, violentato e ucciso la 33enne Sarah Everard che tornava a casa dopo una serata con amici, a Londra. È una pena che, nel sistema giudiziario inglese, viene comminata solo in caso di omicidio plurimo, di uccisione di un poliziotto o guardia carceraria, del rapimento e omicidio di minori o per un movente ideologico come il terrorismo. Ma questo è un delitto di una efferatezza che ha sconvolto l’opinione pubblica, e le cui ripercussioni vanno molto oltre il dolore atroce della famiglia.

Perché Couzens, ha rivelato l’inchiesta, ha abusato del proprio ruolo di tutore dell’ordine quella notte, quando ha fermato Sarah mostrandole il tesserino da agente scelto del servizio parlamentare e diplomatico, l’ha costretta a salire in auto contestandole la violazione del coprifuoco anti-Covid, l’ha ammanettata, portata nelle campagne del Kent, violentata, strangolata con la cintura dell’uniforme, ne ha bruciato il cadavere ed è tornato a casa da moglie e figli.

Il pomeriggio seguente è tornato, ha raccolto i resti carbonizzati in buste della spazzatura e li ha gettati in uno stagno vicino. “Ha trattato mia figlia come fosse spazzatura” ha scritto la madre di Sarah in una testimonianza straziante. Un delitto premeditato: quella notte Couzens era in cerca di una preda e aveva affittato un’auto per realizzare il suo piano. Un delitto senza rimorso: il 7 marzo, quando c’era ancora la speranza che Sarah fosse viva e decine di suoi colleghi erano impegnati nelle ricerche, Couzens è tornato con la famiglia nei luoghi del delitto per una scampagnata. Per il giudice, con il suo crimine ha minato la fiducia dei cittadini nella polizia: un vulnus così grave da essere equiparabile a un atto terroristico. La famiglia si è detta sollevata al pensiero che non possa più fare del male, ma questa condanna non offre nessuna catarsi. Perché Sarah non era una sprovveduta: si è fidata di chi avrebbe dovuto proteggerla, e non ha avuto scampo. La madre se lo chiede, in quella lettera atroce: quando ha capito? Quanto orrore ha provato? Il capo di Scotland Yard Cressida Dick ha riconosciuto che Couzens rappresenta una macchia di cui vergognarsi e che ha danneggiato il rapporto di fiducia con la popolazione: “Francamente, come istituzione, siamo scossi” ha detto, senza però annunciare riforme. Necessarie: pochi giorni prima dell’omicidio il poliziotto aveva commesso atti di esibizionismo in un fast food. Esibizionismo di cui era stato accusato anche sei anni prima. Sempre senza conseguenze disciplinari, benché si fosse guadagnato il soprannome di The Rapist, il Violentatore, per le continue, pesanti avances alle colleghe. Avrebbe potuto essere fermato molte volte: invece, questo il sospetto al centro di indagini interne, è stato coperto da colleghi e superiori. E c’è un elemento di sessismo sistemico: secondo l’inchiesta di Byline Times, fra il 2017 e il 2020 almeno 14 agenti hanno approfittato sessualmente di donne vulnerabili conosciute in servizio, in alcuni casi minorenni. Il 16% dei poliziotti coinvolti in questi episodi non ha subito conseguenze rilevanti.

La storia di Sarah però è un punto di massima tensione: 7 mesi fa la sua scomparsa aveva mobilitato migliaia di donne, fino a culminare, dopo il ritrovamento del cadavere e l’arresto di Couzens, in una veglia molto partecipata, finita con gli agenti che disperdevano con la forza le partecipanti, in una rappresentazione emblematica e paradossale di violenza della polizia a una manifestazione contro la violenza di un poliziotto. L’inchiesta ha esonerato il capo di Scotland Yard da ogni responsabilità e l’ha lasciata al suo posto malgrado le richieste di dimissioni. Ma ora sono tante donne a gridare: di chi possiamo fidarci se non delle forze dell’ordine?

A 96 anni tenta di fuggire l’ex segretaria del lager nazista

In fuga, per poche ore, pur di non farsi processare. Accusa: favoreggiamento nell’uccisione di 11 mila persone nel campo di concentramento di Stutthof, nella Polonia nazista. Irmgard Furchner, 96 anni, era appena maggiorenne quando iniziò a lavorare come segretaria del comandante del campo. Il suo processo è stato assegnato a un tribunale minorile a causa della sua giovane età all’epoca dei fatti. Ieri mattina la donna è uscita dalla casa di riposo dove alloggia, ha preso un taxi e si è fatta portare a una stazione della metropolitana. Ha fatto perdere le sue tracce per ore. Nel pomeriggio è stata fermata dalla polizia, vicino all’aeroporto di Amburgo. “È chiaro che voglia prendersi gioco del nostro sistema di giustizia, non si sente vincolata alla legge tedesca” dice l’avvocato Onur Özata che rappresenta il Comitato internazionale di Auschwitz, creato dai sopravvissuti del campo. Tra il ‘54 e l’82 Furchner è stata chiamata a testimoniare in tre processi. In tutte le occasioni ha sempre negato le proprie responsabilità. Dopo la caduta del nazismo si sposò con un ex ufficiale delle SS conosciuto nel campo di Stutthof. I due hanno cambiato nome e vissuto in Germania per oltre 70 anni. Oggi cade il 75° anniversario del processo di Norimberga. L’atto più importante della giustizia tedesca contro il nazismo, ma che portò a giudizio un numero esiguo di persone. Nel solo campo di Auschwitz ci furono oltre 8 mila ufficiali delle SS, solo mille sono stati processati. Tanti gerarchi sono fuggiti all’estero e oggi sono morti, senza mai essere stati portati a giudizio. Nel 1965 la Germania ovest approvò una legge, in vigore fino alla fine degli anni 70, che praticamente amnistiava i crimini del nazismo. La giustizia tedesca per decenni non ha processato le persone che svolgevano attività minori all’interno della struttura nazista. Poi nel 2011 venne condannato John Demjanjuk, una guardia del campo di Sobibor. Favoreggiamento nell’assassinio di 28 mila persone. Con questo precedente le Procure di tutta la Germania hanno aperto nuovi processi. Tra una settimana dovrebbe iniziare quello a una ex guardia del campo di Sachenhausen, vicino Berlino. L’uomo oggi ha 100 anni. Da quel campo passarono 200 mila persone, la metà persero la vita. La Procura che si occupa di perseguire i responsabili ha dovuto chiudere i procedimenti contro otto delle guardie per il decesso delle stesse.

La decadenza di Sarkozy. Dall’Eliseo a due condanne

Nicolas Sarkozy è stato condannato ieri per la seconda volta in sette mesi. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di “finanziamento illegale della campagna per l’Eliseo del 2012” e condannato a un anno di prigione, la pena massima prevista per questo reato, che sarà applicata nella forma della sorveglianza elettronica. L’ex presidente dunque non andrà in prigione e, visto che fa appello, la sentenza per ora è sospesa, in attesa del nuovo processo.

Si trattava del “caso Bygmalion”, un sistema di doppie fatture che serviva a nascondere le reali spese affrontate per la campagna: 42,8 milioni di euro, quasi il doppio del plafond di spesa previsto per legge di 22,5 milioni. Continua dunque la parabola in discesa di Nicolas Sarkozy, che già a marzo era stato condannato a tre anni di reclusione, due dei quali con la condizionale, per corruzione e traffico di influenze, diventando il primo ex presidente della Quinta Repubblica a vedersi infliggere una pena detentiva.

Si trattava quella volta del “caso Bismuth”, emerso nel 2014: per i giudici Sarkozy ha tentato di corrompere un alto magistrato al fine di ottenere informazioni coperte da segreto su un’altra inchiesta che lo riguardava. Oggi impantanato nelle procedure giudiziarie (dodici in cui compare il suo nome), con due non luoghi a procedere, inchieste in corso e fascicoli chiusi per ragioni di immunità, Sarkozy ha conosciuto tempi migliori, raggiungendo l’apice del potere nel maggio 2007 quando, battendo col 53,1% dei voti la socialista Ségolène Royal, ha preso il posto all’Eliseo del suo mentore Jacques Chirac.

La carriera di Sarkozy è stata folgorante. A 28 anni, nel 1983, è già sindaco di Neuilly-sur-Seine, uno dei comuni ricchi della periferia ovest di Parigi. È deputato nel 1988, quindi ministro del Bilancio del governo Balladur (1993-1995), poi dell’Economia (2004) e ancora dell’Interno (2005-2007) sotto Chirac. Quando nel 2004 prende la testa del partito conservatore, l’Ump (attuale Les Républicains), il numero di iscritti raddoppia. Da responsabile degli Interni, è sempre in tv e divide per le sue prese di posizione, come quando nel 2005 definisce “racaille” (“feccia”) i giovani delle banlieue contribuendo a scatenare mesi di violenze. All’Eliseo, la sua vita privata, con la separazione dalla prima moglie Cécilia e il matrimonio con Carla Bruni, è esposta ai media di tutto il mondo. Sarkozy diventa il presidente “bling bling”, col Rolex al polso e i viaggi sugli yacht degli amici miliardari.

Nel 2012, quando si candida per un secondo mandato e l’Eliseo gli sfugge, malgrado la campagna faraonica, molti osservatori ritengono che il socialista François Hollande abbia vinto anche grazie a un voto “anti-Sarkozy”. È a questo punto che iniziano i primi guai giudiziari. L’ultima condanna dovrebbe compromettere nuova ambizione politica dell’ex presidente. Eppure Sarkozy è sempre molto popolare nella sua famiglia politica, la sua voce continua a contare (né è un segreto la sua vicinanza con Macron), e resta un punto di riferimento a cui rimettersi anche nei momenti più complicati. È stato così dopo lo scandalo sui falsi impieghi pubblici alla moglie che coinvolse François Fillon, l’ex premier di Sarkozy candidato alle presidenziali nel 2017. Lo scandalo favorì l’elezione di Macron e ridusse l’Ump a un cumulo di macerie, da cui si sta appena risollevando. Ieri, a sette mesi dalle prossime presidenziali, con due ex ministri di Sarkozy candidati, Valérie Pecresse e Xavier Bertrand, la destra è corsa a manifestargli il suo “sostegno”, giudicando “esagerata” la decisione dei giudici. Per i magistrati, invece, Sarkozy, che nega ogni coinvolgimento, ha continuato “a organizzare meeting” pure dopo essere stato “avvertito del superamento” dei plafond. Ha quindi “omesso volontariamente di esercitare un controllo sule spese”. Sono stati condannati alla prigione altri dodici collaboratori di Sarkozy, ex responsabili dell’Ump, tra cui Guillaume Lambert e Jérôme Lavrilleux, ex direttore ed ex vice direttore di campagna, e dirigenti della società Bygmalion, che organizzava i meeting. Un altro affaire avvelena poi la vita di Sarkozy. L’indagine sugli eventuali fondi occulti arrivati dall’ex dittatore Gheddafi per finanziare la sua campagna del 2007. In questa inchiesta, Sarkozy è stato indagato nel 2018 per “corruzione passiva, finanziamento illegale di campagna elettorale e occultamento di fondi pubblici libici”.

Fertility gap: perché non si fanno figli

L’Italia è uno dei Paesi al mondo in cui nascono meno bambini per donna. L’andamento della fecondità, che mostrava timidi segni di ripresa agli inizi degli anni 2000, ha cominciato nuovamente a calare in seguito alla Grande Recessione prima e all’epidemia di Covid poi, e si attesta sotto la soglia di 1,3 ormai dal 2018. Tra chi fa demografia si parla di “fecondità più bassa tra le basse”.

L’età media al primo parto è superiore ormai ai 31 anni, e siamo tra i Paesi europei con la più alta percentuale di primi nati da madri quarantenni. Questa condizione di bassa fecondità non è attribuibile a un’unica causa, ma è la somma di diversi fattori. Tra questi, gioca un ruolo sicuramente di rilievo l’incertezza economica che caratterizza il mercato del lavoro nazionale e lunga parte della vita lavorativa delle generazioni più giovani.

Il rapporto diretto tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e tassi di fecondità è ormai consolidato: il nostro Paese è tra quelli europei in cui le donne sono meno presenti nel mondo del lavoro retribuito. La precarietà investe la vita di potenziali genitori e li accompagna per un lungo periodo. Gli stipendi spesso non sono sufficienti a garantire una serenità economica. Ma ovviamente sarebbe riduttivo pensare che questo, intendendo con questo la sfera prettamente economica, basti a giustificare la nascita di pochi bambini. È difficile pensare che le tante dimensioni di cui si compone la vita non siano tra loro interdipendenti.

Sono molte, quindi, le concause che spiegano la bassa fecondità, alcune di tipo strutturale, altre di tipo culturale, tutte tra loro intrecciate. Tra quelle di tipo strutturale, è facile pensare alla carenza di servizi per la prima infanzia. La copertura di questi servizi, secondo i dati più recenti dell’Istat è del 26%: questo significa che solo un quarto dei bambini italiani nella fascia d’età 0-3 ha un luogo di cura alternativo alla famiglia. Non è solo questa la fase cruciale della vita dei figli in cui ci sono difficoltà nel prendersene cura, in generale gli orari scolastici, i disservizi che caratterizzano il sistema – a oggi, fine settembre, ad esempio, sono poche le scuole ricominciate a pieno regime e molte le famiglie che lottano per incastrare tempi dei figli e tempi del lavoro –, la lunga sospensione estiva, sono tutti ambiti da tenere in considerazione quando si pensa di mettere al mondo un figlio.

Dal punto di vista del far coesistere lavoro retribuito e lavoro di cura, poi, la questione strutturale abbraccia ancor di più quella culturale. La cura in Italia è ancora una questione prettamente femminile. Sono le donne a prendersi cura della casa e della famiglia molto più di quanto facciano gli uomini e questo avviene in maniera ancora più marcata quando nelle famiglie ci sono dei figli. Il 51% del campione italiano dell’Eurobarometro 2014-2017 pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. Se guardiamo al tempo dedicato alla cura l’Italia è il Paese in Europa in cui lo squilibrio nel tempo a essa dedicato tra uomini e donne, secondo i dati Eurostat, è il più alto. Insieme alle donne romene le italiane sono quelle che vi dedicano più tempo, gli uomini italiani, al contrario, non sono i più coinvolti.

Altri indicatori ci parlano di uno squilibrio che intreccia questione strutturale e questione culturale: da anni i dati del Ministero e dell’Ispettorato nazionale del Lavoro mostrano che le madri più che i padri rinunciano alla partecipazione al mercato del lavoro retribuito all’arrivo di un figlio per l’impossibilità di “conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole”. Il congedo parentale dei padri è recentissimo, essendo stato introdotto solo nel 2000 e ancora poco diffuso. Il congedo obbligatorio di paternità dura solo pochi giorni.

Tutte insieme queste dimensioni contribuiscono a una riduzione della fecondità. La complessità di fronte a cui si trovano le donne quando decidono di avere un figlio, o dopo aver avuto il primo figlio, è tale da rinunciare a una nuova nascita. A tutto questo si aggiunge la difficoltà di arrivare alla gravidanza in un’età più vicina alla menopausa che al menarca, con le conseguenti problematicità legate alla fertilità, e i percorsi alternativi complessi e costosi. Ne esce un quadro di difficile gestione.

Spesso sentiamo dire che risollevare la fecondità è importante, ma l’importanza viene giustificata alla luce del sistema pensionistico italiano. In un Paese che invecchia, in cui la speranza di vita cresce sempre di più e la coorte dei baby boomer, la più ampia tra le coorti, inizia a diventare anziana, avere molti figli significa avere molti potenziali lavoratori in grado di sostenere, tramite il versamento dei contributi, il sistema nazionale dei servizi. Una prospettiva che difficilmente sarà convincente per le donne in età feconda.

In un Paese che strutturalmente e culturalmente non si fa culla avvolgente delle nuove nascite, immolarsi per il bene comune, che già è un concetto distante dal pensare individuale o di coppia contemporaneo, sembra una prospettiva totalmente irrealistica. Eppure, l’aumento della fecondità rimane un obiettivo auspicabile. A fronte del crescente gruppo di donne e uomini che non anelano alla genitorialità, e che si definiscono childfree non prevedendola tra i loro obiettivi di vita – per i quali andrebbe comunque costruito un sistema culturale accettante – ci sono molte coppie, e molte persone che vedono in questo basso numero di figli la mancata realizzazione del proprio desiderio di genitorialità. Il nostro Paese, infatti, più di altri soffre del cosiddetto fertility gap, la differenza tra il numero di figli desiderati e la fecondità realizzata. Il numero di figli desiderati si attesta in molti contesti intorno ai due figli per donna, e l’Italia non fa eccezione. Circa la metà degli italiani desidera proprio due figli, mentre è ridotta, intorno al 6%, la quota di quanti desiderano il figlio unico. E, invece, nella realtà sono sempre più le donne senza figli, che nella coorte delle nate negli anni 70 superano il 20%, calano i primi figli, oltre a diminuire i secondi nati.

Rimettere al primo posto il desiderio significa, di fatto, considerare preminenti sia la questione strutturale sia quella culturale. Avere uno Stato, che, al di là dei recenti tentativi, come l’assegno unico, o l’estensione dei giorni di paternità obbligatoria, si prenda cura del desiderio di genitorialità, dei servizi alle famiglie, delle condizioni lavorative, dovrebbe essere prioritario.

 

I virologi sono ormai vippologi

Per essere virologi, sono virologi; ma anche come massmediologi se la cavano egregiamente, hanno imparato a meraviglia la prima regola da applicare a difesa della propria immagine. Se qualcuno ti accusa di esagerare, come ha fatto l’onorevole Giorgio Trizzino, e ipotizza che le esposizioni sui media debbano essere autorizzate preventivamente, la prima mossa è distorcere l’accusa. “Nessuno mi mette il bavaglio” (Bassetti), “Nemmeno Mussolini era arrivato a tanto” (Galli), “Quest’idea è venuta in Corea del Nord” (Crisanti)… Per una volta, tutti d’accordo su un punto: sparare a zero – dai media – contro chi vorrebbe regolare un’onnipresenza mediatica che alla lunga genera confusione.

Certamente il meccanismo ossessivo-compulsivo dei talk show, che se li strappano l’un l’altro e punta a creare maschere fisse, ha le sue responsabilità. Ma i nostri scienziati, dopo un anno di Trattamento Marzullo (“Il vaccino è un sogno o aiuta a vivere meglio?”) sono ancora solo degli scienziati? Tra un allarme e un monito danno sulla voce, minacciano di andarsene (e poi restano, metodo Sgarbi), rilasciano interviste e servizi fotografici, pubblicano libri, girano i festival. Insomma, hanno fatto il salto di specie. Virologi, ma soprattutto vippologi.

Quel che più lascia interdetti è il loro appello ai dati, ai riscontri, alle evidenze, ai tempi lunghi di cui la scienza ha bisogno per pronunciarsi. La scienza forse sì, gli scienziati un po’ meno. Per essere coerenti dovrebbero apparire in tv una, due volte l’anno, tempo minimo per delle evidenze decenti. Invece eccoli ogni giorno su ogni canale a predicare i tempi lunghi. Prima spiegano che ci vorranno anni per venire a capo della pandemia; poi polemizzano col coltello tra i denti sulle ultime di giornata. Vorremmo tranquillizzare l’onorevole Trizzino: la mordacchia è un falso problema, ancora un paio di salti di specie e saranno loro a non voler più andare nei talk. Li ritroveremo tutti in blocco su Canale 5, al Grande Virologo Vip.

Lucano, i 13 anni di pena paiono davvero esagerati

Al contrario di tanti altri, non ho mai giurato sull’innocenza di Mimmo Lucano. Ho sempre apprezzato il grande lavoro da lui svolto in favore dei migranti e dell’integrazione, ma dopo aver letto le carte dell’accusa ho avuto la sensazione che l’ex sindaco di Riace avesse commesso parecchie irregolarità e violazioni di legge durante l’amministrazione del suo Comune.

Allo stesso tempo però nessuno ha potuto convincermi che l’ex sindaco del paesino calabrese si fosse mai incamerato un euro. Per questo sentivo di non avere verità in tasca, di non poter dire se Lucano fosse colpevole o innocente.

Poi, ieri, è arrivata la sentenza. E mi ha lasciato sbigottito. Non per la decisione (provvisoria in attesa dei successivi gradi di giudizio) di considerarlo responsabile per parte dei capi di imputazione e dei gravi reati di cui era accusato. Ma per l’entità del pena: 13 anni e due mesi a fronte di una richiesta, già alta, di sette anni e 11 mesi di reclusione.

Come si dice in questi casi, adesso pure io attendo le motivazioni. Ma già ora so che le carte saranno a posto. Se devi rispondere di associazione per delinquere, peculato, turbativa d’asta, falso più di una serie di abusi in un caso riqualificato in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, Codice penale alla mano, si può arrivare a pene anche molto più alte.

Ma è giusto? Non starò qui a citare il tanto abusato Cicerone che nel De Officis scrive summum ius, summa iniuria (somma giustizia, somma ingiustizia, ndr). Qui voglio unicamente ricordare che solo qualche giorno prima Marco Siclari, un senatore calabrese di Forza Italia imputato di voto di scambio politico mafioso, in primo grado, era stato condannato a poco più di cinque anni; che Marcello Dell’Utri ne ha avuti sette per concorso esterno in Cosa Nostra; che Callisto Tanzi, l’ex patron di Parmalat responsabile di aver mandato in fumo i risparmi di decine di migliaia di persone, 11; mentre grazie al rito abbreviato, Luca Traini, che nel 2018 tentò a Macerata per motivi razzisti una strage di migranti, se l’è cavata con 12 anni. Possibile che sparare a caso contro chiunque abbia la pelle di un colore diverso (sei tentati omicidi) sia più grave che infrangere la legge per aiutarli? Per il nostro Codice sì. Per la mia, e credo vostra coscienza, no.

Così adesso mi chiedo cosa penserà della già tanto malandata giustizia italiana un comune cittadino che ieri sera seduto in poltrona dopo una dura giornata di lavoro ha scoperto dal telegiornale la severissima condanna inflitta a Mimmo Lucano. Perché, come aveva capito il filosofo e apologeta cristiano Tertulliano già 150 anni dopo Cristo, a “rendere valide le leggi non sono né il numero dei loro anni né l’autorità dei loro promulgatori, ma unicamente la giustizia”. Ma, rifletto, se la giustizia non viene più percepita come tale da coloro nel nome dei quali viene amministrata, cosa resta di essa? Per questo più che di giudici e delle loro eventuali manchevolezze oggi bisognerebbe parlare delle leggi.

Il nostro Codice penale, ottimo per l’epoca, risale agli anni 30 e su di esso si sono affastellate norme, articoli e pandette. Non si può escludere che di qui al terzo grado di giudizio Lucano si veda ridotta la pena o che venga addirittura assolto. La questione di fondo però resta. Bisogna trovare il modo di dare un senso all’entità delle pene comminate in casi diversi, bisogna trovare un’uniformità reale. Ci vorrebbe un nuovo Giustiniano. Ma in giro purtroppo non se ne vede alcuno.

 

Voto & grandi affari a Milano parco giochi delle immobiliari

Il vero candidato sindaco alternativo a Giuseppe Sala non è Luca Bernardo, il pediatra con la pistola che è favorevole a tutti i grandi affari e a tutte le operazioni immobiliari avviate da Sala. È Gabriele Mariani, ingegnere e architetto, sostenuto da due liste, Milano in Comune e Civica AmbientaLista. È lui a raccogliere il testimone di Basilio Rizzo, che dopo 38 anni di battaglie dentro il Consiglio comunale, da Tangentopoli alla Seconda Repubblica, dà il suo addio a Palazzo Marino. È lui a rappresentare l’unica opposizione rigorosa e professionalmente competente alla trasformazione urbanistica in corso, che continua il consumo di suolo, regala aree e progetti ai privati e moltiplica i quartieri per ricchi, dimenticando le periferie, accrescendo le disuguaglianze sociali e travestendo di verde una politica il cui vero colore è il grigio del cemento.

È lui il vero anti-Sala, infatti è oscurato dai media ed escluso dai confronti di Repubblica, ormai organo elettorale del sindaco uscente. Mariani, 58 anni, milanese cresciuto al Corvetto, oggi vive a Segrate insieme al suo compagno. Ha fatto per anni la libera professione, dopo aver portato a casa le sue due lauree in ingegneria e in architettura. Nel 2009 ha cominciato a fare politica, per sostenere Ignazio Marino che si presentava alle primarie del Partito democratico. Si è allora iscritto al gruppo più glam del nuovo Pd milanese, che aveva al suo interno la cucciolata ultra-renziana dei Pierfrancesco Maran, Pietro Bussolati, Lia Quartapelle. Li conosce bene. E proprio la politica urbanistica di Maran è stata uno dei motivi che lo ha spinto a candidarsi in alternativa a Sala. Per Mariani fare politica è sempre stato stare vicino ai comitati di cittadini in lotta contro le espansioni urbanistiche e il consumo di suolo. Nel 2016, da presidente Pd della Zona 3, critica l’accordo con le Fs per cementificare gli scali ferroviari, protesta contro lo spostamento dell’Istituto neurologico Besta sulle aree Falck di Sesto San Giovanni, organizza un convegno in cui emergono i rischi del trasloco dell’università Statale da Città Studi alle aree Expo. “Da lì è iniziata la sharia del Pd nei miei confronti”, racconta. Lascia il partito, ma non il rapporto con i comitati e gli urbanisti contrari alla gentrificazione totale della città. Vuole cambiare il Pgt, il piano di governo del territorio, vuole rivedere l’accordo sugli scali Fs, vuole bocciare il progetto che a San Siro abbatterà il Meazza e porterà nuovo cemento. Più attenzione vera alle periferie, meno edificazioni, più trasporti pubblici e aria più pulita, invece del greenwashing tutto annunci e propaganda di Sala. Non è vero – sostiene – che i comitati dei cittadini sappiano dire soltanto dei no. C’è una alternativa possibile alla crescita privatistica della città, si può tornare a fare scelte dettate dall’interesse generale. “E non è una strada alternativa, è l’unica visione di buon senso per governare Milano”.

La narrazione dominante racconta che la città è ripartita con Expo. “La vita dei milanesi non è cambiata grazie a Expo. I miliardi spesi per l’esposizione si sarebbero potuti impiegare per migliorare le condizioni di vita delle persone che vivono in periferia”. Dimenticate e senza rappresentanza.

“Le elezioni del sindaco sono in due turni”, dice. “Al primo, ciascuna forza politica ha il dovere di presentare un proprio programma e non di correre subito all’ombra del re”. Mariani si propone dunque come alternativa secca, per cercare di far pesare le idee di chi pensa che Milano non sia il parco giochi delle immobiliari, ma una città da restituire ai milanesi. E al secondo turno (se Sala non vincerà già al primo)? “Non darò indicazioni di voto per alcun candidato. Il nostro elettorato è maturo e consapevole, con saldi valori antifascisti. Quindi sarà libero di votare o di non votare Sala”.