Ergastolo, i giudici anti-mafia bocciano gli “sconti” ai boss

Con i magistrati che hanno fatto un pezzo importante di storia dell’antimafia ascoltati su ergastolo ostativo e benefici di legge per mafiosi, in commissione Giustizia della Camera è emerso, senza possibilità di equivoci, che il Parlamento, dunque lo Stato, si gioca la sua credibilità nella lotta alle cosche. Da Gian Carlo Caselli a Roberto Scarpinato, da Luca Tescaroli a Sebastiano Ardita e Alfonso Sabella, tutti hanno concordato che la normativa andava bene ma dopo il “diktat” della Corte costituzionale bisogna correre ai ripari. Come si sa, il Parlamento deve approvare una legge, entro maggio 2022, che scongiuri scarcerazioni di capimafia, dopo la sentenza della Consulta che, ad aprile, ha “sdoganato” pure la libertà condizionata per i boss con ergastolo ostativo, che non hanno mai collaborato, dopo 26 anni di carcere. In precedenza, ha dato il via libera essa stessa ai permessi premio. Invece per la libertà condizionale ha dato tempo un anno al legislatore.

E alla responsabilità politica si è rifatto Scarpinato, Pg di Palermo fino a febbraio, in prima linea da oltre 30 anni contro la mafia. Ha detto che i mafiosi “irriducibili” sono in “attesa spasmodica” di maggio, quando si aprirà un varco normativo per l’uscita dal carcere (vedi intervento sotto). L’ex procuratore di Palermo Caselli, ha detto chiaramente che la Corte, anche se ci sono state pronunce europee, avrebbe potuto mantenere la normativa attuale limitatamente alla mafia: “Un mafioso è per sempre. Sbriciolare il pentitismo o depotenziarlo, considerarlo non più indispensabile per i benefici è pericoloso”.

Ma ormai la Consulta si è pronunciata e quindi i magistrati hanno chiesto paletti “ferrei” per concedere i benefici. Si spera che il Parlamento si ricordi con i fatti che è anche per aver pensato a questa legislazione che Falcone è stato assassinato. La proposta che i magistrati hanno trovato più “strutturata” è quella M5S (Ferraresi, Bonafede, Sarti e altri), hanno invece, criticato, come chi li ha preceduti mercoledì, il ddl della deputata Pd Enza Bruno Bossio che i paletti li mette ai pareri dei pm antimafia. Il suo partito per adesso tace e quindi sembra che sia una posizione isolata, vedremo alla conta dei voti.

Il minimo comune denominatore delle audizioni di ieri, in parte anticipate dal Fatto domenica scorsa, è che i pareri dei pm antimafia delle Dda e della Dna devono essere obbligatori perché “sono gli unici che conoscono approfonditamente la realtà di origine degli ergastolani”, ha detto Ardita, ex direttore dell’ufficio detenuti del Dap. Inoltre, per legge, per avere i benefici non deve valere la dissociazione: “Abbiamo Filippo Graviano e boss della camorra che si stanno muovendo in questa direzione”, ha raccontato il procuratore aggiunto di Firenze Tescaroli il quale ha proposto che per gli ergastolani che hanno avuto “ruoli apicali” resti la norma attuale, fino a quando l’intera organizzazione è operativa: “La Corte non si è pronunciata in merito, c’è spazio per deciderlo”.

Caso Riace, 13 anni a Lucano “Associazione a delinquere”

Per 19 capi di imputazione il Tribunale di Locri lo ha ritenuto colpevole e lo ha condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere, quasi il doppio dei 7 anni e 11 mesi che aveva chiesto la Procura. Con 18 condanne, 7 assoluzioni e 2 proscioglimenti, il processo “Xenia” si è concluso in primo grado nel peggiore dei modi per Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, “padre” di quel modello che ha trasformato il piccolo borgo della Locride in un punto di riferimento per l’accoglienza dei migranti. In sostanza, dopo tre giorni di camera di consiglio, il presidente del Tribunale Fulvio Accurso lo ha ritenuto colpevole di tutti quei reati che riguardano la gestione del denaro pubblico.

È stato assolto, invece, dalla concussione e da altri 7 capi d’accusa: tre truffe aggravate, un peculato e due falsi. Ma soprattutto, per quanto riguarda la vicenda dei matrimoni “di comodo” è stato ritenuto innocente. Non ha commesso il reato di aver favorito l’immigrazione clandestina. Nel processo, infatti, non è emerso nessun matrimonio fittizio celebrato nel piccolo comune del reggino. L’unico di cui si parla nelle intercettazioni è stato bloccato proprio da Mimmo Lucano che, però, è stato condannato per tutto il resto.

Per i giudici dietro il modello Riace c’era un’associazione a delinquere di cui l’ex sindaco sarebbe stato il promotore. La Procura, infatti, lo ha definito il “dominus” di un sodalizio che, stando alle indagini condotte dalla guardia di finanza, aveva lo scopo di commettere “un numero indeterminato di delitti contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio”. “Mediante indebite rendicontazioni al Servizio centrale dello Sprar e alla Prefettura”, l’ex sindaco di Riace “in qualità di pubblico ufficiale”, e in concorso con i presidenti degli enti gestori dei progetti Sprar e Cas, avrebbe procurato alle associazioni che si occupavano di assistere i migranti “un ingiusto vantaggio patrimoniale pari a 2 milioni e 300 mila euro”. Per questo, la Procura aveva contestato a Lucano l’abuso d’ufficio, riqualificato dal Tribunale in truffa aggravata. Reato che, per i giudici, Lucano avrebbe commesso in tutto nove volte dal 2014 al 2016: quando avrebbe rendicontato le derrate alimentari destinate ai minori stranieri non accompagnati e “utilizzate per fini privati” ma anche quando doveva certificare le schede carburante dell’associazione “Città Futura” e le prestazioni dell’associazione “Welcome”.

Lucano, inoltre, è stato condannato per 4 episodi di peculato. Il più importante è quello relativo ai 251 mila euro spesi per l’acquisto, l’arredo e la ristrutturazione di tre case e un frantoio con i soldi pubblici che lo Stato aveva destinato alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati.

Le motivazioni della sentenza arriveranno entro 90 giorni ma è evidente che, per il Tribunale, quei soldi sarebbero stati distratti “in modo sistematico”. Così i 531 mila euro, prelevati in contanti e senza alcuna giustificazione, dai conti correnti delle associazioni. Soldi che, tra le altre cose, sarebbero stati utilizzati anche per un viaggio in Argentina di Lucano e per finanziare i concerti estivi nel Comune di Riace. A proposito dei concerti, Mimmo “u curdu” è stato condannato pure per aver rilasciato una falsa certificazione alla Siae. Non è l’unico falso. Ce ne sarebbero altri due: quello relativo al rilascio di una carta di identità a un migrante e quello sulla certificazione dei controlli sui rendiconti di spesa delle associazioni. Infine Lucano è stato condannato per due abusi d’ufficio: perché non faceva riscuotere dall’ufficio anagrafe i diritti per il rilascio delle carte d’identità e perché ha affidato la raccolta dei rifiuti a Riace a due cooperative che utilizzavano gli asinelli per effettuare il servizio nel borgo ma che erano prive dell’iscrizione all’albo regionale. “Sono amareggiato”, ha commentato a caldo Lucano presente alla lettura della sentenza: “Ho speso la mia vita a rincorrere ideali, contro le mafie. Devo prendere atto che oggi per me finisce tutto. Mi aspettavo una formula ampia di assoluzione. Non immaginavo una cosa così. Nemmeno ai mafiosi”.

Il 3 e 4 ottobre in Calabria si vota. Lucano è candidato alla Regione con Luigi de Magistris. Ora da condannato se dovesse vincere le elezioni resterebbe fuori. Con la legge Severino, infatti, è candidabile ma non eleggibile.

Ora Gualtieri punta (troppo) alto: “Primi noi al ballottaggio”

Arriva Enrico Letta, Roberto Gualtieri lo accoglie sorridendo. Si avvicina uno dello staff, Gualtieri sorride. Lo ferma un abitante di Primavalle convenuto all’iniziativa elettorale, Gualtieri sorride. “È stata la campagna elettorale più bella della mia vita”, confessa Letta dal palco. Entusiasmo insospettabile fino a qualche settimana fa. Ma la manifestazione in piazza Alfonso Capecelatro con il candidato sindaco del Pd, il segretario dem e il candidato al collegio di Primavalle, Andrea Casu, trasuda autocompiacimento e soddisfazione. “Lavoreremo per arrivare bene al ballottaggio, anche primi”, scandisce Gualtieri dal palco. Al Nazareno raccontano di essere a un’incollatura da Enrico Michetti, mentre si sentono ragionevolmente certi di vincere al secondo. La rimonta di Carlo Calenda sembra più un incubo che una reale possibilità. Letta, comunque, tanto per non farsi mancare l’aiuto divino, appena arriva si affaccia nella Chiesa della piazza.

Se tutto va come pare andare, con una vittoria sua nel collegio di Siena e dei candidati dem nelle principali città, le Amministrative saranno per lui la consacrazione di una leadership che pareva finita prima di cominciare. E pazienza se nell’intervento manca il climax. Pazienza pure se la scelta dei candidati è stata tutt’altro che lineare. Gualtieri all’inizio lui proprio non lo voleva. Puntava su Nicola Zingaretti. Ma ormai tutto è perdonato. A seguire il comizio c’è una concentrazione di spin doctor, da quelli di Letta, a quelli di Gualtieri, passando per Zingaretti. Il deus ex machina della campagna, Claudio Mancini, guida la claque soddisfatto. Si notano pure Filippo Sensi, Marianna Madia, Luigi Zanda. Un gruppetto di donne con il burqa fa tanto “set di film in periferia”. Ma invece no, è una delegazione che arriva dal Qatar per studiare le istituzioni democratiche nostrane. Letta e Gualtieri in periferia c’erano stati insieme all’inizio della corsa al Campidoglio, a Tor Bella Monaca, dove parevano più occupati a nascondersi, che a parlare con la gente. Atteggiamento in effetti nettamente cambiato. Il candidato – dimagrito e impettito alla “Olaf Scholz” (il leader della Spd, vincitore delle elezioni tedesche, ndr), per dirla con un partecipante – ce l’ha messa tutta, anche per prendere dimestichezza con i quartieri che dovrà amministrare. Non senza qualche pregiudizio. “Dobbiamo far sì che questo territorio racconti se stesso”, declama dal palco. In realtà, basta guardarsi intorno per vedere che nel racconto Primavalle si è impegnata: la street art – con la riqualificazione di muri e angoli di strada – è uno dei punti di forza di questa borgata. Tanto che un supereroe fa da sfondo anche al comizio di ieri.

Il vulnus di questa chiusura è lo stesso dell’esordio: Virginia Raggi. Nel senso di mancata coalizione con i Cinque Stelle. Non la nomina mai il candidato, neanche quando l’attacca. Sulla funivia, sulle ciclabili che “non spariamo sulla Croce Rossa”, sulla città “sepolta dalla spazzatura”. Se va al secondo turno con Michetti, i suoi voti gli serviranno. Senza contare che nel progetto di Letta il Movimento è il più fedele alleato per contrastare la voglia di centro alla Calenda. Ma intanto c’è “Roma, le fontane scheggiate, Alberto Sordi nelle tempie”, come canta Tommaso Paradiso ne I nostri anni. L’inno elettorale di Gualtieri, una specie di Venditti in minore, nostalgico della giovinezza (romana) che fu. Il pubblico applaude. “Lo voto perché sa di cosa parla”. Di questi tempi pare abbastanza.

L’ignavia del Pd a Orbetello: destra e sinistra sono uguali

La sinistra si è fermata a Orbetello. Nella bella cittadina etrusca e poi spagnola dell’ultimo lembo meridionale di Toscana, il Partito democratico è riuscito nel capolavoro di sbagliare formalmente la presentazione della lista alle Comunali di dopodomani: e così prima il Tar e poi il Consiglio di Stato non hanno potuto che certificarne l’esclusione.

Ma non è qua che si è fermata la sinistra, bensì subito dopo, nella linea politica scelta dal Pd locale: che “lascia liberi gli elettori”, decidendo di non dare nessuna indicazione di voto. Con l’ormai ex candidato Mario Chiavetta che dichiara alla stampa di sentirsi “equidistante dalle due liste” che rimangono in lizza: in assenza dei 5 Stelle, una civica collegata a Sinistra Italiana e una apertamente di destra (con candidati espressi dalla Lega e da Fratelli d’Italia).

In pratica, un’esortazione al non voto, alla scheda bianca o nulla: un chiamarsi fuori dalla politica che tradisce un’idea barbarica della democrazia.

Si sbaglierebbe a liquidarlo come un pittoresco incidente provinciale. Alla lettera in cui un piccolo gruppo di due professori (compreso chi scrive), uno scrittore e una ex sindaca chiedeva a Enrico Letta una spiegazione, il segretario non ha risposto se non con una sibillina frase in un’intervista: “Certo non possiamo appoggiare la destra dopo quello che è successo alla nostra lista”. Invece della risposta alla domanda naturale (“perché diavolo non appoggiate la sinistra?”), una specie di excusatio non petita rivolta a chi si aspettava che il Pd appoggiasse la destra.

Unica voce dissenziente nel partito, quella libera e responsabile di Gianni Cuperlo, che ha dichiarato che “se succede che in un comune la lista del Pd non venga ammessa per dei vizi procedurali, la conseguenza non può essere astenersi da una scelta di campo. E ciò anche dinanzi a divisioni e differenze che possono avere attraversato una alleanza larga di centrosinistra… E se a misurarsi nelle urne sono una candidatura di sinistra e un’altra sostenuta dalla destra la scelta dev’essere netta: si vota la candidatura espressione della sinistra e ci si batte per sconfiggere la destra e i suoi valori regressivi sul fronte della libertà e dei diritti. Questo io farei oggi a Orbetello chiedendo a Sinistra Italiana di favorire nel merito del programma il percorso dell’unità. Possiamo farlo anche raccogliendo gli appelli giunti da più parti. Penso che molti dal più grande partito del centrosinistra questo si attendono”.

Cuperlo ha ragione: in molti se lo attendono. Ma il silenzio di Letta fa intendere che questa attesa sarà vana: la sua dichiarata aspirazione a un partito che tenga insieme gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori (che in qualsiasi sana democrazia devono invece potersi affrontare in incruento conflitto) fa capire che la formula del governo Draghi – cioè quella di un governo di destra, con la destra – non sia affatto emergenziale o transeunte, ma rappresenti per molti dirigenti del Pd un traguardo da difendere.

Sterilizzare la democrazia, seppellire la politica, rinunciare a ogni visione alternativa del Paese e della società, garantire a oltranza lo stato delle cose, cioè i rapporti di forza esistenti: sembra proprio questa la vocazione del Pd come è fotografata dalla svolta di Orbetello.

C’è però ancora una via d’uscita: nella tradizione italiana la salvezza viene spesso dai margini, non dal centro. Gli elettori del Pd di Orbetello possono ancora fare la differenza: votando secondo coscienza democratica, contro una destra il cui vero volto fa davvero spavento. Sarebbe una splendida lezione.

“Tra indecisi e periferie Raggi ce la può fare”

Giura di crederci, nonostante sondaggi e sensazioni diffuse: “Ci ho messo la faccia, ci sono ancora tanti indecisi…”. Alessandro Di Battista è ancora lì, con la sindaca di Roma Virginia Raggi, lui che 5Stelle era e chissà se ritornerà a esserlo (“Sulle mie condizioni per un rientro mi sono già espresso”). Ieri lui e Raggi hanno parlato assieme in diretta Facebook. E stasera per la sindaca ci sarà l’atto finale della campagna con un evento in piazza della Bocca della Verità, assieme a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, mentre Beppe Grillo interverrà in collegamento. L’ex Di Battista non ci sarà.

Per arrivare al ballottaggio a Raggi serve un’impresa disperata, giusto?

Non è facile ma ce la può fare. Mi auguro che tanti indecisi si rendano conto del lavoro fatto in questi anni e della necessità di proseguirlo. Nel 2016 Virginia vinse anche per l’effetto di Mafia capitale, che poi si è rivelata Corruzione capitale. I cittadini chiedevano il ripristino della legalità, e questa è stata una promessa mantenuta.

La gente giudica in base anche ai rifiuti, un flagello per Roma. Lei stesso nella diretta Facebook ha parlato di una Raggi che dovrà dare di più nel secondo mandato su questo tema…

Tutto il M5S doveva essere molto più duro nei confronti del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, che è l’unico responsabile della carenza di impianti a Roma e nella Regione, invasa ovunque di rifiuti.

Sarà, ma Raggi come risolverebbe il problema nei prossimi cinque anni?

Se dovesse rivincere l’iter per i nuovi impianti verrebbe sbloccato, ne sono convinto.

Ma se la sindaca rincorre da terza più di qualcosa non avrà funzionato, no?

Un appalto concesso in modo pulito è meno comunicativo di opere faraoniche che poi si rivelano uno spreco. Virginia doveva rimettere in moto l’auto, ma farlo colpisce meno rispetto a una macchina scintillante. Spero in una rielezione, perché si porterebbero a casa risultati più visibili dopo altri fondamentali ma non appariscenti.

La giunta e le partecipate hanno cambiato assessori e dirigenti a ritmo continuo. Grave, no?

Lo ha riconosciuto anche lei nella diretta, è stato il suo principale errore: la squadra doveva essere tarata meglio. Dopodiché dicevano che non sarebbe durata più di qualche mese, e invece è durata cinque anni. E ora si gioca la rielezione.

Lei ha detto che doveva essere sostenuta di più.

Io ho dato il massimo ma lei meritava più del massimo, a fronte di un diffuso atteggiamento denigratorio nei suoi confronti, iniziato ancora prima delle elezioni.

Raggi si gioca tutto nelle periferie, giusto?

Senz’altro nelle aree più periferiche la soddisfazione è più alta che in centro. Si nota la differenza, perché la maggior parte degli interventi di questa giunta sono stati per le persone più disagiate.

Se Raggi non viene rieletta che succede?

Il rischio per Roma è di tornare agli anni in cui la correttezza non pagava. Ma a livello nazionale non credo che le Amministrative potranno impedire il delinearsi di un bipolarismo, che peraltro io non condivido.

Lei invece partirà per un tour subito dopo le amministrative. Torna in politica…

Sarà un viaggio lungo l’Italia, con un paio di tappe al mese. Mi sento un attivista, e voglio unire i cittadini su determinati temi, come la finanza pubblica, i conflitti d’interessi, il caso del Monte dei Paschi di Siena, la legge elettorale.

Rifarà un partito con Davide Casaleggio e gli ex grillini? O alla fine tornerà davvero nel M5S?

Ho sempre fatto battaglie politiche. Riunirò i cittadini. Poi si vedrà, anche in base alla partecipazione.

Indagini su pusher e prostituzione: così il giro s’allarga e punta a Milano

“Ci hanno fatto un furto”. La voce che allerta i carabinieri di San Bonifacio il 14 agosto è quella di un giovane romeno che ha passato la notte con Luca Morisi, l’ex guru social di Matteo Salvini, indagato per cessione di stupefacenti. È l’ennesima versione di questa storia. Dopo che lo stesso ragazzo ad alcuni giornali ha spiegato di essere fuggito dalla casa di Morisi perché “devastato” dalle droghe. E dopo che la Procura ha spiegato che il sequestro di droga liquida è stato frutto di un controllo di routine.

Eppure quel presunto “furto”, non confermato, potrebbe coincidere con una ipotesi sul tavolo degli inquirenti e cioè che la serata organizzata da Morisi altro non fosse che un tentativo di raggiro da parte dei due ragazzi nei confronti del leghista.

Sul tavolo della Procura di Verona ci sono tre ipotesi di lavoro. Prima di tutto la discussione nell’appartamento della cascina di Belfiore (Verona). Ruotata attorno al denaro. Un pagamento per la serata sul quale fonti investigative spiegano al Fatto l’ipotesi dei due romeni di raggirare il leghista magari tirando sul prezzo. Su questo, va detto, nessun reato è contestato. Nella ricostruzione – alla quale va aggiunto quel poco spiegabile “ci hanno fatto un furto” – , i soldi avrebbero dato inizio alla lite sfociata nella presunta fuga di uno dei due romeni, che poi ha chiamato i carabinieri. E proprio su questo sorge un dubbio. Perché la chiamata del ragazzo non è annotata nel verbale di perquisizione dei carabinieri di San Bonifacio?

Gli inquirenti puntano poi a svelare il pusher dello stupefacente liquido. E anche chi lo ha portato. I due ragazzi nell’ottica del raggiro? Il dato è ipotetico visto che l’unico indagato per la cessione della droga resta Morisi. Di certo la caccia al pusher potrebbe allargare lo scenario. Il Ghb non si trova nel parchetto sotto casa. Lo si acquista online o si chiama qualche numero recuperato negli ambienti delle feste omosessuali. Una prospettiva che potrebbe condurre le indagini a Milano, dove vive il romeno contattato per primo da Morisi. In città alcune famiglie rom sono il punto di riferimento per la vendita di Ghb e Gbl. Di certo la caccia parte azzoppata, visto che i carabinieri intervenuti il 14 agosto non hanno sequestrato i cellulari dei partecipanti alla festa. Assodato poi che l’unico indagato per la cessione è Morisi, gli inquirenti lavorano a una seconda opzione: il favoreggiamento della prostituzione riferito al primo romeno che avrebbe preso i soldi di Morisi e poi girato una parte al secondo ragazzo. Un’ipotesi che emergerebbe dall’intervista del romeno ad alcuni giornali e che, spiegano in Procura, non è detto sia veritiera, viste le contraddizioni del ragazzo.

La “Bestia” resta viva e vegeta. E ora cancella Zaia e Giorgetti

Luca Morisi non c’è più, ma la sua “Bestia” è viva e vegeta. Il sistema ideato dallo spin doctor di Salvini ormai è stato recepito dai membri del gruppo e continua a funzionare, anche senza il suo guru. I membri del team di Morisi sono quasi tutti al loro posto: Fabio Visconti, Andrea Zanelli, Fabio Montoli, Marco Messa, Alessandro Pansera e Agostino Pecoraro. L’unico cambio riguarda Daniele Bertana dallo staff della “Bestia” alla segreteria operativa di Salvini. E poi c’è Andrea Paganella, capo segreteria del leader e braccio destro di Morisi che ora ha preso un po’ le redini del gruppo e conta sempre di più nell’indirizzare le scelte del partito. L’altro che ha assunto un ruolo di maggior rilievo è Montoli, 50 anni, di San Martino Buon Albergo, a dieci chilometri dalla casa di Morisi, e fotografo del segretario: è il più anziano del gruppo e coordina gli altri 5.

È l’unico ad aver collezionato poltrone in partecipate pubbliche. Dal 2018 è vicepresidente in quota Lega di Megareti spa, la società del gruppo Agsm Verona che si occupa della distribuzione di gas ed elettricità. Non solo. A inizio settembre, nei giorni in cui Morisi annunciava le dimissioni, ha ottenuto un’altra nomina pubblica: è entrato nel cda del Consorzio Zai, la società che gestisce l’interporto di Verona, il più importante d’Italia. Da quando è iniziata la pandemia i membri della Bestia lavorano tutti da casa. Anche Morisi dal febbraio 2020 non si faceva più vedere.

Il sistema è rodato. Le pagine sono automatizzate e la “Bestia” si basa sul principio del T-R-T: Televisione, Rete, Territorio. Si annunciano le ospitate televisive di Salvini e dei leghisti, gli eventi sono commentati in diretta, creando una rete di parole chiave su cui spingere la propaganda, e poi si rilanciano i comizi. Senza contare la scientifica analisi dei trending topic . Tutto rilanciato sulle pagine del partito (“Noi con Salvini” e “Lega Salvini Premier”) ma anche sui gruppi creati dai membri della Bestia per amplificare la propaganda come “Matteo Salvini leader”, “Epica del Capitano” e “Esercito di Salvini”.

I contenuti, da quando è esplosa la faida interna tra Salvini e l’ala nordista di Giorgetti e dei governatori, sono un po’ cambiati. Dalle pagine social della Lega sono spariti i post e le “card” che riguardano i governatori – Zaia e Fedriga su tutti – ma anche Giorgetti e i parlamentari a loro vicini. Il diktat è stato chiaro: “Dare spazio solo a Salvini e ai fedelissimi”. E così sulla pagina della Lega Salvini Premier vengono rilanciate solo dichiarazioni, ospitate televisive e comizi del capo o di salviniani, da Massimo Bitonci a Susanna Ceccardi, da Laura Ravetto a Nicola Molteni.

Gli stipendi, sebbene la Bestia si dedichi ormai quasi esclusivamente a fare propaganda personale per Salvini, sono “coperti” per gran parte dai gruppi parlamentari della Lega, in particolare il gruppo della Camera. Che, per capirci, è quello di cui fa parte Giancarlo Giorgetti, il leghista più filo-Draghi del momento. Sono retribuiti dal gruppo della Camera, quindi con denaro pubblico, cinque dei sei componenti della Bestia: Messa, Montoli, Pansera, Visconti e Zanelli. Il metodo è stato usato per la prima volta nel settembre del 2019, all’indomani della caduta del governo Conte 1, quando Salvini lasciò il doppio incarico di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Fino ad allora, e a partire dal giugno 2018 (mese d’insediamento dell’esecutivo gialloverde), le paghe della Bestia erano suddivise tra la presidenza del Consiglio dei ministri e il Viminale. Stipendi annuali lordi da 41 mila euro per i più giovani; da 65 mila euro per Morisi. Non proprio retribuzioni faraoniche, ma non era questa l’unica fonte di reddito. Come raccontato in una segnalazione di operazione sospetta della Uif di Banca d’Italia (agli atti dell’inchiesta sulla Lombardia Film Commission), i ragazzi della Bestia hanno ricevuto altro denaro quell’anno: 87 mila euro in tutto, tra giugno e settembre. Soldi bonificati dal Gruppo Lega al Senato a una neonata società privata, la Vadolive Srl. E da questa girati ai componenti della Bestia, tra cui Morisi e il suo socio storico, Andrea Paganella. Sono loro due, compagni di liceo a Mantova, ad aver creato tutta la macchina social del “Capitano”. L’idea era nata all’interno della loro azienda informatica, la Sistemaintranet. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Morisi, un pezzo consistente dei ricavi dell’impresa è arrivato grazie alla Lega di Salvini, che ha versato 170 mila euro all’anno a partire dal 2014. In più, da quando è stata fondata, Sistemaintranet ha ottenuto diverse commesse dalle Asl lombarde. Forniture assegnate spesso da amministrazioni leghiste, senza gara, perché d’importo inferiore ai 40 mila euro. Soldi pubblici usati per alimentare la Bestia. Oggi come allora.

“Giorgia e Matteo sono due pazzi… Giorgetti governista mi ricorda Alfano”

“Questi sono due pazzi, uno che scappa, l’altra che arriva…”. Ignazio La Russa è sconsolato: ha appena accompagnato alla macchina Matteo Salvini, in fuga prima dell’arrivo di Giorgia Meloni. L’ex ministro si sfoga, attenuando la frustrazione con un sorriso. Poi, a evento concluso, preferisce narcotizzare le polemiche, ché a tre giorni dal voto non è il caso di farsi male da soli: “Il mancato incontro è solo una casualità”.

Senatore La Russa, possibile sia solo sfortuna?

Più che sfortuna è colpa dei disservizi. Secondo lei esiste un’altra lettura che non sia quella di un ritardo aereo? E dall’altra parte c’era la necessità di Matteo di prendere per forza quel treno.

Vi aveva avvisati?

Abbiamo organizzato l’evento vicino alla stazione apposta per permettergli di essere già qui, non c’è nessuna lettura strana.

Salvini soffre Giorgetti: è un pericolo o rischia di fare come Gianfranco Fini?

No, non vedo il parallelo. Semmai è più simile al caso di Alfano, senza voler paragonare i due personaggi: chi fa il ministro è sempre portato a essere più governista del capo di partito. Giorgetti ha un rapporto quotidiano con Draghi che lo rende più vicino al premier di quanto lo sia Salvini.

Ma anche Giorgetti farà il leader di partito?

Credo che le diverse sensibilità resteranno parte di una dialettica interna, a cui la Lega storicamente non è abituata. Ai tempi di Bossi c’erano i lombardi e i veneti, ma era una dialettica territoriale. Non vedo divisioni all’orizzonte, Salvini ha saldamente in mano la Lega. Vedo però una spasmodica attenzione per tutte le divisioni nel centrodestra, a fronte di una cecità collettiva per le spaccature del centrosinistra.

FdI ha fatto una leale campagna per Bernardo, nonostante non fosse scelto da voi. Si sarebbe aspettato altrettanto dalla Lega a Roma?

Matteo a Roma si sta spendendo. Forse mi sarei aspettato un comportamento diverso a Milano. Noi abbiamo fatto una manifestazione enorme in Duomo: quale iniziativa forte hanno messo in piedi Lega e FI per Bernardo?

Meloni e i candidati: tutti snobbano Salvini

Doveva essere l’occasione per dimostrare l’unità del centrodestra, riunito a Milano in sostegno del candidato sindaco Luca Bernardo. E invece l’evento di ieri mattina allo Starhotel Business Place si rivela un fallimento: Matteo Salvini e Giorgia Meloni non si incrociano nemmeno e Bernardo chiude la campagna elettorale senza una foto di coalizione. Pessimo segnale per Matteo, ieri deriso da Silvio Berlusconi alla Stampa (“L’incarico a Salvini o Meloni? Non scherziamo”, ha detto in una intervista da cui Forza Italia ha preso le distanze) e ultimamente snobbato pure da molti suoi candidati sindaci.

Ieri Lega, FdI, Forza Italia, i Popolari di Maurizio Lupi e i Liberali di Francesco Patamia si erano messi d’accordo per una conferenza stampa fissata per le 10 e mezza. Il minimo sindacale per salvare le apparenze e concedere una photo opportunity a Bernardo e ai leader. In teoria.

I primi ad arrivare sono Antonio Tajani, Lupi e La Russa. Poi, già in ritardo, ecco Salvini. Parla per un quarto d’ora ai giornalisti e, quando sono già le 11, si sposta dentro l’albergo per iniziare la conferenza. Problema: la Meloni ancora non c’è. I presenti si schierano per una foto ma domina l’imbarazzo. Lupi cerca con lo sguardo La Russa: “Ma Giorgia arriva?”. Lui però allarga le braccia: “L’aereo ha tardato, è atterrata adesso”. Salvini ha fretta: “Ragazzi, tra dieci minuti devo andare, ho il treno per Roma alle 11 e 26”.

Si comincia così, con una sedia vuota accanto a Bernardo e con Salvini che condensa quattro o cinque spot e poi inizia a guardare l’orologio. Prende la parola Tajani, mago di comicità involontaria: “Questa è la dimostrazione plastica dell’unità del centrodestra”. La Russa cerca di tranquillizzare Matteo e assicura che “Giorgia arriverà tra un paio di minuti”. Ma è tardi: Salvini fa un cenno ai suoi e se ne va: “Ho già saltato due appuntamenti, non posso rimandare”. A provocare l’incidente diplomatico sono i comizi a Mentana (ore 15) e Frascati (ore 16), ritenuti irrinunciabili.

Quando arriva, Meloni dà la colpa “ai problemi di Alitalia”. Solo questo? “Vi prego di non fare mistificazioni, perché se non avessimo voluto fare un evento insieme non l’avremmo organizzato. Il mio è un semplice ritardo, andate a vedere a che ora è arrivato il volo da Roma che mi avrebbe consentito di essere qui per le 11”. In effetti il volo AZ 2022 Fiumicino-Linate – quello della Meloni – accumula 20 minuti di ritardo, ma anche qualora fosse stato puntuale sarebbe atterrato alle 10.40. Difficile quindi immaginare grossi convenevoli tra i due leader, visto anche il tempo necessario per raggiungere l’hotel.

Poche ore dopo il mancato saluto, comunque, Salvini e Meloni minimizzano: “Nessuna polemica e zero tensioni: non è stato possibile salutarci per banali imprevisti con gli orari di treno e aereo. Saremo insieme già domani (oggi, ndr) a Roma. Il centrodestra è compatto”.

Sarà. Ma oltre ai guai con FdI Salvini ha pure un problema con parecchi dei suoi candidati. Negli ultimi giorni diversi aspiranti sindaci hanno preferito non farsi vedere accanto al leghista: a Bologna Fabio Battistini si è rifiutato di seguire Salvini al Pilastro – il quartiere della celebre “citofonata” a caccia di spacciatori – ; a Torino Paolo Damilano non si è presentato al comizio del fu “Capitano” e oggi chiuderà con Giancarlo Giorgetti; a Napoli Catello Maresca ha chiesto alla Lega di stare alla larga. Resta allora Roma, dove oggi la destra dovrebbe sostenere unita Enrico Michetti. A meno di nuovi imprevisti.

Amaro Lucano

Se giudichiamo la sentenza Lucano col senso comune, magari paragonandola alle pene molto inferiori inflitte a grandi corrotti come Formigoni, frodatori come B., bancarottieri come Verdini, complici della mafia come Dell’Utri, per non parlare della Trattativa, possiamo tranquillamente dire che 13 anni e 2 mesi (sia pure in primo grado) sono un’enormità. Se però leggiamo il dispositivo della sentenza del Tribunale di Locri, comprendiamo che quei 13 anni e 2 mesi sono il cumulo delle pene per i singoli reati – quasi tutti molto gravi – per cui è stato condannato l’ex sindaco di Riace. Sgombriamo subito il campo dalle falsità.

1) Lucano non è stato condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: per la violazione della legge Turco-Napolitano è stato assolto, come per aver fatto carte false per far entrare illegalmente clandestini in Italia o munirli di documenti farlocchi. La sua battaglia contro le leggi sull’immigrazione – ammesso e non concesso che sia ammissibile da parte di un sindaco – non c’entra nulla. E nemmeno il “modello Riace”, cioè il meritorio ripopolamento di un comune depresso con l’integrazione dei migranti. 2) Difficile immaginare che i tre giudici del Tribunale nutrissero intenti persecutorii, come già si era detto dei pm (ora quasi rimpianti perché hanno chiesto la metà della pena poi inflitta dal Tribunale). Al netto di quelli contestati ai suoi 26 coimputati, Lucano rispondeva di 16 capi di imputazione. È stato assolto per 5, condannato per 10 (in parte alleggeriti di diversi fatti, per cui è stato pure assolto) e prescritto per uno. 3) La condanna riguarda non gli aiuti ai migranti, ma una serie impressionante di pasticci finanziari con denaro pubblico. Il primo è l’associazione a delinquere per commettere “un numero indeterminato di delitti contro la Pa, la fede pubblica e il patrimonio” e “soddisfare gli indebiti e illeciti interessi patrimoniali delle associazioni e cooperative” create e controllate da Lucano e dai suoi amici come “enti gestori dei progetti Sprar, Cas e Msna” (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati, Centri accoglienza straordinaria, Minori stranieri non accompagnati), con “indebite rendicontazioni delle presenze degli immigrati”, “derrate alimentari falsamente indicate come destinate agli immigrati ma sistematicamente utilizzate per fini privati”, “costi fittizi per spese carburante”, “numerose false fatturazioni”, nessun “controllo delle spese” né “documentazione dei costi sostenuti dalle associazioni”, “prelievi di denaro contante e assegni bancari dai conti correnti senza alcuna giustificazione”, “indebita destinazione di fondi ottenuti per fini diversi” dall’accoglienza.

L’altro – che forse spiega la discrepanza tra pena richiesta e pena inflitta – è la truffa aggravata allo Stato, cioè alla Prefettura e al Viminale (prima era “solo” abuso d’ufficio) per far versare 2,3 milioni indebiti o ingiustificati alle varie associazioni. Poi c’è un’altra truffa allo Stato da 281mila euro per una miriade di “costi fittizi o non giustificati”, “false fatture”, false annotazioni sui registri Inail di ore lavorate, “fittizi acquisti di bombole, materiale di cancelleria, mobili e schede carburante false”. Ne consegue l’accusa di falso ideologico in atto pubblico per ben 56 determine “propedeutiche al rimborso dei costi di gestione dei progetti Cas e Sprar” in cui Lucano “attestava falsamente di aver effettuato controlli sui rendiconti di spese” fantasiosi. Un altro reato che porta alle stelle la pena è il peculato, per essersi “appropriato in modo sistematico” di “ingenti fondi ottenuti dallo Stato per l’accoglienza dei rifugiati”, “non meno di 2,4 milioni, distraendoli alle predette finalità” per l’“acquisto, arredo e ristrutturazione di tre case e un frantoio non rendicontati”, più “prelievi in contanti per 531.752 euro”, in parte usati “per il viaggio in Argentina di Lucano”, in parte per “i concerti estivi organizzati dal Comune di Riace”. Concerti che poi il sindaco “attestava falsamente” non essersi svolti “al fine di non pagare i diritti Siae”: altro falso. L’ultimo reato grave è l’abuso per aver “affidato il servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti nel comune di Riace alle cooperative sociali Ecoriace e l’Aquilone, prive dei necessari requisiti richiesti” dalla legge, “dell’iscrizione all’Albo regionale delle cooperative sociali” e “di autorizzazioni alla gestione ambientale”, senza l’ombra di una gara (la turbativa d’asta è prescritta). Infine Lucano rilasciò a Tesfahun Lemlem, sua compagna etiope, un certificato falso: “lo stato civile di nubile anziché di coniugata, a lui noto”.
Fin qui il giudizio penale di primo grado, che potrà essere rivisto in appello. Sul piano politico e morale, a parte qualche spesa privata con soldi pubblici, non si può dire che Lucano sia un corrotto o che agisse per interessi propri, anche se quel sistema di soldi allegri a pioggia drogava certamente i suoi consensi. È possibile che agisse con le migliori intenzioni. Ma questo incommensurabile pasticcione era pur sempre un sindaco, cioè un pubblico ufficiale tenuto a rispettare e a far rispettare le regole. L’impressione è che la nobile missione del “modello Riace” gli abbia dato alla testa, convincendolo di essere al di sopra, anzi al di fuori della legge. Che si può sempre contestare e persino, per obiezione di coscienza, violare. Ma senza la fascia tricolore a tracolla. E affrontando poi le conseguenze delle proprie azioni.