Lavoro, altra strage: 5 uccisi in un giorno. Due vittime all’Humanitas di Milano

Ancora tragedie, ancora cinque morti sul lavoro in un solo giorno. Due nel Milanese, una nell’hinterland di Torino, una a Capaci, in provincia di Palermo e un’altra ancora nel Padovano. Una scia di sangue cominciata a Pieve Emanuele (Milano), dove nel campus universitario Humanitas, collegato all’omonimo ospedale, un getto di azoto liquido ha investito due tecnici di un’azienda esterna causando ustioni da congelamento.

La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Paolo Filippini, per omicidio colposo, al momento a carico di ignoti, e ha disposto il sequestro dell’autocisterna con cui stavano effettuando il rifornimento di azoto liquido (che prima, però, dovrà essere messa in sicurezza), e del serbatoio-cisterna in cui viene depositato il liquido che è usato nei laboratori dell’Università Humanitas per crioconservare cellule.

Emanuele Zanin, bresciano di 46 anni e Jagdeep Singh, indiano di 42, lavoravano per la Autotrasporti Pé, specializzata in trasporti criogenici, dotata di certificazioni specifiche. I loro corpi, su cui è stata disposta l’autopsia, sono stati trovati a terra in fondo a un locale a cielo aperto, una sorta di incavo che contiene il serbatoio-cisterna, mentre l’autocisterna era stata collocata a fianco del serbatoio. Una delle ipotesi è che lì siano stati investiti da una perdita di azoto. Al caso lavorano i carabinieri e il personale dell’Ats di Milano per verificare se ci siano stati errori nella manovra o mancanze strutturali.

Carabinieri e Asl, di Torino in questo caso, stanno indagando invece su un altro incidente mortale accaduto a Nichelino, nell’hinterland torinese. Qui il titolare di un’officina, Leonardo Perna di 72 anni, è caduto da un’impalcatura alta due metri in un’officina meccanica in via XXV Aprile. Nella caduta dall’impalcatura avrebbe sbattuto violentemente la testa.

Morte anche a Loreggia (Padova) dove Valerio Bottero, un operaio di 52 anni che lavorava nella ditta Lavor Metal è caduto caduto da un’impalcatura alta cinque metri ed è deceduto sul colpo. L’area in cui è avvenuto l’incidente è stata recintata, e sono stati effettuati gli accertamenti da parte dello Spisal per eventuali violazioni in tema di sicurezza sul lavoro. La Procura di Padova sta coordinando i rilievi.

Aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci Giuseppe Costantino, 52 anni. È andato nella parte posteriore del Tir per alcune verifiche. Ma il mezzo si è messo in movimento e lo ha travolto uccidendolo.

E ora i sindacati tornano a chiedere più sicurezza perché “non abbiamo più tempo, non si può più aspettare”.

Allumiere, la concorsopoli del Pd del Lazio: indagati il sindaco Pasquini e tre commissari

Domande fornite in anticipo, candidati non idonei “ripescati” grazie a criteri di ammissioni cambiati in corsa, concorrenti messi in condizione di passare le prove preselettive nonostante deficit di punteggio. E il cellulare di Marco Palumbo (non indagato), consigliere capitolino del Pd e presidente della Commissione trasparenza di Roma Capitale, sequestrato dagli inquirenti a caccia delle chat con i vertici della Regione Lazio. Dopo l’inchiesta del Fatto e gli approfondimenti giornalistici, la Procura di Civitavecchia ha ricostruito la genesi di “Concorsopoli”, lo scandalo del presunto concorso truccato nel Comune di Allumiere – piccolo paesino in provincia di Roma – che ha permesso alla Regione di assumere a tempo indeterminato, nel dicembre 2020, politici del Pd e collaboratori degli staff dei consiglieri regionali. Tra gli indagati, oltre ai tre membri della commissione, compare anche Antonio Pasquini, sindaco di Allumiere e soprattutto ex capo segreteria di Mauro Buschini, il presidente del Consiglio regionale, vicinissimo a Nicola Zingaretti, che aveva approvato il provvedimento di assunzione e che si è dimesso il 7 aprile scorso in seguito alle polemiche. Pasquini è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, i tre componenti della commissione per abuso d’ufficio. Dalla ricostruzione dei carabinieri di Civitavecchia emerge che il presidente della Commissione, Andrea Mori, si era fatto anticipare dalla società Studio Staff srl (non indagata), incaricata di curare la preparazione delle prove preselettive, la banca dati delle domande, e di aver “intrattenuto contatti telefonici con 20 dei candidati” (i nomi non sono disponibili) il “contenuto dei test”. Nonostante questo, c’è voluta, secondo i pm, la modifica in corso dei punteggi di ammissione (spostati da 31 su 45 a 21 su 45) per dare la possibilità a 44 persone di rientrare nell’elenco idonei. Pasquini in persona, invece, è accusato di aver rivelato alla madre di uno dei candidati le tracce delle prove scritte. Al momento, i candidati presunti “favoriti” non risultano indagati. Fra loro, come detto, Palumbo è il nome più altisonante: da principale accusatore di Virginia Raggi nell’affare sull’assunzione pro-tempore nella Giunta capitolina della compagna dell’assessore pentastellato Gianni Lemmetti, alla fine il suo coinvolgimento nello scandalo gli è costata la ricandidatura in Campidoglio alle imminenti elezioni.

Caso Juve-Suárez, l’esame farsa approda in aula

A un anno di distanza dall’indagine della Procura di Perugia sull’esame di italiano del calciatore Luis Suárez all’Università per stranieri del capoluogo umbro, il gup Natalia Giubile, nell’ambito dell’udienza preliminare che ha preso il via oggi, ha disposto la perizia di tutte le intercettazioni messe agli atti, sia quelle ambientale che di quelle telefoniche. Si è trattato quindi di un’udienza tecnica, durata poco più di 20 minuti e rinviata al 12 ottobre, quando verrà nominato il perito. A chiedere la “perizia trascrittiva” è stata la stessa Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, che coordina le indagini dei sostituti Paolo Abbritti e Gianpaolo Mocetti, d’accordo con i difensori degli imputati, che sono: l’ex rettrice Giuliana Grego Bolli, l’allora direttrice del Centro di certificazioni linguistiche Stefania Spina, l’ex direttore generale Simone Olivieri e l’avvocato Maria Cesarina Turco. Quest’ultima, secondo l’accusa, mise in contatto lo staff di Suárez con l’Università per stranieri di Perugia.

Fedez denunciato da Pietro Maso: “Mi ha diffamato”

L’oggetto del contendere sono alcuni versi del brano No Game-Freestyle. Il soggetto è Fedez, rapper milanese, che da ieri è indagato dalla Procura di Roma con l’accusa di diffamazione aggravata nei confronti di Pietro Maso, l’uomo che nel 1991 uccise i suoi genitori nel Veronese. L’inchiesta è nata da una denuncia presentata nei mesi scorsi dall’avvocato di Maso in relazione alla canzone pubblicata nel giugno scorso da Fedez. Nel testo alcune parole fanno riferimento alla vicenda processuale di Maso, tornato libero nel 2015 dopo 30 anni di carcere. Il passaggio contestato recita: “Flow delicato, pietre di raso, saluti a famiglia da Pietro Maso, la vita ti spranga sempre a testa alta come quando esce sangue dal naso”: un chiaro riferimento alla modalità con cui Maso, insieme a due amici, uccise i genitori il 17 aprile 1991. “È richiamata in maniera esplicita la drammatica vicenda personale e processuale che mi ha visto coinvolto e che, a distanza di anni e di un faticoso e doloroso percorso personale sono riuscito a superare”, ha dichiarato Maso.

Ma Fnsi e Ordine non hanno tempo: la battaglia si fa poi

La battaglia si farà. Poi, ma si farà. Non da ieri però. E non a cominciare dalla commissione Giustizia dove si sta discutendo uno schema di decreto legislativo che rischia di diventare un ulteriore bavaglio per la stampa. L’ordine dei giornalisti (Odg) e la Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) non lo permetteranno di certo. Ma in futuro. Perchè ieri, convocati in commissione, erano assenti. Colpa del tempo, che è sempre tiranno. Sono stati chiamati con poco anticipo, non c’è stato tempo di discuterne internamente e poi ci sono gli altri impegni, si difendono. “È accettabile che un ente pubblico che ha una composizione democratica venga convocato in commissione quattro o cinque giorni prima? Per me no”. Carlo Verna, presidente dell’Odg, sentito dal Fatto, non ha dubbi: non c’è stato tempo di discuterne internamente. “Non siamo soliti improvvisare su certi temi così importanti. Abbiamo mandato le nostre carte deontologiche, però non riteniamo che sia un dibattito al quale non possiamo partecipare se prima non ci danno il tempo di discuterne al nostro interno”. Ma se ne parla da mesi, almeno da marzo scorso… “Le convocazioni devono essere fatte nei tempi tali da consentire una discussione democratica. Non è il solo presidente che va autonomamente a esprimere il proprio pensiero”. Il decreto (spiegato nell’articolo accanto) avrà delle serie conseguenze per la stampa e per il diritto dei cittadini ad essere informati. “Ma vuoi fare un’intervista o un processo?… – aggiunge Verna – Ho appreso che questa cosa stava in una fase avanzata quando sono stato convocato”. In ogni modo, conclude il presidente dell’Odg, “ove mai questa cosa prendesse corpo sono pronto a fare una battaglia, come abbiamo sempre fatto, anche per quanto riguarda le querele temerarie”.

E non hanno avuto tempo di andare in commissione Giustizia neanche i rappresentanti della Fnsi. “È vero, non eravamo in commissione – spiega Raffaele Lorusso, segretario generale di Fsni al Fatto –. Siamo pieni di vertenze, non abbiamo avuto modo di approfondire il tema con i legali e ci siamo riservati di inviare loro una nota scritta. Nessuna presa di distanza però”. “Che in questo Paese ci sia la voglia di imbavagliare la stampa si sa da tempo – aggiunge –. Questo è un ulteriore tentativo di mettere un bavaglio alla stampa. Mi pare chiaro, loro possono mettere tutte le norme che vogliono ma le notizie sono notizie. E se io vengo a conoscenza che una persona è sottoposta a indagini non significa che questa persona sia colpevole, però se c’è la notizia, va scritta”. E perchè non andare a dirlo in commissione? “Bisognerebbe anche trovare il tempo, io ho finito una vertenza oggi pomeriggio. Io sono uno, non c’è nessun altro”. La Fnsi quando ha ricevuto la convocazione? “Venerdì, ma io come facevo? Avremmo anche degli altri impegni, non è che siamo lì ad aspettare le convocazioni della commissione. La questione è delicata, ma lo sono anche i posti di lavoro dei colleghi. Nessuno ha mancato di rispetto a nessuno”.

Legge bavaglio, audizioni al via Anm: “L’informazione rischia”

Magistrati contro la legge sulla presunzione di innocenza, in discussione in Commissione Giustizia della Camera. Ieri ci sono state le audizioni, molto critiche, dei vertici dell’Anm, preoccupati non solo per la “ingessatura” dei procuratori e la “burocratizzazione dei giudici”, ma anche per il bavaglio alla stampa che ne deriverebbe da questa legge. Sembrano non comprendere i rischi, invece, l’Ordine dei giornalisti, che ha declinato l’invito a essere ascoltato in Commissione e la Federazione nazionale della stampa, che ha disdetto il giorno prima.

Al centro dei lavori della Commissione è lo schema di decreto legislativo del governo sulla presunzione di innocenza, deciso dalla Camera, che ha approvato a marzo un emendamento, su spinta di Enrico Costa di Azione, e dei renziani, che a sua volta recepisce una direttiva europea del 2016. L’emendamento era stato bocciato a novembre 2020 in Commissione, ma con l’avvento del governo Draghi è stato inserito nella legge di delegazione europea.

E così c’è il rischio concretissimo che assisteremo a conferenze stampa di procuratori che sembreranno dei pesci in un acquario, perché non potranno dire nulla con la scusa che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva: “La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. In silenzio pm e polizia giudiziaria, potranno parlare, si fa per dire, solo i procuratori “esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”. I cronisti non possono quindi neppure chiamarli al telefono. Il diritto dei cittadini a essere informati viene così calpestato, diventerebbe un’impresa ardua se non impossibile conoscere intercettazioni, ordinanze di custodia cautelare e altri provvedimenti di rilevanza sociale, che riguardano politici, membri del governo, magistrati e altri esponenti istituzionali. Per non parlare dei provvedimenti che dovranno scrivere i giudici, talmente burocratici e a rischio contestazioni, che si può determinare, come ha denunciato l’Anm ieri, un ulteriore allungamento dei tempi dei processi. Quanto all’indagato o all’imputato, non deve essere indicato come colpevole “fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza” definitiva e ha il diritto alla rettifica.

Secondo il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, sentito anche dal Fatto, è una “ingessatura eccessiva” limitare la comunicazione dei procuratori. Si tratta di una “formalizzazione che può essere lesiva del bisogno di una corretta informazione”. Poi Santalucia rileva una incongruenza: da un lato, per esempio, un’ordinanza di custodia cautelare ( eseguita) è pubblicabile, dall’altro abbiamo “un procuratore molto irrigidito nei suoi rapporti con la stampa. Mi pare, dunque, che il decreto legislativo si muova non in armonia con il testo del codice, perché l’esigenza di pubblicabilità risponde a un’esigenza di trasparenza. Bisogna tutelare i diritti delle persone – ha proseguito – ma bisogna evitare che il processo si chiuda alla possibilità che la collettività, attraverso l’informazione, sia informata su snodi fondamentali e che questa forma di indebita segretazione non vada a scapito del bisogno di una corretta informazione”. In Commissione è stato ascoltato pure Nello Rossi, ex avvocato generale della Cassazione, sulla stessa lunghezza d’onda dell’Anm, anche per quanto riguarda i limiti che si vogliono mettere al giudice che deve scrivere un provvedimento: “È un punto tortuoso del decreto, il giudice deve argomentare sugli indizi di colpevolezza, ma facendo salva la presunzione di innocenza, quindi con artifici linguistici non desiderabili ai fini di una motivazione seria”. E, per evitare danni, suggerisce: “Andrebbe usata una formula in cui emerga con chiarezza che il convincimento del giudice è relativo a quel dato momento in cui si trova il procedimento”. Critico Vittorio Ferraresi, M5S: è preoccupato “per il diritto dei cittadini a essere informati su fatti di rilievo pubblico e anche per i giudici” trasformati in burocrati “per non violare questo diritto”. Infine, sul bavaglio all’informazione, dichiara: “Siamo per la presunzione di innocenza, ci mancherebbe, ma il silenzio è preoccupante”. La settimana prossima la Commissione voterà il parere.

“Ilva tutelata a dispetto dei morti”

“Gestione della criticità ambientale e cessione ai privati”. L’avvocato Piero Amara, arrestato a Potenza nell’ambito dell’inchiesta sugli intrecci politico-giudiziari intorno all’ex Ilva di Taranto, ha sintetizzato così il quadro gli interessi che nel 2016 stavano a cuore al governo Renzi. La cautela è d’obbligo di fronte alle parole dell’avvocato siciliano, noto per il “depistaggio Eni” e per i racconti sulla “loggia Ungheria”, ma dalle carte dell’inchiesta che hanno portato ai domiciliari l’ex commissario Enrico Laghi, spuntano una serie di elementi che sembrano confermare lo sforzo dell’esecutivo guidato da Renzi per risolvere a tutti i costi la vicenda. Le modalità, però, restano per ora oscure: i verbali contenuti nell’ordinanza del gip di Potenza, infatti, contengono numerosi omissis e diversi sono piazzati proprio accanto a quelle dichiarazioni che collegano Laghi e il governo. La Procura guidata da Francesco Curcio, probabilmente, potrebbe aver scelto di tenere ancora segrete dichiarazioni che meritano approfondimenti. Ma c’è anche altro a testimoniare la voglia di “soluzione a ogni costo” dell’esecutivo. Come il messaggio che Mariachiara Zanetti, consulente di Ilva in As, invia a Massimo Sorli, l’uomo che Ilva indica alla Procura come “consulente gradito” nell’inchiesta per la morte dell’operaio Giacomo Campo. “Allora Max tu sei consulente della Procura”, scrive la Zanetti a Sorli per poi aggiungere “dovrai raccogliere gli elementi principali dell’incidente e decidere in breve tempo sul dissequestro degli impianti”. Il motivo è spiegato qualche riga più avanti: “Oggi per Ilva è un momento delicato poiché si sta cercando di vendere lo stabilimento. La vendita è condizione necessaria perché lo stabilimento sopravviva. Ci sono 2 potenziali acquirenti. Occorre che non si spaventino in seguito alle conseguenze dell’incidente. A tal scopo l’interesse di Ilva, governo e Procura è di far ripartire la produzione il più presto possibile”. E grazie ai buoni uffici dell’allora procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, i commissari ottengono a tempo record il dissequestro dell’impianto. Non solo. In un incontro coi giornalisti, Capristo insinua l’ipotesi del sabotaggio: la società, da potenziale responsabile, diventava vittima di azioni esterne. Un anno prima, nell’ex Ilva aveva perso la vita Alessandro Morricella: la Procura aveva sequestrato un altoforno, ma il governo aveva emesso un decreto per consentirne l’uso anche senza le condizioni di sicurezza. Un provvedimento che la Consulta dichiarerà incostituzionale, ma che allora permetteva alla fabbrica di continuare a produrre e inquinare. A danno di salute e sicurezza. Ma, al governo bastava rassicurare gli acquirenti.

Severino indagata a Perugia. La Procura: “Va archiviata”

La richiesta di archiviazione è sulle scrivanie del Tribunale dei ministri e riguarda l’ex Guardasigilli Paola Severino, l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti e la giudice di Roma, Emilia Fargnoli. Ma al di là della richiesta d’archiviazione e dell’accusa – abuso d’ufficio, nata da un esposto di ben 86 pagine e 89 allegati presentato da Maurizio Musco, magistrato radiato anni fa dal Csm e molto legato a Piero Amara –, l’atto entra nel merito delle indagini sulla loggia Ungheria: secondo la Procura di Perugia non vi sono indizi che Severino e Vietti ne fossero parte. E sempre dal documento in questione, firmato otto giorni fa dal procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, emerge un altro dato: a carico di Piero Amara (l’ex legale esterno dell’Eni che dal dicembre 2019 sostiene l’esistenza della presunta loggia massonica coperta denominata Ungheria) c’è un nuovo fascicolo e una nuova accusa: istigazione alla corruzione. Accusa che Amara, parlando di loggia Ungheria, ha sostanzialmente rivolto a se stesso ed è strettamente legata alle vicende narrate da Musco (anche alla Procura di Milano) nell’esposto contro Severino, Vietti e Fargnoli.

Partiamo dalla tesi di Musco: l’azione disciplinare che l’ha riguardato nel 2012 sarebbe stata una “conseguenza” delle indagini che stava svolgendo, a Siracusa, sulla costruzione di una discarica legata alla società Oikoten che faceva capo al gruppo Marcegaglia. “L’ispezione – si legge negli atti che riportano la tesi di Musco – malgrado non avesse accertato fatti di particolare gravità, aveva comunque comportato, grazie alla relazione stilata dalla dottoressa Fargnoli, un’incolpazione fortemente sponsorizzata dal ministro Severino, in quanto quest’ultima era portatrice di un interesse personale. Era (ed è) in stretti rapporti professionali e istituzionali con Emma Marcegaglia, esponente di primo piano di Confindustria e quindi al vertice dell’Università Luiss dove la Severino ha insegnato e poi è divenuta rettrice, ma anche al vertice del gruppo imprenditoriale a cui faceva capo una delle società che controllano la Oikhoten”.

E ancora: “La Severino” che era “interessata ad allontanare Musco dall’indagine Oikhoten, aveva richiesto il trasferimento cautelare” di Musco “ottenendolo grazie alla ‘complicità’ dell’onorevole Vietti, all’epoca vicepresidente del Csm, e a lei legato da rapporti politici e professionali”. La Procura di Perugia non crede alla tesi di Musco che avrebbe offerto soltanto qualche “generico sospetto” o qualche “ancor più generica illazione”: “Una responsabilità della professoressa Severino (e dei suoi presunti concorrenti) per quanto è avvenuto anche dopo che ha dismesso la carica di ministro (aprile 2013) è allo stato assolutamente inipotizzabile in quanto nessun elemento (…) viene offerto dal Musco anche in prospettiva di un possibile approfondimento istruttorio”.

“Delle incolpazioni disciplinari – scrive Cantone – sono stati officiati, nel corso di quasi otto anni in cui è durata la complessa procedura, le sezioni disciplinari di ben tre diversi Csm, con relatori diversi che non risultano avere alcun rapporto con Severino. Vietti non ha più alcuna carica dal 2014. Tre volte sono intervenute le Sezioni Unite civili della Cassazione, dal 2016 al 2020, in composizioni diverse e partecipate da giudici diversi”. E quindi: “Come avrebbe potuto Severino – o i suoi asseriti sodali – riuscire a influenzare le decisioni di tanti giudici, non solo togati, ma anche laici presenti nella sezione disciplinare del Csm e nella corte di legittimità?”.

Se questo ragionamento riguarda la fase in cui Severino non era più ministro, l’eventuale abuso d’ufficio commesso da membro del governo sarebbe nei fatti già estinto e comunque gli “atti forniti da Musco militano nel senso della insussistenza del fatto”. L’attività ispettiva disposta da Severino – che oltre a Musco riguardava anche altri magistrati, proprio perché in contatto con Amara – era secondo i magistrati “pienamente legittima” e “doverosa”. Poi Cantone fa un riferimento alla loggia Ungheria (della quale Musco dichiara di aver saputo dal defunto magistrato Giovanni Tinebra che, nel 2011, gli chiese di affiliarsi ottenendo un rifiuto del pm). “Molti dei soggetti citati da Musco come artefici della sua rimozione (Severino e Vietti, ndr) vengono indicati da Amara come appartenenti a Ungheria”, ma Cantone precisa di non aver iscritto nel registro degli indagati, per violazione della legge Anselmi, né Severino né Vietti perché non ha considerato acquisiti elementi indiziari idonei. Amara, secondo Cantone, nutre nei confronti di Musco un “grande interesse personale” e per sua ammissione sarebbe intervenuto per ottenerne “l’assoluzione” nel 2015 “da parte della sezione disciplinare” e avrebbe “tentato di influenzare” il giudice relatore della sentenza della Cassazione che si sarebbe ritratto. Non a caso Amara ora è indagato per istigazione alla corruzione.

Social, scatta la rivolta della base: “Nessuna pietà, vada in galera”

“Due pesi e due misure”, “chi sbaglia paga”, “che bella ipocrisia”. Fino a chi arriva a invocare la “galera” nonostante Luca Morisi sia solo indagato per droga. Sono passate 48 ore e la “Bestia” si è rivoltata contro se stessa. Certo, i social di Matteo Salvini e della Lega sono pieni di commenti di parlamentari e di militanti leghisti che gridano al “complotto dei comunisti” e che sostengono il leader perché “gli amici non si abbandonano”. Ci sono anche gli oppositori che ironizzano sulla doppia morale di Salvini sfornando meme a ripetizione. Ma poi ci sono tutti gli altri, elettori leghisti e follower occasionali, che per una vita si sono abbeverati dalla macchina della “Bestia” di Morisi e che oggi si rivoltano contro il proprio fondatore. Sotto al post di lunedì in cui Salvini ha difeso il suo guru definendolo “un amico che sbaglia” e annunciando che lo aiuterà a “rialzarsi”, i commenti dei follower inferociti con il segretario e con lo spin doctor sono molti.

La maggior parte attacca Salvini per “i due pesi e due misure” usati con amici e nemici: “Fosse capitato a un politico dell’opposizione, il post sarebbe stato un pelo differente. Ma giusto un po’. Un politico dovrebbe essere super partes, soprattutto se qualche suo collaboratore infrange dei principi” scrive Daniele. Michela invece contesta al segretario di voler minimizzare l’indagine che riguarda Morisi e la teoria del complotto che gira molto nel suo inner circle: “Veramente l’indagine è partita da una cessione a giovani consumatori” scrive per sottolineare la gravità del comportamento dello spin doctor. I più duri invece sono quelli che invocano pene severe per Morisi. D’altronde era stato lo stesso fondatore della “Bestia” per anni a prendere di mira chi faceva consumo di droga. “Chi sbaglia paga” scrive minaccioso Raimondo. Ivana è della stessa idea: “Ha sbagliato e pagherà”. Gabriele invece si rivolge addirittura agli altri nella Lega che in questi anni sono stati coinvolti in scandali: “Chi sbaglia deve pagare, che sia di lezione per gli altri”.

A non capirci più niente sono soprattutto gli elettori leghisti duri e puri che hanno sostenuto le battaglie politiche di Salvini contro la droga e per la certezza della pena e oggi si trovano spaesati di fronte a uno scandalo di queste proporzioni. “Matteo ci siamo giocati tutto con questo – è il commento amareggiato di Antonio – ora con che faccia diciamo ‘no’ alle droghe? Abbiamo perso”. Duro anche Marcos: “Sì, ma ha fatto una grossa cagata e bisognerebbe prenderne le distanze. Poi aiutarlo… mah”. “Ma non eri contro la liberalizzazione delle droghe? Mi aspetterei un post più duro, nessuna assoluzione” scrive Stefano. La sentenza definitiva è di Massimo: “Io non tollero che gente che ricopre un certo ruolo nel partito per il quale voto possa fare errori di questo tipo. Discredita l’immagine del partito e ti fa capire che a certi livelli sono tutti uguali. Per me nessuna pietà”. Difficile che domenica il Carroccio avrà ancora il suo voto.

Il 4° uomo: in auto coi romeni, aveva le chiavi del casale

Poco dopo le quattro del pomeriggio alla fine del lungo viale di pioppi proprio dove incrocia la statale, una berlina nera viene fermata da una pattuglia dei carabinieri. Con i militari in divisa c’è anche del personale in borghese arrivato con un’altra macchina. È il 14 agosto scorso. Bisogna partire da qui per comprendere la vicenda che coinvolge l’ex guru della Lega, Luca Morisi, indagato per cessione di droga.

Quel 14 agosto chi è a bordo dell’auto ha passato la notte precedente nell’appartamento di Morisi e con Morisi, qui in via Corte palazzo, Comune di Belfiore, dieci chilometri da Verona, dove la barchessa di una antica villa veneta è stata riadattata con 48 appartamenti. Chi guida è un italiano di circa 40 anni, con lui due ragazzi rumeni, sconosciuti alle banche dati degli investigatori e ufficialmente incensurati. Ma è l’italiano che pare gestire la situazione. Un quarto uomo che al momento resta il vero mistero di questa vicenda. Sarà lui a portare i carabinieri in casa Morisi. Durante il controllo, di routine e causale ha ribadito ancora ieri il procuratore Angela Barbaglio, nella macchina (forse una Bmw) è stata trovata una piccola fiala di presunta droga liquida. I ragazzi dicono essere Ghb (droga dello stupro). Spiegano di averla avuta dal leghista. Ieri, però, l’avvocato Fabio Pinelli, che difende Morisi e anche il parlamentare leghista Armando Siri (indagato a Milano per finanziamento illecito), pur contattato direttamente e più volte dal Fatto non ha risposto, lasciando all’agenzia Ansa la nota che “attraverso fonti vicine alla difesa” risulta che “il flacone non era dell’indagato”. Nel frattempo, sempre ieri, la Procura di Verona ha confermato la presenza di Morisi in casa, ma ha escluso che siano stati sequestrati cellulari o supporti informatici ai quattro protagonisti della vicenda. E dunque anche all’ex braccio destro di Matteo Salvini. Per lo stesso reato di Morisi è da ieri indagato anche uno dei due ragazzi rumeni.

Il pomeriggio del 14 agosto, dopo il controllo dei carabinieri, si svolge così. Rientrati verso la cascina, è sempre il quarto uomo ad aprire con le chiavi. In casa c’è Luca Morisi che mostra volontariamente ai carabinieri una piccola quantità di cocaina. Scatterà, per lui, l’iscrizione nel registro degli indagati non per la cocaina mostrata, ma per la fialetta trovata in macchina, in attesa di capire se le analisi chimiche confermeranno la presenza di Ghb. “Eppure noi in quei giorni prima di Ferragosto non lo abbiamo visto”. A un mese dai fatti, qui, oltre i pioppi, tra zanzare, mosche e un caldo pesto, una signora svelta di parola e dai capelli biondi riavvolge il nastro. “Il 13 agosto – inizia, ma ha fretta, deve andare dalla mamma – stavo con un paio di amiche a bere un bicchiere di vino sotto il patio. Abbiamo notato quelle tre persone che andavano e venivano dall’appartamento di Morisi”. Che sta davanti a un bel parco sul retro della barchessa, al primo piano con le finestre che danno su un campo coltivato a mele verdi. Enrico sta rientrando dal lavoro, vota Lega da sempre e abita sotto la casa di Morisi. “Prima della condanna – dice – ci vuole il processo, ma se ha sbagliato che paghi”. Spiega: “Quella notte ho sentito dei rumori, nulla di che, non musica o altro, baccano come di mobili che si spostavano e passi svelti, ho sentito tutto, qui abbiamo i soffitti in legno”. Eppure di Morisi nemmeno l’ombra. “Mai visto prima, nemmeno mia moglie che era lì il giorno delle perquisizioni”. “Una specie di fantasma – riprende la signora e già sta scappando, ma resta –, ho visto i carabinieri uscire dalla casa con un sacchetto in mano”. Il giorno dopo è Ferragosto e casa Morisi è ancora occupata. “Quella mattina ho visto uscire la persona più grande, ha preso la berlina nera, quella fermata il giorno prima, ed è andato via”. È il quarto uomo, sulla cui identità gli inquirenti tengono il massimo riserbo. Invece di Morisi, pur presente alla perquisizione, nemmeno l’ombra. Nessuno pare averlo visto nelle 48 ore precedenti al 15 agosto. “Mai visto in sei anni”, dice qualcuno. “Una volta – dice un altro e si affretta a spiegare: è solo una leggenda – arrivò qui con Salvini, era tempo fa, Salvini veniva da un comizio, decise di dormire da Morisi”.