Di prima mattina, ieri, sul sito del Ministero della Transizione ecologica è comparso un nuovo documento: è il decreto della Vas, la Valutazione di impatto ambientale, sul Piano per la Transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) che dovrebbe fornire una pianta di dove sia possibile trivellare e dove no in tutta Italia. Era molto atteso: la Vas è propedeutica per l’approvazione del piano stesso e al ministero negli ultimi mesi hanno corso come pazzi per riuscire ad approvarla in tempo, entro la scadenza del 30 settembre. Peccato che, di fatto, le compagnie petrolifere che vorranno riprendere a perforare e a cercare gas e petrolio potranno farlo, mentre gli uffici del ministero potrebbero riprendere a lavorare le pratiche finora messe in stand by. Lo prevede la legge: l’approvazione della Vas è solo una foglia di fico.
Occorre ricostruire bene ciò di cui parliamo, perché è il frutto di un sovrapporsi di norme, previsioni, ritardi ed eccezioni. Il Pitesai nasce nel 2018, con una legge che contestualmente prevede la sospensione per 18 mesi di tutti i permessi di ricerca e prospezione nonché dei loro iter. Se l’obiettivo è cambiare il paradigma energetico e spingere verso le rinnovabili, è il punto, è inutile continuare a concedere autorizzazioni alla cieca. Si pensa dunque di tracciare in quel lasso di tempo un piano dettagliato delle aree dove è possibile trivellare, concedendo poi solo le autorizzazioni che vi ricadano all’interno. Per due anni, però, non se ne fa nulla, né sotto il governo giallo-verde e in verità neanche nel governo giallorosa. Si procede quindi di proroga in proroga, di moratoria in moratoria, fino all’ultima, quella di marzo 2021, che dà come termine per l’approvazione del piano (grazie a un emendamento concordato anche col ministro della Transizione ecologica Cingolani) il 30 settembre 2021. Dal giorno successivo a quella data, prevede l’emendamento, se il piano non è approvato le autorizzazioni e gli iter riprenderanno la loro efficacia.
Ebbene, il 30 settembre – come ampiamente annunciato – non è arrivata l’approvazione del piano nonostante la bozza fosse stata pubblicata sul sito del Mite a luglio per permettere le osservazioni della società civile e degli enti locali. Il ministero ha soltanto pubblicato la Vas, che è il presupposto per l’adozione del piano stesso. Secondo la legge che lo istituisce, infatti, “il PiTESAI è approvato con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, e, limitatamente alle aree su terraferma, d’intesa con la Conferenza Unificata”. Ovviamente, se pure fosse venuto meno il concerto con il Mise (le cui funzioni in tema di energia sono passate al Mite) resta ferma la necessità di intesa forte con le Regioni.
Il piano è stato però trasmesso in conferenza unificata solo ieri e adesso bisognerà attendere che venga discusso e si raggiunga una intesa. Il punto 3 della legge dice che “qualora per le aree su terraferma l’intesa non sia raggiunta entro sessanta giorni dalla prima seduta, la Conferenza unificata è convocata in seconda seduta su richiesta del Ministro dello sviluppo economico entro trenta giorni. In caso di mancato raggiungimento dell’intesa entro il termine di centoventi giorni dalla seconda seduta, ovvero in caso di espresso e motivato dissenso della Conferenza unificata, il Pitesai è adottato con riferimento alle sole aree marine”. Bene che va, insomma, tra convocazione e delibera, ci potrebbero volere fino a due mesi. Nel peggiore dei casi, anche fino a sei mesi, al termine dei quali potrebbero approvare il Pitesai solo relativamente al mare.
Ma qual è la posta in gioco? Circa una novantina di permessi e di richieste messe in stand by dal 2019. Per il mare parliamo di cinque istanze di permesso di prospezione, 24 istanze di permesso di ricerca e una di concessione di coltivazione. Per la terraferma i numeri sono un po’ diversi. Si legge nello stesso Pitesai: “Al 30 giugno 2021 risultano presentate n. 50 istanze di permesso di ricerca in terra. A queste vanno conteggiate separatamente anche n. 9 istanze di permesso in Sicilia”. Ci sono poi in attesa cinque istanze di concessione di coltivazione a terra e altre due in Sicilia. I titoli di ricerca già concessi sono almeno 63 e sono proprio questi che da oggi potranno ripartire. Con una nota, infatti, ieri il ministro Cingolani ha prima affermato che “è stato un lavoro condotto con grande attenzione e in tempi ristrettissimi” poi ha dato un po’ di colpa agli Enti locali e alle Regioni “dato che gli ultimi commenti da parte degli Enti locali e delle Regioni interessate sono giunti in prossimità del 14 settembre, scadenza della consultazione pubblica nella fase di Valutazione Ambientale Strategica” e ha poi assicurato che “nel frattempo il MiTE non autorizzerà alcuna nuova attività estrattiva e di ricerca”.
“Certo non ci sarà nessun nuovo titolo da rilasciare – spiega Enzo Di Salvatore , docente di diritto costituzionale del coordinamento No Triv – ma riprendono efficacia quelli già sospesi. La contingenza assurda è che non avendo approvato il piano entro i termini, si è ottenuto esattamente quanto proposto dalla Lega in fase di proroga, ovvero che nelle more dell’approvazione del Pitesai riprendessero il loro cammino almeno tutti i titoli sospesi. Ora accadrà”. Anziché fare ordine, si è riusciti nell’intento di generare il caos. “Si sarebbe forse potuto pensare a un decreto legge che prorogasse la sospensione fino al raggiungimento dell’intesa e comunque non oltre i termini previsti dalla Legge. Ma non è stato fatto. Si è trattato si una chiara scelta politica”, conclude Di Salvatore.
Il piano, oltretutto – come fa notare il deputato M5s Giovanni Vianello – ha diversi punti deboli. La Vas, infatti, lo vincola al recepimento delle osservazioni della Commissione tecnica Via-Vas del ministero che, in 150 pagine, rileva tra le altre cose che non si sia tenuta in adeguato conto “l’imprescindibilità” dei criteri ambientali nella individuazione delle aree idonee, oppure che non ci sia stato un adeguato approfondimento nella trattazione dell’iniezione delle acque di produzione petrolifera, tra le più inquinanti. Infine, c’è anche un problema di “coerenza interna” visto che secondo il comitato “ il ministero non ha sufficientemente chiarito in che termini il Pitesai tenga conto degli spazi marittimi destinati alla produzione di energia da fonti rinnovabili che dovrebbero costituire motivo di non idoneità alla future autorizzazioni”.