Mori, tutti gli “incidenti” che hanno aiutato la mafia

La seconda vita di Mario Mori, l’uomo che visse tre volte, è quella dedicata alla criminalità organizzata, dopo la prima impegnata a occuparsi di trame nere. Ora che la sua terza vita, quella da imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è culminata in una assoluzione in appello, c’è chi propone di nominarlo senatore a vita. Ma che cosa c’è davvero dentro la sua attività nel Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri, nato con lui nel 1990? Successi nel contrasto alle mafie, ma innanzitutto la trattativa con Cosa Nostra. Riconosciuta dalla stessa sentenza che lo assolve (“perché il fatto non costituisce reato”) mentre condanna per averla fatta i tre imputati di Cosa Nostra, riconosciuti colpevoli di “minaccia a corpo politico dello Stato”. La trattativa dunque c’è, ma per lui non è reato. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, e di Giovanni Falcone, nemico giurato della mafia siciliana, Mori cerca di aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra, per bloccare la strategia stragista.

Ha esperienza di trattative con l’anti-Stato, sul confine sempre incerto tra indagini e concessioni: nella sua vita precedente (quando si occupava di neofascisti e stragi nere) aveva per esempio stretto rapporti con un neofascista di rango, Gianfranco Ghiron, nome in codice “Crocetta”, a cui fece anche da testimone di nozze. Nel 1992 individua il canale per parlare con i vertici di Cosa Nostra: Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo (ma prova anche con il neofascista Paolo Bellini). Il canale Ciancimino funziona: arrivano le richieste di Totò Riina allo Stato per fermare le stragi, scritte sul papello. Ma arriva anche un contraccolpo terribile: Riina gongola, dice ai suoi “si sono fatti sotto”, dunque per alzare la posta della trattativa “ci vuole un altro colpetto”. L’ipotesi tremenda è che quel “colpetto” sia l’uccisione di Paolo Borsellino.

Dopo essere riuscito ad arrestare Riina, il 15 gennaio 1993, Mori non fa perquisire la sua abitazione e sospende l’attività di osservazione, senza avvertire la Procura di Palermo. Il covo viene così ripulito da una squadretta di Cosa Nostra. Anche in questo caso, nessuna colpa, stabilisce il Tribunale di Palermo: “Il fatto non costituisce reato”. La sentenza sottolinea però che “l’omessa perquisizione della casa e l’abbandono del sito hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera”. L’“incidente” si ripete un paio d’anni dopo. Un mafioso, Luigi Ilardo, spiffera al colonnello dei carabinieri Michele Riccio che nell’ottobre 1995 avrebbe potuto trovare Provenzano in un casolare di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Mori sorveglia, ma decide di non procedere all’arresto. Il pm Nino Di Matteo chiede che sia condannato a 9 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato. Ilardo viene ucciso dalla mafia, Mori assolto perché “il fatto non costituisce reato”: quel blitz mai ordinato è solo una “condotta negligente”, “il frutto di una, pur sicuramente colpevole, sottovalutazione dell’importanza dello spunto investigativo”. Due anni prima era fallito l’arresto di un altro boss: sei carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo il 6 aprile 1993 erano piombati a Terme Vigilatore, nei pressi di Messina, a caccia di Nitto Santapaola. Vedono passare un’auto su cui credono di riconoscere nientemeno che il boss Pietro Aglieri, lo inseguono, lo bloccano, mentre gli altri irrompono nella casa da cui è uscito. Risultato: sull’auto non c’era Aglieri, ma un incensurato imprenditore messinese; e nella casa, terrorizzati, i suoi famigliari. Ma Santapaola nei pressi c’era davvero: allarmato dal trambusto, fugge e la fa franca. I carabinieri dichiarano ai giudici che erano lì per caso. Una spiegazione “inquietante”, commentano i giudici, che “offende l’intelligenza di chiunque legga le risultanze probatorie acquisite”.

Nel 2001, Silvio Berlusconi torna al governo e promuove il generale Mori prefetto e direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Suo fratello era già stato dipendente di Berlusconi, come direttore della Standa di Catania ai bei tempi delle minacce di Cosa Nostra ai grandi magazzini berlusconiani. Finita nel 2006 la carriera di uomo dello Stato, il generale-prefetto riceve e accetta due incarichi di controllore della legalità: consulente della sicurezza del sindaco di Roma Gianni Alemanno (sotto i cui occhi intanto crescono i tentacoli di Mafia Capitale) e poi consulente del comitato per la legalità di Expo 2015 di Roberto Formigoni (poi condannato per corruzione). Ora è arrivata l’assoluzione per la trattativa e la proposta finale: farlo senatore a vita.

(2-fine)

Il generale Usa: “Non son io a dover dire se Trump è matto”

Le due telefonate del capo di Stato Maggiore della Difesa Usa, Mark Milley, al suo omologo cinese, Li Zuocheng, non furono “galeotte” e non violarono la Costituzione. Una venne fatta su richiesta del segretario alla difesa Mark Esper; della seconda, seppero il segretario di Stato Mike Pompeo e il capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows. Si trattava di rassicurare i cinesi che il presidente Donald Trump non intendeva attaccare la Cina nella concitata e turbolenta fase finale della sua presidenza. L’ha detto il generale Milley alla Commissione Difesa del Senato: le telefonate erano lette dai repubblicani come una sua autonoma iniziativa anti-Trump. Ma c’era da spiegare pure la caotica ritirata dall’Afghanistan a fine agosto, presentata come “un successo logistico, ma un fallimento strategico”. Anche il capo del Pentagono Lloyd Austin e altri alti ufficiali sono stati chiamati a testimoniare. Era dal 2007, cioè da un’audizione sulla guerra in Iraq del generale David Petraeus, che la comparsa di un generale davanti a una Commissione del Senato non suscitava tanto interesse e tanta mobilitazione delle tv negli Usa. Atteso al varco dai repubblicani, il generale Milley ha cercato di schivare i loro attacchi, ma s’è messo in contraddizione col presidente Joe Biden. Milley ha rivendicato “totale lealtà” alla costituzione Usa e la legittimità delle sue azioni: alle due chiamate, “contatti di routine”, assistettero otto e 11 persone e la trascrizione fu inviata come previsto il giorno stesso. Milley ha anche negato di avere dubitato delle condizioni mentali del presidente Trump: , “Non sono qualificato” a valutarle, ha detto. Nel suo ultimo libro, Bob Woodward afferma, riferendo forse un pensiero di Nancy Pelosi, che il generale limitò l’accesso del presidente all’arsenale nucleare: “In quel momento, il mio compito era la de-escalation”, non ho mai tentato di “usurpare il potere”. Sulla rotta in Afghanistan, Milley ha di nuovo chiamato in causa l’intelligence: fu “molto coerente” nel valutare che il governo e l’esercito afghano sarebbero collassati, ma “non capì” quanto velocemente ciò sarebbe accaduto. E, con il capo del Comando Centrale Usa, Kenneth McKenzie, ha pure insistito sul fatto di avere consigliato a Biden, senza successo, di mantenere 2500-3500 soldati per garantire la stabilità a Kabul. Biden, invece, sostiene di non avere mai avuto suggerimenti in tal senso dai suoi militari. Sul fronte del terrorismo, Malley considera i talebani “un gruppo terroristico” che mantiene legami con al Qaeda.

Gli Ambientalisti per finta, Total e il progetto Tilenga

Il progetto del nuovo maxi-oleodotto che tra Uganda e Tanzania attraverserà chilometri di aree naturali protette, denunciato dalle Ong di tutto il mondo, e che urta con gli obiettivi dall’Accordo di Parigi, ha invece l’avallo di Emmanuel Macron: è il gigante francese Total (diventato TotalEnergies) a sviluppare il progetto da 3,5 miliardi di dollari, in collaborazione con China National Offshore Oil Corporation (CNOOC), di proprietà dello Stato cinese.

Un avallo “molto discreto”, scrive il giornale online Mediapart, mentre in Francia Macron ha fatto votare la Loi Climat (entrata in vigore ad agosto) e, appena i primi di settembre, prendeva le difese della biodiversità al Congresso mondiale della Natura dell’Uicn. Mediapart ha reso nota una lettera che il presidente francese ha inviato il 1º maggio scorso a Yoweri Kaguta Museveni, presidente dell’Uganda, e passata inosservata al resto della stampa transalpina.

Lettera che, ripresa dall’Uganda Media Center, l’agenzia del governo ugandese, è stata confermata al giornale online francese dall’Eliseo. Macron scrive che il progetto sarà “un’opportunità per intensificare gli scambi commerciali tra i nostri Paesi e per sviluppare la nostra cooperazione. Potete contare su di me – continua – per mobilitare le competenze e gli investimenti francesi al fine di incrementare la presenza francese in Uganda”. Franck Riester, ministro del Commercio estero, sarà in Africa occidentale a fine ottobre. L’ambasciata di Francia in Uganda “fa il possibile per sostenere TotalEnergies”, scrive Mediapart. Di che si sta parlando? Dopo anni di negoziati, l’accordo per il nuovo oleodotto EACOP (che sta per East African Crude Oil Pipeline) è stato firmato il 12 aprile 2021 a Kampala tra Total, CNOOC, il presidente Museveni e Samia Hassan Suluhu, presidente della Tanzania. Lungo 1.443 chilometri, l’oleodotto collegherà la città di Hoima, in Uganda, al porto di Tanga, in Tanzania, sull’Oceano indiano, permettendo di trasportare il greggio destinato all’export delle riserve di petrolio scoperte nel 2006 sulle rive del lago Alberto, che potrebbero contenere fino a un miliardo di barili. Total detiene il 56,6% delle riserve, Coonp il 28,3%, l’Uganda National Oil Company (Unoc) il 15%. All’epoca l’amministratore delegato di Total, Patrick Pouyanné, aveva commentato: “È un giorno storico”. “Se confermato – scrive invece Mediapart – il progetto entrerebbe in totale contraddizione con le raccomandazioni internazionali e le conoscenze scientifiche”.

Nell’accordo di Parigi del 2015, gli Stati si sono impegnati a contenere il riscaldamento climatico al di sotto dei 2°C, e “se possibile” a 1,5°C. Secondo un rapporto di maggio dell’AIE, l’Agenzia internazionale dell’Energia, per riuscirci e salvare il pianeta bisognerebbe sin da subito abbandonare qualsiasi altro investimento in combustibili fossili. Nel 2019 sei Ong francesi e ugandesi hanno sporto denuncia contro Total facendo appello al “dovere di vigilanza”. Una legge francese del 2017 prevede infatti che le multinazionali con sede legale in Francia, e anche quando agiscono all’estero, hanno l’obbligo di valutare il potenziale impatto sui diritti umani della loro azione. Secondo le organizzazioni non governative, più di 30 mila persone sarebbero obbligate a abbandonare le loro case per lasciare il posto alle trivelle. Altre decine di migliaia perderebbero l’accesso alle loro terre nella costruzione dell’oleodotto. La procedura è attualmente in Cassazione. La catastrofe sarebbe umanitaria, ma anche ecologica dal momento che l’oleodotto attraverserà chilometri di aeree protette e zone umide. Mediapart riporta una lettera che Hilda Flavia Nakabuye, attivista al pari di Greta Thunberg in Europa, ha indirizzato a Macron e Pouyanné: “Noi ugandesi aspiriamo a svilupparci, ma non al pericolo delle nostre vite”. Di fronte alle critiche, Total si è impegnato a limitare le sue emissioni di gas serra a 13 kg di CO2 per barile, contro gli attuali 20 kg in media, e il corso del barile a 50 dollari, contro gli attuali 80 dollari. Ha anche garantito “trasparenza” impegnandosi a rendere pubblici tutti gli studi di impatto ambientale e sociale.

Cattelan studia da Carlo Conti

Dice Alessandro Cattelan che le critiche sono come le pernacchie ed è vero, infatti il principale merito del suo show Da grande è stata la rivalutazione della nobile arte della pernacchia (o pernacchio? o pernacchi*? Chissà cosa ne pensa Michela Murgia). Non importa se la pernacchia la fai (come Totò) o se la ricevi (come l’onorevole Trombetta, o come Cattelan); l’importante è averla meritata, in quel caso la gratitudine va sia al suonatore, sia al suonato. Dunque va anche al conduttore di Da grande, primo esempio a nostra memoria di varietà autobiografico. Per debuttare su Rai1, Cattelan ha costruito tre ore di show sull’idea portante del suo debutto, una specie di addio al celibato dopo gli anni vissuti a Sky. Il ranocchio non sogna più di trasformarsi in principe, ma in Carlo Conti. Tutti i gusti sono gusti; ma senza giuria, senza concorrenti, senza televoto e senza crisi isteriche di Morgan, Ale ha smarrito la sua dote migliore, il controllo dei ritmi e dei tempi, perché i migliori amici di un macchinista restano sempre gli ingranaggi. Il solo colpo di tele mercato della stagione non ha giovato a nessuno perché Da grande nasce da un equivoco di fondo; Rai1 vorrebbe ringiovanirsi, Cattelan aspira a laurearsi nazional-popolare, ma entrambi sono fuori tempo massimo. Ale si considera un devoto di David Letterman, ma alla prova dei fatti si è ispirato un po’ a Conti (con il trucco delle imitazioni è riuscito a non far cantare nulla al Volo e di questo gli siamo profondamente grati), un po’ a Bonolis, un po’ ai monologhi da Fiorello (qui si sentiva la mancanza di Amadeus, ma soprattutto di Fiorello). Se diventare grandi significa fare bene i compiti, non ne aveva bisogno, avendo fatto le stesse cose, con più padronanza, su Sky. Se invece significa diventare il nuovo Carlo Conti, auguri. Ma poi, è proprio necessario diventare grandi? Pinocchio ci guadagna davvero ad abbandonare le pernacchie per diventare quel famoso “ragazzino perbene”? David Letterman avrebbe dei dubbi.

Occhio, c’è un drone a Frosinone

La notizia più clamorosa e trascurata degli ultimi giorni è la sparatoria nel carcere di Frosinone. Lasciamo perdere chi è che ha sparato e chi è che doveva essere ammazzato. Non c’è niente di clamoroso nello scoprire che i penitenziari sono frequentati da pessima gente. Il fatto è che una volta per fare entrare coltelli, lime e lamette si usavano le torte. Ma una pistola nascosta dentro una crostata ai frutti di bosco non ce la vedo proprio. E infatti si è scoperto che la pistola è stata recapitata grazie a un drone, uno di quei “giocattoli” che si usano per spiare mariti infedeli o fotografare dall’alto la propria villetta. Insomma un drone si è alzato in volo, ha raggiunto la finestra della cella di un malavitoso e gli ha consegnato una calibro 7,65 carica. Come facciamo a saperlo? Semplice, c’è un video. Per un po’ di tempo avevo pensato che la notizia più clamorosa di questi ultimi giorni fosse l’accusa, rivolta da un anonimo parlamentare all’ex senatore Lamberto Dini, di rubare il Financial Times riservato ai senatori di Palazzo Madama. Lamberto Dini è un anziano e ricco politico che ha fatto anche il primo ministro e che intasca tre pensioni per un totale superiore ai 30 mila euro al mese. Possibile che rubi il Financial Times proprio come l’impiegato statale si impadronisce di matite e penne biro per portarle ai propri bambini? Sembra improbabile e infatti Lamberto ha smentito. Ma quando si comincia coi pettegolezzi non si sa mai dove si va a finire. E infatti ecco che spunta la malelingua: l’ex senatore si metterebbe in tasca anche le bustine di zucchero che rubacchia al bancone del bar dei senatori. Tutto questo però sembra esagerato, quindi è meglio tornare ai nostri bravi delinquenti che si fanno arrivare le armi attraverso le sbarre delle finestre del carcere di Frosinone, neanche fosse una consegna di Amazon. La domanda sorge spontanea: una volta filmato il drone che consegnava la pistola, non si poteva correre nella cella e sequestrarla? Anche perché non era la prima volta che i droni svolazzavano attorno al carcere di Frosinone. Ha detto Bernardo Petralia, capo del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria: “Frosinone è un carcere abbastanza battuto dalle escursioni di questi droni”. E poi ha promesso “un impegno di risorse e tecnologie avanzatissime”. Ora, sinceramente, caro Petralia, non è il caso di allargarsi. Non c’è bisogno di tecnologie avanzatissime. Basta che gli agenti quando vedono un drone svolazzare attorno al carcere non pensino che sono dei bambini che giocano.

MailBox

 

Trattativa, se ne parla solo dal secondo grado

Stupisce, leggendo i quotidiani e ascoltando radio e televisione, la passione vera, sanguigna, con cui tanti giornalisti e politici e magistrati si scagliano contro chi pensa che la Trattativa possa aver avuto anche un risvolto delittuoso. Perché stupisce? Perché mai, in questi anni in cui si è svolto il dibattimento, ho assistito a una così massiccia e improvvisa difesa mediatica dei condannati in primo grado ora assolti? Cortei che sfilano con slogan per la certa innocenza dei condannati, giornalisti che si stracciano le vesti contro i giudici della prima sentenza ecc. Non mi sembra di ricordare un’alzata di scudi con pari passione nel giorno della condanna di primo grado. La mia memoria però potrebbe fallare. Per completezza giornalistica, avreste la cortesia di riportare alcune prime pagine pubblicate il giorno successivo alla sentenza del primo processo?

Elio Vernucci

 

La sentenza di primo grado fu nascosta sulle prime pagine di quasi tutti i giornali. Ovviamente.

M. Trav.

 

Edicole, se scompaiono perdiamo l’informazione

Da circa un anno ho iniziato mio malgrado una nuova attività. Ho aperto, insieme a due soci, un’edicola. Per ora procede tutto bene, ma questo lavoro mi porta inevitabilmente a buttare l’occhio su tutti i quotidiani, meno il Fatto, che già leggo da quando è nato. Basta questa lettura veloce delle prime pagine, per capire in che stato è l’informazione in questo Paese. E in che misura i giornali manipolano le notizie in base agli umori dei loro padroni. Sulla sentenza relativa alla trattativa Stato-mafia si sono superati. E non solo testate tipo Libero, ma anche altri più “normali” tipo La Stampa, Repubblica ecc. Non mollate ragazzi, perché siete gli unici che valga la pena di leggere.

Francesco Collecchia

 

Grazie, caro Francesco. A te e a tutti gli edicolanti che resistono e assicurano ai cittadini un bene pubblico primario almeno quanto l’acqua e l’aria: l’informazione.

M. Trav.

 

Il pianeta che lasceremo al prossimo non è nostro

Mi sono visto la puntata di Presadiretta sui combustibili fossili e sull’impatto ambientale, economico e sulla salute, derivante dal loro utilizzo che stenta a diminuire nonostante gli impegni che da anni buona parte del mondo sottoscrive. Ogni anno vengono ancora investiti migliaia di miliardi di euro e di dollari nella produzione dei combustibili fossili. Faccio molta fatica a credere che gli impegni presi saranno rispettati. Gli scienziati da decenni ci stanno dicendo che i danni al nostro meraviglioso pianeta saranno enormi e irreversibili se non modifichiamo il nostro stile di vita, ma i paesi ricchi, o aspiranti tali, tentennano o non ne vogliono sapere. lo ho poche probabilità di vedere i risultati nel 2050 anche se mi piacerebbe moltissimo, ma auspico fortemente che la ragione prevalga sulla stupida avidità di chi sta impedendo il salvataggio della Terra. Qualcuno ha detto che noi l’abbiamo avuta in prestito e che dovremo consegnarla ai nostri figli e nipoti possibilmente in buone condizioni.

Ernesto

 

Salario minimo, perché Landini & C. aspettano?

Che Confindustria sia contraria a una legge che imponga un “salario minimo” è naturale, che siano contrari i sindacati dei lavoratori un po’ meno. Eppure, in Italia, così stanno le cose. I motivi addotti dai segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, sono risibili: secondo loro sarebbe un ostacolo per la “contrattazione” e impedirebbe di spuntare salari più alti. Balle! In Europa sono decine i Paesi che hanno per legge un minimo salariale sotto il quale non è consentito andare, e nonostante questo ci sono paghe superiori, anche di molto, concordate da aziende e rappresentanti dei lavoratori. Possibile che Landini, Bombardieri e Sbarra non sappiano queste cose?

Mauro Chiostri

 

“Spolato non fu martire, ma militante per i gay”

Buongiorno, vi scrivo in merito all’articolo di Paolo Dimalio sul Fatto di lunedì – “Fuori! Il gruppo gay nato rivoluzionario (che riformò l’Italia)” –: invece di perpetuare notizie oramai prive di riscontri, sarebbe stato opportuno informarsi meglio sulla figura di Mariasilvia Spolato, anche solo online. A quanto risulta a oggi, non è mai stata in università come docente e non era insegnante di ruolo nelle scuole secondarie (fu demansionata, non confermata, ma non “licenziata”, essendo assunta per un solo anno). Tutto ciò nulla toglie alla sua figura e al valore civico e politico delle sue azioni ma non ha senso farne oggi una vittima tout court, nonostante le violenze di vario tipo che subì nel corso della sua vita. Non c’è bisogno di farne una martire perché non lo fu.

Giovanni Focardi

Gentile Professor Focardi, grazie per la cortese segnalazione. L’articolo si concentra sulla storia del “Fuori”, il primo movimento gay nella storia d’Italia, non sulla biografia di una militante. Prendiamo atto del fatto che Mariasilvia Spolato non ha insegnato all’università, ma non si tratta di farne una martire: solo di riconoscere il coraggio di chi lottò per i diritti gay quando lo facevano in pochissimi (nel disprezzo o nell’indifferenza generale). Grazie.

P. Di.

Green pass.Chi accede agli sportelli pubblici non è obbligato a esibirlo

 

Gentile redazione, vorrei condividere con voi due quesiti al governo dopo l’introduzione del “Super Green pass”:

1. Chi lavora in uno sportello aperto al pubblico (per esempio, riscossione coattiva, anagrafe, posta o banca) deve richiedere e verificare il possesso del passaporto sanitario all’utenza? Pensionati, stranieri residenti in Italia…?

2. I dipendenti muniti di Green pass in seguito a tampone negativo valido 48 ore sono garantiti dai colleghi che sono muniti di Green pass definitivo, in seguito a vaccinazione completa 2-3 dosi, ma non necessariamente negativi? Noto che negli uffici televisivi e negli incontri a Palazzo Chigi con il premier, il tampone rapido viene richiesto anche ai vaccinati in possesso del Green pass.

Stefano Masino

 

Gentile Stefano, per quanto riguarda la prima questione, si è già pronunciato il Garante per la privacy, sospendendo una ordinanza del presidente della Regione Siciliana, che obbligava chi non è in possesso della certificazione verde a “beneficiare dei servizi resi dagli uffici pubblici e dai privati preposti esclusivamente in via telematica e comunque da remoto, rimanendo al contrario interdetto l’accesso fisico agli uffici medesimi”. L’ordinanza, approvata il 13 agosto e poi sospesa, imponeva quindi a chi lavora in uno sportello pubblico di richiedere agli utenti il Green pass per l’accesso ai servizi. Il garante ha rilevato invece che il certificato non è necessario. In particolare, ha sottolineato che “le misure di sanità pubblica che implichino il trattamento di dati personali ricadono nelle materie assoggettate alla riserva di legge statale”, previo parere dello stesso Garante. E allo stato attuale nessun intervento normativo prevede l’obbligo di esibire la certificazione per entrare negli uffici pubblici. Per quanto riguarda la seconda domanda, si tratta di una ulteriore misura precauzionale, che non è comunque stabilita da nessuna norma. Detto questo, sono molti gli infettivologi secondo i quali il Green pass dovrebbe essere rilasciato solo a chi si è vaccinato o a chi è guarito dalla malattia. Questo perché con un contagio ridotto ma non impedito il virus continua a circolare e circolando può subire mutazioni genetiche.

Natascia Ronchetti

Balle in Sussidistan: i lavoratori di Alitalia e i furbetti del Rdc

Nuova, avvincente puntata, di quel dramma dell’ipocrisia che è il dibattito sul Reddito di cittadinanza. Quest’estate la moda era annuire pensosamente quando a tavola qualcuno diceva “Non ci sono più i camerieri per colpa del Reddito di cittadinanza”. Poi una decina di giorni fa è uscito il rapporto dell’Istat e abbiamo scoperto che i posti di lavoro rimasti vacanti non sono aumentati rispetto agli scorsi anni. Nel secondo trimestre del 2021 la situazione era in linea con i periodi passati, cioè quando non eravamo ancora Sussidistan. Volendo dare i numeri, l’indice di posti vacanti nel settore Ristorazione nel secondo trimestre di quest’anno si attesta al 2,3%: nello stesso periodo del 2019, era al 2,6%, mentre nel 2018 al 2,2%. Non proprio differenze sostanziali. Dicevamo l’ultima puntata. Lunedì la Corte dei Conti ha reso noto un report sul funzionamento dei Centri per l’impiego. Dal quale si evince che il problema è in sostanza che le imprese non si rivolgono ai Centri per l’impiego quando hanno una posizione scoperta. Anche qui numeri alla mano: tra ottobre 2020 e marzo 2021, ognuno dei quasi 3 mila operatori dell’Anpal ha contattato centinaia di aziende per chiedere se stessero avviando ricerche di personale. Il risultato ottenuto è pari a meno di 30mila opportunità occupazionali (corrispondono 55.846 posizioni disponibili). Se pensate che siano cifre da capogiro, vi basti sapere nello stesso periodo preso in considerazione dalla Corte dei Conti, i contratti di lavoro stipulati sono stati 2,6 milioni.

Ieri però i pochi quotidiani che hanno dato notizia del report hanno dato la colpa ai Centri per l’impiego (fannulloni pure loro). Questo il riassunto del Messaggero, che sta conducendo una crociata contro le briciole che riempiono lo stomaco dei percettori (li vogliono vedere proprio affamati): “I Centri per l’impiego annaspano nella confusione organizzativa e non riescono a trovare un posto di lavoro a chi incassa il Reddito di cittadinanza. Con il risultato che il sussidio, sì fatto, si sta trasformando in un assegno a tempo indeterminato che sostituisce l’occupazione”. Capito?

Il livello di squallore a cui siamo giunti si evince dal fatto che giornali e tv si concentrano solo sui furbetti. Lo spacciatore che prende a sbafo il reddito (forse adesso Salvini cambierà idea anche su questo) e però fa la vita da nababbo, quello che ha un lavoro in nero e percepisce il reddito, oltre a non pagare le tasse. E magari se sta male si fa pure curare in ospedale! Ma quanti vogliamo che siano questi spregevoli approfittatori? Folle? Orde? Milioni? Sembra surreale, eppure episodi di nessuna importanza statistica diventano più rilevanti di quanto sta accadendo nella vicenda Alitalia, azienda a pieno controllo statale in cui si opera fuori dalla legge (in deroga al codice civile) e i pochi fortunati lavoratori che passano dalla vecchia compagnia aerea a Ita possono essere trattati come nell’Ottocento (tagli alla retribuzione, azzeramento dell’anzianità, possibilità di essere licenziati durante i primi tre mesi). Ora, va pur bene che un tale capolavoro di solidarietà sociale avviene sotto l’insindacabile Governo dei Migliori, e dunque non si muovono obiezioni. Ma davvero i burattinai dell’informazione pensano che si possa dare in pasto ancora a lungo all’opinione pubblica la favoletta dei pelandroni che non si rimboccano le maniche come “i nostri nonni” (il Matteo che ha abolito l’articolo 18) e venir creduti?

 

Luca Morisi soffre della sindrome del vescovo beccato nel bordello

Se non si parla di politica, ma di Comédie humaine, ci vorrebbe Balzac, per dire del caso Morisi e della Lega salviniana tutta. Una galleria di personaggi che avrebbe fatto la fortuna di un buon romanziere ottocentesco: il Rasputin dei social media, il costruttore in affari coi russi, la cascina nelle nebbie nata come enclave vip e “ora ci abitano un po’ tutti”, il capo che abbraccia e perdona, i ragazzi rumeni che se la cantano manco li avesse interrogati Philip Marlowe. E poi i commercialisti furbetti, i milioni spariti, la faccia truce del potere, un feuilleton in piena regola.

Mi sembra che questo elemento, sovrastato dal clamore politico, sia passato un po’ in ombra, peccato. Anche perché, la figura di quello che predica in un modo e viene sorpreso a fare l’opposto – diciamo così, la sindrome del vescovo beccato nel bordello – ha un fascino eterno, inscalfibile. Da lì passa la lama che divide l’umorismo dalla satira, è lì che un incidente disvela il reale. È più di una faccenda politica, è un tratto letterario, è una caduta della maschera così clamorosa da diventare proverbiale, e quindi ci vorrebbero un Balzac, uno Zola, a dire la loro.

Oltretutto, mai personaggio potrebbe essere così trasparente: Morisi lo possiamo leggere parola per parola scarrellando all’indietro i social di Salvini per cinque lunghi anni, è come se un personaggio si presentasse sulla scena con il curriculum in mano, che passa dalle “risorse boldriniane” alla gastronomia popolare, dall’attacco sistematico ai più deboli, ai selfie con la figlia, al “non si usano i figli per la politica” al “no alla droga” anche (anzi, soprattutto) quando si parla di due canne. Tutto il repertorio, insomma, nero su bianco e con le fotine. Lo Zeitgeist morisian-salviniano è sempre stato chiaro, lampante. Il problema è che è invecchiato, non serve più. Che al momento l’ordine di scuderia è un altro: fare i responsabili incravattati al Mise, e procedere con la linea Draghi, nascondere un po’ di arditi sotto il tappeto, e sorridere alle telecamere, possibilmente senza salami in mano.

La narrazione di Salvini, tutta all’attacco, sprezzante, intimamente fascista, con il forte che picchia i deboli, aveva un’eco sistematica e costante, rimbalzava sui media ufficiali, faceva notizia, quindi suggerirei anche meno lacrime e sentimenti di facile umanità, perché Morisi non parlava solo sui social di Salvini, ma al Paese intero, con tivù e giornali alla ricerca dell’ultima trovata che facesse titolo. Complice anche – segno dei tempi – una certa fascinazione tecnica, per cui di un propagandista che inquina i pozzi, avvelena le acque, sposta a destra il sentiment di un Paese intero si può dire: “Però è bravo”. I numeri confermano: la Lega stava al 4 per cento e quando è comparso lui è arrivata al 34. E anche gli avversari lo dicono come se fosse un merito e non una iattura, con un po’ di ammirazione che sottintende: avercene di Morisi!, con ciò confermando indirettamente l’attuale situazione etica della politica italiana.

Per portarsi avanti col lavoro, comunque, urge sapere se con Morisi finisce anche il morinismo, cosa non molto probabile, il Parlamento è sistematicamente sorpassato dai voti di fiducia, la barra è dritta, il sentiero tracciato, non resta, come prova di esistenza in vita per leader e capipopolo, che litigare sui social, inventare nuove formule e slogan. Ecco, un consiglio: nel caso si lanciasse una crociata contro i frutti tropicali, meglio evitare si farsi beccare in una cesta di ananassi.

 

Web, lo spid referendum fa bene alla democrazia

L’apparente facilità con la quale, grazie all’uso dello Spid, sembra essere diventato possibile raccogliere le firme per i referendum abrogativi finirà per svuotare la democrazia parlamentare? Il quesito, seppure posto in maniera molto semplicistica, è legittimo. Per rispondervi adeguatamente è necessaria una riflessione a tutto campo sulle caratteristiche fondamentali della democrazia parlamentare. Il punto di partenza è che in tutte le democrazie parlamentari, a partire dalla loro “madre”, la democrazia di Westminster, all’incirca almeno l’80 per cento delle leggi sono di iniziativa governativa. In un senso molto preciso, non è il Parlamento che “fa le leggi”. È giusto così. Infatti, i partiti e i parlamentari della coalizione che dà vita al governo hanno ricevuto voti e consenso anche con riferimento al programma che hanno sottoposto agli elettori. Quindi, hanno il dovere politico e istituzionale di cercare di attuare quel programma. In Parlamento la maggioranza sosterrà la bontà dei disegni di legge del “suo” governo, peraltro, mantenendo il potere di emendarli e migliorarli, mentre l’opposizione dovrà svolgere il suo compito di controllo, ma anche di emendamento, fino al possibile rigetto di quei disegni di legge.

Dunque, è il controllo sull’operato del governo, non il “fare le leggi”, il compito più importante del Parlamento ed è anche la modalità con la quale l’opposizione può fare stagliare il suo profilo, dimostrare di essere influente, proporsi credibilmente come alternativa. Nessuna raffica di referendum sarà, da un lato, in grado di eliminare le leggi del governo, dall’altro, sostituire in toto la funzione di controllo del Parlamento. In effetti, quando i Costituenti italiani scrissero l’art. 75, oltre a mettere al riparo dal referendum alcune materie, “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”, stabilirono che il referendum ha come obiettivo “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge”. Pertanto, nessun referendum riuscirà mai a sostituire la scrittura, l’esame e l’approvazione parlamentare dei disegni di legge. Il referendum abrogativo italiano interviene esattamente come strumento di controllo sulle leggi approvate dal Parlamento. Nel corso del tempo abbiamo imparato che il taglio di alcune frasi e persino della punteggiatura di una legge finisce per produrre un testo nuovo, addirittura opposto alla legge “taglieggiata”. Sappiamo anche che il quesito referendario è sottoposto all’esame di ammissione/ammissibilità, prima della corte di Cassazione, poi anche della Corte costituzionale. Infine, lo stesso Parlamento ha la facoltà di impedire che si tenga un referendum legiferando in materia e non soltanto, come spesso si sostiene, seguendo gli intenti perseguiti dai promotori del referendum. Anzi, potrebbe persino risultare che fra i loro intenti i referendari perseguano proprio quello di sollecitare il Parlamento a legiferare. In questo caso, i parlamentari godono della possibilità/opportunità di agire in tutta autonomia dal governo, che sia loro oppure no. Ne consegue che non è affatto vero che i referendum che, per brevità e scherzosamente chiamerò Spid, svuotano la democrazia parlamentare. Anzi, semmai la arricchiscono spingendo i cittadini ad attivarsi, diffondendo informazioni, creando una interlocuzione con il Parlamento (e con il governo).

“Colpevolizzare” referendum e referendari con prospettive allarmistiche è sbagliato e finisce anche per allontanare l’attenzione dai problemi veri della democrazia parlamentare italiana. L’intasamento causabile dai referendum è poca, pochissima cosa rispetto al restringimento della funzione di controllo parlamentare sull’operato del governo causato dai troppi decreti, derivanti spesso da inadempimenti del governo stesso, e dalle richieste di voti di fiducia, che fanno cadere tutti gli emendamenti, anche quelli sicuramente migliorativi. Le soluzioni sono state proposte da tempo: riforma dei regolamenti parlamentari, ma non a scapito dei tempi e dei poteri dell’opposizione, e delegificazione (al cui proposito mi sento di aggiungere che, più o meno direttamente, “ce lo chiede l’Europa”!).

Una democrazia parlamentare non teme mai che i suoi cittadini si attivino, si organizzino, diventino influenti anche grazie a pratiche referendarie. Una democrazia parlamentare sa che il suo buon funzionamento e la sua efficacia dipendono dalle relazioni governo/Parlamento. Con tutti i meriti che, personalmente di persona, sono disposto a riconoscere al governo Draghi, ritengo che il suo ricorso ai voti di fiducia, nel silenzio neppure imbarazzato dei commentatori che, con alto tasso di partigianeria lamentavano l’autoritarismo dei Dpcm di Conte, sia eccessivo e per nulla consono al miglioramento della democrazia parlamentare e della politica in Italia.