Dimenticare Moravia, dalla bara (quasi) caduta all’oblio dei media

Un 26 settembre ci lasciò Alberto Moravia. Mentre su Facebook e sui giornali infuria la polemica sulla statua della spigolatrice di Sapri, non mi pare che alcuno si sia ricordato di quel funerale affollatissimo di 31 anni fa.

Mentre permettevamo alla bara di scendere le ripide scale, Bernardo Bertolucci si piegò per riallacciarsi una scarpa. E la bara oscillò. Tememmo di vederla scontrarsi contro il palchetto dove Umberto Eco si apprestava a pronunciare il suo ambiguo discorso. Disse che doveva scendere il silenzio sullo scrittore che aveva fatto tanto parlare di sé. Perché? In pochi lo accompagnammo al Verano dove è sepolto.

Sono stupito del silenzio su di lui che ancora perdura. Soprattutto degli scrittori “giovani” che hanno approfittato della sua rivista, Nuovi Argomenti, per pubblicare con Mondadori e avere successo. In Francia invece è considerato alla stregua di uno scrittore francese e in America, recentemente, la ristampa di Agostino è diventata un bestseller. Anche il suo curatore, Simone Casini, non si spiega il silenzio dei giornali sulla ristampa con Bompiani delle sue ultime opere, quelle quasi inedite. Cominciò Angelo Guglielmi a scrivere che rimarranno forse soltanto i suoi libri di viaggio africani, dimenticando oltre a Gli indifferenti, La noia, i racconti romani, La ciociara. Infine l’autofiction, di origine francese, che da noi perdura come fosse autobiografia, ha accantonato l’autore de La mascherata. Gli scrittori moralisti, soprattutto quelli contro la borghesia, infastidiscono i lettori di oggi, presi solo dal pettegolezzo.

Sto scrivendo un libro sulla sua curiosa amicizia con Pasolini. Non c’era avvenimento politico e sociale che non li interessasse, dandone una interpretazione diversa. È vero, il mondo di Moravia, il Novecento, è un mondo perduto, ma senza memoria non si va da nessuna parte. Aveva ragione Pasolini ad attaccare i politici che avevano distrutto l’Italia più popolare. E Moravia a dire che la borghesia rossa e nera non era cambiata. I libretti di Paolo Giordano, di Edoardo Albinati e forse anche quelli di Walter Siti non incidono su niente. Sembrano conversazioni salottiere al confronto di Impegno controvoglia e degli Scritti corsari.

Gli scrittori di oggi temono di essere classificati come intellettuali, una definizione a grado zero. Per non parlare dei politici. La nostalgia è impronunciabile. Del resto di che cosa dovrebbero essere nostalgiche le nuove generazioni degli autori italiani, senza maestri, in eterna ricreazione? Ma usciremo presto non solo dalla pandemia, ma anche dal silenzio sui giganti, se non vogliamo continuare nell’abito sgualcito degli smemorati. Finirà anche la polemica sul culo della spigolatrice di Sapri, no?

Relitto e castigo: addio a Bond maschio bianco eterosessuale

Addio alle armi. Il lungo congedo di Daniel Craig, il sesto e il più longevo attore ad aver incarnato la spia con licenza d’uccidere, si consuma con l’antifrastico No Time to Die, da oggi in sala. È un commiato alla bestia che Craig è stato con sprezzo e vanto almeno per tre, Casino Royale (2006), Quantum of Solace (2008), Skyfall (2012), dei suoi cinque film di 007: avete presente King Kong a Skull Island? Quello. Come ci si è arrivati è notorio: Spectre (2015) aveva apparecchiato il declino dell’impero bondiano, ovvero la caduta del maschio, bianco, eterosessuale protagonista.

Troppi i nemici, dal #MeToo al Black Lives Matter, ai confini perché la creatura di Ian Fleming non cedesse allo Zeitgeist, sobbarcandosi l’insofferenza di Craig, la co-sceneggiatura – prima donna – della Phoebe Waller-Bridge di Fleabag e persino l’esame di coscienza, la riluttanza, la crisi del killer di Sua Maestà. L’ultima cena non è, dunque, con delitto ma con relitto: che fare di un residuato bellico, di un rottame della Guerra Fredda in costante e affannoso upgrade, di un corpo ancora apollineo, ma meno marziale e meno dionisiaco?

Beve ancora, parecchio e ovunque gli sia concesso (il Martini da tradizione è agitato e non mescolato), ma sotto le lenzuola l’unica cosa che alza è bandiera bianca: James Bond non scopa più. Va a salutare le ex, Vesper Lynd, al cimitero o mette sul treno altre, più fresche fidanzate, Madeleine Swann (Léa Seydoux): capobecchino o capostazione, che finaccia.

Sicché al venticinquesimo film si celebrano le nozze d’argento tra 007 e la sua (im)possibilità di sopravvivere qui e ora: officiano, con Craig, il regista Cary Joji Fukunaga, in quota gggiovane; gli sceneggiatori Neal Purvis e Robert Wade, in quota filologica; la produttrice Barbara Broccoli, in quota control freak. La sbandata su carta e poi su schermo è terminale, l’immaginario ferito a morte: il trapassato è prossimo, il futuro – genere, pelle e financo inclinazione – aperto, addirittura spalancato, forsanche sull’abisso.

Ok, ma il canto del cigno – bianco, in attesa di quello nero – No Time to Die com’è? Be’, strozzato il canto, spiumato il cigno.

Annovera quelli che con ogni probabilità sono i titoli di testa più brutti della saga; quello, Lyutsifer Safin (Rami Malek, dai fasti di Mr. Robot e Bohemian Rhapsody la pausa Covid ne ha fatto un quasi carneade), che con ogni probabilità è il villain più insipido; quella che con ogni probabilità è la prova più svogliata dell’ordinariamente strepitosa Léa Seydoux.

E Craig? Riduce gli occhi a fessura; sproloquia un tot di romanticismo, ed esistenzialismo, a portar via; si leva di dosso, per interposto inghippo, Spectre e altri souvenir; lotta da duro con qualche paura. E canaglissima nostalgia. Insomma, ha l’onore delle armi, ma anche tante colpe: il suo crepuscolo non ammette altri dei – Blofeld (Christoph Waltz) è purtroppo parentetico – sicché i cattivi finiscono in cattività. Né altre invenzioni, sicché l’aggressione è al Dna: il suo, sebbene lo script pretenda diversamente.

L’importante è finire, voleva il 117esimo singolo di Mina, però dovrebbe esserlo anche filmare, e il sopravvalutato Fukunaga (Beasts of No Nation, True Detective) proprio non se ne fa una ragione: le acrobazie in motocicletta di Craig a Matera hanno più Cgi dei superhero movies Marvel; la sceneggiatura è più sforacchiata della mitica Aston Martin sotto i colpi degli accoliti di Safin (c’è anche il Pio Amato di A Ciambra di Jonas Carpignano); la sciatteria dei raccordi e la prevedibilità degli inseguimenti danno nell’occhio.

Già, gli occhi, azzurri: in essi sta il lascito di Daniel Craig, l’avvenire di James Bond, la promessa, e premessa, di senso di un franchise condannato a rinnovarsi. Dalle fondamenta, ma non senza esempi: le Fasi dell’Universo Marvel potrebbero illuminare la via.

Per ora, torna in mente l’imperativo immorale categorico del primo Agente 007 del 1962, con Sean Connery: “Il doppio zero della sua sigla l’autorizza a uccidere, non ad essere ucciso”.

 

Gli schizzi del signor Kafka. “Geniale anche nel disegno”

“Perché abbiamo un culo?” si chiedeva la protagonista di un racconto di Sartre. Non aveva un buon rapporto col corpo e dopo un tradimento torna dal marito, un uomo fisicamente infantile come certi preti tondi e glabri. Il corpo, con la sua goffaggine, le sue puzze e dolori, è il primo muro contro cui l’essere umano, catapultato nel mondo, va a sbattere trovandosi combattere una battaglia persa. E se Kafka può essere accostato alla filosofia esistenzialista è proprio nel disagio fisico. Da qui deriva quello di vestire.

Se Chagall non sopportava molti tessuti, Kafka era convinto che su di lui e solo su di lui “gli abiti prendessero quell’aspetto prima rigido come una tavola, poi spiegazzato e cadente” accentuando la sua bruttezza e facendogli temere gli specchi mentre passeggiava. Lo scrive in una pagina del diario del 1912 in cui racconta una meravigliosa disavventura con il sarto di Nusle. Era emersa l’esigenza di un vestito nero “per le occasioni di festa”, in particolare per un corso di ballo al quale il giovane Franz doveva partecipare. La madre, Julie Löwy, che si dava pena per la sciatteria del ragazzo nell’abbigliamento, convocò il sarto a casa. Era fuori luogo per Kafka parlare di frac e si passò allo smoking: “Ma quando appresi che il panciotto della giacca avrebbe dovuto necessariamente essere scollato e avrei dunque dovuto portare anche una camicia inamidata, la mia determinazione crebbe quasi oltre le mie stesse forze”.

Farsi un vestito nuovo era possibile, ma doveva essere accollato. Il sarto di Nusle non aveva però mai sentito niente del genere. Kafka sosteneva di averne visto uno in una vetrina e i due risolsero di uscire e andarlo a vedere. Arrivati al negozio scoprirono che lo smoking accollato era sparito. Forse poteva essere dentro. Mica se lo era sognato… Ma entrare in un negozio per vedere uno smoking insieme al sarto era fuori luogo per Kafka. Non poteva neanche far perdere tutto quel tempo all’uomo. Dunque gli commissionò qualcos’altro di meno impegnativo e tornò a casa vittorioso e sconfitto allo stesso tempo. Possiamo solo sperare che la cosa lo abbia aiutato a evitare il corso di ballo, una forma di tortura per chi non ha un buon rapporto col corpo.

Leggo le pagine del diario che contengono il racconto sullo smoking accollato in un delizioso e inquietante libretto intitolato Scarabocchi. I disegni di Franz Kafka, a cura di Ginevra Quadrio Curzio, edito da La vita felice. Si compie a molti anni di distanza il progetto di Max Brod di realizzare una raccolta con i disegni dell’amico. Sono scarabocchi che accompagnano, come nel caso suddetto, pagine di diario, lettere e cartoline. O testi universitari che Kafka gli passava essendo compagno di studi di Brod a Giurisprudenza. Testi di “diritto alpino austriaco” persino. L’amico a volte ritagliava gli scarabocchi e altre volte li recuperava da fogli di appunti buttati nel cestino della spazzatura.

Secondo Brod, che aveva una venerazione per lui, Kafka possedeva un talento per il disegno ed è un peccato che non abbia potuto coltivarlo. Non dobbiamo immaginare niente di nemmeno lontanamente paragonabile ai disegni e alle incisioni masochiste di Bruno Schulz, scrittore ebreo galiziano che aveva tradotto Il processo in polacco ed è accostato a Kafka per il realismo magico sia pure stilisticamente più delirante e florido. Non dubitiamo però che se lo scrittore praghese ne avesse avuto il talento o forse “solo” i mezzi tecnici avrebbe plasticamente rappresentato il disgusto verso se stesso e l’ammirazione per le altere donne slave di Schulz. Non disponendone, Franz si deve accontentare di figure elementari – spesso autoritratti – che a volte ricordano il minimalismo moderno della grafica pubblicitaria. Come nella copertina del libro, in cui troviamo Kafka sdraiato sulla scrivania in preda a un delirio di impotenza, con la testa abbandonata alla disperazione creativa. Lo scarabocchio accompagna una riflessione sulla miseria in cui era ridotto il luogo della scrittura, riflesso della miseria di chi lo utilizzava. “L’esterno è un interno elevato allo stato di mistero” scrive Brod in un breve testo sui disegni kafkiani. La realtà materiale è miracolo, meraviglia, tortura, oppressione, qualche volta gioia. Kafka, cognome che in ceco richiama la taccola, un passero nero, si autoritrae in versione non sgradevole. Più allucinate e goffe le figure non coperte da inchiostro nero, lasciate vuote e come nude. Qui la mancanza di tecnica aiutava o determinava l’intento di generare sgradevolezza. Siamo usciti tutti da Il cappotto di Gogol’, diceva l’amato Dostoevskij. A Kafka bastava Il naso da cui escono cose più imbarazzanti.

Altro che curare il virus Ebola. 80 stupri dagli operatori Oms

Gli stupri sono iniziati nel 2018, mentre la funestata Repubblica democratica del Congo fronteggiava l’irrefrenabile epidemia di ebola. Adesso 35 pagine appena pubblicate – quelle dell’indagine indipendente dell’Oms, Organizzazione mondiale della Sanità – documentano ufficialmente più di 80 casi di abusi sessuali subiti dalle donne locali fino al 2020.

Molti di quanti hanno esercitato violenza erano impiegati dalla stessa Oms per far fronte all’emergenza nel Paese e adesso l’ente inoltrerà le accuse di stupro alle autorità nazionali dei Paesi di cui sono originari i responsabili. Compiute su larga scala, le violenze sessuali sono state inflitte da membri dell’organizzazione reclutati sul posto come organizzatori locali, ma soprattutto dagli esperti delle squadre internazionali in arrivo dall’estero, che hanno lavorato a Kinshasa dal 2018 al 2020. “Dovevano essere al vostro servizio e proteggervi”: il direttore generale dell’Organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesys, ha definito la vicenda “straziante” e ha offerto le sue scuse alle vittime, promettendo che i colpevoli “verranno assicurati alla giustizia e non saranno assolti” per ciò che hanno compiuto.

Dopo il crescendo delle accuse delle prime testimonianze registrate, centinaia di donne congolesi a cui è stato chiesto di prostituirsi in cambio di posti di lavoro o vittime di violenza sono state intervistate dalla commissione che ha iniziato a lavorare nell’ottobre del 2020 e ha identificato almeno 83 colpevoli. Almeno quattro dei venti accusati sono stati già allontanati dall’Oms. Alcune delle ragazze violentate, ha riferito uno degli inquirenti, Malick Coulibaly, sono rimaste incinte dopo gli stupri e alcune di loro sono state forzate ad abortire. Ora però bisogna pensare a risarcire quelle ragazze che hanno avuto bambini dai dottori, ha chiosato Julie Londo, membro Ucofem (Unione delle donne congolesi), che chiede giustizia anche per “le dozzine di bambini che sono nati da rapporti con gli stranieri e le cui madri sono state ripudiate dalle famiglie”.

Habeck, l’ambientalista pragmatico batte cassa

Non sappiamo se Olaf Scholz riuscirà a formare un governo o se toccherà ad Armin Laschet, ma siamo quasi certi che il vicecancelliere, in entrambi i casi, sarà Robert Habeck. Lunedì pomeriggio Annalena Baerbock, candidata dei Verdi, ha fatto un passo indietro. I due co-presidenti dei Grünen hanno un accordo da mesi. Lei correva per creare il governo, ma se il risultato del partito non fosse stato decisivo – il 20% – , sarebbe stato lui a prendere la guida. I Verdi sono passati dall’8% del 2017 al 14,9% di domenica scorsa. E se per la candidata cancelliera può essere letta come una sconfitta, per il partito è una vittoria.

Buona parte di questo successo è da ascrivere a Habeck. Quando prese la co-presidenza del partito venne definito l’Emmanuel Macron tedesco. In molti gli riconoscono di aver fatto diventare il partito verde mainstream. È nato a Lubecca, nell’estremo nord, al confine con la Danimarca. Si laurea in filosofia poi lavora con la moglie, la coppia ha quattro figli. Prima traducono (dall’inglese e dal danese) poi scrivono libri per bambini. Nel 2009 entra in politica, come primo eletto del partito diventa ministro nel suo Länder. Si fa notare subito per le sue capacità negoziali. Stringe ottimi rapporti con i conservatori, anche se i Grünen sono considerati più vicini ai socialdemocratici. “Il partito verde pone delle domande centrali che non rientrano nelle tradizionali categorie: destra e sinistra”. Chi lo segue sin dagli inizi lo ricorda come un buon oratore, capace di citare in continuazione filosofi e scrittori. Ma il suo capolavoro politico lo compie nel 2017 in Schleswig-Holstein, il suo Land. I Verdi entrano in coalizione con Cdu e Fdp, è lui a gestire i negoziati. Le interviste con i grandi media, anche stranieri, lo dipingono con un pragmatico filosofo ambientalista. L’immagine giusta per il primo cancelliere verde. Quando in primavera fa il passo indietro e lancia Baerbock nella corsa alla successione di Merkel, alcuni vedono la fine della sua stella. Sbagliavano. Durante questa campagna elettorale si è speso per la collega di partito, ma appena la flessione nei sondaggi vede i Verdi scivolare sotto Spd e Cdu appaiono i retroscena. A inizio settembre Habeck stava già negoziando con i Liberali. La controparte è Christian Linder, il leader del Fdp. Il nodo è a chi spetterà, in una coalizione a tre, il ministero delle Finanze.

La domanda è la stessa che si stanno ponendo ancora oggi. I Grünen hanno raccolto tre punti percentuali in più alle urne. In virtù di questo Habeck terrebbe per sé il ruolo di vice cancelliere e il ministero più ambito. Per Linder ci sarebbe un ministero dell’Economia potenziato o quello degli Esteri. Per far quadrare l’equazione manca un dicastero per Baerbock, anche lei si propone per gli Esteri. Per ora alle negoziazioni non è ancora stato invitato l’Spd, il partito di maggioranza. Verdi e Fdp non fanno filtrare la notizia ai giornali. Olaf Scholz ha detto ai suoi: “Prepariamoci a fare delle concessioni ai Liberali e ai Verdi”. Ma non sarà disposto a perdere i tre ministeri più pesanti. A farne le spese rischia di essere la Baerbock e tutto sembra incastrarsi per lanciare Habeck attraverso quattro anni di grande visibilità. Ieri l’Unione ha invitato ufficialmente Liberali e Verdi con una lettera firmata dai due leader di Cdu e Csu, Armin Laschet e Markus Soeder, per colloqui preliminari su una possibile coalizione a tre: Cdu-Csu, Liberali, Verdi, la formula Giamaica. È quanto rende noto la Dpa. Il segretario generale dei Liberali, Volker Wissing ha confermato che il dialogo avverrà sabato. I Verdi incontreranno l’Unione la prossima settimana.

La “rivoluzione” rosa nel mondo arabo: Bouden, donna premier

A due mesi dalla decisione del presidente della Repubblica, Kais Saied, di esautorare il capo del governo e di congelare il parlamento appellandosi all’articolo 80 della Costituzione del 2014, il nuovo primo ministro tunisino è stato nominato, ed è una donna: Najla Bouden Romdhane. Saied, che la scorsa settimana ha in parte sospeso la Costituzione e intende cambiarla perché la ritiene sbilanciata a favore dei partiti islamisti – a partire da Ennahda arrivato primo alle elezioni del 2019 ma con una percentuale assai bassa – sta governando via decreto ritenendo ci sia “un pericolo imminente” per la nazione. E, in effetti, la Tunisia a luglio si trovava, e si trova tuttora, nel bel mezzo di una impasse istituzionale, di una crisi economica devastante, del crollo dell’occupazione e di una crisi sanitaria senza precedenti a causa del Covid. Il problema era, ed è, che il ricorso all’articolo 80 deve essere avallato dalla Corte Costituzionale che non è mai stata istituita. Bouden è la prima donna a ricoprire questa carica nella storia della Tunisia e la prima donna premier del mondo arabo. “Lavoreremo insieme nel prossimo futuro, armati della determinazione stabile e costante necessaria per combattere la corruzione e lo stato di caos visibile ovunque nel paese”, ha affermato Saied. Nata nel 1958 nel governatorato tradizionalista di Kairouan, Bouden è docente di educazione superiore con specializzazione in geoscienze presso la Scuola nazionale di ingegneria di Tunisi. Si tratta di una figura che non ha finora avuto incarichi politici. Bouden a questo punto dovrà lasciare l’attuale incarico di gestione del cruciale piano per realizzare le riforme richieste dalla Banca mondiale in cambio di aiuti economici presso il ministero dell’Istruzione superiore e della Ricerca scientifica: dal 2011 è anche direttore generale responsabile della qualità presso il ministero dell’Istruzione Superiore. Per questo stesso ministero aveva ricoperto anche la carica di capo dell’unità “Scopo e Azione”. Pochi giorni fa un centinaio di parlamentari di Ennahda si è dimesso per protesta contro la dirigenza del partito che non ha mantenuto la promessa di realizzare riforme interne. Gli islamisti ritengono che la nomina della premier sia solo fumo negli occhi, “una scelta di facciata”. Saied sta riuscendo a spaccare il movimento ma forse la scelta di un premier donna lo ricompatterà dato che nessun partito islamista può accettare che una donna occupi un incarico che lo sovrasti.

Labour tra fischi e fiaschi. La sinistra non abita più qui

Nel suo primo congresso non virtuale da leader del partito laburista, finalmente con bagno di folla a Brighton, dominato dalla grande domanda “come torniamo a vincere” il segretario Sir Keir Starmer rompe apertamente con la sinistra del partito. Archiviato il suo predecessore Jeremy Corbyn, a cui rifiuta di concedere il reintegro nel gruppo parlamentare dopo la sospensione poi rientrata, ora prova ad archiviare i suoi fedelissimi, che in Parlamento sono meno forti ma hanno dominato ogni congresso negli ultimi sei anni, rappresentano il grosso degli attivisti e non ci stanno a tornare ai margini. Invece, Starmer lo ha sancito ieri nel discorso di chiusura dei lavori, è archiviato l’accordo con quelli che da sinistra ne hanno sostenuto la candidatura a segretario, convinti dalla sua promessa di lavorare per unire le varie anime del partito ma senza rinnegare gli impegni di riforme economiche radicali.

Contavano su un corbynismo depurato dalla presenza ormai ingombrante e tossica di Corbyn. Con spregiudicatezza Starmer ha rinnegato alcuni dei 10 impegni non negoziabili presi con la pancia del partito: aumento delle tasse sui redditi; nazionalizzazione delle infrastrutture energetiche e dei trasporti; aumento del salario minimo a 15 sterline l’ora. Il mantra: basta purezza ideologica e obiettivi irrealizzabili, è il momento di coniugare giustizia sociale ad efficienza economica. Che però era la linea di Tony Blair. Del resto Starmer lo ha detto chiaramente: fra unità del partito e governo lui sceglie il secondo. A partire da questa determinazione a vincere, Starmer resetta il partito: sfruttando il prestigio di ex procuratore generale, uomo di legge a stretto contatto con le forze dell’ordine ai massimi livelli, riesce persino a far passare l’idea che “la lotta contro il crimine sarà sempre una politica del Labour”. Liquidate anche ‘le femministe’, categoria in verità difficile da definire in Uk come in Italia, ma che insomma raggruppa le donne che respingono l’idea che il genere non abbia a che fare con la biologia e sia invece assegnato arbitrariamente alla nascita. Per questo Labour non ci sono ambiguità: la vice di Starmer, Angela Rayner, eterosessuale e working class, ha dichiarato che i diritti delle donne non sono in conflitto con quelli dei trans e la segreteria sostiene la self-identification, cioè la possibilità per i trans di cambiare legalmente genere di appartenenza senza passare per un processo di transizione medica. Poi c’è la costruzione della narrazione personale.

Se Johnson è uno showman senza show, un uomo vacuo, senza un piano, un giocoliere, Starmer si presenta come l’uomo competente e affidabile, un leader moderno ma legato ai valori laburisti originari: la dignità del lavoro ereditata dal padre attrezzista, la nobiltà della cura dalla madre infermiera nel servizio sanitario nazionale, l’essere il primo laureato in una famiglia proletaria. Come dire: ho le credenziali di sinistra giuste, fidatevi se vi porto nel centro-destra. Dove i nuovi mantra sono lavoro, cura, eguaglianza, sicurezza. La sinistra laburista è in rivolta, piena di rancore per quello che percepisce come un golpe della destra, ancora controllata dai post blairiani. Ma è la stessa sinistra che ha perso due elezioni, di cui l’ultima rovinosamente. Del resto, dopo che Starmer ha imposto un cambiamento delle regole di selezione interna, i leftist non hanno i numeri per vincere una eventuale sfida alla segreteria. Né possono cedere alla tentazione del separatismo che ha caratterizzato la sinistra italiana: nel sistema elettorale inglese, un impietoso uninominale secco, una scissione significherebbe l’estinzione. Non a caso la mozione per riformare il sistema elettorale in senso proporzionale è fallita grazie al veto dei sindacati, il cui sostegno blindato a Starmer è la grande sorpresa di questa conferenza. Resta la contestazione, a volte fragorosa ma isolata, e subito sovrastata dalle altrettanto rumorose standing ovation al leader, in un discorso interrotto da continui applausi.

La domanda iniziale però resta senza risposta: come farà, fra 18 mesi, a vincere le elezioni un Labour in cui la tensione latente fra le due anime è ora una guerra aperta, che risucchia ogni energia, mentre il Paese sprofonda in una crisi politica e sistemica di cui non si vede la fine?

Se leggi le fiabe l’esercito diventa sospettoso: sarai fante a vita

Recentemente ho letto Il serpente dello svedese Stig Dagerman che peraltro avevo già incontrato in Autunno tedesco, drammatico, sconvolgente resoconto sulla Germania e sul suo popolo dopo la catastrofica fine del secondo conflitto mondiale. L’anarchica e del pari lucida visione della condizione umana che Dagerman propone nelle sue pagine rende omaggio a una libertà di pensiero scevra da condizionamenti di sorta. Così come in Autunno tedesco la sua pietas non può esimersi dal commiserare le condizioni in cui si trova il popolo di un paese che ha pur sempre e da poco commesso crimini orrendi, ne Il serpente , un po’ usando l’arma dell’ironia e un po’ invece quella di un’impietosa constatazione di realtà, Dagerman punta la penna sulla vita militare. La Seconda guerra mondiale incombe, la Svezia si mobilita, caserme, sergenti di ferro e “najoni”. In via cautelare gioco d’anticipo e mi scuso se approfitto per riportare a galla un personale ricordo di quando, negli anni ottanta, mi toccò rispondere alla fatale chiamata della cartolina rosa. Perché, sebbene il romanzo di Dagerman sia uscito nel 1945, ho verificato che certe ottusità si sono per lungo tempo mantenute, al riparo di quel “Limite invalicabile” di cui i cartelli davano avviso a chi passava davanti a una caserma. Il fatto è questo. Trattandosi di dover nominare tra me e un altro medico (qualificati peraltro come “aiutanti di sanità” visto che nessuno dei due aveva fatto il corso ufficiali), di dover nominare, dicevo, un caporale, si dovette ricorrere al ballottaggio. Eravamo infatti dello stesso scaglione, nessuno di noi due godeva un diritto di anzianità. Il grado toccò a lui. Mal non me ne incolse. E men che meno quando la ragione della scelta trapelò e ne venni informato sottovoce. Gli è che un ufficiale mi aveva beccato mentre leggevo un libro di favole. Che garanzie potevo dare se ancora mi trastullavo con simili letture? A mia discolpa non tentai nemmeno di far sapere che quelle favole erano le Fiabe irlandesi raccolte dal premio Nobel William Butler Yeats. E fu così che rimasi semplice fante, e ancora mi sento tale.

Il “cattivo” Djokovic preso a pallate

Il tennista serbo Novak Djokovic, il numero uno al mondo, è la pietra di uno scandalo internazionale di cui fra gli altri ci dà diligente notizia il Corriere della Sera orientato in direzione antiserba.

Quali sono le colpe di Djokovic? In un servizio di Al-Jazeera Djokovic è stato ritratto in una serie di foto “a una festa, scherzoso con Milorad Dodik, il leader serbo bosniaco, uno che nega i novemila massacrati a Srebrenica e considera un eroe Ratko Mladic, il macellaio condannato all’Aja per genocidio… Novak abbracciato a Srdjan Mandic che faceva da segretario al criminale di guerra Radovan Karadzic e alle sue pulizie etniche… Novak accomodato con Milan Jolovic, il comandante dei feroci Lupi della Drina, il lupo che i serbo-bosniaci chiamano The Legend, leggendario perché salvò la vita a quell’altra belva di Mladic”. Ma forse la colpa più grave di Djokovic è di aver detto: “il Kosovo è serbo, nessuno può strapparmi il Kosovo dall’anima. Purtroppo ci sono poteri che non si possono combattere”.

Che un serbo sia pur famoso quand’è in vacanza nella sua terra frequenti amici serbi nessuno dei quali è stato condannato per “crimini di guerra” dal pur prevenuto Tribunale internazionale dell’Aja non ci sembra cosa strana. La vera colpa di Djokovic è di esser serbo e di coltivare sentimenti serbi in contrasto con quella informe, ma potentissima “comunità internazionale” di cui sono magna pars gli Stati Uniti che in modo del tutto arbitrario decide chi sono “i cattivi e i buoni” del mondo.

Per capire l’importanza simbolica, ma anche concreta, del crucifige a Djokovic bisogna fare un lungo passo indietro. Dopo il 1989, col collasso dell’Unione Sovietica, si disgrega anche quella Jugoslavia tenuta miracolosamente insieme dal Maresciallo Tito che era riuscito a far convivere comunità balcaniche che si detestano da sempre: croati, serbi, musulmani. Nel 1992 la Croazia, dopo qualche scontro con l’esercito jugoslavo, ottiene l’indipendenza in base al sacrosanto principio della “autodeterminazione dei popoli” sancito a Helsinki nel 1975, ma anche grazie all’appoggio della Germania e del Vaticano (i croati sono cattolici, i serbi ortodossi). La Slovenia se n’era già andata senza colpo ferire (e qui inserisco una parentesi che mi sta sentimentalmente a cuore: nel 1992 si svolgevano, in Svezia, i campionati europei di calcio e la Jugoslavia, la meravigliosa Jugoslavia degli Stojkovic, dei Savicevic, dei Bazarevic, dei Prosinecki vi arrivava avendo vinto tutte le gare del torneo eliminatorio tranne una pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia, ma furono rimandati a casa. Una decisione ignominiosa. Perché è vero che a quel punto la Jugoslavia giuridicamente non esisteva più, ma quella squadra e i suoi ragazzi sì e avrebbero dovuto essere rispettati). A quel punto i serbi di Bosnia chiesero a loro volta l’indipendenza o l’unione alla madrepatria serba. Una Bosnia multietnica a guida musulmana si giustificava solo all’interno di una Jugoslavia a sua volta multietnica che non esisteva più. Ma quello che era stato accordato a Croazia e Slovenia non fu concesso ai serbi bosniaci. E questi scesero allora in guerra. E poiché, a detta di coloro che si intendono di queste cose, sono, sul terreno, i migliori combattenti del mondo la stavano vincendo. Ma a favore di croati e musulmani bosniaci intervennero gli Stati Uniti e trasformarono i vincitori in vinti. È vero che in quella guerra accaddero fatti atroci a opera di tutte le parti combattenti, ma non è certamente un caso che davanti al Tribunale internazionale dell’Aja siano finiti solo serbi, Radovan Karadzic e Ratko Mladic (accusato, fra le altre cose, di aver assediato Sarajevo, e allora mettiamo alla gogna anche Annibale che per 8 mesi assediò Sagunto, l’assedio fa parte della guerra), mentre il presidente croato Tudjman, autore della più gigantesca “pulizia etnica” dei Balcani (850.000 serbi cacciati dalle Craine in un sol giorno) è morto tranquillamente nel suo letto.

Alla guerra bosniaca fu posta fine grazie all’accordo di Dayton al quale, sotto l’egida di Bill Clinton, partecipò anche Slobodan Milosevic il presidente della Serbia.

Ma agli Stati Uniti non bastava. Nel frattempo era nata la questione del Kosovo. In Kosovo, che è considerato “la culla della patria serba”, gli albanesi erano diventati maggioranza e pretendevano l’indipendenza dalla Serbia. Ma una terra non è solo di chi la abita in quel momento, ma anche delle generazioni che l’hanno vissuta, lavorata e costituita in precedenza. Sarebbe come se nel nostro Piemonte gli islamici, divenuti maggioranza, pretendessero l’indipendenza dall’Italia e di costituire uno stato a sé. Gli indipendentisti albanesi facevano largo uso del terrorismo, come sempre avviene quando dei partigiani hanno a che fare con un esercito regolare, e non saremo noi a condannarli per questo, la Serbia rispondeva con l’esercito e con alcuni reparti paramilitari come le famose “tigri di Arkan”. Era una questione interna alla Serbia che avrebbe dovuto essere decisa dal campo. Ma intervennero, al solito, gli americani che decisero che i serbi avevano torto e i kosovari albanesi ragione. Per 72 giorni gli aerei Nato, che partivano da Aviano (perché gli italiani c’erano nella solita, vile, parte del ‘palo’) bombardarono una grande città europea, Belgrado, che, per farsi un’idea, è come bombardare Milano. In realtà allora la vera colpa della Serbia era quella di essere rimasta l’unico Paese paracomunista d’Europa. E mentre fino a poco tempo prima per l’intellighenzia del Vecchio Continente bastava essere filocomunisti per avere ragione, adesso bastava essere similcomunisti per avere torto. Milosevic che pur era stato decisivo negli accordi di Dayton fu trascinato, non si capisce per quale ragione, davanti al solito Tribunale dell’Aja. Il processo cominciò con grande clamore ma poi fu silenzio perché Milosevic, avvocato, aveva buone carte per difendersi. Morirà d’infarto in prigione a 64 anni.

L’obiettivo degli americani era di creare nei Balcani una striscia di islamismo moderato (Albania più Bosnia più Kosovo) a favore di quello che era allora il loro grande alleato nella regione, la Turchia. Abbiamo visto come poi è andata a finire: la Turchia, pur restando un alleato Nato, sotto Erdogan conduce una politica profondamente antiamericana e così adesso al posto di una temuta, e quasi immaginaria, ‘Grande Serbia’ c’è nei Balcani una concretissima ‘Grande Albania’ dove, a due passi da noi, trova alimento l’Isis. Intanto in Kosovo si è realizzata, dopo quella di Tudjman, la più grande “pulizia etnica” dei Balcani: dei 360.000 serbi ne sono rimasti solo 60.000.

A una trasmissione di Floris – doveva essere il 2002 – presente Massimo D’Alema, che era premier all’epoca dell’aggressione alla Serbia, condannata dall’Onu, dissi: “Mi perdoni, presidente, ma la guerra alla Serbia oltre che illegittima dal punto di vista del diritto internazionale, se l’Onu conta ancora qualcosa, è stata una guerra cogliona perché ha favorito nei Balcani quell’islamismo radicale che oggi provoca le isterie ‘Fallaci style’”. D’Alema non replicò. Ma io a Ballarò non ho più rimesso piede.

 

Ah, quindi la Grecia può spendere…

È ormai una bella tradizione del Vecchio Continente: Germania e Francia vendono armi alla Grecia, che le compra assai volentieri in odio al turco sempre pronto all’invasione fin dai tempi degli Ottomani. Che entrambi i Paesi siano nella Nato, un’alleanza militare, poco importa. Stavolta Atene ha deciso di dotarsi di 4 imprescindibili fregate, un po’ di elicotteri, siluri, missili e, dulcis in fundo, 18 caccia Dassault Rafale (6 nuovi e 12 usati), tutti prodotti da industrie francesi per la modica cifra di cinque miliardi e spicci. Il contratto, firmato un paio di giorni fa, arriva dopo la decisione del Parlamento greco del dicembre scorso di aumentare per il 2021 le spese militari del 57% rispetto al 2020. Dirà il lettore: magari prima avevano speso poco… Non proprio: non siamo al 6% del Pil degli anni 80, ma comunque l’anno scorso la spesa militare di Atene s’è attestata su un bel 2,79% secondo la Banca mondiale (per capirci, Italia e Germania sono poco sopra l’1% del Pil). Per un Paese in sostanziale bancarotta come la Grecia e con tassi di povertà incompatibili con la ricca Europa – anche se si fa finta che non sia più così – una sorta di schiaffo alla miseria. E quello schiaffo (del soldato?) arriva ogni anno e con la benedizione delle meglio autorità europee, anche dette “creditori” da quando “Troika” non si porta più. Le stesse che hanno preteso varie libbre di carne di pensionato, commerciante, lavoratore, ammalato, bambino, con un altra casacca hanno poi venduto armi ad Atene (Francia e Germania per 650 milioni persino nei due anni più bui della crisi) e qualche volta l’hanno di fatto costretta a comprarle. Famoso è il caso dei contratti miliardari – con annesse tangenti – firmati dal governo di centrodestra guidato da Karamanlis (2004-2009) per carri armati panzer Leopard, sottomarini Poseidon e altri armamenti: il successore di Karamanlis, il socialista Papandreu, nel 2010 provò a bloccare l’acquisto ordinando pure una perizia che rivelò diversi difetti di quei sistemi d’arma. A marzo 2011, però, fu costretto a ripensarci: comprò sottomarini e panzer per 1,7 miliardi da ditte tedesche. Siamo tra il primo e il secondo prestito della Troika, entrambi accompagnati da draconiani tagli alla spesa. Non a tutto però.