Decàde perché ha solo la 3ª media, Fontana lo fa consulente per la psichiatria in carcere

Il tribunale ti accompagna alla porta, ma Attilio Fontana ti fa rientrare dalla finestra. In Regione Lombardia funziona così. La prova è la nomina di Carlo Lio a consulente del presidente per il “Monitoraggio e studio di percorsi di accompagnamento, in raccordo con le Aziende sanitarie, per la gestione delle problematiche psichiatriche nelle carceri lombarde”, del 27 settembre. Incarico non retribuito, ma con rimborso spese. Compito non semplice, per il quale il comune mortale sarebbe portato a pensare che Lio sia uno psicologo, un giurista, al limite un medico. Supposizioni errate: si tratta infatti dell’ex difensore civico regionale, eletto a maggio del 2017 e dichiarato decaduto dal Consiglio di Stato a maggio 2021, perché non in possesso di “un titolo di studio adeguato”. Nel cv, infatti, Lio alla voce “titolo di studio”, può vantare solo la licenza media. Più corposa invece la voce incarichi politici: già sindaco forzista di Cinisello Balsamo, è stato assessore regionale alla Casa, alle Opere pubbliche e alla Protezione civile sotto Roberto Formigoni.

Preparazione culturale a parte, Lio, nei suoi quattro anni da difensore civico non ha certo brillato: nel 2019 finisce sotto inchiesta per abuso d’ufficio, perché avrebbe agito oltre i suoi poteri, pur di mantenere in vita la giunta comunale di Legnano (quando, cioè, si dimise la maggior parte dei consiglieri, ma non si andò a votare, grazie alla possibilità di “surroga” dei consiglieri concessa da Lio ai partiti di maggioranza). Per quell’inchiesta Lio fu archiviato, ma scriveva la pm Nadia Calcaterra nel provvedimento: “Le risultanze probatorie inducono a ritenere che l’agire del Difensore Civico Regionale non sia stato ispirato ai canoni di imparzialità e legalità, e nemmeno al riparo da pressioni esterne, ma diretto deliberatamente a favorire l’amministrazione legnanese di centrodestra impedendone la caduta”. “I temi delle deleghe assegnate al Signor Carlo Lio ci appaiono di estrema importanza e delicatezza”, dicono i consiglieri Niccolò Carretta (Azione) ed Elisabetta Strada (Lombardi Civici Europeisti), “Questa nuova nomina ci pare inopportuna: leggendo la parte in cui la delibera scrive letteralmente del Signor Lio ‘di avvalersi dell’apporto di una professionalità di eminente rilievo per il supporto al Presidente della Giunta regionale’, ci chiediamo quali siano le competenze e la formazione tali da farlo ritenere una ‘eminente professionalità’”.

Mottarone: operaio denunciò problemi (e perse il posto)

Minacciato di licenziamento dopo avere segnalato nel 2019 problemi di funzionamento della funivia del Mottarone. È quanto ha riferito un ex dipendente, Stefano Carlo Gandini, ai carabinieri di Verbania che indagano sulla sciagura costata la vita a 14 persone. Gandini, che si è licenziato prima di esser mandato via, era talmente preoccupato della reazione del suo superiore, Gabriele Tadini (difeso dall’avvocato Marcello Perillo), che cominciò a registrarne le conversazioni. Soprattutto dopo che il capo servizio propose di far andare l’impianto con i forchettoni bloccafreni: questo stesso sistema, usato il giorno della strage, ha impedito l’attivazione del blocco d’emergenza dopo la rottura della fune traente. Le nuove prove sono state prodotte dal pm Olimpia Bossi durante l’udienza al tribunale del Riesame di Torino, in cui è stato discusso il suo appello contro la scarcerazione del direttore d’esercizio Enrico Perocchio e del proprietario dell’impianto Luigi Nerini (assistiti dagli avvocati Andrea Da Prato e Pasquale Pantano).

Semestrale 2021, Seif aumenta l’utile e i ricavi

Il cda della Società Editoriale Il Fatto Spa, che edita tra le altre cose Il Fatto Quotidiano, ha approvato ieri la relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2021 facendo registrare numeri positivi e in aumento rispetto allo stesso periodo del 2020: senza entrare troppo nei dettagli, va registrato l’utile netto a 504 mila euro (era a 73 mila un anno fa) e il valore della produzione pari a 20,2 milioni (+2,2%). A questo proposito, il settore editoria – che rappresenta il 75% dei ricavi – fa segnare un +10,5% rispetto al 2020, mentre quelli del “settore media content”, in sostanza le produzioni tv, “sono diminuiti dell’8,70% dimostrando di aver recuperato quasi totalmente la mancanza dei ricavi provenienti dal format ‘Sono Le Venti’ prodotto a Milano per l’intero primo semestre 2020”. Bene anche la crescita della pubblicità (+18,1%, soprattutto grazie al web, e il 13% dei ricavi totali). La posizione finanziaria netta è negativa per circa 3 milioni: di fatto quasi tutti riferibili a un prestito di Unicredit da 2,5 milioni “acceso nel giugno 2020 e destinato agli investimenti”.

“A sei mesi dal vaccino il 99% dei sanitari è ancora protetto”

A sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale con Pfizer solo lo 0,4% di quasi 2.200 operatori sanitari dell’Ospedale Niguarda di Milano è stato infettato, mentre il 99% presenta un buon livello di anticorpi: la protezione indotta dal vaccino continua a essere alta. La conferma arriva dalla terza fase dello studio “Renaissance”, primo in Italia (e tra i più ampi in Europa) per valutare la risposta immunitaria alla vaccinazione contro il Covid-19. Anche con le prime due analisi sierologiche, effettuate dopo 14 giorni e dopo tre mesi dalla seconda somministrazione, era stata osservata una risposta anticorpale nel 99% degli operatori.

Resta da verificare la reazione del sistema immunitario a distanza di dodici mesi, con una analisi che sarà effettuata in febbraio. Tutti i 2.179 partecipanti alla ricerca hanno infatti completato il ciclo con Pfizer tra gennaio e febbraio. “È importante sottolineare che il 4% ha ancora titoli anticorpali altissimi – spiega Francesco Scaglione, direttore del laboratorio di Analisi chimiche e microbiologia del Niguarda –. Il 51% aveva una storia di Covid-19 prima della vaccinazione, mentre il 45% non è mai entrato in contatto con il virus”. Pochissimi (l’1%) non hanno manifestato una risposta immunitaria rilevabile, alcuni fin dall’inizio. Ma va detto che tra i soggetti nei quali non c’è stata alcuna reazione ci sono anche persone che si trovano in una condizione clinica di immunodepressione. I risultati del Niguarda di fatto collimano con i più recenti dati dell’Istituto superiore di Sanità (aggiornati al 13 settembre) sull’impatto della campagna vaccinale sugli operatori del sistema sanitario. Da gennaio si è assistito a una progressiva diminuzione dei casi di contagio, che oggi sono pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Negli ultimi trenta giorni gli operatori della sanità infettati sono stati 1.600, un numero contenuto.

La ricerca del Niguarda mostra una riduzione nell’arco dei sei mesi del livello di anticorpi. Riduzione che è più veloce nei primi tre mesi e più lenta e graduale nel periodo successivo. In particolare, l’86% del campione ha mostrato di possedere a sei mesi di distanza anticorpi inferiori a mille Bau (l’unità di misura internazionale del titolo anticorpale), il 6% si è collocato tra 1.000 e 1.500, il 3% tra 1.500 e 2.000. Poi, anche se in misura minore, c’è chi ha ancora un livello altissimo.

Ma è proprio sulla reazione immunitaria che resta aperto il dibattito nella comunità scientifica. “Ancora – dice Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei medici – non siamo riusciti ad appurare se l’analisi sierologica sia predittiva e possa dirci qualcosa di più, come avviene per esempio con altre infezioni come la toxoplasmosi nelle donne in stato di gravidanza: in questo caso l’esame ci permette di capire se la malattia può svilupparsi. Dobbiamo ancora verificare se lo stesso meccanismo si può ripetere con il vaccino”. Per questo, secondo Anelli, la terza dose, che funziona come richiamo per aumentare la risposta del sistema immunitario, deve essere considerata una misura prudenziale, di fronte alla mancanza, ancora, di evidenze scientifiche certe. “L’immunità cellulo-mediata funziona – spiega Anelli –. È la memoria del nostro organismo, che quando entra a contatto con il virus produce gli anticorpi”.

Antinfluenzale e 3ª dose: le Regioni aspettano l’Aifa

Sono i medici di famiglia e le Regioni, almeno alcune, su tutte il Lazio, a premere perché il ministero della Salute dia subito il via libera alla somministrazione congiunta, simultanea, delle terze dosi dei vaccini anti-Covid e di quelli contro il virus influenzale stagionale. Le due campagne riguardano in larga parte la stessa popolazione – pazienti immunodepressi ultrafragili e anziani sopra gli 80 anni – e quindi dal punto di vista organizzativo fare le due iniezioni insieme facilita le cose. Ci si dovrebbe arrivare entro questa settimana, come anticipato da La Stampa, ma è necessario un intervento dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco, sulla scheda tecnica dei vaccini a mRna Pfizer/Biontech e Moderna infatti questa possibilità al momento non è prevista.

La modificheranno in base a dati che non conosciamo ancora, certamente parziali e non contenuti in veri e propri studi, tuttavia ritenuti rassicuranti. Nei casi in cui è già stata fatta la vaccinazione simultanea non avrebbe dato particolari reazioni avverse. È la soluzione già raccomandata da Anthony Fauci negli Stati Uniti, adottata in Gran Bretagna e suggerita in Germania dal Comitato per le vaccinazioni (Stiko).

Il ministero è stato un po’ tirato per la giacchetta. Quest’anno, diversamente dal passato, le Regioni iniziano le vaccinazioni antinfluenzali molto presto, nel Lazio l’assessore Alessio D’Amato conta di cominciare già lunedì prossimo. Già lo scorso autunno, quando i vaccini anti-Covid non c’erano ancora, la campagna vaccinale contro l’influenza aveva assunto centralità strategica perché l’obiettivo era ridurre, per quanto possibile, le sintomatologie respiratorie che potevano confondersi con il Covid-19. Il risultato è stato un aumento da 10 a oltre 14 milioni della popolazione vaccinata contro l’influenza stagionale, quest’anno le dosi acquistate dalle Regioni sono 19 milioni. “Le vaccinazioni anti Covid e influenza vanno almeno proposte assieme, poi da un punto di vista logistico-organizzativo è una questione che va maggiormente gestita a livello di dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie territoriali”, ha detto il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, in una pausa del “Meet in Italy for Life Sciences” in corso a Genova.

Al momento la somministrazione della terza dose è iniziata per gli immunodepressi (circa 3 milioni), dal 15 ottobre si partirà con gli over 80 (4,2 milioni) e gli ospiti delle Rsa; non prima di gennaio toccherà agli operatori sanitari, a partire dai 400 mila considerati i più esposti al contagio. Locatelli ha anche detto che per “i soggetti sani e giovani è tutto fuorché scontato che si debba andare verso una terza dose”, mentre ritiene più urgente estendere le vaccinazioni ai Paesi a basso e medio reddito come si sta facendo con vari programmi articolati di donazioni dopo il no di Usa e Ue alla sospensione dei brevetti.

Benefici ai boss, De Raho avverte: “Il mafioso resta sempre tale”

Al via in commissione Giustizia della Camera le audizioni sulle modifiche di legge che riguardano le modalità per i detenuti con ergastolo ostativo per accedere a benefici e libertà condizionata dopo almeno 26 anni di carcere. Ieri sono stati sentiti i vertici dell’Anm e il procuratore nazionale antimafia e anti terrorismo Federico Cafiero de Raho, che ha trovato “condivisibili” molti punti dei ddl di M5S e di FdI.

L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario nega la libertà condizionata ai detenuti con ergastolo ostativo, mafiosi e terroristi, se non hanno collaborato, anche se hanno già scontato i necessari 26 anni di carcere. Stesso principio valeva per i permessi premio fino alla fine del 2019, quando la Corte costituzionale ha dato il via libera ai permessi, anche se il giudice di Sorveglianza deve seguire dei criteri precisi. Invece, per la libertà condizionata, la Corte ha deciso ad aprile che deve essere il Parlamento a legiferare entro maggio 2022. Ora in commissione Giustizia si cerca l’intesa per una modifica del 4 bis che non faccia uscire dal carcere mafiosi operativi. Cafiero de Raho ha espresso “apprezzamento per l’intervento che mira a dare una disciplina che consenta di valutare di volta in volta che il detenuto non sia ancora mafioso” perché, “bisogna ricordare che non si esce da un’associazione mafiosa. Un mafioso resta mafioso”. E quindi “ci deve essere la prova che i collegamenti” con la cosca “siano cessati”. Invece il ddl della deputata dem, Bruno Bossio, “lascia al giudice una discrezionalità illimitata nell’individuazione dei confini entro i quali concedere i benefici”.

“Aumenterà l’intasamento dei tribunali”

“Esiste un rischio di intasamento, certo, soprattutto perché i giudici per le indagini preliminari avranno un nuovo importante carico di lavoro. Al netto di questo, trovo paradossale che a fronte di una criminalità informatica sempre più invasiva, hacker, accessi abusivi a banche dati e a informazioni sensibili, a preoccupare, in tema di compressione dei diritti, sia l’attività dei pubblici ministeri. Ma il clima è questo, c’è poco da fare”.

Francesco Cozzi, fresco di pensione, ha lasciato da pochi mesi il ruolo di procuratore di Genova. Il suo volto è diventato noto in tutta Italia per aver condotto le indagini sulla strage del Ponte Morandi. Al centro dell’intervista c’è il decreto legge che da oggi introdurrà nuovi limiti sui tabulati telefonici: il pm non potrà più disporne l’acquisizione di iniziativa (se non d’urgenza, formula che comunque richiederà la successiva autorizzazione del gip) e lo strumento non potrà essere usato per reati puniti sotto ai tre anni. C’è poi un capitolo che riguarda i processi in corso, che richiederanno una sorta di autorizzazione a posteriori.

Che effetto avrà questo decreto?

Creerà un po’ di ingolfamento.

Non è un paradosso, nel momento in cui si parla di velocizzare la giustizia?

Chi sostiene questa proposta fa notare che è in gioco la tutela dei diritti. A monte di questo provvedimento c’è una sentenza europea, di cui si è discusso se fosse applicabile immediatamente o se avesse bisogno di una legge. Adesso la legge c’è. Si è deciso di vietare l’acquisizione di tabulati telefonici per reati puniti sotto ai tre anni, a eccezione delle molestie. In ogni caso per i reati più gravi che necessitano di accertamenti urgenti il pm potrà disporli d’urgenza.

Ci sono indagini che non si potranno più fare?

In casi di guida in stato d’ebbrezza mi è capitato di accertare chi fosse al volante grazie ai tabulati. Questo non si potrà più fare.

Faceva riferimento a un clima generale. A cosa si riferisce?

Di certo non hanno giovato negli ultimi tempi vicende poco edificanti, che hanno sconcertato l’opinione pubblica, dal caso Palamara agli scontri interni alla Procura di Milano. Rilevo tuttavia un clima di sfiducia generalizzato nei confronti dei magistrati, diffuso anche fra alcuni organi di stampa e autorevoli osservatori. A leggere Sansonetti esiste un partito dei pm che perseguirebbe non si capisce quali disegni oscuri.

Cosa pensa delle nuove limitazioni dei rapporti tra Procure e media?

Che quel testo dice cose ovvie: nessuno di noi si è mai sognato di dire che un indagato è già colpevole. Semmai il vero problema sono i social, dove imperversano odio, fake news e giudizi scarsamente argomentati.

“Sugli indagati eccellenti si farà silenzio”

Marco Grasso

“Il rischio è che ci si trovi di fronte a una limitazione del diritto di cronaca giudiziaria. Se si fissano ulteriori paletti alla facoltà di una Procura di informare i media, su inchieste anche importanti, l’effetto potrebbe essere una selezione delle notizie, basato su un criterio di opportunità. Una china pericolosa: potrebbero non essere più diffuse notizie su indagati eccellenti, per evitare censure e sanzioni, trincerandosi dietro la carenza di interesse pubblico, che potrebbe esser individuato in indagini meno importanti, ma riguardanti comuni cittadini che danno meno problemi”. Caterina Malavenda, avvocato, è tra i massimi esperti di diritto dell’informazione. Ha letto la bozza in discussione alla commissione Giustizia sul “rafforzamento delle norme in difesa del principio di non colpevolezza”.

Siamo di fronte a una nuova “legge bavaglio”?

Di certo è un tassello che segna un’ennesima chiusura sull’informazione giudiziaria. Ogni norma che restringe la circolazione delle informazioni, tutelata dalla Convenzione europea come bene primario, la pregiudica in modo massivo.

Ce lo chiedeva davvero l’Europa?

Non mi sembra. La bozza pare andare al di là della cornice europea. La normativa comunitaria riguardava, per ciò che qui interessa, due temi: le dichiarazioni pubbliche delle autorità pubbliche coinvolte in un procedimento penale, che devono essere limitate alle situazioni di stretta necessità e a temi di interesse pubblico, nel rispetto della presunzione di innocenza; e la necessità che quelle stesse autorità forniscano ai media informazioni che non pregiudichino questa presunzione. La bozza in discussione alla Camera ne introduce un terzo, che l’Ue non ci aveva chiesto, limitando ulteriormente i rapporti tra magistratura e stampa.

Queste limitazioni sono introdotte a tutela della presunzione d’innocenza.

In questo è un provvedimento superfluo, pleonastico. La presunzione di non colpevolezza è già garantita da una norma di rango costituzionale. Che un indagato non sia colpevole e che un avviso di garanzia non equivalga a una condanna definitiva sono dati direi abbastanza noti. Il problema semmai è sociale e culturale, sta nell’occhio di chi legge, più che nelle parole di chi scrive. Gli abusi dei media vanno sanzionati. Ma limitare le informazioni non aiuta. Anzi.

Cosa intende?

Il rischio è che, stringendo le maglie delle informazioni sui procedimenti penali, si ritorni alla fonte confidenziale, alla soffiata, all’atto sottobanco. Mezzi che danno una visione parziale che è quella voluta dalla fonte, mai disinteressata. Specie nella fase delle indagini preliminari, dove gli atti sono spesso coperti dal segreto investigativo.

La nuova legge bavaglio. Lega le mani a cronisti e pm

La nuova legge bavaglio silenzia i giornalisti, ammutolisce i magistrati e toglie loro strumenti d’indagine. Sono gli effetti dello schema di decreto legislativo sulla presunzione d’innocenza, approvato dal Consiglio dei ministri il 5 agosto 2021 e sviluppato in sei articoli. Titolo: “Disposizioni per il compiuto adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni della direttiva (Ue) 2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”.

Ce lo chiede l’Europa, ci ripetono come al solito: in realtà in Italia la presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva è già scolpita nella Costituzione (all’estero è perlopiù limitata al primo grado) e assicurata dalle garanzie processuali scritte nei codici. I sei articoli del nuovo schema introducono invece norme che indeboliscono i magistrati che svolgono le indagini e imbavagliano la stampa.

Settimana prossima il decreto sarà votato in commissione Giustizia, alla Camera, che in questi giorni sta procedendo ad alcune audizioni. Non si sono presentati due degli organismi che erano stati convocati, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti: “Non siamo pronti, non ne abbiamo ancora discusso, non siamo riusciti ad approfondirne i temi”, si sono giustificati i vertici di Ordine e Federazione. Più reattivi i magistrati e i vertici dell’Anm (l’Associazione nazionale magistrati), che stanno denunciando le limitazioni e le incongruenze che il decreto introdurrebbe nell’ordinamento italiano.

Il primo articolo del decreto fissa il tema: “Disposizioni integrative per il rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza delle persone fisiche sottoposte a indagini o imputate in un procedimento penale”, in attuazione “della direttiva dell’Unione europea 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”.

Non colpevoli. L’articolo 2 mette i primi paletti e impone i primi divieti. “È fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”. I magistrati non devono dunque indicare come colpevoli i loro indagati prima che arrivi una condanna definitiva. E potranno essere messi in croce dai loro indagati, che avranno il “diritto di richiedere all’autorità pubblica la rettifica della dichiarazione resa” (che dovrà essere data “immediatamente e, comunque, non oltre quarantotto ore dalla ricezione della richiesta, dandone avviso all’interessato”; in caso contrario l’indagato potrà chiedere l’intervento d’urgenza del Tribunale), oltre a chiedere eventuali “sanzioni penali e disciplinari, nonché l’obbligo di risarcimento del danno”. L’accusato si trasformerà in accusatore e il giudice in indagato.

Bavaglio. L’articolo 3 imbavaglia i magistrati, che potranno parlare “esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”. Del resto, “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. I giornalisti non potranno più parlare con i magistrati e i cittadini saranno privati del diritto di conoscere correttamente procedimenti che riguardano personaggi pubblici, politici, membri del governo, uomini delle istituzioni, imprenditori e protagonisti del potere economico e finanziario. Sarà a rischio, se non addirittura impossibile, la trasparenza dei procedimenti che, una volta caduto il segreto sugli atti investigativi, è garanzia per i cittadini e diritto alla libera informazione.

Investigatori muti. Silenzio obbligatorio anche per la polizia giudiziaria, a meno che non arrivi l’autorizzazione dal vertice della Procura: “Il procuratore della Repubblica può autorizzare gli ufficiali di polizia giudiziaria a fornire, tramite comunicati ufficiali oppure tramite conferenze stampa, informazioni sugli atti di indagine compiuti o ai quali hanno partecipato”.

Tranne che nelle sentenze, dice l’articolo 4, “la persona sottoposta a indagini o l’imputato non possono essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”. Unica eccezione – bontà loro – gli “atti del pubblico ministero volti a dimostrare la colpevolezza della persona sottoposta a indagini o dell’imputato”. Ma con misura: “Nei provvedimenti che presuppongono la valutazione di prove, elementi di prova o indizi di colpevolezza (…) l’autorità giudiziaria limita i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l’adozione del provvedimento”.

La punizione. Anche in questi casi, i giudici sono sottoposti al giudizio del loro indagato o imputato, che “può richiederne la correzione”, da fare “entro quarantotto ore dal suo deposito”. I giudici saranno dunque costretti a scrivere i loro provvedimenti con prosa cauta, burocratica, arzigogolata, tortuosa: per presentare indizi e prove di colpevolezza, che dovranno però essere raccontati presumendo l’innocenza di chi in quel momento è considerato colpevole. Giudici e pm saranno sempre a rischio di essere contestati dai loro imputati, con presumibili allungamenti dei tempi processuali.

Tabulati. Cambiano anche le regole per l’acquisizione da parte dei pm dei tabulati, dei dati telefonici e telematici: potrà essere disposta solo con un decreto motivato del giudice. In caso di urgenza, il pm potrà procedere, ma ci dovrà essere la convalida del giudice. Lo ha stabilito ieri il Consiglio dei ministri, con un decreto legge proposto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Calenda, i rantoli di Bettini e gli abbracci dei renziani

“Allora, dovete pubblicare subito sui social ‘i rantoli’ di Bettini”. È appena finito il comizio, Carlo Calenda in trance agonistica dà istruzioni al suo staff. Antefatto: in mattinata ha attaccato di nuovo Goffredo Bettini, eterno deus ex machina del Pd romano. Bettini gli risponde, con abbondante fastidio, che per fortuna sono gli ultimi “rantoli” della sua campagna elettorale, che presto “sarà tutto finito”. Calenda non si accontenta di finirla lì. “Non c’è un video, l’ha scritto su Facebook”, gli spiegano i suoi. “Bene, allora pubblicate la schermata, con questa didascalia: ‘Il nervosismo sale, il linguaggio segue’”.

Siamo a Viale Flaminio, mercoledì pomeriggio, 48 ore al silenzio elettorale: clima non serenissimo. Calenda è dichiaratamente stanco e notevolmente sudato: ne ha diritto, fa campagna a Roma ormai da un anno. Le ultime uscite fanno capire in che parte del campo si è scelto il nemico: non è tanto Virginia Raggi, con cui ha polemizzato per mesi; nemmeno Enrico Michetti, delegittimato persino dai partiti che lo sostengono (chiedere a Giancarlo Giorgetti), l’obiettivo è a “sinistra”. È il Pd a cui si era appoggiato nel 2019 per un seggio in Europa (poco frequentato) e che ha lasciato una manciata di mesi dopo. Con Roberto Gualtieri è sicuro di potersi giocare un posto al ballottaggio.

La scelta del luogo del comizio è significativa: Treebar, viale Flaminio, locale dalla clientela mediamente affluente, Roma nord-quasi-centro, socialmente “pariolina”, elettoralmente piddina. Per quanto si sia mostrato a sporcarsi le mani in periferia, alla fine della campagna Calenda torna qui. A 200 metri c’è Piazza del Popolo, dove domani, ambiziosamente, chiuderà la campagna elettorale.

Ad aspettarlo trova un centinaio di persone e moltissimi giovani, soprattutto ragazze. Non c’è un dress code, ma eleganza spontanea: più da aperitivo in terrazza che da comizio. Il tema dell’incontro è la rappresentanza femminile in politica: “Donne per cambiare Roma. Sul serio”. Ospite di riguardo: la ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti.

Prendono la parola due giovanissime candidate alle assemblee municipali nella lista di Azione. Lavinia Giuliani, biotecnologa 23enne, è così emozionata che quasi si commuove: “Come potete vedere sono una donna e sono anche giovane”. È il suo primo discorso pubblico, solidarietà. “Se ci viene data la possibilità di parlare è perché siamo al centro del progetto politico di Calenda”. Poi c’è Camilla De Giacomo, 20 anni, che si presenta con umiltà tipicamente calendiana: “Non siamo candidate perché siamo donne e giovani, ma perché siamo donne, giovani e brave. Non siamo solo piccole e carine ma abbiamo anche una testa che funziona in modo brillante. Siamo una forza e spero ci sia data la possibilità di continuare a dimostrarlo, perché ne vale la pena”.

Calenda fiuta il rischio che si rada al suolo ogni record di stereotipi sulla rappresentanza femminile e giovanile, mette le mani avanti: “Le nostre giovani sono candidate alle assemblee municipali, perché devono ancora fare scuola di politica e imparare”. Poi promette di evitare ogni forma di “paternalismo”. Gli esce una frase scivolosissima: “Le donne vanno valutate per capacità e competenza, ma anche per la disponibilità”. In che senso? “A Roma per una donna la disponibilità di tempo è limitata. La disponibilità data da una donna vale il quadruplo”. Poi, ancora, una sboronata in stile calendiano: “A un certo punto mi ero detto: ‘Non se po’ mette a posto sta città’, voglio tornare a fare qualcosa di internazionale”. Daje. “Per fortuna c’era Flavia De Gregorio (candidata di Azione all’assemblea capitolina, ndr), che mi ha convinto ad andare avanti”. L’ultima perla femminista la declina con una battuta: “Al nostro comitato c’è una regola, solo gli uomini possono portare il caffè”.

Poi parla Bonetti. La sua presenza è il vero tema politico dell’incontro: la ministra renziana è qui per parlare di futuro e di alleanze. “Noi siamo concretamente e pragmaticamente riformisti – dice Bonetti – come abbiamo dimostrato dando all’Italia un governo che fa crescere il Pil del 6%. Invece che litigare, i riformisti devono entrare in partita e giocare tutti insieme”. Tutti. C’è anche Luciano Nobili, braccio destro di Renzi a Roma, con altri militanti di Italia Viva capitolina. Si studiano, insomma, le basi di un nuovo centro. “Destra e sinistra sono servitù volontarie”, filosofeggia Calenda. “Sono pensieri vuoti. Noi invece siamo liberalsocialisti come Draghi”.

Dalla prossima settimana potrebbe avere un sacco di tempo per pensare a un futuro con nuovi compagni di viaggio. Anche se giura di no: “Da lunedì si pensa solo al ballottaggio”.