Salvini grida al complotto e accusa anche Giorgetti

Si sente accerchiato Matteo Salvini. Dentro e fuori il partito. È convinto che l’indagine per droga nei confronti di Luca Morisi e l’intervista a La Stampa in cui Giancarlo Giorgetti ha sconfessato i candidati del centrodestra nelle città non siano due semplici casualità. Così, ieri, il segretario ha reso pubblico quello che i suoi fedelissimi pensavano da giorni: c’è un complotto per farlo fuori. Riferendosi al caso Morisi, il segretario ha parlato di “processo politico contro la Lega a cinque giorni dal voto”. All’esterno, Salvini sa che su temi così delicati e che fanno presa sulla gente – la droga e il sesso – può davvero capitolare. Lo dice pure Giorgia Meloni, che da un lato gode dell’implosione leghista, dall’altro teme che a risentirne sia tutta la coalizione: “Il caso Morisi ha un impatto politico importante”. “Scandali così fanno molto più male di un’inchiesta per corruzione come quella di Siri o di una sconfitta sul Green pass” sibila un fedelissimo del capo. Ma poi c’è il fronte interno, quello di Giorgetti e dei governatori che da settimane – dal caso Durigon passando per il pass – gli stanno facendo terra bruciata intorno. Ancora ieri applaudivano alla decisione del Cts sulla capienza di stadi (75%) e teatri (80%), mentre Salvini vorrebbe arrivare al 100%. Il colpo politico però glielo ha dato il vicesegretario della Lega che ha affossato Enrico Michetti e Luca Bernardo. Ieri Salvini ha replicato a brutto muso: “Non ho letto l’intervista, ma mi pare abbia smentito. A Roma, Michetti è una persona competente e per ripartire bisogna farlo dalle periferie e non dai salotti di Calenda”. Poi ha organizzato per giovedì e venerdì due comizi con Meloni e Tajani a Milano e Roma in sostegno dei candidati.

Ma nei dialoghi interni alla cerchia ristretta del segretario i toni sono molto più duri. Le chat dei parlamentari che da agosto si spendono per la campagna elettorale sono bollenti. I più arrabbiati sono ovviamente i milanesi e i romani, come Durigon. Usano parole come “tradimento”, “ingratitudine”, addirittura minacciano di “buttare fuori Giancarlo”. All’Huffington Post gli uomini di Salvini buttano lì un paragone pesantissimo: “Giorgetti si è messo a fare il Fini della Lega”. E ancora: “Si è messo in testa di offrire lo scalpo di Salvini al partito di Draghi, come Fini offrì quello di Berlusconi alla sinistra”. I fedelissimi ne sono convinti: Giorgetti vuol fare il premier. E nelle chat interne giravano gli endorsement di Matteo Renzi (“È una persona seria”).

Ieri Salvini, come accade spesso quando è in grossa difficoltà, ha giocato la carta del vittimismo. Di mattina ha gridato alla gogna mediatica: “Sono disgustato dalla schifezza mediatica che condanna le persone senza che ci sia un giudice o un tribunale a farlo. È una vicenda privata e se tra una settimana verrà fuori che non ha commesso reati chi gli chiederà scusa?”. Giuseppe Conte invece preferisce non speculare sulla vicenda: “Non è giustizia a orologeria, ma no a strumentalizzazioni politiche”.

La Lega però ormai è allo sbando. Le voci girano incontrollate. La “droga dello stupro” di Morisi, i due rumeni, i festini, l’omosessualità di diversi leghisti che, per chi ha costruito la sua retorica sulla marginalizzazione delle minoranze e sulla difesa della “famiglia tradizionale”, non è più una questione personale: ora è un problema politico. E un assaggio lo ha dato ieri Simone Pillon, animatore del Family Day e delle battaglie contro la legge Zan, che al Foglio ha parlato di “giustizia divina” nei confronti di Morisi e addirittura di “corrente Mykonos”. Riferimento a quello che ha raccontato Alessandro Zan nel suo libro, ovvero di aver visto a Mykonos un leghista che baciava un altro uomo. Pillon poi ha smentito tutto, ma nella Lega tutti dicono che è esattamente quello che il senatore (e altri) pensa. Così ieri mattina ai parlamentari è arrivata una comunicazione: “Buongiorno, a tutela di tutti voi, per evitare spiacevoli malintesi e ritrovarsi pezzi sui giornali di cui poi non se ne riconosce la paternità, vi invito caldamente a girarmi ogni richiesta di intervista che vi arriva”. Silenzio, parla solo il capo.

Abracartabia

In attesa del prossimo film di Woody Allen, chi vuol farsi qualche sana risata può vedersi le audizioni alla Camera sul dlgs Cartabia per “rafforzare la presunzione di innocenza”. Cioè per abolire la cronaca giudiziaria. Ormai, fra depenalizzazioni, prescrizioni, improcedibilità, cambi di giurisprudenza à la carte, minacce ai giudici e altre porcherie, il rischio che un potente sia condannato è inferiore a quello che Italia Viva superi il 3%. Infatti ciò che spaventa lorsignori non è più di finire in galera, ma sui giornali: cioè che si sappia quel che fanno. Quindi i pm e le forze dell’ordine potranno parlare delle loro inchieste “solo quando è strettamente necessario per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. Cioè: meglio per loro se si stanno zitti, così i media non scrivono più nulla e la gente non sa più una mazza. Ogni tanto – abracadabra! – sparirà qualcuno da casa, parenti e amici penseranno al peggio e chiameranno Chi l’ha visto?, i giornali segnaleranno il curioso fenomeno dei desaparecidos come nell’Argentina anni 70: anni dopo si scoprirà che era stato arrestato, ma non era strettamente necessario dirlo.

Nel caso in cui un pm o un agente temerario si ostinino a informare di un’indagine, dovranno astenersi dall’“indicare pubblicamente come colpevole” l’indagato o l’imputato. Uno spasso: per legge il pm che chiede al gip di arrestare tizio deve indicare i “gravi indizi di colpevolezza” a suo carico: ora dovrà aggiungere che sembra colpevole, ma è sicuramente innocente. Anche se l’ha colto in flagrante o filmato o intercettato mentre accoltellava la moglie, o spacciava droga, o frugava negli slip di un bambino. E persino se ha confessato. Formula consigliata: “È innocente, arrestiamolo”. Severamente vietato poi “assegnare ai procedimenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza”. Retata di narcotrafficanti, mafiosi, terroristi, scafisti, papponi, pedofili, tangentisti? Operazione “Giglio di Campo” o “Tutta Brava Gente”. Anche fra i reati da contestare, evitare quelli che fanno pensar male: non più “associazione per delinquere”, ma “sodalizio conviviale”. La stampa dovrà cospargere le pagine di vaselina, evitando termini colpevolisti quali “criminalità organizzata” (tutt’al più disorganizzata, ecco). Ma questo già avviene su larga scala, infatti ieri l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi han dato buca alla Camera. Se già i media chiamano statisti i pregiudicati, esuli i latitanti e perseguitati i colpevoli prescritti, il dlgs Cartabia è pleonastico. Anche grazie ai giudici che si portano avanti col lavoro e cancellano brutture come la trattativa Stato-mafia, condannando solo i mafiosi. Che trattavano sì, ma da soli. Infatti ora si chiama “trattativa mafia-mafia”.

Indagine su Angelica, la “bella” del Catai che diede il due di picche all’Orlando Furioso

Dalla parte di Angelica. Un’ossessione che Vittorio Macioce ha coltivato per anni: “La mia ‘inchiesta’ è Angelica e decisamente non me la passo bene. La avvisto, la inseguo, sono lì per afferrarla e poi la perdo. Non riesco mai a riconoscere i suoi passi. Non è un caso. Tutti finora hanno fallito. Tutti continuiamo a girare intorno come cani rabbiosi”.

Firma del Giornale, Macioce esordisce nella narrativa con un romanzo originalissimo su Angelica, la “bella” al centro della contesa tra Orlando e gli altri paladini di Carlo Magno. Il registro è appunto quello di un’ossessione. Un flusso irrefrenabile di parole che investe il lettore sin dalla prima pagina e che ha come effetto ultimo quello di riprendere il poema dell’Ariosto e affrontarlo da un’altra visuale.

Ché Macioce ribalta la prospettiva maschilista dell’amor cortese e indaga nell’animo dell’inarrivabile principessa del Catai: “Il mio corpo è un lasciapassare. Me li sento addosso i loro occhi: predatori in attesa della caccia. Mi vedono come la più facile delle prede, solo che io non sono indifesa”. In effetti, a leggere Dice Angelica (Salani, 300 pagine, 18 euro), la “bella” dell’Ariosto è sì fragile ma anche tosta. Il romanzo diventa così un caleidoscopio magico in cui s’incontrano tutti i protagonisti del poema cavalleresco del Cinquecento, con divertenti declinazioni pop della chanson de geste.

In pratica, un gioco: “Tutta la chanson de geste è un gioco. Lo sono ancora di più L’Orlando innamorato e il suo meraviglioso sequel, L’Orlando furioso. È strano che nessuno abbia mai provato a realizzarlo. Troppo costoso forse. C’è tutto; combattimenti, picchiaduro, incantesimi, magia, personaggi, ruoli, avventure, mappe, terre lontane da scoprire, viaggi sulla Luna, animali fantastici”. Epperò gira e rigira si finisce sempre all’amore, o meglio a quella cosa che spesso chiamiamo amore e invece è solo possesso. In ogni caso Carlo Magno s’incazza lo stesso. Deve sostenere uno scontro di civiltà con i saraceni e si ritrova a borbottare: “L’unica arte di quella femmina è dissennare la virilità dei miei ragazzi”.

Il romanzo riscrive le relazioni di Angelica, approfondisce le sue misteriose origini familiari, tra libri profetici ed elefanti bianchi, e termina con un dialogo semplice e strepitoso sul due di picche dato dalla ragazza a Orlando. Gliene chiede conto l’amato Medoro: “Nessuna dice di no a Orlando”. “Ma lo hai mai visto?”. “No, ma conosco la sua fama”. “Non mi piace”. “Come fa a non piacerti?”. “Gli voglio bene, ma è brutto”. Tutto torna.

Morto un batterista se ne fa un altro: il tour degli Stones

La linea dell’orizzonte è il 20 novembre. Dovrebbe concludersi quella sera ad Austin il tour americano “No Filter”, ma l’agenda degli Stones troverà spazio per nuove date: già raddoppiato l’appuntamento di Los Angeles. Poi si vedrà.

Difficilmente Jagger & C. resisteranno alla tentazione di programmare un bouquet di concerti in giro per il mondo, visto che il 2022 segnerà il 60esimo anniversario della band. Ma prima, forse entro la fine di quest’anno, bisognerà onorare la vita e le imprese di Charlie Watts. Si mormora di un evento-tributo a Londra: uno show intimo o qualcosa di colossale? Charlie opterebbe per una seratina in un club, magari prestando la sua batteria a ospiti d’eccezione. Perché non telefonare al buon Ringo Starr, e saldare in extremis, da bravi vecchietti, le storie dei Rolling Stones e dei Beatles? Del resto, il tum-tum dei due tamburini è sempre stato stilisticamente essenziale, evocativo e non muscolare: più swing Charlie, più “colorista” Ringo, ma entrambi motori del leggendario derby dell’epopea rock.

Il piano, però, è ancora segreto: intanto gli Stones hanno celebrato lo scomparso drummer nella data zero del tour (un live privato per il proprietario dei New England Patriots) e nel debutto ufficiale del “No Filter” l’altra sera a Saint Louis. Mick, Keith e Ron Wood (reduce dalla battaglia contro il cancro) dovevano farsi “perdonare” la forzata assenza al funerale di Watts: le disposizioni anti-Covid li avevano bloccati a Boston per le prove mentre il collega di una vita veniva sepolto con una sobria cerimonia familiare nel Devon.

L’omaggio a Charlie, a palco aperto prima dello start, è stato un montaggio di sue immagini corredato dalla firma inconfondibile del picchiettio sui tamburi. Poi la partenza, incendiaria per degli ottuagenari, con Street Fighting Man e It’s Only Rock’N’Roll. Lì Jagger ha preso la mano di Richards e pronunciato una breve orazione funebre. “È il nostro primo tour senza di lui”, ha detto il frontman: “Ci mancherà, sul palco e fuori”, dedicandogli Tumbling Dice. Steve Jordan, sostituto deluxe del caro estinto e smagato habitué del clan Stones se l’è cavata con mestiere, proponendo un suono rispettoso, ma potente.

Si va avanti, gli Stones sono avvezzi ai lutti: nel ’69 si esibirono a Hyde Park due giorni dopo la morte di Brian Jones. E ci sono contratti d’oro da rispettare: ogni loro tour frutta almeno 500 milioni di dollari. La stessa cifra dei patrimoni netti di Mick & Keith. Un tesoro da un miliardo per due irriducibili rockstar. Che non vogliono arrendersi alla bocciofila.

Era mio padre: Pino Daniele. “Ribelle coi discografici”

Coloro che hanno avuto modo d’immergersi nella mostra itinerante David Bowie Is a Bologna hanno sperimentato l’emozione di essere circondati dall’universo del cantautore inglese. In Italia per la prima volta si è organizzato qualcosa di simile con l’installazione itinerante Pino Daniele Alive, fino al 31 dicembre a Napoli, nel complesso di Santa Caterina a Formiello, nata dall’idea del figlio Alessandro e del fotografo Guido Harari. All’inaugurazione, pochi giorni fa, il ministro della Cultura Dario Franceschini si è complimentato e ha lanciato l’idea di un Festival a Napoli dedicato proprio al cantautore.

“Ho iniziato a collaborare attivamente con mio padre nel 2000, prima ho cercato una mia strada”, racconta Alessandro. “Papà aveva appena creato un nuovo studio, un nuovo ufficio, era in ballo con il tour di Medina e allora mi son proposto io. Avevo la consapevolezza che se non fossi stato all’altezza mi avrebbe sbattuto fuori. In un attimo mi sono ritrovato a fare il Tour manager e da allora non ho più smesso”.

Alessandro Daniele, il suo supporto a Pino incideva anche nel processo creativo o vigeva il classico attrito padre-figlio?

Le sue canzoni le faceva ascoltare a tutti i figli. Ma era una concessione i cui tempi venivano decisi da lui. Abbiamo sempre rispettato la sua parte più creativa e intima. Quando studiava la chitarra a casa era un momento di magia, ascoltavamo frammenti di brani che aveva amato da ragazzino. Sono un privilegiato, ho sempre avuto un rapporto favoloso con papà: quando doveva fare il discorso da padre l’ha fatto, quando si confrontava sul lavoro diventavamo professionali.

Con Pino c’era sempre una moltitudine di musicisti di prim’ordine.

Tra i suoi collaboratori alcuni erano già consolidati, come James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Visconti, Enzo Avitabile e tanti altri. Alcuni, invece, sono stati scoperti dal suo intuito: molti giovani musicisti erano attratti dal suo linguaggio e dalla sua indomabile vena creativa e sperimentale. Poi si è sempre confrontato con chi voleva approfondire, da J-Ax a Jovanotti, dagli Almamegretta ai Simple Minds.

Nella discografia italiana Pino è sempre stato sinonimo di libertà, aveva un carattere forte.

I discografici spesso hanno fatto tanti danni mettendo al centro il fatturato. Il senso artistico e l’esigenza di comunicare di Pino hanno sempre prevalso. Io penso che sia sempre riuscito a navigare nel pop preservando la sua essenza. E posso testimoniare che i discografici non si sono mai permessi di fare pressioni se non per un brano in ogni album. Pino era un ricercatore, difficile imbrigliarlo.

Alla mostra multimediale itinerante c’è una colonna sonora con brani inediti, sarà una sorpresa per i fan…

All’inizio doveva essere prettamente una mostra fotografica con scatti inediti mai pubblicati. In seguito con Guido Harari e Davide De Blasio ci siamo resi conto della volontà di aggiungere alcuni oggetti di papà: il mandolino con il quale ha composto Napule è, molte chitarre, appunti e scritti vari. Per far vivere l’emozione di essere nuovamente a contatto con Pino, ho provato a selezionare un viaggio sonoro di mia iniziativa: raccontare il percorso creativo di mio padre senza la presunzione di essere esaustivo. Non ho scelto brani famosi, ma vocalizzi che non ha mai usato mixandoli con il sottofondo dei suoni della città di Napoli. Poi immagini e frasi: “Non voglio andare in America perché la voglio costruire nel posto dove sono nato”. Ho inserito l’audio da una cassettina portata da Cuba che ho solo io e alcune scale arabe eseguite durante un suo studio di chitarra. Questo per sottolineare che nonostante il grande successo ha continuato per tutta la vita a essere un musicista e a cercare di evolversi senza sosta. È un percorso emozionale.

Avete già deciso in quali città porterete l’installazione?

Ho preferito congelare le trattative per meglio concentrare le energie sulla sua inaugurazione, ma posso già dire che ci sono quattro città pronte ad accoglierla. Preferisco prima mettere a punto i vari ingranaggi in modo da suggerire poi miglioramenti. Inoltre faremo attività didattica: gli studenti ascolteranno le sue canzoni solo con la voce o solo con la chitarra; spiegheremo armonicamente la genesi dei brani. Con il Conservatorio di Milano abbiamo un laboratorio aperto per far studiare la composizione delle canzoni e prossimamente le presenteremo completamente rielaborate a modo loro. Anche così si porta avanti l’opera di Pino.

Il “dark side” di Mori: le 14 foto di Giusva e la P2 di brava gente

Mario Mori, ovvero l’uomo che visse tre volte. La sua ultima vita, quella da imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è culminata in una assoluzione in appello cui è seguita la proposta di alcuni buontemponi di nominarlo senatore a vita. Nelle due vite precedenti, da ufficiale dei carabinieri e poi prefetto della Repubblica, Mori si è occupato di mafia ma, prima ancora, di terrorismo stragista. La sua prima vita, quella in cui aveva a che fare con neofascisti, terroristi e stragi, è la più sconosciuta. Eppure è sintetizzata in un corposo capitolo dell’ultima sentenza sulla strage di Bologna (quella che ha condannato all’ergastolo come esecutore Gilberto Cavallini) che si conclude così: “L’ex generale Mario Mori, avanti questa Corte, ha affermato di non essersi mai occupato della destra eversiva in quanto lui è sempre stato occupato in ‘altro’. Ma ciò contrasta apertamente con una nutritissima serie di evidenze processuali e investigative di segno contrario, provenienti anche da dichiarazioni da lui stesso rilasciate (…). Alla luce di tutto quanto sopra, Mario Mori va quindi denunciato ai sensi dell’art. 331 cpp per testimonianza falsa e reticente”.

Su che cosa ha mentito, su che cosa è stato reticente? Nella sua prima vita, Mori è stato ufficiale dei carabinieri nei luoghi al centro della strategia della tensione. Dal 1965 comandante dei carabinieri a Padova, dal 1968 a Villafranca di Verona. Poi, dal 1972 al 1975, al Sid, il servizio segreto militare. Dopo un passaggio al Nucleo Radiomobile dei carabinieri di Napoli, il 16 marzo 1978 (casualmente il giorno del sequestro Moro) è andato a comandare la Sezione polizia anticrimine di Roma (dove ebbe una delega d’indagine sulla strage di Bologna e sull’omicidio del giudice Mario Amato assassinato dai neofascisti), per poi passare a Palermo, dove dal 1986 al 1990 (il periodo dell’istruttoria sull’omicidio di Piersanti Mattarella) è stato comandante del Gruppo carabinieri di Palermo 1. Come investigatore, si è trovato sempre al centro delle trame eversive, armato del più alto grado del nulla osta di sicurezza, quel Nos Cosmic che gli permetteva di accedere anche ai segreti Nato.

Quelle risposte svogliate al processo del 2 agosto

Interrogato il 3 ottobre 2018 dai giudici della Corte d’assise di Bologna, è apparso svogliato, ha risposto con una lunga serie di “No”, “Non ricordo nulla”, “Io mi occupavo d’altro”, “Non erano compiti miei”, “Se ne occupava un mio sottoposto”. Ha contraddetto perfino se stesso, visto che nei processi sulla trattativa ha invece raccontato di essersene occupato eccome, dell’eversione di destra. Uno degli avvocati delle vittime di Bologna, Nicola Brigida, gli ha ricordato che il 10 luglio 1980 i suoi carabinieri di Roma sequestrano un giubbotto che conteneva, oltre a 2 etti di cocaina, 14 fototessere di Giusva Fioravanti (poi condannato definitivo per la strage di Bologna), alcuni proiettili 38 special a punta cava (proprio come quello che un mese prima aveva ucciso il giudice Amato), una piantina di Roma, zona Salaria, con segnato il deposito centrale dell’Aeronautica militare di Monterotondo, all’interno del quale era stata custodita la moto utilizzata dal neofascista Luigi Ciavardini per far fuggire Gilberto Cavallini dal luogo dell’agguato mortale ad Amato. Risposta di Mori: “Non mi ricordo nulla”.

A una domanda su che cosa abbia fatto a Palermo a proposito delle indagini sull’omicidio Mattarella (fratello del presidente della Repubblica che lo dovrebbe nominare senatore a vita), ha risposto brusco: “Ma era già morto e seppellito Piersanti Mattarella, nell’86, e non c’era già il problema Piersanti Mattarella”. Tanto che il presidente della Corte lo bacchetta in sentenza per “la finezza di una simile espressione”: “Questa Corte ritiene che le vittime del terrorismo, della mafia, di omicidi e massacri non siano mai ‘morte e seppellite’”. Poi aggiunge: “Vi è da ribadire che negli anni in cui Mori comandò i carabinieri di Palermo, l’istruttoria di Falcone su quell’omicidio era pienamente in corso. Il ‘problema Mattarella’ c’era, eccome, ma lui (Mori), evidentemente, si occupava di altro. Come sempre”.

L’agente segreto del Sid e le “liste protette” di Gelli

Come negli anni della “strategia della tensione”, dal 1972 al 1975, quando Mori lavorava al Sid. E come quando incrociò Licio Gelli e la P2. Nelle liste della loggia il suo nome non c’è, ma la testimonianza (nel processo sulla trattativa) del colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo è inquietante: “Ricordo che Mori (…) mi avvicinò e mi disse che diversi nostri colleghi, di grado elevato, avevano aderito a una loggia denominata P2. Ora, in sostanza, egli mi chiedeva una sorta di consulto e di iscrizione condivisa. Io non mi prestai poiché non ho mai voluto avere nulla a che fare con la massoneria. (…) Mori tentò di convincermi spiegandomi che non si trattava di una loggia massonica come quelle di una volta e, per dare maggior forza alla sua proposta, mi sciorinò un elenco di persone ben note al Sid. Il tentativo con questi nomi altisonanti era quello di invogliarmi, ma io non cedetti. (…) Mori mi propose di andare a trovare il Gelli e che io, come toscano, gli sarei stato particolarmente gradito. Mi spiegò che costui era particolarmente interessato ad affiliare elementi del Servizio (…) che sarebbero stati messi in una lista particolare. (…) Fu lo stesso Mori a farmi presente l’esistenza di liste protette”.

(1-continua)

Natangelo, dall’epopea di B. alle minigonne della Boschi

“Vorrei tanto condividere con tua madre questo momento!”.

Questo è il messaggio che ricevo via WhatsApp il 27 maggio 2019, la mattina dopo le elezioni europee. A mandarmelo è un candidato che ha appena avuto dal suo staff la conferma di essere stato eletto. No, non è un vecchio amico di mia madre e il messaggio significa proprio quello che sembra. Vi chiederete: chi è questo neorappresentante delle istituzioni, questo figlio del Manifesto di Ventotene, che vorrebbe condividere con la mia mamma la sua elezione? Non è così importante ma ve lo racconterò comunque più avanti. Perché è incazzato, invece, ve lo dico subito. È incazzato perché l’ho preso per il culo con un disegnetto: sono un vignettista satirico, è il mio lavoro. Qualcuno ride, qualcun altro si incazza. E io ora vi racconterò le storie di alcuni di quelli che si sono incazzati.

Partiamo dall’inizio. Sono nato nel dicembre del 1985 a Napoli e sono cresciuto a Scampia. Non so se siete di quelli che hanno sempre sognato di vivere in un posto da film: be’, io ci ho vissuto in un posto da film e il fatto che quel film fosse Gomorra di Matteo Garrone è un dettaglio. Dal 2007 disegno vignette di satira politica. Ho iniziato come autore professionista a 21 anni ma non ho mai fatto il boom: non si fa il boom con la satira politica, anche se da ragazzino mi sembrava una prospettiva plausibile. Cosa che potrà sembrare bizzarra per uno che si occupa ogni giorno di satira: la politica non mi appassiona, quasi meno del calcio; sono solo sport truccati, ma magari sul calcio mi sbaglio ed è solo un pregiudizio. Non ho mai neanche avuto la tessera di un partito. A qualcuno pare strano che si possa fare il mio lavoro senza militare in un partito: devi avere una tessera in tasca, e se non risulta è perché la tieni nascosta. Tipo i tatuaggi: oggi tutti devono averne uno e se non ce l’hai sei strano. Io non ne ho, di tatuaggi. Quando qualcuno – una ragazza al primo appuntamento, magari – mi chiede: “Hai tatuaggi?” rispondo “Ancora non sono stato in galera” e rido. È una battuta che fa ridere solo me, e finisce che non si scopa.

Ma tanto sono un vignettista, non si sarebbe scopato lo stesso. Nel 1985 sono appena nato e già al governo c’è uno tipo Bettino Craxi, mentre al Quirinale Sandro Pertini sta lasciando il posto a uno come Francesco Cossiga: avremmo dovuto capirlo che sarebbe finita una merda. Nel 1992 ho sei anni e scoppia Tangentopoli. Ho 8 anni quando Silvio Berlusconi fonda Forza Italia e “scende in campo”. È il 1994. I miei nonni non amavano Berlusconi: ogni volta che sui canali dell’allora Fininvest partiva la pubblicità, mio nonno diceva: “Berlusconi! Sempre a far soldi!”.

Nel 2003 non ho idea di cosa fare nella vita e – come tutti quelli che non hanno idea di cosa fare nella vita – mi iscrivo a Giurisprudenza. Trovo un lavoretto che mi permette di guadagnare due soldi: la domenica mattina vado a vendere copie del quotidiano cattolico Avvenire fuori dalle chiese. Sono gli anni in cui esplode la freepress: quotidiani distribuiti gratis perché inzeppati di pubblicità. Per me è dura spiegare alla gente che mi sfila Avvenire di mano pensando sia gratis che invece devono pagarlo e finisce che mi bestemmiano addosso accusandomi di truffa. È stato il mio primo lavoro nel campo editoriale. Davvero, avrei dovuto capirlo che sarebbe finita una merda. Ho 20 anni nel 2006, sotto il governo Prodi: un apostrofo rosa tra due governi Berlusconi. In quell’anno le mie vignette compaiono su importanti quotidiani nazionali vicini alla sinistra, come l’Unità e Liberazione. Entrambi falliti e chiusi, come la sinistra.

Nel 2009 ne ho 23 di anni e trovo il mio primo e unico lavoro: vignettista in un nuovo quotidiano nazionale che vede la luce il 23 settembre di quell’anno. Si chiama Il Fatto Quotidiano e sarà molto amato e molto odiato, spesso dalle stesse persone in diverse fasi lunari. Siamo in epoca berlusconiana e io sorrido sereno: ho davanti un ventennio buono di vignette facili con il Silvio nazionale. Ma tre anni dopo, nel 2011, il Berlusconi politico si suicida con un cocktail di crisi economica e scandali sessuali. Ho solo 26 anni. Sono rovinato.

I 30 anni li ho compiuti nel mezzo degli anni fratricidi: prima i tecnici di Monti e poi il triplete Letta-Renzi-Gentiloni. Un turbinio di violenza e caos degno delle lotte tra gli eredi di Carlo Magno. Solo che quelli si litigavano il Sacro Romano Impero, questi il Pd. Compio i 33 anni sotto il governo Conte sostenuto da M5S-Lega. I 34 sotto il governo Conte sostenuto da M5S-Pd. I 35 sotto il governo Conte sostenuto dal Coronavirus, poi sostituito in corsa dal “Governo dei Migliori” di un tizio che si chiama Mario Draghi. Ho paura del futuro, come tutta la mia generazione, finché faccio due conti e mi rendo conto che il futuro è già finito.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.©️ 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Lindner vuole le Finanze: senza di lui si ferma tutto

Commentando l’esito del voto, che gli ha consegnato una risicatissima maggioranza nettamente al di sotto del 51%, il candidato cancelliere del partito socialdemocratico, Olaf Scholz, ha dichiarato: “Il nostro compito adesso è fare quello che desiderano i cittadini. Non dare la priorità alle nostre esigenze ma formare un buon governo che ci porti verso il futuro”.

Ma il desiderio dei tedeschi, a giudicare dal fatto che il secondo partito più votato è stata la Cdu di Angela Merkel, non verrà esaudito perché l’attuale Grosse Koalition, seppure a trazione capovolta, non vedrà un bis per volere dello stesso Scholz così come di Armin Laschet, il leader del fronte cristianodemocratico. Di conseguenza Scholtz consegnerà di fatto, come previsto, ai Verdi e ai Liberaldemocratici, arrivati rispettivamente terzi e quarti, le chiavi per formare un’inedita coalizione tripartitica.

Il problema è che l’Fdp (partito liberale democratico) è il vero kingmaker essendo i suoi voti dirimenti per trovare la quadra sull’esecutivo. Si tratta però di un problema non da poco perché il suo leader, il falco quarantaduenne Christian Lindner, punta al ministero più importante, le Finanze, proprio quello che oggi ricopre Scholz. Avendo idee opposte su come gestire le finanze tedesche e, di conseguenza, europee, Scholz e Lindner dovranno negoziare a lungo ma è, per l’appunto, il “neo liberista estremo” Lindner ad avere in mano il pallino. Forte delle debolezze altrui e della esperienza maturata alle elezioni precedenti – quando la Cdu fu costretta a dar vita alla grosse koalition a causa del tracotante niet di Lindner che a priori non aveva accettato di andare incontro a compromessi sui temi dell’economia e immigrazione – ora l’ex giornalista e imprenditore, che a vent’anni girava in Mercedes, non ha alcuna intenzione di farselo sfuggire.

Anche se l’Fdp, a cui Lindner ha impresso una immagine apparentemente meno ingessata grazie anche alla sua relativa giovane età e al bell’aspetto abbinato al cipiglio determinato, è chiamato dai militanti socialdemocratici e della Linke il “partito delle Porsche” o “il partito dei ricchi” e non ha alcuna sintonia con i Verdi su come affrontare il cambiamento climatico e la disparità di genere, è ormai diventato ufficialmente l’ago della bilancia. L’unico che può creare davvero problemi alla propria vittoria è proprio Lindner, noto, particolare non da poco, per trattare male le sue colleghe di partito. Il leader dell’Fdp ha preso le redini del partito nel 2013, dopo che i liberali tedeschi erano finiti sotto la soglia del 5% rimanendo fuori dal Bundestag e si considera alla testa dell’unica formazione reale “baluardo contro la sinistra”, con posizioni che non sono sempre distinguibili da quelle del populista e xenofobo Afd.

In campagna elettorale Lindner ha precisato che il suo partito non è negazionista del Covid, ma che per lui il lockdown è un “metodo da Medioevo”. Per combattere i cambiamenti climatici Lindner che ha criticato il movimento Fridays for Future, conta sull’ingegnosità e laboriosità tedesca. Sul tema tasse è nettamente contrario ad aumentarle ai più abbienti.

Il leader, nato a Wuppertal, è laureato in Scienze politiche. Nel ’97, all’età di 18 anni, ha creato un’agenzia pubblicitaria specializzata in imprese di telecomunicazioni. Nel 2000 ha fondato la società Internet Moomax, che ha lasciato nel 2001. La società è finita in bancarotta sei mesi dopo.

E il dibattito in Europa sui vincoli di bilancio è congelato fino al 2022

Con la fine dell’era Merkel, il macchinista della “locomotiva d’Europa” cambierà. Il risultato delle elezioni tedesche, però, non ci dà indicazioni chiare su chi sarà alla guida della Germania e quindi su dove andrà il dibattito sulle regole europee. Storicamente, almeno dalla nascita della moneta unica, la Germania ha trainato in Europa soprattutto i processi di decisione politica, mentre è stata riluttante a fare da motore per la crescita economica dell’Unione. Anzi, per anni le posizioni del governo tedesco hanno rispecchiato un’adesione fedele (e miope) al paradigma dell’austerità. Un dogmatismo che si è ammorbidito leggermente soltanto con la crisi del Covid. Ora, però, un cambiamento, seppur minimo, sembra essere possibile. Francesco Saraceno, vicedirettore dell’Ofce e professore a Sciences Po, ha spiegato al Fatto che “tutto dipenderà dal ruolo che avranno i Verdi, il cui successo è meno pronunciato di quanto non sembrasse possibile qualche mese fa”.

Il partito guidato da Annalena Baerbock, infatti, non ha verso l’intervento statale i pregiudizi di chi finora ha governato la Germania. Anzi, al centro dell’agenda dei Verdi contro la crisi climatica c’è l’aumento degli investimenti pubblici. In passato i Verdi non hanno risparmiato critiche al cosiddetto “freno all’indebitamento”, una regola costituzionale che restringe la possibilità per il governo tedesco di spendere in deficit. Secondo Saraceno l’opzione più probabile è che si formi una coalizione “semaforo” (Spd, Fdp, Verdi). In tal caso “aggredire la ormai cronica carenza infrastrutturale tedesca diventerà una priorità di governo. Questo potrebbe significare da un lato una più robusta domanda domestica (e meno problemi di squilibri per l’eurozona) e dall’altro una maggiore disponibilità all’introduzione di regole di bilancio che salvaguardino l’investimento (la golden rule)”.

Anche un altro attento osservatore di cose europee, lo storico britannico Adam Tooze, suggerisce questo scenario. Secondo Tooze, in questa soluzione il ministero delle Finanze sarebbe affidato a Christian Lindner (il “frugale” leader dei liberali), “lasciandogli promettere il pareggio di bilancio (schwarze null)”. Dall’altro lato, i Verdi potrebbero ottenere un’agenzia per gli investimenti ecologici, le cui spese sarebbero escluse dal deficit grazie a una “regola aurea”. Così si potrebbe stimolare la crescita e al tempo stesso mantenere l’equilibrio nei conti pubblici.

Un’altra possibilità, che Saraceno ritiene “improbabile ma non impossibile”, è l’alleanza Giamaica (Cdu-Fdp-Verdi), invocata dal leader cristiano-democratico Armin Laschet. I Verdi sarebbero messi all’angolo, dato che diventerebbero “soci di minoranza in una coalizione fortemente orientata verso un ritorno rapido alla disciplina di bilancio. A questo punto sarebbe lecito non attendersi cambiamenti sostanziali nella governance economica europea”. Nell’opzione Giamaica lo spirito rigorista dei cristiano-democratici (24,1% dei voti) e dei liberali (11,5%) avrebbe facilmente la meglio sulle rivendicazioni dei Verdi (14,8%). Qualsiasi proposta di debito comune o di revisione progressista delle regole fiscali (tedesche ed europee) sarebbe stroncata sul nascere. Anzi, si rischierebbe addirittura una nuova ondata di austerità, nel migliore dei casi tinta di green

Le combinazioni teoricamente possibili comprendono anche un accordo nero-rosso-verde (Cdu, Spd, Fdp) e una coalizione Kenya (con Cdu, Spd e Verdi), fino a una riedizione della Grosse Koalition (Cdu e Spd). Ma allo stato attuale sono ipotesi remote. Le trattative, comunque, saranno lunghe. “Il mio obiettivo è formare un governo entro Natale”, ha detto il leader socialdemocratico Olaf Scholz. Di fatto, ciò significa che il dibattito autunnale sulla riforma dell’Eurozona sarà congelato. All’Italia resta da sperare che i Verdi giochino bene le loro carte. Solo una forte spinta sugli investimenti pubblici green può sbloccare davvero il dibattito sulle regole europee. I Verdi hanno dunque la responsabilità di spostare l’ago della bilancia verso una maggiore flessibilità. Ma hanno un peso importante anche le dinamiche interne all’Spd e l’ambiguità di Scholz sulle regole fiscali, ancora da sciogliere.

Scholz è tentato dalla coalizione “semaforo”, la Cdu aspetta il flop

Finché non cadi, io non inizio a correre. Armin Laschet dopo una notte di riflessione ieri si è rivolto a Olaf Scholz, senza ammettere la sconfitta, ma dando al socialdemocratico la possibilità di sbagliare per primo. Non che fosse competenza del candidato conservatore dare il permesso di formare il governo all’avversario. La distanza tra i due partiti, con i dati definitivi, rimane sotto i due punti percentuali. Ma i socialdemocratici sono avanti. Olaf Scholz ha portato il partito dal 20%, il peggior risultato di sempre registrato nel 2017, al 25%. Con Laschet i conservatori sono passati dal 32 al 24%. Dopo la notte elettorale i partiti non si sono presentati ai cittadini con idee nuove, anzi. Scholz ha ribadito la volontà di formare un governo semaforo con Spd (rosso) socio di maggioranza, Fdp (giallo) e Verdi. La strada è stretta. Nel 2017 fu Angela Merkel a tentare la stessa via. Cinque mesi di inutili negoziazioni. L’ultimo tentativo durò 24 ore consecutive, Christian Lindner, leader dei liberali, si alzò dal tavolo. Il resto è storia nota. Grosse Koalition, Scholz diventa ministro delle Finanze e vicecancelliere. Due anni dopo lascia la guida del partito, ma è deciso a succedere alla cancelliera.

Ieri ha riconosciuto la difficoltà di creare un governo con Grüne e Fdp: “Spero prima di Natale”; ricordando però che “l’abbiamo già fatto prima, c’è stato un governo liberale di grande successo tra il 1969 e 1982. E abbiamo governato bene anche con i Verdi dal 1998 al 2005. C’è un fondamento nella storia tedesca per formare una coalizione sociale-liberale-ecologica”. Per i colloqui esplorativi l’Spd ha istituito un team composto da sei dirigenti di alto livello, a guidarli sarà lo stesso Scholz. Secondo vari sondaggisti Angela Merkel vale un terzo dei voti dei conservatori. Tutti consideravano il passaggio di consegne al suo delfino Armin Laschet un momento complicato. Ma potrebbe essere molto peggio. Domenica sera c’è stato il dibattito televisivo con i leader dei partiti. Commentando i risultati il giornalista si rivolge a Markus Söder, a capo della Csu, i cristiani democratici bavaresi. Gli chiede se non sia pentito di aver criticato a lungo e duramente Laschet. Il bavarese si fa serio. La guerra civile all’interno dell’Unione è appena iniziata. Söder ha rivendicato a lungo il ruolo di candidato alla cancelleria. Per tutto il periodo pandemico si è presentato ai tedeschi come l’erede merkeliano. Le conferenze organizzate a livello federale si svolgevano in modo telematico. Tutti i governatori dei Länder connessi dai propri uffici. Söder prendeva un aereo per essere l’unico a sedersi accanto a Merkel. Per avere quell’immagine sui giornali del giorno dopo. Ma al momento decisivo Laschet, da vecchio uomo di partito, è riuscito a far valere la supremazia della Cdu sulla sorella Csu ed è diventato il candidato. Tra le minacce, per tenere a freno Söder, trapelate nei giorni scorsi c’è quella che la Cdu si presenti in Bavaria per le prossime elezioni, rompendo un gemellaggio che dura da decenni. Laschet non si arrende: “Con il 25% non si può rivendicare la cancelleria” ha detto ieri rivolgendosi a Scholz. La coalizione che proporrebbero i conservatori e la copia di quella “semaforo” della Spd, invece del rosso si inserirebbe il nero della Cdu, lo chiamano governo Giamaica. Il co-leader verde Robert Habeck ha detto che anche se il suo partito non esclude una coalizione con Cdu-Csu, lui parlerebbe prima con Spd e Fdp. Habeck è l’uomo forte dei Verdi, quello che ha negoziato e creato diversi governi dei Länder. E se il desiderio di Scholz di formare il governo prima di Natale non si concretizzasse toccherebbe a Merkel fare il discorso di fine anno. Prima di andare in vacanza. Nel seggio dove si è candidata, e ha vinto, per trent’anni, ieri è stata eletta Anna Kassautzki, 27 anni, dell’Spd.