A Belfiore tutti zitti. Il fantasma di Luca e il giallo dello striscione

Nel centro di Belfiore, dove alle ultime elezioni regionali il leghista Luca Zaia ha preso l’83,7% dei voti, ieri a mezzogiorno era appeso a una cancellata arrugginita un lenzuolo bianco con una scritta impressa a caratteri cubitali neri. Diceva: “Gli altri criminali/tu fragilità esistenziali”. Il riferimento è alle parole usate per giustificarsi da Luca Morisi, che in questo paesino di poco più di tremila abitanti ha comprato casa nel 2007, quando faceva il professore a contratto di “Informatica filosofica” all’Università di Verona . Quando si va a chiedere di lui in giro, però, tutti dicono di non averlo mai visto in paese. Lo assicurano i proprietari del bar “All’angolo”, a poche centinaia di metri dalla chiesa cittadina. E lo confermano pure un paio di chilometri più a nord, nella campagna coltivata a meli e viti, dove spunta in mezzo al nulla il “supercondominio” da 48 appartamenti in cui Morisi, il 14 agosto scorso, ha ricevuto la visita dei carabinieri dopo la nottata trascorsa insieme ai due ragazzi romeni. Nei sei appartamenti del civico 1, dove c’è la casa dell’ormai ex capo della comunicazione della Lega salviniana, al citofono non risponde nessuno. I pochi residenti che si fermano a parlare con i cronisti si dicono stanchi di tutta l’attenzione mediatica di questi giorni, e garantiscono che Morisi qui non si vede mai. Non resta che tornare nel centro di Belfiore. Alle quattro del pomeriggio, il lenzuolo dedicato al creatore de La Bestia è già sparito.

Morisi, il sospetto della trappola e quella lite nella notte per i soldi

Una discussione, forse una lite, rumori di mobilio spostato di qua e di là, i vicini che stanno al piano di sotto sono innervositi e anche un po’ impauriti. Che nell’appartamento sopra ci sia il leghista Luca Morisi non è un mistero. Qui lo sanno tutti. Che si fa? Si chiamano i carabinieri. Così racconta un residente della cascina di via Corte Palazzo a Belfiore in provincia di Verona. Racconto confermato da chi segue le indagini. Eppure la chiamata, spiegano in Procura, non risulta. Si ribadisce solo un controllo di routine. Proprio lì, il 14 agosto, in un pomeriggio di caldo feroce tra il viale di pioppi che porta alla cascina e la provinciale 38. Con il traffico pressoché assente.

Ma Forse c’è altro in questa storia: un raggiro ai danni di Morisi, l’idea di guadagnarci qualcosa in più. Anche su questa ipotesi lavorano gli inquirenti. O forse si è pensato che non fosse rilevante e non è detto che tutto stia in ciò che racconta a Repubblica.it uno dei romeni presenti alla serata iniziata il 13 agosto. Spiega di essersi sentito male e di essere fuggito. Quando? Con chi? Durante la nottata o il pomeriggio successivo, quando viene fermato dai militari? Erano circa le 16. La casa di Morisi si trova nel retro della facciata della barchessa di una antica villa veneta. Uscire da lì significa percorrere diversi metri prima di arrivare al parcheggio e da qui seguire la strada che a sua volta porta al lungo filare di pioppi. “Devastato” in questo modo, e certamente non lucido, stando al suo racconto, il giovane romeno ha preso il telefono, ha composto il numero di emergenza e ha chiamato i carabinieri che da lì a poco si sono palesati. Dei fulmini. Questa la versione, che certamente sarà vagliata dai magistrati. Quel 14 agosto è in macchina? Parrebbe di no. Dice di essere con Morisi. Anche se poi in un’altra intervista al Corriere.it fa capire di essere stato a bordo di un’auto dalla quale poi ha preso la droga liquida. Di più: spiega che nel mentre gli è venuta sete e “devastato” com’era ha preso la bottiglietta d’acqua nello zaino, salvo poi accorgersi con vista non annebbiata che c’era anche una minuscola fiala di droga, subito consegnata ai carabinieri spiegando che era di Morisi come risulta dagli atti. In realtà, a domanda risponde che certamente non era sua, forse del leghista forse dell’amico, annacquando così lo scenario e forse alleggerendo la posizione dell’ex braccio destro di Salvini. E ancora: era in auto o scappava a piedi? Testimoni sentiti dal Fatto descrivono invece il controllo lungo la statale 38 con una pattuglia dei carabinieri e una berlina scura ferma sul ciglio della strada. Qui dal portaoggetti salta fuori la fiala di droga liquida.

Due interviste, due versioni differenti. Date dal giovane romeno che sembra vivere a Milano, che non è indagato, come spiegato dalla Procura e il cui avvocato ieri non ha mai risposto alle telefonate del nostro giornale. In assenza di documenti giudiziari, e con il procuratore Angela Barbaglio che ancora ieri confermava il controllo di routine non smentendo però l’ipotesi della discussione che, come risulta al Fatto, avrebbe dato fuoco alle polveri della vicenda, tocca seguire il filo di questa singolare intervista doppia. Che converge, quando il ragazzo spiega di essere stato chiamato da un amico a sua volta contattato da Morisi via social. Denaro sul tavolo? Quattromila euro, spiega il rumeno di Repubblica, da dividere in due e un primo bonifico di Morisi da 2500 euro. Anche se poi il rumeno del Corriere parla di 1500 euro perché, è spiegato, Morisi voleva usare la droga e “queste cose costano”. Di certo la serata tra il 13 e il 14 agosto, o comunque i preparativi, sarebbero immortalati in messaggi di chat che il giovane dice di aver consegnato a un amico per conservarli. Nessun cellulare è stato sequestrato dai carabinieri. Ma vi è di più: “devastato” dalla presunta droga dello stupro, una sorta di fantasma che vaga in un pomeriggio di metà agosto, avrebbe incrociato una signora con il cane, venendo immortalato dalle telecamere di sorveglianza. Insomma, l’ipotesi della lite, come risulta al Fatto, se pur non confermata dai magistrati è nell’evidenza di una serata iniziata male e finita peggio. Con una fiala di droga liquida e la cocaina trovata sui piatti e tra i libri. Questa la miccia che ha innescato il caso dell’ex guru social della Lega oggi indagato dalla Procura di Verona per cessione di stupefacenti, nello specifico droga liquida, presunto Ghb (droga dello stupro), in attesa di conferma dalla scientifica che ha in mano la fialetta da oltre un mese. E se messa così la storia, la discussione iniziale ha certamente un senso, resta l’ipotesi di lavoro degli investigatori che la serata di baldorie con l’ex guru della Lega fosse, per altri, occasione per guadagnarci più del dovuto. In serata poi, il legale di Morisi ha spiegato: “C’è la piena disponibilità a chiarire tutti gli aspetti della vicenda”. Dopodiché l’avvocato Fabio Pinelli ha ribadito: la condotta di Morisi è “penalmente irrilevante”.

Il sogno del “centrone”. Mezzo Pd già gongola

“Vedo molti attacchi del mio Pd a Carlo Calenda. Quindi, o siamo certi di vincere primo turno, o sicuri che tutti voti della Raggi al ballottaggio saranno per nostro Gualtieri. Altrimenti sarebbe inspiegabile attaccare un potenziale alleato al secondo turno”. Così il senatore dem Salvatore Margiotta su Twitter si schierava qualche giorno fa. Una dichiarazione rivelatrice delle manovre in atto. L’endorsement di Giancarlo Giorgetti a Calenda non è casuale, fa parte di un disegno complessivo. Che vede gli ultrà di Base Riformista in Senato, Andrea Marcucci in testa, lavorare per marginalizzare Matteo Salvini (in caduta libera con il caso Luca Morisi), in vista di una Lega moderata, perno di un “centrone” che va dal ministro dello Sviluppo economico a Calenda, a Renzi. E a tutta quella parte dei dem che non vuole l’alleanza strutturale con i Cinque Stelle e vorrebbe pure “imbullonare” Mario Draghi a Palazzo Chigi. Va detto però che gli scenari sono confusi. Da una parte per le ambizioni dei protagonisti, dall’altra per la fase effettivamente magmatica. Perché se Giorgetti è arrivato a tendere una mano a Matteo Renzi nella sua intervista di lunedì, non convince il suo aver lanciato Mario Draghi al Colle. Il sospetto che voglia fare il premier è ormai diffuso. Sentire il deputato di Br, Andrea Romano: “Giorgetti pensasse a fare meglio il ministro”. Il gueriniano Alessandro Alfieri tende a mantenere basso il tema. Si aspettano i risultati delle Amministrative. E potrebbero essere dirimenti. Perché se Enrico Letta vince a Siena e tra primo turno e ballottaggi magari vince in tutte le grandi città (Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna) il progetto che va avanti sarà il suo: l’Ulivo 2.0. Tra gli indicatori chiari della spaccatura tra i dem, ce n’è uno non secondario: Roberto Gualtieri chiude la sua campagna domani: ci saranno 15 piazze, con vari dirigenti dem. Neanche uno di Br. Mentre tra Nazareno e dintorni si materializza l’ennesimo fantasma: un ballottaggio Gualtieri-Calenda.

Ecco i veneti all’assalto (per conto di Luca Zaia)

Èun caso. Uno strano scherzo del destino. Ma il caso Morisi scoppia in un luogo che oggi è diventato l’epicentro della faida nella Lega. È il Veneto di Luca Zaia, il “doge” che molti vedono come il leader in pectore pronto a scalzare Matteo Salvini. Qualcosa lì sta succedendo, e non da oggi. La Liga Veneta è in subbuglio. Prima c’è stato il caso Durigon con gli uomini di Zaia pronti subito a invocare le sue dimissioni. Poi è arrivata la questione del Green pass: il governatore e i suoi uomini hanno appoggiato l’obbligo del governo. Oggi il caso Morisi, indagato per droga nella sua villetta a Belfiore, nel veronese. E allora come farsi scappare un’altra occasione d’oro per colpire il segretario? Come succede spesso, Zaia manda avanti i suoi uomini. Che in queste ore hanno iniziato a sparare contro Morisi e Salvini. Alessandro Marcato, assessore e braccio destro di Zaia, ripete che “servono i congressi”. Il commissario della Lega a Treviso Gianangelo Bof spiega che la vicenda di Morisi “è umanamente intollerabile” e che il mondo moderato “guarda con attenzione alla nostra giovane classe dirigente, da Giorgetti a Zaia e Fedriga”. Il più duro però è l’ex presidente della Provincia di Treviso, Fulvio Pettenà, considerato uno Zaia boy che al Mattino di Padova dice: “Il partito si costituisca parte civile e chieda i danni a Morisi. Ma chi fa arrivare a quei livelli persone così? Una volta non si era laureati, ma onesti e seri sempre. Oggi non siamo più diversi dagli altri. È tempo di fare i congressi”. Insomma, il caso Morisi può essere la miccia per aprire la fase congressuale. In questo contesto si inserisce Flavio Tosi, ex sindaco di Verona e uscito dalla Lega nel 2015: oggi si è riavvicinato a Salvini che vuole candidarlo a sindaco nella città scaligera in chiave anti-Zaia. Tosi è stato l’unico a difendere Morisi: “È una vicenda personale”. Sulla sua candidatura però Giorgetti frena: “Con lui sono successe cose spiacevoli”. Come dire: non decide solo Salvini.

Il boom della corrente Mykonos: “In lista 20 gay piazzati lì da Luca”

All’acme della sua parabola da leader supplente della Lega (erano i tempi di Bossi convalescente per l’ictus), Roberto Calderoli non si limitò solo a consigliare a Romano Prodi un noto unguento anti-emorroidale, la preparazione H, per guardarsi alle spalle dalle imboscate della sinistra massimalista di Nichi Vendola. No, il bergamasco Calderoli vaticinò un destino a suo dire funesto per la Padania maschia e celodurista. Era il 2006. Disse: “La civiltà gay sta trasformando la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”.

Tre lustri dopo quella profezia si è trasfigurata sul volto ancora imberbe di Luca Morisi, il guru o l’anima nera del salvinismo, secondo la definizione dei “nordisti” vicini al filo-draghiano Giancarlo Giorgetti.

E fu così che la Bestia prese la Lega per il sedere.

Il cinquantenne che ha dato l’input social alla Lega razzista e omofoba dell’ex Capitano è infatti omosessuale, come raccontato da uno dei due ragazzi romeni contattati su Grindr. Non solo. In un’intervista rilasciata al Foglio e poi smentita malamente, l’ultrà leghista e clericale Simone Pillon ha invocato la giustizia divina sul povero Morisi, emulando quasi la scena biblica di Sodoma e Gomorra distrutte dallo zolfo e dal fuoco per i loro peccati “contro natura”. Pillon ha pure fatto un esplicito riferimento alla corrente Mykonos della Lega.

Che cos’è?

Tutto origina dal recente libro di Alessandro Zan, Senza paura, il coraggioso deputato padovano del Pd che ha legato il suo nome al ddl contro misoginia, omotransfobia e abilismo. Un testo al momento impantanato al Senato per l’opposizione dei due Matteo, Salvini e Renzi.

Ben prima dei fatti di Morisi, Zan ha smascherato la doppia morale del Carroccio, il cui leader durante i comizi si appella alla Madonna e bacia il rosario. Il politico racconta infatti questa scena: “In vacanza a Mykonos ho incontrato un deputato della Lega, del quale mi ricordo cartelli particolarmene aggressivi contro la legge Zan. Stava baciando un uomo”.

Di giorno omofobo, di notte gay, dunque. Zan giura che non farà mai il nome ma adesso che il caso Morisi è esploso, nella Lega si trovano numerosi riscontri alla corrente Mykonos perfidamente rivelata da Pillon. E sarebbe proprio il Rasputin della Bestia il promotore della corrente. Rivela un leghista della prima ora, dietro la garanzia di non citarlo: “Nel 2018 Morisi ha partecipato attivamente alla formazione delle liste. Parecchi uscenti sono stati fatti fuori per consentire l’ingresso dei suoi protetti, almeno una ventina tra Senato e Camera”. Tutti gay? Risposta: “Sì”.

Ed ecco cosa racconta un altro parlamentare: “Ho sentito Morisi che si vantava di aver fatto eleggere questi miei colleghi. E non l’ha fatto solo con me”. È la conferma che il potere del Rasputin salviniano andava ben oltre la Bestia e influiva sugli equilibri interni del fu partito leninista di Umberto Bossi, secondo la celebre definizione dell’ideologo Gianfranco Miglio.

Chi sono allora i venti?

La gran parte dei loro nomi non dice nulla. C’è sì un senatore abbastanza noto, ma non è questo quello che conta. La sostanza è appunto la doppia morale leghista. Magari adesso saranno realisti e cambieranno atteggiamento sul ddl Zan. Dice lo stesso Zan: “Lo spero, questa è una lezione al loro moralismo, adesso anziché fare la morale in base all’etnia e all’orientamento sessuale, questa destra sovranista cominci a rispettare le differenze”.

E il destino di Morisi? Ancora Zan: “È la legge del contrappasso di chi in questi anni ha impiegato lo strumento della comunicazione per colpire la reputazione delle persone e distruggere le loro vite. È la stessa storia dell’eurodeputato orbaniano beccato a Bruxelles in una festa gay durante il lockdown. Anche quel deputato nel suo discorso pubblico era molto aggressivo nei confronti della comunità Lgbt”. Eh già: un’altra storia esemplare del sovranismo omofobo. József Szajer, questo il nome dell’ungherese, accompagnò il suo leader Orbán in Italia, quando questi incontrò Salvini. I casi della vita.

Salvini isolato ora spara su Draghi, ma Giorgetti organizza la “sua” Lega

Più è solo e più si agita, Matteo Salvini. Deve alzare i toni per non perire sotto i colpi degli avversari interni – Giancarlo Giorgetti e i governatori – che ogni giorno gli fanno il controcanto. Anche sul caso di Luca Morisi. E quindi ieri il leader della Lega, a quattro giorni dal voto, ha attaccato direttamente il presidente del Consiglio Mario Draghi per la prima volta da quando il Carroccio sostiene il governo: “Tutta Europa sta vaccinando e riapre, vorrei capire da Speranza e Draghi perché noi no”. Da Palazzo Chigi nessuna risposta. E mentre il premier in conferenza stampa spiegava la prossima riforma del catasto, lui ci andava giù durissimo: “È una fregatura, non la voteremo mai”. Poi, dopo che la ministra Luciana Lamorgese si era resa disponibile a incontrarlo, Salvini è tornato all’attacco sui migranti: “Non se ne può più di migliaia di sbarchi: siamo arrivati a quota 45 mila, qualche consiglio sono in grado di darglielo”. Ieri poi è arrivato anche uno sgarbo addirittura in Consiglio dei ministri: i ministri leghisti non hanno votato (in dissenso) il decreto che prorogava la raccolta delle firme per il referendum sulla legalizzazione della cannabis nonostante a luglio fosse stato proprio il Carroccio a votare un emendamento identico che però riguardava i referendum sulla giustizia.

Il leaderdella Lega si agita perché ha capito che è isolato anche tra i suoi. Negli ultimi giorni ha dato l’ordine di difendere Morisi ma, dopo qualche post delle prime ore, nessuno oggi sembra più disposto a fare da scudo all’ideatore della “Bestia”. Ieri non si trovava una dichiarazione dei leghisti in difesa di Morisi. C’è molto imbarazzo anche tra i salviniani. Anche perché l’inchiesta prosegue e, si vocifera nel Carroccio, non si sa dove potrà arrivare. Ieri a Torino nemmeno il candidato del centrodestra Paolo Damilano, che domenica si era fatto vedere con Giorgetti, si è presentato al comizio di Salvini a Barriera Milano. Ma nella Lega intanto si prepara il redde rationem di lunedì quando una sconfitta pesante alle Amministrative potrebbe mettere in difficoltà Salvini di fronte a Giorgetti e ai governatori del Nord. Lui spera che i candidati del centrodestra arrivino tutti al ballottaggio e, in questo caso, rivendicherà il risultato rimandando tutto al 18 ottobre. Dall’altra parte, una batosta nelle principali città e il sorpasso di Fratelli d’Italia potrebbero provocare la vendetta dei suoi avversari interni che prima di tutto lo attaccheranno sulla “linea ondivaga” e sulla “confusione” della Lega di questi mesi. Non fermandosi alle parole: dopo Durigon e Morisi, l’obiettivo è quello di far fuori anche Andrea Paganella, capo segreteria di Salvini al Viminale, socio di Morisi e oggi forse l’unico che si confronta con Salvini sulla linea da tenere. Giorgetti e i nordisti attribuiscono a lui molti degli svarioni del segretario di questi mesi.

Poi proveranno a commissariare il leader prima di arrivare a chiedere il congresso. Il modo è già stabilito: Giorgetti, Zaia&C. chiederanno una segreteria ristretta rispetto ai 35 di oggi che tenga conto delle diverse anime del partito – ci dovrà essere un ministro, un governatore e un sindaco – e che sia coinvolta nelle decisioni fondamentali. Non come la segreteria attuale, troppo ampia per decidere qualcosa e soprattutto mai convocata negli ultimi mesi da Salvini, che ha sempre amministrato il partito come se fosse solo cosa sua. “Questo va bene finché siamo tutti d’accordo – spiega un parlamentare leghista – ma quando ci sono sensibilità diverse bisogna discutere: basti vedere cos’è successo sul green pass”. Si parla di una segreteria a 6 con dentro, tra gli altri, Giorgetti, Massimiliano Fedriga e il sindaco di Treviso Mario Conte.

A questo si aggiungono le manovre di Giorgetti accusato dai fedelissimi di Salvini di puntare a fare il premier nel caso in cui Draghi dovesse salire al Quirinale. Ieri i salviniani minacciavano: “Se Giancarlo pensa di andare a Palazzo Chigi non avrà i nostri voti”. Restano agli atti le manovre del ministro dello Sviluppo Economico: dopo le elezioni inizierà un tour nelle principali cancellerie europee e non solo. Partirà dagli Stati Uniti: il 23 ottobre sarà a un evento della National Italian American Foundation con cantanti, attori e imprenditori tra cui l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono. Poi nelle settimane successive andrà in Francia, Germania, Emirati Arabi per incontri istituzionali. Ma anche per accreditarsi nelle cancellerie internazionali.

L’altra Bestia

Morta prematuramente la Bestia salviniana in un festino con coca e romeni nella cascina di Morisi, consoliamoci con l’altra formidabile macchina spara-merda, attiva da cinque anni a edicole e reti unificate contro una sola persona: Virginia Raggi. Il celebre titolo di Libero “Patata bollente”, stigmatizzato con raccapriccio dall’intero tartufismo nazionale, è solo l’apice di un’ignobile campagna iniziata il giorno dell’elezione di una sindaca “rea” di essere donna, grillina e per giunta onesta. Le ridicole accuse penali, tutte cadute in tribunale e in appello, non bastavano: bisognava dimostrare che era pure corrotta (Corriere, Repubblica e Messaggero, per una storiella di nomine e polizze, evocarono Tangentopoli e il Giornale annunciò il suo arresto) e mignotta (Rep e l’assessore Berdini su La Stampa le inventarono una liaison col dirigente Romeo). Qualunque cosa accadesse a Roma (ma anche fuori) era colpa sua. Lei però restò in piedi, allora si cominciò a dire che aveva i giorni contati, prossima al ritiro per un posto da sottosegretario, scaricata da Grillo, Conte&C. Infatti. Così si disse che non la rivotava nessuno: poi arrivarono i sondaggi e si capì che se la poteva giocare. Panico.

Così si ricominciò a inventare. Il disastro dell’Atac (ereditata in fallimento e risanata), gl’impianti per i rifiuti (competenza regionale), i cinghiali (idem), la “discarica fuorilegge” ad Albano (legittima per il Tar), lo stadio della Roma (da quando c’è lei, farlo è il male assoluto, ma anche non farlo), la grande occasione persa delle Olimpiadi (cioè del default della capitale indebitata per 15 miliardi da quelli bravi di prima), i “no a tutto” (ha candidato Roma a Expo2030 e Draghi ha appena firmato), la strage di pesci nel Tevere (li ammazza lei uno per uno), la città inondata dalle bombe d’acqua (a Roma sono colpa sua, a Milano della pioggia), le piste ciclabili “elettorali” (bandi di due anni fa), il museo della Shoah “elettorale” (progetto del ‘97, lavori iniziati con Veltroni nel 2005), i fuochi d’artificio pagati dal Municipio di Ostia per la sua cena elettorale (si fanno ogni anno e dal ristorante manco si vedono), la cena “fuorilegge perché senza Green Pass” (in una terrazza all’aperto dove la legge lo esclude), il mancato vaccino perché “No Vax” o “Ni Vax” (è guarita dal Covid e ha gli anticorpi ancora alti). Ignazio Marino ricorda che la Raggi si è scusata mentre il Pd ricandida i suoi pugnalatori? Rep risponde per Gualtieri che lei candida il cameriere che testimoniò sulle cene a sbafo: come se andare in tribunale per fare il proprio dovere fosse uguale ad andare dal notaio per cacciare Marino. E ora tutti in coro: viva i buoni, abbasso la Bestia! Anzi, morta una Bestia ne resta un’altra.

“I valori che ci uniscono”: la Banda della Polizia suona al Colosseo per celebrare i più fragili

Si torna a scuola, dopo la pandemia. Si torna tutti insieme a cantare, non si lascia indietro nessuno. Oggi pomeriggio alle 17.30, al tempio di Venere di Roma nel Parco archeologico del Colosseo, canterà Andrea Bocelli insieme alla Banda musicale della Polizia di Stato. Ci saranno anche Mogol e grandi musicisti. Ma gli spettatori più importanti dell’evento saranno loro, i ragazzi più fragili. In prima linea ci saranno gli ipovedenti, i disabili, gli autistici – ma anche chi proviene da realtà difficili – che la Polizia aiuta con progetti e attività scolastiche, sportive e musicali.

“Torneremo a scuola”è uno dei brani che compongono la scaletta del concerto di questo pomeriggio. Più che un brano, è un inno alla solidarietà e all’amicizia, cantato dai bambini della scuola primaria “Maria Chierichini” di Amelia, in provincia di Terni, insieme alla Banda musicale della Polizia e con la partecipazione di Red Canzian, storico componente dei Pooh. La canzone è stata accompagnata anche da un video musicale visibile su YouTube, girato nel quartiere di San Basilio a Roma, nella scuola intitolata a Giovanni Palatucci, martire della polizia ucciso a Dachau dopo aver salvato molte vite.

“Ritorneremo a scuola, dalla prima ora; teniamoci la mano, chi sta indietro lo aspettiamo”, sono le parole del ritornello. Il concerto si ispira all’amicizia, alla solidarietà e alla legalità: “I valori che ci uniscono” è appunto il titolo del programma musicale. L’evento, poi, cade nel giorno di ricorrenza del 72esimo anno dalla proclamazione di San Michele Arcangelo patrono della Polizia di Stato, istituito il 29 settembre 1949 da Papa Pio XII. Allo spettacolo saranno presenti i ragazzi seguiti dall’Associazione italiana per persone down, dall’Associazione Oltre lo sguardo Onlus, ma anche ragazzi autistici e ipovedenti. Per loro, però, non sarà la prima volta che sentiranno le note della Banda musicale della Polizia. Oltre ad aver suonato nei giorni scorsi alla Basilica di San Francesco ad Assisi, la Banda della Polizia negli anni si è esibita nelle scuole e negli ospedali, e fa sentire la sua vicinanza a diverse realtà associative.

A margine del concerto sarà conferito anche il riconoscimento “Poliziotto ad honorem” per chi non appartiene al corpo di Polizia, ma si è distinto in azioni di inclusione sociale e solidarietà. Quest’anno il premio verrà consegnato a Don Antonio Coluccia: il suo impegno quotidiano contro il traffico di stupefacenti e il recupero dei giovani è stato fondamentale per il quartiere di San Basilio, a Roma. Verrà premiato anche Mogol, che da anni promuove la legalità, l’attenzione all’ambiente e la solidarietà sociale. Anche Valerio Catoia, giovane atleta paralimpico, oggi diventerà poliziotto ad honorem.

Santa Diana, Sirio, i druidi: nasce l’Unione Neopagana

I pagani d’Italia vogliono uscire dall’oscurità. Per superare mancanza di coesione interna e comunicazione esterna si sono radunati sabato scorso in un ideale pagus a due passi da Bologna, per l’Agorà Pagan Festival, una giornata di conferenze in cui è stata fondata l’Unione Comunità Neopagane.

Spiegano Sara Gamberoni (Triplice Cinta Druidica) e Davide Marrè, direttore della rivista Sirio ed esperto di Wicca, esoterismo nato negli anni 50 in Inghilterra: “Il tentativo è di metter fine alla dispersione ‘anarchica’ per arrivare a un’intesa con lo Stato che, in base all’articolo 8 della Costituzione, garantisca diritti quali l’assistente spirituale in ospedale e in carcere nonché l’accesso all’8 per mille. La strada sarà molto lunga”. Le associazioni del ‘fronte’ (Anticaquercia, Argiope, Circolo dei Trivi, per citarne qualcuna) rappresentano “migliaia” fra praticanti e simpatizzanti. Secondo Michele Tomasini (Pagan Federation International) “se consideriamo quanti vivono secondo una propria religiosità non cristiana, magari attingendo da tradizioni varie, non è azzardato pensare a centinaia di migliaia di ‘sommersi’, pagani senza saperlo. Forse arriviamo a un milione”.

Ambiziose cifre a parte, il fai-da-te potrebbe fare da base di massa, benché i culti di questo tipo rifuggano dal proselitismo: “A chi si avvicina a noi è richiesto un impegno di iniziazione individuale – chiarisce la Gamberoni –. Non insegniamo dogmi e nemmeno predichiamo una morale rigida, ma attraverso esperienze rituali indichiamo come maturare un legame con il divino riprendendo contatto con le energie naturali”. In foreste come i druidi a evocare magicamente le potenze immanenti, o in casa, impastando ‘pane sacro’ o svegliandosi presto per pregare. Niente a che spartire con satanismo o sette di santoni (“Se sentite qualcuno affermare di essere il rifondatore di chissà che, state alla larga”). Piuttosto, un florilegio di ortoprassi focalizzate sull’aldiqua.

C’è chi è devoto alla dea Diana, come Rhea Bertorelli del Tempio di Callaighe (“Ero cattolica e catechista, con i tarocchi ci gioco a briscola, mi considero un sostegno per chi non è in grado di ‘fare sacro’ e diventare sacerdoti di se stessi, cioè autonomi”) e chi approfondisce l’alchimia come scoperta di differenti parti del Sé (mediante i colori, per esempio). E c’è anche chi segue il tradizionalismo romano, a rigore neppure “pagano”, termine a suo tempo equivalente pressappoco a “bifolchi”. Presente all’evento Emanuele Viotti (“Ad maiora vertite”): con indosso una toga, ha sottolineato l’assenza di percorsi iniziatici nella religio di Roma e l’importanza di ritualità quotidiana e del “sempre attuale” mos maiorum. Non c’era invece chi è considerato troppo “politico”, ispirato per esempio a Julius Evola ovvero, secondo Tomasini, a “posizioni di destra”. Come l’evoliano Marco Francesco De Marco (“Il Solco della Tradizione”), che attacca: “L’immaginario di Wicca, druidismo e certo individualismo pseudo-spirituale è in realtà mondialismo travestito da religione. Forze invisibili, dei, demoni e genius loci fanno parte di un’identità che per noi è italico-romana, non irlandese, celtica o, che so, sioux”.

Divisioni permettendo, la differenza rispetto al passato è che “adesso – puntualizza Marrè – vogliamo uscire dall’angolo buio”, ripudiando “stramberie” anacronistiche come “vagheggiare referendum per abolire il Concordato con la Chiesa”. L’anticattolicesimo di maniera è finito, i neopagani vengono in pace.

“Porto i segni di 2-3 batoste. Ma ne sono uscito illeso”

I Navajo hanno il Coyote, gli Ashanti del Ghana Anansi, i norreni Loki, “figure mitologiche che hanno insegnato all’umanità come l’acume possa ravvivare e arricchire la specie”. E noi, chi abbiamo? L’America del Ventunesimo secolo, e non solo quella, “ha il signor William Murray, moderna divinità trasformista, il nostro filosofo-pagliaccio”.

Ok, William non dice nulla, ma Bill? Qualche decennio fa, egli stesso provvide a fornire la propria biografia: “Bill Murray, quinto di nove figli, cerca qualcuno che lo sostituisca in famiglia. Bill ha un sacco di problemi personali… gli interessano i cibi organici, l’ecologia e i rapporti umani, se solo avesse tempo per occuparsene”. Sta per arrivare in Italia – aprirà la XIX edizione di Alice nella città il 14 ottobre a Roma – Ghostbusters: Legacy, in cui ha un cammeo, per intanto Bill preferisce tornare alla primigenia (1984) action-comedy sulla squadra di investigatori del paranormale: l’idea fu di Dan Aykroyd, la regia di Ivan Reitman, la sua parte originariamente pensata per John Belushi, il botteghino, che predisse correttamente “più di Tootsie e meno di Guerre stellari”, super. Gli rimasero in tasca 3 milioni di dollari, più percentuale sugli incassi, ci rimase negli occhi una figura indolente e sarcastica, “un saputello che si faceva beffe dell’autorità costituita”. Ma quel sorrisetto davanti all’obbiettivo “che comunicava il suo disprezzo sia per i vertici dell’America di Reagan sia per chi stava dietro la macchina da presa” non sarebbe durato: bene gli acchiappafantasmi, bene Ricomincio da capo, meno bene il resto. Bill non sa (più) quel che vuole, noi non sappiamo se lo vogliamo ancora. Serviranno punti(ni) di sospensione, altri interrogativi, altri a capo, per scovare il secondo Bill Murray, il mistero cult che veneriamo oggi. L’epifania nel 1998, officia Wes Anderson, e il Nostro si presta “in modo ironico e genuino a Herman Blume, un industriale innamorato perso”. Rushmore – il sodalizio con Anderson produrrà ulteriori opere: la settima, The French Dispatch, esce l’11 novembre prossimo – è il cambio di rotta, l’avvento di un nuovo Murray possibile, il viatico a Sofia Coppola (Lost in Translation), Jim Jarmush (Broken Flowers), Aaron Schneider (The Funeral Party). Il primo nel 2004 gli vale il Golden Globe quale migliore attore in un musical o in una commedia, che ricambia con un acceptance speech da ginnasio nichilista: “Potete rilassarvi. Ho licenziato i miei agenti un paio di mesi fa. Il mio istruttore, il mio istruttore di ginnastica, si è suicidato”. Gli astanti risero, ma era tutto vero.

Via dalla pazza folla, lontano dal vademecum hollywoodiano, alla porta agente, manager e ufficio stampa, Bill Murray è sempre più come appare, e viceversa: una divinità, senza passare dal divo. Al fenomeno, invero religioso, Gavin Edwards ha dedicato un saggio informato e scanzonato, profondo e divertito, L’arte di essere Bill Murray, che promette – e mantiene – “assurde storie vere sulla gioia, lo zen e l’arte di imbucarsi alle feste”. Indiscrezioni e accertamenti, mitologie e cosmogonie, l’universo di Murray è esplorato, l’identikit di Bill perfezionato: “Penso che sul mio viso ci siano i segni di due o tre batoste. Sono felice se do l’idea di esserne uscito illeso”. Una batosta è il divorzio da Jennifer Butler nel 2008: alla costumista l’affido dei quattro figli, due case e 7 milioni di dollari, a noi l’iconoclastia. La fine del rapporto gli addebita, e nemmeno sono le peggiori, accuse di “adulterio, dipendenza da marijuana e alcol, comportamenti molesti, maltrattamenti, dipendenza dal sesso e abbandono ricorrente del tetto coniugale”. Murray ne esce, o non ne entra, e perfeziona l’imperativo categorico, e forse pure morale: “Quando diventi un adulto e ti scegli i passatempi, devono essere degni di essere scelti”. Vale lo stesso per i film, e anche per i suoi: I Tenenbaum (2001) o Lost in Translation (2003), Moonrise Kingdom (2012) o Broken Flowers (2005), da dove iniziamo?

 

 

L’anticipazione I dieci comandamenti dell’attore americano

Il Vangelo secondo Bill: “Il caso è un’aragosta, siate generosi”

 

Primo principio. Gli oggetti sono opportunità.

Secondo principio. La sorpresa è oro. Il caso è un’aragosta.

Terzo principio. Autoinvìtati alla festa.

Quarto principio. Assicurati che siano invitati anche tutti gli altri.

Quinto principio. La musica unisce le persone.

Sesto principio. Sii generoso con il mondo.

Settimo principio. Insisti, insisti, insisti.

Ottavo principio. Conosci i tuoi piaceri e le loro regole.

Nono principio. Lo spirito segue il corpo.

Decimo principio. Mentre la Terra gira, renditi utile.
Bill Murray