Scottie nella “fabbrica di salsicce”: Hollywood

L’amore dell’ultimo milionario, in libreria per Minimum fax, non è solo il romanzo postumo e incompiuto di una leggenda del 900 americano come Francis Scott Fitzgerald. È tra i più emblematici tributi letterari al mondo del cinema: storia su un produttore di Hollywood scritta da un autore che fu sceneggiatore per la Metro-Goldwyn-Mayer e da cui Elia Kazan trasse nel 1976 un film con protagonista Robert De Niro.

Il romanzo, sinora circolato sotto il titolo Gli ultimi fuochi, esce in una nuova traduzione basata a sua volta su una più accurata revisione filologica. In appendice viene riprodotta una lettera del 1939 in cui “Scottie” illustra il finale che purtroppo mancò di scrivere, stroncato in seguito da un infarto nel dicembre 1940. Riuscì a lasciare 17 episodi abbozzati dei trenta pianificati. Scrivono le due traduttrici in una nota: “Difficile non farsi catturare da quella miscela di passione e dissipazione che ha contribuito non poco alla costruzione dell’immaginario che lo riguarda: il genio ispirato e maledetto”.

Fitzgerald, che produsse migliaia di pagine di sceneggiatura regolarmente cestinate o riscritte, si arruolò nella “fabbrica di salsicce” hollywoodiana per pagare i debiti, mantenere le cure della moglie Zelda e terminare appunto il grande romanzo sul cinema che aveva in mente. Goffredo Fofi nella sua introduzione si sbilancia e sentenzia che “L’amore dell’ultimo milionario è all’altezza del Grande Gatsby”.

Hollywood è il set di queste duecento pagine: “Una città perfettamente suddivisa in zone, sai esattamente la condizione economica delle persone che vivono in ciascun settore, dai manager ai registi, ai tecnici nelle loro casette, giù giù fino alle comparse”. Protagonista è un produttore, Monroe Stahr, che da fattorino è diventato un numero uno: “Come Edison e Lumière e Griffith e Chaplin, anche lui aveva fatto la storia del cinema”. È vedovo e spesso trascorre il tempo con Cecelia, figlia del suo rivale e voce narrante. Durante una scossa di terremoto, che allaga gli studios, si imbatte in Kathleen – donna che somiglia a sua moglie Minna, star del grande schermo morta anni prima –, con cui tenta di imbastire una relazione. Ma i suoi giorni sono consacrati alla celluloide: “La fatica era una droga, oltre che un veleno, e Stahr evidentemente traeva un piacere squisito, quasi fisico, dal lavorare fino a sentirsi girare la testa per la stanchezza”. Indottrina scrittori “che puzzano di cocktail”: “Ve l’ho detto mille volte, la prima cosa che decido è il genere di storia che voglio”. Ecco allora Stahr, con una scrivania sormontata da pile di copioni, immortalato nei suoi contenziosi con sceneggiatori e registi in stanze piene di fumo, alle prese con budget da rispettare e incassi da monitorare.

Tra ispezioni nei teatri di posa e tagli di spezzoni imposti ai montatori nella sala di proiezione, la figura del produttore carismatico Stahr (modellato su un reale vicepresidente della Mgm) si impone con una credibilità che sfiora il reportage. Una ricostruzione d’ambiente fedele che procede grazie a un dialogo “spesso serrato e succinto”. Lo stesso Fitzgerald durante la stesura confessò sornione: “È un romanzo che a me piacerebbe leggere”.

 

L’amore dell’ultimo milionario
Francis Scott Fitzgerald
Pagine: 256
Prezzo: 14
Editore: Minimum fax

“Il colore Viola”: Bill incanta Roma con i video-tuffi in piscina e nel fuoco

In The Reflecting Pool (1977), l’artista e performer Bill Viola arriva da un boschetto sul bordo di una piscina, prende lo slancio per tuffarsi e poi, mentre il fruscio del vento che sbatte sulle fronde degli alberi continua incurante a dialogare con lo sciabordio dell’acqua, rimane sospeso in aria per un paio di minuti. Gradualmente, la sua immagine diviene traslucida, fantasmatica fino a svanire, per poi riemergere nuda dall’acqua e alla fine incamminarsi via.

Newyorchese, classe 1951 – di origini italiane, con i nonni della provincia di Varese per la precisione – e caposcuola della video art, nonché superstar del contemporaneo, già da quelle prime sperimentazioni Bill Viola ha iniziato a interrogare i limiti dell’esistenza, o meglio a proiettare la nostra umanità oltre i suoi evidenti confini. Già, perché come dimostrano le opere raccolte nell’antologica Icons of light, visitabile fino al 26 giugno a Palazzo Bonaparte a Roma e curata da Kira Perov – moglie di Bill, ma anche fotografa, gallerista, e soprattutto la più stretta collaboratrice di tutti i suoi progetti –, lo scopo dell’arte per Viola non è una radicale contestazione della morte, che nella sua banalità è imprevedibile e brutale, elementare quasi. Lo sa l’uomo sprofondato, annegato quasi, nell’acqua di Ascension (2000); quello avvoltolato dalle fiamme che gli divampano tutte intorno di Fire Martyr (2014); come pure la donna che inesorabilmente viene sommersa dai granelli di sabbia in Earth Martyr (2014); o la coppia di colore che avanza sotto il sole di un tempo indefinito su una strada ignota senza un inizio o una fine di Ancestors (2012).

A muovere Viola è la contesa col tempo. Non soltanto nel senso che lo dilata, lo fissa, lo ritaglia, al fine di consegnarci l’illusione di un eterno presente – una condizione di per sé divina –, ma perché riesce a generare una nuova unità di tempo, a isolare una frazione di realtà unica e minima: la sospensione in un presente dove non dobbiamo per forza perdere a quel gioco bellissimo e crudele che è la vita.

“M.” figlio del secolo malgrado se stesso

Si entra armati di belle certezze sui brutti fascisti; si esce disarmati, ma con le stesse belle certezze sui brutti fascisti: M. Il figlio del secolo di Massimo Popolizio, dal romanzo premio Strega di Antonio Scurati (Bompiani), è uno spettacolo importante, però poco incisivo, un progetto intelligente e anti-didascalico impigliato tra la farsa e la didattica.

Prodotto dal Nazionale di Roma, dal Piccolo di Milano e da Luce Cinecittà, M. è adattato per il palco in trentuno quadri, due tempi, diciotto attori per un’ottantina di personaggi: in totale fanno tre ore di recita. L’arco temporale copre sei anni, 1919-25, e inquadra l’ascesa di Benito Mussolini dai primi fasci raffazzonati al delitto Matteotti. È il romanzo di formazione del duce, che si addossa pian piano “la croce del potere”: al debutto il fascismo è violento quanto sgangherato, movimentista e squadrista, un “anti-partito dell’anti-poltica, né di destra né di sinistra”, qualunquista, un “niente”, “materiale scadente”, un “mondo di mezzo”, un branco di scimmie, invasati, reduci, arditi, picchiatori, satanassi, che però tirano dritto fino alla conquista del Paese. Sul fronte opposto, anche i socialisti non disdegnano la violenza, ma peccano di indecisione “evangelica”. Grande è la confusione sotto il cielo: eccellente! I dittatori lo sanno meglio di altri, lo captano in anticipo annusando nell’aria paura e desiderio e trasformando un popolo di “pantofolai” in capibastone. Il fascismo quindi – citazione da appuntarsi – non è il “virus-ospite ma il corpo-ospitato”.

Popolizio allestisce un cabaret futurista di cui è l’istrione cattivone: “Benito il teatrante”, emulo di Petrolini. Il clima è grottesco, mostruoso, mortifero: Marinetti? Un invasato. Balbo? Psicopatico. D’Annunzio ciclotimico; la contessa ninfomane; Bombacci pusillanime… Gli interpreti si fanno caratteristi, sfoggiando una congerie di dialetti anche spassosi, dal bergamasco al napoletano, quando non hanno già perso la voce a furia di gridare in scena. Si stagliano su questo can-can, per i modi più pacati e quasi naturalistici, i protagonisti (ottima indicazione registica): Tommaso Ragno, alias Benito Mussolini; Sandra Toffolatti, ovvero Margherita Sarfatti, una lady Macbeth superlativa; Raffaele Esposito, che veste i panni di Giacomo Matteotti dopo lo strepitoso petto nudo di Guido Keller (peccato per la cadenza veneta marcata che lo avvicina all’ensemble caciarone). Lontanissimo dallo “stereotipo dell’uomo muscolare”, Ragno-Mussolini è un dandy fascinoso e debole, sin dimesso, forse troppo, perseguitato dai fantasmi del passato di “traditore, migrante, maestrino, figlio di un fabbro e del secolo”, malgrado se stesso: sboccia sul finale, col geniale-criminale discorso in Parlamento in cui si assume “la responsabilità politica, morale e storica” dell’atroce assassinio di Matteotti.

“La chiave sta nel montaggio”, spiega Popolizio citando il maestro Luca Ronconi (la cui eco riverbera anche grazie agli aficionados, per scene e costumi, Marco Rossi e Gianluca Sbicca). La “forma brechtiana” vira sulla lezioncina, però, più che sulla sprezzatura à la Flaiano, ma le spruzzate di contemporaneità funzionano perché garbate e sottili.

Certo, lo spettacolo è corposo, spesso di difficile digestione a causa della drammaturgia che spezza narrazione e attenzione. Ma vale la pena attendere il secondo atto: l’azione si fa lineare, dalla marcia su Roma al delitto, sino al finale terso, pur nella cupezza. E poi c’è Battiato, che canta sugli applausi chiamando l’ovazione.

 

M Il figlio del secolo
Massimo Popolizio
Roma, Teatro Argentina, fino al 3.04

“Il male non esiste” solo per la censura iraniana

Mors tua vita mea. Perché se mi rifiuto di ucciderti, sarò io a morire. Attuale, universale, atroce: l’antico detto latino esemplifica l’ancestrale dilemma della coscienza umana quando esposta al ricatto morale più radicale: naturale pratica nei conflitti, coercitiva nei regimi in cui vige la pena di morte, vedi la repubblica islamica d’Iran.

Il tema grava sul lungometraggio Il male non esiste e coinvolge l’esistenza del suo regista, il dissidente iraniano Mohammad Rasoulof, pluri-condannato in patria, imprigionato e perseguitato, tanto che non gli fu permesso di presenziare al trionfo berlinese di questo suo film quando nel 2020 vinse l’Orso d’oro.

A due anni di distanza, la buona notizia è che quest’opera importante e bellissima esce nelle sale, quella brutta è che Rasoulof è ancora sotto condanna benché “libero” a Teheran, privato del passaporto e dunque impossibilitato a lasciare l’Iran, col rischio concreto di ennesima prigionia iscritta nella sentenza. Tutto questo perché Rasoulof, classe 1972, ha “osato” sfidare la censura islamica in ciascuno dei sui sette film, alcuni dei quali vincitori di premi internazionali. Un destino assimilato a diversi suoi colleghi compatrioti, uno su tutti Jafar Panahi. Eppure la lucida creatività di questo talentuoso cineasta non è mai venuta meno, e anzi si è espressa al suo meglio ne Il male non esiste, titolo emblematico per un testo esemplare, strutturato in quattro episodi per altrettanti protagonisti chiamati a interrogarsi sulla responsabilità individuale davanti alla violazione della vita altrui. I quattro personaggi sono inquadrati in storie dal respiro narrativo e formale molto diverso tra loro: Heshmat, Pouya, Javad e Bharam incarnano differenti modi di esprimere il dramma etico di un Paese in primis prigioniero dei propri dogmi e di conseguenza incapace di comprendere a fondo le esigenze morali del singolo.

Racconto cinematografico dotato della compostezza estetica e poetica ereditata dalla tradizione narrativa iraniana, Il male non esiste esplode in realtà come una bomba nella coscienza del pubblico, anch’esso interpellato sul senso profondo della libertà individuale nel mondo contemporaneo, e sulla capacità dello sguardo artistico di rivelarne le fragilità.

La “via crucis” di Amin, profugo di guerra e amore

Vedremo che porterà a casa alla Notte degli Oscar il prossimo 28 marzo, intanto un inedito triplete l’ha messo agli annali: Flee del danese Jonas Poher Rasmussen è candidato a migliore documentario, animazione e film internazionale (già in lingua straniera) ai 94esimi Academy Awards.

Sullo schermo la tragedia dei richiedenti asilo, e per contiguità profughi e rifugiati, che l’invasione russa in Ucraina richiama per l’ennesima volta, per l’ennesimo teatro all’attualità: cambiano le epoche e i luoghi, mutano i confini e le nazionalità, non la commozione e la compassione.

Dunque, il piccolo Amin, inquadrato dalle ultime fasi del conflitto tra afgani e sovietici negli anni Ottanta – indimenticabile la sequenza su Take on me degli A-ha – all’approdo in Russia con la madre, il fratello maggiore e le sorelle, fino ai reiterati e frustrati tentativi di trovare asilo nell’Europa occidentale. Oggi che Amin ha 36 anni, è un affermato professore e sta per sposare il compagno è il momento di dire, e dirsi, la verità celata per due decenni. Le peripezie sono kafkiane, le traiettorie disperanti, certo è che non possiamo rimanere indifferenti, non riverberare quell’odissea su quelle dei migranti qui e ora.

Classe 1981 e con altri documentari in carnet, Jonas Poher Rasmussen miscela con sapienza stilistica – il plauso va al Sun Creature Studio di Copenaghen responsabile delle animazioni – e sostanza umanistica la credibilità “oggettiva” del documentario e la creatività “soggettiva” dell’animazione: ne viene una creatura ibrida, un Giano bifronte che esalta l’aspetto linguistico e il precipitato poetico.

Quanto le convergenze parallele di documentario e animazione affinino il memoir, ovvero squarcino l’oblio e portino a galla il rimosso, l’aveva già dimostrato nel 2008 Valzer con Bashir (2008) del regista israeliano Ari Folman, che vi riversò con mirabile straniamento la propria storia bellica.

Non solo Flee non ha la prima persona bensì la seconda del testimone, nemmeno ha la potenza immaginifica, la risonanza onirica di quel Waltz, ma non necessariamente è una diminutio: sa il fatto suo, è serio, ordinato e terapeutico, sia per Amin – il nome è finzionale, per celarne la vera identità – che per il regista e gli spettatori.

Che la confessione del rifugiato afgano sia mediata dal dispositivo cinematografico non viene eluso, ed è un ineludibile pregio deontologico: quando Amin si accomoda sul divano per raccontarsi a Rasmussen, il ciak entra in campo e i due ridacchiando debbono rifare la scena. Ma è una risata che catalizza lo strazio a venire: straniamento, violenza, cattività, poco è celato della laica via crucis di Amin, e sono sensazioni ed emozioni tanto lancinanti quanto persistenti, poiché – ha rilevato David Katz su Cineuropa – pare “di ‘accedere’ effettivamente alla memoria, un po’ come i livelli di realtà nel lavoro di Christoper Nolan”. Lo trovate in sala, non perdetelo Flee.

 

“Turandot”, la favola nera incanta ancora l’Europa

“La stringe fra le braccia e freneticamente la bacia. Turandot più non sa resistere, il contatto incredibile l’ha trasfigurata. È abbandonata su di lui”. Queste le indicazioni di scena per lo scioglimento della truce vicenda della Turandot alla “prima” del 25 aprile 1926 alla Scala. Quel bacio tra Calaf e la principessa cinese – per il quale il pittore Galileo Chini, memore dei suoi anni a Bangkok, aveva immaginato una pioggia d’oro e uno sfavillio di luci – è il momento in cui cambia per sempre “Turandot la pura”, “quasi incorporea come una visione”, irraggiungibile nel gelo di un ereditato rancore; colei per la quale erano rotolate le teste di tanti pretendenti incapaci di risolvere gli indovinelli che avrebbero schiuso la via alla sua mano; colei che nell’odio per l’altro sesso vendicava non già (come nelle omonime pièces di Gozzi e Schiller) le angherie inflitte alle donne d’Asia “invilite e condannate al giogo del servaggio”, ma il peso di una violenza tutta privata, lo stupro e l’omicidio dell’antenata Lo-u-ling.

Ma quel bacio, quella trasformazione, culmine musicale ed estetico di una parabola femminile tra le più nuove del teatro d’opera italiano, quella sera del 1926 non andò in scena, perché Arturo Toscanini arrestò l’orchestra subito prima, all’ultima nota – un mi bemolle – del suicidio di Liù (la fedele schiava che a costo della vita non tradisce il segreto di Calaf): “Qui finisce l’opera perché a questo punto il Maestro è morto”, disse. Giacomo Puccini era infatti morto in una clinica di Bruxelles il 29 novembre 1924, lasciando il finale incompiuto, forse arrovellandosi su come rendere credibile e palpitante quell’alba di rinascita all’amore, su come inverare quell’auspicio formulato in una lettera: “Vorrei che Turandot sciogliesse il suo ghiaccio nel corso del duetto”.

Una Turandot “attraverso il cervello moderno”, della quale “vivisezionare l’anima”: un’eroina nuova piena di grovigli psicologici, che superi la dimensione affettiva della tradizione operistica italiana e si trovi al centro di “un teatro pienamente novecentesco nell’unione stilistica senza transizioni di elementi diversi, come il grottesco e il lirico, il realistico e il fantastico, il fiabesco e l’eroico” (M. Girardi). Questo l’intento di Puccini nel suo ultimo capolavoro, perseguito attraverso una ricerca maniacale sul testo, un gioco scaltrito di intervalli tonali, un’attenzione spasmodica all’orchestrazione, una calibrata dose di esotismo (temi popolari, strumenti inusitati, eterofonie), citazioni da Debussy e Stravinskij; un intento estetico e musicale senz’altro destinato a trionfare nel finale non scritto, le cui 36 pagine di abbozzi pullulano di versi, frasi, cenni a Wagner (il Tristano), e altro materiale che ingigantisce il rimpianto.

La Turandot è oggi quasi sempre suonata con il finale commissionato al compositore Franco Alfano, nella versione “tagliata” da Toscanini (il quale poi peraltro, come detto, alla “prima” non la suonò nemmeno): sarà la versione originale di Alfano, più lunga (377 battute contro 268) e vocalmente assai più impegnativa, a chiudere l’esecuzione in forma di concerto che oggi alle 18 vedrà impegnati all’Auditorium di Roma l’orchestra di Santa Cecilia guidata da Antonio Pappano e un cast stellare tra cui il tenore Jonas Kaufmann (Calaf) e la soprano Sondra Radvanovsky (la protagonista). Il bacio, a dire di Kaufmann, durerà 18 battute, ma – senza scena – non si vedrà. In compenso, negli intervalli si potrà gustare nel foyer la mostra dei leggiadri costumi della mitica “prima” del ’26, fortunosamente ritrovati quattro anni fa e già restaurati e esposti dal Museo del Tessuto di Prato.

C’è da chiedersi cosa accadrà invece di Turandot (e di quel bacio) nell’esecuzione in forma scenica che debutterà il 22 all’Opera di Roma, dopo due anni di rinvio causa Covid. Con un’impegnata direttrice ucraina (Oksana Lyniv) e la regia del più noto artista dissidente cinese, Ai Weiwei, è lecito attendersi ardite riletture: Turandot simbolo del potere e Calaf rifugiato politico, una scena fatta di macerie, un coro forse vestito con giubbotti di salvataggio o sacchi della spazzatura, uno sfondo di maxischermi con le rivolte di Hong Kong, la pandemia di Wuhan, le bombe di Aleppo e forse di Kharkiv.

Una fiaba orientale (di origine persiana, in verità) datata da Puccini “A Pekino, al tempo delle favole” torna insomma nel cuore della vecchia Europa, al tempo delle bombe: nel suo più antico avatar letterario, Le sette effigi del poeta persiano Nizami (XII secolo), l’imprendibile Turandot è una principessa russa.

Non solo depressione: il virus può provocare danni cognitivi

Il Long Covid, la sindrome ancora in larga parte sconosciuta che può colpire chi ha contratto il Covid-19 e che si manifesta dopo due o tre settimane dalla guarigione, può provocare anche una perdita delle funzioni cognitive. Uno studio condotto in Cina da un gruppo di ricercatori dell’ospedale militare Doping Hospital, di Chongquing, ha osservato un rallentamento delle capacità mentali nel 12,5% degli ex pazienti Covid. Percentuale che sale al 21,2% tra quelli che hanno sviluppato la malattia in forma grave.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Jama Neurology, ha coinvolto 1.438 guariti, uomini e donne con una età media di 69 anni, attraverso colloqui per testare le capacità cognitive. E ha rilevato casi di declino delle facoltà mentali anche tra gli ex pazienti colpiti dall’infezione in forma leggera o moderata sia a sei mesi sia a un anno dalla guarigione.

In realtà non è una novità. Che il Long Covid possa manifestarsi anche con disturbi a carico della sfera mentale è dimostrato da numerosi altri studi. Tra questi, quelli condotti dall’unità di ricerca in Psichiatria e Psicobiologia clinica dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano, dove opera un ambulatorio Post Covid che si occupa degli ex pazienti dimessi che manifestano disturbi (fino ad ora sono stati classificati oltre duecento sintomi) dopo essersi negativizzati. Tra questi disturbi c’è anche la depressione, che come spiega Francesco Benedetti, psichiatra e responsabile dell’unità di ricerca del San Raffaele, “riduce le capacità di utilizzo delle funzioni cognitive superiori, come la capacità di concentrazione, la memoria verbale e soprattutto le funzioni esecutive, come quella di prendere decisioni, che si traduce in una difficoltà a compiere le normali attività della vita quotidiana”. A soffrirne è circa il 30% degli ex pazienti guariti dalla polmonite provocata dal virus. Anche a un anno di distanza. Lo studio dell’ospedale milanese ha osservato tutte le persone dimesse (età media 58 anni) a un mese, a tre, a sei e a un anno dalla negativizzazione. Confermando in fondo quanto già emerso in passato dalla letteratura scientifica. Forme di depressione, infatti, erano già state osservate in Russia nel 1890 dopo le tre ondate epidemiche della cosiddetta “febbre russa” e in Italia dopo l’epidemia di Spagnola.

Per tutti comunque si parla di depressioni ex novo in persone che non ne avevano mai sofferto prima. Questo non significa che gli studi prospettici del San Raffaele e l’indagine cinese giungano però alle stesse conclusioni, dato che quest’ultima fa riferimento a vere e proprie forme di demenza tra il 10% degli ex malati dopo sei mesi, condizione che non viene affatto rilevata dal gruppo di ricerca milanese. “Noi non parliamo affatto di demenza, che è un’altra cosa – osserva Benedetti –. Il limite dello studio cinese è che i ricercatori non hanno posto domande per rilevare uno stato depressivo. I deficit cognitivi si rilevano anche nelle depressioni non conseguenza del Covid”. La buona notizia, però, c’è. “È un disturbo reversibile che risponde bene alle terapie che utilizziamo per le depressioni non Covid – prosegue Benedetti –. E ci sono programmi di riabilitazione cognitiva che consentono di recuperare le capacità mentali”.

Iss: “L’Rt si riavvicina a 1”. L’epicentro è in Calabria

Non possiamo dimenticare il Covid-19, o almeno il Covid-19 non sembra intenzionato a dimenticarsi di noi. Il monitoraggio settimanale di ieri registra i dati che vediamo da diversi giorni, in Italia come in altri Paesi. “Si osserva una inversione della tendenza in miglioramento documentata nelle precedenti settimane”, scrivono il ministero della Salute e l’Istituto superiore di Sanità. L’incidenza (nuovi casi ogni sette giorni per 100 mila abitanti) era passata da 552 (al 24 febbraio ) a 433 (al 3 marzo) ed è risalita a 510 (al 10 marzo) con alcune Regioni a livelli più elevati (su tutte l’Umbria: 993,4); la fascia d’età più colpita resta quella fra i 10 e i 19 anni (715 per centomila in 7 giorni); l’indice di riproduzione del virus Rt calcolato (come sempre sui soli sintomatici, con la variante Omicron è importante ricordarlo) al 1º marzo è 0,82, superiore allo 0,77 che era sostanzialmente stabile da due settimane, ma il valore detto augmented che indica la prospettiva sempre al 1º marzo è 0,95, vicinissimo all’unità il cui superamento indica un’espansione dell’epidemia. “Da allora potrebbe essere salito sopra 1”, confermano dalla Salute. Altri esperti lo dicono da giorni.

Le cause sono molteplici: è tutto aperto salvo gli obblighi di green pass e super green pass e qualche limite di capienza, i mesi che passano riducono l’efficacia dei booster vaccinali (terze dosi) come ha documentato il New England Journal of Medicine analizzando i dati inglesi e comunque non c’è una corsa agli hub vaccinali (ha fatto tre dosi il 64% degli over 12 e il dato non galoppa), le temperature relativamente rigide ci hanno fatto stare al chiuso anche più del voluto.

Già al 1º marzo Rt aveva superato 1 in Abruzzo, Calabria, Marche, Molise, Umbria e Val d’Aosta. La classificazione di rischio è bassa per 15 Regioni, moderata per Molise, Puglia, Umbria e Val d’Aosta e con alta probabilità di progressione per la Calabria. Naturalmente continuano a scendere i dati degli ospedali, che determinano le fasce colorate destinate a sparire il 1º aprile con la fine dello stato d’emergenza. Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana e Valle d’Aosta da lunedì passano in area bianca. Restano in giallo Calabria, Lazio, Marche e Sardegna. Nel complesso i letti occupati da pazienti Covid in area medica sono il 12,9% (ma sopra il 20% in Basilicata, Calabria, Sicilia e Umbria), il 5,5% in terapia intensiva (ma la Sardegna è all’8,8%, la Calabria all’8,5%, Emilia-Romagna, Molise, Sicilia e Toscana sopra il 7%). Le proiezioni dell’Iss a 30 giorni segnalano il rischio di numeri più alti nei reparti ordinari in Calabria e un po’ meno in Abruzzo, Umbria, Toscana, Sicilia, Puglia, Marche, ma non nelle terapie intensive. Il problema più serio resta il recupero delle cure non Covid rinviate, con il ministero della Salute e Agenas impegnati a vigilare sui programmi regionali e la sanità privata che guadagna fette di mercato.

La settimana prossima il governo deciderà del post-emergenza, al di là dell’eliminazione del super green pass per ristoranti e bar all’aperto e dell’ulteriore allentamento delle maglie nelle scuole. Si stabiliranno i tempi per abolire il pass anche al chiuso, degli obblighi vaccinali e di come fare a meno del Commissario straordinario.

“Il favore a Figliuolo jr fu deciso ai Campionati militari di sci”

Non c’è solo la denuncia di Assomilitari a raccontare del cambio di programma per spedire in Lettonia il reggimento Alpini del figlio del commissario straordinario per il Covid-19 Francesco Paolo Figliuolo. Ora arriva anche un’altra conferma, quella dell’allora vice comandante degli Alpini, il generale di divisione, Marcello Bellacicco.

Secondo la sua testimonianza, l’accordo in seno alle Truppe alpine sarebbe stato sancito nel febbraio del 2019 durante i Campionati sciistici delle Truppe alpine (Casta). Un cambio di programma importante, come l’invio in missione Nato in Lettonia del 3º reggimento Alpini in sostituzione di un altro, il 9º, “già approntato e pronto a partire”, formalizzato in appena una settimana. Un’operazione, secondo chi denuncia, orchestrata per agevolare la carriera di un comandante in particolare, l’allora capitano Federico Figliuolo, a capo della 34ª compagnia del 3º reggimento Alpini e figlio del generale Figliuolo, in quel momento ancora in testa al Comando Logistico dell’Esercito. L’episodio è riportato in un esposto, presentato alla Procura di Bolzano dal presidente nazionale di Assomilitari, Carlo Chiariglione, che ha portato i pm altoatesini ad aprire un’indagine, svelata ieri dal Fatto. Il fascicolo al momento è a modello 45 (senza indagati e senza ipotesi di reato). Nella denuncia si parla della presunta conversazione in un bar dello stadio del ghiaccio di Dobbiaco (Bolzano), il 19 febbraio 2019, durante la quale l’allora comandante delle Truppe alpine, Claudio Berto (oggi in pensione), avrebbe esposto i fatti ad altri tre ufficiali. Né Figliuolo, né il figlio, né le altre persone che citiamo in questo articolo sono indagati. Come detto, a suffragare le accuse esposte nella denuncia c’è anche la testimonianza di Bellacicco, firmata e registrata il 21 dicembre 2021, allegata all’esposto presentato a Bolzano e acquisito agli atti. Le dichiarazioni di Bellacicco sono state raccolte a sommarie informazioni nel corso delle indagini difensive condotte dall’avvocato Giulio Murano del foro di Roma e legale di Assomilitari.

Davanti all’avvocato Murano, Bellacicco afferma: “Ricordo che eravamo ai campionati sciistici delle Truppe alpine in Val Pusteria e quel giorno c’erano le gare di fondo (…) Durante una pausa dalle competizioni, intorno alle 11 (…) ci ritrovammo al bar del complesso sportivo il generale Claudio Berto, il sottoscritto, il generale di brigata Luca Bombonato, vice comandante delle Infrastrutture, e il maggiore Marcello Marzani, l’aiutante di campo del generale Berto”. Quest’ultimo, dichiara Bellacicco, “disse che aveva parlato con il generale Francesco Figliuolo, il quale gli aveva chiesto di mandare in Lettonia, in una missione Nato, il 3º reggimento Alpini invece del 9º reggimento Alpini, come era previsto sino a quel momento. In cambio, disse, Figliuolo avrebbe potuto assegnare una motoslitta alle Truppe alpine”. Dice ancora Bellacicco: “Mi fu subito chiara la motivazione che poteva esserci dietro quella richiesta, visto che il figlio del generale Figliuolo era un capitano che faceva servizio proprio al 3º reggimento Alpini, tuttavia lo ritenni un mio cattivo pensiero (…) Non immaginavo di certo che quello che avevo sentito sarebbe poi divenuto realtà”. Bellacicco, a verbale, aggiunge: “Qualche tempo dopo, a cambio di reggimento già avvenuto (…) mi capitò di incontrare il colonnello Luigi Musti, capo ufficio logistico del comando delle Truppe alpine, il quale mi raccontò che, anche a lui, il generale Berto, in un’altra occasione che non conosco, aveva parlato della richiesta del generale Figliuolo, confermandomi l’ipotesi di ricevere in cambio una motoslitta”.

Bellacicco, in servizio presso le Truppe alpine dal 2014 al 2020, in quel momento era di fatto il numero due di Berto. “Come vice comandante (…) non avevo possibilità di influire concretamente sulle decisioni di comando – dice a verbale il generale – a meno di pareri che potevo esprimere direttamente al generale Berto (…). Quella volta (…) non fui coinvolto in tale processo e neanche interpellato per un parere (…). Posso anche presumere che fui tenuto fuori appositamente da tale processo decisionale”. L’allora vice comandante parla anche delle tempistiche. L’episodio del bar dello stadio del ghiaccio è risalente al 19 febbraio. “Mi stupì – si legge nel verbale – anche la rapidità con cui si procedette a tale atto. Infatti, il 23 febbraio 2019 finirono i campionati di sci e il 1º marzo, una settimana dopo, fu assunta la decisione da parte del generale Berto di effettuare il cambio tra i due reggimenti”.

Oggi il generale Bellacicco è consigliere comunale a Diano Marina (Imperia) dove lo scorso anno si era candidato a sindaco con una lista civica apartitica. Il Fatto ha contattato il capo ufficio pubblica informazione e comunicazione del comando Truppe alpine, il colonnello Mario Bisica, e fatto richiesta formale all’ufficio stampa dell’Esercito italiano, chiedendo di poter interloquire con il generale Bombonato, il maggiore Marzani e il colonnello Musti, citati nel verbale di Bellacicco, ma non c’è stata alcuna risposta. Trattandosi di militari in servizio, infatti, è necessaria l’autorizzazione dei comandanti. Il generale Berto, oggi in pensione, aveva già fatto sapere che “non risponderà” alle nostre domande. Ancora ieri, il Fatto ha scritto su whatsapp a Figliuolo e inoltrato richiesta all’ufficio stampa della struttura commissariale per verificare le affermazioni dei denuncianti, ma non abbiamo ricevuto risposta. Assomilitari ha annunciato di aver presentato lo stesso esposto presso la Procura militare di Verona.

Rogo a Milano, ferito nipote di Diana Bracco

Un incendio è scoppiato poco prima delle 10 di ieri mattina in un appartamento di via della Spiga, nel “quadrilatero della moda”, nel pieno centro di Milano. Tomaso Renoldi Bracco, 50 anni, nipote di Diana Bracco, proprietaria dell’impero della farmaceutica italiana, e membro del Consiglio di indirizzo della Fondazione Bracco, è rimasto gravemente ferito. L’uomo ha riportato ustioni multiple e un’intossicazione molto grave. Quando i soccorritori sono arrivati era in arresto cardio-circolatorio ed è stato trasportato in codice rosso all’ospedale Niguarda, dov’è stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva. Ieri sera era in condizioni gravissime e la prognosi era riservata.