Prrr, quanti scoreggioni in Parlamento: lo studio sul campo di un’etnologa

Come la maggior parte degli animali, anche i parlamentari emettono scoregge per liberarsi dai gas accumulati. Per alcuni di loro può essere una questione di vita o di morte. Anni fa, un noto deputato dell’Ulivo passava la maggior parte del tempo alla buvette, dove tesseva inciuci persuadendo i recalcitranti alla copula con Berlusconi mercé un profluvio di arzigogoli casuistici, interrotti solo da frequenti sorsate di acqua minerale gassata. Un giorno, le bollicine di gas ingoiate durante una mattinata intensa gli gonfiarono i visceri al punto da comprimergli certi organi vitali fino a farli collassare. Per fortuna gli fu sufficiente uno scoreggione, passato alla storia, per liberarsi dell’aria in eccesso ed evitare di fare una brutta fine. Purtroppo accadde durante il discorso di papa Wojtyla a Montecitorio, al termine della frase “Mi sento profondamente onorato per la solenne accoglienza che mi viene oggi tributata in questa sede prestigiosa, nella quale l’intero popolo italiano è da voi degnamente rappresentato”. “PRRRRRRRRRRRRRRRRRR!” (Lo scoreggione tonitruante, fra l’altro, distolse l’attenzione di tutti dalla perfida ironia polacca contenuta nelle parole di Wojtyla. Rileggetele con attenzione). La scienza delle scoregge parlamentari non è ancora chiara in tutti i suoi aspetti, ma ha comunque portato a ricerche sia sui deputati sia sui senatori. Nel loro caso, l’accumulo di gas nel sistema digerente è dovuto all’aria ingerita bevendo bibite gassate e parlando in aula e in tv; e alla fermentazione dei supplì ingollati alla buvette, processo fondamentale per assimilarne le sostanze nutrienti. I gas facilitano i movimenti intestinali, a patto che trovino regolarmente sfogo all’esterno. A qualunque peone basta una legislatura per padroneggiare l’arte di rilasciare i gas intestinali in modo insonorizzato. Chi non ci riesce si reca nelle farmacie di Camera e Senato, dove potrà comprare speciali mutande fonoassorbenti ai soliti prezzi stracciati. Incuriosita da come funzionano le scoregge nell’attività parlamentare, Virna Prosdocimi, una etnologa della Sapienza, ha fatto qualche ricerca e scritto un libro illustrato sul tema: Scorregge. La guida definitiva alle flatulenze parlamentari. L’idea del libro, mi dice Virna, nacque qualche anno fa, quando suo fratello le chiese se anche i parlamentari producessero scoregge. Lei non ne aveva idea e si fece quindi aiutare da un suo amico politologo. La risposta fu sì, e portò alla nascita dell’hashtag #ScoreggeInParlamento, che all’inizio del 2017 raccolse un discreto successo online, anche di natura scientifica. Messi in contatto tramite l’hashtag, ricercatori ed esperti condivisero online un documento a cui ognuno poteva aggiungere notizie sulle flatulenze dei politici, a patto di citare con precisione luogo e data. Quindi Virna ha trasformato questo lavoro collettivo in un libro: comprende 80 politici italiani di tutti gli schieramenti, con informazioni e curiosità sul loro modo di liberarsi dei gas in eccesso. Sapevate, per esempio, che alcuni politici risucchiano l’aria dall’ano, oltre a espellerla? Ma come si misurano le scoregge dei parlamentari? VIRNA: “A volte gli scienziati usano una specie di pannolone dotato di provetta posteriore. Viene fatto indossare al deputato, con la provetta collocata dove immagini, lasciandogli la possibilità di camminare nel Transatlantico, di mangiare alla buvette e di fare interpellanze in aula senza soluzioni più invasive per estrarre i gas”. Per un altro test, il parlamentare viene chiuso in una stanza dove dei sensori rilevano i cambiamenti nella composizione chimica dell’aria. “In questo modo, però, nel caso di politici come Salvini e Renzi diventa più difficile capire da quale orifizio escono le scoregge”.

 

L’ipocrisia elevata a sistema

Succede che i dirigenti della sezione romana dell’Unitalsi, la benemerita organizzazione che si occupa del trasporto degli ammalati a Lourdes e negli altri santuari internazionali, siano entrati in possesso di un milione 800mila euro, sottratti alla beneficenza di tante brave persone, per acquistare una villa in Sardegna e fare la bella vita. Così leggiamo sul Corriere della Sera a proposito del patteggiamento della segretaria dell’Unione, che ha ammesso il reato. Vizi privati e pubbliche virtù di chi, approfittando delle altrui infermità, è arrivato a truffare perfino la Madonnina di Lourdes. Mentre, al contrario, per la Bestia di Matteo Salvini possiamo parlare di pubbliche virtù e vizi privati. Poiché mentre, per dirne una, il Capitano (ex) si serviva della macchina schiacciasassi della propaganda leghista per sermoneggiare contro la tossicodipendenza (“La droga fa male sempre”, ironizzò dopo la condanna dei due carabinieri per l’omicidio di Stefano Cucchi), forse non si era accorto che nella stanza accanto qualcosa non andava. Infatti il problema non è la “caduta come uomo” di Morisi, bensì l’ipocrisia elevata a sistema per lucrare like e dunque voti, voti, voti per la maggior gloria del capo, e amen. Luca è un mago della Rete, ma senza la forza propulsiva di Matteo sarebbe come un computer disconnesso.

A differenza dei dirigenti Unitalsi, Salvini ha la fedina penale pulita e da bravo cittadino osserva la legge, eppure come quella coppia di galantuomini anche lui specula sulla fede del prossimo attraverso la martellante comunicazione della Bestia. Facendo credere che esista un mondo di individui (riconducibili a sinistra) tarati dalla droga, o che favoriscono l’immigrazione clandestina di massa, e dunque la sostituzione del popolo italiano con etnie di pelle scura. Un nemico a cui si opporrebbe l’armata del Bene, a difesa dell’Italia migliore: Dio, Patria e Famiglia. Quella che al posto della canne si fa di Nutella. Purtroppo, il Carroccio non è Lourdes o Medjugorje, ma è composto da esseri umani che come tutti hanno le loro qualità e possono avere le loro cadute. Se invece di denunciare la solita “giustizia a orologeria”, o frignare per la “dignità di Morisi distrutta dai media” (la nemesi della gogna che si lamenta della gogna) il leader del primo partito italiano s’interrogasse seriamente sulla catastrofe politica e morale prodotta dal bestiale metodo social dello Shitstorm (tempesta di merda sull’avversario), ne guadagneremmo tutti.

Ora Meloni attacca la Lega: “Io riempio le piazze e voi?”

Isolata. Accerchiata. Tradita dai propri alleati. Così si è sentita Giorgia Meloni dopo aver letto, lunedì mattina, le parole con cui Giancarlo Giorgetti ha esternato quel sorprendente endorsement in favore di Carlo Calenda, bocciando i candidati di centrodestra di Roma e Milano. E facendo calare la mannaia soprattutto sul “suo” Enrico Michetti. Raccontano di un breve scambio di messaggi pure con Matteo Salvini, nel frattempo frastornato dal doppio uppercut, quello di Giorgetti e la vicenda di Luca Morisi. E il tono dei messaggi della leader di FdI è stato il seguente: “Ma come, noi su Milano stiamo lottando ventre a terra per il vostro candidato, sabato abbiamo pure riempito piazza Duomo, e voi su Roma mi fate questi scherzi?”.

Il leader leghista, a sua difesa, non ha potuto far altro che farle notare il suo impegno personale nella Capitale, che in effetti Salvini sta girando da mane a sera per portare acqua a Michetti.

Come del resto ha riconosciuto la stessa Meloni, ieri sera a Porta a Porta. “Sono rimasta molto colpita dalle parole di Giorgetti, ma per me fa fede la presenza di Salvini e di Forza Italia nella Capitale. Però non ho proprio capito il senso di quell’uscita…”, ha detto la leader di FdI. Lo stesso Capitano, intanto, era tornato sull’argomento bastonando il suo numero due perché “per vincere bisogna ripartire dalle periferie e non dai salotti di Calenda”.

Ma visto che una certa fuga da Michetti da giorni si registrava anche tra i berluscones, tanto da sollecitare un appello pro-candidato da parte di Berlusconi stesso, in FdI la spiegano anche in maniera sofisticata. “Mi pare evidente che, da parte di certi ambienti esterni ai partiti, vi sia un tentativo di spaccare Lega e FI per isolare le ali estreme e coinvolgere le parti più moderate e malleabili in un’operazione che, insieme a una legge elettorale proporzionale, possa non solo evitare la vittoria del centrodestra alle urne, ma riproporre il guazzabuglio del governo Draghi, con o senza lo stesso Draghi”, ragiona Lucio Malan, ex forzista da poco passato coi meloniani. Un’operazione Ursula allargata ai leghisti “buoni”, la spiegano in FdI, che vede coinvolti i ministri leghisti e forzisti nell’attuale esecutivo, ma pure i governatori del nord e parte dei parlamentari. Ma che potrebbe anche avere l’effetto contrario: ricompattare Lega e FI, facendo altresì aumentare il bottino di voti meloniani.

Altrimenti, ed è l’altra versione che circola in via della Scrofa, si tratta di “una battaglia tutta interna alla Lega, con Giorgetti che attacca Salvini per suoi interessi partitici, usando come clava le elezioni romane”, osserva Fabio Rampelli. “E poi se davvero Calenda è così performante, perché Giorgetti non l’ha candidato a Varese…?”, si chiede con una certa perfidia il deputato romano.

Ma se la querelle romana rischia di avere ancora strascichi nazionali, a Milano Ignazio La Russa si sta ancora godendo la piazza Duomo strapiena di domenica scorsa. “Strabiliante. Anche Giorgia era emozionata. Una piazza così l’avevo vista solo in due occasioni: per Giorgio Almirante nel 1972 e per Gianfranco Fini ai tempi di An”, sostiene La Russa. “Per il resto, facciamo tutto ciò che serve per non regalare le Amministrative alla sinistra. Noi di FdI siamo specializzati nell’aiutare candidati in difficoltà (come Bernardo)…”, sospira l’ex ministro della Difesa. Già, se poi ci scappa pure quel sorpassino alla Lega sotto la Madonnina, la probabile vittoria di Beppe Sala sarebbe pure meno amara.

“Il Sistema Torino ha fallito, ma destra e Pd stanno zitti”

“Chi vincerà a Torino tra Paolo Damilano e Stefano Lo Russo? Non lo so, non faccio l’indovino, ma ho l’impressione che sulla questione centrale per questa città, il lavoro e il futuro della produzione, dicano cose troppo uguali e sbagliate. O meglio, che non offrono risposte. C’è, in questa campagna torinese mai decollata, ‘una mucca in corridoio’, come direbbe Bersani. E nessuno l’affronta”.

Giorgio Airaudo, lei è il segretario regionale della Fiom. Come vede, da sinistra, questa battaglia un po’ ovattata per conquistare Palazzo di Città?

Più che vedere, non sento. Non sento parlare, in questa Torino in profonda crisi, del suo problema più grande che è quello dell’occupazione. Ho ascoltato l’ultimo confronto tra i candidati e non ho mai sentito pronunciare la parola Stellantis. Eppure la vendita Fca-Fiat ai francesi di Peugeot è la più grande vicenda industriale di Torino dal 2016.

Lo Russo, però, è il candidato del Pd e Damilano, da parte sua, corre a destra, ma è un imprenditore. Le loro ricette non la convincono?

Il centrosinistra dovrebbe ammettere che quella transizione tra capitale e lavoro, pensata ormai quasi 30 anni fa con la giunta Castellani e proseguita con Chiamparino e Fassino, è fallita: alleare la borghesia e il mondo Fiat con gli ex comunisti, il famoso Sistema Torino, per sostituire all’auto un’economia basata sul turismo, sulla cultura e sul loro terziario. Oggi Lo Russo prova a parlare di nuovo dell’auto, del suo futuro elettrico, ma non dice nulla su Stellantis: è il solito silenzio del Pd sugli Agnelli e la Fiat. Damilano, invece, dice che basterà attrarre un po’ di medie e piccole imprese per rilanciare la produzione, ma poi riduce tutto a uno slogan un po’ ridicolo: “Torino porta delle Langhe”. Di Mirafiori, però, non parlano mai.

Perché Mirafiori?

Perché è ancora oggi un’area di oltre 3 milioni di metri quadrati, anche se utilizzati ormai solo a metà. Ma se Stellantis vuole ancora usarla, allora bisogna costringerla a dirlo. Se invece è un problema, e non è più nella mente dei padroni francesi, allora diventa una questione di riuso urbanistico e sociale. Com’è possibile che i candidati non ne parlino? Ma c’è di peggio: ho letto che Stellantis vorrebbe cederne un milione e 200mila metri, magari per l’insediamento italiano di Intel. Se non accadrà, però, temo che presto la ghigliottina di Parigi possa decapitare Mirafiori.

Lo Russo accusa il ministro Giorgetti, venuto a sostenere Damilano, di promettere ma di non fare nulla per la città: la gigafactory per le batterie elettriche finita a Termoli, Intel che sembra destinata a Catania. È così?

Il fatto è che quando la Fiom ha provato a lanciare la battaglia per la gigafactory di Stellantis, ha faticato a trovare una sponda nella politica cittadina, a cominciare proprio dal centrosinistra. Ciò che vedo è l’incapacità di comprendere che in città c’è una profondissima frattura che riguarda il lavoro e che divide il centro dalle periferie. Solo la Chiesa torinese ha provato a denunciare questa situazione.

E gli anni della giunta Appendino-M5S?

Appendino aveva annunciato di voler rompere il Sistema Torino, in realtà lo ha solo reinterpretato. Poche ore dopo la sua elezione, un grande vecchio della Fiat come Gian Luigi Gabetti disse in un’intervista: “È una di noi”. Forse inconsapevolmente, è andata proprio così.

Giudizio negativo, dunque?

Sulle periferie ci hanno provato, ma la frattura sociale non si è mai ricomposta. Devo però riconoscere che nella sua missione a Roma, prima delle ferie, Appendino ha avuto il coraggio di mettere sul tavolo i dati della crisi della città. Sino a ottenere una risposta da Draghi: “Dobbiamo fare qualcosa per voi”. Damilano e Lo Russo, invece, sfuggono a questa operazione di verità e il centrosinistra, purtroppo, non indica una visione per Torino.

Torniamo all’inizio: come finirà?

Io prevedo una forte astensione. Potrebbe anche accadere che chi sceglierà il sindaco sia la minoranza della città.

I sondaggi però parlano di un ballottaggio Lo Russo-Damilano: scatterà la corsa democratica contro le destre?

Non lo so, temo che quella Torino purtroppo non esista più. Semmai, il Pd dovrebbe pensare a come rimediare a un suo grave errore.

Quale?

Aver rifiutato l’alleanza col M5S proposta da Appendino e Conte. Ora c’è solo una strada per sbloccare le resistenze dei 5stelle: offrire l’apparentamento al secondo turno. Ma sarà difficile accada.

E dunque?

Boh, lo ripeto: non restano che gli indovini.

Il palco (e la squadra) coi “vip”: Raggi spera nel crollo di Michetti

Tutti i big sull’ultimo palco, per giurare a Roma e all’Italia che la sindaca non è sola. L’anticipazione di qualche nome dell’ipotetica giunta e un gruppo di “pensatori” di supporto, per dimostrare che questa volta non si partirebbe da zero. Stilettate soprattutto a Enrico Michetti, il candidato molto affaticato del centrodestra: nella speranza neanche troppo tacita che Carlo Calenda salga nei consensi succhiando a destra come a sinistra. Virginia Raggi, terza in tutti i sondaggi sulla corsa al Campidoglio, si gioca le ultime carte per l’impresa, cioè arrivare al ballottaggio.

E se prima la sfida era tutta al dem Roberto Gualtieri, ora più di qualcuno nel M5S spera (anche) in un ribaltone che sarebbe ben più rumoroso, ossia che a crollare sia Michetti, nonostante il traino di Fratelli d’Italia e del centrodestra. E siamo al confine tra numeri – “Michetti continua a scendere nei sondaggi” assicurano dal M5S – e scongiuri, tra calcoli e gesti apotropaici. Ma tutto può valere come una boa cui aggrapparsi, anche la lettera con cui ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha annunciato agli aspiranti sindaci di Roma che candiderà la Capitale per ospitare l’Expo 2030. Raggi e Luigi Di Maio – il maggiorente che più l’ha sostenuta negli ultimi mesi assieme a Beppe Grillo – invocavano la candidatura da settimane, anche per voltare pagina rispetto al no alle Olimpiadi che gli avversari continuano a rinfacciare alla sindaca. Così ieri la 5Stelle ha esultato pubblicamente: “Daje! L’Expo di attrarre investimenti, proporre al mondo grandi progetti di innovazione e di rilanciare il lavoro e l’economia di tutta l’Italia. Dobbiamo battere le candidature di Mosca e Busan, dobbiamo fare squadra”. Fuori taccuino, dal Movimento salutano come “un buon segnale” che Draghi abbia firmato la lettera prima della scadenza del 30 ottobre. Ma per tener viva la rincorsa serve altro. Per esempio, far trapelare che la sindaca ha già in mente alcuni dei possibili, nuovi assessori.

Partendo con l’ex ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, capolista di Roma ecologista, una delle liste civiche di supporto alla grillina. Per continuare con Federica Angeli, giornalista di Repubblica nota per le inchieste sui clan di Ostia, attualmente delegata del Comune alla legalità e alle periferie. Non solo. La sindaca pensa a un “laboratorio delle idee”, sorta di pensatoio con imprenditori e docenti che dovrebbe aiutare la giunta con spunti e proposte. “Nessun imprenditore di peso è più disposto a fare l’assessore, e allora meglio chiedere idee, contributi” è la riflessione. Ma prima bisogna trovare sempre quelli, i voti. Da cercare innanzitutto nei grandi quartieri fuori del centro. Il deputato Francesco Silvestri, uno dei coordinatori della campagna elettorale, auspica: “Michetti perderà ancora voti nelle periferie, e non avrebbe senso se quei consensi li prendesse Calenda, un candidato da Ztl che in certi quartieri passa solo per arrivare al Raccordo anulare”. E l’endorsement del leghista Giorgetti proprio per il capo di Azione? “È la conferma che Michetti è invotabile e che la Lega è spaccata, in pieno stato confusionale”. Intanto il M5S lavora all’evento conclusivo di venerdì sera a Roma, alla Bocca della Verità, a due passi dal Circo Massimo e dal Campidoglio. Sul palco con la sindaca Conte, Di Maio, Paola Taverna, Laura Castelli, Silvestri, Giulia Lupo e altri. Non è da escludere la partecipazione di Beppe Grillo, magari in collegamento. E sarebbe la prima volta in cui il Garante torna a incrociare Conte dopo lo scontro della scorsa estate.

Poi c’è Alessandro Di Battista, che domani farà una diretta su Facebook assieme alla sindaca, con la Raggi già in diversi eventi. E c’è chi lo vorrebbe anche all’evento di venerdì. Ammesso che l’ex deputato ne abbia voglia.

C’è pure l’altro ambientalismo possibile: l’Eco Social Forum

A Milano ieri non è partito solo il percorso verso la Cop26 di Glasgow, la 26esima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: com’era abitudine dei Social Forum vent’anni fa, sono iniziati anche gli incontri di associazioni e movimenti che propongono “dal basso” una loro strategia contro il climate change alternativa a quella ufficiale.

La principale piattaforma di contestazione si chiama Climate Open Platform e riunisce un’ampia varietà di gruppi: dalle organizzazioni studentesche ai sindacati ai comitati locali, oltre a numerose associazioni ambientaliste. Ci sono ovviamente i Fridays for Future, il Wwf e Greenpeace, ma anche Mani Tese, Arci e Cgil, fra gli altri. L’obiettivo dichiarato è “essere una spina nel fianco dei potenti della terra e dei governi del mondo che si riuscono a Milano”, per sottolineare che bisogna mettere insieme giustizia climatica e giustizia sociale. Secondo gli attivisti della piattaforma le istituzioni sono invece “succubi delle logiche di profitto di un sistema che sfrutta i territori e chi li abita”.

È questo l’Eco Social Forum, una tre giorni di iniziative auto-organizzate per tutta Milano per discutere come affrontare la crisi climatica coinvolgendo i cittadini e affermando allo stesso tempo la necessità di un approccio radicale. Martina Comparelli, portavoce dei Fridays for Future Italia, ha descritto così l’iniziativa al Fatto: “L’obiettivo è quello di obbligare ad agire i ministri e i capi di governo: l’ipocrisia di chi proclama la transizione ecologica e poi agisce per accelerare il collasso climatico non è più sostenibile. A Mario Draghi, Boris Johnson, al ministro Cingolani e agli altri che si ritrovano al Mico di Milano a fare greenwashing e youthwashing diciamo: il vostro tempo è scaduto”.

L’altra piattaforma “dal basso” è quella di Climate Justice Platform. Questa rete, più spiccatamente anticapitalista, organizzerà da giovedì a domenica un “campeggio climatico” con associazioni come Extinction Rebellion, i No Tav e alcuni centri sociali. Entrambe le realtà alternative alla transizione dei governi e delle imprese si incontreranno in due grandi marce: quella degli studenti dopodomani e la global march sabato.

Se torna l’austerità niente svolta green

Centotrentunomila miliardi. Questa, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile, è la dimensione degli investimenti globali da realizzare entro il 2050 per portare le emissioni di CO2 al net zero. 131mila miliardi: questo numero, presentato così, sembra enorme. Se però facciamo qualche conto in più, le cose appaiono più fattibili: si tratta di destinare alla transizione verde ogni anno circa il 5% del Pil mondiale. Non è poco, ma non è una cifra irraggiungibile: basti dire che nel 2020 le spese militari hanno raggiunto il 2,4% del Pil globale (fonte: Stockholm International Peace Research Institute).

Per dirla in altro modo ci affideremo a un discorso pronunciato alla Bbc nel 1942 da John Maynard Keynes, il maggiore economista del Novecento: “Tutto quello che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”. Insomma, il problema non è dove “trovare i soldi”: quando c’è la volontà politica si trovano e lo si è visto durante la pandemia. Il problema è dunque la volontà politica, il che ci riporta ancora al Keynes che avvertiva che la difficoltà non sta nelle idee nuove, “ma nell’archiviare quelle vecchie”. Tra queste, quelle che negli ultimi decenni hanno voluto limitare ruolo e bilanci dello Stato per lasciare spazio al capitale e ai profitti privati. Questo è particolarmente vero per l’Unione europea, in cui quella visione è addirittura codificata nei trattati e nel Patto di Stabilità. E riecco la volontà politica: la transizione ecologica ha bisogno di investimenti massicci, che i mercati non realizzeranno da soli.

Jean Pisani-Ferry, autorevole economista francese, non è stato in questi anni un grande sostenitore dell’intervento pubblico, eppure è convinto che l’Ue deve cambiare. Spiega al Fatto: “Le spese per investimenti avvengono per la quota maggiore nel settore privato, ma comunque i governi dovranno fare investimenti addizionali, probabilmente fra lo 0,5% e l’1% del Pil solo nel green. Al momento le regole non prevedono un trattamento preferenziale per questi investimenti, ma mi aspetto che la discussione progredisca. All’ultimo Ecofin alcuni miei colleghi del think tank Bruegel hanno proposto la creazione di una golden rule per gli investimenti verdi, per esentarli dalle regole del Patto di stabilità e crescita”. E non solo: l’approccio ecologista dovrà dotarsi di un’analisi macroeconomica solida. Ancora Pisani-Ferry: “Ci saranno conseguenze sul potenziale produttivo: se alcune tecnologie e tecniche di produzione diventeranno obsolete, esso si ridurrà. È perciò necessario fare investimenti per mantenere la capacità produttiva”.

Le parole dell’economista che fu il principale consulente di Emmanuel Macron e che a Bruxelles è assai più che ben introdotto, dicono che anche un pezzo dell’establishment europeo sta cambiando posizione sul debito pubblico, ma le belle parole non bastano. I green bond sono ancora solo il 4% sul totale dei titoli e questo a non voler citare i molti, fondati dubbi sulla tassonomia più utilizzata per certificarli (ESG). C’è chi, come l’economista Daniela Gabor, ritiene che questi strumenti di finanza “verde” siano in realtà espedienti per fare greenwashing. Addirittura, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, i più grandi emittenti di titoli verdi hanno prestazioni peggiori della media nella produzione e distribuzione di energia. La vera questione è che “c’è un bisogno ineludibile di un intervento pubblico consistente”. Così si è espresso José González-Páramo, un ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, in un articolo su Omfif. Il settore privato, infatti, si sta muovendo ancora troppo lentamente: secondo la Banca europea degli investimenti solo il 45% delle imprese europee hanno fatto investimenti climate-friendly.

Ma come fare grandi investimenti verdi se già si parla di una nuova stretta fiscale? Se persino nel regolamento per i Piani nazionali di ripresa, che cita come vincolanti le “raccomandazioni Paese” di Bruxelles, si presuppone un ritorno verso il pareggio di bilancio? Come si conciliano quelle regole con “l’urgenza” della transizione invocata da Mario Draghi o i continui riferimenti che le dedica nei suoi discorsi Ursula von der Leyen? In Europa, secondo la Commissione, servirebbero 300 miliardi di euro di investimenti verdi all’anno per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi delle Nazioni Unite e il Green Deal europeo e il Next Generation Eu ne coprono solo 140. Il resto dovrà venire dal settore privato, che però sembra restio a spingere l’acceleratore sulla transizione.

Certo, si può provare a “costringere” imprese e banche ad accelerare la svolta. Un recente paper di Greenpeace e della New Economics Foundation, ad esempio, propone di cambiare le regole sui titoli che la Bce può accettare come collaterale: in parole povere, la Banca centrale dovrebbe essere più selettiva nel rifinanziamento delle banche per incentivarle a comprare meno titoli emessi da imprese inquinanti. Stiamo, però, vedendo in queste settimane che affidarsi a meccanismi di puro mercato produce squilibri e ingiustizia sociale: non solo le bollette elettriche aumentano (soprattutto) per l’improvvisa crescita dei prezzi del gas che garantisce i mega-profitti delle compagnie energetiche, ma alla faccia della transizione ambientale e del climate change il consumo globale di carbone – spinto dal costo del gas – sarà più alto di quello del 2019 e vicino al picco del 2014 (fonte: l’Agenzia Internazionale per l’Energia).

Insomma, si torna sempre lì: senza un più rilevante ruolo dello Stato sia in termini di investimenti sia di regolazione del mercato, la transizione ecologica non esiste o diventa profondamente ingiusta (e quindi non durerà a lungo). Per capire come e se potrebbe cambiare l’Unione europea a questo proposito non resta che guardare al prossimo governo della nazione-guida, la Germania: la buona affermazione dei Verdi e la vittoria per quanto risicata dei socialdemocratici (Spd) di Olaf Scholz sono una piccola buona notizia anche per il resto d’Europa; la quasi certa presenza nel futuro esecutivo dei liberali di Fdp una pessima.

Se i primi due partiti vorranno garantire al loro Paese gli investimenti necessari alla complessa transizione energetica (la Germania, contrariamente a quanto credono molti, non è una nazione green e la sua industria conta molto sul carbone) anche attraverso l’allentamento del pareggio di bilancio, il terzo pretenderà che questo non valga per gli Stati Ue ad alto debito.

Cingolani chiede ai giovani le idee che gli mancano

Da un lato c’è Greta Thunberg, che non gira attorno alle cose: è il ruolo dell’attivismo, d’altronde, fondamentale per indicare alla politica la direzione da prendere e la meta da raggiungere. Dall’altro c’è il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, il cui ruolo – come di tutti i governi – è tracciare il percorso nel dettaglio e governarlo nell’interesse di tutti, Greta inclusa. I due piani sono contigui e non equiparabili. Eppure, continua a esserci confusione al punto da provocargli ansia da prestazione.

Milano in questi giorni sta ospitando la conferenza dei giovani sul clima Youth4Climate: Driving Ambition voluta dall’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa come evento preparatorio della Pre-Cop26 di Milano (30 settembre-2 ottobre). Vi partecipano 400 giovani da 186 Stati selezionati fra 8mila candidature. Le loro proposte saranno raccolte in un documento e messe a disposizione della Cop26 di Glasgow che si terrà dal 31 ottobre al 12 novembre (con la collaborazione dell’Italia) e dei negoziati sull’Agenda 2030 dell’Onu.

Il ministro Cingolani inizia la sua giornata facendo arrabbiare i Verdi europei. “Vogliamo ascoltare le vostre idee, le vostre proposte, le vostre raccomandazioni perché abbiamo bisogno della vostra visione, della vostra motivazione e del vostro coinvolgimento – dice alla platea dei ragazzi – ma ricordate per cortesia, e questo ve lo dico da scienziato e da padre di tre bambini, che il cambiamento climatico e le disuguaglianze sociali globali vanno trattati insieme”. Spiega che “non esiste un’unica soluzione” e spera “che oltre a protestare, estremamente utile, ci aiuterete a identificare nuove soluzioni visionarie”. La prima replica arriva a metà mattina: “Il ministro chiede ai giovani proposte visionarie. Evidentemente non gli è ben chiaro che quello di formulare proposte è il suo compito – dicono Angelo Bonelli e Eleonora Evi, co-portavoce nazionali di Europa Verde –. Ha definito la transizione ecologica un bagno di sangue e sta aiutando l’industria fossile a continuare a inquinare”. Ricordano la spinta per realizzare i depositi di Co2, cari alle industrie fossili, il piano energia e clima, le perdite di acqua potabile (con investimenti irrisori nel Pnrr). “Un ministro che chiede ai giovani cosa fare senza dire lui cosa sta facendo è disarmante”, concludono. È la stessa linea del cosiddetto “bla bla bla” citato da Greta Thunberg durante il suo intervento: “È tutto quello che sentiamo dai nostri leader. Parole, che sembrano bellissime, ma che non hanno portato finora ad alcuna azione. Dicono che vogliono delle ‘soluzioni’ ma non si può risolvere una crisi che non si conosce. E la crisi climatica è solo un sintomo di una crisi di sostenibilità e sociale, basata sull’idea che alcune persone valgono più di altre”.

Un contrasto che Cingolani liquida come “esprimersi in modo diverso per questioni generazionali”, “enfasi giovanile”. Sostiene, anche in un fuori onda catturato dall’Ansa – in cui un suo collaboratore si lamenta della mancanza di contenuto nelle parole di Greta “lei alla fine è stata anche meno concreta” e il ministro spiega di aver cambiato il discorso perché “I Carbon offset (sistema di compensazione delle emissioni C02, ndr) non c’entrano un ca**zo – che “al di là delle chiacchiere” sono state dette le stesse cose e che “non c’è Greta che tenga”. O meglio: “Io l’ho detto in termini diversi – dice Cingolani– ovvero che è impossibile separare il cambiamento climatico dalle disuguaglianza sociali”. Fuori dalla protesta giovanile, per il ministro, la “sostenibilità” richiede “sobrietà e buon senso”, che vengono solo da” cultura, studio, ricerca, innovazione, finanza etica e buona governance”. Il bagaglio che l’Italia porterà alla Cop 26 a novembre a Glasgow è questo. Più diretto, il presidente della conferenza Alok Sharma: “Ora è il tempo per i leader delle maggiori economie e dei più grandi emettitori di gas serra di prendere impegni molto più coraggiosi per tagliare le emissioni. Finora le risposte dei leader mondiali in nessun luogo si sono avvicinate a quanto richiesto dalla sfida climatica”. Meno sobrietà, più efficacia (almeno a parole).

A Ita non bastano i tagli ai lavoratori. L’addio ad Alitalia così resta un rebus

A poco più di due settimane dal previsto decollo di Ita, la condizione del nuovo vettore, così come del vecchio, permane avvolta in una fitta nebbia. Tutti i principali nodi restano irrisolti e nessuno dei tasselli è stato sistemato al posto giusto dai rispettivi decisori. Il governo appare in affanno nel gestire questo complicato dossier, tanto da non essere sicuri che Ita possa effettivamente partire il 15 ottobre, come stabilito nel trionfalistico comunicato stampa del ministero dell’Economia del 15 luglio. La questione principale resta quella del personale, sia di chi passa alla nuova azienda perché assunto a seguito di selezione autonoma, sia di chi rimarrà senza lavoro presso l’amministrazione straordinaria e, dunque, in cassa integrazione per un tempo al momento non ancora definito.

Il nuovo presidente di Ita, Alfredo Altavilla, è come se stesse gestendo una fabbrica tessile della Prima rivoluzione industriale e non una moderna impresa di servizi di trasporto ad altissima intensità di capitale. L’unico risultato che ha ottenuto è stato quello di compattare le numerose e sinora divise organizzazioni sindacali, ma non si vede come potrà conseguire il riequilibrio economico dell’azienda contenendo il costo del lavoro che, nell’Alitalia uscente, è solo un sesto dei costi industriali. Se poniamo uguale a 100 il costo per sedile km/offerto, la componente lavoro non arriva a 17. E anche se l’operazione Altavilla riuscisse, potrebbe forse abbassarla a 13, riducendo in questo modo il totale da 100 a 96. Tuttavia non cambierebbe nulla se si considera che la linea di costo in grado di assicurare l’equilibrio è 80 e il concorrente più agguerrito, Ryanair, opera su un livello che non raggiunge 45. Questi pochi dati bastano a dimostrare come Ita sia un’operazione a perdere, un fallimento annunciato, di cui per ora sembra che l’unico consapevole sia il contribuente, azionista involontario della medesima. Sugli altri 5/6 di costi industriali diversi dal lavoro, dai quali si è generata la perdita pluridecennale, nulla è pervenuto dai vertici di Ita. I dipendenti di Alitalia sono giustamente molto arrabbiati perché pienamente consapevoli di alcuni fatti: (1) il rapporto dipendenti/aeromobili e dipendenti/fatturato dell’azienda uscente è tra i più bassi se non il minore tra tutti i vettori europei tradizionali; (2) in maniera analoga il costo medio del lavoro per dipendente è il più basso tra tutte le compagnie tradizionali europee a parte Iberia e Tap, le quale hanno anche dipendenti in Sudamerica con un costo unitario inferiore che attenua il loro dato generale; (3) i pessimi risultati storici di Alitalia sono conseguenza di errori gestionali, di inadeguatezza strategica e di carenza di investimenti, fattori tutti imputabili a manager e azionisti, privati e pubblici, non certo al personale; (4) Ita è in grado di assorbire neppure un quarto dei dipendenti di Alitalia e con tutte le compagnie aeree italiane di linea ormai fallite, chi resta fuori non ha alcuna possibilità di reimpiego se non ricercando presso vettori esteri; (5) la stessa Ita, per i pochi che vi transitano, è un datore transitorio di lavoro come i numeri impietosi prima ricordati lasciano presagire.

La dotazione di capitale che lo Stato le ha assegnato, 1,35 miliardi, è in grado di coprire appena due inverni di perdite, una volta sostenute le spese d’investimento iniziali.
Questi fattori di delusione sono comunque surclassati da un dato: l’industria italiana del trasporto aereo è tutt’altro che in declino e le gravi difficoltà che riguardano i dipendenti sono ancora meno accettabili. Nel quinquennio ante-pandemia il settore è cresciuto a un tasso medio superiore al Pil cinese e, una volta archiviati gli effetti del Covid, la domanda si riprenderà rapidamente. Grazie ai vaccini e al Green pass questa ripresa sul segmento domestico è già in corso: lo scorso agosto i voli nazionali e i loro passeggeri sono stati rispettivamente il 3% e il 7% in più rispetto ad agosto 2019. Mai così tanti voli e passeggeri si erano visti in un solo mese sui cieli nazionali da quando esiste il trasporto aereo commerciale. Possibile che non si possano ottenere vettori nazionali economicamente sostenibili? Dobbiamo rassegnarci a restare così incapaci?

Bollette, i 3 miliardi del governo non evitano la maxi-stangata

Come da copione, la stangata è arrivata puntualissima. L’Authority di regolazione dell’energia (Arera) ha comunicato che dal primo ottobre fino alla fine dell’anno la bolletta della luce aumenterà del 29,8% e quella del gas del 14,4%. I rincari sono stati sì contenuti dall’intervento del governo, ma lo stanziamento di tre miliardi sui 9 necessari è riuscito solo ad arginare un terzo degli aumenti dell’elettricità e a dimezzare quelli del gas. Un rincaro così elevato della luce non c’è mai stato da quando ci sono gli aggiornamenti trimestrali dell’Arera, mentre per il gas si tratta del secondo maggior aumento di sempre, dopo quello del trimestre scorso.

“La straordinaria dinamica dei prezzi delle materie prime verso i massimi storici e le alte quotazioni dei permessi di emissione di Co2 (in pratica le tasse che le aziende pagano per inquinare, ndr), avrebbero portato a un aumento superiore al 45% per la luce e di oltre il 30% per il gas”, spiega l’Arera. Solo per tre milioni di famiglie che beneficiano dei bonus sociali (nuclei con Isee non superiore a 8.265 euro, 20 mila euro se con più di tre figli), il balzo dei costi per l’energia è stato sostanzialmente azzerato.

Insomma, dopo giorni (e notti) di passione per l’esecutivo di Mario Draghi, l’unica strada tracciata ha portato alla riduzione al 5% dell’Iva per le bollette del gas e alla sterilizzazione degli oneri generali di sistema che pesano sulla bolletta per oltre il 20% e dove entrano le componenti più diverse (dagli incentivi alle rinnovabili ai costi di smantellamento delle centrali nucleari). La stessa decisione adottata già a fine giugno per evitare la mazzata nel terzo trimestre. Allora il governo con 1,2 miliardi aveva limato da oltre il 20% al 15,3% gli aumenti del gas e al 9,9% quelli della luce. Numeri alla mano, da ottobre a dicembre, una famiglia-tipo spenderà per la luce 631 euro, con un aumento del 30% rispetto al 2020, pari a 145 euro. Mentre per il gas si spenderanno 1.130 euro, con una variazione del +15% circa rispetto al 2020, che corrisponde a un aumento di circa 155 euro su base annua. E nel confronto con lo scorso anno si deve anche considerare che gli italiani hanno pagato bollette relativamente basse, complice la pandemia. Ma dall’inizio del 2021 è tutto cambiato con la crescita del prezzo della CO2 (che sta incentivando la sostituzione del carbone con il gas nella produzione termoelettrica) e soprattutto del gas. Un andamento che non sembra destinato a invertire la rotta nei prossimi mesi e che per il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, va contrastato “con una riduzione strutturale dei costi energetici”, visto che “l’intervento del governo ha solo ammorbidito gli effetti”.

“Ora chiediamo al governo l’azzeramento degli oneri di sistema e la riduzione definitiva dell’Iva per il gas, intervenendo anche sulle accise. Gli incentivi vanno finanziati con la fiscalità generale”, commenta Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori. Intanto per la fine dell’anno sono previsti nuovi aumenti.