Draghi e quegli errori che affossarono Atene

Con il premier Mario Draghi e il suo “governo dei migliori” il maxi debito pubblico dell’Italia – già considerato pericoloso quando toccò il 130% del Prodotto interno lordo – è previsto quest’anno al 153,5% principalmente per gli effetti della pandemia. In tanti così si chiedono preoccupati cosa potrebbe accadere all’Italia se Draghi e il suo fidato ministro dell’Economia Daniele Franco non dovessero farcela nella non facile gestione di questa enorme esposizione e dei quasi 200 miliardi Ue per il rilancio dell’economia. Finiremo governati da Bruxelles & Berlino? O esclusi dalla zona euro con ritorno alla lira? Si perderanno i risparmi? Crollerà il valore delle case? Dilagherà la disoccupazione? Ci saranno continue rivolte di piazza?

Draghi vanta competenze economico-finanziarie di alto livello, che lo qualificano per affrontare al meglio i problemi dei conti pubblici. Ma non è infallibile. Nella sua brillante carriera non sono mancati errori clamorosi, per esempio anche in relazione al maxi debito della Grecia. E saprà respingere le pressioni di lobby della finanza, che lo hanno apprezzato e sostenuto da numero uno della Banca d’Italia e della Banca centrale europea (Bce)? Se si escludono i commentatori/indovini, che predicono il futuro, nessuno può anticipare con certezza se si potrà arrivare fino a un crollo dell’Italia, uno dei tre grandi Stati dell’Ue, ed eventualmente con quali conseguenze. Indicazioni si possono ricavare dai Paesi dove il maxi debito ha già portato al tracollo: soprattutto dalla Grecia insolvente, più che dall’Argentina in default o dal Messico con mega-svalutazioni. Anche perché molte delle conseguenze temute dagli italiani furono aggravate per i greci (fino all’assenza di medicine salva-vita negli ospedali e del cibo per bambini e anziani poveri) dal “salvataggio” Ue con misure di austerità: imposte, su pressione della Germania e dei Paesi nordici suoi alleati, tramite la Troika rappresentativa dei creditori composta dalla Bce di Draghi, Commissione Ue e Fondo monetario di Washington. Perfino l’allora presidente filo-Berlino della Commissione Ue, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ammetterà poi che fu “un errore” aver maltrattato così tanto la Grecia. I cittadini preoccupati dal futuro dell’Italia super-indebitata potrebbero recuperare gli articoli che documentarono quella tragedia greca. Ma le reti Rai, in quanto servizio pubblico pagato dagli italiani con il canone, dovrebbero far vedere più volte e in orari di punta Adults in the room, il film sul tema del regista greco Costa-Gavras, un grande del cinema politico premiato nella sua carriera a Cannes, Venezia, Berlino e con due Oscar. Si basa sulle registrazioni “piratate” dall’allora responsabile delle Finanze greco Yanis Varoufakis nelle riunioni segrete dei ministri finanziari dell’Eurogruppo sul “salvataggio” del suo Paese. Nei limiti di un film, consente di farsi un’idea di cosa potrebbe accadere anche all’Italia.

Nel 2019 “Adulti nella stanza” era stato presentato fuori concorso al Festival di Venezia. Ma pochi sono riusciti a vederlo in Europa. Varie fonti hanno ventilato un drastico boicottaggio di autorità della Germania per occultare la rappresentazione realistica della linea cinica e spregiudicata dell’allora ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, in sintonia con la connazionale cancelliera Angela Merkel e i governi nordici alleati. Il capo del Fondo salva Stati (Mes), il tedesco Klaus Regling, avrebbe chiesto dall’inizio a Costa-Gavras di non girare il film. Sarebbero intervenute riservatamente anche super-lobby della finanza, che avevano ottenuto dai governi Ue di salvare con i miliardi pubblici tante banche private con esposizioni ad alto rischio in Grecia (invece di usarli per aiutare il popolo ellenico).

Draghi, interpretato dall’attore Francesco Acquaroli, esce male dal film di Costa-Gavras, come del resto avvenne nella realtà. Fu accusato di aver agito nella crisi greca da strumento della dominante europopolare Merkel: arrivando a negare la liquidità della Bce alle banche di Atene, che costrinse il premier di sinistra Alexis Tsipras ad arrendersi e ad accettare le dure condizioni di Berlino & Bruxelles. Draghi però non sembrò scendere fino ai livelli di Schäuble, del presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem o di Regling del Mes.

Costa-Gavras, nel film, forse manifesta eccessiva riconoscenza alla sua fonte Varoufakis. E un po’ non si accorge della nota abilità nel compiacere chi può esserle utile dell’allora numero uno del Fondo monetario di Washington, la furba francese Christine Lagarde, passata dal centrodestra ai liberali del presidente in carica Emmanuel Macron per insediarsi alla Bce sulla “poltrona” lasciata da Draghi.

 

La posta della settimana: dalla politica italiana all’adozione per single

E ora, per la serie “Sottigliezze circospette”, la posta della settimana.

Caro Daniele, cos’hai imparato dalla politica italiana? (Maria Scarparo, Bari). Molte cose importanti, tra cui questa: di fronte ai proclami roboanti e puristi con cui una forza politica lucra consensi contro la corruzione precedente, ricordare che, una volta al potere, detta forza potrà rimangiarsi tutto con la frase magica in politichese usata anche da Grillo: “Molte cose sono cambiate”. Così però sono capaci tutti. I politici italiani hanno imparato la lezione: sanno quanto è importante essere inconsistenti se si vuole conservare l’opportunità di svicolare. È il caso di Salvini e di Renzi. Inoltre: i dirigenti politici possono commettere errori clamorosi, come quello di voler imporre all’elettorato la camicia di forza del bipartitismo, in tutta tranquillità: non ne pagheranno mai le conseguenze, anzi saranno sempre lì a dare la linea. Vedi Prodi. Per questi motivi andare a votare in Italia è come andare a un concerto di Elodie: ti fa sentire speciale, poi torni a casa da solo e ti masturbi.

Al Parlamento europeo, Grillo propose di estrarre a sorte i rappresentanti, con gente che si renda disponibile per un anno per portare il proprio contributo in politica. Mi sembra una buona idea (Raffaele Cerqueti, Rieti). E chi fa la selezione? Rousseau, la piattaforma che ha selezionato Crimi e la Castelli? In confronto, anche l’estratto a sorte sembra migliore, certo, ma sarebbe meglio scegliere come si fa in tutto il mondo civilizzato: attraverso una scuola di formazione politica, ed esperienza sul territorio, dai Comuni su su fino al Parlamento. Lo so, lo so: Grillo ha sempre detto che non vuole professionisti della politica. Ma per le sue mèches Grillo non sceglie un passante, sceglie un professionista. Quindi è il primo a smentire quello che sostiene. O forse crede che la cosa pubblica abbia bisogno di meno professionalità delle mèches? Che poi l’estratto a sorte non dia alcuna garanzia lo dimostra Grillo stesso quando invoca, dalla politica, una visione. L’estratto-per-un-anno è al massimo un tecnico, non un politico. Grillo, che si è estratto da solo, è convinto che la democrazia diretta sia democrazia: non lo è. La democrazia diretta, ammissibile come referendum, se invece è intesa come potere legislativo esercitato dai cittadini senza l’intermediazione di un parlamento diventa dittatura della maggioranza, poiché cancella, con altri contrappesi, l’opposizione, che non ha modo di essere rappresentata e di convincere nel tempo. Un estratto a sorte che avesse queste idee e prendesse il potere sarebbe un bel guaio. Grillo fece il paragone con il giudice popolare che decide dell’ergastolo. Ma un politico non è un giudice popolare, che deve solo inferire una conclusione secondo la legge, a partire dalle prove. Un politico deve immaginare soluzioni per il futuro in base a competenze politiche. Deve avere una formazione politica. Dai e dai ci stanno arrivando anche i grillini, una cosa che riscalda il cuore. L’altro problema è che non tutti sanno informarsi. Basta vedere come votate.

Sei pro o contro l’adozione per genitori single? (Annamaria Atzeni, Cagliari). Pro, ma fossi un giudice vorrei prima vedere che Cd ha in casa il/la single. “Guarda guarda: l’ultimo di Salmo. Mi dispiace”.

Perché gli scienziati non hanno ancora messo a punto una pillola anticoncezionale per l’uomo? (Federico Randazzo, Palermo). Perché se poi gli uomini combinano quella pillola col Viagra i peni diventano virtualmente irrefrenabili.

Mail box

 

 

L’articolo della Lucarelli faccia riflettere i partiti

Desidero ringraziare e complimentarmi con la sig.ra Lucarelli per il bellissimo articolo pubblicato oggi 30/09. Dovrebbe fare riflettere tutti i politici. Almeno quelli che non hanno lo stesso stile di vita di Morisi.

Michele Troccoli

 

La Lega cambia sponda solo per affari: i suoi

Gli ultimi accadimenti in casa Lega mi riportano alla memoria le parole di D’Alema quando la definì “costola della sinistra”. Trent’anni di storia hanno dimostrato non solo che la Lega con la sinistra ha poco da spartire, ma che con la politica, intesa come impegno civile, non ha niente a che fare. Stiamo per assistere all’ennesimo “cambio di scopa” di un partito che ha come unico orizzonte gli affari, naturalmente i suoi. Chi la vota viene portato per il naso, come una “Bestia” da sinistra a destra, dalla Padania all’Italia, dalla lira all’euro, dall’omofobia ai festini gay, dalla lotta senza quartiere alla droga alla comprensione per “l’amico in difficoltà” (mi pare che Salvini di amici con problemi di droga e tifo violento ne abbia anche altri). La propensione a usare la politica per fare soldi che si nota nei leghisti fa impallidire perfino quella che mostravano i socialisti e i democristiani… C’è speranza che il popolo, che si affida a loro, lo comprenda prima o poi?

Angelo Testa

 

Caro Testa, D’Alema si riferiva alla Lega di Bossi che aveva appena rovesciato il primo governo Berlusconi, sfilava il 25 Aprile con gli antifascisti e governava col Pds nel ministero Dini.

M. Trav.

 

Biden all’Onu davvero difende i diritti umani?

Le parole di Joe Biden, alla 76esima sessione dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, suonerebbero comiche se non si riferissero a tragiche realtà. Il presidente americano ha avuto l’impudenza e il cinismo di affermare che gli Stati Uniti sono stati, sono, e saranno, in prima fila nella difesa dei diritti umani. A partire dalle due bombe atomiche sganciate deliberatamente sui civili giapponesi nel 1945, proseguendo coi massacri al napalm dei bambini vietnamiti, con la creazione, il sostegno e il finanziamento delle dittature latinoamericane degli anni settanta e dei loro crimini, fino alle atrocità delle recenti guerre in Medio Oriente, inclusi gli orrori delle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo, tuttora aperta e dove, oltre a qualche decina di presunti o veri colpevoli, centinaia di innocenti sono stati, e sono tuttora, atrocemente torturati e detenuti in condizioni disumane, e anche senza considerare il criminale embargo sugli alimenti e i medicinali verso Cuba e altri Paesi, gli avvenimenti degli ultimi decenni certificano che gli Stati Unuti sono i principali violatori dei diritti umani della storia recente.

Venanzio Antonio Galdieri

 

Trattativa, la sentenza vista da un giudice

Ho letto con la dovuta attenzione l’articolo di Antonio Esposito, con cui ho condiviso lunghi anni di permanenza nella Corte di cassazione. Nel condividere l’impostazione generale data dal presidente Esposito, sulla base della premessa che la contestazione dei vari reati concerneva la violenza e la minaccia esercitata nei confronti degli organi dello Stato (non entrandovi affatto la trattativa che, di per sé non costituisce reato alcuno), non sono del tutto d’accordo sull’interpretazione da lui data alla formula assolutoria relativa agli imputati non mafiosi “perché il fatto non costituisce reato”. E ciò per l’estrema difficoltà di ipotizzare la sussistenza di una delle cause di non punibilità richiamata dal collega Esposito (cioè la legittima difesa o lo stato di necessità), così come anche la mancanza del dolo relativa alla violenza o minaccia. Una di queste ipotesi è stata probabilmente il sostrato della formula adottata dalla Corte d’Assise d’Appello, ma, se così è, si è trattato comunque di una formula erronea. Adatta alla decisione sarebbe stata una delle due formule assolutorie residue previste dall’art. 530 del Codice di procedura penale: “Per non aver commesso il fatto” o “perché il fatto non sussiste” (Insussistenza non storicamente, ma nella forma descritta nel capo di imputazione, dal momento che i carabinieri mai si sarebbero associati con i mafiosi, se non appunto nella ricostruzione accusatoria ritenuta infondata dai giudici d’appello). Oltre tutto, le formule da me indicate avrebbero sottolineato più icasticamente (anche alla lettura dei non pratici) la mancanza di accordo tra mafiosi e organi dello Stato e, di conseguenza, la estraneità di questi ultimi a qualsiasi accordo con i mafiosi.

Guido De Maio, Presidente emerito Corte di cassazione

 

Grazie a voi del “Fatto” che tifate per la verità

Caro Travaglio, sono felicissimo per l’editoriale “L’altra Bestia”. Sono felice non perché io sia grillino, infatti non lo sono, come non lo è il mio giornale. Sono felice che ci sia ancora qualcuno a difendere la verità, il buon senso, l’umana e, per quanto possibile, onesta gestione del potere e se questo significa difendere qualcuno o qualcosa che oggi si avvicina di più a questi valori lo si deve fare a prescindere da qualsiasi interesse che possa minare quella disciplina e quell’onore che non dovrebbero valere solo nell’adempimento della funzione pubblica ma in tutte le manifestazioni umane, compresa l’informazione.

Maurizio Contigiani

 

Regno Unito: la “purezza etnica” paralizza il Paese

Gli stranieri sono essenziali. Se ne sono accorti gli inglesi che, dopo aver cacciato via i camionisti dell’Est, ora non sanno come rifornire distributori di benzina e supermercati. Tutto previsto da studi seri e anche da film ironici, come “Cose dell’altro mondo”, che già nel 2011 immaginava una cittadina del Veneto improvvisamente abbandonata dagli immigrati e precipitata nella paralisi. Questo evento dovrebbe far pensare i politici della nostra destra più xenofoba. Quelli che hanno fatto carriera sulla persecuzione degli immigrati con slogan come “ci rubano il lavoro”. Salvo poi vedere che in Gran Bretagna il lavoro di camionista se non lo fanno gli stranieri, non lo fa nessun inglese. Ma su questo collasso provocato dalla insofferenza etnica del miope Johnson non si sentono commenti di Salvini né della Meloni, di solito loquaci sui temi dell’immigrazione, fino ad agitare proclami di blocco-navale. Decisamente più immaginifico di quello delle pompe di benzina.

Massimo Marnetto

Uno studente “I test d’ingresso così non servono. Vedi il caos a Medicina”

 

 

Gentile “Fatto Quotidiano”, ho diciotto anni e ho deciso di scrivervi in seguito alle irregolarità riscontrate durante il recente test per accedere alla facoltà di Medicina. Non lo sto facendo per avere una vostra risposta, ma perché vi reputo tra i giornalisti più preparati e onesti che ci siano.

Quest’anno ho sostenuto l’esame per entrare a Medicina e, a causa delle irregolarità riscontrate, ma soprattutto per qualche domanda ambigua, non sono riuscito a fare un punteggio soddisfacente. Sicuramente, da un lato, faccio anche “mea culpa”, però la delusione è stata tale da sentirmi preso in giro.

Fortunatamente ho sostenuto anche il test all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma: quest’ultimo è andato bene e con gli scorrimenti potrei riuscire a entrare.

La domanda che mi pongo è la seguente: perché non cambiare questo sistema di selezione? Ci sono molti modi per valutare la preparazione di un ragazzo, ma questo tipo di test richiede molta più fortuna che studio. Ci sono studenti universitari fuori corso, perché non fare una cernita di questi ultimi proponendo un test anche a loro?

Bisogna cambiare il sistema universitario.

Goffredo Corvino

Attacchi al Rdc, le gambe corte della propaganda

Sono ottantamila gli italiani che avevano un lavoro a luglio e non l’hanno trovato più ad agosto. Nuovi disoccupati, e di questi, come sempre, l’80% (circa 68 mila) sono donne. Il fatto straordinario ci fa misurare ancora una volta la distanza che separa l’apparenza dalla realtà. Fino a qualche settimana fa era tutto un bla bla sulle offerte di lavoro che cadevano come doni natalizi sul capo di migliaia di nuovi nullafacenti, irretiti dal reddito di cittadinanza e perciò disposti al rifiuto disonesto, al lassismo a oltranza, alla vegetazione sui divani di casa. Migliaia e migliaia di posti di lavoro, ogni giorno qualcuno dava i numeri e li alzava verso l’alto finché, si era a metà luglio, non si è giunti allo zenit della fantasticheria: 400 mila occupazioni pronte, 400 mila offerte già sicure e ottimamente retribuite e, implicitamente, la disgrazia di cercare e non trovare tutti questi lavoratori, ormai a piede libero negli apericena grazie ai soldi messi in tasca dalla legge voluta dai grillini.

La realtà, come l’Istat ci comunica, è invece e purtroppo un’altra: in tanti hanno chiuso la loro stagione lavorativa con la conclusione dei contratti a termine. Finite le vacanze, tornati i turisti nelle loro città, terminano rapporti che durano qualche settimana. Sono stati persi, solo nell’ultimo mese rispetto a quello precedente, anche 12 mila contratti a tempo indeterminato, e purtroppo è confermata la discriminazione di genere: su dieci nuovi disoccupati otto sono donne. L’Italia corre, il Pil si impenna, la Confindustria esulta, il fatturato balza all’insù ma sono ciliegine dorate di una torta che assaggiano in pochi. Certo, rispetto a gennaio scorso, quando ancora eravamo nel tunnel della pandemia, sono tornate al lavoro 430 mila persone in più. Sembra un numero robusto, tranquillizzante ma è niente rispetto a quel che abbiamo perso prima che il virus entrasse a casa nostra: 390 mila disoccupati in più. Quasi quattrocentomila persone che da quasi due anni sono state allontanate dal circuito produttivo e non c’è verso di farvi ritorno. I fatti, nella loro crudezza, mostrano le gambe corte della propaganda, la manipolazione della realtà che ne è figlia, la trasformazione di una misura di sostegno necessaria per i più fragili con uno strumento che favorirebbe moltitudini di fannulloni, nuove schiere abituate, secondo la conosciuta e inesausta spavalderia di Matteo Renzi che si è perfino intestato una campagna referendaria contro il reddito di cittadinanza, a rifiutare “il sacrificio”.

La legge va integrata, riformata, rimodulata per dare ancora di più a chi non ha, si pensi alle famiglie numerose con inabili, e togliere a chi ne ha goduto senza titolo (e non è detto che siano pochi i furbetti). Rendere più giusto, più equo, più rigoroso e meglio distribuito l’assegno è una cosa. Manipolare la realtà, sovvertirla pur di annullare una grande conquista sociale ne è un’altra. Si trattava di una fake news e ora ne abbiamo le prove.

Aberrazione giuridica contro un “giusto”

La condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di reclusione non è solo accanimento feroce contro un uomo giusto, che mai ha tratto lucro alcuno dal modello di accoglienza sperimentato a Riace. È altresì un’offesa recata allo spirito della nostra Costituzione, come argomentò da par suo Piero Calamandrei dopo la condanna (ben più lieve) subita nel 1956 da Danilo Dolci, colpevole d’invasione di terre siciliane incolte. Se affianco il nome di Mimmo Lucano a quello di Danilo Dolci è perché entrambi incarnano il diritto/dovere della disobbedienza civile nonviolenta allorquando il sistema – e l’ottusità delle sue normative – impediscono l’attuarsi di un’azione finalizzata al bene pubblico, come prescritto dalla nostra Carta fondamentale.

Equiparare ad “associazione a delinquere” la riconversione di un piccolo paese calabrese in vitale luogo di convivenza aperta ai migranti, è al tempo stesso un’aberrazione giuridica e un messaggio devastante. La prima verrà probabilmente mitigata nei successivi gradi di giudizio; ma la criminalizzazione della solidarietà rappresentata da questa condanna spropositata (più alta di molte inflitte a esponenti della ‘ndrangheta) è una ferita non rimarginabile inflitta a tutti coloro che praticano la solidarietà sociale.

Mimmo Lucano ha riconosciuto di aver commesso violazioni amministrative, sanzionabili dalla Corte dei Conti, prive di risvolti penali, sempre e solo allo scopo di gestire situazioni d’emergenza. Senza mettersi un soldo in tasca. Si tratta di irregolarità che chiunque in Italia soccorre i migranti s’è trovato giocoforza a commettere, data la legislazione vigente.

La sentenza di cui è vittima capovolge il senso comune della giustizia. Mimmo Lucano, come Gino Strada, ha scosso con il suo esempio le nostre cattive coscienze. Continueremo a essergliene grati. Lo ha condannato uno Stato i cui funzionari di notte lo svegliavano per chiedergli di ospitare dei poveretti che non sapevano dove mandare.

Alleati sì, ma il voto è un derby

Matteo Salvini che non aspetta Giorgia Meloni all’evento milanese per Bernardo sindaco potrebbe essere episodio da derubricare a ordinario disguido aeroportuale. Se non sembrasse una dimostrazione di nervi tesi nell’imminenza della sconfitta troppo annunciata del pediatra pistolero. E se non fosse che nel voto di domenica si assisterà anche al testa a testa tra Lega e FdI, per la palma di partito più votato della destra e di tutto il cucuzzaro. Infatti, dal pomeriggio di lunedì l’attenzione primaria di dirette e maratone sarà concentrata sui sindaci eletti, e su quelli catapultati ai ballottaggi. Subito dopo, però, un gigantesco faro verrà acceso sul risultato complessivo del Carroccio scarrocciato (copy Manifesto) dal caso Luca Morisi (ribattezzato il martire di Belfiore dopo i sospetti complottardi agitati, e poi rimangiati, dal suo ex capo).

Se, per ipotesi, sulla base dei voti reali, e non di quelli virtuali dei sondaggi, alla fine venisse fotografato il sorpasso di Giorgia su Matteo la cosa ovviamente non passerebbe sotto silenzio a via Bellerio e nei granducati del Lombardo Veneto dove da tempo la linea del segretario non riscuote, diciamo così, la condivisione di un tempo. L’altro derby della giornata si annuncia tra Pd e 5stelle, che al primo turno marciano divisi per colpire uniti al secondo ma che, comunque, si giocano la supremazia del centrosinistra. Oltre al seggio senese, Enrico Letta conta, in prima o in seconda battuta, di innalzare le bandierine pd a Milano, Bologna, Roma e Napoli, e di realizzare (a parte Torino, più di la che di qua) un quasi en plein. Mentre Giuseppe Conte punta sulla Calabria dove ha raccolto un grande successo personale, tanto che oggi la candidata governatrice giallorosa Amalia Bruni viene data a ridosso di quel Roberto Occhiuto (centrodestra) che soltanto un mese fa viaggiava allegramente con un vantaggio di venti punti. Infine, ci sarebbe anche una lotta per non retrocedere (scherziamo) tra Carlo Calenda e Matteo Renzi che con Azione e Italia Viva si contendono (insieme ad “Altri”) il fanalino di coda nella sondaggistica settimanale. Vivo a Roma e non darò il voto alla vittima di Maurizio Crozza, ma l’onore delle armi lo merita. Poiché, indubbiamente, molto si è speso (e ha speso) in una campagna elettorale intensa e appassionata. Mentre l’altro masticava pop corn.

L’Italia del sommerso e dell’illegalità vale 189 miliardi: la priorità è la lotta all’evasione

Lavoro nero, sommerso, droga, prostituzione e altre attività illegali valgono nel complesso 189 miliardi di euro, il 10,7% del Pil. Il dato – riferito al 2018, anno dell’ultima rilevazione disponibile – è contenuto nella “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”, un corposo studio allegato alla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, che fa da base alla legge di Bilancio. Dall’analisi emerge che il valore assoluto dell’economia nascosta al fisco ha subito sì un calo del 3% dai 191 miliardi di sommerso toccati nel 2017, ma l’incidenza sul Pil è comunque rimasta pressoché stabile tra il 2015 e il 2018. A nascondersi nel grande calderone dell’economia sommersa ci sono, infatti, le solite criticità che impediscono alla macchina del Fisco di aumentare i giri nel contrasto all’evasione. E così il 91% dell’economia sommersa continua a essere rappresentata dalle sotto-dichiarazioni (comunicazioni volutamente errate su fatturato e costi) e dal lavoro nero. Meno pesante, ma comunque significativo, il contributo di tutte le altre voci, come mance o affitti irregolari. Ma è l’evasione dell’Iva a restare la bestia nera del Fisco, nonostante i progressi degli ultimi anni grazie alla compliance (non più controlli persecutori e procedure vessatorie ma avvertimenti o condoni) o alla fatturazione elettronica (introdotta nel 2018 per alcune categorie e generalizzata nel 2019); tanto che nel 2018 l’Italia ha registrato il quarto valore più alto di propensione al gap in Europa, dopo Romania, Grecia e della Lituania. Ma il tax gap, cioè la distanza che separa le entrate fiscali teoriche, calcolate sulla base del valore degli imponibili, e i soldi che entrano realmente nelle casse degli enti titolari dei differenti prelievi, resta notevole anche nel caso delle imposte immobiliari, cioè Imu e Tasi: vale 5 miliardi all’anno. Ma il buco vola oltre i 6 miliardi se si somma l’evasione delle case fantasma, totalmente sconosciute al Fisco. Nella relazione, tra le possibili linee di intervento ce ne sono due che spiccano sulle altre: la richiesta di una definizione di una metodologia che permetta di quantificare la base imponibile non dichiarata dai regimi forfettari e il mantenimento del Canone Rai in bolletta. La misura che ha permesso di abbattere il numero degli evasori (dagli oltre 7,5 milioni del 2015 a circa 1,7 del 2016), negli ultimi anni ha subito un arresto con un numero di evasori tornato ad aumentare.

In 72 ore 14 morti sul lavoro. No di Bonomi a pene più severe

Ieri un operaio edile di 56 anni è morto ad Albinea (Reggio Emilia), caduto da un’impalcatura alta dieci metri. Nelle stesse ore, due agricoltori – uno di 60 anni nel Cuneese e uno di 72 nel Teramano – hanno perso la vita dopo il ribaltamento del trattore. Tra martedì e mercoledì altre 11 persone sono rimaste vittime di incidenti sul lavoro; un susseguirsi di tragedie avvenute poche ore dopo un accordo tra governo e sindacati che prevede proprio norme più stringenti sulla sicurezza. Il tema è finalmente entrato nell’agenda del governo, ma le serie storiche dell’Inail mostrano un’emergenza mai risolta. Mentre i decessi per le infezioni contratte in azienda si riducono, tornano ad aumentare quelli per incidenti (anche quelli nel tragitto tra casa e il posto di lavoro). Ora che – a differenza del 2020 – le attività non sono più chiuse, si rivede quella che era una drammatica “normalità”.

Nei primi otto mesi del 2021 abbiamo avuto quasi 350 mila denunce di infortuni sul lavoro, con aumento dell’8,5% rispetto al 2020. Quelle con esito mortale sono state 772; di queste, 152 si riferiscono a casi “in itinere”, incidenti stradali nel percorso per raggiungere la sede di lavoro. Questa tipologia era diminuita nel 2020, anche grazie allo smart working, ora torna a crescere. Quanto ai casi avvenuti in occasione di lavoro, tra gennaio e agosto ne abbiamo avuti 620; sono 65 in meno rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma bisogna ricordare che mentre nello scorso anno avevamo 303 morti per Covid, queste nell’anno in corso si sono ridotte a 199 (dato che potrebbe aumentare perché le denunce sono spesso tardive). Quindi a perdere la vita sul lavoro per cause diverse dalla pandemia sono state 421 persone contro le 382 dell’anno scorso. È un trend che osserviamo da anni: non appena l’occupazione segna una pur lieve crescita, contestualmente salgono anche le morti sul lavoro. La scarsità dei controlli da parte degli ispettori resta un fenomeno strutturale, tra l’altro aggravato dall’emergenza Covid. La competenza è divisa tra l’Ispettorato nazionale del Lavoro (presieduto dal magistrato Bruno Giordano, insediatosi ad agosto) e le Asl regionali. Quanto al primo, il Jobs Act lo aveva trasformato in Agenzia centrale delle ispezioni, investendolo del coordinamento di Inps e Inail, gli altri due enti che si occupano delle verifiche. Questo però – anziché semplificare e velocizzare gli accessi – lo ha rallentato, con la complicità delle mancate assunzioni di nuovo personale. Nel 2021, nell’ambito dell’attività ispettiva in materia di salute e sicurezza, ha visitato 10.069 aziende, nelle quali il tasso di violazione delle norme è risultato del 79,3%. Solo in 28 casi è stata sospesa l’attività imprenditoriale “per gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza”.

Oggi non è semplice adottare questo provvedimento, agli ispettori tocca verificare ogni volta se vi sono altre sanzioni nei cinque anni precedenti, come ha ricordato lunedì il segretario Cgil Maurizio Landini. Ecco perché dopo l’incontro con i sindacati, il governo si è impegnato ad approvare un decreto che renda più semplice le sospensioni delle attività in caso di irregolarità. Cgil, Cisl e Uil si aspettano che Draghi sia di parola e, in caso contrario, Landini non ha escluso lo sciopero generale. Il premier ha promesso di accelerare l’assunzione di 2 mila ispettori e unire le banche dati degli infortuni. I sindacati sperano che sia il preambolo per arrivare alla patente a punti per le imprese, meccanismo che escluda quelle inadempienti dai bandi pubblici. In realtà non sarà facile perché Confindustria è contraria e buona parte della maggioranza è particolarmente sensibile al volere del presidente Carlo Bonomi, nonostante l’elogio nei confronti del premier all’assemblea della scorsa settimana.

Chi invece è d’accordo è M5S, anche perché l’ex ministra Nunzia Catalfo ci stava già lavorando prima della caduta del governo Conte 2. Nel frattempo, la prossima settimana sarà incardinata in commissione Lavoro al Senato la proposta di istituire la Procura nazionale sui reati in materia di sicurezza sul lavoro, a prima firma del pentastellato Iunio Valerio Romano. “Siamo felici – ha detto la presidente della commissione Lavoro Susy Matrisciano (M5S) – però non è un punto di arrivo e speriamo non sia il contentino. Mi auguro non ci siano divisioni politiche. Penso anche che non possiamo guardare solo all’impianto sanzionatorio, ma è importante che oggi si parli già a scuola di cultura della sicurezza e formazione”.

“Cingolani non è stato all’altezza del suo incarico”

Da oggi si riparte con le ricerche di gas e petrolio sia in mare sia su terraferma senza che, dopo anni di attesa, il Piano per la Transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) sia stato approvato.

Francesco Masi (portavoce del Coordinamento Nazionale No Triv), com’è possibile dopo anni di attesa?

La legge parla chiaro: l’articolo 11-ter del decreto-legge Semplificazioni stabilisce che entro il 30 settembre 2021, cioè ieri, il Ministero della Transizione ecologica avrebbe dovuto adottare il Pitesai con apposito decreto, previa Valutazione ambientale strategica (Vas) e, limitatamente alla terra ferma, previa intesa con la Conferenza unificata. Fino a ieri sono stati sospesi i procedimenti amministrativi, relativi al conferimento di nuovi permessi di prospezione o di ricerca di idrocarburi, liquidi e gassosi, nonché permessi di prospezione o di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare, con conseguente interruzione di tutte le attività di prospezione e ricerca in corso di esecuzione. Il Pitesai avrebbe dovuto fornire un quadro definito di riferimento delle aree idonee e delle aree non idonee allo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale. In assenza di Piano, da oggi cessa la sospensione prevista sia per i procedimenti che per le attività esistenti.

L’iter per l’approvazione del Piano quindi non è stato concluso…

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani si è tristemente fermato al decreto di Valutazione ambientale strategica del 29 settembre e negli ultimi giorni né lui né tantomeno il presidente del Consiglio hanno fatto intendere che sarebbe stato prolungato il periodo di sospensione delle attività di ricerca di idrocarburi in attesa dell’approvazione del Piano. Al momento non si ha notizia di un’eventuale adozione del Pitesai per le sole aree marine, consentita per legge senza l’ottenimento dell’Intesa in Conferenza unificata.

Tanto rumore per nulla?

Sì. Morale della favola: tutto torna come tre anni fa. Dopo un’attesa lunga e infruttuosa, ripartono ope legis tutti i procedimenti sospesi relativi alle istanze di prospezione – ben 5, tra cui quelle della Spectrum Geo che interessano 30.000 kmq in Adriatico –, alle istanze di ricerca di idrocarburi in mare e su terraferma – in tutto 79 – e riprendono efficacia ben 63 titoli di ricerca. Non male per un Paese in cui ministri e presidente del Consiglio in testa straparlano di clima e transizione energetica. Alla fine hanno prevalso gli interessi delle società del settore Oil&Gas.

Eppure si dice che questo sia il “governo dei Migliori”…

Stando ai nudi fatti, in tema di trivelle, quello di Draghi si è contraddistinto per essere il peggiore di sempre. Sotto il Conte-1, il Parlamen-
to approvò la legge 12/2019 su Pitesai e moratoria; con il Conte-2 furono concesse ben due proroghe. Con il “governo dei Migliori”, il ministro della Transizione ecologica non è stato all’altezza della situazione: in un Paese normale il presidente del Consiglio non esiterebbe un istante a rimuoverlo, assumendo ad interim, come fece perfino Renzi con Federica Guidi nel 2016, la carica di ministro. Invece Draghi ha preferito lasciar fare al suo enfant prodige e oggi i magri risultati sono sotto gli occhi di tutti. La responsabilità politica di quanto accaduto è del presidente del Consiglio, a cui l’art. 95 della Costituzione assegna la responsabilità della direzione della politica generale del governo.