In fuga dall’Ucraina. Nuova vita in Italia

Da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina la Fondazione il Fatto Quotidiano si è posta il problema di come poter dare il proprio contributo umanitario. Abbiamo pensato in primis ai bambini oncologici di Kiev, e abbiamo dunque supportato la Fondazione Soleterre, grazie alla generosità della nostra rete di donatori. Oggi vogliamo dare un contributo anche per un altro aspetto che diventerà sempre più importante nelle prossime settimane e mesi, e cioè il supporto ai profughi ucraini. Ecco allora il nostro secondo progetto. Grazie al prezioso spirito di iniziativa e di generosità che parte dalla città di Pietrasanta, e in particolare da Piero Verona, titolare di un’agenzia di bus turistici, è stato possibile andare a prendere, presso un campo profughi in Romania, alcune donne e bambini fuggiti dall’Ucraina in guerra per portarli in Italia. Abbiamo poi, parallelamente, ricevuto la splendida telefonata di Mattea Fo e di suo marito: insieme a Jacopo Fo, gestiscono la Liberà Università di Alcatraz, situata in una specie di paradiso terrestre tra le colline di Gubbio. La famiglia Fo-Rame ha aperto le porte di questo posto che da circa due anni, causa pandemia, aveva chiuso i battenti. Jacopo, il figlio di Dario Fo e di Franca Rame, ha sempre immaginato che il casolare di Alcatraz fosse il luogo di progetti comunitari e di accoglienza.

Stando qui si può toccare con mano tutto lo spirito di chi ha fondato questo luogo: il rispetto della natura, delle diversità, l’intento di una buona vita. Il nostro progetto come Fondazione il Fatto Quotidiano con la Fondazione Fo Rame è quello di costruire un modello di comunità in cui chi ha perso tutto possa ricostruire un percorso di vita dignitoso. Elena, una delle donne in fuga dall’Ucraina, dalla sua casa, mi ha detto: “Vogliamo renderci utili”. La questione sta tutta qui: i flussi migratori che spaventano così tanti possono essere una fonte di ricchezza vitale per economie come la nostra, apparentemente del benessere ma in realtà in forte crisi. La verità che non si è capaci di gestire i flussi migratori sfruttando le potenzialità delle singole persone e magari attuando dei processi formativi in tal senso. Non si è capaci di pensare a un’idea di mondo migliore, per arrivare poi a progettare un’idea di Paese e dunque di economia florida. Confondiamo i centri di accoglienza, che dovrebbero gestire emergenze, con le politiche di integrazione, invece totalmente assenti.

Ma qualche spiraglio lo si vede. E, come sempre, nasce prima di tutto da iniziative private e umanitarie: davvero tante in questi giorni. Ecco, questo progetto tra la Fondazione Fatto Quotidiano e la Fondazione Fo Rame non ha come obiettivo solo la fornitura di cibo e vestiti e dunque beni di prima necessità, per quanto siano fondamentali in prima battuta. Ma anche quello di costruire un modello di integrazione, e di comunità, che nel tempo possa crescere.

Per questo, oggi nel sito della nostra Fondazione, che già supporta direttamente il progetto, parte una raccolta fondi che ci aiuterà a realizzare un modello di cooperativa che possa poi camminare da sola. Si pensa a riattivare, per esempio, una sorta di azienda agricola che è già nella struttura di Gubbio, che accoglierà i profughi.

Ai nostri preziosi donatori raccomandiamo di aver fiducia: come per ogni progetto della nostra Fondazione che prevede una raccolta fondi, anche in questo caso vi daremo aggiornamenti. Raggiungeremo l’obiettivo, operando con tanta concretezza, perché tutti gli sforzi di generosità siano ripagati dal raggiungimento del buon fine. Perché da un piccolo modello di mondo migliore ne possano partire tanti altri che riattivino la speranza che un po’ tutti, indistintamente, stiamo tutti perdendo, di fronte a guerre incomprensibili e minacce continue. L’obiettivo di questa iniziativa è il recupero della dignità umana di chi ha perso tutto attraverso un percorso di autonomia.

Mail Box

Il Pd è ormai asservito alla destra salva-casta
Il Pd e il suo segretario si sono fatti un grande autogol. Si sono associati al centrodestra pur di salvare il deretano a qualcuno in Parlamento: stavolta è toccato a Siri. Come fanno questi signori a non provare vergogna, facendo parte di un partito la cui storia dice il contrario? Con questi comportamenti vomitevoli, la strada porta al precipizio. Fate in modo di evidenziare lo scempio dei valori di una forza politica che una volta si diceva leale con i più deboli.
Roberto Mascherini

 

La lucida visione del generale Mini
Ho letto con grande attenzione il lucido intervento del generale di Corpo d’Armata Fabio Mini, ex comandante Nato nei Balcani. Una visione chiara della situazione non solo presente, ma anche passata, in cui senza falsità sono state descritte le origini che hanno portato alla crisi odierna. Un punto di vista molto più serio rispetto a quello di certi nostri governanti incompetenti, che non perdono occasione per fare danni. Fare partigianeria per l’una o per l’altra parte è fuori luogo, dal momento che anche il più sano ha la rogna.
Bruno Maniga

 

Guerra “costruttrice”? Non condivido Fini
Scrive Massimo Fini: “La guerra non è solo distruttrice, ma anche costruttrice. Ha funzioni positive, sia sul terreno politico, collettivo che individuale, appagando pulsioni esistenziali profonde”. La guerra è correlata con le pulsioni più profonde, ma non è affatto costruttrice né svolge funzioni positive, anzi ci fa precipitare nella barbarie. Ecco perché il motto degli antichi saggi “vivi secondo natura” veniva così integrato: “ma la natura specifica dell’uomo è la ragione, dunque vivi secondo ragione”. Come pensava Platone, bisogna evitare che le anime inferiori, irascibili e concupiscibili prendano il sopravvento sull’anima razionale, sia a livello individuale che sociale. Se la ragione (natura specifica dell’uomo) diventa la guida della vita, allora le pulsioni esistenziali più profonde, come l’istinto aggressivo, possono essere canalizzate o sublimate (Freud) in forme socialmente accettabili come l’attività sportiva, l’impegno civile e politico ecc. In un contesto di civiltà sono tali attività che devono appagare “le pulsioni esistenziali più profonde” e non la guerra. È bene tenere ben presente i due significati di natura, perché, citando Dante, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Maurizio Burattini

 

Assunzioni dei disabili: la legge va rispettata
Ho appreso recentemente che le multe che dovrebbero essere applicate alle ditte che non hanno assunto tutti i disabili che prevede la legge 68 del 1999 è stata aumentata da 153,20 a 196,05 euro per ogni disabile per ogni giorno lavorativo. L’incremento è stato del 30% circa. Potrà essere giudicato insostenibile ma io mi chiedo se veramente i controllori applichino scrupolosamente la multa. Molte ditte ricorrono a convenzioni per rimandare l’assunzione e neanche queste vengono rispettate: si trovano pretesti per rimandare l’assunzione alle calende greche. Se è comprensibile che ciò avvenga ora che il Covid ha reso molto difficile l’attività alle ditte, non lo era precedentemente. La presenza dei disabili non è gradita e nemmeno la trattativa diretta tra il datore di lavoro e chi la desidera. Ci si augura che vi sia una maggiore attenzione da parte dei sindacati affinché, finalmente, si facciano sentire dai controllori. che sembrano particolarmente svogliati.
Antonio Fadda

 

Ci sono profughi di serie A e di serie B?
Sono perplesso e chiedo lumi a chi è in grado di spiegarmi qual è la differenza tra profughi ucraini, vittime di una guerra infame, accolti con lodevole disponibilità anche da Paesi quali ad esempio Polonia e Ungheria, nemici giurati dell’accoglienza dei profughi martoriati da interminabili guerre infami come iracheni, siriani, afghani, nordafricani, ecc. Mi verrebbe anche da chiederlo ad alcuni partiti come la Lega di Matteo Salvini (quella de “l’Italia agli italiani”, “prima gli italiani”, ecc.) o Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, della quale ricordo un’uscita infelice: “sono nomadi? Allora nomadassero”. Ci sono profughi buoni e profughi cattivi? Cosa ne pensano gli elettori di Lega e Fratelli d’Italia? Non sarà che, anche in questa tragedia, si continuano a manifestare preferenze e giudizi a senso unico tra le guerre intraprese dai buoni (i Paesi Nato) e dai cattivi (Serbia, Russia, ecc.)? Mi rifiuto di pensare che la differenza la faccia il colore della pelle dei profughi.
L. Fiorini

60 anni fa. “Bassani parla di ebrei perseguitati, non solo d’amore”

Caro “Fatto”, vi scrivo perché vorrei condividere con voi il ricordo de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, uscito sessant’anni fa, nel 1962, edito da Einaudi e vincitore del premio Viareggio: l’opera raccoglie subito un vasto consenso presso la critica e i lettori e vende nel giro di pochi mesi 200 mila copie. Ambientato nella città di Ferrara, in cui la comunità ebraica è minacciata dalle leggi razziali del 1938, il romanzo racconta la vicenda tragica della famiglia alto borghese dei Finzi Contini: il professore Ermanno, la moglie Olga, i figli Alberto e Micòl, la nonna Regina. Nel momento storico in cui un inedito benessere si diffonde nella società italiana e la scolarizzazione di massa e la maggiore disponibilità di tempo libero fanno decollare il consumo culturale, dei libri in particolare, la neonata industria del romanzo – complici le recensioni nella stampa, le classifiche, i premi – lancia Il giardino dei Finzi Contini, che in copertina riproduce l’ammiccante quadro di Nicolas de Stael Nu couché, come una romantica storia di amore e morte tra due giovani ebrei: il letterato in erba Giorgio (alter ego dello scrittore) e l’ambigua, bella, colta, imprendibile Micòl. Letto riduttivamente come una inconclusa e infelice storia d’amore, i lettori del tempo, certamente quelli più sprovveduti, lasciano sullo sfondo le pagine importanti che descrivono comportamenti quotidiani, riti, tradizioni e gergo della comunità israelitica ferrarese, una minoranza perfettamente integrata che ha partecipato alla costruzione del Regno d’Italia e combattuto nella Prima guerra mondiale, ma poi improvvisamente discriminata e perseguitata, come se fosse composta da cittadini di serie B, delusi, smarriti, emarginati, che non riescono a comprendere l’indifferenza degli altri per la perdita dei diritti civili, l’allontanamento dai luoghi della partecipazione alla vita sociale, lo stravolgimento della quotidianità e la morte psicologica (prima ancora di quella fisica nei lager) di chi si era sempre sentito un italiano appartenente alla comunità nazionale. Sessant’anni fa Il giardino dei Finzi Contini certificava che l’indifferenza e il silenzio sulla cacciata degli ebrei dalle scuole, dagli uffici, dalle attività produttive perduravano anche nell’Italia democratica post-fascismo. Lo dimostrano anche alcuni manuali di Storia contemporanea adottati nelle scuole, che riservavano solo qualche accenno alle leggi razziali: penso, ad esempio, a quello assai diffuso di Rosario Villari, edito nel 1970.

Lorenzo Catania

L’infradito per gli ucraini: c’è freddo e freddo…

Non è questo un caso di quelli che necessitino dell’intervento di investigatori o intelligence di varia nazionalità. Anzi, correggerei col dire che più che un caso è un piccolo mistero. Anche meno, forse soltanto una curiosità. E aggiungo, per ridurre ai minimi termini l’interrogativo che mi pongo, forse è cosa che intriga solo me. Gli è, per spiegarmi, che da giorni ci affligge un freddo “becco” come si usa dire, e non si contano i commenti a tal proposito (“Bel freddo eh!”, “Ma che freddo fa?”), con tutte le possibili varianti. Non che non sia d’accordo, il freddo lo patisco anch’io, mi copro, sto al calduccio, alla sera mi offro una bella doccia bollente, magari anche una minestrina e così facendo pareggio i conti con la temperatura esterna. Ma mentre consumo la suddetta minestrina, o magari qualcosa di un po’ più corposo, mi scorrono sotto gli occhi le immagini dei profughi ucraini che al freddo ben più crudele di quelle parti ben poco possono opporre di ciò di cui io invece dispongo. Nei centri di raccolta dove giungono gli aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo, li vedo frugare soprattutto tra i mucchi di indumenti atti a proteggerli, ed è appunto vedendo una di quelle scene che è nato il caso o piccolo mistero o semplice curiosità di cui dicevo sopra. Perché in uno di quei mucchi ho visto chiaramente, in fede mia non mento, un infradito. Mi sono chiesto chi mai, con che criterio può mandare a gente che vive a dieci gradi sotto zero un articolo siffatto? L’avrà fatto senza rendersi conto dell’incongrua offerta oppure con il proposito di sbarazzarsi di un oggetto che non gli serviva più? E il volontario, il volontario che si è trovato tra le mani quell’affare cosa avrà mai pensato? Sono passati giorni, ma quell’immagine, e relative domande, di tanto in tanto ritornano quando anche oggi rivedo le stesse scene. So che non avrò mai risposte. Tra l’altro l’infradito in oggetto era sola soletta e, non vorrei sbagliare, destra. Mi auguro che in tempi più che brevi resti lì, dimenticata, a simboleggiare la fine della guerra.

Guerra: allerta focolai anche di poliomielite

Fra le preoccupazioni prioritarie elencate dall’Oms riguardo all’emergenza Ucraina non c’è solo quella enorme delle lesioni e dei traumi legati al conflitto, aggravati dalla difficoltà di accesso alle strutture sanitarie da parte di pazienti e personale sanitario per problemi di sicurezza, e dalla mancanza di medicinali e forniture salvavita. L’Onu mette in evidenza anche “il rischio di diffusione di malattie infettive come Covid, morbillo, poliomielite, tubercolosi, Hiv e malattie diarroiche”. Un rischio dovuto alla distruzione diffusa delle infrastrutture idriche e sanitarie, alla copertura vaccinale inadeguata, alla mancanza di accesso a medicinali e cure mediche, alla carenza di acqua potabile e servizi igienico-sanitari adeguati, ai movimenti di popolazione e alle condizioni di sovraffollamento in cui si sta vivendo in questi giorni di conflitto. “Recenti focolai di poliomielite e morbillo minacciano la salute delle popolazioni con una copertura vaccinale non ottimale”, segnala l’Oms. “Inoltre la prevalenza di Hiv e di tubercolosi (compreso quella multiresistente ai farmaci) è tra le più alte in Europa. Urge riavviare o proseguire con le misure di prevenzione, che passano dalla vaccinazione e dal trattamento continuato per la tubercolosi e l’Hiv. In Ucraina nel 2021 è stato confermato un focolaio di polio (da poliovirus circolante di tipo 2 derivato da vaccino). E poi c’è la pandemia che non è scomparsa. Il ministero della Salute in Italia ha disposto l’offerta vaccinale anti-Covid ai profughi e, per chi la rifiutasse, tampone entro 48 ore dall’arrivo (prassi proibita agli italiani, fino a negare la possibilità di lavorare). Ancora una volta si presenta il cronico approccio incoerente. Forse chi ha proposto tale misura sconosce che, come pubblicato sul sito del ministero della Salute, “l’incubazione dura da 1 a 14 giorni”. Forse non si è informato sull’allerta polio in quel Paese. Stiamo controllando anche questo, visto che fra i profughi ci sono tanti bambini? Si deve far del bene senza farci del male.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Un apologo: Draghi, nucleare e giornali

Per capire come siamo messi (male per i curiosi) a volte bastano episodi minimi. Mercoledì, per dire, Mario Draghi ha risposto ad alcune interrogazioni in Parlamento e, tra le altre cose, ha detto questa: “Per quanto riguarda il nucleare, l’impegno tecnico-economico è concentrato sulla fusione a confinamento magnetico”, di cui si occupa il Consorzio Eurofusion, “che gestisce fondi Euratom pari a oltre 500 milioni di euro per il periodo tra il 2021 e il 2025: questo consorzio prevede l’entrata in funzione del primo prototipo di reattore a fusione nel 2025-28”. Questa – tecnicamente parlando – è una presa per il culo, si spera volontaria. Il premier pare riferirsi, ma non è chiaro, a un progetto dell’Enea (il cosiddetto DTT) in cui si svilupperà una tecnologia che servirà in un futuro finora imprecisato alla costruzione (in Francia) del primo prototipo industriale di reattore a fusione: a oggi il piano è di farcela entro il 2050 (alcune imprese private, che usano altre tecnologie, sono più ottimiste, ma nessuno pensa di avere nulla prima del prossimo decennio inoltrato). Da notare, comunque, che Draghi parla solo di fusione nucleare – “l’energia del sole”, senza scorie e rischi modello Chernobyl o Fukushima – ed esclude dunque il nucleare a fissione, quello delle centrali attuali che piace al ministro Cingolani: nel farlo, peraltro, cita un progetto europeo a cui l’Italia partecipa dagli anni Novanta e un consorzio a cui ha aderito nel 2014. Se però il premier, sulla fusione, ha preso in giro Parlamento e opinione pubblica, la cosa più deprimente è quello che hanno capito i giornali del suo discorso: “Il capo del governo apre anche al nucleare, che per raggiungere un’autonomia energetica deve essere reintrodotto in Italia” (Corriere della Sera); “Sull’energia il premier infrange il tabù del nucleare e parla apertamente dei progetti in corso sull’atomo” (La Stampa); “Draghi apre al nucleare” (Il Messaggero). Accecati dalla parola “nucleare”, si sono persi la distinzione tra fissione e fusione: quest’ultima non è un “tabù” per nessuno, né ha a che fare coi referendum che hanno bocciato le centrali a fissione. La cosa più disperante è che non c’è alcun complotto: non capiscono gratis e senza secondi fini.

Europa vista da Cuperlo: dove resta qualcosa di dignitoso

Va preso alla lettera il sottotitolo del libro di Gianni Cuperlo, Rinascimento europeo (Milano, il Saggiatore 2022). L’autore ha voluto scrivere “il libro dell’Europa che siamo stati, che siamo e che dobbiamo diventare”. Lo ha fatto in maniera elegante e accattivante, talvolta eccedendo nel brio della scrittura, sempre offrendo materiale e interpretazioni degne di essere discusse. La mia premessa è che l’Europa qui e ora, vale a dire l’Unione europea, è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Riduttivamente, Cuperlo afferma che è lo spazio “dove la vita di milioni di noi resta qualcosa di dignitoso” (19). Porrei l’accento sulle opportunità che la UE, anche in tempi di crisi economica e sanitaria, ha saputo offrire agli europei, e continuerà a farlo. Condivido appieno l’osservazione del grande storico francese delle Annales, Lucien Febvre, sintetizzata da Cuperlo: “L’Europa è una civiltà. E niente sulla terra è più in movimento di una civiltà” (41). Dunque, l’Europa non è una “utopia” poiché ha un luogo. Non è una mera espressione geografica poiché è fatta di cultura condivisa. Non è neppure un sogno poiché la sua esistenza è facilmente accertabile. La migliore definizione è che l’Europa, come fermamente volle Altiero Spinelli, con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, è un progetto politico: unificazione federale di Stati altrimenti bellicosi. Il libro di Cuperlo non può ovviamente tenere conto dell’aggressione russa all’Ucraina né questo recensore può trattare il fatto in poche righe. Credo, però, legittimo ritenere che se l’Ucraina fosse stata un paese membro dell’Unione Europea, la Russia di Putin non l’avrebbe attaccata. Nel suo ambito l’Unione Europea, nata per porre fine ai conflitti Francia/Germania, ha garantito la pace, offrendo anche nel corso del tempo prosperità. Qualsiasi civiltà in movimento deve affrontare problemi. Cuperlo non li sottace, ma li analizza con critiche ai comportamenti passati e soluzioni per le sfide presenti e future. L’obiettivo dichiarato è “abbattere la povertà”. Altrove, però, si esprime a favore della “difesa del continente politico” con “una lotta senza quartiere alle disuguaglianze” (184). I due obiettivi, strettamente collegati, non stanno in contraddizione. Semmai, sono le ricette per l’abbattimento che divergono. Per i liberisti soltanto un mercato totalmente aperto, “deregolamentato”, davvero e sempre competitivo potrebbe abbattere la povertà, fermo restando che chi rimarrà povero lo sarà per colpa sua. Cuperlo trae la sua proposta di soluzione dai keynesiani, post-keynesiani, neo-keynesiani: “una cura massiccia di welfare, nel senso di risorse aggiuntive per via fiscale” (123), combinando “lo sviluppo delle forze del mercato con le tutele sociali in capo a un’autorità espressa dalla sovranità del popolo” (144). Qui, inevitabilmente, fa la sua comparsa l’Europa politica, vale a dire le istituzioni dell’UE, la loro legittimità, funzionalità, democraticità. L’autore sembra talvolta propendere dalla parte di coloro che denunciano un, per me inesistente, deficit di democrazia nell’Unione e ne chiede una riformulazione “dove sulla frontiera dei diritti umani, a partire da quelli delle donne, si imbastisca la prossima stagione della nostra civiltà” (31), e dell’Unione stessa “da rifondare nella visione e anche nei trattati” (133). Più volte in più luoghi per quasi tutti i problemi l’autore chiama in causa il suo campo (largo?): la sinistra. Degna del suo nome, la sinistra dovrebbe impegnarsi in “pratiche redistributive”, costruire un “impianto di società”, formulare “un altro modo pensare” anche perché “l’Europa ha sete di una lingua dei fini” (197). Pur personalmente più preoccupato dai mezzi, concludo che Cuperlo ha scritto un racconto utilissimo, anche quando non condivisibile, impegnativo e di affascinante lettura.

 

Non date altri soldi ai vecchi giornali dei nuovi padroni

“La vita del giornalista è sotto ogni profilo puro azzardo, e davvero in un modo che come nessun altro mette a dura prova la sicurezza di sé”
(da “La politica come professione” di Max Weber – Edizione Anabasi)

 

Con la cessione del settimanale L’Espresso dal gruppo Gedi al gruppetto Iervolino, che è come se la Fiat avesse venduto la Juventus alla Salernitana, si conclude un ciclo che non riguarda soltanto un giornale e il gruppo editoriale che da quella testata aveva preso nome. L’operazione segna una svolta nella storia del giornalismo italiano, un punto di non ritorno, oltre il quale si apre un orizzonte nuovo e sconosciuto. E non è detto che lo scenario debba essere necessariamente peggiore.

Dipende da diversi fattori. Il primo è la capacità dei giornalisti di rinnovarsi e rigenerarsi per diventare post-giornalisti, come auspicai già nel 2006 in un intervento pubblicato nel volume Libro bianco sul lavoro nero della Federazione nazionale della Stampa. E cioè, per trasformarsi in giornalisti più evoluti e completi, capaci non solo di scrivere e impaginare un giornale di carta, ma anche di utilizzare l’infografica che aiuta il lettore a visualizzare le notizie; di registrare e montare all’occorrenza un audio o un video; di utilizzare a fini professionali i social network. E quindi, di sviluppare quella multimedialità che favorisce l’integrazione con l’informazione online, interattiva e in tempo reale.

Un altro fattore da cui può dipendere il futuro del nostro mestiere è quello di coltivare la propria autonomia e indipendenza come una fede o un dogma. È proprio questo che garantisce credibilità e autorevolezza a una testata, al di là della sua linea politico-editoriale, alimentando nel lettore rispetto e fiducia. Si può anche non essere d’accordo talvolta con quello che scrive un giornale, ma almeno si stabilisce un confronto, uno scambio di idee e di opinioni, intorno a cui si aggrega una comunità virtuale.

E qui arriviamo al punto critico. Fino a quando c’era l’“editore puro”, vale a dire l’imprenditore che non aveva interessi estranei da difendere, l’autonomia e l’indipendenza erano impresse nel codice genetico di una testata. Ma ormai si tratta di una razza in estinzione, di una specie a rischio. Tant’è che i nostri rappresentanti sindacali, quando siedono al tavolo delle trattative, non si trovano più di fronte gli editori, bensì i capi del personale o delle risorse umane, preoccupati solo di ridurre i costi.

A che cosa serve, allora, tenere in vita artificialmente giornali che appartengono a editori “impuri”, finanzieri, operatori della sanità, palazzinari, ristoratori collettivi, raccoglitori e smaltitori di rifiuti, autotrasportatori, tutti o quasi in regime di concessione o convenzione con lo Stato, le Regioni o i Comuni? Questi non sono editori: al più sono proprietari, padroni. E perché mai il governo si accinge a staccare altri cospicui assegni, 90 milioni di euro quest’anno e 140 l’anno prossimo, per finanziare con denaro pubblico affari privati? Non sarebbe meglio, piuttosto, riservarli alle cooperative dei giornalisti, alle iniziative autonome dei professionisti dell’informazione, sia sulla carta stampata sia sul digitale? Dalle colonne di un giornale come questo, che fin dall’inizio “non riceve alcun finanziamento pubblico” come si legge sotto la testata, lanciamo un appello in nome del pluralismo dell’informazione. Non continuate a elargire soldi pubblici agli pseudo-editori per finanziare i cosiddetti “processi di ristrutturazione”: questi servono soltanto a fare tagli degli organici, accordi di cassa integrazione o pre-pensionamenti che mortificano il giornalismo. Magari con l’alibi di assumere “giovani esperti di nuovi media”, precari, malpagati o sottopagati.

 

Quali dovrebbero essere le basi per un negoziato

Sia chiaro da subito: c’è un aggressore e un aggredito. È d’obbligo tenere ben ferma la differenza decisiva dalla quale scaturisce il dovere di prendere parte; di soccorrere la vittima e fermare il carnefice. Il problema è come. Le sanzioni sono utili ma insufficienti. La resistenza ucraina è ammirevole ma, stante la soverchiante superiorità militare russa, ragionevolmente è destinata a due soli esiti possibili: la sconfitta o, se si prolunga nel tempo, la carneficina della guerriglia urbana. Faccio due obiezioni a chi, giudicando impossibile e censurabile ogni negoziato (leggi, ahimè, va ammesso, un compromesso con l’invasore), si limita a sostenere e incoraggiare la resistenza armata degli ucraini: 1) i suoi altissimi costi; 2) una certa ipocrisia del tipo “armatevi e partite”. Avendo premesso che noi – Europa e Nato – ragionevolmente ce ne teniamo fuori. Giustamente, perché siamo ben consapevoli di non poter varcare la linea rossa di una guerra globale dal tenore apocalittico. Se non avessimo messo definitivamente a verbale questa nostra decisione tutto il ragionamento che segue prenderebbe tutt’altra piega.

Per chi invece considera doveroso esperire sino all’estremo limite la possibilità di una soluzione negoziata (ripeto per onestà e chiarezza: un compromesso con l’ingiusto aggressore) decisiva è la domanda su cosa esattamente voglia Putin. Una domanda la risposta alla quale non è per niente ovvia e che forse è cambiata in corso d’opera, cioè dopo l’invasione, con i suoi costi e i suoi imprevisti, anche per la Russia (dalle sanzioni, all’isolamento internazionale, alla resistenza opposta dagli ucraini).

Per rispondere a quella decisiva domanda non sono inutili, sono anzi necessarie, due operazioni: 1) provare a comprendere il punto di vista non solo di Putin, ma degli interessi del popolo russo (troppo facile esorcizzare il problema con la teoria di chi tutto ascrive alle psicopatologie di Putin); 2) indagare circa le cause prossime e remote del conflitto, comprese le eventuali responsabilità dell’occidente. Riflettere su di esse non è operazione dettata da malinteso terzismo o da ingiustificata equidistanza. Semmai il contrario. Comprendere e interpretare con più precisione il punto di vista dell’aggressore e, conseguentemente, verificare con intelligenza e realismo se vi siano margini per un negoziato che non si concreti in una capitolazione è cosa saggia. Seguendo il filo di questo ragionamento personalmente, a lume di logica ma potrei sbagliare, mi sono fatto la convinzione che – forse già in origine e comunque nella situazione critica che si è determinata anche per lui – Putin sia guidato essenzialmente da una preoccupazione per la sicurezza nazionale della Russia. Se così fosse, si dovrebbe escludere il proposito di ulteriori mire espansionistiche su altri Paesi e pure l’occupazione della intera Ucraina. Ripeto: questo suggerisce la logica. Se così non fosse, a rigore, saremmo costretti a riconsiderare persino la linea rossa che ci siamo dati. Se invece le cose stessero come immagino, sarebbe facile sin d’ora prefigurare il punto di caduta di una intesa difficile ma non impossibile, le basi di un eventuale accordo (insisto: compromesso): concessioni sul Donbass e sulla Crimea e neutralità dell’Ucraina. Con la definitiva rinuncia alla sua adesione alla Nato compensata semmai dall’avvio di una procedura di adesione alla Ue. Tutto fa supporre che sia difficile discostarsi da un tale esito. Salvo smentite a questo ordine di riflessioni, perché non orientarsi da subito in tale direzione negoziale, risparmiando ulteriore spargimento di sangue, distruzione, evacuazione di milioni di profughi? Si comprende la resistenza di Zelensky, ma chi ha più responsabilità e potere – gli Usa, la Ue, altri attori regionali o globali – dovrebbe fare opera di persuasione presso le parti in conflitto, comprese le autorità ucraine, perché si dispongano a un tale negoziato. Interrompendo una spirale di violenza e di guerra che rischia di protrarsi per un tempo infinito e senza sbocco alcuno.

La resistenza contro l’oppressore è impresa moralmente nobile, ma essa è pur sempre un mezzo mirato a un obiettivo di libertà e giustizia alla portata che forse (sottolineo: forse) non è impossibile ottenere per via negoziale. Non una resa, ma certo un compromesso ispirato a etica della responsabilità (l’opposto del pacifismo impolitico), cioè a sollecitudine per il bene (o il minor male) possibile nelle condizioni date. Come si conviene a chi – questa la logica iscritta nell’etica della responsabilità – si fa carico delle concrete conseguenze. Per l’Ucraina, per l’Europa, per il mondo. Altre soluzioni non se ne vedono.

Cresce la consapevolezza che i Tracchia stiano compiendo crimini gravi

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, bombardando anche la nursery al pianterreno, dove una ragazza stava cambiando il pannolino a un noto politico di destra dai gusti kinky (si eccita facendo il neonato, una regressione con cui si libera momentaneamente dalle pesanti responsabilità che il suo lavoro gli impone ogni giorno in Commissione Difesa. È un caso classico di infantilismo parafilico, variante diaper lover, con fantasia erotica madre/figlio. Avete presente Anna Freud, la figlia che Freud si scopava? Sosteneva che la metafora sganciare bombe = cagare stronzi permetteva a un Generale di corpo d’armata, suo paziente, di eufemizzare il passato guerrafondaio di cui si sentiva in colpa: “La fantasia di denegazione gli consentiva di rimanere puro e incontaminato rispetto a un passato dal quale voleva prendere le distanze, e nello stesso tempo quella fantasia non lo impegnava oltre, assolvendolo da ogni responsabilità, mentre la sua vita procedeva come sempre” (Anna Freud, La carne inquieta della badessa, 1965). Andrebbe riletto pure Laing, che mezzo secolo fa si chiedeva perché consideriamo malata, e interniamo, una persona che sostiene di avere dentro di sé la bomba atomica, ma lasciamo libero un capo di Stato che la bomba atomica minaccia di usarla davvero (R.D. Laing, Louis Armstrong, genio del male, 1985). Le gemelle hanno definito l’attacco alla nursery un “crimine di guerra”, come avevano fatto per il bombardamento di Conbipel (I Tracchia: “No, il vero crimine è che Conbipel sia scritto con la n prima della b! Smettetela!”). Delle presunte violazioni del diritto internazionale (scrivere “presunte” è la paraculata con cui noi giornalisti cerchiamo di evitare la soccombenza in caso di lite temeraria: è uno dei motivi per cui scrivo sempre “il presunto senatore Renzi”) (l’altro motivo è che risulta fra i più assenteisti a Palazzo Madama: però l’aveva detto, che se perdeva il referendum smetteva di far politica, bit.ly/3I1hiWv) (Renzi: “Avevo detto che avrei smesso di far politica, non di dire balle”) delle violazioni dicevo si sta occupando la Corte penale internazionale: più si intensificano i bombardamenti (sia nei negozi assediati, sia nei “corridoi umanitari”, nonostante i cessate il fuoco), più cresce la consapevolezza che i Tracchia stiano compiendo crimini gravi. Per tutta risposta, i Tracchia hanno accusato le gemelle di gestire laboratori di armi chimiche nel centro commerciale. “Macché armi chimiche!” sbottano le gemelle. “È una profumeria Douglas! Tipico dei Tracchia: accusano gli avversari di avere armi chimiche, così quando le adoperano loro hanno già pronta la ‘maskirovka’ (inganno militare russo, ndr). Dopo le bombette puzzolenti, useranno la polvere pruriginosa, vedrete!”. Per il diritto internazionale, gli attacchi di un esercito contro obiettivi civili sono un crimine di guerra, così come l’uso di armi non convenzionali, per esempio l’impiego contro il nemico di gigantesche ascelle sudate, un brevetto di Elon Musk. Di rado, tuttavia, si arriva alla condanna: l’ultima colpì Ratko Mladic (ergastolo per genocidio e abuso di cuscino scoreggione). Anche nel caso dei Tracchia il tribunale dovrà dimostrare che sanno cosa il loro esercito sta facendo, e che però non fanno niente per fermarlo, a parte i selfie. Fra l’altro, la Convenzione ONU che proibisce l’uso bellico di bombette puzzolenti e di polvere pruriginosa fu firmata nel 2008 da 100 Paesi, ma non dai Tracchia. Non firmarono neppure lo Statuto di Roma che istituiva la Corte penale internazionale, che dunque non ha giurisdizione su di loro. Insomma, che presunte fetecchie, questi Tracchia!
(10. Continua)