Finché c’è conflitto c’è guadagno: chi ride per il caro-energia

Ieri lo ha detto anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, in una mattutina intervista a Sky Tg 24, sostenendo di nuovo la proposta di mettere un tetto di prezzo europeo al gas: se i flussi di idrocarburi da Mosca continuano a essere regolari, per spiegare la scalata dei prezzi non resta che la speculazione, finanziaria e non, che si traduce in extraprofitti quantificati dall’Agenzia internazionale dell’Energia in 200 miliardi dal comparto energetico Ue nel 2022.

La fonte primaria degli aumenti è la formazione del prezzo del gas sui mercati, che varia a seconda del tipo di acquisto: semplificando, possiamo dire che esistono i contratti di fornitura con i produttori a lunghissimo periodo, anche trentennale, che includono spesso investimenti e infrastrutture; i futures al Ttf, il punto di negoziazione per il gas dei Paesi Bassi, che rappresentano il valore del gas previsto alla scadenza del contratto future, e gli acquisti a prezzi spot, ovvero al costo del gas in un istante preciso.

L’esempio italiano – racconta Mario Menichella in un’interessante analisi per la Fondazione Hume – è emblematico di come funziona una quota del sistema. Gran parte del gas italiano è importato da Eni, Enel e Edison e acquistato con contratti pluriennali a prezzi che, però, non si conoscono. Solo una piccola frazione arriva dal mercato libero, dove il prezzo – spot e a tre mesi – si forma giornalmente. Questi grossisti, a loro volta, rivendono sul mercato italiano “spot” del gas (Psv) dove il prezzo di riferimento è quello dei Paesi Bassi. Ebbene, nel dicembre 2021 l’Italia ha importato dall’estero 7,1 miliardi di Smc (metro cubo standard) di gas: il 71% è derivato da importazioni via gasdotto, il 26% da Gnl (che ha prezzi più stabili) e il 3% dalla produzione nazionale. Si sa che dei contratti per le importazioni nel 2020, circa il 77% aveva già una durata residua tra 5 e 30 anni. Eni, in particolare, secondo l’analisi, importa circa il 60% del suo fabbisogno, più o meno la metà del gas estero che entra in Italia e ne acquista circa il 30% al mercato Psv. Viceversa, gli altri grandi operatori italiani del mercato all’ingrosso del gas si approvvigionano prevalentemente al mercato Psv (82%). Questo significherebbe che Eni compra circa due terzi del gas di cui si approvvigiona a prezzi vantaggiosi, ma poi lo rivende a prezzi di mercato (attualmente crescenti) . E più sale il prezzo, maggiori sono i margini di guadagno. Basti pensare che tra novembre-dicembre il prezzo spot Ttf è salito sino a 180 euro/MWh contro i 40 del prezzo doganale, considerato il riferimento per i contratti decennali. Per dare un’idea, Eni ha chiuso l’ultimo trimestre 2021, quello con prezzi già alti, con 2,1 miliardi di utili netti sui 4,7 miliardi totali dell’anno.

Inutili, per la regolazione del prezzo, gli stoccaggi nazionali: nonostante le aziende che li gestiscono (Snam e Edison) ne ricavino profumate royalties per il servizio, il loro apporto nella regolazione del mercato è nullo (e intanto stanno facendo begli utili anche loro).

Infine, c’è la parte finanziaria. A febbraio, il colosso petrolifero Shell aveva segnalato un afflusso di hedge fund e altri operatori nei mercati del gas europei che nell’ultimo anno avrebbero contribuito a far alzare i prezzi e alla volatilità del mercato. Come raccontato dal Sole 24 Ore, secondo le statistiche della Borsa al 4 marzo c’erano 218 soggetti finanziari esposti sul gas del Ttf: 164 erano hedge fund, banche & C. con in mano il 17,8% delle posizioni lunghe e il 12,1% di quelle corte; i soggetti commerciali erano invece 134 col 75,3% delle posizioni lunghe (all’acquisto) e il 61,9% di quelle corte (alla vendita). Tra i maggiori beneficiari, Statar Capital che nel 2021 ha registrato un +56% sul gas; Andurand Capital Management, che sul rialzo del petrolio ha guadagnato il 109%; poi E360 Power (elettricità) con + 187% nel 2021. A non dire delle banche d’affari – da Goldman Sachs, BofA, Bnp Paribas e Morgan Stanley – che, a stare ai rumors, si sarebbero mosse sulle commodity.

Infine, c’è pure il guadagno che arriva dal prezzo dell’energia per i cittadini più fragili visto che il prezzo (trimestrale) per il mercato di maggior tutela si basa sulle previsioni del mercato all’ingrosso. Problema: alla Borsa elettrica le offerte di energia sono accettate a prezzo crescente fino alla soddisfazione totale della domanda. A quel punto, il prezzo al kWh dell’ultimo offerente accettato (quindi quello più alto) viene attribuito a tutte le offerte. Il prezzo a MWh, insomma, dipende dalla fonte più cara. Il paradosso? In Italia gli impianti a ciclo combinato alimentati a gas rappresentano la tecnologia marginale in circa il 50% delle ore. “Perfino se avessimo, in un dato momento, il 99,9% dell’elettricità venduta prodotta con fonti rinnovabili (quindi a costo quasi zero) – scrive Menichella – l’ultimo kWh prodotto col gas la farebbe costare tutta come fosse prodotta col gas”.

Il boomerang della no fly zone

La più famosa e lunga no fly zone dei nostri tempi è quella adottata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia nei confronti dell’Iraq settentrionale con l’operazione “Northern Watch” del 1991. Alla conclusione della Prima guerra del Golfo 1991-92, il regime di Saddam Hussein era stato sconfitto dalla super potenza militare americana, ma era riuscito a salvare parte dell’aviazione e le unità corazzate della Guardia repubblicana.

Questo gli consentì di scatenare la guerra che a lui più interessava, quella interna contro gli sciiti a sud e i curdi a nord. Repressione che fu feroce, anche se “moderata” rispetto a quella del 1988 per la quale Saddam fu poi condannato a morte dopo la Seconda guerra del Golfo. Per proteggere i curdi, ma non gli sciiti, nel 1991 fu lanciata l’operazione a guida americana “Provide Comfort” alla quale l’Italia partecipò con un contingente comandato dal gen. Mario Buscemi (operazione Airone). In quell’ambito fu realizzata una no fly zone condotta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia, che durò fino al 1996 e nel cui ambito (1994) si verificò l’incidente “inspiegabile” dell’abbattimento da parte di due caccia americani di due loro elicotteri Blackhawk: 26 morti. La no fly zone assunse il nome di “Northern Watch” e nel primo anno (1997), non si registrò alcuno scontro aereo e fu possibile proteggere i curdi nel loro rientro in Iraq. Quando però nel 1998 iniziò l’operazione anglo-americana “Desert Fox”, gli iracheni iniziarono a intervenire con missili antiaerei ai quali gli alleati risposero con altrettanti missili aria-terra. La campagna di bombardamenti durò 4 giorni e furono lanciate 36.000 missioni aeree che distrussero molte installazioni difensive irachene, ma non ne annientarono la capacità aerea. L’operazione continuò con le sistematiche incursioni di forze speciali e lanci di missili fino al 2003 con l’invasione americana e la distruzione di tutte le forze aeree di Saddam. La no fly zone fu la premessa della guerra e questa fu la premessa della sconfitta politica americana in Iraq. Dopo sette anni di occupazione militare, repressioni e disumanità, nel 2011 il nuovo Iraq intimò agli Stati Uniti di lasciare il Paese: un Paese disastrato, diviso e sotto il controllo di un altro nemico: l’Iran.

Nel 1993-1995 la Nato adottò no fly zone in Bosnia Erzegovina e con l’operazione “Sky Monitor” furono registrate oltre 500 violazioni senza alcun intervento. La situazione si aggravò sia per le forze dell’Onu intervenute a proteggere i bosniaci sia per la reazione dei serbo-bosniaci alle minacce dei musulmani e dei croati di Bosnia Erzegovina. Questa si tradusse nei massacri di Sarajevo e di Srebrenica ai quali seguirono le operazioni Nato “Deny Flight” e “Deliberate force” durante le quali furono impiegati oltre 400 velivoli di 15 nazioni. Furono distrutti 338 obiettivi serbi, furono lanciate 1022 bombe d’aereo ed esplosi proiettili all’uranio impoverito in almeno 19 attacchi documentati. Il tutto in una parte della Bosnia poco meno vasta del Piemonte. Quasi contemporaneamente, sul terreno si svilupparono gli attacchi delle forze croate e bosniache, sostenute da mercenari della statunitense Dpri, che provocarono migliaia di vittime e 200.000 profughi solo tra i serbi. L’Onu uscì dalle vicende con le ossa rotte a causa del mancato intervento delle truppe di Unprofor (39.000 uomini provenienti da 39 Paesi di tutto il mondo) nella strage di Srebrenica . La Nato si ritrovò a dover ripetere le campagne aeree sulla Serbia e sul Kosovo e l’intera regione è ancora un buco nero di instabilità e potenziale conflitto.

L’altro esempio di no fly zone è la Libia. Nel 2011, durante la guerra “civile” fra ribelli e il regime di Gheddafi, quattro Paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Libano) proposero e ottennero (grazie all’astensione di Russia e Cina) una risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva un immediato cessate il fuoco, il rafforzamento dell’embargo sulle armi e delle sanzioni contro Gheddafi, l’istituzione di una no fly zone in Libia e l’autorizzazione a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili. Nei giorni di applicazione dell’interdizione aerea le stesse forze dei paesi occidentali violarono sia il cessate il fuoco sia l’embargo di armi attaccando le forze governative e lanciando dal cielo armi ai “ribelli”. Il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ineffabile e muscolare ex primo ministro danese, dichiarò che tali interventi non erano “un problema”. Non si accorse nemmeno del problema del successivo intervento diretto delle forze della coalizione (in particolare Francia e Gran Bretagna) contro la Libia. La no fly zone era servita a innescare una guerra contro un Paese che non aveva più aerei e difese contraeree. Furono poi dichiarate no fly zone da parte dei comandi militari libici nel 2018-2019, puntualmente ignorate.

In questi giorni si compie l’undicesimo compleanno di quelle sviste: in questi anni la Libia è stata teatro di una serie di “guerre civili” – che tali non sono sia per la barbarie sia per l’intervento pesante e armato occidentale –, una serie di governi fantoccio, ha subito una insanabile spaccatura ed è destinata all’instabilità permanente. In tutti i casi di Iraq, Bosnia e Libia si è trattato di no fly zone gestite da superpotenze “civili e democratiche” contro Paesi dal potenziale militare immensamente inferiore. Un modo per “vincere facile”. Eppure la vittoria non c’è stata e l’insicurezza dei Paesi interessati si è aggravata così come sono peggiorate le condizioni di vita. Ora, la no fly zone sull’Ucraina chiesta a gran voce da Zelensky e dai suoi estimatori non indurrà la Russia a desistere dal perseguimento dei suoi scopi e di certo non permetterà all’Ucraina di utilizzare impunemente i cosiddetti “voli umanitari”, normalmente esenti dal divieto, per portare armi, munizioni e mercenari come accaduto in Libia e altrove. Questa volta l’interdizione al sorvolo non coinvolgerebbe le grandi potenze contro un avversario insignificante, ma contro un’altra superpotenza. Si può essere certi che se fosse proposta alle Nazioni Unite, Russia e Cina non si asterrebbero. Se fosse adottata dalla Nato o da singoli Paesi fregandosene dell’Onu, cosa già accaduta, si troverebbero a dover combattere contro la Russia, con conseguenze facilmente immaginabili. Inoltre, come già accaduto, la no fly zone potrebbe essere dichiarata dalla Russia stessa che dai cieli di Kaliningrad e della Bielorussia fino alla Crimea, passando per l’Ucraina, ha volontà e interessi di sicurezza nazionale tali da non permettere il sorvolo a nessun altro velivolo anche soltanto potenzialmente ostile. E ha anche le forze per garantirli. Comunque vada, questa non è la strada per salvare l’Ucraina, ma solo per affossarla. Paradossalmente, chi si oppone a tale misura vuole molto più bene al popolo e alla nazione ucraina dei suoi attuali governanti.

Trincee e sciacalli, l’ora più buia di Kiev

Tre uomini mezzi nudi legati a tre pali di ferro, stretti in una pellicola di plastica, nera o trasparente e una patata in bocca: per non parlare. Anche la loro testa, con palesi segni di percosse è attaccata al palo, fino a sentire il freddo del metallo, lo sfregio, l’odio e la vergogna. Quella pubblica, quella che fa più male. Farsi vedere dalla propria gente, umiliati per avere rubato nelle case degli sfollati di Irpin. Anche questa è la guerra: squallida carogna che ti mangia da dentro, vuole solo salvarsi, contro tutto e contro tutti. Storie che raggelano il sangue e fanno pensare, una volta ancora, che nulla di questo ha senso. Giorno dopo giorno, l’odio per il nemico cresce, subdolo, ribolle dentro fino a spezzare il fiato e annebbiare la ragione, fino a quando non fa più differenza chi si ha davanti. Sempre attenti, sempre all’erta, sempre con la paura dei sabotatori. A stento si ricordano i dettagli della vita prima del conflitto: una chimera che si rincorre con il kalashnikov in mano. Ricordo miliziani in Siria accarezzare il proprio fucile senza potersene disfare, nemmeno per pochi minuti: da mesi lottavano lungo la linea del fronte contro i soldati di Daesh. A Irpin, dove ogni giorno sembra essere l’ultimo, si combatte in città, dopo il ponte diventato maceria. Negli ultimi giorni l’esercito ucraino ha tenuto le posizioni, arrestando l’avanzata russa, che poi non è così rapida come si pensava. Esclusa la logica della “guerra lampo” di Putin, l’invasione dal campo si percepisce come lenta e inesorabile. Come una goccia d’inchiostro lasciata cadere su un foglio che si espande, lentamente e senza sosta: così i russi si muovono verso la capitale Kiev da più direzioni, in modo tentacolare, per strozzarla.

Si combatte lungo tutto il perimetro nord della città, da nord-ovest verso Irpin, Bucha e Hostomel, a nord-est dopo Brovary. La città si prepara alla guerra e all’assedio. Si sotterrano molotov e viveri. Oggi un centro di stoccaggio di cibo congelato nei pressi di Brovery è stato distrutto da un missile russo. Migliaia di metri quadrati andati in fumo: le colonne alte centinaia di metri si vedevano a chilometri di distanza. E dentro ancora il fuoco, la nebbia e l’aria irrespirabile. Tutto scomparso, risorse alimentari in meno per quando arriverà la fame. Putin sa bene che per fame si farebbe di tutto. L’esercito russo, abituato a lunghe battaglie e infinite guerre, ha fanteria e mezzi militari per soffocare l’Ucraina. È questione di tempo e risorse, che sembrano non mancare. Ogni giorno che passa è una battaglia vinta per gli ucraini, il morale è alle stelle e tutti si preparano alla resistenza. Ma quanto potrà durare? Fino a quando gli uomini potranno stare al fronte in una città sotto assedio, senza poter rivedere le proprie famiglie, senza luce e con viveri e acqua limitati? La paura che questa nuova realtà diventi l’unica, è quello che spaventa di più gli ucraini. Sono passati 17 giorni di guerra e tutto è cambiato. Il mondo di prima è scomparso. Il Covid, mostro invisibile, è stato sconfitto dalla violenza dell’artiglieria di Putin. A Mariupol sono già stati sotterrati i morti nelle fosse comuni. I miliziani della difesa del territorio oggi cambiano colore. Il laccio al braccio, da giallo è diventato blu. “Abbiamo solo due colori nella nostra bandiera, non potevamo sceglierne un altro”. La ragione è la solita paura dei sabotatori: si pensa che anche loro abbiano capito la faccenda del laccio e si siano premuniti. “Cambiando colore rimarranno per qualche giorno spaesati” mi guarda sorridendo Alex, che ha deciso di rimanere a Kiev con la sua compagna. Sua madre è in salvo in Polonia da amici, mentre lui, tutti i giorni, aiuta la resistenza.

I viali e le piazzole di sosta sono diventati i nuovi posti di blocco, le barricate fatte di sacchi di terra accatastati lungo i ponti cambiano il panorama della città. Ai lati di una rotonda, un check-point e un giardino dove vengono scavate le trincee da uomini che non conoscono stanchezza. Tagliano il legno, bucano il terreno, preparano i rifugi e si muovono lungo sentieri sotterranei per organizzarsi contro il futuro invasore. Come dei labirinti, si accede attraverso gradini di terra: si entra in una tenda dove i kalashnikov sono appesi al muro e il tè ribolle sul fuoco. La nuova realtà è già fatta di fango e armi. Di catene di comando che decidono cosa e può essere fotografato e documentato. Certi palazzi sì, altri no. Vengono controllate le fotografie e cancellate quelle scomode. Si temono i sabotatori e gli attacchi aerei russi. Kiev è diventata una fortezza, sopra e sotto terra. Ogni angolo, ogni strada è sorvegliata. La gente armata ferma chiunque, di giorno e di notte. Ma con le tenebre, le auto devono andare con i fari spenti e le luci interne accese. Al posto di blocco si abbassa il finestrino e si fanno vedere i documenti. I militari possono sparare se non vengono rispettate queste regole. “Due giorni fa a un check-point hanno ucciso un ex militare perché guidava dopo il coprifuoco con le luci accese” racconta Alex davanti al mio stupore e incredulità che sia già così tutto crollato. In uno di questi check-point sono stato fermato anche io, per più di due ore. Sono arrivate le macchine dei servizi di sicurezza e mi hanno controllato le fotografie e il cellulare. Il passaporto e gli accrediti non erano sufficienti e hanno dovuto fare controlli incrociati prima di lasciarmi andare. Così passa il tempo, in guerra. In ogni momento può succedere qualcosa, può cambiare tutto. E tu puoi restare bloccato in un check-point ad aspettare una chiamata che non sai quando arriverà. Un momento prima tutto sembra tranquillo e poi arriva il caos. Ogni informazione è vecchia nel momento che ti viene detta. Attraverso chiamate incrociate si riesce a disfare la matassa, fatta di propaganda e falsità. Si parla di aerei abbattuti che non vengono trovati e di vittorie di Pirro che durano istanti. Quello che può essere visto è quello che deve essere riportato, il resto rischia di diventare confusione.

Segnali di dialogo, ma Putin: “Colpirò chi porta le armi”

“Arrivano piccoli segnali dai negoziati tra Russia e Ucraina”. Il mood di giornata lo riassume a sera il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, che sembra dare credito a quei parziali segnali accumulati nel corso della giornata. Poca roba, sia chiaro, ma di un certo peso: la più rilevante viene dalle affermazioni di Volodymyr Zelensky, ma anche dai 75 minuti di colloquio telefonico tra Emmanuel Macron, Olaf Scholz e lo stesso Vladimir Putin (l’Italia è ormai del tutto fuori). E poi, anche il fatto che i negoziati russo-ucraini d’ora in poi si svolgeranno in videoconferenza. Di Maio fa segno di crederci, aggiungendo che “questo ci spinge a portare avanti una soluzione diplomatica che possa condurre alla pace”.

Il punto, in realtà, è quale forma diplomatica potranno prendere i colloqui e quindi il percorso di pace. L’avanzata russa, molto lenta ma finora inesorabile, non si ferma e anche Macron lo ha confermato ieri dopo la telefonata con il leader russo. Dal canto suo, Zelensky, intervenuto in collegamento con la piazza di Firenze CitieswithUkraine, ha rilanciato la solita richiesta di no fly zone avvertendo che non di guerra all’Ucraina si tratta, ma “all’Occidente”.

Eppure è stato sempre il presidente ucraino a confermare che negli ultimi negoziati è emerso “un approccio fondamentalmente diverso” da parte di Mosca. In una conferenza stampa a Kiev, Zelensky ha precisato di essere “contento di avere un segnale dalla Russia” che proverrebbe dai colloqui in videoconferenza, come ha confermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

Ma subito dopo, il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha invece ampiamente frenato: “C’è poco spazio per la diplomazia nella testa di Putin – ha affermato intervenendo a un forum organizzato a Washington –. Dobbiamo tenere aperto il canale della diplomazia, ma essendo consapevoli dei tentativi di manipolazione portati avanti dalla Russia, che continua ad avanzare richieste per noi inaccettabili”. Accenti diversi che dimostrano che la trattativa c’è, ma senza che le parti rinuncino, al momento, a nessuna delle rispettive posizioni, confidando di rafforzarle sul campo. In questo senso, notizia indicativa della giornata, se confermata, è quella diffusa dall’Ucraina: la volontà russa di voler tenere un referendum nella città di Kherson una volta conquistata del tutto.

Olaf Scholz e Emmanuel Macron al telefono con Putin hanno posto con decisione il tema del “cessate il fuoco” chiedendo “l’inizio di una soluzione diplomatica del conflitto”. Il Cremlino, secondo fonti dell’Eliseo, “non ha dato alcun segnale della volontà di sospendere la guerra”.

Nel frattempo si pone la questione delle sanzioni e degli aiuti militari, perché Putin ha anche detto che si riserva di colpire chi consegnerà armi agli ucraini, considerandoli “legittimi bersagli”. Zelensky, dal canto suo, continua a chiedere – lo ha fatto ancora con Scholz – una linea intransigente sulle sanzioni, anche con l’embargo delle importazioni del gas e del petrolio russi, aspetto su cui Berlino frena.

Se uno spiraglio diplomatico più concreto dovesse rivelarsi, non è chiaro però chi potrebbe fungere da effettivo mediatore. La Ue si è tagliata fuori da sola allineandosi totalmente alla Nato, e tranne Germania e Francia non si vedono altri attori. Ieri si è fatto di nuovo avanti il Vaticano, disposto a fare ogni sforzo e proponendo un pieno ridisegno delle relazioni diplomatiche internazionali. Ma anche Israele continua a restare in campo: Zelensky ha invitato Putin a un colloquio a due da tenersi a Gerusalemme.

Infine, viene smentito che si possa produrre una conseguenza drammatica per la Stazione Spaziale Internazionale. Nessun timore che possa precipitare, secondo l’esperto di meccanica celeste, Jonathan McDowell, come invece aveva paventato il direttore generale dell’Agenzia spaziale russa Roscosmos.

“Sembra il 1914, l’isolamento aiuta la strategia del Cremlino”

Quella del Cremlino in Ucraina è “un’operazione speciale”, ma lui un giorno in aula ha detto vojna, “guerra”: una parola che per l’ultima legge varata dalla Duma dall’inizio del conflitto contro Kiev, può costarti fino a 15 anni di galera.

Giovanni Savino, docente universitario di Storia contemporanea, specialista del nazionalismo russo del Ventesimo secolo, insegnava in tre prestigiosi istituti di Mosca. Ha messo piede in Russia per la prima volta a 21 anni. Il 3 marzo scorso, dopo 17 anni nella Federazione – moglie e figli russi – è scappato dal confine estone quando è stato denunciato alle autorità: “All’inizio, il 24 febbraio, sembrava davvero ‘un’operazione speciale’. Ma quando la guerra lampo è fallita, il potere russo non è riuscito a mandare avanti la sua stessa propaganda. In una delle università in cui insegno sono arrivate circolari in cui si invitavano studenti e docenti a fare delazione se venivano registrate dichiarazioni, anche sui social, contro l’attacco. Io ai miei studenti ho detto: “Questa è una guerra”.

Quali sono state le loro reazioni?

In realtà lo sapevano già. Sono spaventati, vedono loro coetanei che si combattono sui due fronti opposti, sanno anche che per la Russia è iniziato un isolamento che potrebbe durare anni, e, in ambito accademico, vuol dire, per esempio, la fine degli scambi.

La propaganda del Cremlino su di loro non funziona?

L’Occidente commette un errore quando crede che funzioni in maniera capillare. La narrazione ufficiale non ha presa su ogni strato della cittadinanza, c’è una vaccinazione di massa contro la propaganda, che già in tarda età sovietica, non funzionava più. Le persone che hanno meno di 50 anni leggono le notizie da internet: ecco perché il governo vuole controllarlo e reprimerlo.

In rete, Meta – cioè Facebook e Instagram – ha concesso l’hate speech contro Mosca in alcuni Paesi dell’ex blocco sovietico.

Un errore: è benzina per la propaganda russa che usa queste notizie in patria per dire ai cittadini che “il mondo odia i russi”. Nella Federazione volevano già vietare quei social, ora li hanno dichiarati “organizzazione estremista”. Inoltre, vietare festival o espressioni della cultura russa in questo contesto vuol dire regalare potenti colpi alle autorità di Mosca. L’aggressione militare contro l’Ucraina va condannata con ogni mezzo, ma la cultura russa fa parte di quella europea. Un esempio: il nazismo non ci ha mai impedito di leggere Goethe o ascoltare Beethoven. Questa guerra non ci deve privare di Cechov e Tolstoj.

In questi giorni in pochi se ne ricordano.

Trovo ingiusto ogni tipo di limitazione del dibattito, purché basato su fonti certe. Questo clima intellettuale è da 1914: si chiede mobilitazione da una e dall’altra parte, alcuni meccanismi sono terribilmente simili. Quello che mi stupisce sono i toni: sono speculari, ma di segno opposto. Forse qualcosa di leggermente simile è stato registrato durante la war on terror, guerra al terrore dell’era Bush, ma adesso, tutto questo, accade in Europa.

Questo è il 18° giorno di guerra: si può ipotizzare che Putin pensasse di vincerla molto più in fretta?

Anche chi fa parte della sua cerchia non aveva previsto la decisione del presidente. Sono stati fatti dei report prima di procedere contro Kiev, ma erano erronei. In Russia il potere è familistico: vuol dire che non devi mai scontentare il capo, devi avere un atteggiamento accondiscendente, non analitico. Forse proprio per quei memorandum è stato arrestato il vertice del V dipartimento dell’Fsb, i servizi segreti russi.

Mentre Usa ed Europa emanano sanzioni contro Mosca, migliaia di russi stanno scappando. Lei ha lanciato un appello per aiutare gli accademici dissidenti.

Le misure restrittive colpiscono il Paese e creano condizioni che potrebbero divenire incontrollabili. Per molti le priorità sono continuare a sopravvivere in maniera accettabile mentre il rublo crolla e i conti sono congelati, ma più di 100 mila persone sono in fuga. Bisogna aiutare due popoli: uno a liberarsi dalle bombe, l’altro da un regime oppressivo.

Mosca martella Kiev, che accusa: “Uccisi 7 civili, pure un bimbo”

La Russia martella l’Ucraina: raid intorno a Kiev e pesanti bombardamenti sui sobborghi della Capitale, una base aerea a una trentina di chilometri distrutta dai missili. Le immagini satellitari mostrano colonne di carri armati a 25 km dal centro città. Le autorità accusano: “Sono stati uccisi sette civili ieri, tra cui un bambino, che cercavano di scappare”. Zelensky sfida i raid e smentisce le voci – ricorrenti – che lo vogliono in fuga: “Sono a Kiev, in via Bankova – dove ci sono i suoi uffici, ndr –, fino alla fine, fino alla vittoria”. Le informazioni sul conflitto che arrivano dai due schieramenti restano contraddittorie e quasi sempre impossibili da verificare. Zelensky riferisce che “tra i 500 e i 600” soldati russi sono stati finora fatti prigionieri.

Gli ucraini diffondono il video di un soldato russo di 22 anni che racconta d’essersi arreso (“Se arretriamo, ci fucilano”). Zelensky si rivolge alle madri russe: “Non mandate in guerra in un Paese straniero i vostri figli, non credete che sono solo delle esercitazioni”. Bombe anche su Nikolaev nel Sud, su Dnipro – dove i sistemi di difesa aerea, riferisce il sindaco, hanno respinto un attacco di prima mattina – e su Kropyvnytskyi. A Kharkiv, dove sarebbero stati colpiti ospedali e 40 scuole, sarebbero stati recuperati i corpi di cinque persone, fra cui due bimbi, tra le macerie di un edificio. Gli ucraini accusano Mosca di aver danneggiato un ospedale oncologico ed edifici residenziali a Mykolaiv. A Kherson, città portuale, secondo le testimonianze dei media locali iniziano le prove di annessione da parte di Mosca; si starebbe preparando un referendum per creare una repubblica separatista, sul tipo di quelle di Donetsk e Lugansk. L’Onu stima a oltre 2,5 milioni gli esuli che hanno già varcato le frontiere, “una crisi umanitaria tra le più gravi dal 1945. Vi sono oltre 12 milioni di persone bisognose di aiuto”. Il ‘ministro degli Esteri’ dell’Ue, Josep Borrell, twitta: “Servono urgentemente corridoi umanitari: la gente in Ucraina non ha cibo, acqua, riscaldamento; e le temperature sono gelide”. Anche Washington si mostra in ansia per i civili: i russi prendono di mira le infrastrutture critiche, per l’acqua e l’elettricità, rendendo più difficile la sopravvivenza. Il Cremlino intanto prospetta ritorsioni in caso di adesione alla Nato di Finlandia e Svezia, citando “conseguenze militari e politiche”.

Sempre disperata – riferisce la Croce Rossa – la situazione di Mariupol: i russi sono nella periferia est e gli ucraini li accusano di avere colpito una moschea dove si riparavano dalle bombe 80 civili. Ma il presidente dell’Associazione che gestisce la moschea, Ismail Hacioglu, dice che l’area è sotto tiro, ma nega che l’edificio sia stata colpito: “Una bomba è caduta a 700 metri dalla moschea”, scrive su Instagram. Trenta civili turchi sono all’interno dell’edificio, “compresi dei bambini.” Quattro tentativi di evacuare i turchi sono falliti, perché “i russi non ci hanno fatto passare”: “Ci proveremo ancora”. Le forze russe che occupano Melitopol, nel sud dell’Ucraina, hanno fermato l’organizzatrice d’una manifestazione di protesta con un migliaio di partecipanti per chiedere la liberazione del sindaco, Ivan Fedorov, sequestrato venerdì. Per il presidente Zelensky, Fedorov è a rischio di tortura. Gli occupanti russi hanno informato lo staff della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, che l’impianto non appartiene più all’Ucraina e d’ora in poi opererà sotto controllo russo. Mosca avrebbe già inviato sul sito undici ingegneri e gli Stati Uniti affermano di essere “preoccupati dalle sconsiderate azioni russe e dalle violazioni dei principi di sicurezza nucleare”. In questo quadro, l’Alleanza atlantica riunisce 30 mila militari, 200 aerei e 50 unità navali in Norvegia, in vista delle esercitazioni Cold Response 2022 che inizieranno domani, lunedì 14 marzo. Le manovre sono in programma da tempo, ma, nota la Bbc, dopo l’invasione assumono maggiore importanza perché si svolgono non lontano dal confine con la Russia.

Salvare il salvabile

Se l’Unione europea esistesse, i suoi ridicoli e ridanciani rappresentanti non si sarebbero riuniti a Versailles, ma da due settimane (anzi da prima, quando il peggio si poteva forse evitare) farebbero la spola fra Kiev e Mosca per trascinare Putin e Zelensky a quel tavolo che, almeno a parole, nessuno dei due esclude. E proporrebbero un negoziato sui tre punti che, almeno a parole, Putin ritiene fondamentali e Zelensky ha definito trattabili: Donbass, Crimea, Nato. E, se gli Usa non fossero d’accordo, l’Ue andrebbe avanti comunque, perché dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia all’Ucraina, i loro interessi sono diametralmente opposti ai nostri. A Biden questa guerra nel cuore dell’Europa fa stracomodo: deve far dimenticare l’umiliante débâcle afghana e allevarsi il nemico ideale, il nuovo Male Assoluto, per non perdere le elezioni di mid-term, mentre la sua economia ingrassa sull’indebolimento di quella europea dissanguata dal conflitto armato, dall’instabilità politica, dalla catastrofe umanitaria dei profughi e dal boomerang economico delle sanzioni. Perciò i servi furbi dello Zio Sam, ben nascosti dietro l’eroica resistenza ucraina, soffiano sul fuoco affinché la guerra criminale di Putin duri il più possibile e faccia più morti possibili (inviando sempre più armi) e criminalizzano come quinta colonna del nuovo Hitler chiunque lavori o accenni a una via diplomatica. Che non è utopica: è pragmatica.

Le sanzioni, specie se danneggiano più il sanzionatore che il sanzionato, vanno modulate e condizionate. Se lo scopo è ricacciare Putin entro i confini russi, non c’è misura economica o invio di armi che tenga: serve la terza guerra mondiale (che però nessuno vuole). Se invece l’obiettivo è salvare il salvabile della sovranità ucraina e il maggior numero di vite, non resta che concedere alla Russia ciò che già ha – Donbass e Crimea – e rassicurarla con una nuova conferenza di Helsinki per la sicurezza europea che impegni tutti (Ue, Nato, Ucraina e Russia), parta dalla neutralità di Kiev, rimedi agli errori passati, blocchi nuove provocazioni e invasioni. Le sanzioni possono diventare un’ottima arma di ricatto se l’Ue è disposta ad attenuarle in cambio di un impegno russo a risparmiare i civili (che però, inviando armi, è molto più difficile distinguere dai militari) e a revocarle in cambio di un cessate il fuoco e di un negoziato vero. Senza chiedere il permesso a Biden, che somiglia tanto a quel personaggio del film di John Landis Ridere per ridere: il “cacciatore di pericoli” che irrompe ad Harlem, urla “Negriii!” e scappa, inseguito e menato da una gang di teppisti di colore. Con la differenza che, quando gli americani vengono a far danni in casa nostra, quelli inseguiti e menati non sono loro: siamo noi.

Se la catastrofe incombe, è tempo di ripensare un’altra idea di rivoluzione

Fino a qualche anno fa un libro che avesse l’ambizione di mettere al centro della riflessione “l’urgenza della rivoluzione” sarebbe apparso, nella migliore delle ipotesi, una operazione velleitaria. La prospettiva cambia – sapendo comunque che il libro non si addentra nello specificare come dovrebbe articolarsi oggi una rivoluzione – guardando all’incrocio delle grandi emergenze che soffocano il pianeta. Senza aver mai risolto del tutto una crisi economica strisciante apertasi nel 2008, l’umanità nell’ultimo decennio si è trovata a prendere atto di una crisi ecologica forse irreversibile, di una crisi pandemica con pochi precedenti e oggi, nel vivo della quotidianità, di una guerra di tale intensità da far pensare alla terza guerra mondiale. Ce n’è abbastanza per ritenere giustamente che l’ordine del mondo non vada nella direzione e che i dispositivi di comando e di gestione siano logori e obsoleti e che andrebbero radicalmente modificati. Una rivoluzione, appunto.

Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, si impegna a disarticolare le rivoluzioni del passato, tracciando un “bilancio delle rotture rivoluzionarie del Novecento” che ancora mancano di una adeguata riflessione per riflettere sulla rivoluzione prossima ventura. Mettendo in evidenza come alcune delle ipotesi che sorreggevano quella prospettiva siano venute meno, propone una tesi centrale: all’idea fondamentale che ha sorretto l’ipotesi rivoluzionaria, quella della “lotta di classe” occorre sostituire un’idea plurale, “le lotte di classe” associando alle lotte operaie anche quelle femministe, per la libertà sessuale, o le lotte delle persone “razzializzate”. Il marxismo e il femminismo devono interloquire con il pensiero anti-coloniale e pensare a una prospettiva oltre la “catastrofe”. Che è essenzialmente quella ecologica, ma come i giorni attuali dimostrano, si carica di prospettive ancora più cupe. Una qualche via di uscita è necessaria.


L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione
Maurizio Lazzarato
Pagine: 256
Prezzo: 22
Editore: Ombre Corte

 

“Per me scrivere è salvare noi stessi dall’oblio”

Per Annie Ernaux la scrittura è un modo di esistere, è “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”. Quando non scrive si sente vuota, inutile. A 81 anni, nella sua casa di Cergy, nell’Île-de-France, con un giardino che affaccia sul fiume Oise, vive di letteratura. Ha avuto due figli, si è separata, non ha più sentito l’esigenza di una relazione stabile; gli uomini, dice, le hanno portato grane.

Scrivere è, dal 1974, attingere alla sua memoria per parlare di una dimensione collettiva. Il personale si fa universale. È tradotta, letta e studiata in tutto il mondo proprio per questo. Scrivere è anche atto politico, soprattutto quando parla di donne, è intervenire sulla realtà per dire ciò che altri tacciono, ma anche osservarlo per decifrarne le dinamiche. Come nell’ultimo, Guarda le luci, amore mio, scritto in forma di diario, risultato di un biennio di visite settimanali al più grande centro commerciale della Val-d’Oise. “Non si tratta di un’inchiesta, nemmeno di un’esplorazione sistematica, bensì di un diario in cui fissare le impressioni lasciate dalle cose e dalle persone, dalle atmosfere”. Da una corsia all’altra si accavallano scampoli di conversazioni, abitudini, desideri e va in scena l’odierna società dei consumi. “Vedere per scrivere” è “vedere diversamente”. Scrivere è pure battaglia contro l’oblio in un’epoca in ostaggio della fugacità e delle emozioni senza memoria. Emozioni e memoria, invece, sono cuore di tutte le sue opere.

Autodefinitasi etnologa di se stessa, Ernaux parte sempre da un accadimento autobiografico ed espone i fatti con rigore scientifico. Le emozioni – vergogna, inadeguatezza, senso di colpa, dolore – restano sobrie e trattenute come in Flaubert, uno dei suoi riferimenti. Sta al lettore coglierne la potenza sotto la superficie di un’esposizione ridotta all’osso che però taglia come una lama, suo punto di forza.

Figlia di umili normanni, cresce nel villaggio di Yvetot, dove i genitori gestiscono un bar-drogheria. Il padre è figlio di contadini dediti al lavoro, la madre, che sgobba da quando è ragazzina, è donna tosta, spiccia, di fatti e poche parole che strappa al tempo preziosi minuti per immergersi nei libri (è a lei che deve la passione per la lettura) e che dalla figlia vuole solo buoni voti e che stia lontana dai maschi. È distante anni luce dall’ideale borghese, in cui Ernaux non si è mai riconosciuta, raccontato ne La donna gelata: “Aliti leggiadri della casa che in silenzio fanno nascere l’ordine e la bellezza, donne senza voce, sottomesse: nel paesaggio della mia infanzia non riesco a vederne molte di donne così”. Quando farà il salto ottenendo un posto fisso, Il posto parla di questo, da professoressa di Lettere Ernaux avverte uno strappo. Nell’allontanarsi dalle radici familiari e dall’ambiente rurale per far ingresso in quello cittadino (Parigi), sente di tradire le sue origini anche se in verità sono proprio quelle la base del suo essere autentico. Lo capirà col tempo.

Il senso della vergogna, lo si legge in La vergogna, nasce nel giorno in cui il padre cercò, letteralmente, di uccidere la moglie frantumando per sempre il paradiso infantile di Ernaux; il dolore più vivo abita in Una donna a raccontare la malattia della madre, non più la donna irruente della giovinezza ma bambina bisognosa di cure, resa irriconoscibile dall’Alzheimer; in Un’altra figlia, lettera alla sorella morta di difterite a sei anni, prima della sua nascita, di cui scopre la (non) esistenza quando ne ha dieci, per puro caso, serpeggia il terrore di essere stata seconda a qualcuno.

Ernaux racconta di sé ma parla a tutti. Nei suoi libri non esistono tabù. Non lo è l’aborto a 23 anni, lo narra in L’evento, in tempi in cui era pratica ancora illegale né la perdita della verginità a 18 anni, in colonia, con un uomo più grande che il giorno dopo la snobba mentre tutti i coetanei le sparlano dietro anziché andarle incontro. Lo confessa in Memorie di ragazza, a rievocare quell’estate del ’58 in cui tutto cambiò. Avvicinatasi a quel momento carica di aspettative ne esce a pezzi. Soffrì di bulimia, non ebbe il ciclo per due anni, cercò il futuro lontana da casa. Voleva ricucire qualcosa di cui si vergognava. “Quelli della colonia si erano dimenticati di me, io non potevo”. A leggerla ci si sente meno soli.

Prostituta decapitata a Villa Pamphilj: il ritorno dei Cinque di Monteverde

Simona Cini è una ragazza sola al mondo. La mamma è morta, il papà ha un’altra famiglia e i due non si sentono più. Di giorno, Simona è una studentessa modello di Medicina, da trenta e lode. Di notte, fa la vita tra i cespugli di Villa Pamphilj, uno dei più grandi parchi di Roma. All’alba di un mercoledì di gennaio viene ritrovata quasi decapitata. Il corpo martoriato da una serie infinita di coltellate. Comincia così il secondo caso dei Cinque di Monteverde di François Morlupi, giallista italo-francese di Roma che ha esordito felicemente un anno fa con Come delfini tra pescecani. I Cinque sono: il quasi sessantenne commissario Biagio Maria Ansaldi, ansioso, ipocondriaco e single; la sociopatica Eugénie Loy, vice ispettore (e stavolta si scoprirà cosa l’ha fatta diventare così fredda e asociale); gli agenti scelti William Leoncini e Roberto Di Chiara; la misteriosa Eliana Alerami, l’ultima arrivata.

A complicare le indagini, poi, c’è l’allerta per tutta la polizia della Capitale in vista di un megavertice degli Stati europei. Insomma, il commissario Ansaldi, bibliofilo e amante dell’arte, ha “cibo” in abbondanza per nutrire le sue ossessioni, senza contare le peripezie amorose. A uccidere Simona sono stati in due, un uomo e una donna, che sfidano i Cinque rivendicando il delitto con una lettera firmata Jack the Ripper, Jack lo Squartatore. Gli omicidi non si fermano (un prete e un petroliere) e ministro e questore premono per chiudere l’inchiesta prima del megavertice. Tra ironia e luoghi comuni (veri) su Roma e sull’Italia, tra citazioni letterarie e guai privati dei Cinque protagonisti, Morlupi replica con uno stile semplice e chiaro il format vincente del primo episodio. L’epilogo funziona e fa venire in mente, per assonanza, quello di un famoso film di Dario Argento (non diciamo quale). Qualche svarione suggerirebbe in futuro un lavoro più accurato di editing.

 

Nel nero degli abissi
François Morlupi
Pagine: 469
Prezzo: 16
Editore: Salani