La seconda vita di Mario Mori, l’uomo che visse tre volte, è quella dedicata alla criminalità organizzata, dopo la prima impegnata a occuparsi di trame nere. Ora che la sua terza vita, quella da imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è culminata in una assoluzione in appello, c’è chi propone di nominarlo senatore a vita. Ma che cosa c’è davvero dentro la sua attività nel Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri, nato con lui nel 1990? Successi nel contrasto alle mafie, ma innanzitutto la trattativa con Cosa Nostra. Riconosciuta dalla stessa sentenza che lo assolve (“perché il fatto non costituisce reato”) mentre condanna per averla fatta i tre imputati di Cosa Nostra, riconosciuti colpevoli di “minaccia a corpo politico dello Stato”. La trattativa dunque c’è, ma per lui non è reato. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, e di Giovanni Falcone, nemico giurato della mafia siciliana, Mori cerca di aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra, per bloccare la strategia stragista.
Ha esperienza di trattative con l’anti-Stato, sul confine sempre incerto tra indagini e concessioni: nella sua vita precedente (quando si occupava di neofascisti e stragi nere) aveva per esempio stretto rapporti con un neofascista di rango, Gianfranco Ghiron, nome in codice “Crocetta”, a cui fece anche da testimone di nozze. Nel 1992 individua il canale per parlare con i vertici di Cosa Nostra: Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo (ma prova anche con il neofascista Paolo Bellini). Il canale Ciancimino funziona: arrivano le richieste di Totò Riina allo Stato per fermare le stragi, scritte sul papello. Ma arriva anche un contraccolpo terribile: Riina gongola, dice ai suoi “si sono fatti sotto”, dunque per alzare la posta della trattativa “ci vuole un altro colpetto”. L’ipotesi tremenda è che quel “colpetto” sia l’uccisione di Paolo Borsellino.
Dopo essere riuscito ad arrestare Riina, il 15 gennaio 1993, Mori non fa perquisire la sua abitazione e sospende l’attività di osservazione, senza avvertire la Procura di Palermo. Il covo viene così ripulito da una squadretta di Cosa Nostra. Anche in questo caso, nessuna colpa, stabilisce il Tribunale di Palermo: “Il fatto non costituisce reato”. La sentenza sottolinea però che “l’omessa perquisizione della casa e l’abbandono del sito hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera”. L’“incidente” si ripete un paio d’anni dopo. Un mafioso, Luigi Ilardo, spiffera al colonnello dei carabinieri Michele Riccio che nell’ottobre 1995 avrebbe potuto trovare Provenzano in un casolare di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Mori sorveglia, ma decide di non procedere all’arresto. Il pm Nino Di Matteo chiede che sia condannato a 9 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato. Ilardo viene ucciso dalla mafia, Mori assolto perché “il fatto non costituisce reato”: quel blitz mai ordinato è solo una “condotta negligente”, “il frutto di una, pur sicuramente colpevole, sottovalutazione dell’importanza dello spunto investigativo”. Due anni prima era fallito l’arresto di un altro boss: sei carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo il 6 aprile 1993 erano piombati a Terme Vigilatore, nei pressi di Messina, a caccia di Nitto Santapaola. Vedono passare un’auto su cui credono di riconoscere nientemeno che il boss Pietro Aglieri, lo inseguono, lo bloccano, mentre gli altri irrompono nella casa da cui è uscito. Risultato: sull’auto non c’era Aglieri, ma un incensurato imprenditore messinese; e nella casa, terrorizzati, i suoi famigliari. Ma Santapaola nei pressi c’era davvero: allarmato dal trambusto, fugge e la fa franca. I carabinieri dichiarano ai giudici che erano lì per caso. Una spiegazione “inquietante”, commentano i giudici, che “offende l’intelligenza di chiunque legga le risultanze probatorie acquisite”.
Nel 2001, Silvio Berlusconi torna al governo e promuove il generale Mori prefetto e direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Suo fratello era già stato dipendente di Berlusconi, come direttore della Standa di Catania ai bei tempi delle minacce di Cosa Nostra ai grandi magazzini berlusconiani. Finita nel 2006 la carriera di uomo dello Stato, il generale-prefetto riceve e accetta due incarichi di controllore della legalità: consulente della sicurezza del sindaco di Roma Gianni Alemanno (sotto i cui occhi intanto crescono i tentacoli di Mafia Capitale) e poi consulente del comitato per la legalità di Expo 2015 di Roberto Formigoni (poi condannato per corruzione). Ora è arrivata l’assoluzione per la trattativa e la proposta finale: farlo senatore a vita.
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