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Non abbiamo imparato niente dalla nostra storia

La massima istituzione che dovrebbe lavorare per la Pace nel mondo, l’Onu, ha affidato il potere alle nazioni vincitrici nella seconda guerra mondiale, che “stranamente” non hanno impedito una sola guerra, non hanno messo al bando le armi atomiche, non hanno mai parlato di disarmo e di scioglimento degli eserciti. Costa Rica e Panama sono le prime due nazioni che hanno scritto nelle loro Costituzioni la decisione di abolire gli eserciti per dedicare quelle spese a Istruzione e Sanità, dimostrando che è possibile uscire dalla oscurità guerrafondaia e scalare un gradino fondamentale dell’evoluzione umana. Nel tempo in cui una riconversione energetica di uscita dai fossili si dimostra urgentissima e costosa, l’umanità non può essere così stupida da continuare a spendere cifre pazzesche per gli armamenti, mentre la riconversione energetica richiede finanziamenti, pace, ricerca, lavoro per evitare milioni di morti per carestia, innalzamento dei mari, pandemie e siccità. Pochi giorni fa con Greta Thunberg hanno manifestato in tutto il mondo milioni di giovani che chiedono di avere un futuro e protestano perché non vengono ascoltati. La civiltà dei fossili è un modello fallito e ci consegna macerie, ma riesce a sopravvivere grazie al monopolio della disinformazione che fabbrica scimmie ammaestrate pronte a consumare tutte le menzogne che ogni giorno vengono propinate.

Paolo De Gregorio

 

Manuale Greta: ascoltare i giovani e fare l’opposto

Il capitalismo è causa della distruzione dell’ambiente, ma nessuno si azzarda a porre questa relazione in termini espliciti. La più forte fonte di inquinamento è il bla-bla-bla – denunciato dalla svedese Greta e l’africana Vanessa – che avvolge e nasconde questo concetto. Così ai giovani si offrono convegni, per non prendere impegni. Il messaggio è chiaro: sfogatevi, ma poi lasciateci lavorare come prima, come sempre. Perché cambiare per smettere di inquinare costa e la nostra religione del profitto non ci consente di “sprecare” ricchezza per le vostre fisime. Quindi fate pure il Friday for Future, tanto poi arriva il Saturday for Present per continuare a bruciare fossili

Massimo Marnetto

 

Parliamo delle mondine di “Riso amaro” (1949)?

Leggo delle polemiche sulla nuova scultura della “Spigolatrice di Sapri.” Sarebbe troppo sexy per alcuni, con un bel sedere. Perché, le mondine di Riso amaro, film del 1949, forse non lo erano?

Stefano Masino

 

Anche i corrotti hanno smesso di vergognarsi

Al tempo di Tangentopoli i corrotti e i corruttori, quando venivano colti con le mani nella marmellata, avevano il buon senso di vergognarsi. A lungo andare, attraverso la tv spazzatura, si sono lavati da quel briciolo di moralità che gli rimaneva, passando dalla vergogna alla giustificazione. Oggi chi tratta con la mafia usa il solito mezzo per dichiarare che rifarebbe quello che ha fatto. Per compensare, suggerirei un bel film di Pif, In guerra per amore, solo per rendere l’idea di cosa si parla.

Flavio

 

I giornali online hanno meno appeal della carta

Leggo la risposta di Cannavò al lettore che giustamente si lamentava della chiusura delle edicole e della difficoltà di trovarne una aperta. Posso dire da lettore di quotidiani dall’età di dodici anni (ex lettore di Paese Sera e giornali soprattutto del tardo pomeriggio) che è cosa ben diversa leggere un quotidiano cartaceo che sul web. Ottima la grafica e l’impaginazione de Il Fatto Quotidiano e nonostante sia un abbonato web, preferisco comprarlo tutti i giorni in edicola, per la bontà di leggerlo, mia vecchia mania, e per dare un ulteriore sostegno al giornale cartaceo. Ben diverso è leggere i giornali online fatti di solo web, senza carta stampata, davvero noiosi senza foto e quanto altro e dunque inguardabili. Almeno così è per il sottoscritto. Mi auguro che quei pochi quotidiani che sopravviveranno siano ancora stampati su carta, e trovino una alternativa alle edicole in via di estinzione.

Saverio Schinzari

 

Non avevamo capito nulla di Salvini & C.

Non avevamo capito niente. Vedendo Salvini citofonare a Bologna in cerca di spacciatori, noi avevamo pensato a una delle solite trovate demagogiche di un leader cinico, fatte per raccogliere consensi a buon mercato. Malfidati! Adesso sappiamo che si trattava invece di un uomo angosciato che cercava di difendere il suo stretto collaboratore, nonché “caro amico”, Luca Morisi dai pusher e anche da sé stesso, dalle sue “fragilità esistenziali”.

Marco De Marinis

Ex ministro Flick: “Mai favori a Riina”. “Però il papello fu in parte esaudito”

Caro direttore, nove anni fa, in replica a un tuo articolo sulla chiusura delle supercarceri e il presunto ruolo del presidente Napolitano e mio, quali ministri dell’Interno e della Giustizia nel primo governo Prodi (Fatto Quotidiano, 11.08.12), ricevetti ampia ospitalità per smentire la ricostruzione di una vicenda in realtà già definita nelle due precedenti legislature, per unanime volontà del Parlamento e delle Regioni interessate, dal governo Prodi soltanto adempiuta e anzi differita nel tempo (19.08.12). In un successivo intervento (22.08.12) mi permisi di segnalare come certe ricostruzioni di fatti criminali – gravissimi e non senza responsabilità, sottovalutazioni e tradimenti di rappresentanti dello Stato – possano tuttavia non soltanto deformare i fatti e screditare intere istituzioni, ma anche favorire proprio l’impunità di chi dovrebbe rispondere di fatti specifici, diluiti e sminuiti dal polverone, che prima o poi si deposita con pochi danni e molte “inevitabili” assoluzioni. A entrambi gli articoli replicasti in modo cortese, confermando la tua opposta ricostruzione della “trattativa”, ma non potendo smentire la diversa cronologia (e, aggiungo io, la sostanza) dei fatti attribuiti a me e al ministro Napolitano.

Ora, nell’articolo di Giuseppe Pipitone di sabato scorso sulla sentenza d’appello di Palermo, mi viene sbrigativamente attribuita la chiusura delle supercarceri per “esaudire il desiderio… del famoso papello di Riina”. Non chiedo naturalmente di poter ricostruire nuovamente la vicenda (confidando che qualche tuo lettore più interessato possa rileggere nell’archivio digitale i miei interventi e le tue repliche), però mi aspetto, anche per il futuro, che se ne tenga conto quando mi si attribuisce tanto zelo nell’adempimento delle richieste di Riina (zelo del quale nessuno mi ha mai chiesto conto). Del resto i miei “rapporti” con la mafia sono segnati fin dal maxiprocesso di primo grado nel 1986-87, quando affiancai l’Avvocatura comunale di Palermo nel ruolo di parte civile.

Giovanni Maria Flick

 

Caro professore, mai scritto né pensato che lei abbia rapporti con la mafia. Purtroppo la – secondo noi assurda – chiusura delle supercarceri, cioè una delle richieste di Riina nella trattativa Stato-mafia, avvenne quando lei era ministro della Giustizia. E purtroppo non fu quello l’unico punto del “papello” esaudito da governi di centrodestra&centrosinistra.

Marco Travaglio

Roma, i candidati spendaccioni in lotta per un bus

I volti degli aspiranti sindaci si aggirano per Roma, stampati in grandi dimensioni sulle pareti esterne degli autobus: un scelta non nuova ma, a pensarci bene, un po’ strana, che si aggiunge a quella più tradizionale dei manifesti murali o dei grandi tabelloni che incombono su strade e piazze. Un’applicazione un po’ troppo alla lettera del principio che il nome dei candidati deve “circolare”? È di buon gusto? Funzionerà? Vediamo.

Come riportato dal Fatto e da Repubblica lo scorso 22 settembre, i principali competitori investono nelle loro campagne elettorali cifre considerevoli, in vari modi reperite: Calenda 333.000 euro, Michetti 315.000, Gualtieri 290.000, mentre la Raggi, forse più saggiamente, lavora su Facebook, dove vanta quasi un milione di follower.

Tutti e tre i candidati più “spendaccioni” hanno deciso di investire parti considerevoli dei loro budget in questi manifesti itineranti. La prima osservazione che viene in mente è un po’ sconfortante: zero programmi, zero contenuti, solo slogan, simboli e facce. Quella di Gualtieri è rassicurante, ma chi lo voterà non lo farà certo perché ha visto il suo volto mentre era in fila a un semaforo rosso, ma perché è stato un buon ministro dell’Economia, è il “padre” del Recovery Fund e, per fortuna, nella sua campagna ci sono state anche molte altre iniziative. Quanto a Calenda, che pochi giorni fa ha lanciato un confuso programma di intervento sui beni culturali della città (dimostrando scarsa padronanza della materia), nel suo volto che ci guarda dai bus l’espressione è proprio quella di colui che pensa, senza fondamento, di sapere tutto lui. Il caso più singolare è quello del povero Michetti. Lo sostengono Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ma nei rispettivi manifesti il suo nome non è particolarmente evidente, mentre balzano agli occhi la Meloni in un’immagine fotoshoppata che la rende simile a una diva di Hollywood, Salvini sorridente a figura intera, e per gli italoforzuti non compare alcun volto ma un grande simbolo. Insomma, quasi come se lo avessero concordato, i tre partiti del centrodestra mettono in evidenza sé stessi più del loro candidato, che non è un bel modo per valorizzarlo.

C’è poi, in tutta l’operazione, qualche evidente sciattoneria. Chi scrive ha visto a Piazza dei Cinquecento, girando incredulo due volte intorno a un bus fermo al capolinea, Gualtieri sul fianco destro, Calenda sul lato posteriore, Meloni per Michetti sul fianco sinistro. Mah…

 

Trattativa, le “boiate” le dice chi si ostina a negare i fatti

Con sentenza del 23 settembre scorso, la Corte di Assise di Palermo, nel c.d. processo “Trattativa Stato-mafia”, ha, in parziale riforma della decisione di I grado, mandato assolti dal delitto contestato (art. 289 c.p.) i tre ufficiali del Ros dei Cc, Subranni, Mori e De Donno, con la formula “il fatto non costituisce reato”. Ha confermato la pena di anni 12 di reclusione inflitta in primo grado al medico mafioso Cinà ritenuto “il postino” attraverso il quale il capo mafia Riina faceva pervenire il “papello” con le sue richieste per far cessare le stragi all’altro mafioso Vito Ciancimino, che era stato, nel frattempo, avvicinato dagli ufficiali del Ros. La Corte ha, poi, ridotto ad anni 27 di reclusione la pena inflitta in primo grado a Leoluca Bagarella (cognato di Riina) derubricando il reato da consumato a tentato.

Molti giornali hanno, con grande clamore, pubblicato la notizia nei seguenti “entusiastici” termini: “Una farsa la trattativa tra Stato e mafia” (Il Giornale); “La trattativa Stato – mafia non esiste” (La Verità); “La trattativa: una boiata” (Il Foglio), il tutto nel contesto di un violentissimo attacco a questo quotidiano e al suo direttore – destinatario di disgustevoli paragoni, dimostrativi soltanto della estrema volgarità di chi li ha scritti (Libero, 25/9) – rei di sostenere che la trattativa vi è stata, come, peraltro, accertato da definitive sentenze delle Corti di Assise fiorentine.

Ora, la vera “boiata” o “bufala” è proprio l’aver pubblicata la notizia nei termini così come prospettati in maniera volutamente distorta. Come tutti sanno – a eccezione di improvvisati giuristi della carta stampata (che non hanno alcuna intenzione di approfondire i vischiosi rapporti politica/istituzioni/mafia) – la formula utilizzata dalla Corte “il fatto non costituisce reato”, sta a significare che è stata accertata, sotto l’aspetto fenomenico, la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato – (quando, cioè, dalle risultanze processuali emerga che un fatto, corrispondente alla fattispecie di reato contestata, sussiste) – mentre non si ravvisa l’altro elemento costitutivo del reato, cioè, l’elemento soggettivo (dolo o colpa). La formula “il fatto non costituisce reato” può significare anche che la condotta contestata esiste, ma essa non è antigiuridica perché scriminata da una causa di giustificazione tra le quali vi è quella prevista dall’art. 51 del cod. pen., secondo cui “l’adempimento di un dovere esclude la punibilità” (salvo che non si voglia – ma è meno probabile – ipotizzare l’altra esimente dello “stato di necessità” previsto dall’art. 54 c.p., secondo cui “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona non altrimenti evitabile” (nel caso in questione, l’esecuzione di stragi annunciate poi, in realtà, effettivamente avvenute probabilmente proprio a causa dell’inizio della “trattativa”).

Attesa, quindi, la accertata sussistenza del “fatto”, sarà questo il perimetro necessario entro il quale la Corte dovrà svolgere le sue argomentazioni, fattuali e in diritto, in ordine all’esame del dolo o in ordine alla presenza di una causa di giustificazione, giacché tertium non datur; se, poi, tali argomentazioni fattuali siano logiche e coerenti con le risultanze processuali e se quelle sviluppate in diritto siano giuridicamente corrette, lo stabilirà la Corte di Cassazione se, come è probabile, la Procura generale di Palermo impugnerà la sentenza.

In ogni caso, data l’importanza della notizia, sarebbe stato più opportuno, per correttezza di informazione, che, in attesa delle motivazioni della Corte, la pubblicazione di essa non fosse avvenuta, come invece è avvenuto, con intenzionali forzature e distorsioni della realtà.

 

Pietà per Morisi? Il guaio è la Bestia, non la coca

Non ho alcuna compassione per Luca Morisi. Ne ho invece molta per tutta quella parte della stampa e della sinistra che da giorni invoca la necessità di dimostrarsi moralmente superiori e non infierire sul poveretto che, come rimarcato anche dal novello Don Mazzi Matteo Salvini, “ha chiesto scusa per le sue fragilità”. La solidarietà pelosa e fintamente corretta a Morisi parte da due concetti profondamente sbagliati, che in qualche modo sono frutto proprio della cattiva scuola di Luca Morisi: il primo è che sia giusto, anzi apprezzabile, chiedere scusa per una vicenda privata (la droga) perché sarebbe conseguenza di una qualche imprecisata fragilità. Il mondo in cui una persona che si droga deve chiedere scusa pubblicamente, con riferimenti di rito a fantomatiche debolezze, è esattamente il mondo giudicante e proibizionista che Salvini e Morisi hanno spacciato a ogni angolo di strada, in questi anni di propaganda oppressiva e giudicante quando si parlava di droga. “La droga è merda, la droga è morte, chi spaccia merita la palla al piede, non importa che ti trovino con piccole o grandi quantità di droga, sempre in galera devi andare”, erano gli slogan. Il fatto che una persona possa fare uso di droga, magari sporadico e senza alcuna fragilità pregressa, non è contemplato. No, se ti droghi sei debole, magari depresso, hai peccato, ora collare di ferro in mezzo alla piazza e chiedi perdono. Io non so che problemi abbia Morisi (magari nulla) e neppure mi interessa. Non mi deve alcuna scusa. Tra l’altro, per quello che ne so, come tanti, potrebbe aver fatto uso di droga per alimentare il suo senso di onnipotenza. Del resto, che Luca Morisi avesse l’immensa presunzione di poter controllare tutto è evidente. Non poteva non conoscere il rischio e le possibili conseguenze delle sue condotte. Sapeva che se fosse stato scoperto, avrebbe distrutto tutto quello che aveva creato, con conseguenze devastanti per il suo amico e leader. Luca Morisi dovrebbe invece chiedere scusa per aver cucito addosso a Salvini una comunicazione che è non uno strumento politico, ma politica. Politica fatta di reiterato dileggio dell’avversario, istigazione all’odio, sessismo, cherry picking strumentale su notizie di cronaca e immigrati, manipolazioni e inquinamento sistematico di ogni discussione politica e civile. Dovrebbe chiedere scusa perché ha educato milioni di persone a un linguaggio violento e a una totale mancanza di empatia per chi fragile lo è dalla nascita, e non perché magari non regge più la pressione di dover “performare” sui social (una dipendenza anche quella, tra l’altro).

La seconda ragione per cui mi fa ribrezzo la chiamata di certa sinistra alla superiorità morale “perché noi non siamo la Bestia” è che proprio grazie al sistematico avvelenamento dei pozzi, Luca Morisi e la sua Bestia hanno reso opachi i confini tra lo scontro leale con un avversario e la guerra scorretta, combattuta giocando sporco. Nessuno chiama spacciatore Morisi prima di un’eventuale condanna, nessuno invoca per lui il carcere, nessuno infierisce su un debole, che parte da una situazione di svantaggio, nessuno strumentalizza la vicenda estendendola a tutta la destra, reputando Morisi simbolo del degrado morale della Lega. Se la sinistra non è più in grado di distinguere la Bestia dal lecito, aspro dibattito che il caso Morisi deve suscitare, allora Morisi ha fatto bene il suo lavoro, con effetti più durevoli della sua sopravvivenza. Se la sinistra non comprende la differenza tra il giudicare la vita privata di una persona e il considerare una questione politica il fatto che il braccio destro di Salvini abbia impostato tutta la sua propaganda chiedendo la ghigliottina per chi vive come lui, allora Houston abbiamo un problema.

Io non faccio sconti a Morisi, e non si tratta di festeggiare sul suo cadavere. Gli concedo tutto il dovuto garantismo per l’aspetto penale della vicenda e l’assoluta indifferenza, dal punto di vista morale, per droghe consumate e compagnie frequentate. Sottolineo però la sua imbarazzante, viscida incoerenza. E non dimentico le conseguenze dolorose e crudeli delle sue campagne d’odio su avversari grandi e piccoli, seppelliti da insulti e minacce, trattati con la spietatezza del cecchino consumato. Non dimentico con quanta assenza di scrupoli ha sbattuto mio figlio quindicenne sui social della Lega, permettendo che venisse insultato e minacciato, insieme a me. Non dimentico la vergognosa campagna contro Laura Boldrini, contro Ilaria Cucchi, Michela Murgia e tutte le altre innumerevoli vittime dei suoi pestaggi per niente virtuali. Per cui io le sue scuse fatte per l’unica cosa per cui non doveva scusarsi non solo non le voglio, ma non mi faccio fregare. No, il problema di Morisi non è la droga consumata in casa, ma la propaganda drogata che ha venduto per anni, intossicandoci tutti.

 

Lsd e il vecchio dibattito sugli effetti nello sport di questo tipo di sostanze

La recente squalifica della velocista olandese Petronella Pypelinckx, risultata positiva all’Lsd, ha reso attuale il vecchio dibattito sugli effetti delle sostanze psichedeliche in ambito sportivo. I composti psichedelici (Lsd, mescalina, psilocibina e dimetiltriptamina) modificano la percezione della realtà, le sensazioni, e lo scorrere del tempo, con un effetto di espansione della coscienza e di amplificazione emotiva fino all’estasi mistica. Secondo la letteratura scientifica, le sostanze psichedeliche non sono in grado di determinare un miglioramento evidente delle prestazioni fisiche, ma il loro consumo tra gli atleti è una pratica attestata da ricerche specifiche. Un libro di prossima pubblicazione, scritto dal giornalista americano Edgar Neutra e intitolato Petronella’s Trip (“Il viaggio di Petronella”), descrive la cultura nascosta dell’uso di Lsd tra gli atleti professionisti, oggi agevolato dall’evoluzione della sensibilità collettiva riguardo ad alcuni tipi di sostanze chimiche. Neutra ha parlato con numerosi atleti di resistenza: sostengono di fare uso di Lsd per rilassarsi dopo allenamenti particolarmente impegnativi, e concordano nel descrivere i benefici in termini di riduzione dell’ansia e dello stress. NEUTRA: “Diventano indifferenti al compito da svolgere. Qualsiasi ansia relativa al sentirsi osservati da migliaia o milioni di persone, alle loro carriere in gioco, o al rientro dopo un precedente infortunio: tutto svanisce.” Benché non rientrino nella lista delle sostanze proibite dalla Agenzia mondiale antidoping (Wada), gli psichedelici sono illegali nella maggior parte del mondo dal 1971, in seguito a una risoluzione dell’Onu; ma dato che sono fisiologicamente sicuri, non danno dipendenza, e i loro effetti sono simili a quelli del sogno, gli psichedelici sono legali in diverse città americane, per esempio a Denver. NEUTRA: “Tutti i test delle performance fisiche dimostrano che Lsd non le migliora. Tuttavia non si può escludere che qualche beneficio oggettivo possa verificarsi in certi sport. Nei 100 e 200 metri, sport dove ogni centesimo di secondo ha un’importanza cruciale, il senso di dilatazione temporale indotto dall’Lsd potrebbe far correre l’atleta come in un altro spazio-tempo, dove i suoi concorrenti sembrano muoversi al rallentatore. Nel tiro con l’arco, l’Lsd può facilitare la vittoria inducendo nell’atleta la sensazione zen di essere contemporaneamente freccia, arco e bersaglio. Nel lancio del peso, Lsd potrebbe aiutare l’atleta a lanciare il peso più lontano, se l’allucinazione glielo fa percepire leggero come una bolla di sapone. Il ginnasta ritmico, d’altra parte, potrebbe eseguire numeri impressionanti se convinto dall’Lsd di essere un quartetto d’archi. Idem il ciclista che, in preda a un’allucinazione, creda di essere la rivalità di Bartali e Coppi.” Altre ricerche indagano sugli esperimenti del progetto MK-ULTRA, il programma illegale attuato dalla Cia dagli anni 50 agli anni 70 usando Lsd su soggetti inconsapevoli: uno di questi, l’atleta canadese Vance Vandenberg, si convinse di poter volare, e in una gara di salto in alto superò di 3 metri l’asticella posta a 2 metri. Da fermo, senza rincorsa, semplicemente agitando le braccia e dimenando i lombi. I giudici di gara non furono in grado di convalidare il suo record: sparirono misteriosamente subito dopo, insieme con Vandenberg, i fotografi e ogni materiale filmato. Sei mesi più tardi, inoltre, nessuno dei 1500 spettatori che avevano assistito all’exploit risultava in grado di rispondere al telefono. (Liberate Assange!)

 

La deforestazione porterà nuovi virus

Alcuni silenziosi ricercatori stanno cercando di individuare nuovi virus a potenzialità pandemica. Le minacce arrivano dalla natura ma sono spesso favorite da usi e costumi dei popoli e dai profondi mutamenti dovuti alla deforestazione, che sposta specie animali selvatiche verso aree e villaggi rurali in contatto con gli allevamenti e le popolazioni locali, mentre allo stesso tempo apre il territorio all’arrivo di specie più adatte a una savana semi arida, compresi i roditori, e, di conseguenza, ai microrganismi (batteri, virus e miceti) che questi albergano normalmente. Il dramma potenzialmente più pericoloso si sta realizzando in Amazzonia e in tutte le foreste pluviali. Ogni specie animale (compreso l’uomo) alberga microrganismi con i quali convive, spesso tranquillamente. Quando questi raggiungono altre specie, possono trasformarsi in patogeni letali e provocare epidemie e pandemie. È avvenuto già un paio di volte negli ultimi anni con il virus Nipah trasmesso dai pipistrelli in Malesia, Singapore e nel sud e nel sud-est asiatico, e con Ebola, un virus di cui si hanno periodicamente epidemie nell’Africa centro-orientale. Proviene dai pipistrelli degli alberi da frutta. Abbattuti gli alberi, bruciata la foresta, hanno colonizzato i villaggi. Come evitare che ciò avvenga? La risposta è complessa. Chi, come me, è stata in Congo durante l’ultima epidemia di Ebola, sa quanto sia difficile spiegare alla popolazione la pericolosità dei loro riti funebri. I parenti del defunto si sdraiano sul morto e addirittura, in alcuni villaggi, ne bevono il sangue. Non è meno difficile spiegare i danni della deforestazione ai popoli dell’Amazzonia sfamati da ricchi proprietari terrieri senza scrupolo che sfruttano le piantagioni. Non ci meraviglieremmo se il Parlamento europeo ratificasse un trattato di libero scambio Eu-Mercosur che rappresenterebbe un diretto sostegno alla distruzione dell’Amazzonia. Le liberalizzazioni riguarderebbero, oltre ai dazi, le regole su pesticidi e Ogm. Questi accordi non faranno altro che aumentare la deforestazione e l’invasione delle zone abitate da parte degli animali selvatici e dei loro virus.

 

Riforma Mes subito alle Camere: lo chiede l’Europa

Certo, per i renziani il nostro Mes è Mario Draghi, come scandì estasiato Davide Faraone in Parlamento, spiegando perché Italia Viva non considerava più necessario accedere alla “linea di credito pandemica” dell’ex fondo salva-Stati. Alla Commissione Ue, però, non basta il nuovo premier e vuole anche il nuovo Mes: la riforma del Meccanismo europeo di stabilità va approvata entro l’anno. L’apposito pizzino è stato consegnato ieri a mezzo stampa: “Abbiamo ricevuto assicurazioni nel novembre scorso (sulla ratifica entro il 2021, ndr) e continuiamo a considerarle valide, non abbiamo informazioni contrarie”, ha fatto sapere il solito, anonimo, alto funzionario Ue alle agenzie. In realtà le rassicurazioni sono ancora più recenti: il ministro dell’Economia Daniele Franco ha ribadito quell’impegno all’Ecofin informale dell’11 settembre in Slovenia. Nel governo dubbi non ce ne sono: al Tesoro confermano al Fatto che la legge di ratifica della riforma del Mes arriverà in Parlamento a breve, nelle stesse settimane della legge di Bilancio, anche perché l’operatività della nuova istituzione parte proprio dal 1° gennaio 2022 (e comunque, aggiungeremmo malignamente, meglio prima dell’elezione del capo dello Stato che potrebbe portare a elezioni anticipate).

Ovviamente non ci sono problemi di numeri: il M5S, che era contrario, pur perdendo pezzi per strada l’ha poi votata in Parlamento regnante Giuseppe Conte (il premier che l’ha contrattata in sede Ue). Forza Italia sul tema ha già fatto più di una capriola, esplicitamente contrari sono solo Fratelli d’Italia, che è all’opposizione, e la Lega, particolarmente veemente ai tempi dei “giallorosa” e che oggi non vorrà impiccarsi a questo tema (peraltro i ministri del Carroccio voteranno il ddl in Consiglio dei ministri).

Insomma, una riforma su cui si versarono fiumi di inchiostro e parole di fuoco passerà probabilmente in carrozza alle Camere. Anche fosse così, il nuovo Mes – dopo la pandemia, il Recovery Plan, l’intervento della Bce – pare anche più vecchio di quando fu ideato: un ente intergovernativo, mentre molti Stati ormai chiedono l’emissione di debito comune, che ha dato pessima prova di sé e pretende di fare coi Paesi Ue quello che il Fondo monetario fa con quelli in via di sviluppo.

La novità principale – a parte la funzione di backstop per le banche in crisi (70 miliardi: cifra inutile per le piccole, insufficiente per le grandi) – è nei fatti la creazione di una cortina di ferro finanziaria attorno ai Paesi in crisi pensata – la prima proposta è del dicembre 2017 – soprattutto per togliere capacità negoziale all’Italia a rischio di vittoria “populista” alle elezioni. Il nuovo Meccanismo europeo di stabilità potrà infatti, mentre mostra la strada del default parziale e dell’austerità a un Paese europeo malmesso e sotto attacco dei mercati, concedere prestiti precauzionali a Paesi colpiti da choc esogeni il cui debito è “sostenibile” (a parere dello stesso Mes, sentita la Commissione Ue) e che rispettino i requisiti del Patto di Stabilità (deficit, debito, etc). Questa è la vera novità della riforma: “Una rete di sicurezza per evitare il contagio rispetto al Paese costretto a ristrutturare”, la definì Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui conti pubblici, cioè la cortina di ferro attorno all’Italia.

Sale la crescita, ma il governo tiene il tesoretto: segnale all’Ue

La sintesi, a grandi linee, è questa: l’economia italiana è in netta ripresa dopo il disastro del Covid, un rimbalzo che ha stupito perfino il governo. Questo apre uno spazio di bilancio, che però l’esecutivo Draghi sfrutterà solo a metà, lanciando un messaggio alla Commissione Ue in vista della revisione delle regole fiscali. Alla fine del triennio, il deficit calerà di quasi 6 punti. Insomma, niente grandi spese a debito: perfino l’impatto del Piano di ripresa (Pnrr) è stato spostato più avanti.

Ieri il governo ha approvato la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che fa da base alla legge di Bilancio. Il Pil quest’anno salirà del 6% “dal 4,5 ipotizzato nel Def in aprile”, una revisione al rialzo vista poche volte negli ultimi lustri. Il deficit pubblico torna sotto il 10% (al 9,4% dall’11,8 stimato mesi fa). Nel 2022 sarà al 5,6%, per scendere al 3,9 nel 2023 e avvicinarsi al 3 nel 2024 (3,3%). Il più alto livello di Pil e il minor disavanzo fanno anche sì che il rapporto debito/Pil non salga ancora quest’anno: si scende al 153,5% dal 155,6% nel 2020 e calerà fino al 146,1% nel 2024 per tornare ai livelli 2019 nel 2030.

I numeri delineano un quadro chiaro. Il rimbalzo del Pil segue lo sprofondo del 2020 causato dalla pandemia (-9%, uno dei peggiori dati dell’Eurozona). Si tratta, insomma, di un rimbalzo tecnico, ma superiore alle previsioni: l’Italia a fine anno avrà recuperato due terzi del crollo e tornerà ai livelli pre-Covid a metà 2022. “Va però recuperata anche la mancata crescita rispetto al 2019 – ha spiegato il ministro dell’Economia Daniele Franco – e si può prevedere che tale condizione sarà soddisfatta a partire dal 2024”, quando inizierà la stretta fiscale vera e propria. Vale la pena ricordare che il Pil resterà anche allora tre punti sotto il picco del 2007, prima della crisi finanziaria innescata dai subprime americani.

Questa dinamica apre uno spazio di bilancio. Il disavanzo (rispetto al Pil) quest’anno sarà inferiore di quasi 50 miliardi alle previsioni, ma solo una parte verrà impiegata. Per la precisione, lo scarto tra lo scenario senza intervento e quello che include la prossima manovra di bilancio è pari a 1,2 punti di Pil, circa 22 miliardi. È questo il contentino che Draghi &C. lasciano ai partiti: “Il dibattito sarà vivace, ma questa è la cornice”, scherza Franco. Non è molto visto che in ballo ci sono la riforma degli ammortizzatori sociali e la delega fiscale. E più o meno 20 miliardi sarà lo spazio di manovra annuale nell’arco del triennio.

Nei prossimi due anni la politica di bilancio, insomma, resterà espansiva, sfruttando la maggior crescita per ridurre il deficit e rientrare nei parametri di Maastricht dal 2024. “Il debito pubblico – ha detto ieri Draghi – è in lieve discesa: è la prima conferma che dal problema dell’alto debito si esce prima di tutto con la crescita”. È toccato a un premier tecnico ribadire un concetto banale, ma sparito dai radar nell’ultimo decennio quando uno zero virgola di deficit in più provocava terremoti.

Il problema è che il governo decide di non sfruttare a pieno gli spazi che si aprono. Al netto del segnale a Bruxelles (“la credibilità è vitale per l’economia”, spiega Draghi, anche se “le regole dovranno cambiare”) a guardare i documenti la scelta si spiega con un dato tecnico: il vero balzo rispetto alle stime è sul 2021 (aiutato da un forte aumento dell’inflazione) poi la crescita resta la stessa delle previsioni di aprile e si riduce al 4,7% del 2022, al 2,8% nel 2023 e all’1,9% nel 2024. Gli investimenti pubblici, seppur in forte crescita, non vengono ulteriormente potenziati. Nella Nadef, il Tesoro ammette che il grosso dei fondi “aggiuntivi” del Pnrr non saranno spesi quest’anno e nemmeno nei prossimi: il governo ha contrattato con la Commissione “uno spostamento dei flussi di spesa dal primo triennio al secondo”. Tradotto: il Pnrr per ora è soprattutto riforme, avrà un impatto serio sulla crescita solo dal 2024, quando il deficit sarà calato vistosamente. Insomma, un po’ di respiro per un biennio, poi si torna alla normalità.

Ora parte il cantiere della manovra. La settimana prossima tocca alla delega fiscale, fermata dalla riforma del catasto, invisa soprattutto al centrodestra. Draghi ieri ha spiegato che le rendite catastali, ferme da 40 anni, saranno riviste, ma “senza aumentare le tasse”. Un’uscita che, spiegano fonti di governo, si traduce così: l’esecutivo farà il quadro aggiornato delle rendite poi sarà un successivo intervento (e un futuro governo), se vorrà, a utilizzarle per raddrizzare un’imposizione squilibrata.

Idrocarburi, il piano delle aree è senza intesa. “Da domani si potrebbe tornare a trivellare”

“Incredibile – dice un parlamentare nella serata di ieri – al ministero della Transizione ecologica pare non stesse lavorando nessuno oggi”. Telefonate a vuoto, rimbalzo di centralini e di uffici. Non c’è modo di sapere cosa accadrà al Pitesai, il Piano per la Transizione energetica sostenibile delle Aree idonee, neanche se sei un parlamentare della Repubblica. Oggi scade la moratoria per gli iter di ricerca e prospezione per gli idrocarburi, fermi ormai da due anni, e non si sa ancora se i petrolieri potranno riprendere a cercare gas e petrolio tranquillamente o se dovranno quanto meno controllare che i loro permessi non ricadano in zone interdette dal nuovo piano o in zone per le quali bisognerà effettuare una ulteriore analisi di costi-benefici.

La bozza pubblicata il mese scorso aveva suscitato più di una perplessità da parte delle associazioni e degli ambientalisti: fotografava di fatto l’esistente, vietava l’apertura di nuove aree minerarie in mare ma salvaguardava il gas e apriva finanche spiragli – seppur teorici – per i sistemi Ccs, carbon capture storage, che consistono nel re-iniettare l’anidride carbonica (nella produzione di idrogeno) nel sottosuolo delle piattaforme dismesse.

La data della sua approvazione era stata faticosamente allungata fino a oggi, dopo anni di stasi e almeno altre due proroghe. A quanto risulta al Fatto, oggi dal ministero qualcosa vedrà la luce ma molto probabilmente non si tratterà del piano intero, così come previsto dal decreto del 2018 che lo introduce. Se infatti la parte delle ricerche in mare (24 istanze di permesso di ricerca e una di concessione di coltivazione) necessita solo di una Valutazione ambientale strategica, i cui tempi dipendono dal Mite, l’approvazione della parte di terraferma (59 istanze di permesso di ricerca), invece, avrebbe dovuto avere anche l’intesa della conferenza unificata che, però, non ha mai neanche messo all’ordine del giorno al questione. “Ora – spiega Enzo Di Salvatore, professore di diritto costituzionale e uno dei volti del coordinamento No Triv – se venisse pubblicata solo la bozza del piano in attesa di un conseguimento dell’intesa fuori tempo massimo, le compagnie petrolifere sarebbero comunque legittimate a proseguire con le attività di ricerca perché il termine è scaduto. Non si può fare a meno dell’intesa delle Regioni: al contrario, il piano sarebbe in caso sicuramente illegittimo”.