La Santa Sede ha ricevuto “con grande sorpresa e rammarico” la comunicazione che il governo del Nicaragua ha deciso di ritirare il gradimento a mons. Waldemar Stanislaw Sommertag, Nunzio apostolico a Managua dal 2018, “imponendogli di lasciare immediatamente il Paese dopo la notifica del provvedimento. Tale misura appare incomprensibile perché nel corso della sua missione mons. Sommertag ha lavorato con profonda dedizione per il bene della Chiesa e del popolo nicaraguense, specialmente delle persone più vulnerabili”. La Santa Sede la definisce “grave e ingiustificata misura unilaterale” che “non rispecchia i sentimenti del popolo”. Il Nunzio apostolico a Managua, il polacco mons. Waldemar Stanislaw Sommertag, avrebbe lasciato il Nicaragua domenica 6 marzo. Una partenza improvvisa, senza comunicazioni ufficiali, che aveva già fatto pensare a una espulsione, che infatti oggi è confermata dalla Santa Sede che “riafferma la sua piena fiducia nel rappresentante pontificio”. L’ambasciatore del Vaticano era arrivato in Nicaragua nel 2018 durante le prime proteste contro il governo di Daniel Ortega e sua moglie vicepresidente Rosario Murillo. La Chiesa locale è stata presa nel mirino per aver sostenuto la popolazione. Venero assaltate le chiese e minacciati i vescovi. Uno di loro, il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Managua, monsignor Silvio José Baez, nel 2019 è stato costretto a lasciare il Paese e ora vive a Miami. A “ritirare” il vescovo, per proteggerlo, fu lo stesso Vaticano su indicazione del Papa.
Zennaro in Italia, il padre accusa la Farnesina
Marco Zennaro, l’imprenditore di 47 anni costretto a restare in Sudan per 361 giorni, torna a casa tra le polemiche. Nel momento in cui l’aereo diretto prima in Turchia poi in Italia, è decollato, il padre Cristiano, ha rilasciato una dichiarazione molto dura. “Confermo la partenza di Marco dal Sudan, finalmente l’incubo è finito. Ringrazio mio figlio per essere sopravvissuto a quei 75 terribili e infernali giorni di detenzione. Ringrazio la famiglia per aver trovato in tempi brevi le risorse finanziarie per far cessare la detenzione”. È stata necessaria, infatti, una colletta di 200 mila euro per sbloccare la situazione e raccogliere la somma da destinare alla chiusura del contenzioso riguardante la fornitura di trasformatori elettrici che era all’origine del fermo dell’imprenditore veneziano. Era finito in carcere perché accusato di reati legati a una partita di merce inviata in Sudan, ma le accuse erano poi cadute”. “Mi dissocio completamente. La Farnesina ha fatto tutto quello che poteva”. Così Marco Zennaro ha commentato le parole del padre”.
Covid, rischio aumento terapie intensive. Figliuolo: “Dal 31 marzo mi faccio da parte”
“Stanno frenando le curve dei decessi e degli ingressi di terapia intensiva”. L’allarme – analogo a quello lanciato un paio di settimane fa a proposito dei contagi – arriva dal matematico Giovanni Sebastiani dell’Istituto per per le Applicazioni del calcolo del Cnr, secondo cui il numero degli ingressi quotidiani in rianimazione (in calo da molte settimane) potrebbe tornare a breve a salire. E lo stesso potrebbe accadere per le vittime. Il bollettino delle ultime 24 ore conferma l’aumento in corso dei contagi: 53.825 nuovi casi, lo stesso giorno di una settimana fa erano stati 39.963 (+34,7%), con un tasso di positività del 12,88%, +23% rispetto al 10,48 del 5 marzo. Negli ultimi 7 giorni (6-12 marzo) ci sono stati 326.996 casi, in crescita del 30,2% rispetto alla settimana precedente (27 febbraio-5 marzo). Ancora negativi tutti gli altri indicatori: 133 morti contro 173 (-23,1%), 40 nuovi ricoveri in terapia intensiva contro 59 (-32,2%), ma la diminuzione relativa agli ultimi 7 giorni (dal 6 al 12 marzo rispetto al 27 febbraio-5 marzo) scende a -10,3%. Secondo i dati dell’Iss le fasce d’età attualmente più colpita è quella tra gli 0-9 e 10-19 anni (non a caso quelle a minor tasso di vaccinazione completa), dove si registra un tasso di incidenza di casi Covid a 14 giorni, pari rispettivamente a 1.424 e 1.437 per 100.000 abitanti, mentre nella fascia di età 70-79 anni si registra il valore più basso, 471 casi per 100.000 abitanti.
Ieri, intanto, il generale Figliuolo, commissario all’emergenza Covid, ha annunciato il desiderio di farsi da parte al cessare dello stato di emergenza il 31 marzo: “Io il 31 comunque voglio passare la mano perché ho un incarico importante come comandante del Covi (Comando operativo di vertice interforze, ndr) e mi voglio dedicare a quello. Penso di aver fatto la mia parte, ho visto cose belle e cose meno belle, ma basta così. Sono un tecnico e voglio rimanere un tecnico”. Lo ha detto nel corso della presentazione del libro scritto con Beppe Severgnini Un italiano all’Auditorium Parco della Musica di Roma, aggiungendo di aver scritto il libro “per lasciare traccia di quello che sono. Poi metà del libro parla di questa incredibile avventura che mi è capitata di fare, come commissario straordinario per l’emergenza Covid – ha aggiunto Figliuolo –. Così, se avrò dei nipotini, magari un giorno leggeranno cosa ha fatto il nonno”.
I fuorilegge della vodka e la prigione delle matrioske
Attenzione, attenzione, si dà qui di seguito un aggiornamento sulle direttive sanzionatorie onde integrare quelle già emanate al fine di contrastare l’aggressione contro l’Ucraina da parte del sanzionato aggressore (così che lo stesso si senta sempre più isolato dal resto del mondo).
a) gli appassionati della trasmissione televisiva Avanti un altro sono invitati a cambiare immediatamente canale nel momento stesso in cui la coppia di conduttori Bonolis-Laurenti si prepara all’imitazione di due, con permesso parlando, russi, indossando tanto di colbacco e salutando col pugno chiuso
b) il superalcolico più amato al mondo, la vodka per intenderci, dovrà d’ora in avanti essere definita e richiesta come distillato di patate o di altro cereale a scelta. Nel caso il barista non intenda il senso dell’ordine, onde non pronunciare il nome incriminato, si consiglia di deviare verso altro superalcolico (bevendo con moderazione)
c) ci vengono segnalati casi in cui alcuni resistenti a codeste direttive onde contrastarle, fingano di avere difficoltà di pronuncia sostituendo la lettera erre con la vi. Sappiano costoro che se colti in flagranza di reato dovranno dimostrare il difetto con apposito certificato medico. Per chi finge sono al momento allo studio sanzioni ad hoc, quali la visione continuata per quindici giorni del Grande fratello. I casi di erre moscia, o blesa per dirla alla francese, verranno presi in considerazione nel più breve tempo possibile.
d) coloro che in casa ospitano quali soprammobili delle matrioske sono invitati a consegnarle presso i centri di accoglienza in fase di allestimento ove tali oggetti saranno trattenuti sino alla fine del conflitto. A consegna avvenuta, oltre alla ricevuta, i possessori di detta bambola riceveranno un soprammobile sostitutivo a scelta tra: gondola veneziana, Colosseo (utilizzabile anche come posacenere), Tour Eiffel (disponibile in numero limitato).
Di tanto per il momento si dà conto nella certezza che altri interventi di tal fatta e portata seguiranno. Si accettano suggerimenti. Astenersi perditempo.
Mail box
Gli attacchi di Mieli contro i pacifisti
Nella rassegna stampa di Radio24, Paolo Mieli ha affermato che, sulla guerra in Ucraina, il “divo delle reti Mediaset” Sansonetti avrebbe “superato a sinistra” Marco Travaglio, “divo di La7”, e che i due sarebbero ormai “in sintonia”.
Roberto Belletta
Caro Roberto, Mieli sta facendo la triste fine di un compilatore di liste di proscrizione senza mai contestare un solo fatto che ho scritto. Ma almeno fa progressi: inizia a nominare coloro contro cui polemizza.
M. TRAV.
La doppia morale italica su conflitto e accoglienza
Condanno senza se e senza ma questa guerra voluta da Putin e l’invasione dell’Ucraina, ma mi sovviene forte una perplessità: perché dalla stampa italica, quando sono state bombardate le città siriane e distrutti i loro ospedali, non si è levata la medesima indignazione che si è urlata per i bombardamenti di questi giorni? Perché per i profughi ucraini è partita, con grande senso di umanità, la macchina dell’accoglienza da parte di tutti, gente comune e istituzioni, per far sentire la solidarietà al loro dolore, mentre per tutti gli altri (non bianchi e biondi) quando riescono ad arrivare da noi al massimo si aprono le porte di quei posti disumani chiamati Centri di accoglienza?
Loredana Sechi
Diritto di replica
Fabbrica d’Armi Pietro Beretta stigmatizza il capzioso e speculativo uso da parte del Fatto Quotidiano di una lettera inviata ai propri fornitori – e non ai dipendenti come erroneamente scritto dal giornalista Massari – per creare artatamente una notizia priva di qualsiasi fondamento. L’aumento di produzione di cui Beretta fa riferimento ai propri stakeholder riguarda impegni produttivi già assunti a fine 2021. Nulla, quindi, può essere minimamente ricondotto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, né tantomeno a una richiesta dello Stato italiano di produrre nuove armi da poter inviare nell’area in conflitto. L’aumento di produzione di cui Fabbrica d’Armi Pietro Beretta ha reso partecipe la propria “filiera di produzione esterna” riguarda il perdurare della richiesta di armi sportive e da caccia da parte del mercato americano, oltre a commesse -siglate nel 2021 – con altri Paesi lontanissimi dall’area oggetto di conflitto di cui si fa rifermento nell’articolo. A tal proposito, anche la rappresentanza sindacale di Fabbrica d’Armi prende posizione affermando che: “La crescita produttiva è in atto presso la Beretta da moltissimi mesi, una situazione positiva che si registra già dalla seconda metà del 2020. L’ampliamento della turnazione e la non chiusura della fabbrica nel mese di agosto sono stati oggetto di discussione sindacale ben prima dello scoppio del conflitto. Per questo motivo ci sentiamo di disapprovare quanto riportato dal Fatto Quotidiano”.
Carlo Ferlito
Direttore generale Fabbrica d’Armi Pietro Beretta
Non abbiamo sostenuto che Beretta stia inviando armi in Ucraina. Abbiamo scritto che secondo alcune indiscrezioni, per il momento non smentite, il governo avrebbe previsto anche armi Beretta tra quelle da inviare a Kiev. E abbiamo definito la lettera in questione un “riscontro” a questa ipotesi. La comunicazione inviata il 6 marzo ai vostri fornitori esordisce così: “Stiamo attraversando un periodo molto particolare di tensioni su molti fronti, ma fortunatamente Beretta ha un’opportunità di volumi da produrre nell’anno in corso”. Le “tensioni su molti fronti” – peraltro in corso il 6 marzo – per Beretta non riguardano quindi il conflitto in corso in Ucraina, ma qualcos’altro. La lettera prosegue: “Tale grande opportunità ci vede tutti i giorni estremamente impegnati per poter soddisfare le richieste di mercato che sono alte, trasversalmente su tutte le famiglie di prodotto”. E per “tutte” avevamo inteso anche le armi da guerra. Riepilogando: la lettera è stata inviata all’undicesimo giorno dall’invasione russa; a 4 giorni dalla risoluzione del Parlamento sull’invio delle armi in Ucraina; cita “tensioni su molti fronti” e “opportunità” legate a “tutte le famiglie di prodotto” incluse quelle da guerra. Ma abbiamo frainteso. Ne prendiamo atto.
Antonio Massari
A proposito dell’articolo pubblicato sabato, “Queen Elizabeth si vendica di B. e FI: convoca Bisignani e sonda la Meloni”, faccio presente che volentieri sarei andato a incontrare la presidente del Senato, che però non ho visto, non sono mai stato da lei chiamato né consultato.
Luigi Bisignani
Prendiamo atto della replica di Bisignani rispetto a quanto a noi riferito da fonte autorevole e sempre affidabile.
Ila.Pro.
Chissà cosa avrebbe detto Pasolini
“Tenetevi il Donbass, ma ridatemi Netflix, ha twittato ieri un giovane moscovita”.
La Stampa
“Chissà cosa penserebbe oggi di questa guerra Pasolini”, è una frase che ho colto alla radio mentre guidavo, a chiusura di una precedente riflessione, e che quindi è rimasta nella mia testa a galleggiare monca, ma lo stesso suggestiva. Poi mi è capitato di leggere nella bella corrispondenza di Francesca Sforza da Mosca dei giovani russi “che si sono ritrovati gettati indietro di un paio di generazioni senza contatti con l’Occidente, senza poter navigare nell’etere e viaggiare liberamente nei cieli”. Con la chiusura di Instagram, Twitter, Nike, Ikea, Air bnb, Bbc. Con le serrande sbarrate di Uniqlo, Victoria’s Secret, Crocs, e degli altri mille marchi del consumo globalizzato. Perché, per le nuove generazioni nate e cresciute nell’era di Putin, le sanzioni occidentali di risposta all’aggressione dell’Ucraina sono il bombardamento a tappeto di uno stile di vita legato a consumi radicati e forse irrinunciabili. Non so dire se in quella conversazione radiofonica qualcuno avesse parlato della critica pasoliniana alla società dei consumi, trasferita ai giorni nostri. E non intendo neppure avventurarmi in territori sconosciuti. Però non costa nulla immaginare come PPP avrebbe commentato le particolari proteste contro questa guerra che, leggiamo, provengono dai figli della nomenklatura e dell’oligarchia che protetti, non si sa fino a quando, dal privilegio della casta si fanno portavoce di un rifiuto che ci viene descritto molto più largo e profondo. Un no esteso a quella gioventù che da un giorno all’altro è stata sbalzata all’interno di un blindato (quando non dentro una bara portata a spalla dai commilitoni). Ragazzi arrivati direttamente da un McDonald’s che ha spento le insegne. Ragazzi spediti senza sapere perché a sparare (e a essere sparati) avendo come bersaglio dei coetanei con i quali, magari, fino a qualche giorno prima avevano messaggiato in Rete commentando un film su Netflix. Chissà cosa ne avrebbe scritto Pasolini. Ci piace pensare che avrebbe incitato a una rivolta contro un manipolo di orrendi tiranni in decomposizione, che non paghi di aver compromesso il futuro del pianeta stanno sottraendo a quei figli e nipoti la loro stessa vita.
Antonio Padellaro
Il segreto di Arielle, il nobile de Montfort e l’ira di re Carlo VIII
Dai racconti apocrifi di Émile Ajar. Il castello d’Amboise, uno dei più belli di Francia, all’epoca di Carlo VIII ospitava la sua amante, Arielle, una donna di una bellezza straordinaria, incantevole come una mattina luminosa d’aprile. Nei suoi occhi rideva la gioia degli elementi, e quasi l’innocente consapevolezza della loro armonia, della loro collaborazione. Guardarla era venirne rapiti, non esserci più. Il suo lignaggio era ignoto: Dio solo sa dove il re, un uomo d’armi, laconico, facile all’ira, l’avesse conosciuta. La domenica, i giovani nobili affollavano la Cappella di Saint-Hubert per poterla ammirare durante la messa. Uno di loro, Didier de Montfort, se ne invaghì perdutamente, e frequentò tante di quelle messe che avrebbe salvato la sua anima, se i suoi pensieri fossero stati davvero rivolti a Dio. Si accorse subito che Arielle, qualche mese dopo, aveva perso il sorriso. Dava l’impressione che si fosse appena asciugata le lacrime. La servitù del castello non parlava, ma una sera, alla locanda, uno di loro, con in corpo qualche bicchiere di troppo, si lasciò andare, e gli rivelò che il re, dopo un litigio furibondo in cui aveva urlato “Satana!”, l’aveva relegata nella vecchia ala del castello. Il giorno dopo, Didier seguì Arielle e la sua fantesca al mercato. Non si sa cosa accadde: possiamo immaginare che le rivolse la parola, che Arielle gli rispose, che i loro occhi parlarono, che le mani si sfiorarono. Nella foresta, a circa due leghe dal castello, c’era il casino di caccia del re, adibito all’aucupio. Ci andarono la settimana seguente, quando il re dovette tornare a Parigi. Quali delizie in camera da letto, dopo che Arielle ebbe spento le candele! Didier scopriva un’amante eccezionale, prodigiosa. Si risvegliò a mezzogiorno: Arielle se n’era andata. La seconda notte accadde lo stesso. La terza mattina, la trovò ancora accanto a sé. Si volse a guardarla, per rimirare ciò che al buio aveva assaggiato, ma non visto. Il seno. La vita. I fianchi. Un momento: e quella cos’era? Didier, sollevato il lenzuolo, sgranò gli occhi. Nel sonno, Arielle si era girata su un fianco: aveva la coda! Lunga circa una iarda, era folta e color del miele, come quella di una volpe. “Dio mio, salvami!” pensò Didier, preso da orrore. “Ho dormito con la figlia del diavolo!”. Ma mentre si rivestiva in tutta fretta, Arielle si svegliò, vide che lui aveva visto, e scoppiò a piangere. “Non odiarmi, non ho colpe! Non sono Satana, né un mostro: sono una povera ragazza sfortunata!” Didier non le rispondeva, preso com’era dal vestirsi con una mano e segnarsi con l’altra. In quell’istante udirono un nitrito di cavalli. Qualcuno tempestò la porta di colpi. Con la voce che lanciava mille uomini all’attacco, il re urlò: “Satana! Non so chi c’è con te, ma morirete entrambi fra le fiamme!” Ci fu un crepitio, e serpenti di fumo entrarono strisciando sotto la porta. Didier corse invano alle finestre: erano state sbarrate. Si inginocchiò e cominciò a pregare, ma Arielle si levò dal letto, nuda e bellissima, la coda ondeggiante. Andò alla finestra che dava sul retro, insinuò la coda flessuosa e robusta in un pertugio fra le persiane, e buttò giù la sbarra che le serrava. Poco dopo erano entrambi salvi nel bosco. Didier guardò Arielle negli occhi, umidi di lacrime, e non poté non innamorarsi di nuovo. “Amore mio,” le disse “una coda è insolita, ma mi ci abituerò.” “E ha vantaggi che non immagini neppure,” disse lei, abbracciandolo. Li scoprì quella notte in una locanda: piaceri proibiti, che noi persone di chiesa non è bene cerchiamo di immaginare. Morto il re, Didier e Arielle tornarono ad Amboise ed ebbero quattro figlie. Se vi eravate chiesti perché i giovani di Amboise amino sollevare la gonna delle belle ragazze, adesso lo sapete.
L’Ucraina è al gelo dopo un inverno che è tra i più miti
In Italia – La tardiva rivincita di un inverno mancato è proseguita specie nelle regioni più esposte ai venti freddi balcanici, Puglia in primis. Lunedì 7 e martedì 8 marzo la neve si è vista fino a quote di 200 metri tra Barese e Brindisino, niente a che vedere però con episodi marzolini del passato ben più notevoli, tra tutti quello che nel 1987 seppellì la Murgia sotto un metro di neve, imbiancando anche Taranto, Lecce e perfino il Capo di Leuca. Il freddo è dilagato anche nel resto del Paese, benché in condizioni serene e asciutte, con temperature minime – non comuni in questo periodo – fino a -10 °C nell’Astigiano, -8 °C nell’Aretino e -1 °C ad Alghero e Bari. Ora le depressioni atlantiche stanno provando ad avvicinarsi ma, a parte nubi e precipitazioni irrisorie, non riusciranno ancora ad alleviare la siccità al Nord-Ovest. Uno scirocco umido sta invece scaricando rovesci più intensi in Sardegna orientale. Il Cnr-Isac conferma che l’inverno 2021-22 è stato complessivamente mite e secco, tredicesimo più caldo dal 1800 a livello nazionale con 0,9 °C sopra media, ma con anomalie fino a +2 °C su Alpi e Piemonte, e situazione nella norma solo all’estremo Sud. Attualmente si teme la siccità, ma frane e alluvioni restano comunque in agguato: secondo il rapporto Ispra “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità ed indicatori di rischio”, tra la predisposizione naturale a nubifragi, il territorio montuoso e fragile, e l’eccessiva cementificazione, poco o tanto sono a rischio il 94% dei comuni e il 14% della popolazione.
Nel mondo – Il servizio di monitoraggio della Terra EU-Copernicus indica che l’inverno europeo ha mostrato un eccesso termico di 0,9 °C, divenendo il settimo più mite in almeno 43 anni di misure satellitari (il più caldo di tutti fu il 2019-20). A contribuire all’anomalia è stato soprattutto il febbraio primaverile, con 4 °C sopra media intorno al Baltico e perfino 10 °C di troppo verso gli Urali! Straordinariamente nevoso e freddo invece in Islanda. E dopo una stagione relativamente dolce, in Ucraina – come in tutta l’Europa orientale – temperature crude sono arrivate proprio ora sulla popolazione stremata dalla guerra: giovedì nella zona di Kharkiv il termometro ha oscillato tra -11 °C e -4 °C. Per contro fa un caldo precoce ed estremo in Asia meridionale, 42 °C in Myanmar e negli Emirati Arabi. Continuano le alluvioni in Australia con gravi effetti anche a Sydney, città che ha vissuto il suo inizio d’anno più piovoso nella serie dal 1858, con ben 822 mm dal 1° gennaio all’8 marzo, più del triplo del normale e pari a quanto cade di solito in un anno a Firenze. Al termine dell’estate australe, il 25 febbraio la banchisa antartica ha raggiunto il minimo annuo di estensione, record negativo nella serie satellitare dal 1979 con 1,9 milioni di chilometri quadrati, 32% sotto media. E proprio il ghiaccio marino ai minimi storici ha facilitato l’eccezionale scoperta, in fondo al Mare di Weddel, del relitto dell’Endurance, la nave dell’esploratore britannico Shackleton, incagliata nel pack e affondata nel 1915 mentre l’equipaggio si metteva in salvo con un’epica avventura. Il nuovo Global Energy Review: CO2 Emissions in 2021 dell’International Energy Agency segnala che, nonostante l’impennata senza precedenti degli impianti a rinnovabili, è stato soprattutto il carbone a soddisfare il rimbalzo post-Covid della domanda energetica mondiale, e per lo più in Cina e India. Così nel 2021 le emissioni globali di CO2 dal settore energetico sono aumentate a 36,3 miliardi di tonnellate, il valore più elevato di sempre. A sua volta, è stato in particolare l’aumento dei prezzi del gas a motivare lo scellerato spostamento sul carbone. A maggior ragione in questi giorni di guerra è un’ulteriore conferma della necessità di passare alle rinnovabili.
Gesù in viaggio e l’incontro con Mosè, cioè la Legge. Ed Elia, cioè la Profezia
Gesù aveva fatto alcuni discorsi importanti. Aveva annunciato che avrebbe sofferto molto e sarebbe stato rigettato dagli anziani, dai sacerdoti e dagli scribi, finendo ucciso. Non sappiamo che cosa sia accaduto successivamente. L’evangelista Luca (Lc 9,28-36) riprende il racconto otto giorni dopo. E vediamo Gesù prendere con sé Pietro, Giovanni e Giacomo. Sono in quattro, dunque, e insieme li vediamo salire su un monte a pregare. Li vediamo andare su, come silhouette sullo sfondo, senza udire i loro discorsi e senza sapere se sia giorno o sia notte. L’obiettivo di Luca però improvvisamente cambia focale. Si concentra tutto sul volto di Gesù che prega. Ed ecco che accade qualcosa. Vediamo una luminosità insolita: il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. La narrazione è semplice, fatta di una frase senza commento. La focale si allarga e vediamo entrare in campo due uomini che conversavano con lui. La preghiera di Gesù si trasforma, dunque, in un dialogo. La luce porta con sé l’audio. Erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria. Mose, cioè la Legge. Elia, cioè la Profezia. Non sono coreografia angelica, scenografia di un ritratto oleografico. Sono le colonne di ciò che nell’Antico Testamento si dice del Messia e delle quali Gesù rappresenta il compimento. E di che cosa parlano con Gesù? Del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Cioè della sua morte. Luce e gloria sfolgorano su discorsi di sofferenza in modo da illuminarne il senso finale di resurrezione. E gli altri tre? Che fanno? Dove sono i compagni di Gesù? Erano oppressi dal sonno, ci dice Luca. Dormono: perché è notte o perché sono stanchi? Gesù non li sveglia per assistere allo spettacolo di luce. Ma a un certo punto si destano. Ed è allora che videro la gloria di Gesù e i due uomini che stavano con lui.
Ma siamo alla fine del dialogo misterioso. I due stavano andando via. In quel momento Pietro si rivolge a Gesù. Possiamo immaginare la scena e Pietro che non ha problemi nell’inserirsi in quel saluto luminoso che separa i tre interlocutori misteriosi. Pietro sta bene, si sente bene. Vuole restare lì, come quando ci si sveglia rilassati e riposati in un posto accogliente e caldo. Ha la percezione di una intimità che non vorrebbe perdere. E dice a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa”. Luca non ha dubbi: Egli non sapeva quello che diceva. Coglie, forse, in Pietro uno slancio di possesso di un momento bello, ma di passaggio verso il compimento della missione di Gesù. Pietro vive quel momento, non ne capisce il senso, sta bene e vuole restare così, mettendo su tre capanne per gli “ospiti”. Ma Gesù non può essere posseduto solamente perché con lui si sta bene, impedendogli di compiere la sua missione. Ed ecco che, mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra.
La luce viene coperta dalla nube. Si tratta di una nube luminosa che dà ai compagni di Gesù il senso di una inquietudine per qualcosa che sta per accadere. Ebbero paura, commenta Luca. Il senso di pace si trasforma in suspense. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Entriamo in una esperienza immersiva, avvolgente, fatta di luce e di suono, di visione e di parola. La voce cessa, Gesù resta solo. Cala il silenzio stupefatto tra i compagni di cammino: tacquero, commenta Luca. Non c’è altro da dire, né da chiedere. Tornano in silenzio, e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. E come avrebbero potuto, del resto?
Guerra mondiale offresi (armi nucleari comprese)
Nascosto da un suo immenso groviglio di passaggi segreti e dunque sicuro di avere una via di fuga, Vladimir Putin, uomo solo al comando di tutte le Russie, sosta sul lato violento della scena e dice “guerra”. Inutile negarlo: il lungo brivido continua a percorrere il mondo. Si sa che Putin mantiene la parola. La dice mentre una sua armata brulica per le strade malandate di un Paese confinante chiamato Ucraina, che sta tentando di possedere. Putin è il tipo di uomo che gioca volentieri con ciò che considera il suo fascino (anche se lo traduce volentieri in “superiorità” o “unicità”). E dunque non gli piace che al suo fascino si resista, e non gli piace la disubbidienza. In pochi giorni ha rovesciato l’Ucraina come un cassetto, e guarda dall’alto la gente scappare, contento che abbiano paura. Infatti la paura (paura di veleno, di sicari, di prigioni, di sentenze da 15 anni alla volta, di persecuzioni attraverso il mondo che non finiranno mai, promesse di morte scrupolosamente mantenute) è il suo strumento politico ma anche pratico. Si sa che Putin mantiene la parola. C’è un altro aspetto, meno previsto e meno conosciuto in questa storia che ormai si chiama guerra. Mentre Putin si diverte a mettere a soqquadro i cassetti degli altri, si sta scoprendo che anche il suo cassetto è molto in disordine, come se qualcun altro ci avesse messo le mani. Putin rovescia sulla sua preda giovani e inesperti coscritti del servizio militare obbligatorio invece dei professionisti precisi e implacabili che tutti si sarebbero aspettati. Putin inonda il territorio da occupare di vecchi carri armati che si impantanano facilmente, che avanzano piano e che sono uguali a quelli del molto più debole nemico.
Dalle bombe a grappolo alle bombe a peso, Putin sembra avere dotato la sua armata di un vecchio passato già abbastanza disumano (l’armata di Putin lo ha dimostrato in Siria) ma ci ha tenuto a dire: “Poi ci saranno armi che non avete mai visto” come per spiegarci che siamo solo ai principio. Ma all’improvviso l’offensiva della guerra allo stesso tempo vera (lo testimoniano i morti) ma inventata (neppure il ministro Lavrov ha avuto una accusa o intimazione storica da dire o la ragione di una minaccia) un cauto e professorale ambasciatore all’Onu (che ha ricordato a molti il generale Powell ai tempi della Prima guerra Usa all’Iraq, alla ricerca di armi di distruzione di massa) annuncia con dettagliate precisazioni scientifiche che i russi conquistatori hanno scoperto un grave crimine perpetrato da fabbriche ucraine per conto degli americani: hanno scoperto fabbriche di malattie infettive e mortali ovviamente da usare come strumenti di strage. Oppure fonti alterne altrettanto imprecise, o altrettanto di propaganda, ci fanno sapere di sanguinari battaglioni di soldati ceceni in attesa di scaricare l’immensa disgrazia che hanno patito dai russi sui fuggiaschi ucraini. Non importa che gli ucraini non c’entrino niente col destino tragico dei ceceni. Importa uccidere, la sola lezione che i ceceni hanno imparato da Putin. Qui, in questa confusione di notizie false e di mosse da inganno, l’unica distinzione possibile è quella tra aggrediti e aggressori. La via della resa porterebbe la scomparsa del presidente che ha osato resistere. E gli ucraini che si sono trovati in casa i soldati diventerebbero un preannuncio di tante altre rese e consoliderebbe il dominio di Putin. Per mitigare la violenza dello strappo di civiltà che ormai è avvenuto e dilaga, si invoca si invoca il rispetto della grande cultura russa, come se Putin sapesse di che cosa parlano i suoi difensori. Ancora una volta ci serve il ricordo della seconda guerra mondiale. Il fascismo, coautore di quella guerra, teneva molto a identificare le camice nere con il prestigio secolare della cultura italiana. Una iniziativa di Mussolini è stata di inviare a New York un giovane promettente scrittore italiano, Niccolò Tucci, una sorta di console fascista da affiancare alla diplomazia infida, con il compito di mantenere simpatia e rispetto per l’Italia del “duce” anche dopo gli orrori dell’impresa etiopica. Lo strumento sarebbe stato la cultura, spinta in primo piano da infinite celebrazioni dei grandi italiani. Dopo alcuni mesi di vita libera a New York, Nicolò Tucci è diventato antifascista e parte del gruppo di grandi italiani dell’antifascismo in esilio. Uno di essi era Max Ascoli, appassionato oppositore e fondatore di un periodico (The Reporter) che è stato la casa americana degli scrittori esuli. Li ho conosciuti (soprattutto Tucci e Ascoli) negli anni Cinquanta a New York (mandato da Adriano Olivetti ), quando The Reporter era diventato un importante periodico. E ho capito che nessuno di loro si sarebbe mai unito al vento di propaganda che, in nome di Dante, avrebbe voluto cercare di dare una rispettabile immagine del fascismo. Non sono caduti nella trappola “il Paese non è il regime”. Perché lo è, fino alla Liberazione.