“Re dei trasformisti? No, sono un moto perpetuo e creativo”

La guerra ha ingoiato ogni altra notizia. Solo adesso abbiamo la possibilità di raccontare il moto creativo del palermitano Fabrizio Ferrandelli (gli amici – e capiremo se davvero lo sono – lo definiscono con orgoglio “il capo dei capi” dei trasformisti italiani).

Fabrizio, classe 1980, una passione sconfinata per la politica, negli ultimi 18 anni è riuscito nell’impresa di chiedere il voto e un pizzico di simpatia per otto distinti partiti, ed è anche stato in grado di candidarsi a sindaco di Palermo sia col centrosinistra che col centrodestra.

Adesso, ed è questa la novità, contestando sia il centrodestra sia il centrosinistra si propone per la terza volta sindaco con il purissimo centro di Carlo Calenda ed Emma Bonino.

Il pluridecorato Ferrandelli è di nuovo in corsa. Un politico dal moto creativo perpetuo.

È vero, sono un moto creativo perpetuo, ma nella sostanza sono sempre nello stesso posto: a difesa della mia città (mio grande amore insieme a quello per le mie figlie).

Lei è un bel mistero glorioso. Ha iniziato col partito umanista poi ha gareggiato con il Pd contro Forza Italia poi con Rita Borsellino, poi con Orlando e contro il Pd poi con il Pd e contro Orlando poi con Forza Italia e contro Orlando e il Pd. Con Cuffaro, contro Cuffaro, con Miccichè e contro Miccichè.

Mi sembra che oggi al governo nazionale ci sia una coalizione che unisce tutte queste sigle, dunque una sintesi è possibile.

Vero, lei ha il dono della sintesi.

Ed è quello che io volevo per Palermo. Tre mesi fa avevo annunciato che avrei rinunciato a candidarmi pur di favorire un processo di aggregazione, escluso a populisti ed estremisti. Invece il metodo è stato sbagliato.

Ferrandelli è un fuoriclasse. Tutti lo dicono.

Ho dedicato totalmente gli ultimi dieci anni della mia vita alla mia città. E anche adesso che sono presidente nazionale di +Europa avrei potuto semplicemente attendere scadenze elettorali più allettanti.

Ha 41 anni ed è alla terza prova da sindaco. Ce ne sarà una quarta, e poi una quinta, e poi una sesta?

Ci sarà la quarta candidatura. Poiché questa volta vinciamo, mi ricandiderò tra cinque anni come sindaco in carica.

Lei è un signor trasformista, vippissimo transformer.

Se avessi militato in forze totalmente in contrapposizione tra loro accetterei la contestazione.

C’è dunque una connessione sentimentale nel suo moto perpetuo.

Il vero tema, ma è un tema nazionale, è che manca il coraggio di fare sintesi tra le forze democratiche e liberali, che restano schiave dei populisti e degli estremisti.

Ha già un’idea per salvare Palermo?

È tempo di normalità.

Nessuna rivoluzione in vista.

Siamo in dissesto funzionale. Però non mi rassegno al declino della nostra bella città.

Bello non subire la rassegnazione.

A novembre chiamammo un evento su Palermo “E tu splendi invece” riprendendo un po’ Pasolini.

Pasolini?

Mi ha sempre fatto riflettere il concetto che precede quella frase: “Ti insegneranno a non splendere”. Ci hanno inculcato l’idea che le cose da noi vanno così, invece devono andare meglio.

L’ottimismo della volontà. Quanto prevede di spendere per la campagna elettorale?

Ci confrontiamo con potenze di fuoco, quindi anche il più piccolo contributo è bene accetto. Chi volesse aiutarci…

Questa è la volta buona per Ferrandelli.

Sindaco e tra cinque anni mi ricandido.

Calenda vuole cambiare Palermo da così a così.

Dobbiamo tornare a splendere.

Pronto lo slogan: Ferrandelli, il sindaco dal moto creativo perpetuo.

Sono un moto creativo perpetuo.

Conte: “Noi oltre i cavilli” Niente piazza coi centristi

L’avvocato che a giorni si farà rivotare presidente lo ripete, anche a se stesso: “Il nostro progetto politico va oltre i cavilli e le carte bollate, non può rimanere nel cassetto neanche per un attimo”. Lo ribadisce, Giuseppe Conte, all’indomani dell’approvazione delle modifiche allo Statuto del M5S, votate venerdì dagli iscritti sul web. Senza entusiasmo, visto che si sono espresse poco più di 38.700 persone su 125 mila aventi diritto. “In diversi non avevano capito che c’erano due distinte convocazioni, la seconda senza quorum” sbuffa un parlamentare.

Ma Conte prova comunque a celebrare “l’oltre 90 per cento di voti favorevoli”: anche se lo statuto, secondo l’ordinanza del Tribunale civile di Napoli, è ancora congelato. Proprio come il leader, che probabilmente già in settimana si sottoporrà a un nuovo voto degli iscritti. “Sarà l’ennesima risposta di democrazia a chi gioca a ostacolarci” teorizza l’avvocato, desideroso di una nuova investitura soprattutto a fini interni. Ma il suo futuro tra ricorsi e faide interne è disseminato di punti interrogativi enigmi. Così l’opzione di ripartire con un proprio progetto resta sul tavolo: alimentata – come raccontato venerdì dal Fatto – dai sondaggi positivi su un’eventuale lista Conte in Sicilia. Mentre il rapporto con il Pd di questi tempi non è un granché. Non a caso, ieri Conte è stato alla manifestazione di Napoli per la pace in Ucraina, assieme al presidente della Camera Roberto Fico e al sindaco contiano Gaetano Manfredi, invece che nella piazza di Firenze presidiata da Enrico Letta e dai big dem. “All’evento fiorentino c’erano anche Matteo Renzi e Carlo Calenda, Giuseppe non aveva voglia di stare lì” confida un veterano. L’ex premier continua a rifiutare lo schema lettiano di un campo largo di centrosinistra, e voleva evitare incroci pericolosi. Ma Conte, accompagnato da una trentina di parlamentari, ha scelto Napoli anche perché è una città che il Movimento governa e dove ha ancora buoni consensi. “Un laboratorio anche per il 2023” sostengono i contiani, dove l’asse dell’ex premier con Manfredi e con Fico resta forte. “Con il voto gli iscritti hanno ribadito che lui è il leader” rimarca non a caso il presidente della Camera.

Però nel Movimento il caos rimane abitudine. Per esempio, ieri, la deputata Enrica Segneri ha annunciato il suo voto contrario al decreto sull’invio delle armi in Ucraina, che in settimana arriverà in Parlamento. Quindi non in linea con Conte, presidente che cerca sempre conferme.

La due giorni di Europa Verde: “Draghi bocciato”

Un appello per il disarmo e una dura critica contro le politiche energetiche del governo Draghi. Si è aperta così a Roma la due giorni di Conferenza programmatica di Europa Verde, la forza politica guidata da Angelo Bonelli ed Eleonora Evi.

L’evento ha visto ieri diversi dibattiti intorno a quindici tavoli programmatici su temi come la sostenibilità urbana, la biodiversità, l’innovazione digitale e le politiche energetiche. Netto il giudizio emerso contro l’esecutivo (“bocciato su tutta la linea” e sul ministro Roberto Cingolani: “Invece di dire ‘Facciamo un gesto etico per non finanziare la guerra criminale di Putin’ – è l’accusa di Bonelli – dice ‘Continuiamo a consumare gas’. È una vergogna, Cingolani dovrebbe cambiare mestiere”. Quanto all’Ucraina, Europa Verde “chiede a gran voce di ridurre la tensione e promuove un accordo politico tra le parti che conduca alla vittoria della pace”. Oggi i lavori proseguiranno con diversi ospiti, tra cui Enrico Letta, Beppe Sala, Elly Schlein e Aboubakar Soumahoro.

I neo D’Annunzio interventisti (da tastiera) che odiano i dubbi

Dove si dimostra che in questo Paese ogni cosa, pure la guerra, finisce in burletta; che ogni discussione seria è impedita da fallacie e cattiva fede sparse da alcuni allo scopo di avere ragione su certe loro antiche e nuove fissazioni.

I liberali atlantisti, quelli per cui l’America è la patria del cinema e quindi non può produrre cose cattive, hanno dichiarato guerra – sui social, sui giornali e in Tv – a chi tenta di spiegare le origini storiche e politiche della guerra di Putin contro l’Ucraina. In un sol colpo possono: lisciare il pelo agli Usa, irridere i pacifisti, canzonare la sinistra non belligerante (quindi non il Pd, il partito più conservatore d’Italia) e passare da filantropi.

Chi auspica immediati accordi di pace, anziché l’invio di armi all’Ucraina che esporrebbe la popolazione al massacro e coinvolgerebbe tutti in una guerra nucleare, è un fiancheggiatore di Putin. “Ma non vi importa nulla dei bambini ucraini che muoiono sotto le bombe?”: questo è il livello delle argomentazioni. “Il cinismo di quei pacifisti che dicono no a Zelensky”, scrive Paolo Mieli sul Corriere. Boots on the ground dalle loro redazioni, risolvono la complessità con la retorica, la diagnosi clinica e il paradigma immunologico: Putin è pazzo. Zelensky è un eroe. Ergo noi occidentali liberali, detentori del logos, dobbiamo foraggiare di armi Zelensky e neutralizzare Putin. Prevedere le conseguenze è da oziosi menagrami. (Volete morire dilaniati tipo kamikaze? Provate a scrivere che secondo voi Zelensky è sì una vittima, ma anche un po’ incosciente a chiamare il popolo alle armi).

Marc Innaro, corrispondente del Tg2, è stato mediaticamente linciato quale reo di “propaganda pro-Mosca” (Il Foglio) perché ha mostrato una cartina che riproduceva l’espansione della Nato negli ultimi anni. Falsa? No, vera. Non doveva mostrarla per non demoralizzare le truppe. Quelle al fronte? No, quelle nelle redazioni.

Barbara Spinelli ha fatto qui un’analisi delle promesse mancate della Nato in palese violazione di ogni accordo preso con la Russia come miccia della crisi attuale. Ciò per Repubblica fa di Spinelli una sostenitrice di Putin insieme a Savoini, quello che secondo i pm andava negli hotel di Mosca a trattare soldi per Salvini; per molti il papà di Barbara, Altiero, teorico dell’Europa unita, avrebbe disconosciuto la figlia. Stessa sorte il prof. Orsini della Luiss, colpevole di sapere le date e dunque di intelligenza con l’invasore.

Almeno, incitano questi D’Annunzio da tastiera, istituiamo la no fly zone! Forse pensano che voglia dire invitare Putin a non sorvolare i cieli ucraini, magari col deterrente della reazione di Enrico Letta o delle bandiere della pace sopra gli edifici; non sanno che significa abbattere aerei russi e scatenare un conflitto intercontinentale. “Lo sappiamo benissimo”, ribattono; è che amano la pace e l’Ucraina, mentre noi odiamo entrambe.

Altra argomentazione fallace: “Se vedo un bambino grande che picchia uno piccolo, io intervengo, non chiedo chi ha ragione”. Sempre sperando che il bambino grande non abbia l’atomica.

I pacifisti sono “ipocriti”, “cinici”, “vigliacchi”, sciocchi “idealisti”. Se provi a dire che semmai sono realisti, visto che provare a battere i russi sarebbe un suicidio collettivo, si rimangiano tutto: i pacifisti sono cinici, e gli idealisti sono loro.

Gli interventisti tirano in ballo la Resistenza. “I partigiani non si arresero”. Così banalizzano la Resistenza come normale guerra tra parti belligeranti. Il sottotesto è: ma come, a voi piace tanto la Resistenza, e ora non volete aiutare i resistenti ucraini? Infatti se la sono presa anche con l’Anpi, svillaneggiata per aver detto: “No alla guerra di Putin, ma anche all’espansione Nato verso est. Niente armi a Kiev”. L’analogia è fallace: il nazismo è un’aberrante ideologia razziale con un progetto di sterminio di ebrei, rom, disabili e omosessuali; Putin non è nazista. Viceversa, il battaglione Azov, ucraino, chiaramente neonazista (se la svastica, il sole nero e altri simboli sulle loro divise non sono stencil decorativi cuciti per sbaglio dalle loro mamme), non è affatto neonazista, anzi: i combattenti sono come i nostri nonni partigiani.

Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, ha scritto (su Repubblica!): “Questo processo è stato provocato a uno stesso tempo dall’ambizione crescente di Putin… e dall’allargamento concomitante della Nato intorno alla Russia”. Padre Zanotelli ha detto al Fatto: “La Nato ci ha portato in guerre assurde, costruite sulle bugie”. Edith Bruck, scrittrice ungherese testimone della Shoah, ha detto a Otto e mezzo che è contraria a mandare armi all’Ucraina perché ciò provocherebbe la terza guerra mondiale. Tutti cinici e ipocriti complici di un genocida, anche una sopravvissuta a Auschwitz.

Avrebbero la soluzione soft: spegnere i termosifoni, non usare l’auto, prendere i mezzi pubblici. Naturalmente loro prendono il taxi, o vanno a piedi (abitano a 10 minuti dal centro, in appartamenti col parquet riscaldato). Fanno finta di non sapere, o non sanno davvero, che la gente normale usa già da tempo questi accorgimenti, e non per fare dispetto a Putin, ma perché in Italia ci sono 8 milioni di poveri relativi, 6 di assoluti, 3 milioni di working poors (lavoratori poveri). (Ah: sono gli stessi che vogliono abolire il reddito di cittadinanza).

Altro ragionamento pedestre: se non vuoi mandare carrarmati e aerei a Kiev è perché sei comunista e nostalgico dell’Urss (infatti hai votato No al referendum di Renzi). Se dici che tu sarai pure comunista, ma Putin è un autocrate che col comunismo non c’entra nulla, ti dicono che allora sei sovranista, filo-nazista e pure un po’ no-vax.

Sono gli stessi per i quali chi – come i prof. Barbero e Montanari – dice che l’istituzione della cosiddetta Giornata del ricordo è un’operazione politica tesa a equiparare surrettiziamente l’Olocausto alle uccisioni degli italiani da parte dei partigiani jugoslavi, è un “negazionista delle foibe” (Odiano chi ha studiato, perché complica inutilmente quello che nella loro testa è invece semplicissimo).

“L’Italia ripudia la guerra” è, per costoro, una sorta di raccomandazione non vincolante, un consiglio di benessere inserito in Costituzione, tipo “la colazione è il pasto più importante” o “il nuoto è lo sport più completo”. Così si vedono alcuni che due anni fa gridavano al “vulnus democratico” dei Dpcm di Conte invocare oggi serenamente la terza guerra mondiale.

Chi frequenta i social sa che la tiritera è diuturna, tanto da destare il sospetto che questi liberali odino più i loro nemici interni che Putin.

“Anche con una pistola, papà non ci avrebbe evitato il lager”

Se suo padre avesse avuto in mano una pistola o un fucile quando i soldati sfondarono la porta di casa, la storia della sua famiglia poteva avere un esito diverso. Forse vi sareste salvati.

Falso. Ci avrebbero massacrato ugualmente e – se ne avessero avuto le capacità – con una crudeltà ancora più maggiore.

Al momento dei saluti, Edith Bruck, scrittrice e poetessa, lucida sentinella narrante degli abissi a cui l’uomo può cedere (deportata ad Auschwitz poi a Dachau infine a Bergen-Belsen dove verrà liberata), confessa: “Io non credo nell’uomo. La sua è una storia malvagia iniziata con Caino e Abele e arrivata fino alla bomba atomica. Quel che cerco di dire è che adesso siamo sul punto di provocare la terza guerra mondiale. Perciò chiedo di fermarci, perciò non vorrei armare l’Ucraina”.

Se fosse ucraina direbbe lo stesso?

In questa casa si parla ucraino. Di quel Paese è Olga, la persona che mi assiste. Ogni giorno chiama, ogni giorno piange e io con lei. Resto però convinta che le armi chiamino altre armi. Se aumenta il livello di fuoco aumenterà il livello della risposta di Putin. E può essere un innalzamento sconsiderato che ci condurrebbe all’apocalisse.

Provo a contraddirla con le parole di chi invece sostiene l’Ucraina nella resistenza armata: ritiene che la resa sarebbe meno sanguinosa? Non la giudicherebbe un regalo a Putin?

Io dico che il più grande pericolo si chiama Vladimir Putin. L’escalation provocherebbe in quest’uomo già confuso e già oggi grandemente indebolito di puntare su atti irrimediabili.

Da cosa nota la debolezza di Putin?

Da come si muove l’esercito. Leggo alcuni dettagli che offrono un quadro allarmante della preparazione bellica dei russi: il carrista che smarrisce la strada e si perde nel bosco, i soldati lasciati senza cibo che rubano galline. Il fatto che sono impantanati e sparano quasi all’impazzata.

Putin è saldo al potere in Russia.

Vedrà che la gente, non gli oligarchi, lo faranno scendere dal piedistallo. La fame si impossesserà della Russia.

Gli ucraini avvertono che i russi accetteranno di mangiare erba secca pur di vedere rinascere l’idea imperiale.

È una guerra senza alcun senso, ed è soprattutto una guerra pianificata male, organizzata peggio.

Proprio per questo servirebbero più armi per difendersi, resistere ancora meglio.

Ci cacceremmo in un guaio ancora più grande. È rivoltante che per giustificare l’aiuto bellico si tenti di fare un’equivalenza tra Putin e Hitler.

Questa è purtroppo la deriva propagandista.

Solo delle persone sconsiderate o ignorantissime possono immaginare una somiglianza tra questo conflitto e ciò che accadde a cavallo del 1940, cosa furono i campi di concentramento, il progetto dello sterminio degli ebrei.

Questa guerra ci fa paura perché avanza fin quasi a lambire le nostre case.

E diciamolo! Siamo impauriti perché è scoppiata da noi, mentre le decine di altre guerre che ci hanno accompagnato in questi anni non ci hanno creato il medesimo imbarazzo, lo stesso disgusto, l’identico dolore.

La paura è un sentimento umano.

Anche il cinismo ha a che fare con l’animo umano. Fino a ieri si lasciava morire in mare i profughi. Anzi, si teorizzava che fosse legittimo buttarli a mare, farli mangiare dai pesci.

Il Mediterraneo è un cimitero.

E in Italia la destra (assai più numerosa di quella Ucraina, se vogliamo dirla tutta) teorizzava l’accettabilità della resistenza armata contro i corpi nudi, i bambini in fasce, le mamme piangenti. Si chiamava respingimento, vero?

Purtroppo si chiama ancora.

La distinzione tra chi aggredisce e chi è aggredito.

Tornando a Putin: che sia l’aggressore non v’è alcun dubbio.

Ho idea che anche nel circuito del suo potere qualcosa accadrà.

A Zelensky cosa diciamo?

Ho mandato soldi a Kiev. Ma le armi non gli faranno vincere la guerra. Metteranno invece l’Europa davanti al nuovo incubo. Io so cosa significa fuggire, io sono un avanzo di vita da buttare.

Lei vorrebbe fermare il tempo.

Ho visto in Tv una casa bombardata. Era uguale alla mia casetta dai tetti rossi. L’ho sognata due notti fa ed è una visione che non mi lascia più.

“Inviare armi è etico solo se si può vincere, se no è inutile strage”

Don Severino Dianich, tra i più noti teologi italiani, si è interrogato in una recente riflessione sui limiti morali della resistenza armata. Argomento scivoloso e sensibile, nei giorni della tragica aggressione di Putin all’Ucraina. “Sono impressionato – ha scritto sul sito di informazione religiosa Settimana news – (…) dal fatto che persista nell’opinione pubblica una certa mistica della difesa armata”. E ancora: “Sono andato a rivedermi il Catechismo della Chiesa Cattolica e osservo che vi si raccomanda di ‘considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale’”.

Contesta la resistenza di un popolo aggredito?

Credo che l’esaltazione della patria e dell’indipendenza nazionale come valore assoluto, da difendere anche attraverso un massacro e il sacrificio di vite umane, sia una piaga del nazionalismo dell’800. Bisogna trovare un equilibrio tra il valore dell’indipendenza di un popolo, che è innegabile, e il prezzo da pagare in vite umane per rivendicare quel valore.

Chi può stabilirlo?

Credo che il passaggio dall’indipendenza nazionale a una forma di dipendenza non sia sempre uguale. Ci sono dipendenze distruttive, umilianti per il popolo che le subisce, e altre in cui la dipendenza – negativa in via di principio – può evitare il massacro di centinaia di vite.

Si può negare il sentimento collettivo del popolo ucraino e il suo diritto all’indipendenza?

Dal punto di vista etnico e culturale è difficile negare che ci sia una vicinanza tra la popolazione ucraina e quella russa. Io vengo da Fiume, la mia famiglia è fuggita dal regime di Tito. Quella fuga per qualcuno fu ispirata anche dal senso nazionale: volevano restare italiani. Ma la maggioranza della popolazione è venuta via per fuggire da un regime oppressivo e dalla fame.

Ritiene un artificio il nazionalismo ucraino?

Mi sembra sbagliato esaltarlo conferendogli un valore mistico. Penso che la trasformazione religiosa del sentimento patrio sia pericolosa. Mi chiedo: chi si è trovato con figli, genitori o un marito morto, pensa a loro come eroi della patria?

Sta dicendo che gli ucraini dovrebbero arrendersi?

Credo che la valutazione della durata della resistenza armata debba essere in funzione della possibilità effettiva di una vittoria. Quale prezzo, quanti morti si possono sacrificare per ottenere questo risultato? Mi torna in mente un passaggio del Vangelo: anche un re valuta se può combattere una guerra con un esercito di 1.000 soldati contro uno di 20.000.

È contrario all’invio di armi in Ucraina.

Armare il popolo ucraino allunga la guerra. Con quale ipotesi? C’è la previsione che l’Ucraina possa vincerla? O si vuole allungarla esaltando l’eroismo degli ucraini? Penso a Bertolt Brecht: beato il popolo che non ha bisogno di eroi. Noi mandiamo le armi, ma chi ci lascia la pelle sono loro: quando questo popolo ci chiede di partecipare alla sua resistenza, la decisione ricade anche sulle nostre coscienze.

Firenze, Zelensky con la piazza “È una guerra contro l’Europa”

La pace ha il volto di Irina, ma anche di Diana. Poco dopo le 15 di un freddo pomeriggio d’inverno, le due donne si incrociano per caso in una piazza Santa Croce gremita. Si guardano, leggono i rispettivi cartelli e sorridono. La prima, ucraina ma ormai fiorentina da quindici anni, ha in braccio un cartoncino marrone: “Stop the war, stop Putin”. Dice che la sua famiglia “è in salvo in Italia” ma i suoi amici d’infanzia “vivono tutti i giorni sotto le bombe”: “Per questo dovete aiutarci” si sgola. La seconda, giovane studentessa russa, continua a ripetere poche parole con un inglese chiarissimo: “It’s not my war, it’s not my fault” (non è la mia guerra, non è colpa mia). A Firenze, culla del Rinascimento, le distanze si annullano: 20 mila persone, arrivate da tutta Italia, chiedono il cessato il fuoco. Chiedono la pace.

Ad aprire la manifestazione “Cities stand with Ukraine”, organizzata dal sindaco di Firenze Dario Nardella con 200 città europee, sono i 17 rintocchi della basilica di Santa Croce. Uno per ogni giorno di guerra. A cui segue l’Ave verum corpus di Mozart suonato dall’orchestra del Maggio musicale fiorentino. Al maxi-schermo viene trasmesso un discorso di David Sassoli in cui chiedeva di “abbattere i muri” e il video messaggio della presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola. Poi interviene l’ambasciatore ucraino in Italia, Yaroslav Melynk, che invita a “difendere i valori democratici”.

Ma ci pensano Nardella e la giornalista Camila Raznovich a introdurre l’intervento più atteso, quello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’ex comico, diventato il volto della resistenza del popolo di Kiev, è in un bunker con la tuta mimetica d’ordinanza. È in collegamento, ma parla alla piazza alzando il tono della voce all’aumentare dell’emotività. “Vi chiedo di ricordare il numero 79 come i bambini che sono morti – dice Zelensky – ognuno di voi ha una foto dei propri cari, pensate a quelle 79 famiglie a cui è stata rovinata la vita”. Applausi, commozione. Zelensky poi torna a premere per la no fly zone sopra l’Ucraina che però significherebbe l’entrata in guerra della Nato: “Chiedete ai vostri politici di chiudere lo spazio aereo sopra l’Ucraina – alza i toni – le nostre città sono assediate, Mariupol è distrutta, i russi hanno bombardato un ospedale. Questa non è una guerra contro l’Ucraina, ma contro l’Europa e i valori occidentali”. Standing ovation. È la piazza dei sindaci, con centomila cittadini collegati da tutta Europa. Intervengono (in video) i sindaci di Kiev, Leopoli, Varsavia e gli italiani Matteo Lepore (Bologna), Roberto Gualtieri (Roma), Stefania Proietti (Assisi), Giorgio Gori (Bergamo). Chiedono il cessate il fuoco e l’accoglienza. Filippo Grandi, alto commissario dell’Onu, invoca “solidarietà” per i 2 milioni di rifugiati: “È la peggiore crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale”.

A Santa Croce ci sono bandiere di tutti i partiti con i rispettivi leader. Enrico Letta (ispiratore politico della piazza), Carlo Calenda, Matteo Renzi, Roberto Speranza, Pier Ferdinando Casini. Per il M5S c’è Alfonso Bonafede (Conte è a Napoli), anche una delegazione di Forza Italia. Nessuno di questi, sabato scorso, era alla manifestazione pacifista di San Giovanni a Roma. Anche associazioni e sindacati ieri si sono riuniti: Anpi, Agesci, Arci e i segretari di Cigl, Cisl e Uil Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Ma l’imbarazzo c’è per le posizioni diverse sulla guerra. Da una parte c’è il Pd, la Cisl e diversi sindaci (come Gori) che prendono le distanze dalla piazza di sabato. Si definiscono “non equidistanti”: “Non c’è un conflitto, ma un’aggressione, non si può giustificare Putin” urla Gori. “Siamo lontani da ambigue e strane equidistanze” gli fa eco Sbarra. Dall’altra ci sono Landini e Bombardieri, critici sull’invio delle armi. Nessun imbarazzo per essere scesi in piazza anche una settimana fa: “Non siamo neutrali né equidistanti, è una sciocchezza – attacca Landini – noi siamo realisti per bloccare la guerra. Ma serve un’azione diplomatica e non inviare le armi”. Anche Bombardieri invoca “la diplomazia”. Per Letta le sanzioni “metteranno in ginocchio la Russia” e spera che “un giorno la si possa riportare a dialogare: rimpiango i tempi in cui faceva parte del G8 e G20”. Ma, dopo poco più di un’ora, ogni accenno di polemica si spegne. La manifestazione si chiude con Imagine di John Lennon e una grande bandiera ucraina sotto al sagrato della basilica. Cantano tutti. E immaginano “i popoli vivere in pace”.

Tutti contro il Mef: “Adesso serve nuovo deficit”

Oramai è uno stillicidio quotidiano.Non solo i leader di partiti e sindacati, ma anche i ministri chiedono pubblicamente un nuovo scostamento di bilancio. Venerdì, ad esempio, era stato il titolare leghista dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, a parlare di un intervento necessario per fronteggiare gli effetti della crisi su famiglie e imprese. Ieri si è aggiunta Mariastella Gelmini, ministra degli Affari regionali, che ha ricordato che i 15 miliardi circa stanziati finora per il caro energia non bastano e adesso “servirà probabilmente un nuovo scostamento di bilancio”. In sostanza più deficit di quello programmato finora. Qual è il problema? Il Tesoro e il ministro che lo guida, Daniele Franco, sono molto cauti e preferirebbero per adesso, come nel caso del dl Sostegni Ter, lavorare nelle pieghe del bilancio esistente. Tanto più, hanno spiegato fonti del ministero all’Adnkronos, che sulle misure per contrastare gli effetti della guerra in Ucraina “non ci possono essere fughe in avanti rispetto all’Europa. Dobbiamo agire in fretta, ma coordinandoci a livello europeo, altrimenti tecnicamente non possiamo partire”. I tempi non saranno comunque brevissimi (“entro la fine del mese”), ma nei prossimi giorni ci penserà la realtà la realtà a vincere le ultime resistenze.

Benzina e gasolio volano. In fila per il pieno all’estero

Sembra la cronaca del lancio di un razzo, con i telecronisti che indicano la quota: 2,3… 2,4… 2,5… 2,6. Invece sono i prezzi dei carburanti ai distributori, saliti sin da gennaio e decollati dopo il 24 febbraio, con l’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni occidentali. La verde al “fai da te” viaggia in media sui 2,3 euro al litro e costa il 39,3% in più di un anno fa, mentre il gasolio sale addirittura del +51,3%. La soglia dei 2,5 euro per la benzina è già sfondata nelle isole minori: a Ischia costava 2,629, alla Maddalena 2,589 e Ventotene 2,579. A inizio 2021 la benzina costava 1,42€euro, il gasolio 1,3, il Gpl 0,62. Non è un caso, visto che l’Italia è tra i Paesi con il maggior prezzo dei carburanti. Ma secondo il ministro Cingolani è in corso “una truffa colossale”: basta tenere stabile o far salire il prezzo finale per i consumatori, sfruttando i margini del prezzo finale legati alla raffinazione, che sono in grado di salire e quindi di gonfiare gli extraprofitti dei colossi energetici anche quando le quotazioni del greggio calano.

Le famiglie e chi lavora nei trasporti sono in estrema difficoltà per il caro carburanti. Ai distributori che praticano prezzi inferiori in questi giorni si sono viste file di decine, a volte centinaia di metri, per poter pagare pochi decimi in meno. Intanto però il blocco nazionale di domani dell’autotrasporto, proclamato da aziende e camionisti “per causa di forza maggiore”, è stato bocciato dalla Commissione di garanzia scioperi che ha comunicato a Trasportounito-Fiap e ai ministeri delle Infrastrutture e Interno il “mancato rispetto del preavviso di 25 giorni”. La crisi colpisce anche gli agenti di commercio che in media percorrono in auto 50mila chilometri l’anno e che con questi prezzi non riuscono nemmeno a coprire i costi.

Così per risparmiare qualcosa chi può va fare il pieno oltreconfine, o negli exclave. A Livigno, il territorio italiano circondato dalla Svizzera che gode di grandi esenzioni fiscali, la super costa 1,36 euro e il gasolio 1,25: oltre un euro in meno rispetto alla vicina provincia di Sondrio in Lombardia. I clienti delle pompe locali in pochi giorni sono cresciuti del 20%. Ma anche tra Italia e Slovenia sono tornate le code di auto in uscita per rifornirsi a prezzi inferiori. Gli sconti sui carburanti ai residenti in Friuli Venezia Giulia sono già previsti, ma non mitigano gli aumenti. Coi prezzi sloveni, il risparmio medio oltre confine oscilla tra 50 e 60 cent al litro.

D’altronde secondo i dati di Global Petrol Prices, aggiornati al 7 marzo, l’Italia era il 15° Stato al mondo per costo medio della benzina (all’epoca 1,949 euro al litro, sono passati appena sei giorni e il rialzo è già del 25%) e 18° tra i Paesi con il gasolio più caro (1,842 euro).

A pesare sono ben 18 accise (comprese quelle introdotte nel 1935 per la guerra d’Etiopia, nel 1963 per il disastro del Vajont, nel 1980 per il terremoto in Irpinia, mai abrogate) e le imposte: oltre all’Iva al 22%, le tasse incidono del 55% sul prezzo della benzina e del 51% sul gasolio. Il costo industriale è formato dal prezzo del petrolio al barile (circa 159 litri) e dalla raffinazione. Quest’ultimo è legata all’indice Platts, agenzia indipendente che si occupa di materie prime tra le quali i prodotti raffinati. Le due voci non sono correlate: è già accaduto che a un calo del greggio non corrispondesse un ribasso dell’indice Platts, col risultato di prezzi finali stabili.

Al 7 marzo, secondo l’Unione energie per la mobilità (Unem), che riprende i dati del ministero della Transizione, il prezzo industriale della super era di 0,828 euro e di 0,996 per il diesel. Alla stessa data – secondo l’associazione che deriva da Unione Petrolifera e rappresenta le aziende di raffinazione, stoccaggio e distribuzione – i margini lordi che remunerano la distribuzione valevano 4,5 cent al litro per la “verde”, ma erano negativi di 11,4 cent sul gasolio, penalizzando le reti.

Ecco perché le associazioni dei consumatori hanno ripreso le dichiarazioni del ministro Cingolani, che nel merito dei rialzi ieri ha parlato di “speculazione” e “truffa colossale”: c’è chi chiede al governo di intervenire per calmierare i prezzi, chi ha denunciato in ogni Procura il reato di frode contro anonimi e chi invita i magistrati a convocare Cingolani come persona informata sui fatti.

L’effetto nel carrello tra inflazione e psicosi

C’era da aspettarselo, ma leggere il dato genera una certa apprensione per il proprio portafogli. A due anni dall’inizio della crisi innescata dalla pandemia, i cui danni sono ancora da recuperare, l’effetto della corsa dei prezzi di energia, gas e carburanti, esasperata dalla guerra ucraina, rischia di portare già nel 2022 il tasso di inflazione all’8%. Un aumento che potrebbe costare già quest’anno 26 miliardi in minori consumi e una riduzione di 41,3 miliardi dell’aumento previsto del Pil. Un allarme, questo lanciato da Confesercenti, che rischia di trasformarsi in una mattanza visto che già lo scorso mese il carrello della spesa, secondo l’Istat, ha registrato un aumento dei prezzi al consumo dello 0,9% su base mensile e del 5,7% su base annua. Si tratta, cioè, di un un livello di inflazione che non si registrava da novembre 1995 e che già ha messo in difficoltà le famiglie più fragili. “Chi fino a poco fa faceva la spesa con 50 euro, adesso ne spende 75”, calcola David Granieri, presidente della Coldiretti Lazio.

“Oggi i prezzi di vendita della grande distribuzione ancora non riflettono tutti i costi di acquisto dall’industria”, spiega Carlo Alberto Buttarelli, direttore dell’Ufficio studi di Federdistribuzione. Che aggiunge: “Un graduale aumento del carrello della spesa sarà quindi inevitabile”. Del resto è sul consumatore finale che si riversa sempre tutto, comprese le speculazioni, come sta già avvenendo coi prezzi dei carburanti la cui spinta verso l’alto ha già paralizzato i pescatori, da una settimana in sciopero. Ora quello che domani accadrà, spiega la Flai Cgil, “è che nella migliore delle ipotesi si ritorni a mangiare pesce fresco a un prezzo più alto, nella peggiore che non arrivi in tavola”. E che un certo grado di consapevolezza della situazione ci sia anche al governo, lo dimostra il fatto che Mario Draghi ha fatto sapere che se anche “questa non è un’economia di guerra, l’Italia deve prepararsi. Ma prepararsi non vuol dire che ciò debba avvenire, sennò saremmo già in una fase di razionamento”. Frase che è stata presa alla lettera in alcuni supermercati, dove in poche ore sono spariti dagli scaffali olio, zucchero, caffè, cereali di ogni tipo, passate e acqua. Con gli esercenti, come Coop e Lidl, costretti a limitare gli acquisti di alcuni prodotti, soprattutto l’olio di semi di girasole: l’Italia ne importa 770mila tonnellate, di cui il 70% dall’Ucraina.

Ma se la Coop non smentisce i primi razionamenti, respinge i rischi relativi alla mancanza dei prodotti. “La corsa all’accaparramento di certi prodotti è sicuramente dovuta alla psicosi”, spiega Buttarelli di Federdistribuzione. Insomma, si è già visto durante la pandemia con la corsa alle scorte di farina.

Non sono, però, solo i consumatori ad aver preso d’assalto gli scaffali: hanno contribuito anche gestori di ristoranti, panifici o oltre attività, per i quali è diventato più conveniente comprare al supermercato che dai fornitori che hanno già aumentato i prezzi sulla scia dei rincari dei carburanti. Un assalto avvenuto prima che ieri pomeriggio la Commissione di garanzia per lo sciopero bocciasse lo stop degli autotrasportatori previsto da domani. Allarmi ingiustificati che hanno già evidenti conseguenze. Secondo la Cia-Agricoltori italiani, a risentirne sono già tutte le produzioni di carne, latte e uova. “Senza mais da Ucraina e Ungheria, le aziende che producono mangimi hanno scorte solo per 8 settimane”, denunciano con i prezzi già aumentati al banco: un kg di manzo è passato da 12 a 15 euro e il taglio più pregiato, la lombata, si aggira sui 25 euro al chilo; una bistecca potrebbe arrivare costare a breve il 20% in più.

E questo è solo l’inizio.