Con il premier Mario Draghi e il suo “governo dei migliori” il maxi debito pubblico dell’Italia – già considerato pericoloso quando toccò il 130% del Prodotto interno lordo – è previsto quest’anno al 153,5% principalmente per gli effetti della pandemia. In tanti così si chiedono preoccupati cosa potrebbe accadere all’Italia se Draghi e il suo fidato ministro dell’Economia Daniele Franco non dovessero farcela nella non facile gestione di questa enorme esposizione e dei quasi 200 miliardi Ue per il rilancio dell’economia. Finiremo governati da Bruxelles & Berlino? O esclusi dalla zona euro con ritorno alla lira? Si perderanno i risparmi? Crollerà il valore delle case? Dilagherà la disoccupazione? Ci saranno continue rivolte di piazza?
Draghi vanta competenze economico-finanziarie di alto livello, che lo qualificano per affrontare al meglio i problemi dei conti pubblici. Ma non è infallibile. Nella sua brillante carriera non sono mancati errori clamorosi, per esempio anche in relazione al maxi debito della Grecia. E saprà respingere le pressioni di lobby della finanza, che lo hanno apprezzato e sostenuto da numero uno della Banca d’Italia e della Banca centrale europea (Bce)? Se si escludono i commentatori/indovini, che predicono il futuro, nessuno può anticipare con certezza se si potrà arrivare fino a un crollo dell’Italia, uno dei tre grandi Stati dell’Ue, ed eventualmente con quali conseguenze. Indicazioni si possono ricavare dai Paesi dove il maxi debito ha già portato al tracollo: soprattutto dalla Grecia insolvente, più che dall’Argentina in default o dal Messico con mega-svalutazioni. Anche perché molte delle conseguenze temute dagli italiani furono aggravate per i greci (fino all’assenza di medicine salva-vita negli ospedali e del cibo per bambini e anziani poveri) dal “salvataggio” Ue con misure di austerità: imposte, su pressione della Germania e dei Paesi nordici suoi alleati, tramite la Troika rappresentativa dei creditori composta dalla Bce di Draghi, Commissione Ue e Fondo monetario di Washington. Perfino l’allora presidente filo-Berlino della Commissione Ue, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ammetterà poi che fu “un errore” aver maltrattato così tanto la Grecia. I cittadini preoccupati dal futuro dell’Italia super-indebitata potrebbero recuperare gli articoli che documentarono quella tragedia greca. Ma le reti Rai, in quanto servizio pubblico pagato dagli italiani con il canone, dovrebbero far vedere più volte e in orari di punta Adults in the room, il film sul tema del regista greco Costa-Gavras, un grande del cinema politico premiato nella sua carriera a Cannes, Venezia, Berlino e con due Oscar. Si basa sulle registrazioni “piratate” dall’allora responsabile delle Finanze greco Yanis Varoufakis nelle riunioni segrete dei ministri finanziari dell’Eurogruppo sul “salvataggio” del suo Paese. Nei limiti di un film, consente di farsi un’idea di cosa potrebbe accadere anche all’Italia.
Nel 2019 “Adulti nella stanza” era stato presentato fuori concorso al Festival di Venezia. Ma pochi sono riusciti a vederlo in Europa. Varie fonti hanno ventilato un drastico boicottaggio di autorità della Germania per occultare la rappresentazione realistica della linea cinica e spregiudicata dell’allora ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, in sintonia con la connazionale cancelliera Angela Merkel e i governi nordici alleati. Il capo del Fondo salva Stati (Mes), il tedesco Klaus Regling, avrebbe chiesto dall’inizio a Costa-Gavras di non girare il film. Sarebbero intervenute riservatamente anche super-lobby della finanza, che avevano ottenuto dai governi Ue di salvare con i miliardi pubblici tante banche private con esposizioni ad alto rischio in Grecia (invece di usarli per aiutare il popolo ellenico).
Draghi, interpretato dall’attore Francesco Acquaroli, esce male dal film di Costa-Gavras, come del resto avvenne nella realtà. Fu accusato di aver agito nella crisi greca da strumento della dominante europopolare Merkel: arrivando a negare la liquidità della Bce alle banche di Atene, che costrinse il premier di sinistra Alexis Tsipras ad arrendersi e ad accettare le dure condizioni di Berlino & Bruxelles. Draghi però non sembrò scendere fino ai livelli di Schäuble, del presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem o di Regling del Mes.
Costa-Gavras, nel film, forse manifesta eccessiva riconoscenza alla sua fonte Varoufakis. E un po’ non si accorge della nota abilità nel compiacere chi può esserle utile dell’allora numero uno del Fondo monetario di Washington, la furba francese Christine Lagarde, passata dal centrodestra ai liberali del presidente in carica Emmanuel Macron per insediarsi alla Bce sulla “poltrona” lasciata da Draghi.