PPP, un Cristo piccolo borghese

La prima volta che incontrai Pier Paolo Pasolini fu per un’intervista, naturalmente. Era appena uscito Il Fiore delle Mille e una Notte che aveva creato uno scandalo come tutte le cose che diceva o faceva Pasolini. Così il direttore dell’Europeo mi mandò a intervistarlo.

Prima di trovarmi vis à vis con lui mi colpirono due cose: il quartiere dove abitava, l’Eur, un quartiere borghese e la sua casa piccolo borghese, con i centrini, i comodini e tutte le cose a posto. E si conosce l’odio che Pasolini portava alla borghesia.

Poi me lo trovai davanti, seduto di fronte a me, su una spaziosa e luminosa terrazza. E non riesco a raccontarlo meglio che ricorrendo a quelle vecchie e ingiallite pagine dell’Europeo: “Pasolini il provocatore, Pasolini il seminatore di scandali, Pasolini l’omosessuale, Pasolini l’eclettico, Pasolini il cerebrale, Pasolini il… Eccolo ora seduto davanti a me questo straordinario Pasolini. Ma nulla da lui sembra emanare odor di zolfo. Tutto è normale. Normale è la sua casa, bella ma non sfarzosa, in un quieto condominio dell’Eur, normale è l’atmosfera che vi si respira… e normale è lui, Pasolini, col suo tono di voce pacato, i gesti misurati, sereni. Solo il volto di Pasolini è un po’ diverso, un volto profondamente segnato, un volto quasi da Cristo, ma un Cristo molto diverso dal terribile ‘Cristo putrefatto’ di Matthias Grünewald o, meno che mai, dal Cristo oleografico e perfetto della liturgia cattolica, insomma un Cristo, anch’esso, molto normale, piccolo borghese. E in questa atmosfera anche le cose che dice, quelle stesse che quando scrive suscitano scandalo, provocano, irritano o entusiasmano, paiono cose normali, elementari, quasi banali. Sarà forse per il modo in cui parla. Non ha infatti Pasolini, a differenza di altri intellettuali italiani, la conversazione spumeggiante, il linguaggio pirotecnico, la citazione seducente, ma un modo di parlare piano, rettilineo, di chi è profondamente consapevole della propria cultura e perciò non la esibisce”.

In genere i personaggi più o meno importanti quando vengono intervistati si limitano a stendere il tappeto mostrando le proprie bellurie e la cosa finisce lì. Con Pasolini era diverso. Pier Paolo era profondamente interessato alla persona che gli stava davanti. Così l’intervista si trasformò in un colloquio.

Questo paesaggio tranquillizzante fu interrotto dall’arrivo della madre sulla terrazza. Il comportamento di Pier Paolo cambiò di colpo. Diventò tutto un puci-puci, un pissi pissi bao bao, uno strusciarsi, un illanguidirsi, uno sciogliersi in un modo molle e quasi osceno. Si era completamente infantilizzato. Basterebbe questo rapporto con la madre per capire l’omosessualità di Pasolini che, altrimenti, nel modo di fare e negli atteggiamenti non aveva nulla della classica “checca”.

Poiché in quel primo colloquio si era creata una certa sintonia mi invitò a pranzo. Lasciando perdere i discorsi intellettuali, o piuttosto integrandoli, parlammo soprattutto di calcio. Era tifosissimo del Bologna, una città in cui aveva vissuto grazie alle peregrinazioni del padre, un ufficiale dell’Esercito Regio, e soprattutto un ammiratore, come me, di Giacomo Bulgarelli, capitano di quella squadra e della nostra Nazionale (e mi fa specie che alla morte di Bulgarelli, avvenuta il 12 febbraio 2009, siano state dedicate poche righe, quando oggi, per una qualsiasi squinzia dello show business, si sprecano pagine). Pasolini il calcio oltre che amarlo lo giocava, e bene, anche se con qualche leziosità, come il “passo doppio alla Biavati”, molto estetico ma del tutto inutile.

Nel pomeriggio arrivò Ninetto Davoli e qui vidi un altro, e diverso, Pasolini. La sera Pier Paolo mi portò al Pigneto, uno dei quartieri più malfamati di Roma (ora è diventato trendy) popolato di marchette, di magnaccia, di piccola malavita. Pasolini era da tutti conosciuto e riconosciuto. Non per questo la situazione era meno pericolosa, anzi, forse, lo era di più. Non si va con un’Alfa Romeo (mi pare fosse un’Alfa Romeo) in un ambiente del genere se non si ama il rischio (non per nulla i suoi progenitori avevano perso tutto giocando d’azzardo) e se non si ha una certa fascinazione per la morte. Anche se è facile dirlo ora io ebbi l’impressione che Pasolini cercasse la morte. Come tutte le persone molto vitali era affascinato dalla morte, la grande pacificatrice di tutte le inquietudini.

Per la morte di Pasolini, complice la Fallaci che aveva sentito dei boatos dal parrucchiere, si inventò la favoletta che era stato ucciso dai fascisti. Al perbenismo e all’ipocrisia dell’intellighenzia soprattutto romana, che pur conosceva bene le scorrerie notturne di Pier Paolo, non stava bene che lo scrittore fosse morto in quel modo. Eppure le ‘zone d’ombra’ ci sono in ogni artista anzi la sua parte notturna è spesso all’origine di quella, chiamiamola così, diurna. Proust si dilettava ad andare in macelleria per vedere vivisezionare gli animali. Comunque sia, se “Pino la rana”, diciassettenne, avesse avuto dei mandanti era tutto suo interesse denunciarli.

Pasolini era estremamente contraddittorio, un concentrato di contraddizioni. In un recentissimo libro (PPP) Alessandro Gnocchi afferma che Pasolini era “fedele ai comunisti ma non al comunismo” direi di più: Pasolini non ha mai avuto nulla a che vedere col comunismo, a partire dal fatto che suo fratello minore, Guido, arruolatosi nei partigiani, sia stato ucciso proprio dai partigiani comunisti. Se si iscrisse al Pci e si aggregò alla cricca di Moravia credo che sia stato per avere, lui intellettualmente un isolato, un eretico, una qualche rete di protezione. Comunque, nella sostanza, era un anti-modernista, un anti-progressista, anche se, per la parte razionale che si portava dentro, non del tutto un anti-illuminista (Le ceneri di Gramsci) basterebbe la famosa frase “darei l’intera Montedison in cambio di una lucciolata” per capire quale fosse l’ideologia di Pasolini. Era un reazionario, un nostalgico del passato, credeva in un mondo sottoproletario e contadino più semplice e più “candido”, che già allora non esisteva più. Per trovarlo dovette andare a cercarlo in Yemen dove girò Il fiore delle mille e una notte. Ma proprio qui sta, secondo me, la contraddizione più estrema di Pasolini. Amava sinceramente la semplicità, la purezza e appunto il candore dei “ragazzi di vita”, ma sessualmente prendeva piacere a umiliarli. Così fece con “Pino la rana” che, a una richiesta troppo audace, si ribellò e lo uccise.

Come romanziere Pasolini è mediocre, come regista, da dilettante, anche peggio (Uccellacci e uccellini, dove coinvolse un incolpevole Totò, non si può rivedere).

Fu invece un grandissimo intellettuale, un uomo coltissimo, un filologo sceltissimo, che, fra le altre cose, elevò i dialetti, in particolare il friulano, alla dignità di lingua. Ma fu soprattutto un grande provocatore nel quale la provocazione non era mai fine a se stessa. È lui ad affermare negli anni Settanta che il fascismo, come l’abbiamo sempre inteso, non esiste più e in quelle forme non ci sarà mai più, è un fatto archeologico sostituito dalla “dittatura del consumo” che si porta appresso l’omologazione universale. In questo Pier Paolo Pasolini, anche se ha parecchi precursori a cominciare dall’Aldous Huxley del Mondo nuovo, è attualissimo e purtroppo profetico.

 

“L’assegno familiare va anche ai non europei”

I cittadini non europei, soggiornanti di lungo periodo e con permesso unico di lavoro, non possono essere trattati in modo diverso dagli italiani nel diritto a ricevere l’assegno per il nucleo familiare, anche se i loro congiunti risiedono temporaneamente nel paese di origine. La parità di trattamento fra i destinatari di questo beneficio è garantita dai giudici, tenuti ad applicare il diritto europeo “architrave su cui poggia la comunità di corti nazionali, tenute insieme da convergenti diritti e obblighi”. Lo ha stabilito la Consulta, condividendo quanto da anni stanno sostenendo i tribunali di merito, e anche l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione che spesso tutela i migranti extracomunitari in giudizio contro l’Inps.

Rifiuti a Roma, sigilli alla discarica di Albano

La guardia di Finanza di Velletri ha posto sotto sequestro preventivo la discarica di Roncigliano (Cecchina di Albano Laziale). La Procura ipotizza una illegittima gestione dell’impianto per l’assenza delle garanzie finanziarie previste per la “gestione post mortem” (della durata di 30 anni dalla intervenuta cessazione della fase di gestione corrente). Tradotto: è stato scavato l’invaso nel quale depositare i rifiuti, ma la società che gestisce l’impianto non disporrebbe delle risorse per costruire il “capping”, il tetto necessario a coprirlo. Senza quelle garanzie, in caso di cessazione dell’impresa che gestisce la discarica, i costi ambientali ricadrebbero su soggetti pubblici a livello territoriale.

Milano, Greco ancora indagato a Brescia: “Favorì Profumo nell’inchiesta su Mps”

Nuova indagine della Procura di Brescia su Francesco Greco, fino al novembre scorso procuratore della Repubblica a Milano. È accusato di abuso d’ufficio, nella gestione dei processi sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena. Il suo nome è stato aggiunto nel registro degli indagati dopo quelli dei sostituti procuratori che si sono occupati del caso Montepaschi, Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici. I tre pm avevano chiesto prima l’archiviazione (il 31 agosto 2016) dei manager di vertice Mps, Alessandro Profumo e Maurizio Viola; e poi, dopo che la richiesta era stata respinta dal giudice dell’udienza preliminare e si era svolto il dibattimento, Civardi aveva chiesto in aula (il 16 giugno 2020) la loro assoluzione. Sulla base di un convincimento della Procura di Milano secondo cui il reato di aggiotaggio non sarebbe stato commesso da Profumo e Viola perché i due manager non avrebbero nascosto al mercato il buco dei derivati Santorini e Alexandria, pur avendoli contabilizzati come la precedente gestione di Giuseppe Mussari, perché li avrebbero comunque segnalati nella nota integrativa al bilancio. Un’interpretazione tecnica in una materia molto complessa, diversa da quella dei giudici, che poi hanno invece condannato. Ora a Greco viene chiesto conto delle scelte dei tre pm, spiega il suo difensore, l’avvocato Massimo Dinoia: “Una cosa mai vista, gli si addebita una responsabilità per pensiero altrui, visto che per legge il pm in aula non risponde a nessuno, neppure al capo del suo ufficio”. È poi preoccupante, per Dinoia, che “la Procura di Brescia indaghi su procedimenti in corso della Procura di Milano: appare improprio e pericoloso per la giurisdizione e per l’autonomia e indipendenza dei magistrati milanesi, tanto più in un momento come questo in cui il Csm deve nominare il nuovo procuratore di Milano”.

Nella partita c’è anche una perizia tecnica sui crediti deteriorati Mps – in un diverso filone delle indagini sulla banca di Siena – chiesta dal sostituto procuratore generale Gemma Gualdi e firmata da Roberto Tasca (ex assessore al Bilancio di Giuseppe Sala a Milano), ma poi contraddetta da una successiva perizia eseguita da Gian Gaetano Bellavia (sentito dai pm bresciani nelle scorse settimane) su richiesta del gip Guido Salvini. L’indagine di Brescia nasce dagli esposti di Giuseppe Bivona, grande accusatore di Mps. Greco era già stato indagato da Brescia e archiviato, a febbraio, per l’inchiesta sulla cosiddetta loggia Ungheria.

Dap, il n.2 Tartaglia su vittima di mafia: “Morì per lo Stato”

C’è chi accusa l’associazionismo antimafia di essere “arroccato nel culto dei martiri”, di essere un “ottuso giudiziario”, copyright il direttore in pectore del Dap Carlo Renoldi, e c’è chi “il culto dei martiri” lo ritiene doveroso, come Roberto Tartaglia, vicecapo del Dap, che ieri è andato a Cosenza a onorare la memoria di Sergio Cosmai, il direttore del carcere ucciso dalla ’ndrangheta nel 1985. Una presenza quella di Tartaglia in Calabria che, in questo momento di forte fibrillazione dentro al Dap per il prospettato arrivo di Renoldi, marca la differenza tra i due magistrati. “Per me da cittadino italiano – ha dichiarato – da magistrato della Repubblica e oggi da vicecapo Dap, il ricordo di chi ha dato la vita per le istituzioni è un valore imprescindibile”. Ogni riferimento a Renoldi non pare casuale ed è coerente con la storia professionale di Tartaglia, che è stato pm antimafia a Palermo. Lì, ha, tra l’altro, affiancato Nino Di Matteo, insieme ad altri colleghi, al processo sulla trattativa Stato-Cosa Nostra. Alla cerimonia non poteva esserci Renoldi, scelto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, perché non è ancora il capo del Dap. Nonostante il Csm, mercoledì, abbia dato il via libera al fuori ruolo dalla magistratura, giovedì la sua nomina non è stata discussa al Consiglio dei ministri che deve deliberare. Non è un caso. Si sa che M5S e Lega sono contro, hanno chiesto alla guardasigilli di cambiare candidato anche pubblicamente e una delibera a maggioranza per il capo del Dap costituirebbe un precedente.

“Covid, in Calabria mai usati 77 mln per l’emergenza”

In Calabria “nel 2021 la maggior parte delle risorse assegnate per l’emergenza Covid, pari a 115 milioni di euro, non sono state utilizzate, in quanto ben 77 milioni sono ancora accantonati nei bilanci delle aziende”. Il dato è impietoso e, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, lo ha snocciolato nella sua relazione il procuratore regionale della sezione della Calabria Maria Rachele Anita Aronica secondo cui “è mancata un’adeguata tempestiva pianificazione, perché alcuni interventi programmati si concluderanno a 2022 inoltrato e anche nel 2023”. Il tema scottante anche quest’anno è la gestione della sanità e in particolare il fenomeno dei doppi pagamenti che hanno portato al collasso le Asp calabresi. Non è un caso che nel 2020 tutte abbiano chiuso “in perdita”. Un caos contabile e organizzativo a cui i vari commissari per il piano di rientro, nominati dal governo, “non sono riusciti a porre fine né, d’altra parte, hanno potuto contare su un valido reale supporto di personale”.

Calcio, l’Antitrust sanziona Sky: “Sviò gli abbonati”

Multa da 1 milione per Sky dall’Antitrust: la società di tv satellitare non avrebbe informato adeguatamente i clienti sulle partite del campionato di calcio che avrebbero potuto vedere. L’Autorità sulla concorrenza spiega di aver deciso la sanzione perché un anno fa Sky ha lasciato intendere erroneamente ai propri abbonati di poter continuare a vedere le partite del campionato di Serie A come nella stagione precedente. Ma “dopo la conclusione della gara per l’assegnazione dei diritti tv in esclusiva di 7 partite di Serie A per ogni giornata, Sky Italia era al corrente di non poter offrire il pacchetto Sky Calcio nella composizione precedente. Nonostante ciò, la società ha ugualmente fornito ai suoi clienti informazioni che non consentivano di comprendere l’effettivo contenuto dell’offerta lasciando trapelare la possibilità che l’offerta potesse rimanere invariata rispetto al passato”. Per Sky la sanzione è infondata, l’azienda intende difendersi nelle sedi competenti. Le associazioni dei consumatori invece plaudono alla decisione dell’Antitrust.

Serie A, eletto Casini: il “Cassese boy” va alla guida del pallone col sigillo di Lotito

Avvocato. Professore ordinario alla Imt Alti Studi di Lucca e docente alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Co-President della International Society of Public Law. Consigliere d’amministrazione degli Uffizi. Capo di gabinetto del ministero della Cultura. Da oggi il curriculum di Lorenzo Casini, 46 anni, enfant prodige del diritto italiano, si arricchisce di un nuovo titolo: presidente della Lega calcio Serie A. Dopo la figuraccia di Carlo Bonomi, il n. 1 di Confindustria costretto a battere in ritirata, e la scomparsa di Masi e Bini Smaghi (mai visti in Lega), Casini era rimasto l’unico candidato ufficiale a presentarsi davanti ai patron. C’era anche la disponibilità di Andrea Abodi (Istituto Credito sportivo) ma Casini l’ha spuntata in volata. Ha raccolto 11 voti su 20, esattamente quanti ne servivano, non uno di più, non uno di meno, nel segreto dell’urna orchestrato da Claudio Lotito. Dovrà rappresentare la Serie A nei palazzi che contano, e che lui conosce bene. È il migliore amico di Giulio Napolitano (non si offendano gli altri). È allievo, l’ennesimo, che dalla nidiata di Sabino Cassese e dal suo potentissimo Istituto di di Ricerca sulla Pubblica Amministrazione (di cui è stato presidente) va ad occupare una casella di potere.

La sua elezione al fulmicotone è la vittoria di Lotito, che di fatto riprende il controllo sulla Serie A. A sostenerlo anche il Napoli di De Laurentiis e la Fiorentina di Commisso, che avevano avuto modo di apprezzarlo per il lavoro al ministero di Franceschini, che ora lascerà. La sua nomina agita i club settentrionali. E fa gridare allo scandalo la Lega (di Salvini): “Il Pd colleziona l’ennesima poltrona”. Il più preoccupato di tutti, però, probabilmente è il n. 1 della FederCalcio, Gabriele Gravina: sperava in un presidente amico (o nel commissariamento), per blindarsi in vista dello spareggio della nazionale, che lo terrorizza. Si ritrova un uomo voluto dal suo nemico Lotito, che dovrebbe diventare anche il suo vice-vicario in Federazione (lo era l’ex n.1 Dal Pino), e che sposta la Serie A all’opposizione. La sua maggioranza resta larga, ma è meno granitica.

La Lega Calcio invece è divisa. L’elezione avvenuta a colpi di maggioranza certifica la spaccatura e se possibile la esaspera. Il nuovo presidente non avrà vita facile con le big (Inter, Milan, Roma, il Torino di Cairo, più defilata la Juve) sulle barricate. Ma Casini, dall’alto della considerazione che ha per se stesso, se ne farà una ragione.

“Ieri abbiamo riaperto le porte del nostro centro. Sono arrivati in 22: sarà una rinascita per tutti”

“Vogliamo aiutare queste persone a immaginare un domani. È un’occasione di rinascita anche per la nostra comunità: la solidarietà in questi giorni è stata impressionante”. Mattea Fo è la nipote di Dario e Franca Rame. La fondazione che porta il nome dei nonni è nata nel 2019 “per conservare la loro memoria, divulgare il loro patrimonio artistico e camminare sulle loro orme”. L’iniziativa per l’Ucraina – nata insieme alla Fondazione Fatto Quotidiano – ha il punto di approdo tra Perugia e Gubbio: Alcatraz, la “libera università” fondata da Jacopo Fo all’inizio degli anni 80 come spazio di cultura e condivisione. Un meraviglioso casolare in collina, rimasto chiuso e “ibernato” dall’inizio della pandemia. E ieri ha riaperto le porte per chi fugge dalla guerra: sono arrivate le prime 22 persone dall’Ucraina.

Com’è iniziata questa storia?

C’è un lungo rapporto tra la famiglia Fo e il Fatto Quotidiano. La scorsa settimana ho parlato con Cinzia Monteverdi, amministratore delegato della società editoriale e presidente della fondazione umanitaria, e abbiamo condiviso lo stesso bisogno di fare qualcosa. Avevo avuto contatti con le istituzioni locali, ma i tempi si allungavano, passavano i giorni e non succedeva nulla. Con Cinzia e Piero Verona invece siamo partiti in 24 ore.

Come vi siete organizzati?

A Santa Cristina, una frazione a 20 minuti da Gubbio, siamo circa 200 persone. Sabato, io e mio marito abbiamo iniziato a girare per coinvolgere gli amici più stretti, e lunedì mattina avevamo una prima squadra di 9 volontari per riaprire e ripulire Alcatraz. Poi abbiamo inviato un messaggio WhatsApp a piccoli gruppi di persone fidate per chiedere una mano. La risposta è stata incredibile e commovente. Abbiamo riempito i magazzini di cibo, coperte, piumini, prodotti d’igiene. È arrivato di tutto: una ditta ci ha regalato spazzole e mascherine, una bottega di Gubbio ha mandato un camion con un carico di acqua, un fioraio ci ha consegnato le primule per far trovare un po’ di colore in più, l’ottico ha donato gli occhiali da sole per i bimbi. Ci hanno regalato decine di peluche, ne abbiamo messo uno sul letto di ogni bambino. Sembrano cose superflue, che vanno oltre lo stretto necessario, ma sono gesti d’amore.

Avete quindi anche ridato vita a un luogo chiuso…

Come comunità non eravamo così uniti da tanto tempo. Alcatraz era un punto di riferimento: un bar, un luogo per concerti, per corsi e laboratori, un posto dove ci si incontrava. Dopo la chiusura ci sentivamo un po’ persi. Ora rinasce un pezzo di territorio. E speriamo sia una rinascita soprattutto per chi arriva.

Cosa troveranno i profughi?

Una mediatrice linguistica e un gruppo di volontari li aiuteranno ad ambientarsi. Noi li affiancheremo per le pratiche burocratiche, e discuteremo un modo per organizzare la quotidianità. Vogliamo incoraggiarli a prendersi cura degli spazi comuni, aiutando i volontari. Queste persone ci hanno detto chiaramente che vogliono lavorare: non chiedono di essere accuditi, ma di poter dare un contributo. Con Cinzia siamo d’accordo: bisogna favorire il loro percorso di inserimento nella società italiana. Il primo passo sarà organizzare corsi di italiano per adulti e bambini.

In Italia si sente forte un moto di empatia e affetto per chi scappa dall’Ucraina. Crede possa essere l’esordio di uno spirito differente anche verso gli altri migranti del mondo?

Lo spero. Chi scappa dall’Africa soffre lo stesso dolore. È naturale che questa guerra in Italia sia sentita come più vicina e si faccia meno fatica a percepirla come una cosa reale, ma vorrei davvero che fosse l’inizio di un modo di pensare diverso.

Un pullman chiamato speranza

Julia ha tirato una linea sulla propria vita a 27 anni. È laureata in Scienze politiche, viveva a Kiev e lavorava in Irex, un’organizzazione senza scopo di lucro americana. Era impiegata in un progetto per aiutare i reduci e i rifugiati della guerra in Donbass, ora la rifugiata è lei. “Very ironic”, dice, con un un sorriso flebile, disarmante. “Molto ironico”. Ha dovuto lottare per giorni e giorni con la mamma Nadija, che non voleva lasciare il Paese. Quando è riuscita a convincerla, Julia non era a casa ma a Leopoli, in Ucraina occidentale. La guerra si era stretta come una tenaglia intorno alle due città, madre e figlia lontane più di 500 chilometri. Si sono congiunte al confine con la Romania, a Sighetu Marmatiei. Hanno ricevuto il primo soccorso dalle associazioni umanitarie che lavorano sulla frontiera, e poi hanno conosciuto Piero.

Piero Verona è un signore di Pietrasanta di 57 anni. Dopo lo scoppio della guerra si chiedeva come rendersi utile e dare un senso alla sua angoscia. Si è dato una risposta da solo: titolare di una ditta di trasporti turistici, ha fatto il pieno a uno dei pullman e ha deciso di partire. Su Facebook ha conosciuto altri volontari e si è coordinato con loro: in pochi giorni hanno raccolto 240 cartoni pieni di cibo, medicine e sanitari. Ha chiamato Cinzia Monteverdi, amministratore delegato di Seif e presidente della Fondazione Fatto Quotidiano: “Io vado, troviamo una soluzione insieme per le persone che porterò con me?”. Cinzia era in contatto con Mattea Fo, nipote di Dario e Franca Rame, che a sua volta gestisce la fondazione in memoria dei nonni. Un posto c’è: si chiama Alcatraz, era la “libera università” fondata da Jacopo Fo. Un grande agriturismo sui generis sulle colline tra Perugia e Gubbio, un esperimento spalancato a qualsiasi progetto di solidarietà dai primi anni 80 ma chiuso dal 2020, dall’inizio della pandemia. Ieri ha riaperto per fare da rifugio a chi scappa dalla guerra.

La spedizione di Piero è iniziata lunedì pomeriggio, è partito con altri otto volontari: il parroco don Roberto Buratti, la pedagogista Lucia, la traduttrice ucraina Livia, due fotografi e tre dei suoi dipendenti che gli hanno dato il cambio alla guida. La mattina successiva sono arrivati in Romania, a Sighetu Marmatiei, un confine meno intenso di quello polacco, ma dove continua a premere una parte della moltitudine di persone in fuga dalla guerra. Piero ha passato 24 ore nel monastero gestito con efficienza militare da Suor Adriana: la chiama ridendo Sister Act, ma aggiunge che è una donna di ferro e sta facendo un lavoro incommensurabile in quella cittadina di frontiera.

“Siamo stati in Romania una giornata. Mi sono messo lì a braccia aperte: chi ha bisogno di un passaggio in Italia può salire”. L’hanno fatto in 38. Mamme, nonne, pochi ragazzi adolescenti e 12 bambini, sei maschi e sei femmine. Diversi arrivati da Kiev, gli altri da centri più piccoli diffusi in quasi ogni zona del Paese. Famiglie spaccate, senza uomini: gli adulti sono rimasti a combattere per l’Ucraina, per scelta o per legge.

Elena ha la vita divisa a metà tra l’Italia e il suo Paese natale. A Bolzano ha trovato un compagno e il lavoro stagionale come cuoca, ma l’Ucraina è l’unico posto che riconosce come casa. Il 20 febbraio si è svegliata a Mykolaïv con la guerra, insieme alla nipotina (che porta il suo stesso nome) e i tre cani, mentre la madre della bimba era in vacanza in Repubblica Ceca. “Ci siamo rifugiati in casa di amici che hanno un bunker sotterraneo. Siamo rimasti chiusi lì per 10 giorni, poi ho deciso che dovevo partire, non potevamo più restare, dovevo farlo per lei”, indica la bambina. “Lei prendeva tutto come un gioco. Quando siamo uscite dal bunker e ha visto come era ridotta la città è rimasta sotto shock. Si guardava intorno, voleva fermarsi a ogni marciapiede, ma dovevamo correre”. Hanno preso il più piccolo dei tre cani, sono riuscite a salire sul treno e hanno raggiunto la Romania. “I miei amici sono rimasti a casa. Li ho sentiti un’ora fa, ci stanno ripensando. Tutti vorrebbero restare: nessuno si arrendere all’evidenza, finché non è costretto”.

Irina è una giovane infermiera, ha un figlio di 5 anni e uno di 14, Mark e Nazar. Non voleva partire, il marito l’ha quasi costretta a farsi accompagnare al confine romeno. In Italia non ha nessuno: salendo sul pullman di Piero ha lanciato una monetina, ha deciso di fidarsi e provare a inventarsi la vita da capo. Mark ha i capelli biondissimi rasati e un sorriso inconsapevole: i bambini sono diventati amici, sembrano in gita, piangono raramente, non hanno realizzato. Gli adolescenti invece hanno un’espressione di vetro, apatica, svuotata.

Anna ha 17 anni, aveva già iniziato il college, studia Architettura. È fuggita insieme alla nonna; la mamma è rimasta a Kiev, il papà è in guerra. Manda audio WhatsApp a qualcuno che è rimasto, ogni tanto piange con la testa contro il vetro del finestrino. C’è una famiglia arrivata da un villaggio che si chiama Shevchenko – come il poeta nazionale ucraino, non come l’ex attaccante del Milan – che porta le ferite emotive più profonde. Una nonna, tre figli e tre nipoti. Elena traduce per loro: “Hanno visto l’esecuzione di una famiglia in macchina, a colpi di fucile. Davanti ai loro occhi. Poi il carro armato russo è passato sopra l’auto. Hanno visto case bruciate e distrutte, armi pesanti ammassate dentro i giardini, esseri umani trasformati in scudi”. I bimbi, nonostante tutto, continuano a sorridere. La più piccola regala cioccolatini alla nocciola, sulla confezione c’è una scritta in cirillico: li hanno portati da casa.

E poi c’è Lidya, una signora anziana che è ancora un mistero per tutti. È arrivata da sola in Romania e sempre da sola è salita sul pullman, una giacca logora e pesante e un foulard intorno al volto che la fa somigliare ad Alda Merini. È in stato confusionale, ripete come un nastro le stesse frasi: dice di essere scappata dal Donbass e che suo figlio è morto.

Il pullman dei fratelli Verona attraversa mezza Europa in 24 ore: Romania, Ungheria, Slovenia, attraversa il confine italiano a Trieste. Alcune famiglie scendono a Padova, partono per Bergamo e Bologna, si ricongiungono a parenti e amici. Gli altri arrivano a Lido Camaiore, in Versilia, giovedì sera: li accoglie Enrico Pellegrini nel suo albergo, l’Hotel Pineta Mare. Un’altra storia di accoglienza e cuore: Pellegrini ha aperto la sua struttura per i profughi, ha fatto cucinare per tutti, insieme a Piero ha raccolto vestiti per gli ospiti e ha regalato un uovo di Pasqua a ognuno dei bambini. Ieri mattina l’ultimo miglio del lungo viaggio, fino a Gubbio. L’approdo si chiama “Alcatraz”, un fatto ironico per un lembo di terra che è una speranza di libertà. Dei 38 saliti in Ucraina ne sono arrivati 22, gli altri hanno scelto di ricominciare altrove. Li riceve Jacopo Fo con Cinzia Monteverdi e la squadra dei volontari. “È un’emozione enorme riaprire Alcatraz”, dice Fo. “È nata proprio per accogliere tutti”.