Draghi prevede il futuro: “Tutti i leader del G20 vogliono agire”

Ieri è stata la giornata di Mario Draghi alla conferenza dei giovani sul clima, la Youth4Climate, a Milano. Ha incontrato Greta Thunberg prima, in prefettura, e hanno parlato delle sfide che aspettano l’Italia al prossimo G20, il 30 e 31 ottobre, a Roma. Alla presentazione del documento finale della conferenza, in favore di telecamere, ha poi dato la sua risposta all’accusa di vuoti “bla bla bla” che la giovane attivista aveva attribuito a tutti i governi quando si tratta di agire contro il cambiamento climatico: tante belle parole ma pochi veri fatti. Così, mentre l’Italia assisteva all’occasione mancata nel cercare di normare il settore delle ricerche e delle coltivazioni di idrocarburi (di cui potete leggere diffusamente qui accanto) Draghi, nel tentativo di difesa ha in realtà fatto autocritica suo malgrado: “Voglio dire giusto una cosa sul ‘bla bla bla’ – ha scandito il premier – a volte è solo un modo per nascondere la nostra incapacità di agire. Ma quando ci sono queste trasformazioni epocali, è necessario convincere le persone che l’azione è necessaria”. Ha poi precisato di avere una “sensazione”, ovvero che “i leader dei governi oggi siano tutti convinti che sia necessario e sia necessario farlo presto”.

Il tema, ha detto, è “come” mettere in campo la lotta al cambiamento climatico. “Prima di tutto dobbiamo affrontare questa transizione in maniera equa e molti di voi, tutti, hanno detto oggi che questa maniera deve essere inclusiva. Inclusivo significa includere i Paesi più poveri, i più fragili e includere voi”. Poi una promessa: “Siamo consapevoli che dobbiamo fare di più, molto di più. Questo sarà l’obiettivo del vertice a Roma di ottobre. A livello di G20 vogliamo prendere un impegno per quanto riguarda l’obiettivo di contenere” il riscaldamento globale “al di sotto di 1,5 gradi. E sviluppare strategie di lungo periodo coerenti”. Per ora non ce n’è però traccia.

Tempo scaduto così da oggi si ricomincia a trivellare

Di prima mattina, ieri, sul sito del Ministero della Transizione ecologica è comparso un nuovo documento: è il decreto della Vas, la Valutazione di impatto ambientale, sul Piano per la Transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) che dovrebbe fornire una pianta di dove sia possibile trivellare e dove no in tutta Italia. Era molto atteso: la Vas è propedeutica per l’approvazione del piano stesso e al ministero negli ultimi mesi hanno corso come pazzi per riuscire ad approvarla in tempo, entro la scadenza del 30 settembre. Peccato che, di fatto, le compagnie petrolifere che vorranno riprendere a perforare e a cercare gas e petrolio potranno farlo, mentre gli uffici del ministero potrebbero riprendere a lavorare le pratiche finora messe in stand by. Lo prevede la legge: l’approvazione della Vas è solo una foglia di fico.

Occorre ricostruire bene ciò di cui parliamo, perché è il frutto di un sovrapporsi di norme, previsioni, ritardi ed eccezioni. Il Pitesai nasce nel 2018, con una legge che contestualmente prevede la sospensione per 18 mesi di tutti i permessi di ricerca e prospezione nonché dei loro iter. Se l’obiettivo è cambiare il paradigma energetico e spingere verso le rinnovabili, è il punto, è inutile continuare a concedere autorizzazioni alla cieca. Si pensa dunque di tracciare in quel lasso di tempo un piano dettagliato delle aree dove è possibile trivellare, concedendo poi solo le autorizzazioni che vi ricadano all’interno. Per due anni, però, non se ne fa nulla, né sotto il governo giallo-verde e in verità neanche nel governo giallorosa. Si procede quindi di proroga in proroga, di moratoria in moratoria, fino all’ultima, quella di marzo 2021, che dà come termine per l’approvazione del piano (grazie a un emendamento concordato anche col ministro della Transizione ecologica Cingolani) il 30 settembre 2021. Dal giorno successivo a quella data, prevede l’emendamento, se il piano non è approvato le autorizzazioni e gli iter riprenderanno la loro efficacia.

Ebbene, il 30 settembre – come ampiamente annunciato – non è arrivata l’approvazione del piano nonostante la bozza fosse stata pubblicata sul sito del Mite a luglio per permettere le osservazioni della società civile e degli enti locali. Il ministero ha soltanto pubblicato la Vas, che è il presupposto per l’adozione del piano stesso. Secondo la legge che lo istituisce, infatti, “il PiTESAI è approvato con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, e, limitatamente alle aree su terraferma, d’intesa con la Conferenza Unificata”. Ovviamente, se pure fosse venuto meno il concerto con il Mise (le cui funzioni in tema di energia sono passate al Mite) resta ferma la necessità di intesa forte con le Regioni.

Il piano è stato però trasmesso in conferenza unificata solo ieri e adesso bisognerà attendere che venga discusso e si raggiunga una intesa. Il punto 3 della legge dice che “qualora per le aree su terraferma l’intesa non sia raggiunta entro sessanta giorni dalla prima seduta, la Conferenza unificata è convocata in seconda seduta su richiesta del Ministro dello sviluppo economico entro trenta giorni. In caso di mancato raggiungimento dell’intesa entro il termine di centoventi giorni dalla seconda seduta, ovvero in caso di espresso e motivato dissenso della Conferenza unificata, il Pitesai è adottato con riferimento alle sole aree marine”. Bene che va, insomma, tra convocazione e delibera, ci potrebbero volere fino a due mesi. Nel peggiore dei casi, anche fino a sei mesi, al termine dei quali potrebbero approvare il Pitesai solo relativamente al mare.

Ma qual è la posta in gioco? Circa una novantina di permessi e di richieste messe in stand by dal 2019. Per il mare parliamo di cinque istanze di permesso di prospezione, 24 istanze di permesso di ricerca e una di concessione di coltivazione. Per la terraferma i numeri sono un po’ diversi. Si legge nello stesso Pitesai: “Al 30 giugno 2021 risultano presentate n. 50 istanze di permesso di ricerca in terra. A queste vanno conteggiate separatamente anche n. 9 istanze di permesso in Sicilia”. Ci sono poi in attesa cinque istanze di concessione di coltivazione a terra e altre due in Sicilia. I titoli di ricerca già concessi sono almeno 63 e sono proprio questi che da oggi potranno ripartire. Con una nota, infatti, ieri il ministro Cingolani ha prima affermato che “è stato un lavoro condotto con grande attenzione e in tempi ristrettissimi” poi ha dato un po’ di colpa agli Enti locali e alle Regioni “dato che gli ultimi commenti da parte degli Enti locali e delle Regioni interessate sono giunti in prossimità del 14 settembre, scadenza della consultazione pubblica nella fase di Valutazione Ambientale Strategica” e ha poi assicurato che “nel frattempo il MiTE non autorizzerà alcuna nuova attività estrattiva e di ricerca”.

“Certo non ci sarà nessun nuovo titolo da rilasciare – spiega Enzo Di Salvatore , docente di diritto costituzionale del coordinamento No Triv – ma riprendono efficacia quelli già sospesi. La contingenza assurda è che non avendo approvato il piano entro i termini, si è ottenuto esattamente quanto proposto dalla Lega in fase di proroga, ovvero che nelle more dell’approvazione del Pitesai riprendessero il loro cammino almeno tutti i titoli sospesi. Ora accadrà”. Anziché fare ordine, si è riusciti nell’intento di generare il caos. “Si sarebbe forse potuto pensare a un decreto legge che prorogasse la sospensione fino al raggiungimento dell’intesa e comunque non oltre i termini previsti dalla Legge. Ma non è stato fatto. Si è trattato si una chiara scelta politica”, conclude Di Salvatore.

Il piano, oltretutto – come fa notare il deputato M5s Giovanni Vianello – ha diversi punti deboli. La Vas, infatti, lo vincola al recepimento delle osservazioni della Commissione tecnica Via-Vas del ministero che, in 150 pagine, rileva tra le altre cose che non si sia tenuta in adeguato conto “l’imprescindibilità” dei criteri ambientali nella individuazione delle aree idonee, oppure che non ci sia stato un adeguato approfondimento nella trattazione dell’iniezione delle acque di produzione petrolifera, tra le più inquinanti. Infine, c’è anche un problema di “coerenza interna” visto che secondo il comitato “ il ministero non ha sufficientemente chiarito in che termini il Pitesai tenga conto degli spazi marittimi destinati alla produzione di energia da fonti rinnovabili che dovrebbero costituire motivo di non idoneità alla future autorizzazioni”.

“Viaggi a spese delle Dogane” La Procura valuta l’esposto

Interi fine settimana di viaggi e soggiorni in località balneari a spese dell’Agenzia Dogane e Monopoli. Compreso il week-end di Ferragosto trascorso in Sicilia. Ufficialmente, si tratta di “missioni” di lavoro. Ma c’è chi avanza dubbi. Tutti da dimostrare, ovviamente. La Guardia di finanza di Roma sta vagliando, in queste ore, un esposto presentato mercoledì pomeriggio da Alessandro Canali, ex dipendente delle Dogane, riguardante le spese sostenute da Marcello Minenna, direttore delle Dogane e primo assessore al Bilancio della Giunta capitolina di Virginia Raggi (si dimise dopo poche settimane dalla nomina in polemica con la sindaca) e una funzionaria dell’Agenzia assegnata all’ufficio del vicedirettore.

Nelle 56 pagine dense di documenti e fatture, si fa riferimento, ad esempio, a due missioni di Minenna e della funzionaria in Sicilia: la prima a Lampedusa, dal 13 al 15 agosto con volo e pernottamento; l’altra a Marsala dal 24 al 26 settembre scorsi. Ci sono poi documenti relativi a viaggi di uno e due giorni a Milano (più di uno), Genova, Trieste, Trento e Bologna. In molti casi, tuttavia, le missioni sono state autorizzate anche in favore di altri dipendenti. Dunque la “delegazione” in trasferta non era formata solo dal direttore e dalla funzionaria. Per questo motivo gli inquirenti vogliono effettuare tutte le verifiche del caso e, se necessario, ascoltare anche Minenna prima di ipotizzare qualsiasi tipo di reato. Nelle missive allegate, ci sono anche reiterati solleciti alla funzionaria a presentare le timbrature d’ingresso in ufficio mancanti. Chi ha presentato l’esposto è stato licenziato dall’Agenzia recentemente e ha fatto anche ricorso al Tribunale del Lavoro. La Procura di Roma valuterà nei prossimi giorni l’apertura di un fascicolo. Contattato l’ufficio stampa dell’Agenzia Dogane e Monopoli, viene spiegato che “il direttore non vuole commentare”. Trapela, tuttavia, che la denuncia viene considerata dal manager “un elenco di sciocchezze e volgari illazioni”.

“A Londra spariti 14 milioni, in parte sono finiti ai Becciu”

Nello spostare i fondi della Segreteria di Stato del Vaticano dall’investimento in un hub petrolifero in Angola a quello nel palazzo di Sloane Square a Londra, si sarebbe “persa la tracciabilità” di 14 milioni di euro su un totale di 160. In questo contesto, “apparirebbe lecito ipotizzare che parte di questa somma possa essere stata destinata a Becciu, imprenditore edile, fratello di Mons. Giovanni Becciu”. La dichiarazione resa a verbale, il 30 ottobre 2019 al cospetto del Promotore di Giustizia in Vaticano, è di Francesca Immacolata Chaouqui, ex membro del Cosea (Pontificia commissione di studio e indirizzo sulla struttura economico finanziaria della Santa Sede), nota alle cronache per lo scandalo Vatileaks, esploso nel 2014 e che nel 2016 l’ha vista condannata a 10 mesi (con pena sospesa) per concorso in divulgazione di documenti riservati. Chaouqui era stata incaricata nel 2013 da Papa Francesco di approfondire le possibili irregolarità all’interno del Vatican Asset Management e ritenuta attendibile dai pm vaticani. Anche dalle sue rivelazioni sono partite le indagini che il 4 luglio hanno portato a processo, in Vaticano (prossima udienza il 5 ottobre), 10 fra alti prelati, funzionari e broker, accusati a vario titolo per reati come corruzione, peculato, truffa e abuso d’ufficio nella gestione dei fondi dell’Obolo di San Pietro. Fra loro l’ex sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Giovanni Angelo Becciu, accusato di peculato e abuso d’ufficio.

Nelle due pagine del verbale, fin qui inedito, emerge una puntuale ricostruzione fornita nel 2019 di gran parte delle vicende poi rese note nel corso dell’inchiesta. I fatti si riferiscono agli anni 2013 e 2014. In quel periodo, in Vaticano si sta valutando un cospicuo investimento in Angola nel giacimento petrolifero offshore Falcon Oil, detenuto dalla società Stardust Limited e partecipato dall’Eni. La proposta era arrivata a Roma tramite conoscenze di Becciu, che in passato aveva ricoperto l’incarico di Nunzio Apostolico nello stato africano. Fu il broker Raffaele Mincione, incaricato di valutare la convenienza dell’affare, a sconsigliare l’investimento e a incoraggiare lo spostamento di 160 milioni nel fondo Athena – partecipato, si è scoperto poi, dallo stesso Mincione – che gestiva un prestigioso edificio nel quartiere Chelsea di Londra, ex sede dei magazzini Harrods. Operazione, questa sì, rivelatasi un buco nell’acqua. In questo momento, secondo quanto riferito da Chaouqui ai magistrati, si sarebbe “persa la tracciabilità dei 14 milioni mancanti”. L’avvocato Fabio Viglione, che difende Becciu, al Fatto ricorda che “il cardinale ha già annunciato l’intenzione di denunciare per calunnia la signora Chaouqui, peraltro neanche indicata dall’Accusa come testimone nel processo” e spiega che “a riprova della piena infondatezza delle sue dichiarazioni, neanche i promotori hanno ritenuto di dover contestare ipotesi di reato: siamo certi che i competenti organi giudiziari confermeranno il carattere calunnioso delle accuse”. La diretta interessata replica: “A me la querela non è mai arrivata”.

Non solo. A verbale Chaouqui riferisce anche che, quando nel 2016 Mincione ritrasferisce le sue quote alla Segreteria di Stato, una “provvigione di 1,5 milioni di euro” sarebbe stata destinata al broker molisano Gianluigi Torzi che, secondo l’ex membro Cosea, “non si rendeva necessaria attesa la conoscenza tra Mincione e Fabrizio Tirabassi”, il potente dirigente laico vaticano ritenuto dai pm il braccio destro di Becciu. Un passaggio importante, perché dalle carte arrivate a processo emerge che Torzi – accusato di aver estorto 15 milioni alla Segreteria di Stato – sarebbe entrato in scena solo dopo.

A gestire la cassa vaticana era l’ex funzionario di Credit Suisse, Enrico Crasso, accusato di peculato e corruzione. In un’annotazione di polizia dell’8 luglio 2020, anche questa inedita, Crasso viene ritenuto un “soggetto” dalla “reiterata pericolosità”. Gli inquirenti hanno documentato 7 versamenti in contanti per complessivi 2,4 milioni effettuati da Crasso fra il 2010 e il 2011 in varie banche a Panama e Bermuda, con successivi trasferimenti a Santo Domingo. Agli atti emergono anche e-mail fra Crasso e il collega di Credit Suisse, Raimondo Morandi (estraneo all’inchiesta), nel quale l’incaricato vaticano si firma come Enrique Divanda. In uno dei messaggi, Morandi scrive: “Ciao E. Non ho ancora ricevuto lo scarico dei 100. Mi chiami per discutere cosa devo portare a te, per segretario per monsignore”, dove secondo gli inquirenti “segretario” e “monsignore” potrebbero essere Tirabassi e Alberto Perlasca, poi rivelatisi più vicine a Becciu (Perlasca è stato prosciolto). Gli inquirenti annotano che “(…) il Crasso Enrico, attraverso versamenti in contanti – verosimilmente di provenienza illecita (…) – si sia creato ingenti provviste all’estero”. Tutto ciò attraverso “un modus operandi palesemente fraudolento” e “una condotta tipica del riciclaggio”. Crasso, assistito dal legale Luigi Panella, ha sempre difeso la regolarità delle operazioni. Gli eventuali reati sarebbero prescritti.

“Quattrocento euro per vestire il morto” Il racket del caro estinto ai tempi del Covid

Salme e tangenti durante la pandemia, quando gli obitori di Milano erano pieni di cadaveri. In città il sistema del “caro estinto” non passa di moda. Anche all’ospedale Sacco. Virus o meno. Anzi, con il Covid è meglio. La bustarella è più ricca. Come spiega un impresario di pompe funebri: “Qui va così, prendi gli abiti e vestila, se è una salma Covid non ti preoccupare che te ne do anche 400 di euro, i familiari la vogliono vestita oggi”. Il passaggio è contenuto nelle 32 pagine con cui il giudice di Milano ha disposto tre misure interdittive a carico di Dalila Abbinante e Antonio Gramendola, titolari delle agenzie funebri Sofam Ap srl e Maggiore che non potranno operare per un anno. Una terza misura è stata data a un operatore obitoriale del Sacco, incaricato di pubblico servizio e accusato di varie corruzioni. L’inchiesta, coordinata dal pm Stefano Civardi nasce a fine 2020 in piena seconda ondata, catturando con intercettazioni e video decine di episodi corruttivi consumati tra febbraio e marzo scorsi. Tredici gli indagati, tra operatori dell’obitorio e impresari accusati a vario titolo di corruzione e peculato, reato questo relativo all’appropriazione da parte di un operatore di mascherine anti-Covid e ad alcuni monili in oro di proprietà di una defunta poi ritrovati nell’armadietto di un secondo operatore dell’obitorio. Scrive il giudice: “La gestione dei servizi obitoriali del Sacco è affetta da un radicato sistema di corruttele tra gli operatori obitoriali (considerati pubblici ufficiali, ndr) e talune imprese funebri”. Gli indagati “hanno dimostrato particolare spavalderia”. Gli stessi “visionavano il registro defunti per effettuare un’operazione di vero e proprio smistamento delle salme in collaborazione con alcune agenzie di pompe funebri”. Questa “la base dell’accordo corruttivo” che prevedeva come i morti di una certa zona andassero a una ditta precisa. La domanda di rito ai parenti: “Avete già un’impresa funebre?”. Le intercettazioni illustrano il sistema criminale all’interno di uno degli ospedali di punta nella lotta contro il Covid. Spiega un operatore indagato: “Qui funziona così, fanno tutto quelli delle imprese, noi prendiamo solo le salme dal reparto”. Poi l’operatore consiglia al parente la ditta: “Si metta d’accordo, è una persona onesta”. La persona “onesta” è l’indagata Abbinante. In altra occasione l’impresario Gramendola si informa sui “decessi del giorno”. Dice: “Cosa hai preso oggi?”. Poi legge i nomi di altri due morti e si informa se siano già stati smistati.

Truffa diamanti, pm chiede parziale archiviazione

Arriva una parziale richiesta di archiviazione per alcune delle vendite di diamanti a prezzi gonfiati attraverso le banche da parte dei broker Idb e Dpi ai danni decine di migliaia di clienti. La pm Grazia Colacicco della Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione per 55 dei 73 indagati per truffa aggravata, per alcune vendite dalle quali sono trascorsi già 7 anni e mezzo e che presumibilmente andranno prescritte. Ma per altre vendite, alcuni indagati restano nel processo. Due indagati sono deceduti e un’altra ventina hanno dimostrato la loro estraneità ai fatti. Il procedimento, in fase di udienza preliminare con le costituzioni di parte civile di migliaia di clienti, prosegue. La Procura di Milano ha già sequestrato 743 milioni. Secondo l’accusa, i diamanti furono venduti da Intermarket Diamond Business e Diamond Private a prezzi superiori al loro valore e segnalati ai risparmiatori da Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Unicredit, Mps e Banca Aletti. Ma la richiesta di ristori per i danni subiti continua in sede civile.

Libero De Rienzo: morte dovuta a overdose eroina

Èmorto per un’overdose l’attore Libero De Rienzo, trovato senza vita nel suo appartamento a Roma lo scorso 15 luglio. A stabilirlo la Procura capitolina, con il pm Francesco Minisci che, nell’atto di chiusura delle indagini, ha scritto che il decesso di De Rienzo “è riconducibile a un arresto cardiorespiratorio per intossicazione acuta da eroina”. Quanto disposto da Minisci è il preludio del rinvio a giudizio per Mustafà Minte Lamin, 32enne gambiano arrestato il 28 luglio in flagranza di reato mentre era intento a vendere droga nella zona romana di Torre Angela. Minte Lamin, attualmente in carcere, è accusato di morte come conseguenza di un altro reato, quello di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti.

De Rienzo era nato a Napoli nel 1977 ed è stato attore, regista e sceneggiatore. Fra le sue interpretazioni più famose Santa Maradona, diretto da Marco Ponti e che gli valse il David di Donatello come miglior attore non protagonista. Fra i suoi film più recenti c’è la trilogia di Smetto quando voglio, diretta da Sydney Sibilia.

L’effetto Green pass? Tamponi a volontà e vaccini fermi al palo

Alla fine l’effetto Green pass si è visto ma soprattutto nella rincorsa ai tamponi. Quelli antigenici rapidi, però, che consentono di avere l’esito nell’arco di quindici minuti e costano meno dei molecolari.

Con il prezzo calmierato introdotto dall’ultimo decreto del governo, oscillano tra gli otto euro per bambini e ragazzi tra i 12 e i 18 anni e i 15 euro per i maggiorenni. È così che tanti italiani che non si sono vaccinati – oltre 8,3 milioni di persone che non hanno fatto nemmeno la prima dose – scelgono di ottenere il certificato verde valido per 48 ore, a differenza di quello molecolare che è esteso a 72 ore ma il cui prezzo può arrivare anche a 80-100 euro.

Ed è un vero boom, secondo i dati che arrivano dal rapporto settimanale della Fondazione Gimbe. Un’impennata della media mobile a sette giorni del 57,7% in un mese. In pratica dal 6 agosto, quando è entrato in vigore l’obbligo del pass per accedere a ristoranti al chiuso, eventi culturali o sportivi, musei, si è passati da 113 mila a 178 mila test. Le nuove vaccinazioni invece – che l’obbligo del certificato avrebbe dovuto spingere – languono. Le prime dosi giornaliere sono crollate sino al minimo del 17 settembre (con una media mobile a quota 66.700), seguito da una timida ripresa e poi da una stabilizzazione sulle 84 mila. Senza cambi di rotta, almeno per ora.

“La progressiva estensione del Green pass – spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – ha ottenuto un effetto molto netto in termini di testing della popolazione, contribuendo a ridurre la circolazione del virus, ma sinora non ha prodotto nessuna impennata nella curva dei nuovi vaccinati. Considerato che almeno 5 milioni di persone non vaccinate sono in età lavorativa, la prova del nove per valutare l’efficacia della “spinta gentile” arriverà intorno al 15 ottobre, data di decorrenza dell’obbligo del Green pass per dipendenti pubblici e privati”.

Nemmeno la prospettiva della sospensione della retribuzione prevista per chi non è in possesso del certificato ha innescato la corsa alle vaccinazioni. Anzi, negli ultimi giorni le somministrazioni delle prime dosi continuano a rallentare. Dalle 85.783 del 24 settembre si è scesi – quasi costantemente – alle circa 71 mila di martedì scorso. Una tendenza che prosegue in pratica ininterrottamente da un mese, al netto della inevitabile frenata durante le vacanze di agosto. I tamponi rapidi, al contrario, volano, nonostante il governo abbia stabilito che ne possono beneficiare gratuitamente solo gli esenti dal vaccino. Dal primo settembre, quasi quotidianamente hanno sempre superato quota 170 mila, in alcune giornate sono arrivati ampiamente oltre i 235 mila test.

E mentre le Regioni hanno dato il via alla somministrazione della terza dose alle persone fragili (fino ad ora questo secondo round della campagna vaccinale ha riguardato oltre 931 mila soggetti) tra gli over 50 restano ancora senza copertura – tra indecisi e no vax – più di 2,7 milioni di persone. Come sempre con rilevanti differenze tra le regioni. In Calabria non si è ancora vaccinato il 15,7 degli ultracinquantenni, in Alto Adige il 15,5%, in Sicilia il 15,1%, in Friuli Venezia Giulia il 14,8%, contro una media nazionale che sfiora il 10%.

E sono sempre queste, da tempo, le regioni dove è più alta in generale la percentuale della popolazione non vaccinata, con la Sicilia e la provincia di Bolzano che superano il 23,29%, seguite da Calabria (22,7), Valle D’Aosta (19,8) e Friuli Venezia Giulia (19,1). Vistose differenze regionali si riscontrano anche per quanto riguarda la terza dose. La Valle d’Aosta è ancora a zero, il Piemonte ha già vaccinato quasi il 27% delle persone immunocompromesse, a fronte di una media nazionale del 6,6%. Ampiamente sotto questa soglia anche Liguria, Calabria, Basilicata.

Mobilità a livelli pre covid e i contagi non aumentano

C’è una buona notizia: da metà luglio, per la prima volta dall’inizio della pandemia, sembra essersi rotta la correlazione tra la mobilità andamento dei contagi. Da febbraio 2020 i dati hanno sempre registrato un aumento dei contagi a fronte di un aumento della circolazione delle persone e, di fronte a restrizioni, una diminuzione. Ora non è più così. L’analisi è stata effettuata dalla piattaforma CovidTrends, che ha incrociato i dati sulla mobilità messi a disposizione da Apple con quelli del ministero della Salute.

“Dopo il decreto del 22 aprile che ha decretato le riaperture – spiega l’ingegnere Maurizio De Gregorio, ideatore della piattaforma –, in un primo momento abbiamo visto la curva epidemiologica tornare a crescere. Poi, mentre la mobilità è continuata a crescere fino ai livelli pre-pandemia, i contagi sono diminuiti, e continuano a scendere ormai da diverse settimane consecutive”. In effetti la situazione epidemiologica migliora da dodici settimane consecutive, con l’ultima che ha registrato un -19% di casi, -12% di ingressi in terapia intensiva e -2% di decessi rispetto alla precedente. Tutte le regioni, tranne la p.a. di Bolzano e la Sicilia, hanno un’incidenza inferiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, soglia che permette un contact tracing efficace.

Tutto questo mentre l’Italia supera quota 70% della popolazione over 12 vaccinata, terza tra i più grandi paesi europei per numero di vaccinati, dietro a Portogallo (87%) e Spagna (81%). Inseguono invece Uk (66%), Francia (65%) e Germania (64%).

Proprio i vaccini ci consentono, con cauto cauto ottimismo, di vedere la curva epidemiologica scendere nonostante la libertà di circolazione. Gli ultimi dati dell’Iss indicano infatti una forte riduzione del rischio di infezione nelle persone completamente vaccinate rispetto a quelle non vaccinate: 77% per la diagnosi, 93% per l’ospedalizzazione, 95% per i ricoveri in terapia intensiva e per i decessi. Percentuali che crescono ulteriormente in riferimento alla sola fascia degli over 60, quella dei più fragili. In questo caso una persona non vaccinata ha un rischio 5 volte più alto di contagiarsi, 10 volte di essere ricoverato, 20 di finire in terapia intensiva e 12 di morire rispetto a un vaccinato.

Avanti con i vaccini, dunque, cercando di convincere coloro che, per paura, scetticismo o difetti di comunicazione, ancora non si sono convinti. E nel frattempo, ora che l’Occidente sta per raggiungere i suoi obiettivi, impegnarsi per una grande opera di solidarietà e salute pubblica internazionale, e portare i vaccini in tutto il mondo.

“Cento irriducibili aspettano maggio: saranno fuori senza aver collaborato”

Pubblichiamo un estratto dell’audizione in Commissione Giustizia.

Salvatore Riina poco dopo l’introduzione della normativa sull’ergastolo ostativo, tra le condizioni per interrompere le stragi formulò la richiesta di introdurre “Riconoscimento Benefici Dissociati – Brigate Rosse – per condannati di mafia”. Dopo il suo arresto, ebbe inizio una lunga trattativa di Cosa Nostra che più volte coinvolse alcuni dei massimi vertici istituzionali, tra i quali il Procuratore nazionale Antimafia e ben due ministri della Giustizia, Piero Fassino nel 2000 e Roberto Castelli nel 2005.

Le trattative condotte dai capi detenuti, venivano contemporaneamente seguite con piena condivisione da parte dei capi in libertà nel corso di summit di mafia ai quali, come risulta da una intercettazione del 2000, partecipava anche Bernardo Provenzano il quale, per un verso, rassicurava tutti sul fatto che bisognava avere pazienza perché la normativa sull’ergastolo ostativo sarebbe stata smantellata così come era stato garantito, e, per altro verso, raccomandava di astenersi dal compiere omicidi o altri fatti eclatanti che potevano suscitare l’attenzione dei media nazionali, compromettendo così il buon esito dei lavori in corso o ritardandone il felice epilogo. Non ho citato questi precedenti per gusto aneddotico, ma perché in base alle esperienze acquisite sul campo in più di trenta anni di attività professionale antimafia, ho motivo di ritenere che le motivazioni sottostanti a tale ininterrotto e straordinario impegno dei massimi vertici della mafia rispondono a una necessità strategica e di lungo periodo dell’organizzazione. Salvatore Biondino, Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, tra i gestori della trattativa per la dissociazione, e insieme a loro Raffaele e Domenico Ganci, Giuseppe e Filippo Graviano, Antonio Madonia nonché una ventina di altri capi di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta condannati all’ergastolo, sono depositari di segreti di portata destabilizzante per l’intero sistema di potere nazionale. Sappiamo da risultanze processuali che conoscono l’identità di mandanti e dei complici eccellenti delle stragi del ‘92 e del ‘93, le reali motivazioni politiche sottostanti alla sofisticata strategia stragista, le motivazioni dei clamorosi depistaggi posti in essere nei processi sulle stragi per impedire l’emersione di verità che vanno oltre il livello degli esecutori materiali e dei componenti della Commissione di Cosa Nostra. Per questo, i segreti di cui costoro sono depositari, per un verso sono una condanna al silenzio che impedisce loro di collaborare, e, per altro verso, sono anche una preziosa merce di scambio.

Sul terreno dell’abrogazione dell’ergastolo ostativo è in corso da lungo tempo “un gioco grande” avrebbe detto Giovanni Falcone, nel quale gli interessi in campo non sono solo quelli visibili, ma anche retrostanti e occulti. Alla luce di tale consapevolezza, mentre leggevo i ddl, ho cominciato a fare un censimento mentale di tutti i capi mafia e dei personaggi di rango condannati all’ergastolo e detenuti da varie decine di anni, i quali si troveranno tutti ai nastri di partenza non appena entrerà in vigore nel maggio dell’anno prossimo la nuova normativa che consentirà loro di uscire dal carcere senza avere collaborato. Ne ho contati a braccio circa un centinaio (…) Mi sono chiesto se tale normativa sarà una barriera sufficiente a reggere l’onda d’urto del variegato fronte dei c.d. irriducibili (…) La mia diagnosi è negativa. Esistono infatti tecniche che consentono di superare e neutralizzare tutti i filtri selettivi inseriti nelle proposte di legge in esame per evitare il rischio sopra accennato… Ho ripetuto la definizione tecnico giuridica degli “irriducibili” perché è bene ricordare che ci stiamo occupando solo di costoro. La normativa vigente già consente infatti l’ammissione alle misure alternative e al beneficio della liberazione condizionale di tutti i condannati all’ergastolo per delitti di mafia che per ragioni oggettive e verificabili non sono in grado di fornire una collaborazione utile o rilevante (…) Un passo avanti sarebbe tipizzare per legge quando è giustificabile la non collaborazione del detenuto. Secondo me non se dice di avere paura per sé o i propri familiari (…) Ma se si lascia decidere il giudice da solo tutto è possibile.